Tag: STORIA D’AMORE

“Il caffè dei piccoli miracoli”: la ragazza con la borsa rossa

Il caffè dei piccoli miracoli è l’ultimo romanzo scritto da Nicolas Barreau, un autore francese che ormai da diversi anni esporta le sue commedie “in rosa” (La ricetta del vero amore, Gli ingredienti segreti dell’amore o Parigi è sempre una buona idea solo per citarne alcune) in giro per il mondo. Edito da Feltrinelli nel 2017, questa è la storia dell’inguaribile sognatrice Eleonore Delacourt – o più semplicemente Nelly – e del suo legame con il destino, un rapporto che vive e si sviluppa essenzialmente tra Parigi e Venezia (non a caso, le due città romantiche per eccellenza).

Da che ricordava, Nelly aveva sempre avuto paura. Paura che dietro le tende si nascondesse qualcuno pronto a farle del male, paura del buio, paura quando qualcuno ritardava, paura di essere abbandonata, paura di sbagliare un compito, paura dei ladri, paura di rimanere bloccata in ascensore, paura di aprire troppo il proprio cuore, paura di restare senza soldi, paura quando il telefono squillava in piena notte, paura che qualcuno si ammalasse all’improvviso, paura che un’onda gigantesca risucchiasse qualcuno, paura che succedesse qualcosa di brutto.

Ma per quale motivo tutta questa fragilità? Nelly, alla fine e non si sa come, riesce ad avere simultaneamente la testa tra le nuvole e i piedi saldamente ancorati a terra (letteralmente): non solo odia volare per una terribile tragedia che l’ha colpita, ma ha deciso di avere come stile di vita la lentezza, trovata in quella “dromologia” che approfondisce come assistente di filosofia all’università della Sorbonne di Parigi. 

Quando, a diciott’anni, Nelly si era trasferita a Parigi per studiare (si era iscritta a Filosofia e Italiano), aveva scoperto con gioia e un pizzico di soddisfazione che un filosofo francese – benché in un contesto diverso – si mostrava estremamente scettico all’idea di volare su un aereo. Quel filosofo era Paul Virilio, e i suoi concetti di immobilità e dromologia l’avevano conquistata all’istante.

Nella capitale francese, però, la 25enne Nelly ha incontrato sia gioie che dolori: se da un lato le soddisfazioni come studiosa e ricercatrice non tardano ad arrivare, dall’altro l’amore non corrisposto per il suo professore la getta in uno sconforto tale che solo un segno del destino a cui tanto si affida può farla ritornare in carreggiata. E’ proprio la lentezza che persegue a penalizzarla, fermamente convinta che sia meglio starsene ferma in attesa che gli eventi capitino piuttosto che andarseli a cercare. Ma spesso, si sa, sono proprio le convinzioni a fregare le persone, e lo stesso accade anche a Nelly, inevitabilmente travolta dall’ultima delle notizie che avrebbe voluto sentire e che riguarda proprio il suo grande amore – o forse è semplicemente disperata ammirazione – Daniel Beuchamps. 

Sarebbe stato logico che un giorno lei e Daniel Beauchamps fossero diventati una coppia. Aveva creduto fermamente che il tempo avrebbe lavorato per loro, aveva aspettato la sua occasione con tutta la pazienza di questo mondo. E poi era arrivata quell’italiana, che per inciso era anche fidanzata, ed era bastato un unico stramaledetto temporale per accendere la scintilla nel professore! La vita era ingiusta, punto. Non era necessario aver studiato filosofia per rendersene conto.

Ma quel destino bussa presto alla porta della ragazza, e ha le sembianze di una scritta – Omnia vincit amor – contenuta in un libro particolarmente importante per lei. I libri, del resto, sono sempre stati una parte integrante della vita di Nelly, non solo per merito della madre, ma anche della nonna che, come eredità “emozionale”, le ha lasciato dei volumi che contengono molto più di quanto hanno scritto nelle loro pagine. Ciò accade anche quando, in cerca di conforto, la ragazza riprende tra le mani un vecchio scatolone che contiene ricordi e testi impolverati. Solo uno, però, differisce dagli altri: cosa si nasconde dietro quel Validità dieci giorni di Toddi? La risposta a questa domanda può dargliela solo un viaggio a Venezia, una partenza improvvisa che sembra tanto una follia, ma che alla fine si rivelerà essere tutto ciò che Nelly stava cercando (e molto di più).

No, non poteva essere una coincidenza. Tra quel vecchio romanzo e l’anello doveva esserci un legame. E tra l’uno e l’altro si nascondeva una storia in cui sua nonna aveva avuto un ruolo. Ma quale? Cos’era successo nel maggio 1952 a Venezia?
“Venezia,” mormorò Nelly tra sé, e a un tratto le sembrò una parola magica che poteva cambiare tutto. Era davvero in un caso che dopo anni avesse trovato quel libro proprio ora, in un momento in cui aveva perso la bussola e aveva bisogno di coordinate? O invece era il segno che tanto tempo prima mamie aveva promesso di darle ridendo indulgente nella cucina di casa? Nelly giocherellò pensierosa con l’anello.
Strano, pensò. Strano. Strano. Strano.
E poi dentro di lei germogliò un pensiero che crebbe diventando sempre più grande, finché lo formulò a voce alta.
“Dovrei andare a Venezia,” disse Nelly.

Tra suggestive descrizioni artistiche che fanno venire voglia di partire anche al lettore e i tipici cliché dell’italiano visto con gli occhi dello straniero, l’autore onnisciente ci conduce – in maniera simpatica – in un percorso di ricerca in cui si può immaginare tutto e anche il suo contrario. Complice una borsa rossa e un incontro fortuito, infatti, la protagonista si ritroverà a fare i conti non solo con i segni del destino, ma anche con dei sentimenti che mai avrebbe pensato di provare lontano da casa. Tra una “calle” e l’altra, Nelly si apre alla vita e cerca di abbandonare definitivamente le sue insicurezze: in fondo, le paure non sono poi così grandi se al proprio fianco si ha una persona in grado di sgretolarle pian piano. Se da un lato la trama scorre un po’ veloce (anche contro gli stessi dettami di Paul Virilio) dall’altra invece il romanticismo d’altri tempi si mescola a una commedia rosa che si pone quasi sul piano del sogno e della magia piuttosto che della realtà. Ma tutto si permette, quando si tratta d’amore. A un certo punto, il tempo sembra perfino annullarsi, se non per ricordare a Nelly che la sua vacanza a Venezia, città rivelatrice e piena di sorprese, sta per concludersi. Ogni cosa, però, riconduce ancora una volta a quel libro a cui tutto ha dato inizio: lì, passato e presente si incontrano e due voci distinte (quelle della protagonista e della nonna Claire) dialogano tra loro come se fossero l’una il prolungamento dell’altra. Entrambe le storie d’amore sembrano procedere sugli stessi passi, ma il destino – sempre lui – pare avere in serbo destinazioni diverse.

Parole chiave:

  • Libri: svolgono un ruolo centrale nella storia e rappresentano il filo conduttore attraverso cui si muovono i personaggi. Interessante e suggestiva è anche la citazione a una delle librerie più famose di Venezia, un luogo da segnare assolutamente come promemoria in una visita alla città lagunare («La libreria Acqua Alta, in una piccola corte alla fine di calle Lunga Santa Maria Formosa, era un’incantevole baraonda in cui si sarebbe potuto rovistare per ore, e il proprietario un uomo gentile e affabile.»).
  • Arte: Il caffè dei piccoli miracoli è anche un piacevole viaggio nella cultura, complice la ricchezza di Venezia e gli interessi della protagonista. Certe descrizioni sono così evocative da riuscire perfino a immaginarle; segnatevi il nome “Flora”, la ninfa della “Primavera” del Botticelli, perché nulla è lasciato al caso, e se leggerete il romanzo ne capirete il motivo.
  • Tempo: in questo libro, passato, presente e futuro sembrano continuamente intrecciarsi, quasi nel tentativo di recuperare il giusto ordine. Se il passato è rappresentato dalla nonna Claire e dal suo “parlare” attraverso un libro, il presente e il futuro sembrano essere in mano alla stessa Nelly, l’unica in grado di ottenere delle risposte a quegli interrogativi che l’hanno fatta allontanare da Parigi.
  • Parigi/Venezia: l’asse su cui si sviluppa la storia, due città romantiche che offrono a Nelly spunti e stimoli diversi. Nella capitale francese, infatti, la ragazza sembra più orientata sul “dimenticare” (complice anche una cocente delusione), nella città italiana, invece, la parola d’ordine è più “ricominciare”.
  • Filosofia: quella studiata da Nelly nel suo dottorato di ricerca, ma anche di vita. Questo libro, però, ci dice che le convinzioni sono pronte ad essere completamente sbaragliate.

Voto: 3,5 segnalibri su 5

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Titolo: Il caffè dei piccoli miracoli
Autore: Nicolas Barreau
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 236 pagine 
Prezzo: 15 euro
Trama: Eléonore Delacourt ha venticinque anni e ama la lentezza. Invece di correre, passeggia. Invece di agire d’impulso, riflette. Invece di dichiarare il suo amore al professore di Filosofia alla Sorbonne, sogna. E non salirebbe mai e poi mai su un aereo, in nessuna circostanza. Timida e inguaribilmente romantica, Nelly adora i vecchi libri, crede nei presagi, piccoli messaggeri del destino, diffida degli uomini troppo belli e non è certo coraggiosa come l’adorata nonna bretone con cui è cresciuta, che le ha lasciato in eredità l’oggetto a lei più caro: un anello di granati con dentro una scritta in latino, “Amor vincit omnia”. Sicuramente, Nelly non è il tipo di persona che di punto in bianco ritira tutti i propri risparmi, compra una costosissima borsa rossa e in una fredda mattina di gennaio lascia Parigi in fretta e furia per saltare su un treno. Un treno diretto a Venezia. Ma a volte nella vita le cose, semplicemente, accadono. Cose come una brutta tosse e una delusione d’amore ancora più brutta. Cose come una frase enigmatica trovata dentro un vecchio libro della nonna, con accanto una certa citazione in latino.
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“Bibury’s Sweet” di Giuliana Tunzi

Bibury’s sweet, il romanzo di Giuliana Tunzi ed edito nel 2017, è tanto leggero quanto giovane. Scritto con uno stile piuttosto sbarazzino, questo libro ci dice che non sono le difficoltà a fermarci, bensì la mancanza di volontà. “Un amore dolce e impossibile a due passi da Londra” recita il sottotitolo, e per un inguaribile romantico non c’è niente di più bello che leggere di un sentimento contrastato che però riesce a trovare il suo lieto fine. Ma chi riuscirà a contendersi il cuore dell’energica protagonista? Elizabeth/Liz, infatti, oltre a essere una responsabile pasticciera, è anche una ragazza dall’animo molto fragile, forse un po’ troppo provato dalle delusioni d’amore per poter credere che esista davvero la persona giusta.

Carter era esattamente tutto quello che volevo fino al giorno prima, mi sembrava d’aver preso la scelta giusta lasciandoci. Ora però ero confusa, e di certo non perché Jude mi era stato vicino. Non avevo cambiato idea su di lui, né lo vedevo con occhi diversi. Non volevo riaprire una porta che avevo chiuso, ecco tutto.

In un paesino nei pressi di Londra che ricorda tanto le atmosfere magiche della Stars Hollow di Gilmore Girls, si muovono e si intrecciano le vite di tutti i protagonisti: oltre a Liz, troviamo l’affidabile Alice, Carter, Jude, ma anche Becca e Aaron, tutti quanti impegnati a rendere il romanzo piacevolmente “movimentato”. Liz e Alice non sono solamente delle ottime amiche, ma soprattutto delle inseparabili colleghe di lavoro: insieme gestiscono la pasticceria “Bibury’s Sweet”, un negozietto di dolci fatti in casa che rappresenta una meta sicura – e pure un rifugio – per tutti gli abitanti della vivace cittadina.

Ormai abituate al gelido inverno inglese, camminammo fino al nostro negozietto, il “Bibury’s Sweet”. Lo so, un nome un po’ scontato, ma non lo era quando decidemmo di diventare socie e aprirlo. Era l’unica pasticceria del paese e ne eravamo molto fiere. Scegliemmo di tingere le pareti di rosa e di bianco, per ricordare i marshmallow, e arredammo gli interni solo ed esclusivamente con mobili antichi, per rendere giustizia al nostro paese, dove il tempo sembrava essersi fermato. Somigliava a una deliziosa sala da tè.

La routine viene decisamente sconvolta quando a Bibury approda il londinese Jude Oldem, così (apparentemente) altezzoso da portare con sé il fare poco socievole della Capitale. Ma il ragazzo è molto diverso dai pregiudizi che gli vengono etichettati addosso: sarà proprio il clima familiare in cui si ritrova a vivere dopo un breve trasferimento con la madre, infatti, a far emergere il lato più tenero del suo carattere, facendogli conquistare non solo l’affetto e la complicità delle persone, ma anche una rivalsa agli occhi di Liz per il suo legame con la difficile e capricciosa sorella Becca. “Mi sono ripromessa di odiarlo” sembra però dire orgogliosamente la protagonista, ma tra fuochi d’artificio, feste di ballo e gustose fette di torta, la ragazza dovrà rivedere un po’ i suoi piani. Alla fine, non si può resistere al fascino magnetico di chi pensiamo di detestare, né tantomeno siamo noi a decidere da cosa veniamo attirati.

Mi sedetti e rimasi in silenzio per il tempo che restò, imbarazzata da quanto era appena successo. Lo fissai di tanto in tanto, ma lui non mi guardò nemmeno un istante. Era rilassato, a suo agio. Mi odiava e pareva allo stesso tempo il contrario. Io stessa non sapevo cosa pensare.

In una trama che percorre tutte le sfumature dell’amicizia e dell’amore, la giovane protagonista si ritroverà faccia a faccia con dei sentimenti che mai avrebbe voluto provare, ma da cui inevitabilmente viene travolta. Cosa nascondono, però, Jude e la sua famiglia? Il segreto è sicuramente un altro elemento importante di questo romanzo. Magari la risposta si trova proprio nel prologo della storia, decisamente anomalo e spaventoso se pensiamo alla dolcezza d’insieme di Bibury’s Sweet. Se il lettore è diviso sin dall’inizio tra la “stabilità” di Carter e la loquacità di Jude, ben presto si renderà conto che il mistero non accompagnerà solamente il ragazzo londinese, ma molto di più, complice anche quell’incipit piuttosto curioso che pone tutta la trama – prettamente romantica – quasi sul piano di un thriller. 

Il rumore del trapano mi fece rinsavire, assordandomi. Aprii gli occhi e mi ritrovai legata a terra, mani e piedi. Un bavaglio mi impediva di urlare. Era tutto buio intorno, e dedussi di trovarmi ancora in quella casa stregata. Una mano mi afferrò dai piedi e mi trascinò sul pavimento freddo per un breve tratto. Ero ancora stordita e nella stanza regnava il buio, contrastato da poche lucine fioche. Eppure nell’ombra, intravidi l’uomo che mi aveva intrappolata.

Non bisogna dimenticare però che l’amore trionfa su tutto e, come un dolcetto o una fetta di torta, è in grado di mitigare gli animi di tutti. Ma quale sarà il prezzo che i due amanti dovranno pagare per uscire allo scoperto? La verità sa essere tanto generosa quanto crudele, proprio come questo libro dagli ingredienti un po’ dolci e un po’ amari.

Parole chiave:

  • Fiducia: in se stessi e negli altri; per quanto sia difficile “affidarsi” a qualcuno è il coraggio di lasciarsi andare (ancora) la migliore cura per i vecchi mostri del passato.
  • Amore/odio: i due sentimenti cardine del romanzo, mescolati come un “impasto” fatto di equivoci e personalità solo apparentemente contrastanti. Come in una ricetta, però, sono proprio gli ingredienti dosati nel modo giusto a rendere il risultato perfetto.
  • Maturazione: la cosa incredibile dei personaggi di Bibury’s Sweet è che non sono gli stessi dall’inizio alla fine. Maturano, si modificano in meglio, in primis Becca (che, detto sinceramente, avrei tanto voluto strozzare!).
  • Magia: non quella di Harry Potter, ma quella che avvolge la bellissima cittadina di Bibury e la anima di un’atmosfera speciale, così tanto da far desiderare al lettore a prendere cittadinanza lì.
  • Destino: più volte è chiamato in causa nel romanzo, quasi sempre per sfidarlo. È possibile vincere contro i fatti che sembrano remare contro i desideri dei protagonisti? Fortunatamente sì, soprattutto perché niente è scritto in maniera indelebile.    

Voto: 3,5 segnalibri su 5

Bibury's Sweet - Giuliana Tunzi

Titolo: Bibury’s Sweet
Autore: Giuliana Tunzi
Editore: Createspace Independent Pub
Lunghezza: 330 pagine
Trama: Dall’autrice di Empty, il potere, l’affascinante e tormentata storia d’amore tra Elizabeth Miller e Jude Oldem. A fare da cornice, la deliziosa pasticceria “Bibury’s Sweet” e la cittadina inglese di Bibury, tanto romantica quanto rumorosa, i cui abitanti fanno da coro, affatto tragico e invece spumeggiante e divertente, ad ogni avventura. Non lontano da una Londra lussureggiante e sfarzosa, peripezie d’ogni sorta e mille vicissitudini osteggiano l’amore segreto dei due protagonisti: riusciranno a vincere e ribaltare il loro ineluttabile destino?
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“La lettera segreta”: un viaggio (d’amore) che sfida il destino

La lettera segreta di Chloé Duval è un romanzo del 2017, pubblicato da Garzanti, che ho scoperto “piacevolmente” per caso, proprio mentre ero alla ricerca di qualcosa di non troppo impegnativo da leggere. La trama è all’apparenza molto semplice, ma anche piuttosto intrigante: immaginate di ricevere nella cassetta delle lettere, come accade alla protagonista Flavie, una corrispondenza non destinata a voi; non la solita bolletta da pagare, ma qualcosa di importante che riguarda una dichiarazione d’amore non andata a buon fine. Ecco, cosa fareste? Probabilmente vorreste consegnarla subito al legittimo proprietario, comincereste a fare dei “film mentali” immaginando chissà quale scenario, vi informereste su luoghi e persone. Insomma, vi comportereste proprio come Flavie.

Il mistero racchiuso in quella lettera stuzzicava la mia curiosità storica e la mia immaginazione di romanziera, il cervello che cominciava già a costruire teorie e scenari… E se, malgrado tutto, lui non si fosse arreso? E se si fossero ritrovati? Oppure, al contrario, se non si fossero mai più visti? E se il destino e un capriccio della posta avessero separato per sempre due anime gemelle?
Delicatamente ripiegai la lettera, la infilai di nuovo nella busta e la deposi come un oggetto prezioso in un cassetto della scrivania. Poi spensi il computer, senza nemmeno aprire il file del romanzo.
Sapevo che quella sera sarebbe stato inutile. Non avrei scritto. La mia immaginazione volava verso altri cieli.
Verso le storia di Lili e del suo misterioso E.

Quella busta misteriosa e ingiallita dal tempo, infatti, proviene dal lontano 1971 ed è tutt’altro che positiva: parla di un’amore finito, quello tra Erwan e Amélie, ma soprattutto descrive l’inderogabilità del destino. Per ogni cosa, però, c’è una soluzione, e Flavie è disposta a tutto pur di trovarla, perfino a viaggiare nel sud della Francia nel tentativo di ricucire tutti gli sbagli e gli strappi causati da un ingiusto passato. In una storia in cui i sentimenti si mescolano al tempo, la professoressa (e anche scrittrice) Flavie non scopre solamente la sua voglia di mettere per iscritto quanto sta scoprendo attraverso il tenero Erwan, ma anche delle emozioni che temeva di non riuscire a provare più. É proprio l’affascinante Romaric, infatti, l’autore di questa piccola rinascita, una combinazione tra buone maniere e carattere deciso.

Lo guardai negli occhi, cercandovi conferma che i miei timori erano infondati, che quel gusto amaro in bocca non aveva ragione d’essere.
Che la nostra storia non sarebbe finita lì.
Ma, nel mio intimo, ero consapevole che lui non poteva farmi quella promessa. Che a volte nemmeno le migliori intenzioni erano sufficienti. Mi rendevo dolorosamente conto che ciascuno di noi si era costruito una vita che lo appagava e alla quale sarebbe stato difficile rinunciare: Rom aveva la fattoria, i cavalli, sua sorella e suo zio; io avevo la mia casa, i miei allievi, mio padre e le mie amiche. Due vite, due realtà diverse che ci separavano dopo averci avvicinati.

La storia di Erwan e Amélie si mescola con quella di Flavie e Romaric, ma entrambe riusciranno ad avere il loro lieto fine? Quello che è certo è che la protagonista sembra vivere costantemente tra passato ed immaginazione, cioè tra quello che la sua attività di insegnante di Storia e Geografia le ha dato per indole e quello che, invece, la sua mente da aspirante scrittrice di romanzi rosa le fa creare.

«La vostra storia mi ha appassionata. Ci pensavo di continuo, volevo sapere. Volevo anche scriverla, perché ero convinta che fosse bella, anche se mancava il lieto fine. E…» Esitai.
«Sì?» Insistette Erwan.

«Ebbene, confesso che mi vedevo già come l’artefice del vostro ricongiungimento. Sì, lo so, era un po’ presuntuoso da parte mia, ma non potevo impedirmi di sperare… Sperare di fare qualcosa di buono, di positivo. Rendere felici delle persone, una volta nella vita.»

In questo romanzo leggero e anche un po’ frizzante, il tempo non passa per curare e cancellare le ferite di un passato doloroso, piuttosto per rimarcare un ricordo che è ancora prepotentemente presente nella testa e nel cuore del caro Erwan, ma anche di una Flavie che non vuole cedere alle difficoltà del destino e delle distanze. Se l’attesa di 43 anni ci proietta un po’ nella paziente storia d’amore che vivono anche Florentino Ariza e Fermina Daza in L’amore ai tempi del colera, d’altra parte non bisogna affatto dimenticare la determinazione che conduce la protagonista alla ricerca di un amore per niente dimenticato, ma solo momentaneamente “in sospeso”. Sullo sfondo delle campagne francesi attraversate dalla brezza estiva, infatti, si muovono anche la speranza e la ricerca di un senso della vita che non sono destinati a durare quanto una “piccola vacanza”, ma per l’intera esistenza. In questo viaggio nel tempo, è proprio il “tempismo” a giocare un ruolo fondamentale: possono una famiglia appena conosciuta e una gita fuori porta lontana dalla quotidianità fare sentire se stessi e a casa? Flavie e questa lettura sembrano avere la risposta.

Parole chiave:

  • Amore: quello “paterno”, quello “amicale”, quello “familiare”, quello “speranzoso”, quello “eterno”. Insomma, presente in ogni sua forma e destinato ad avvolgere il lettore con il suo calore.  
  • Lavoro a maglia: Flavie è una “sferruzzatrice” appassionata e, come tale, il suo lavoro a maglia fatto in compagnia delle sue fidate amiche può essere paragonato alla storia di cui è protagonista. Filo dopo filo, gesto dopo gesto, la ragazza costruisce una trama fatta di speranza e sentimento.
  • Romanzo: quello che vorrebbe scrivere la protagonista Flavie, alla ricerca di una storia d’amore che la ispiri, e che, inconsapevolmente, vivrà anche sulla propria pelle. Ma, alla fine, riuscirà nel suo intento di mettere per iscritto tutto il turbinio di sentimenti che si troverà a vivere?
  • Passato/presente: una dicotomia che attraversa tutto il testo e che rivive nei personaggi di Erwan e Amélie. Entrambi, in un certo senso, rappresentano anche la proiezione di Flavie e Romaric, destinati a rivivere lo “sciagurato” destino, ma con il potere di poterlo anche cambiare.
  • Curiosità: è proprio quest’ultima a condurre Flavie nel viaggio che cambierà per sempre la sua vita. Se avesse ignorato quella lettera le cose sarebbero sicuramente diverse, ma è proprio la sua anima da “romanziera” a spingere la protagonista a cedere a quella corrispondenza che la sta chiamando dal passato per rimettere nel giusto posto tutti i tasselli.

Voto: 5 segnalibri su 5

La lettera segreta - C. Duval.jpg

Titolo: La lettera segreta
Autore: Chloé Duval
Editore: Garzanti
Lunghezza: 224 pagine
Prezzo: 16,90 euro
Trama: Può la lettera di uno sconosciuto cambiarti la vita? È quello che si chiede Flavie quando si vede recapitare una busta misteriosa datata 1971. Una busta arrivata con quarantatré anni di ritardo. Non ha idea di chi possa essere Lili, la destinataria. Eppure la curiosità è così forte che Flavie decide di aprirla. Il contenuto, scritto a mano in una calligrafia elegante, la sorprende: perché quelle righe le ricordano i romanzi che ama scrivere. Quelle righe nascondono una storia d’amore in cui un uomo supplica Lili di raggiungerlo e di sposarlo. Un uomo che si firma solo con E. Flavie non ha altri indizi. Non altre informazioni se non una richiesta fatta con il cuore che forse non è mai stata ascoltata. Forse quelle parole, perse nel vento, hanno modificato il destino di due persone per sempre. Flavie deve trovarle. Deve sapere se sono state divise tutti questi anni da una lettera mai arrivata. Perché ha bisogno di credere anche lei che possa esistere qualcosa più forte di tutto. Più forte del tempo, degli sbagli, delle scelte, degli imprevisti. Qualcosa che Flavie ha trovato solo nei romanzi, mai nella realtà. La ricerca la porta nel Sud della Francia, dove scopre che forse non tutto è perduto. Che forse è ancora possibile riannodare i fili spezzato del passato. Perché ci sono amori che non si possono dimenticare. Ci sono emozioni che cambiano ogni cosa. E Flavie, trascinata da quello che la lettera le ha rivelato, è pronta finalmente a viverle.
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“Edmund Brown” di Simone Toscano

Edmund Brown non è solamente il titolo del romanzo scritto da Simone Toscano, un autore emergente romano che ha deciso di buttarsi in questa avventura durante una giornata di maggio del 2014, ma è anche il nome del protagonista che prende vita attraverso la sua penna. Quest’ultimo, fin dalle prime righe, viene presentato come un ragazzo semplice, responsabile e legato a una normalità che lo fa vivere e lavorare come qualsiasi altra persona farebbe; insomma, nulla da obiettare, almeno fino a quando non si legge questa frase:

«Mi chiamo Edmund, ho trent’anni e ho un segreto.»

Edmund “sembra” condurre una vita tranquilla: le sue giornate si dividono tra il suo lavoro come barista al “BJ Restaurant Bar” di Castrol e i pranzi dalla tenera nonna Margaret a cui è molto legato. Ma l’apparenza inganna, e il lettore sembra accorgersene man mano che la trama evolve nel suo crescendo. Edmund – per gli amici soltanto Ed – nasconde qualcosa: fin da quando era un ragazzino, infatti, deve convivere con delle incontrollabili visioni di morte che vedono come protagonisti le persone che gli stanno accanto o coloro che sfiora semplicemente con un tocco.

«A volte ho dei lampi, vedo delle cose. Passo vicino a una persona, e ricevo dei flash dal futuro. Non è sempre chiaro, quello che so per certo è che posso vedere come morirà una persona.»

L’interrogativo che Simone Toscano ci propone è evidente: come sarebbe la nostra vita se un bel giorno scoprissimo di avere un “potere” simile a quello del suo protagonista? Riusciremmo a gestirlo senza esserne sopraffatti? Anche Edmund Brown se lo chiede: ci prova, sembra demordere, ma poi alla fine ci crede, comincia a convincersi che tutto questo possa essere in qualche modo utile. Passa dal percepirlo una maledizione a considerarlo un dono, qualcosa per aiutare le persone come una sorta di missione. Ma prima di arrivare a questo, vive un travaglio personale che lo fa dubitare di ogni cosa, perfino di se stesso. Il suo tormento parte da lontano, da un fatto che non può e non potrà mai lasciarsi alle spalle, ossia la morte prematura dei suoi genitori quando aveva solo dieci anni. Questa tragedia, però, non lo ha fermato né gli ha impedito di sorridere ancora: se da una parte, infatti, l’affetto della cara nonna lo ha sempre spronato a credere che le difficoltà fortifichino anziché abbattere, dall’altra la conoscenza dell’inaspettata (ed incredibile) Lisa gli darà la possibilità di amare ancora.

«Se in qualche strano modo, fossi a conoscenza dell’esatto momento in cui quel dato disastro avverrà e fossi l’unica a poter tentare di intervenire anche se questo potrebbe esporti a dei rischi e farti fare delle cose… diciamo così… delle cose che non credevi di poter mai fare… interverresti?»

Tutto ha origine quando Ed era ancora piccolo, tra i banchi di scuola, con la visione di morte che coinvolge un suo amichetto. Da lì comincia a capire che il suo corpo è diverso dagli altri, ha qualcosa in più: il suo “dono/maledizione”, così, cresce e si sviluppa insieme a lui portandolo in stati di trance che lo fanno entrare in contatto con cose che non vorrebbe affatto vedere. È giovane, ma non per questo non incontra malattie, incidenti e vecchiaia: se da un lato tutto questo lo spaventa così tanto da non volerlo rivelare a nessuno, dall’altro comincia a maturare in lui il pensiero di come usare (a suo favore e in favore degli altri) tutto ciò che gli accade. Vorrebbe tanto uscire allo scoperto, ma la paura di sembrare un folle è troppo grande. Cosa fare, però, se la morte riguarda proprio chi non dovrebbe affatto toccare? Ecco, allora, che il romanzo cambia il suo risvolto e la maledizione che da sempre lo ha accompagnato come un ospite indesiderato si trasforma in qualcosa in grado di poter salvare la vita di chi gli sta a cuore.

«Il mio era un dono, e non usarlo solamente per paura di quello che poteva mostrarmi era puro egoismo.»

Le persone che accompagnano il protagonista nel suo percorso, insieme alla nonna, sono Big Jym Rodd e Lisa, rispettivamente padre e figlia. Il primo, oltre ad essere il titolare del “BJ Restaurant Bar”, ossia il locale dove il protagonista lavora, è anche un uomo piuttosto burbero che non manca, però, di mostrare i suoi lati teneri. Come Edmund, anche lui ha subito delle perdite importanti e la tragedia della morte del figlio Carl è una cosa che lo ha angosciato così tanto da avergli fatto pensare anche al suicidio. Sarà Lisa, però, a dare a Edmund la spinta decisiva per cambiare fino a diventare una persona migliore e consapevole delle sue capacità. La sua presenza è come un segno a matita prima leggero e poi sempre più marcato: non solo acquisirà uno spazio sempre più grande nella trama, ma riuscirà a farsi largo perfino nel cuore tormentato di Ed.

«Sappiamo che dobbiamo morire dal momento in cui veniamo al mondo; sappiamo che le persone intorno a noi, quelle che fanno parte della nostra routine quotidiana, un giorno usciranno di scena. Ogni voce a noi nota un giorno smetterà di parlare. Ogni cuore smetterà di battere. Sappiamo tutto questo da sempre, eppure quando la morte arriva realmente restiamo stupiti, colpiti e sorpresi; abbiamo l’espressione di chi dice “Così non vale! Non era nei patti!” ma è nei patti da sempre.»

Ritornando all’inizio, è inevitabile sottolineare quanto già scritto: Edmund Brown non solo è un promettente romanzo dalla trama inaspettata e significativa, ma rappresenta anche il perfetto connubio tra fantascienza, thriller, bildungsroman, storia d’amore e legami solidi che non riguardano solamente il protagonista, ma anche le persone che ruotano attorno a lui. In un certo senso, non è un caso che sia un prete fuori dalle righe, ossia il Pastore Richard, a comprendere più di tutti il protagonista, addirittura prima ancora che si capisca lui stesso: è proprio l’aspetto anormale a mettersi nella condizione di accogliere quel potere fuori dal comune.

«Quel prete strano, amato e odiato dalla comunità, che usava un gergo esageratamente strambo, che sembrava un incrocio tra un moschettiere, uno squilibrato e Martin Lutero e che aveva quasi sempre gli occhi arrossati dall’alcool. Era come se quello sguardo potesse entrare dentro di me e finire per illuminare quello spazio della mia mente e della mia anima dove custodivo tutta la verità sul mio dono.»

Simone Toscano inserisce tutto questo (e altre tematiche) in una trama che è raccontata in maniera incalzante e decisa, senza troppi fronzoli, attraverso uno stile di scrittura semplice che, però, non manca di dividersi tra serietà e battute di spirito. Sicuramente è il finale quello che sorprende di più, quando anche l’azione subentra in una storia fatta di consapevolezza, redenzione e coraggio. Mi piace pensare a questo romanzo come a una sorta di traguardo personale: pur non conoscendo l’autore di persona, ho percepito nella sua scrittura un po’ della sua vita, quasi come se quel Edmund Brown: Capitolo 1 contenuto nella storia fosse anche un po’ il risultato della sua volontà, non solamente quella del protagonista.

«Lisa si voltò verso di me e mi chiese “Ed, ma il libro che stavi scrivendo? È…” “Uscirà il 10 gennaio, tesoro” la interruppi dolcemente. “E di cosa parlerà?” mi chiese curiosa. “Di me, del mio dono. E’ la storia della mia vita. E ci sei pure tu, biondina”.»

L’autore probabilmente non avrà lo stesso dono della sua “creatura” Ed, ma quello che sicuramente possiede è la capacità di aver dato origine a una storia in cui è impossibile non sentirsi coinvolti, a maggior ragione grazie all’ambientazione “straniera” che non crea un effetto di spaesamento, piuttosto di fascinazione. Se avete bisogno di leggere un romanzo che non vi aspettate e che vi fa chiedere di continuo “adesso chissà cosa succede?”, Edmund Brown sta chiamando anche voi. 

Parole chiave:

  • Destino: entra in gioco soprattutto per rendere Edmund sempre più consapevole di quello che può fare con il suo “dono”, soprattutto in relazione agli altri. Ma anche per il fatto che nel romanzo sembra proprio il destino a muovere gli avvenimenti dei personaggi.
  • Punizione/dono: il grande interrogativo che abita la mente di Edmund Brown. Fino a che punto una visione può essere considerata qualcosa di positivo o negativo? Nei suoi panni, avremmo reagito nella stessa maniera? Il bello di questo romanzo è anche quello di essere in grado di far riflettere il lettore sul suo livello di versatilità a certi “problemi”. Ma come spesso accade anche oggi, sono proprio quei problemi che tendiamo a classificare come “punizioni” a renderci speciali.
  • Divisione: leggendo il romanzo, sembra quasi ci sia una linea trasparente che divide in due la trama. Nella prima parte, infatti, il protagonista Ed si trova a fare i conti con qualcosa che sembra non volere, mentre nella seconda, complice anche l’appoggio delle persone che ha accanto, il suo “dono” diventa il motore che muove ogni suo gesto.
  • Temi: questo libro è in grado di convogliare su di sé un gran numero di tematiche, dalla morte alla malattia, dagli abusi agli inganni, dalla giustizia all’amore (in tutte le sue sfumature).
  • Metalibro: anche in questo caso, la presenza di un libro nel libro non fa altro che rendere la trama ancora più interessante. Se da una parte, infatti, Simone Toscano scrive di Edmund Brown, nello stesso modo anche Ed sente il bisogno di scrivere di se stesso con quel libro che prende vita una notte aprendo Word.

Voto: 5 segnalibri su 5

Edmund Brown - Simone Toscano

Titolo: Edmund Brown
Autore: Simone Toscano
Editore: Youcanprint Self-Publishing
Lunghezza: 160 pagine
Prezzo: 10 euro
Trama: Come vive un uomo costretto a sapere, a volte anche con decenni di anticipo, come e quando moriranno le altre persone? Com’è stare in ufficio, passare un documento al collega di fianco, e di colpo cadere in trance e vedere la morte futura di quell’uomo? Assistervi impotente, come in un orribile incubo. Prevedere come morirà il prossimo; se di una morte violenta, se di una malattia. Se ancora giovane, se molto vecchio. Come si può vivere con un oscuro segreto del genere senza impazzire? Senza cercare aiuto? Tutti cercano di non pensare alla morte, di ingannare le proprie esistenze con un giusto mix di impegni e felicità, cercando il più possibile di non pensare all’inevitabile momento in cui la fine arriverà per loro stessi o per le persone a loro care. Tutti, tranne Edmund Brown. Edmund Brown vive nella piccola comunità di Castrol, dove lavora come barista/barman alle dipendenze del burbero Jym Rodd. Ha 30 anni e convive con le agghiaccianti “visioni di morte” da quando era bambino. Ma la fragile barriera di normalità che ha costruito attorno al suo segreto sta per crollare.
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“Non lasciarmi”: i cloni con un destino già scritto

“Commovente e visionario”: così è stato descritto Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro, un romanzo ucronico edito nel 2005 e meglio conosciuto con il titolo originale di Never let me go. La trama ci immerge fin da subito negli anni Novanta e in un mondo che sembra essersi proiettato completamente verso gli esperimenti genetici e il prolungamento della vita; Kathy, Ruth e Tommy, i protagonisti della storia, frequentano e crescono in un college di Hailsham, una scuola completamente isolata dagli stimoli esterni.

Tutto ciò potrà anche sembrare sciocco, ma dovete ricordare che per noi, in quel periodo della nostra vita, qualunque luogo al di là dei confini di Hailsham era un paese fantastico; possedevamo solo nozioni molto vaghe del mondo fuori, e di ciò che fosse o non fosse possibile in quel mondo.

C’è solo una particolarità: loro non sono affatto dei ragazzini “normali”, ma dei cloni che, proprio come il vento che indirizza i capelli e l’albero nell’evocativa fotografia di Laurence Dutton raffigurata in copertina, sono obbligati a seguire il destino che è stato riservato loro senza opporvisi, quello di diventare dei donatori di organi.

Voi siete… speciali. Il fatto di avere cura di voi stessi, di mantenervi sani dentro, è molto più importante per ognuno di voi di quanto lo sia per una come me.

La scuola, nel romanzo, svolge davvero un ruolo fondamentale: oltre a crescerli e a educarli al loro “scopo”, è anche il luogo in cui viene mostrata loro l’importanza della creatività. L’arte, in questo percorso di crescita che ricorda tanto un bildungsroman, è la sola cosa in grado di dimostrare la presenza di un’anima, ma rappresenta anche il biglietto da visita principale per poter essere accettati in quella sorta di società “panottica” dove i ragazzi vengono continuamente sorvegliati e ascoltati anche nelle loro più intime conversazioni (l’unico momento in cui sembrano essere liberi è quello del pranzo dove le voci, nella mensa, sembrano confondersi l’una con l’altra).

La maggior parte delle volte, la considerazione in cui ognuno di noi veniva tenuto a Hailsham, quanto si veniva apprezzati e rispettati, era determinato dal proprio livello di “creatività”.

Le tre parti in cui è strutturato Non lasciarmi rappresentano anche lo scorrere del tempo che attraversa le vite di Kathy, Ruth e Tommy, conducendoli lentamente dall’ingenuità dell’infanzia fino alla consapevolezza della loro età adulta. E’ proprio durante la loro fase intermedia, ovvero nel periodo in cui si trovano nei cottages lontani dalla sorveglianza dei loro insegnanti, che scoprono i primi turbamenti emozionali, ma anche la loro identità e la loro indole. La presenza del fattore empatico, ma anche di sentimenti quali la paura, la rabbia e la perdita, rappresenta forse l’aspetto più significativo di tutto il romanzo. Qui, infatti, l’interiorità non solo è affidata a dei cloni, ma il loro destino appare così inesorabilmente scritto da apparire tragico: la loro voglia di poter vivere normalmente rappresenta un desiderio che non può essere esaudito e l’unica ambizione a cui possono aspirare è prolungare il periodo prima di incominciare il percorso di donazione degli organi che li porterà a un lento deperimento fisico e psicologico. Kathy, Ruth e Tommy non sfuggono affatto alla loro condizione, e probabilmente è proprio questa loro “non ribellione” di fronte alla scadenza della vita che li rende più simili agli umani di quanto pensano. Non solo per quanto riguarda il loro corpo, ma anche (e soprattutto) per i dispiaceri che in un vissuto possono capitare: è il caso, per esempio, della storia d’amore che attraversa delicatamente tutta la storia e che riguarda Kathy e Tommy, separati inizialmente dalla mancanza di coraggio e dopo, quando finalmente possono lasciarsi andare ai loro sentimenti, da una fine ineluttabile.

Pensavo ai rifiuti, alla plastica che sventolava tra i rami, alla linea di strane cose intrappolate lungo il reticolato, e allora chiusi quasi gli occhi e immaginai che quello fosse il punto dove tutto ciò che avevo perduto dagli anni dell’infanzia era stato gettato a riva; adesso mi trovavo lì, e se avessi aspettato abbastanza, una minuscola figura sarebbe apparsa all’orizzonte in fondo al campo, e a poco a poco sarebbe diventata più grande, finché non mi fossi resa conto che era Tommy, e lui mi avrebbe fatto un cenno di saluto con la mano, forse mi avrebbe chiamata. La fantasia non andò mai al di là di questa immagine – non glielo permisi – e sebbene le lacrime mi rotolassero lungo le guance, non singhiozzavo né mi sentivo disperata. Aspettai un poco, poi tornai verso l’auto e mi allontanai, ovunque fossi diretta.

Se dovessi trovare una definizione per questo romanzo probabilmente sarebbe “tragicamente bello”, soprattutto per il modo delicato con cui Ishiguro ha deciso di raccontare la storia d’amore tra dei cloni perennemente ostacolati dalle circostanze esterne e dal destino che sembra remare contro i sentimenti, ma non contro la fine della “vita”. Ho sempre tifato per Tommy e Kathy fin dalle prime pagine, mentre ho detestato Ruth per il suo egoismo e per il suo carattere, a tratti decisamente lontano da quello che una amica dovrebbe avere. La storia incomincia come un grande diario («Mi chiamo Kathy H. Ho trentun anni, a da più di undici sono un’assistente. Sembra un periodo piuttosto lungo, lo so, ma a dire il vero loro vogliono che continui per altri otto mesi, fino alla fine di dicembre») e in un certo senso, con questa scelta, sembra che Ishiguro voglia farci entrare nel mondo segreto e chiuso di Hailsham come se fossimo degli ospiti con un permesso “speciale”, proprio come speciali appaiono i protagonisti attorno a cui si concentra e ruota tutta la trama. Il finale probabilmente è quello che più mi ha lasciato con l’amaro in bocca: se da un lato non mi ha affatto stupito, dall’altro speravo e pensavo dentro di me che il lieto fine sarebbe stata la cosa più giusta per una storia costellata continuamente da perdite e separazioni. Consiglio questo libro a chi vuole leggere una storia d’amore contrastata, ma anche a chi è alla ricerca di un romanzo che non è solo questo; sebbene l’inizio sia un po’ lento nel proseguimento della narrazione, la scrittura di Ishiguro appare ricca e articolata, per niente confusa. La trama è un susseguirsi di vicende che accompagnano il lettore nella crescita dei protagonisti – nel bene e nel male – anche se la predestinazione della vita fa pensare che, alla fine (almeno, in questo romanzo), sia il corpo a vincere decisamente sul sentimento.

Parole chiave:

  • Cloni: quello che sono Kathy, Ruth e Tommy; l’aspetto particolare è che il lettore non lo scopre subito dalle prime pagine, forse perché Ishiguro sceglie di lasciare una sorta di “normalità” durante tutta la prima parte della storia. Sono prima tre bambini, poi tre adolescenti e alla fine tre adulti; la vita li avvicina, li accumuna, li separa e poi li riunisce ancora una volta, ed il loro legame appare sempre centrale e profondo per tutta la trama, nonostante gli alti e bassi.
  • La “scuola”: Hailsham rappresenta fin dall’inizio di Non lasciarmi un meccanismo di controllo in cui tutti i ragazzi presenti hanno pochissimi momenti di libertà e vengono continuamente sorvegliati ed “educati” alle regole del luogo. Questo sistema è una sorta di micro-società in cui agli “alunni” viene offerto un surrogato di crescita e formazione, mentre il mondo esterno è dipinto come qualcosa di pericoloso da cui stare debitamente alla larga. Per quanto riguarda questo ultimo aspetto, è impossibile non pensare al simbolo che rappresenta il “bosco” (uno spazio esterno) per i ragazzi della scuola, ovvero un luogo proibito in cui non è possibile andare perché «si raccontavano ogni genere di storie terribili su quel luogo».
  • L’angolo dimenticato: si trova nel Norfolk ed è descritto come qualcosa di “fantastico” e importante per la trama stessa, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo della storia tra Kathy e Tommy. Esso non è altro che un negozio della nostalgia, della storia passata, poiché si dice che in quel luogo finiscano tutti gli oggetti smarriti del paese. E’ stato proprio durante il viaggio alla ricerca di una cassetta (a cui era molto affezionata Kathy) che i due ragazzi capiscono che tra loro c’è molto più di una semplice amicizia, piuttosto un legame profondo che, però, a causa di diversi fattori, sarà destinato a compiersi solo dopo molto tempo.
  • Varietà di generi: Non lasciarmi è, in primis, un romanzo, una distopia ed una ucronia, ma procedendo con la lettura si scopre anche essere molto altro: un diario, un flashback, un dramma, una ricerca di identità, un progetto scientifico, un romanzo di formazione, una storia d’amore delicatissima; tutto questo in 291 pagine.
  • Amore: compare all’inizio in maniera leggera, quasi sfumata, per poi occupare gran parte della trama verso la fine del romanzo. 

Voto: 4,5 segnalibri su 5

Non lasciarmi - Ishiguro

Titolo: Non lasciarmi
Autore: Kazuo Ishiguro
Editore: Einaudi
Lunghezza: 291 pagine
Prezzo: 13 euro
Trama: Kathy, Tommy e Ruth vivono in un collegio, Hailsham, immerso nella campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani, e crescono insieme ai compagni, accuditi da un gruppo di tutori, che si occupano della loro educazione. Fin dalla più tenera età nasce fra i tre bambini una grande amicizia. La loro vita, voluta e programmata da un’autorità superiore nascosta, sarà accompagnata dalla musica dei sentimenti, dall’intimità più calda al distacco più violento. Una delle responsabili del collegio, che i bambini chiamano semplicemente Madame, si comporta in modo strano con i piccoli. Anche gli altri tutori hanno talvolta reazioni eccessive quando i bambini pongono domande apparentemente semplici. Cosa ne sarà di loro in futuro? Che cosa significano le parole “donatore” e “assistente”? E perché i loro disegni e le loro poesie, raccolti da Madame in un luogo misterioso, sono così importanti? Non lasciarmi è prima di tutto una grande storia d’amore. È anche un romanzo politico e visionario, dove viene messa in scena un’utopia al rovescio che non vorremmo mai vedere realizzata. È uno di quei libri che agiscono sul lettore come lenti d’ingrandimento: facendogli percepire in modo intenso la fragilità e la finitezza di qualunque vita.
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