Alla ricerca del piatto perduto: spaghetti al basilico con pomodori confit, capperi e pan grattato

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Valentina Zanotto

Ingredienti (per 2 persone):
250 g di spaghetti al basilico
3 pomodori ramati
1-2 cucchiaini di zucchero
20 g di pan grattato
20 capperi dissalati
Erbe aromatiche (salvia, rosmarino, basilico)
Olio e.v.o.
Sale q.b.

Preparazione:
Per prima cosa occuparsi dei pomodori, che dovranno essere infornati e cuocere per un po’ di tempo. Tagliarli a fette sottili (spesse 2-3 mm), quindi metterli su una teglia rivestita di carta da forno e “condirli” con le erbe aromatiche tagliuzzate, il sale, un filo d’olio e lo zucchero. Infornare a 160° per circa 40 minuti (tenendoli controllati).

Poco prima che la cottura dei pomodori sarà ultimata, portare a bollore dell’acqua salata e tuffare gli spaghetti al basilico.

Quando i pomodori saranno definitivamente pronti, ripassarli in padella con i capperi, un filo d’olio e, abbisogno, anche un mestolo di acqua di cottura. Una volta pronta anche la pasta, aggiungerla ai pomodori e amalgamare il tutto. Ultimare il piatto con una spolverata di pangrattato (meglio se spezzettato grossolanamente al coltello).

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro:

Dobbiamo, purtroppo, assassinarlo:
affonda il coltello nella sua polpa vivente,
è una rossa viscera, un sole fresco, profondo, inesauribile,
riempie le insalate del Cile, si sposa allegramente con la chiara cipolla,
e per festeggiare si lascia cadere l’olio,
figlio essenziale dell’ulivo, sui suoi emisferi socchiusi,
si aggiunge il pepe la sua fragranza,
il sale il suo magnetismo:
sono le nozze del giorno.

Se da una parte la pasta rappresenta uno degli alimenti più apprezzati e versatili in assoluto, dall’altra il pomodoro si rende protagonista di sughi che, seppure nella loro semplicità, sono comunque in grado di esaltare non poche ricette. Insomma, quando la pasta incontra il pomodoro non nasce solamente un’unione universalmente riconosciuta da tutti, ma anche poesia. A proposito di quest’ultima, come non pensare a Pablo Neruda? Scrittore sudamericano amante della buona tavola, dei piaceri della vita e autore di una vera e propria dichiarazione d’amore verso il pomodoro, pianta preziosa che si rende artefice di vita ed emozione. Ecco perché, per questa ricetta, ho pensato alle sue Poesie, ossia un sentiero di metafore e sensazioni che catturano tutti gli aspetti dell’esistenza e la tingono di diversi colori. Tra tutti, però, ho colto soprattutto il rosso: della passione, della lotta e, perché no, anche di questi spaghetti al pomodoro (cucinato nella gustosissima maniera confit).

Poesie

Titolo: Poesie
Autore: Pablo Neruda
Editore: Einaudi
Lunghezza: 150 pagine
Prezzo: 12,50 euro
Trama: Nato a Parral (Cile) nel 1904, morto a Santiago nel 1973, diplomatico di carriera, esule per lunghi anni, Pablo Neruda ha contrassegnato le diverse fasi del suo discorso di poeta con vitalità, irruenza, e con una ininterrotta tensione.
Questa raccolta, che uscí per la prima volta nel 1952, segna l’incontro tra la sua personalità e quella di Salvatore Quasimodo, l’uno e l’altro vigili, in quegli anni, ad una poesia che «testimoniasse» di una condizione dell’uomo calata nel reale. Oggi l’antologia poetica di Pablo Neruda, comprendente poesie di varie epoche e i brani più celebri del Canto general de Chile, ripropone un itinerario di vita e di sentimenti che, intessuto con la storia del nostro secolo, ci fa scoprire colorazioni forti e accese. 
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Alla ricerca del piatto perduto: Chicken “rosetta”

Chicken rosetta

Valentina Zanotto

Ingredienti (per un burger):
1 fetta di petto di pollo (piuttosto spessa)
1 uovo
2 cucchiai di latte
Semi di sesamo bianco q.b.
Pangrattato q.b.
Rucola
Scorza di limone
Pomodoro
1 panino (io ho utilizzato la rosetta)
Olio e.v.o.
Sale e pepe q.b.

Per la maionese allo zenzero:
1 uovo intero
1 tuorlo
Succo di limone
Zenzero (va bene anche in polvere)
Olio di semi q.b.

Preparazione:
Per prima cosa occuparsi della panatura del pollo. In un piatto mettere il pangrattato e i semi di sesamo (mescolandoli), nell’altro l’uovo fresco sbattuto, due cucchiai di latte, un pizzico di sale e di pepe. Passare il petto di pollo prima nelle uova, poi nel composto di pangrattato e semi di sesamo; ripetere così per una seconda volta. Non sarà necessario friggere il petto di pollo impanato, basterà scaldarlo qualche minuto per lato in una padella con un filo di olio.

Per la maionese allo zenzero mettere in un frullatore a immersione l’uovo, il tuorlo, il succo di limone, lo zenzero (un pezzetto privato della “buccia” se fresco, un cucchiaino se in polvere) e aggiungere a filo l’olio di semi. Per la buona riuscita della maionese è importante versare l’olio molto delicatamente, altrimenti rischierebbe di “impazzire”.

Tagliare una rosetta a metà e scaldarla per qualche istante su una piastra in modo da rendere croccante l’interno.

Per comporre la “chicken rosetta”: prima la parte sotto del pane, poi una manciata di rucola accompagnata con della scorza di limone, qualche fetta di pomodoro, il petto di pollo impanato e cotto in precedenza, infine un cucchiaio di maionese allo zenzero; chiudere con la parte sopra della rosetta e servire. Qualche patata al forno con la buccia renderanno questo panino ancora più gustoso.

Difficoltà:
Due forchette su tre (media)

Se fosse un libro:

Sa che cos’è un miracolo. Non è quello che disse Bakunin. Ma l’intrusione in questo nostro mondo di un altro mondo. Quasi sempre la nostra è una coesistenza pacifica, ma quando ci tocchiamo è il cataclisma. Come la chiesa, che odiamo, anche noi anarchici, crediamo in un altro mondo. Dove le rivoluzioni scoppiano spontaneamente e senza leader, e la disposizione dell’anima al consenso permette alle masse di agire insieme senza sforzo, automatiche come il corpo stesso. Eppure, señá, se mai una cosa simile succedesse in modo così perfetto, dovrei gridare al miracolo anch’io. Un miracolo anarchico. Come il suo amico. Anche lui è, esattamente e irreprensibilmente, la cosa contro cui noi combattiamo. In Messico il “privilegiado” è sempre, in una percentuale finita, redento… è uno del popolo. Non è miracoloso. Ma il suo amico, ammesso che non scherzi, per me è terrificante come un’apparizione della Madonna a un indiano.

Il classico fast food all’americana non poteva che essere abbinato a un romanziere americano. Di nomi ce ne sarebbero molti: da Philip Roth a Ernest Hemingway, da Don DeLillo a Francis Scott Fitzgerald, da Stephen King a Kurt Vonnegut; tra tutti, però, ho scelto Thomas Pynchon, personalità schiva e curiosa che ha dato origine a diversi acclamati romanzi, tra cui L’incanto del lotto 49. Se dovessi descrivere questo libro con un solo termine sarebbe “simbolico”, soprattutto per i significati nascosti e le strane allegorie che lo abitano. Il romanzo di Pynchon non è di facile lettura, e la storia della protagonista Oedipa – un nome non casuale, ma richiamo a Sofocle – è quasi un viaggio contorto nei meandri di un segreto che aspetta solo di trovare una soluzione definitiva (se mai ci fosse). Il lettore è trasportato all’interno di una trama indecifrabile come se dovesse lui stesso cercare una chiave interpretativa al “dramma” che sta leggendo, ma allo stesso tempo si perde. Non mancano sentimenti di paranoia e riferimenti all’Italia, per questo l’idea di una “chicken rosetta” che potesse abbracciare questi due diversi paesi.

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Titolo: L’incanto del lotto 49
Autore: Thomas Pynchon
Editore: Einaudi
Lunghezza: 174 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Oedipa Maas era una giovane casalinga californiana, laureata in letteratura inglese e moglie di un deejay radiofonico. Poi, un giorno, viene nominata esecutrice testamentaria, e tutto cambia. Una cospirazione mondiale, antica di secoli, getta la sua ombra sulla vita di tutti i giorni, sull’America solare e felice degli anni Sessanta, e lancia Oedipa sulla scia di un enigma impossibile. Torna a quarant’anni dalla pubblicazione questo romanzo cui si attribuisce la fondazione della letteratura post-moderna. Il romanzo è proposto in una nuova traduzione, firmata da Massimo Bocchiola.
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