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“La svastica sul sole”: quando la Germania e il Giappone hanno vinto la Seconda guerra mondiale

Come sarebbe il mondo se la Seconda guerra mondiale fosse stata vinta dalla Germania e dal Giappone? Questo è l’interrogativo che sta alla base della realtà immaginata da P. K. Dick nel suo romanzo, del 1962, La svastica sul sole (anche conosciuto con il nome The Man in the High Castle o ancora L’uomo nell’alto castello). Un testo che, oltre a rappresentare un caposaldo della letteratura fantascientifica, ha anche dei risvolti piuttosto moderni che non smettono mai di stimolare il dibattito che contrappone history e science fiction. 

Bisognava prendersela con i tedeschi, per questa situazione. Per la loro tendenza ad azzannare bocconi più grossi di quanto potessero masticare. Dopo tutto erano riusciti a malapena a vincere la guerra, e tutt’a un tratto si erano lanciati alla conquista del sistema solare (..). E in definitiva avevano avuto successo con gli ebrei, con gli zingari e con gli studiosi della Bibbia. E gli slavi erano stati ricacciati indietro di duemila anni, fino alle loro terre d’origine in Asia. Fuori dall’Europa, con grande sollievo di tutti. (..) Ma l’Africa. Laggiù si erano semplicemente lasciati trascinare dall’entusiasmo, e c’era da ammirarli, anche se avrebbero fatto meglio ad avere un po’ più di pazienza e ad aspettare, per esempio, che fosse portato a termine il Progetto Terre da Coltivare. Ma laggiù i nazisti avevano mostrato dell’autentico genio, rivelando tutto il loro talento artistico. Il Mediterraneo chiuso, prosciugato, trasformato in terreno coltivabile per mezzo dell’energia atomica… che grande ardimento! (..) Per quanto riguarda la Soluzione Finale del Problema Africano, abbiamo quasi raggiunto i nostri obiettivi. Sfortunatamente, però… Eppure c’erano voluti duecento anni per liberarsi degli aborigeni americani, e la Germania, in Africa, ce l’aveva quasi fatta in quindici anni.

Hitler e l’Impero giapponese, infatti, hanno vinto il secondo conflitto mondiale e ora gli Stati Uniti sono divisi in tre parti: la costa orientale comandata dai tedeschi, al centro gli stati neutrali delle Montagne Rocciose e la costa occidentale sotto il controllo del Giappone. Questa spartizione territoriale rispecchia anche i personaggi principali che compaiono nella storia, tutti quanti distinti per idee politiche e nazionalità. Ci sono il funzionario giapponese Tagomi, l’orafo ebreo Frank Frink (in origine Fink, ma modificato per sfuggire alle persecuzioni), lo svedese Baynes (il Rudolf Wagener della missione “Dente di Leone”), la seducente Juliana Frink che abita negli stati delle Montagne Rocciose ed ex moglie di Frank, il mercante di oggetti storici (segretamente filo-nazista) Robert Childan e l’italiano Joe Cinnandella (che si rivelerà essere, in realtà, un sicario svizzero). La svastica sul sole è il racconto di una storia fitta e subdola, decisamente diversa da quella che ci è stata tramandata, in cui i giochi di potere dei nazisti creano un mondo del tutto inaspettato. Nel “cosa sarebbe successo se” presentatoci da Dick, infatti, il Reich non è capitolato sotto i colpi degli Alleati, piuttosto è dipinto come un territorio sterminato e “avanzato” in cui i nazisti non solo sono riusciti a eliminare tutti gli ebrei (proprio come nella peggiore delle ipotesi possibili), ma anche la popolazione nera dell’Africa, tramando allo stesso tempo un conflitto contro i giapponesi e la conquista dello spazio. 

E’ una deformazione della mia percezione ottica, di natura particolarmente sinistra. Un disturbo che distorce il mio senso spaziale. L’orizzonte deformato. Come un micidiale astigmatismo che colpisce senza preavviso.

In questo contesto distorto, gli Stati Uniti sono presentati come invasi e sottomessi a delle potenze vincitrici che tengono in mano un mondo ucronico e paradossale in cui i razzi che si occupano del trasporto delle persone convivono comunque con i retrogradi “taxi a pedali”. Queste “oscillazioni” avanti e indietro nel tempo riguardano diversi elementi nel testo: se da una parte, infatti, abbiamo queste innovazioni tecnologiche e l’espansione verso Marte a proiettarci verso una realtà futuristica, dall’altra, l’ancoraggio al passato viene riproposto, fin dall’inizio del romanzo, nella presenza di Robert Childan, un antiquario che possiede un negozio di Manufatti Artistici Americani precedenti alla Guerra. Ma non sempre le cose sono come sembrano: i manufatti che dovrebbero essere una testimonianza dell’originalità del passato, si rivelano essere piuttosto della paccottiglia rivenduta a dei collezionisti giapponesi ignari. P. K. Dick, con questi “piccoli” espedienti, non racconta solo il rapporto ambiguo tra realtà e illusione, ma prende come ispirazione il potere della scrittura di stravolgere ogni cosa, perfino la storia che sembra data per assodata. L’autore, infatti, porta su carta degli eventi manipolati e riscritti che fanno parte di un universo alternativo e che non hanno delle coordinate storiche ben precise, come nel caso de La cavalletta non si alzerà più, il “libro nel libro” di Abendsen citato nella storia e che, nel romanzo originale, prende il nome di The Grasshopper Lies Heavy. In questa sorta di metarappresentazione, le due diverse realtà si incontrano e si parlano attraverso i personaggi. 

«Lui sostiene che invece di un isolazionista come Bricker, nel 1940, dopo Roosevelt, sarebbe stato eletto Rexford Tugwell.» Il suo viso liscio rifletteva le luci del traffico e scintillava di animazione; i suoi occhi erano diventati più grandi e nel parlare gesticolava molto. «E sarebbe stato molto attivo nel continuare la politica anti-nazista di Roose-velt. Perciò la Germania avrebbe avuto paura di intervenire a favore del Giappone nel 1941. Non avrebbe rispettato gli accordi. Capisci?» Si voltò verso di lui, lo afferrò decisamente per la spalla e aggiunse, «E così la Germania e il Giappone avrebbero perso la guerra!»
Lui rise.
La ragazza lo fissò, cercando qualcosa sul suo volto – lui non riuscì a capire che cosa, anche perché doveva stare at- tento al traffico – e disse, «Non c’è niente da ridere. Sareb- be successo davvero così. Gli Stati Uniti avrebbero avuto la meglio sui giapponesi. E…»
 

Tutto questo non fa altro che spiazzare il lettore mettendolo nella condizione di pensare ad un mondo “sottosopra” – o meglio, nascosto tra le righe – in cui, lui stesso, avrebbe potuto vivere se la fantascienza fosse stata realtà. I tedeschi/nazisti possiedono sicuramente l’autorità per comandare il territorio che la vittoria della Seconda guerra mondiale ha loro “assegnato” (con l’aiuto di un P. K. Dick che non manca di etichettarli come i “cattivi” della situazione), ma ciò che emerge nel romanzo è che essi manchino dell’autorevolezza necessaria per manifestare la loro vera supremazia come vincenti. Il loro paese, infatti, appare quasi come un corpo malato, come malato è anche l’Hitler descritto nel romanzo: l’ideologia nazista è mandata avanti dai suoi fedelissimi, tutto questo in uno scenario in cui i tedeschi non hanno comunque il punto di vista privilegiato. Alla luce di questi aspetti, quello si coglie dalla lettura de La svastica sul sole, oltre alla narrazione ucronica che prescinde dalla storicità, è anche il tentativo di P. K. Dick di compiere una sorta di miscellanea di temi, sia dal punto di vista contenutistico sia simbolico, che ripercorrono anche la storia dei generi. Ecco quindi che lo scrittore “immaginato” Hawthorne Abendsen compare per richiamare anche un altro autore altrettanto importante, ma ben più reale: Nathaniel Hawthorne. 

«Devi essere un agente dell’SD» disse lei. «Che si spaccia per un camionista italiano. Non hai mai combattuto in Nord Africa, vero? Probabilmente sei venuto qui per uccidere Abendsen; non è così? So che è così. Credo di essere piuttosto stupida.» Si sentiva prosciugata, inaridita. 

In questo collage storico rientra anche la “questione ebraica” e il modo in cui P. K. Dick la affronta. L’autore, infatti, porta alla luce un mondo in cui, brutalmente, gli ebrei sono stati quasi completamente eliminati e il razzismo si è esteso anche alla cancellazione della popolazione nera dell’Africa. Frank Frink, in questo contesto, è sicuramente colui che incarna di più le problematiche dell’odio razziale che con Hitler ha avuto il suo culmine massimo con la deportazione. Ma le persecuzioni di cui parla Dick, alla fine, coinvolgono tutti, senza distinzioni. E probabilmente è questa la grande morale di The Man in the High Castle: qualunque siano le intenzioni e qualsiasi sia la posta in gioco, il male è sempre dietro l’angolo e, come tale, è costantemente pronto ad influenzare non solo gli eventi, ma anche le esistenze di tutti coloro che tocca. La svastica sul sole descrive uno scenario ipotetico, ma allo stesso tempo anche terribilmente reale in cui i protagonisti si muovono come delle marionette manovrate da dei giochi di potere molto più in alto di loro. L’ordine scricchiola continuamente e a tremare sono anche le fondamenta di una storia che assume i panni di una verità, a tratti scomoda e a tratti liberatoria, che muta a seconda del punto di vista con cui la si guarda. 

Come una rana strappata al fondo di uno stagno, pensò. La stringi nel pugno, le ordini di riferire che cosa c’è in fondo all’acqua. Ma qui la rana non ti prende nemmeno in giro; soffoca in silenzio, diventa pietra o argilla o minerale. Inerte. Torna alla rigida sostanza familiare nel suo mondo-tomba.
 Il metallo viene dalla terra, pensò mentre osservava. Da ciò che sta sotto: da quel regno che è il più basso e il più denso. Luogo di folletti e di caverne, umido, sempre buio. Il mondo yin, nel suo aspetto più malinconico. Il mondo dei cadaveri, del disfacimento, della rovina. Delle feci. Di tutto ciò che è morto, che è scivolato verso il basso e si è disintegra- to, strato dopo strato. Il mondo demoniaco dell’immutabile; il tempo-che-fu.

«La storia ci sfiora appena», scrive Dick ne La svastica sul sole. Eppure, una volta ultimata la lettura, il suo tocco è pesante sulle esistenze dei personaggi che abitano il romanzo. 

Parole chiave:

  • Autenticità/finzione: una dicotomia che attraversa tutto il romanzo e che non riguarda solamente la storia raccontata, ma anche gli stessi personaggi perché si rivelano essere diversi da quanto si era immaginato. Cosa è vero? E cosa, invece, è falso? La svastica sul soleinscena una trama che è la cancellazione della storia stessa, ma anche una possibile variante di come sarebbe potuta andare se certe cose non sarebbero successe o si fossero verificate diversamente.
  • Meta-romanzo: il “libro nel libro”, come accade con La cavalletta non si alzerà più di Abendsen, il romanzo citato nella storia. Quest’ultimo, infatti, è un libro che circola clandestinamente negli Stati Uniti e che racconta un mondo in cui si immagina che la Germania e il Giappone abbiano perso la guerra, creando l’effetto di una ucronia nell’ucronia stessa. Quello di Abendsen non è il solo libro citato: fondamentale per i protagonisti de La svastica sul sole è anche l’I Ching, il testo cinese sugli oracoli che viene consultato molto spesso come aiuto nelle loro scelte.
  • Potere: quello che muove la trama, le persone e il mondo intero. Ne La svastica sul sole, il potere è qualcosa di trasparente e subdolo che si infiltra in qualunque parte, anche dove sembra non ci sia oppure sembra ce ne sia già abbastanza.
  • Dente di leone: ovvero l’operazione di spionaggio tedesca ai danni dell’impero giapponese. L’equilibrio delle due superpotenze infatti, per tutta la lettura di questo romanzo, da l’idea di essere come un castello di carta che è destinato inesorabilmente a crollare.
  • Hawthorne: il nome di battesimo dello scrittore “Abendsen” citato nel testo e autore de La cavalletta non si alzerà più, ma anche quello di “Nathaniel Hawthorne”, ovvero uno dei primi autori del romance ottocentesco; probabilmente un finissimo riconoscimento da parte di P. K. Dick.

Voto: 4 segnalibri su 5

La svastica sul sole (P. K. Dick)

Titolo: La svastica sul sole
Autore: P. K. Dick
Editore: Fanucci
Lunghezza: 306 pagine
Prezzo: 9,90 euro
Trama: Stati Uniti d’America, 1962. La schiavitù è di nuovo legale, i pochi ebrei sopravvissuti si nascondono dietro falsi nomi, la California è asservita al Giappone. Vent’anni prima l’asse ha vinto la seconda guerra mondiale, e si è spartito l’America. Sul resto del mondo incombe una realtà da incubo: il credo della superiorità razziale ariana ha soffocato ogni volontà o possibilità di riscatto. L’Africa è ridotta a deserto, vittima di una soluzione radicale di sterminio, mentre l’Italia ha ottenuto solo le briciole dell’immenso potere dell’Europa. In questo scenario due libri segnano il destino collettivo, influenzando scelte e comportamenti: un testo antico, il millenario “I Ching”, e un romanzo moderno, un misterioso libro “underground” che minaccia di sovvertire l’ordine mondiale basato sul predominio assoluto dei vincitori. Si tratta di “La cavalletta non si alzerà più”, un best-seller vietato in tutti i paesi del Reich, che racconta una realtà in cui l’Asse non ha vinto la guerra ma è stato sconfitto dagli alleati.
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“Veronica, il musicista e l’introvabile nota” di Francesca E. Bianchi

“Un’intrigante sfida alla morale”: se dovessi descrivere in breve Veronica, il musicista e l’introvabile nota di Francesca E. Bianchi (edito nel 2017 da “Robin Edizioni”), userei proprio queste parole. Sin dall’inizio veniamo proiettati in un mondo in cui le vite dei giovani protagonisti si mescolano con il suono creato dal pianoforte. Tommaso ha sei anni, ma la sua tenera età non gli impedisce affatto di rimanere affascinato – e letteralmente catturato – da una musica che sente al di là delle mura di casa sua. Lui ancora non lo sa (o forse può solo cominciare ad immaginarlo), ma quella melodia, e soprattutto chi la suona, lo accompagneranno nel bene e nel male per tutta la vita, proprio come un sottofondo alla sua esistenza. Ma chi c’è dietro quel pianoforte che riesce ad arrivare fino a casa Roverni? La risposta è Veronica, una ragazzina di quattordici anni che ama i sandali di corda, i vestiti di colore bianco e la musica, tant’è che sarà proprio lei a dare le prime lezioni di piano al piccolo Tommaso, facendolo entrare in un mondo che alla fine non riuscirà più ad abbandonare.

Il mio reale obiettivo era solo quello di arrivare all’estate, andare in vacanza nella casa di campagna e trovare il coraggio di sedermi vicino a Veronica e suonare per lei. Volevo che fosse orgogliosa di me. Volevo che si innamorasse della mia musica e che provasse per me quello che io provavo per lei. Tutte le esibizioni e tutti i premi vinti durante quegli anni erano per me solo un motivo di conversazione, qualcosa di poco conto che mi doveva avvicinare al traguardo finale.

Galeotto fu il pianoforte e chi gli fece imparare a suonarlo, si potrebbe dire. E Veronica è quasi come un’incantatrice che, lezione dopo lezione, rende consapevole Tommaso della bravura che sta crescendo dentro di lui, sebbene inizialmente fatichi a rendersene conto. Il bambino diventa un ragazzo e il ragazzo si trasforma ben presto in un piccolo uomo: per questo in lui, oltre alla musica, si alimentano anche rabbia e impotenza, simbolo probabilmente del fatto che gli eventi cambiano e si evolvono, ma non come lui vorrebbe: soffre quando vede la “sua” Veronica con qualcun altro e la distanza appare come l’unica soluzione per dare tregua al suo stato d’animo. Ma questa scelta “suona” più come un “arrivederci” piuttosto che come un “addio”.

Fino a quel momento non avevo mai pensato seriamente alla sua età, ma quell’estate fui obbligato ad accorgermi che toccava i vent’anni e che non avrebbe mai badato ad un marmocchio come me.
Per tutta risposta, il giorno dopo, a lezione, iniziai a suonare. Suonavo per dimostrarle che io avevo qualcosa che quel ragazzo non aveva e non le avrebbe mai potuto dare: la musica. Lei fu piacevolmente sorpresa e mi ricoprì di complimenti non sapendo che quello che esprimevo con le mie note era solo rabbia. Rabbia e impotenza verso quel ragazzo che aveva qualcosa che io non potevo ricevere: il suo amore.

Tommaso abbandona presto la casa di campagna per la città e per le lezioni private con il maestro Luigi Bossola, ma nonostante questa lontananza fisica continua a essere acceso prepotentemente in lui l’affetto per una Veronica che non riesce affatto a dimenticare. Ogni scusa, però, è buona per ritornare al passato, soprattutto se quest’ultimo gli permette di vedere la ragazza e di ritrovare quel “contatto” che colma ogni sua mancanza. I protagonisti crescono e si evolvono insieme alla lettura: Tommaso si è sempre sentito più grande della sua età, ma questo non basta per trasformare i sentimenti di Veronica in qualcosa di caldo e autentico. Sembrano inafferrabili, quasi quanto quella nota di cui è alla ricerca ma che appare introvabile, e che non per niente è il titolo del romanzo.

Calpestavo l’erba cercando di convincermi che lui ormai era il passato e che i miei piedi avevano preso il posto dei suoi piedi, ma mi illudevo. Era diverso. Nessun passo mi avvicinava. Lei mi teneva sempre alla stessa distanza, oltre quella barriera che aveva alzato, e nonostante perseverassi nelle mie convinzioni non potevo non domandarmi cosa fosse stata per lei quella notte di Capodanno e se non la ritenesse solo un errore da cancellare dalla sua memoria.

Tommaso è nato per suonare e di questo ne è consapevole anche la sua prima maestra. Roverni diventa un nome importante nell’ambiente, un pianista di successo che esporta la sua arte e la sua “malinconia” in giro per le tournée. La sua fama, però, non riesce a far uscire Veronica dalla sua vita. Quasi come un’ossessione, infatti, nella testa di Tommaso non esiste altro volto che il suo: cerca il suo corpo e i suoi gesti nelle ragazze che incontra, ma tutte si rivelano essere solamente una brutta copia dell’originale. I due si attraggono e nello stesso tempo si respingono in un rapporto costantemente in bilico tra l’essere una calamita e una calamità, mentre ogni azione e gesto appare stonato o fuori tempo, come se i due non riuscissero affatto ad accordarsi l’uno all’altra. Le cose, però, sono destinate a cambiare, ed è proprio il destino che gioca con i protagonisti a mutare i loro ruoli: c’è una nuova nota che sembra suonare tra di loro.

Mi chiesi se non fosse una strega, capace con non so quale sortilegio, di farmi impazzire, cambiare la mia personalità, rendermi estraneo perfino a me stesso. Mi faceva vibrare l’anima, il cuore, la pelle, le mani.

Leggere Veronica, il musicista e l’introvabile nota è come guardare uno spartito: tra parole più o meno forti che rappresentano altrettante note gravi e acute, infatti, si sviluppano le storie e le esistenze dei protagonisti, coinvolti in alti e bassi che sfidano il concetto di normalità. Ma alla fine, cosa vuol dire la parola “normale”? La sfida di questo libro sta proprio nel tentativo di spiegare quanto non esistano concetti dati per assodati. Le cose non sono mai come sembrano e la storia che scrive Francesca E. Bianchi permette di comprendere prima di tutto che non ci sia niente di scontato, perfino nelle nostre convinzioni. Il protagonista Tommaso cresce e matura insieme alla lettura, e non è un caso che sia proprio un viaggio alla ricerca di se stesso (e al contempo di fuga) a gettargli luce su ogni cosa, ma anche a dargli la forza necessaria per affrontare un segreto che solo una scelta dettata dall’egoismo non ha voluto rivelargli. Questo è sicuramente un libro fuori dal comune, una lettura spiazzante che è in grado di far leva sulle nostre opinioni e di smantellarle una a una: tra citazioni sentite e una trama ponderata anche nel suo essere inaspettata, Veronica, il musicista e l’introvabile nota si inserisce sicuramente in quei romanzi che bisogna necessariamente leggere se si vuole aprire un confronto con noi stessi e i nostri princìpi, e da ultimo (ma non ultimo) rispondere alla domanda: si può soffrire per qualcuno che non è mai stato effettivamente nostro? 

Parole chiave:

  • Musica: Tommaso è un musicista e il pianoforte rappresenta una cartina di tornasole dei suoi stati d’animo. “L’arte nasce dalla sofferenza” si dice, e il protagonista sembra proprio farsi carico di questa frase attraverso la sua vita quasi sempre al limite, tra giusto e sbagliato.
  • Veronica: è un personaggio anomalo, quasi “disturbante”. Il lettore non sa se capirla o detestarla, ed i suoi comportamenti non aiutano affatto a prendere una scelta.
  • Segreti: punzecchiano il romanzo quasi a risvegliare il lettore dal torpore di una trama che sembra seguire la normalità. Una volta ultimata la lettura ci si chiede: anche io avrei fatto la stessa cosa?
  • Tematiche: questa non è solo la storia della vita di Tommaso e delle persone che la toccano, ma è anche una trama abitata da spunti di riflessione che ci fanno chiedere costantemente il nostro punto di vista. Che si tratti di semplici opinioni o di scelte di vita, è impossibile non lasciarsi trascinare all’interno della mente dei protagonisti.
  • Amore: ultimo, ma non per importanza. In Veronica, il musicista e l’introvabile nota è una componente importante, quasi fondamentale, soprattutto perché compare in tutte le sue sfumature: reale, familiare, puro, malato, amicale, profondo. Quanti tipi di amore esistono in una sola esistenza?

Voto: 5 segnalibri su 5

Veronica, il musicista e l'introvabile nota - Francesca E. Bianchi

Titolo: Veronica, il musicista e l’introvabile nota
Autore: Francesca E. Bianchi
Editore: Robin Edizioni
Lunghezza: 250 pagine
Prezzo: 14 euro
Trama: All’età di sei anni, dal dondolo nella casa di campagna dei suoi genitori, Tommaso scorge per la prima volta Veronica. L’incontro con questa giovane donna e la sua musica cambierà per sempre la sua vita e lo porterà a diventare precocemente un pianista di grande successo, capace di esibirsi in breve tempo sui più prestigiosi palchi nazionali e internazionali. La musica, i concerti e le tournée iniziano così a scorrere nella vita di Tommaso senza soluzione di continuità. Tuttavia nessuna nota, nessuna città e nessuna donna sembrano capaci di cancellare il ricordo indelebile di Veronica, dei suoi sandali di corda e dell’unica notte passata insieme. Inseguito da tale ricordo, Tommaso si troverà costretto a ritornare nella casa di campagna dei suoi genitori per affrontare una volta per tutte il suo passato e i suoi tormenti.
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“La lettera segreta”: un viaggio (d’amore) che sfida il destino

La lettera segreta di Chloé Duval è un romanzo del 2017, pubblicato da Garzanti, che ho scoperto “piacevolmente” per caso, proprio mentre ero alla ricerca di qualcosa di non troppo impegnativo da leggere. La trama è all’apparenza molto semplice, ma anche piuttosto intrigante: immaginate di ricevere nella cassetta delle lettere, come accade alla protagonista Flavie, una corrispondenza non destinata a voi; non la solita bolletta da pagare, ma qualcosa di importante che riguarda una dichiarazione d’amore non andata a buon fine. Ecco, cosa fareste? Probabilmente vorreste consegnarla subito al legittimo proprietario, comincereste a fare dei “film mentali” immaginando chissà quale scenario, vi informereste su luoghi e persone. Insomma, vi comportereste proprio come Flavie.

Il mistero racchiuso in quella lettera stuzzicava la mia curiosità storica e la mia immaginazione di romanziera, il cervello che cominciava già a costruire teorie e scenari… E se, malgrado tutto, lui non si fosse arreso? E se si fossero ritrovati? Oppure, al contrario, se non si fossero mai più visti? E se il destino e un capriccio della posta avessero separato per sempre due anime gemelle?
Delicatamente ripiegai la lettera, la infilai di nuovo nella busta e la deposi come un oggetto prezioso in un cassetto della scrivania. Poi spensi il computer, senza nemmeno aprire il file del romanzo.
Sapevo che quella sera sarebbe stato inutile. Non avrei scritto. La mia immaginazione volava verso altri cieli.
Verso le storia di Lili e del suo misterioso E.

Quella busta misteriosa e ingiallita dal tempo, infatti, proviene dal lontano 1971 ed è tutt’altro che positiva: parla di un’amore finito, quello tra Erwan e Amélie, ma soprattutto descrive l’inderogabilità del destino. Per ogni cosa, però, c’è una soluzione, e Flavie è disposta a tutto pur di trovarla, perfino a viaggiare nel sud della Francia nel tentativo di ricucire tutti gli sbagli e gli strappi causati da un ingiusto passato. In una storia in cui i sentimenti si mescolano al tempo, la professoressa (e anche scrittrice) Flavie non scopre solamente la sua voglia di mettere per iscritto quanto sta scoprendo attraverso il tenero Erwan, ma anche delle emozioni che temeva di non riuscire a provare più. É proprio l’affascinante Romaric, infatti, l’autore di questa piccola rinascita, una combinazione tra buone maniere e carattere deciso.

Lo guardai negli occhi, cercandovi conferma che i miei timori erano infondati, che quel gusto amaro in bocca non aveva ragione d’essere.
Che la nostra storia non sarebbe finita lì.
Ma, nel mio intimo, ero consapevole che lui non poteva farmi quella promessa. Che a volte nemmeno le migliori intenzioni erano sufficienti. Mi rendevo dolorosamente conto che ciascuno di noi si era costruito una vita che lo appagava e alla quale sarebbe stato difficile rinunciare: Rom aveva la fattoria, i cavalli, sua sorella e suo zio; io avevo la mia casa, i miei allievi, mio padre e le mie amiche. Due vite, due realtà diverse che ci separavano dopo averci avvicinati.

La storia di Erwan e Amélie si mescola con quella di Flavie e Romaric, ma entrambe riusciranno ad avere il loro lieto fine? Quello che è certo è che la protagonista sembra vivere costantemente tra passato ed immaginazione, cioè tra quello che la sua attività di insegnante di Storia e Geografia le ha dato per indole e quello che, invece, la sua mente da aspirante scrittrice di romanzi rosa le fa creare.

«La vostra storia mi ha appassionata. Ci pensavo di continuo, volevo sapere. Volevo anche scriverla, perché ero convinta che fosse bella, anche se mancava il lieto fine. E…» Esitai.
«Sì?» Insistette Erwan.

«Ebbene, confesso che mi vedevo già come l’artefice del vostro ricongiungimento. Sì, lo so, era un po’ presuntuoso da parte mia, ma non potevo impedirmi di sperare… Sperare di fare qualcosa di buono, di positivo. Rendere felici delle persone, una volta nella vita.»

In questo romanzo leggero e anche un po’ frizzante, il tempo non passa per curare e cancellare le ferite di un passato doloroso, piuttosto per rimarcare un ricordo che è ancora prepotentemente presente nella testa e nel cuore del caro Erwan, ma anche di una Flavie che non vuole cedere alle difficoltà del destino e delle distanze. Se l’attesa di 43 anni ci proietta un po’ nella paziente storia d’amore che vivono anche Florentino Ariza e Fermina Daza in L’amore ai tempi del colera, d’altra parte non bisogna affatto dimenticare la determinazione che conduce la protagonista alla ricerca di un amore per niente dimenticato, ma solo momentaneamente “in sospeso”. Sullo sfondo delle campagne francesi attraversate dalla brezza estiva, infatti, si muovono anche la speranza e la ricerca di un senso della vita che non sono destinati a durare quanto una “piccola vacanza”, ma per l’intera esistenza. In questo viaggio nel tempo, è proprio il “tempismo” a giocare un ruolo fondamentale: possono una famiglia appena conosciuta e una gita fuori porta lontana dalla quotidianità fare sentire se stessi e a casa? Flavie e questa lettura sembrano avere la risposta.

Parole chiave:

  • Amore: quello “paterno”, quello “amicale”, quello “familiare”, quello “speranzoso”, quello “eterno”. Insomma, presente in ogni sua forma e destinato ad avvolgere il lettore con il suo calore.  
  • Lavoro a maglia: Flavie è una “sferruzzatrice” appassionata e, come tale, il suo lavoro a maglia fatto in compagnia delle sue fidate amiche può essere paragonato alla storia di cui è protagonista. Filo dopo filo, gesto dopo gesto, la ragazza costruisce una trama fatta di speranza e sentimento.
  • Romanzo: quello che vorrebbe scrivere la protagonista Flavie, alla ricerca di una storia d’amore che la ispiri, e che, inconsapevolmente, vivrà anche sulla propria pelle. Ma, alla fine, riuscirà nel suo intento di mettere per iscritto tutto il turbinio di sentimenti che si troverà a vivere?
  • Passato/presente: una dicotomia che attraversa tutto il testo e che rivive nei personaggi di Erwan e Amélie. Entrambi, in un certo senso, rappresentano anche la proiezione di Flavie e Romaric, destinati a rivivere lo “sciagurato” destino, ma con il potere di poterlo anche cambiare.
  • Curiosità: è proprio quest’ultima a condurre Flavie nel viaggio che cambierà per sempre la sua vita. Se avesse ignorato quella lettera le cose sarebbero sicuramente diverse, ma è proprio la sua anima da “romanziera” a spingere la protagonista a cedere a quella corrispondenza che la sta chiamando dal passato per rimettere nel giusto posto tutti i tasselli.

Voto: 5 segnalibri su 5

La lettera segreta - C. Duval.jpg

Titolo: La lettera segreta
Autore: Chloé Duval
Editore: Garzanti
Lunghezza: 224 pagine
Prezzo: 16,90 euro
Trama: Può la lettera di uno sconosciuto cambiarti la vita? È quello che si chiede Flavie quando si vede recapitare una busta misteriosa datata 1971. Una busta arrivata con quarantatré anni di ritardo. Non ha idea di chi possa essere Lili, la destinataria. Eppure la curiosità è così forte che Flavie decide di aprirla. Il contenuto, scritto a mano in una calligrafia elegante, la sorprende: perché quelle righe le ricordano i romanzi che ama scrivere. Quelle righe nascondono una storia d’amore in cui un uomo supplica Lili di raggiungerlo e di sposarlo. Un uomo che si firma solo con E. Flavie non ha altri indizi. Non altre informazioni se non una richiesta fatta con il cuore che forse non è mai stata ascoltata. Forse quelle parole, perse nel vento, hanno modificato il destino di due persone per sempre. Flavie deve trovarle. Deve sapere se sono state divise tutti questi anni da una lettera mai arrivata. Perché ha bisogno di credere anche lei che possa esistere qualcosa più forte di tutto. Più forte del tempo, degli sbagli, delle scelte, degli imprevisti. Qualcosa che Flavie ha trovato solo nei romanzi, mai nella realtà. La ricerca la porta nel Sud della Francia, dove scopre che forse non tutto è perduto. Che forse è ancora possibile riannodare i fili spezzato del passato. Perché ci sono amori che non si possono dimenticare. Ci sono emozioni che cambiano ogni cosa. E Flavie, trascinata da quello che la lettera le ha rivelato, è pronta finalmente a viverle.
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“Il complotto contro l’America” e l’incubo in un francobollo

«La paura domina questi ricordi, un’eterna paura. Certo, nessuna infanzia è priva di terrori, eppure mi domando se da ragazzo avrei avuto meno paura se Lindbergh non fosse diventato presidente o se io stesso non fossi stato di origine ebraica.»

Sebbene Philip Roth abbia abbandonato presto il paese d’origine per diventare uno scrittore, in Il complotto contro l’America, Newark sembra ritornare come un fantasma per rimarcare un legame che non ha mai smesso di esistere. Che sia per rimandi a luoghi o a nomi, infatti, la vita quotidiana rappresenta un elemento molto importante per l’autore, soprattutto se pensiamo che in questo romanzo appare come una sorta di riscrittura sotto “false righe”. Non appena si legge la citazione soprastante, è impossibile non sentirsi spaesati e chiedersi di quale passato stia parlando esattamente l’autore.

«Lindbergh fu il primo celebre americano vivente che imparai ad odiare – proprio come il presidente Roosevelt fu il primo celebre americano vivente che mi insegnarono ad amare – e così la sua nomination da parte dei repubblicani come avversario di Roosevelt nel 1940 rappresentò l’attacco più violento che fosse mai stato sferrato contro quella ricca dotazione di sicurezza personale che io avevo dato per scontata come figlio americano di genitori americani in una scuola americana di una città americana in un’America in pace col mondo.»

Nel quartiere di Weeqhahic, a Newark appunto, vive un ragazzino ebreo di nome Philip che con la sua famiglia, tra discussioni e legami risanati, ha gli alti e bassi tipici di ogni giorno. Se non avessimo guardato la copertina e visto il titolo, staremmo sicuramente pensando di leggere una biografia dell’autore. Invece no: gli anni sono quelli della Seconda guerra mondiale e il momento descritto riguarda le elezioni presidenziali che vedono l’inattesa (e decisamente assurda) vittoria dell’aviatore anti-semita Charles Lindbergh. Se ancora non si fosse capito, Il complotto contro l’America è un’ucronia un po’ anomala: stavolta Hitler non si presenta come una “presenza” vincente (almeno, non ancora), piuttosto come un burattinaio che tiene in mano i fili e il destino di un’America che sembra sempre più vicina all’ideologia nazista. Quest’ultima, infatti, non è rappresentata dai suoi fedelissimi gerarchi come si potrebbe pensare, bensì da Charles Lindbergh, lo stesso aviatore che nel 1927 ha fatto l’eroica trasvolata in solitaria da New York a Parigi senza scali, ma che qui, inaspettatamente, si trasforma in un candidato politico di destra estrema.

«Anche se il ragazzone timido del Minnesota aveva tutt’altra vocazione, la straordinaria impresa aviatoria lo trasformò in personaggio pubblico amato dalla folla, esaltato dai media e osannato dai potenti. L’attenzione nei suoi confronti aumentò ancor più quando 1932 fu rapito e ucciso suo figlio di due anni in una vicenda che suscitò l’interesse morboso dei media nazionali e internazionali. Quel drammatico episodio provocò nell’aviatore il bisogno di credere in un’autorità forte e lo spinse ad abbandonare gli Stati Uniti verso l’Europa […]. Dall’Inghilterra Lindbergh visitò più volte il Terzo Reich, accolto come ospite d’onore dal gruppo dirigente nazista. […] Il bagno nelle idee naziste che percorrevano l’Europa degli anni Trenta indusse l’aviatore a farsene leale portabandiera. Lindbergh non solo ammirava Hitler di cui diceva «è sicuramente un grande uomo e credo che abbia fatto molto per il popolo tedesco», ma manifestava apertamente idee antisemite contro gli ebrei accusati di manovrare Franklin D. Roosevelt per indurlo a opporsi al Nazismo.»

Hitler non viene citato per le sue mire espansionistiche o per le vittorie senza precedenti (letteralmente), ma soprattutto per le idee subdole e inquietanti che coinvolgono delle figure insospettabili ed “eroiche”. L’intento di Philip Roth, in questo caso, è principalmente quello di raccontare il what if con una disarmante lucidità: ecco, quindi, che il passato alternativo e gli elementi ucronici non servono soltanto per creare una ambientazione storica fuori dal comune, ma anche per raccontare il punto di vista di una realtà ebraica presa di mira dal Nazismo e un contesto familiare continuamente sottoposto a degli scossoni da parte del mondo esterno. Dopo l’elezione di Lindbergh, infatti, una domanda comincia a serpeggiare tra gli ebrei di Newark: che ne sarà di loro e delle loro vite? Le risposte, più che portare certezze, sembrano piuttosto un crescendo di dubbi e inquietudini che nemmeno l’oceano che si frappone tra l’America e l’Europa martoriata dal Nazionalsocialismo sembra placare.

«[…] Per impedire una guerra in Europa è ormai troppo tardi. Ma non è troppo tardi per impedire all’America di partecipare a quella guerra. FDR sta ingannando la nazione. L’America sarà trascinata nella guerra da un presidente che falsamente promette la pace. La scelta è semplice. Votate per Lindbergh o votate per la guerra.»

La “distanza”, probabilmente, rappresenta il motivo per cui anche la questione ebraica viene trattata in maniera diversa: non ricordando ancora una volta i capisaldi della storia con le leggi razziali e la deportazione, ma lasciando tutto questo sullo sfondo e concentrandosi maggiormente sui risvolti familiari e sulle reazioni delle persone. Philip Roth, attraverso il suo romanzo, non vuole dare delle spiegazioni e trovare i motivi per cui sono successi certi fatti, piuttosto vuole osservare le reazioni che questi cambiamenti – lenti, graduali, terribili – apportano agli individui, come se in mano avesse una sorta di lente d’ingrandimento letteraria. Gli intenti di Lindbergh sono come “il bastone e la carota”, ossia un’alternanza di buone (all’apparenza) e cattive maniere. Se da una parte il Just Folks viene spacciato per un progetto benevolo il cui fine è l’integrazione della popolazione ebraica nella società (quando in realtà è tutto il contrario), dall’altra invece il culmine massimo della gravità viene raggiunto con l’uccisione del giornalista ebreo Walter Winchell. E i francobolli? Sotto la lente d’ingrandimento di Philip Roth c’è la sua famiglia, ma soprattutto il suo sé bambino che, come una spugna, assorbe le tensioni e le preoccupazioni che si scatenano attorno a lui. In questa quotidianità fatta di gesti comuni, ci sono i litigi tra suo padre e il fratello Sandy, le apprensioni tipiche di una madre, ma anche gli interessi e le passioni che, in un contesto di eccezionalità come quello che stanno vivendo tutti, fanno rimanere aggrappati alla “normalità”. Ecco che i francobolli di Philip rappresentano sì una distrazione, ma anche quella storia che sta cambiando e che nel suo mutare si affida a degli oggetti iconici.

«Era un incubo coi fiocchi, e riguardava la mia raccolta di francobolli. Era successo qualcosa. Il disegno su due serie di francobolli era orribilmente cambiato senza che io sapessi quando o come. […]
Quando aprivo l’album al Bicentenario di Washington del 1932 – dodici francobolli il cui valore andava dal mezzo cent marrone scuro al dieci cent giallo – rimanevo sbalordito. Sui francobolli Washington non c’era più. […]
E sulla faccia di ognuno di essi, sulle rupi, sui boschi, sui fiumi, sulle cime, sui geyser, sui burroni, sulle coste di granito, sulle acque profonde e sulle grandi cascate, su quanto di più verde, bianco e blu ci fosse in America, da conservare per sempre in queste riserve incorrotte, era stampata una svastica nera.»

L’espediente suggestivo a cui si affida Philip Roth in questo frangente è quello di personificare l’incubo nazista in uno strumento – il francobollo – che viene utilizzato non solo per arricchire una collezione, ma soprattutto come mezzo di diffusione e spostamento. Hitler e il Nazionalsocialismo, sotto tale punto di vista, rappresentano il male che, quasi alla stregua di un contagio, si sta diffondendo pericolosamente in Europa e in America, questo grazie anche al “portatore (in)sano” Lindbergh e ai suoi viaggi da un continente all’altro. Quello che è certo, dunque, è che Roth con Il complotto contro l’America non scrive un’ucronia in cui, al lettore, appare chiaro fin da subito di trovarsi in una diversa concezione della storia, piuttosto un’alterazione del tessuto familiare che lo vede protagonista in prima persona. Ciò che più sconvolge gli individui non è tanto la manipolazione del passato, ma soprattutto l’inaspettata consapevolezza che non esistono certezze, soltanto elementi destinati a mutare inevitabilmente sotto agli occhi. Philip Roth ci dice tutto questo attraverso una scrittura colloquiale (e familiare) in cui però, a volte, gli eventi sembrano confondersi e sfumarsi un po’ troppo tra di loro. Gli espedienti utilizzati da Roth sono geniali: la storia del francobollo in primis, ma anche il suo forte attaccamento con la realtà, mai abbandonato neppure per raccontare qualcosa di irreale e allo stesso tempo spaventoso. In questo romanzo, un po’ autobiografico e un po’ fantastico, Philip Roth prova a dare concretezza a tutti questi pensieri: se da una parte l’America ha vissuto un po’ sullo sfondo i pericoli della deportazione e dei crimini nazisti, dall’altra, invece, lo scrittore cerca di ammonirci sul fatto che gli spettri del passato possono sempre ritornare in ogni momento della storia, soprattutto se vengono a mancare le basi della democrazia.

Parole chiave:

  • Autobiografia: l’aspetto più particolare di questo romanzo, Philip Roth cerca di raccontarci dei fatti della sua vita (o comunque della sua quotidianità) all’interno di una storia palesemente “assurda”.
  • Ucronia: genere di narrativa (fantastica) che prevede il racconto di eventi che però non sono come quelli che la storia ci ha tramandato. In questo caso specifico, l’autore non solo ci racconta come le elezioni del 1940 in America videro protagonista l’aviatore Lindbergh (quando in realtà vennero vinte da Franklin Delano Roosevelt), ma ci dice anche come Hitler riesca a manovrare tutta questa situazione dall’alto e con un oceano di mezzo.
  • Nazismo: Il complotto contro l’America ce lo presenta come un male insanabile in grado di coprire tutto il mondo, proprio come viene sognato dal piccolo Philip con il francobollo. Qui, l’incubo della deportazione è solo qualcosa che aleggia nell’aria e non riguarda direttamente i protagonisti, ma Roth probabilmente vuole anche dirci che nessuno è al sicuro quando certe ideologie cominciano a serpeggiare pericolosamente nella società.
  • Protesi: un elemento molto particolare del romanzo che mi ha colpito per il suo significato. Quando il cugino di Philip, Alvin, ritorna dalla guerra, quest’ultimo è costretto a indossare una protesi per sopperire alla perdita della gamba: l’inserimento di un elemento “estraneo” sul corpo richiama, in un certo senso, anche l’operazione scrittoria di Philip Roth che, come un abile chirurgo, inserisce nella storia reale degli elementi fittizi che spiazzano il lettore.
  • Realtà/finzione: l’autore ne Il complotto contro l’America si divide continuamente tra questi due aspetti portando tra le pagine sia eventi e persone esistite sia situazioni inventate.

Voto: 5 segnalibri su 5

Il complotto contro l'America - P. Roth

Titolo: Il complotto contro l’America
Autore: Philip Roth
Editore: Einaudi
Lunghezza: 431 pagine
Prezzo: 13,50 euro
Trama: Quando l’eroe dell’aviazione Charles A. Lindebergh, rabbioso isolazionista e antisemita, sconfigge Franklin Roosevelt alle elezioni presidenziali del 1940, la paura invade ogni famiglia ebrea americana, soprattutto quella del piccolo Philip, investita dalla violenza del pogrom che si scatena. Roth parte da questo antefatto di fantastoria per raccontare cosa accadde a Newark alla sua famiglia, e a un milione di famiglie come la sua, durante i minacciosi anni Quaranta, quando i cittadini ebrei americani avevano buoni motivi per temere il peggio.
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“Edmund Brown” di Simone Toscano

Edmund Brown non è solamente il titolo del romanzo scritto da Simone Toscano, un autore emergente romano che ha deciso di buttarsi in questa avventura durante una giornata di maggio del 2014, ma è anche il nome del protagonista che prende vita attraverso la sua penna. Quest’ultimo, fin dalle prime righe, viene presentato come un ragazzo semplice, responsabile e legato a una normalità che lo fa vivere e lavorare come qualsiasi altra persona farebbe; insomma, nulla da obiettare, almeno fino a quando non si legge questa frase:

«Mi chiamo Edmund, ho trent’anni e ho un segreto.»

Edmund “sembra” condurre una vita tranquilla: le sue giornate si dividono tra il suo lavoro come barista al “BJ Restaurant Bar” di Castrol e i pranzi dalla tenera nonna Margaret a cui è molto legato. Ma l’apparenza inganna, e il lettore sembra accorgersene man mano che la trama evolve nel suo crescendo. Edmund – per gli amici soltanto Ed – nasconde qualcosa: fin da quando era un ragazzino, infatti, deve convivere con delle incontrollabili visioni di morte che vedono come protagonisti le persone che gli stanno accanto o coloro che sfiora semplicemente con un tocco.

«A volte ho dei lampi, vedo delle cose. Passo vicino a una persona, e ricevo dei flash dal futuro. Non è sempre chiaro, quello che so per certo è che posso vedere come morirà una persona.»

L’interrogativo che Simone Toscano ci propone è evidente: come sarebbe la nostra vita se un bel giorno scoprissimo di avere un “potere” simile a quello del suo protagonista? Riusciremmo a gestirlo senza esserne sopraffatti? Anche Edmund Brown se lo chiede: ci prova, sembra demordere, ma poi alla fine ci crede, comincia a convincersi che tutto questo possa essere in qualche modo utile. Passa dal percepirlo una maledizione a considerarlo un dono, qualcosa per aiutare le persone come una sorta di missione. Ma prima di arrivare a questo, vive un travaglio personale che lo fa dubitare di ogni cosa, perfino di se stesso. Il suo tormento parte da lontano, da un fatto che non può e non potrà mai lasciarsi alle spalle, ossia la morte prematura dei suoi genitori quando aveva solo dieci anni. Questa tragedia, però, non lo ha fermato né gli ha impedito di sorridere ancora: se da una parte, infatti, l’affetto della cara nonna lo ha sempre spronato a credere che le difficoltà fortifichino anziché abbattere, dall’altra la conoscenza dell’inaspettata (ed incredibile) Lisa gli darà la possibilità di amare ancora.

«Se in qualche strano modo, fossi a conoscenza dell’esatto momento in cui quel dato disastro avverrà e fossi l’unica a poter tentare di intervenire anche se questo potrebbe esporti a dei rischi e farti fare delle cose… diciamo così… delle cose che non credevi di poter mai fare… interverresti?»

Tutto ha origine quando Ed era ancora piccolo, tra i banchi di scuola, con la visione di morte che coinvolge un suo amichetto. Da lì comincia a capire che il suo corpo è diverso dagli altri, ha qualcosa in più: il suo “dono/maledizione”, così, cresce e si sviluppa insieme a lui portandolo in stati di trance che lo fanno entrare in contatto con cose che non vorrebbe affatto vedere. È giovane, ma non per questo non incontra malattie, incidenti e vecchiaia: se da un lato tutto questo lo spaventa così tanto da non volerlo rivelare a nessuno, dall’altro comincia a maturare in lui il pensiero di come usare (a suo favore e in favore degli altri) tutto ciò che gli accade. Vorrebbe tanto uscire allo scoperto, ma la paura di sembrare un folle è troppo grande. Cosa fare, però, se la morte riguarda proprio chi non dovrebbe affatto toccare? Ecco, allora, che il romanzo cambia il suo risvolto e la maledizione che da sempre lo ha accompagnato come un ospite indesiderato si trasforma in qualcosa in grado di poter salvare la vita di chi gli sta a cuore.

«Il mio era un dono, e non usarlo solamente per paura di quello che poteva mostrarmi era puro egoismo.»

Le persone che accompagnano il protagonista nel suo percorso, insieme alla nonna, sono Big Jym Rodd e Lisa, rispettivamente padre e figlia. Il primo, oltre ad essere il titolare del “BJ Restaurant Bar”, ossia il locale dove il protagonista lavora, è anche un uomo piuttosto burbero che non manca, però, di mostrare i suoi lati teneri. Come Edmund, anche lui ha subito delle perdite importanti e la tragedia della morte del figlio Carl è una cosa che lo ha angosciato così tanto da avergli fatto pensare anche al suicidio. Sarà Lisa, però, a dare a Edmund la spinta decisiva per cambiare fino a diventare una persona migliore e consapevole delle sue capacità. La sua presenza è come un segno a matita prima leggero e poi sempre più marcato: non solo acquisirà uno spazio sempre più grande nella trama, ma riuscirà a farsi largo perfino nel cuore tormentato di Ed.

«Sappiamo che dobbiamo morire dal momento in cui veniamo al mondo; sappiamo che le persone intorno a noi, quelle che fanno parte della nostra routine quotidiana, un giorno usciranno di scena. Ogni voce a noi nota un giorno smetterà di parlare. Ogni cuore smetterà di battere. Sappiamo tutto questo da sempre, eppure quando la morte arriva realmente restiamo stupiti, colpiti e sorpresi; abbiamo l’espressione di chi dice “Così non vale! Non era nei patti!” ma è nei patti da sempre.»

Ritornando all’inizio, è inevitabile sottolineare quanto già scritto: Edmund Brown non solo è un promettente romanzo dalla trama inaspettata e significativa, ma rappresenta anche il perfetto connubio tra fantascienza, thriller, bildungsroman, storia d’amore e legami solidi che non riguardano solamente il protagonista, ma anche le persone che ruotano attorno a lui. In un certo senso, non è un caso che sia un prete fuori dalle righe, ossia il Pastore Richard, a comprendere più di tutti il protagonista, addirittura prima ancora che si capisca lui stesso: è proprio l’aspetto anormale a mettersi nella condizione di accogliere quel potere fuori dal comune.

«Quel prete strano, amato e odiato dalla comunità, che usava un gergo esageratamente strambo, che sembrava un incrocio tra un moschettiere, uno squilibrato e Martin Lutero e che aveva quasi sempre gli occhi arrossati dall’alcool. Era come se quello sguardo potesse entrare dentro di me e finire per illuminare quello spazio della mia mente e della mia anima dove custodivo tutta la verità sul mio dono.»

Simone Toscano inserisce tutto questo (e altre tematiche) in una trama che è raccontata in maniera incalzante e decisa, senza troppi fronzoli, attraverso uno stile di scrittura semplice che, però, non manca di dividersi tra serietà e battute di spirito. Sicuramente è il finale quello che sorprende di più, quando anche l’azione subentra in una storia fatta di consapevolezza, redenzione e coraggio. Mi piace pensare a questo romanzo come a una sorta di traguardo personale: pur non conoscendo l’autore di persona, ho percepito nella sua scrittura un po’ della sua vita, quasi come se quel Edmund Brown: Capitolo 1 contenuto nella storia fosse anche un po’ il risultato della sua volontà, non solamente quella del protagonista.

«Lisa si voltò verso di me e mi chiese “Ed, ma il libro che stavi scrivendo? È…” “Uscirà il 10 gennaio, tesoro” la interruppi dolcemente. “E di cosa parlerà?” mi chiese curiosa. “Di me, del mio dono. E’ la storia della mia vita. E ci sei pure tu, biondina”.»

L’autore probabilmente non avrà lo stesso dono della sua “creatura” Ed, ma quello che sicuramente possiede è la capacità di aver dato origine a una storia in cui è impossibile non sentirsi coinvolti, a maggior ragione grazie all’ambientazione “straniera” che non crea un effetto di spaesamento, piuttosto di fascinazione. Se avete bisogno di leggere un romanzo che non vi aspettate e che vi fa chiedere di continuo “adesso chissà cosa succede?”, Edmund Brown sta chiamando anche voi. 

Parole chiave:

  • Destino: entra in gioco soprattutto per rendere Edmund sempre più consapevole di quello che può fare con il suo “dono”, soprattutto in relazione agli altri. Ma anche per il fatto che nel romanzo sembra proprio il destino a muovere gli avvenimenti dei personaggi.
  • Punizione/dono: il grande interrogativo che abita la mente di Edmund Brown. Fino a che punto una visione può essere considerata qualcosa di positivo o negativo? Nei suoi panni, avremmo reagito nella stessa maniera? Il bello di questo romanzo è anche quello di essere in grado di far riflettere il lettore sul suo livello di versatilità a certi “problemi”. Ma come spesso accade anche oggi, sono proprio quei problemi che tendiamo a classificare come “punizioni” a renderci speciali.
  • Divisione: leggendo il romanzo, sembra quasi ci sia una linea trasparente che divide in due la trama. Nella prima parte, infatti, il protagonista Ed si trova a fare i conti con qualcosa che sembra non volere, mentre nella seconda, complice anche l’appoggio delle persone che ha accanto, il suo “dono” diventa il motore che muove ogni suo gesto.
  • Temi: questo libro è in grado di convogliare su di sé un gran numero di tematiche, dalla morte alla malattia, dagli abusi agli inganni, dalla giustizia all’amore (in tutte le sue sfumature).
  • Metalibro: anche in questo caso, la presenza di un libro nel libro non fa altro che rendere la trama ancora più interessante. Se da una parte, infatti, Simone Toscano scrive di Edmund Brown, nello stesso modo anche Ed sente il bisogno di scrivere di se stesso con quel libro che prende vita una notte aprendo Word.

Voto: 5 segnalibri su 5

Edmund Brown - Simone Toscano

Titolo: Edmund Brown
Autore: Simone Toscano
Editore: Youcanprint Self-Publishing
Lunghezza: 160 pagine
Prezzo: 10 euro
Trama: Come vive un uomo costretto a sapere, a volte anche con decenni di anticipo, come e quando moriranno le altre persone? Com’è stare in ufficio, passare un documento al collega di fianco, e di colpo cadere in trance e vedere la morte futura di quell’uomo? Assistervi impotente, come in un orribile incubo. Prevedere come morirà il prossimo; se di una morte violenta, se di una malattia. Se ancora giovane, se molto vecchio. Come si può vivere con un oscuro segreto del genere senza impazzire? Senza cercare aiuto? Tutti cercano di non pensare alla morte, di ingannare le proprie esistenze con un giusto mix di impegni e felicità, cercando il più possibile di non pensare all’inevitabile momento in cui la fine arriverà per loro stessi o per le persone a loro care. Tutti, tranne Edmund Brown. Edmund Brown vive nella piccola comunità di Castrol, dove lavora come barista/barman alle dipendenze del burbero Jym Rodd. Ha 30 anni e convive con le agghiaccianti “visioni di morte” da quando era bambino. Ma la fragile barriera di normalità che ha costruito attorno al suo segreto sta per crollare.
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“Il canto di Natale”: siamo sempre in tempo per salvarci dallo Scrooge che c’è in noi

Non è mai troppo tardi per rendersi conto dei propri sbagli e per diventare più buoni, soprattutto a Natale, quando tutti i cuori sono ben disposti per accettare i sentimenti genuini e il perdono. Questo lo sa bene anche Scrooge, l’avido (e anche arido) protagonista de Il canto di Natale che da tutti è visto quasi come un orco e un mostro. Questo piccolo romanzo (o grande racconto, dipende dalle prospettive) è stato pubblicato da Charles Dickens proprio a ridosso delle festività natalizie, il 19 dicembre del 1843, probabilmente per convogliare tutte le sensazioni positive che questi giorni, da sempre, trascinano con sé e sugli altri. Non bisogna pensare ad “A Christmas Carol” come a qualcosa di sdolcinato e stucchevole, piuttosto come a un testo che è in grado di unire gli intenti morali, il contesto storico e gli elementi gotici, tutti mescolati all’interno di un “calderone” a opera dell’entusiasmante scrittura e dell’abile penna dello scrittore britannico.

«Mi sono proposto, in questo piccolo libro di Fantasmi, di risvegliare il Fantasma di un’Idea, che non metta i miei lettori in contrasto con se stessi, tra loro, con il periodo dell’anno o con me. Che possa infestare le loro case piacevolmente, e che nessuno senta il desiderio di scacciarlo.»

Il primo degli insegnamenti a cui si va incontro è anche il più classico dei detti: l’apparenza inganna. Ebenezer Scrooge non solo è un vecchio cattivo che ha perso ogni fiducia nel Natale, ma lo odia a tal punto da considerarlo una perdita di tempo e di soldi: si vede costretto a tenere chiusa la sua attività, a perdere ogni possibilità di guadagno, e per “rivendicare” un po’ queste mancanze non si fa alcuno scrupolo nel far lavorare il suo impiegato pagandolo una miseria.

«Al diavolo questo felice Natale! Che cos’è Natale per te se non il momento di pagare i conti mentre non hai un quattrino; un momento in cui ti ritrovi di un anno più vecchio ma neanche di un’ora più ricco; un momento per tirare il bilancio sui tuoi libri contabili e vedere che ogni singola voce risulta in perdita nel corso di tutta una dozzina di mesi? Se potessi realizzare il mio desiderio,” disse Scrooge sdegnato, “ogni idiota che se va in giro con “Felice Natale” sulle labbra verrebbe bollito insieme con il suo pudding natalizio e seppellito con un ramo di agrifoglio piantato nel cuore. Proprio così!”»

Dickens non lascia nulla al caso, nemmeno il nome del protagonista: se da una parte, infatti, il nome “Ebenezer” significa “pietra dell’aiuto” collegandosi in un certo senso al lavoro che il fantasma Jacob Marley compie nel percorso di redenzione dell’ex socio in affari, dall’altra invece, “Scrooge” trova nella traduzione italiana di “taccagno, tirchio e spilorcio” il corrispettivo perfetto per la descrizione del suo carattere. Dopo una rassegna degli episodi che descrivono – nel caso ce ne fosse ancora bisogno – il carattere freddo e sgarbato di Scrooge, il lettore si ritrova proiettato nel vero e proprio nocciolo della trama, ossia nel momento in cui quest’ultimo riceve la visita dei tre fantasmi che lo accompagnano, attraverso dei flashback, delle proiezioni in avanti e degli zoom sulla sua vita presente, in un viaggio fatto di ricordi e cordoglio in cui l’obiettivo primario è la ricerca di se stesso.

“Questo è un lato non lieve della mia penitenza”, proseguì il Fantasma. “Sono qui questa notte per avvertirti, per dirti che hai ancora una possibilità e una speranza di sfuggire alla mia sorte. Una possibilità e una speranza che ti sto procurando io, Ebenezer.”
“Per me sei sempre stato un buon amico,” disse Scrooge. “Grazie!”
“Sarai visitato,” riprese il Fantasma, “da Tre Spiriti.”

L’intento della visita di Jacob Marley è senz’altro altruistico: vuole tentare di salvare l’amico Scrooge dalla sua stessa fine, ossia quella di essere condannato a vagare per il mondo portando con sé il peso – letteralmente – di tutti quegli oggetti materiali che, in vita, lo hanno fatto essere troppo egoista. Ecco perché gli darà tre possibilità, personificate rispettivamente da tre diversi Spiriti, per potersi redimere e per cambiare il suo modo di essere. Se durante la visita del “Fantasma del Natale passato” Ebenezer Scrooge prova rimpianto per dei momenti difficili e tristi che ha vissuto nella sua infanzia, quando incontra il “Fantasma del Natale presente”, invece, i suoi pensieri sono rivolti principalmente a quelle persone che trovano comunque il modo di essere felici e grate, nonostante la povertà in cui sono costrette. Ma è soprattutto il “Fantasma del Natale futuro” a colpirlo di più, a maggior ragione perché quest’ultimo si presenta al protagonista come se fosse la figurazione della morte, con un cappuccio nero e le mani scheletriche. 

«Era tutto coperto da una sorta di manto nero come la notte, che gli nascondeva il capo, il viso, l’intera forma, e non lasciava nulla di visibile se non una mano tesa. Non fosse stato per quella sarebbe stato difficile distinguere la sua figura dalla notte, separarla dal buio che la circondava.»

Lo Spirito non parla, ma dai suoi inquietanti gesti Scrooge capisce quanto sarà triste e silenzioso il futuro che verrà nel caso continui a condurre una vita fatta di egoismo: nessuno piangerà il giorno della sua morte, nessuno lo andrà a trovare sulla sua tomba, tutti piuttosto saranno sollevati dall’essersi tolti di mezzo la sua avidità. Non riuscendo a concepire una vita simile, è proprio in questo momento che Ebenezer Scrooge matura il suo cambiamento e capisce quanto sia sbagliato il suo atteggiamento nei confronti degli altri. Dopo un salto nel vuoto causato dal sogno da cui si sveglia spaventato nel suo letto, l’uomo capisce che deve rimediare ai suoi errori. È il giorno di Natale: quale momento migliore per creare un nuovo signor Scrooge sulle ceneri di quello vecchio?

«Onorerò il Natale nel mio cuore e mi adopererò per serbarlo lì tutto l’anno. Vivrò in quello Passato, nel Presente e nel Futuro. Gli Spiriti di tutti e tre agiranno dentro di me. Non sprecherò le lezioni che mi hanno insegnato.»

Questo racconto non solo mostra che anche nel più arido dei cuori c’è spazio per un po’ di amore, ma insiste sull’idea che, a prescindere dal ceto sociale e dalle ricchezze possedute, siano altri in realtà i valori da portare avanti nella vita. Ebenezer Scrooge è proprio il simbolo di quell’esteriorità fine a se stessa che non porta da nessuna parte, se non alla solitudine e all’abbandono. Le morali che Dickens cerca di trasmettere con le sue parole sono tante, prima tra tutte che l’essere buoni non è mai uno spreco di tempo, piuttosto qualcosa che ci gratifica da dentro e ci permette di sentirci meglio con noi stessi. Non è un caso che lo scrittore scelga proprio il Natale come cornice alla sua storia (il periodo in cui siamo circondati dai nostri affetti più veri e sinceri), come non è un caso che sia proprio l’avido Scrooge a capire tutto quanto. Quello che rende geniale quest’opera di Dickens, però, non è solo il suo intento: unendo gli elementi gotici che arricchiscono l’atmosfera con i temi a lui cari, l’autore britannico riesce a creare un’opera in cui i problemi della povertà, dello sfruttamento minorile e delle città grigie e malfamate sono trattati in maniera così delicata da non sembrare nemmeno delle preoccupazioni reali. Leggendo questo libro – di una attualità disarmante – è impossibile non lasciarsi conquistare dalla scrittura di Charles Dickens (sempre “sul pezzo” e curata in ogni suo dettaglio, che sia ironico o più serio), ma soprattutto è impossibile non farsi scaldare il cuore da una storia che non manca di rinsaldare il valore di certi sentimenti. È proprio vero che a ogni nostro gesto corrisponde una conseguenza, piccola o grande che sia.

Parole chiave:

  • Scrooge: l’avido taccagno protagonista di questo splendido racconto, ma anche colui che dimostra che non è mai troppo tardi per migliorarsi. Tutti noi, chi più e chi meno, siamo stati “Scrooge” almeno una volta nella vita, la cosa importante, così scrive Dickens, è fermarsi appena in tempo e rendersi conto che sono le cose buone quelle da coltivare.
  • Egoismo: il “ciak azione!” principale de Il canto di Natale, la caratteristica che più inaridisce le persone e le svuota. Penso esista un egoismo buono e un altro cattivo: quello buono, o anche “sano”, può entrare in nostro soccorso salvandoci da qualcuno o qualcosa che ci fa del male; l’altro cattivo, invece, è l’egoismo fine a se stesso, quello sbagliato che ci fa “perdere” soltanto.
  • Fantasmi/Spiriti: ho trovato bellissima l’idea di affidare a degli elementi gotici le parole di una coscienza che andava un po’ rispolverata, come anche il fatto di aver reso moraleggiante quella che, a tutti gli effetti, è una storia di fantasmi.
  • Vita/morte: una delle tante dicotomie che si trovano in A Christmas Carol. Questo aspetto lo si nota soprattutto nella differenza tra le descrizioni delle persone che circondano il protagonista e Scrooge stesso: le prime radiose e felici, mentre il secondo burbero e accigliato. Un discorso simile si potrebbe fare anche per il contrasto “luce/buio”.
  • Fred: è il personaggio che, dopo Scrooge, mi ha colpito di più. E’ il nipote del protagonista, la sua famiglia, il simbolo dell’affetto che lo lega alla mamma e alla sorella, eppure non manca di essere trattato male e demotivato. Nonostante questo, il giovane ha sempre il sorriso stampato in faccia come a dire “non bisogna lasciarsi abbattere dalle difficoltà”.

Voto: 5 segnalibri su 5

Il canto di Natale - C. Dickens

Titolo: Il canto di Natale
Autore: Charles Dickens
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 117 pagine
Prezzo: 7 euro
Trama: È il più famoso tra i racconti natalizi scritti da Dickens, nel 1843. Un racconto che ha avuto la forza di attingere all’immaginario popolare e a sua volta plasmarlo con forza. Per esempio, il personaggio di Paperon de’ Paperoni in inglese si chiama Scrooge McDuck, lo stesso nome cioè dell'”avaro cattivo e senza cuore” di questo racconto dickensiano. Scrooge è talmente cattivo e avaro da rifiutare anche il calore del Natale, per lui solo una perdita di tempo e di soldi. Sarà il fantasma del suo ex socio Jacob Marley a visitarlo per primo. Poi lo visiteranno altri tre spiriti, che gli restituiranno in rapida sequenza la visione del suo Natale passato (di quando cioè lui era un bambino solo e triste), di quello presente (quello del suo contabile Cratchit e del figlio in predicato di morte per la mancanza di cure adeguate) e infine del Natale futuro, quello della sua morte, che verrà accolta con derisione e freddezza da tutti i suoi conoscenti. È in questo momento che il vecchio avaraccio si pente dei suoi comportamenti e cambia finalmente registro, ravvedendosi e celebrando in modo adeguato lo spirito del Natale, con generosità e trasporto per gli affetti familiari.
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“Quanto ti ho odiato”: odi et amo

Perdere la testa e finire per innamorarsi della persona che meno si sopporta al mondo: oltre a rappresentare uno dei cliché più sfruttati dalla letteratura e dalla cinematografia, è anche il motore portante della trama di Quanto ti ho odiato, il romanzo scritto da Kody Keplinger ed edito nel 2015.

Forse odiavo Wesley Rush, ma lui aveva in mano la chiave per la mia fuga, e in quel momento lo volevo.. avevo bisogno di lui.

Bianca Piper, la protagonista della storia, è una ragazza di diciassette anni che frequenta una scuola che sembra non badare minimante a lei, forse è un po’ troppo cinica e intelligente per essere accostata a tutte le altre ragazze della sua età, ma di certo non si sente bella come loro, o almeno così pensa lei. Le stanno strette tante cose, soprattutto certe persone, ed è anche per questo che non vede l’ora di finire la superiori per potersi trasferire a New York, cominciare il college e, insieme a questo, anche una nuova vita. Ogni tanto, tra una lezione e l’altra, con le sue amiche fidate Casey e Jessica, frequenta il pub “Nest” ed è proprio lì che, una sera, succede un “fattaccio” che scombussola le sue già fragili convinzioni.

Wesley sospirò. «Bene. Non sei stata per niente collaborativa, sai. Quindi voglio essere sincero con te. Devo riconoscerlo: sei più sveglia e testarda della maggior parte delle ragazze con cui parlo. Ma se sono qui non è solamente per scambiare battute argute». Spostò l’attenzione sulla pista da ballo. «A dire la verità, ho bisogno del tuo aiuto. Sai, le tue amiche sono fiche. E tu, cara, sei la DUFF».
«E che significa?»
«Sta per Designated Ugly Fat Friends, ovvero la tipa bruttina e cicciottella prescelta dal gruppo di amiche», spiegò lui. «Senza offesa, ma sei tu».

Eccolo qui, Wesley Rush: il “donnaiolo” della scuola che tutte vogliono e da cui Bianca Piper, invece, vuole tenersi a debita distanza. Quello che, però, non riesce ad ammettere a se stessa è che quel ragazzo sembra rappresentare la sua unica via di “salvezza”, la distrazione che la distoglie da una famiglia che si sta sgretolando e da un padre che rifugge nell’alcool il peso della sua separazione con la moglie. Così, dopo una Coca Cola Cherry gettata addosso per il nomignolo di DUFF e diverse frasi al veleno, Bianca finisce per baciare proprio il suo acerrimo nemico, scoprendo con enorme sorpresa (e rammarico) che quell’incontro ravvicinato le è anche piuttosto piaciuto. Nonostante sia consapevole che il ragazzo sia tristemente famoso per non rifiutare quasi nessuna di quelle che gli si avvicinano, Bianca vede in lui la persona giusta con cui evadere da un mondo troppo stretto, non pensando che anche Wesley, come lei, ha una vita piuttosto difficile da affrontare.

«Tranquilla.» L’auto stava rallentando leggermente. «Sul serio, hai ragione. E anche la nonna. Solo che non avrei mai voluto che Amy mi vedesse così.»
Non riuscii a trattenermi e allungai una mano verso quella di Wesley, stretta alla leva del cambio. La pelle era calda e morbida, e sentii il battito regolare che pulsava sotto il mio palmo. Dimenticai la mia stupida macchina e il litigio con Casey. L’unica cosa che volevo era vedere Wesley tornare a sorridere. Mi sarei accontentata anche del sorrisetto impertinente. Detestavo che l’idea di perdere il rispetto della sorella lo facesse soffrire. Volevo consolarlo.
Tenevo a lui.
Oddio. Davvero tenevo a lui?

Wesley e Bianca, alla fine, da “nemici con benefici” si ritrovano a essere legati più di quanto potessero immaginare: se il primo, infatti, si rivela essere quello che mai la ragazza avrebbe creduto, ovvero una persona dolce e brava ad ascoltare i suoi problemi, lei, invece, rappresenta per Wesley colei che ha sempre desiderato, scoprendosi anche particolarmente geloso di Toby Tucker, il ragazzo che incarna la perfezione, da sempre, per la Piper.

Ti penso più di quanto qualsiasi uomo con un briciolo di dignità ammetterebbe mai, e sono follemente geloso di Tucker: una cosa che non avrei mai pensato di dire. Voltare pagina è impossibile. Nessuna mi tiene sulle spine come fai tu. Nessuna mi fa venire voglia di umiliarmi scrivendo lettere zuccherose come questa. Solo tu. Ma so di essere nel giusto. So che mi ami, anche se esci con Tucker. Puoi raccontarti tutte le bugie che vuoi, ma la realtà ti scoverà. E io rimarrò in attesa di quel momento.. che ti piaccia o no.
Con amore,
Wesley.

Storia d’amore (scontata) a parte, quello che più colpisce di questo romanzo è certamente il modo ironico e diretto con cui Kody Keplinger costruisce una trama fatta di battute simpatiche, momenti leggeri e parti serie, tutte amalgamate perfettamente in un libro che si legge, senza troppe pretese, in pochissimo tempo. Il punto centrale è rappresentato sicuramente dal modo in cui comincia il rapporto tra Bianca e Wesley: non solo per un semplice sfogo, ma soprattutto per l’incontrarsi di due mondi, apparentemente diversi, che si ritrovano a fuggire dalle stesse cose e a riconoscere, l’uno nell’altra, ciò di cui hanno bisogno. Leggendo il libro, è bello vedere quanto il loro legame cresca pagina dopo pagina, fino a quasi diventare imprescindibile e reale, come una qualsiasi storia fatta di supporto, parole che non devono essere necessariamente dette per essere pensate, ma anche litigi e riavvicinamenti.

Nonostante i miei sforzi per non farlo, sorrisi. Non era neanche lontanamente perfetto, ma, ehi, neppure io lo ero. Eravamo entrambi piuttosto incasinati. Tuttavia, in un certo senso, questo rendeva tutto più eccitante. Sì, era folle e contorta, ma era la verità, no? Scappare è impossibile, quindi perché non accettarla?
Wesley mi prese la mano e intrecciò le dita alle mie. «Sei bellissima stasera, Bianca.»

Sebbene Bianca abbia due amiche che le stanno sempre vicino (pur avendo chiaramente interessi diversi) il loro rapporto sembra quasi essere messo in secondo piano quando le tre si ritrovano a litigare per una stupida incomprensione (e anche per una storia passata che ha lasciato troppo il segno). Ma l’amicizia, si sa, se è vera e sincera riesce a superare qualsiasi cosa, anche l’orgoglio e i segreti. Se dovessi descrivere questo romanzo in poche parole, lo definirei come “una romanticheria pungente”: capace di divertire, ma anche di far pensare, non mancando certo di far sognare con una storia d’amore un po’ fuori dagli schemi (e senza cose troppe melense). Insomma, Quanto ti ho odiato è un libro simpatico, piacevole e scritto in una maniera “colloquiale”, una lettura leggera da fare in quei momenti in cui non si sta cercando qualcosa di troppo impegnativo.

Parole chiave:

  • Odio/amore: questo romanzo ci insegna che tra i due sentimenti c’è un confine molto sottile. Bianca non sopporta Wesley perché lo crede quello che in realtà non è, ma spesso l’apparenza inganna.
  • DUFF: la parola che dà inizio a tutto e muove l’intera trama. Letteralmente indica la “Designated Ugly Fat Friends”, ovvero la ragazza bruttina tra il gruppo di amiche. È un’etichetta che Wesley Rush mette addosso a Bianca Piper e che quest’ultima, forse spinta dai problemi che gli pesano addosso, odia terribilmente.
  • Orgoglio: allontana Bianca dalle sue amiche, ma anche Bianca dallo stesso Wesley. Per fortuna, basta trovare il coraggio di abbatterlo, per riuscire a risolvere le cose.
  • I problemi famigliari: Bianca ha un padre alcolizzato e una madre sfuggente, senza contare il fatto che sono prossimi al divorzio; Wesley, invece, ha una famiglia pressoché assente e che lo crede interessato solo a una vita frivola. Entrambi si trovano per il fatto di avere gli stessi “scheletri nell’armadio” da cui fuggire.
  • Libro/film: da questo romanzo è stato ricavato anche un film (“L’A.S.S.O. nella manica”) che, però, non rispecchia molto quanto scritto dalla Keplinger a causa di certe incongruenze a livello di trama, personaggi e legami (però vi consiglio di guardarlo allo stesso perché, come il romanzo, è davvero tanto simpatico).

Voto: 4 segnalibri su 5

Quanto ti ho odiato - K. Keplinger

Titolo: Quanto ti ho odiato
Autore: Kody Keplinger
Editore: Newton Compton
Lunghezza: 278 pagine
Prezzo: 9,90 euro
Trama: Bianca Piper ha diciassette anni, è cinica ma leale e sa benissimo di non essere la più carina tra le sue amiche. D’altronde sa anche di essere più sveglia e intelligente rispetto a molte sue coetanee, che si lasciano incantare dal fascino di ragazzi come Wesley Rush, il più corteggiato e viscido della scuola. Bianca infatti detesta Wesley. Ma dato che le cose in famiglia non vanno granché bene e Bianca è alla disperata ricerca di una distrazione, un giorno si ritrova a baciare proprio Wesley. E… scopre che le piace! Tanto che, sempre più desiderosa di fuggire dai propri problemi familiari, finisce per farci sesso e per ricorrere a questo “diversivo” ogni volta che qualcosa va storto. Ma quando viene fuori che Wesley è bravo ad ascoltare e che anche la sua, di vita, è più scombinata del previsto, Bianca intuisce che la situazione le sta sfuggendo di mano e si rende conto con terrore che potrebbe essersi innamorata proprio del nemico.
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“Smith & Wesson”: si entra in scena

Guardi che le parole sono piccole macchine molto esatte, mi creda, se uno non le sa usare, tanto vale che non le usi.

Smith & Wesson di A. Baricco, a prima vista, può sembrare niente più che un breve e semplice romanzo, ma leggendolo meglio ci si accorge che è decisamente qualcosa di più, ovvero una pièce teatrale in cui i personaggi cercano, con qualsiasi espediente, di rendere memorabili e degne di nota le proprie esistenze, pur non mancando di vivere dei momenti ironici. Questo legame con il teatro, infatti, lo si coglie fin dalle prime pagine: oltre alla evidente struttura in atti che suddivide in capitoli il libro, tutti i dialoghi appaiono come una sorta di copione dove le parole dei personaggi sono scandite da quelle che potremmo definire delle vere e proprie “battute”.

PRIMO MOVIMENTO, Allegro.

Non lontano dalle cascate del Niagara, anno 1902.

Interno di una baracca povera, incasinata ma dignitosa.

Un uomo sdraiato sul letto. Non sta necessariamente dormendo. È lì, tranquillo.

Bussano alla porta.

WESSON
[l’uomo sdraiato sul letto
] Chi è?

SMITH
[da fuori] La signora Higgins, su all’albergo, mi ha parlato di lei. Mi ha detto che potevo venirla a trovare.

WESSON
La signora Higgins è una puttana!

Pausa.

Ci troviamo nel 1902 e il luogo sono le grandi Niagara Falls. I protagonisti di questo “spettacolo scritto” sono Tom Smith e Jerry Wesson, le cui vite si intrecciano nella loro affannosa ricerca di ribellione e adrenalina, a qualsiasi costo. Al lettore non deve affatto sfuggire l’accoppiata ironica dei loro nomi: “Tom e Jerry” da una parte, come i più celebri gatto e topo del mondo dei cartoni animati, “Smith e Wesson”, in riferimento alla famosa azienda statunitense di armi, dall’altra. Che sia voluto o no, tramite questo espediente Baricco riesce a trasmettere una leggerezza ironica che si ritrova poi anche nelle loro azioni, come una specie di nomen omen. Wesson, infatti, è un “pescatore”, ma non nel vero senso del termine: lui pesca i corpi di quelli che si suicidano buttandosi dalle Cascate del Niagara; Smith, invece, si è scoperto “metereologo” e ha deciso di annotare su un taccuino le previsioni decise sulla base di quanto gli riferisce la gente. 

Abbiamo deciso che il 21 giugno, solstizio d’estate, il primo essere umano nella storia degli esseri umani salterà dalle cascate del Niagara non per farsi fuori, ma per vivere, una volta buona, e vivere davvero. Sarà una ragazzina di ventitré anni e contro ogni aspettativa non morirà in quel salto, e questo perché i signori Smith e Wesson, invece di progettare infallibili fucili a ripetizione, le troveranno il modo di sopravvivere alle cascate, sfidando la natura e le leggi della fisica, e vincendo, se dio lo vorrà e se avremo un culo bestiale.

Tra i due, come una ventata di aria fresca, si inserisce Rachel Green, un’aspirante giornalista che è alla ricerca di uno scoop talmente sensazionale da farla riscattare dalla normalità in cui è finita, e per farlo è disposta a tutto, perfino a mettersi in gioco lei stessa e a diventare una incredibile “notizia vivente”.

In fondo un bel destino, ma a lei manca qualcosa vero? Manca qualcosa di veramente suo, una storia memorabile, una prodezza, un miracolo tutto suo.

Il loro desiderio di evasione dall’ordinario, infatti, non è rappresentato solamente dall’attuazione di una impresa epica, ma anche dalla volontà di conquistare un po’ di gloria a discapito di una vita trascorsa costantemente in maniera piatta e senza sfumature. Tutti e tre decidono di sfidare la grandezza incontrastata delle cascate, ma come spesso accade (e come insegna anche lo stesso concetto di “sublime”), sono proprio le cose più grandi di noi a sopprimerci e a farci sentire piccoli e perituri, soprattutto se di mezzo si trova una natura che ci ricorda costantemente quanto è più potente di noi. Da qui al fatto che raramente le cose vanno come si spera il passo è veramente breve ed ecco che, per ultimo, è il destino a farla da padrone.

Riepilogando. Disponiamo di tre strade. Prima: una palla di caucciù, perfettamente sferica, cava all’interno. La spariamo a grande velocità in modo che salti oltre i gorghi e cada direttamente nelle rapide, dove poi Wesson la va a pescare. Seconda: una sorta di cassaforte. La precipitiamo giù dalle cascate, quando tocca il fondo Rachel esce attaccata a un salvagente che la riporta velocemente a galla e poi la trasporta giù per le rapide. Wesson la raccoglie. Terza: una botte piena di aria compressa, perfettamente imbottita e a tenuta stagna. Rotola giù dalle cascate, finisce sott’acqua, torna su, e galleggia giù dalle rapide fino a quando Wesson non la prende al volo. Votazioni!

Quello che più colpisce di Smith & Wesson, probabilmente, è proprio questo: il tentativo di costruire una vicenda interamente incentrata su una natura che appare ingestibile e ingovernabile nonostante il desiderio, prettamente umano, di tenerle testa. Tutto questo è descritto da Baricco in una maniera che ho trovato semplice e delicata, quasi come se non ci fossero altre parole per poterlo fare. Complice anche l’originale espediente teatrale, la lettura appare scandita come i colpi delle lancette su un orologio e la storia è tanto precisa quanto dinamica nel suo desiderio di uscire dalle righe di un destino che appare già scritto in tutti quei corpi senza vita che vengono recuperati ai piedi di quell’enorme discesa d’acqua. Rachel, tra tutti, è quella più motivata nell’impresa («Son qui perché se mi arrendo questa volta mi arrenderò tutta la vita») e, con la sua giovane età, sembra la personificazione di una generazione che cerca di fare del rischio e del desiderio di emergere dalla folla, una via di fuga dalla routine e dalla monotonia. Quello che ne esce è uno “spettacolo nello spettacolo”: inscenato prima di tutto nel metodo di scrittura – che prende le mosse dal teatro – e poi anche nella storia. Baricco è uno di quegli scrittori che piace o non piace, senza vie di mezzo, ma con Wesson & Smith è stato in grado di creare una storia (quasi sulla scia di una notizia giornalistica) degna di davvero di essere letta.

Parole chiave:

  • Ironia: presente prima di tutto nei nomi dei protagonisti, ma anche come filo conduttore che unisce, dall’inizio alla fine, una trama in cui le battute presenti non sono solamente quelle teatrali, ma anche quelle che vengono dai personaggi stessi.
  • Destino: l’unico che esce vincente dalla scena e che appare, come sempre, incontrastabile. Non ci sono desideri di rivalsa o preparazioni che tengano se, alla fine, certi piani sono già stati scritti.
  • Teatro: Smith & Wesson è una pièce teatrale, ovvero un libro che fa dello “spettacolo” l’ingrediente principale e cardine di tutta la storia inscenata dai tre protagonisti. Questi ultimi, infatti, come dei veri e propri attori, entrano ed escono dalla “scena” in maniera dinamica e sono scanditi non solo dalla battute ma anche dalle pause che sono gli “andamenti” o gli atti.
  • Natura: rappresentata dalle Cascate del Niagara e vista come insormontabile, almeno considerando i corpi che vengono ripescati ai piedi della distesa d’acqua. Smith & Wesson è anche la storia del tentativo del superamento dei limiti, ma già la storia di Ulisse, inserito nell’Inferno di Dante, aveva insegnato che questo non è possibile senza delle conseguenze.
  • Tanto in uno: questo libro è molte cose. E’ un articolo di giornale (o meglio, la ricerca di uno scoop), un copione teatrale, un breve romanzo e anche una storia di vita.

Voto: 4 segnalibri su 5

Smith & Wesson - A. Baricco

Titolo: Smith & Wesson
Autore: Alessandro Baricco
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 108 pagine
Prezzo: 7 euro
Trama: Tom Smith e Jerry Wesson si incontrano davanti alle cascate del Niagara nel 1902. Nei loro nomi e nei loro cognomi c’è il destino di un’impresa da vivere. E l’impresa arriva insieme a Rachel, una giovanissima giornalista che vuole una storia memorabile, e che, quella storia, sa di poterla scrivere. Ha bisogno di una prodezza da raccontare, e prima di raccontarla è pronta a viverla. Per questo ci vogliono Smith e Wesson, la coppia più sgangherata di truffatori e di falliti che Rachel può legare al suo carro di immaginazione e di avventura. Ci vuole anche una botte, una botte per la birra, in cui entrare e poi farsi trascinare dalla corrente. Nessuno lo ha mai fatto. Nessuno è sceso giù dalle cascate del Niagara dentro una botte di birra. È il 21 giugno 1902. Nessuno potrà mai più dimenticare il nome di Rachel Green? E sarà veramente lei a raccontarla quella storia?
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“Il giardino dei Finzi-Contini” e il viaggio nel ricordo

Il giardino dei Finzi-Contini è sicuramente l’opera più famosa di Giorgio Bassani, scrittore e poeta nato a Bologna nel 1916 e morto a Roma (dopo una lunga malattia) nei primi mesi del 2000. Questo romanzo scritto nel 1962, oltre a essere stato inserito da diversi studiosi del genere nella corrente del “neorealismo”, è anche il racconto di un viaggio a ritroso nel passato in cui la voce narrante – che probabilmente va ricondotta allo stesso autore – prende per mano il lettore/spettatore accompagnandolo in un ricordo prevalentemente basato sulla nostalgia. La storia, infatti, incomincia proprio davanti alla tomba dei Finzi-Contini: lì il protagonista, oltre a rivivere attraverso dei flashback gli anni della sua giovinezza, si ritrova soprattutto a riflettere sul forte legame che lo ha avvicinato a quella famiglia.

La tomba era grande, massiccia, davvero imponente: una specie di tempio tra l’antico e l’orientale, come se ne vedeva nelle scenografie dell’Aida e del Nabucco in voga nei nostri teatri d’opera fino a pochi anni fa. In qualsiasi altro cimitero, l’attiguo Camposanto Comunale compreso, un sepolcro di tali pretese non avrebbe affatto stupito, ed anzi, confuso nella massa, sarebbe forse passato inosservato. Ma nel nostro era l’unico. E così, sebbene sorgesse assai lontano dal cancello d’ingresso, in fondo a un campo abbandonato dove da oltre mezzo secolo non veniva sepolto più nessuno, faceva spicco.

Il ricordo memoriale, poco a poco, introduce anche i personaggi di Micòl e Alberto, due fratelli che, come il protagonista, fanno parte della comunità ebraica ferrarese. I due sono dei Finzi-Contini e come tali hanno la “fortuna” di essere nati in una famiglia aristocratica che, però, vive quasi isolata dal resto della città ed è spesso vittima delle chiacchiere altrui per questa scelta. Micòl e Alberto, infatti, oltre a prendere delle lezioni private per proseguire gli studi e a fare parte di un circolo di tennis, abitano anche in una casa circondata da un giardino e da una cinta muraria che sono un po’ l’emblema di questo microcosmo in cui si trovano. Un isolamento che, vedendo gli anni in cui ci troviamo nella vicenda – ovvero il periodo che anticipa la Seconda guerra mondiale -, ha anche una forte eco con la ghettizzazione che da lì a poco, nel 1938, gli ebrei avrebbero vissuto tragicamente sulla loro pelle a opera delle “leggi razziali” (e poi con la deportazione). 

Il lungo periodo di tempo che seguì, fino ai fatali ultimi giorni dell’agosto del ’39, cioè fino alla vigilia dell’invasione nazista della Polonia della drôle de guerre, lo ricordo come una specie di lenta, progressiva discesa nell’imbuto senza fondo del Maelstrom.

Micòl, in particolare, esercita un fascino decisamente marcato sul protagonista, e questo appare chiaro fin dalle prime pagine del romanzo. Il primo incontro è avvenuto come una sorta di scena tra Romeo e Giulietta, quando la ragazza è affacciata al muro della sua casa e lui, in preda alla disperazione per la bocciatura in matematica, vaga per le vie della città alla ricerca di una scusa da poter raccontare ai suoi genitori. Questo sembra essere l’inizio di una amicizia che potrebbe diventare qualcosa di più, ma che una serie di imprevisti e di occasioni mancate prima, e la presenza di Malnate e l’inevitabile maturazione di lei poi, sembrano non far decollare nella direzione giusta.

Passai la notte successiva in grande agitazione. Mi addormentavo, mi svegliavo, mi riaddormentavo. E sempre riprendevo a sognare di lei. Sognavo per esempio di trovarmi, proprio come il primissimo giorno che avevo messo piede nel giardino, a guardarla mentre giocava a tennis con Alberto. Anche in sogno non l’abbandonavo con gli occhi un solo istante. Tornavo a dirmi che era splendida, così sudata e rossa, con quella ruga d’impegno e di decisione quasi feroce che le divideva verticalmente la fronte, tutta tesa come era nello sforzo di sconfiggere il sorridente, un po’ fiacco e annoiato fratello maggiore.

Il giardino dei Finzi-Contini, quindi, è anche la storia di un amore che nasce e si incrina piano piano, soprattutto dopo la partenza di Micòl per Venezia, avvenuta non a caso in inverno quasi come se il sopraggiungere di questa stagione significasse anche un definitivo raffreddamento dei loro sentimenti («Fu così a rinunciai a Micòl»). Sullo sfondo, però, rimane sempre il giardino, elemento centrale e imprescindibile di tutto il romanzo, luogo idilliaco in grado di vincere su tutto, perfino sui limiti temporali che vedono l’Italia sempre più vicina alla guerra. Ecco perché la storia d’amore che sembra nascere e non nascere tra il protagonista e la ragazza rappresenta anche ciò che arriva a sconvolgere, ma allo stesso tempo ad alimentare, questo piccolo mondo fatto di fantasie e desideri.

Fummo davvero molto fortunati, con la stagione. Per dieci o dodici giorni il tempo si mantenne perfetto, fermo in quella specie di magica sospensione, di immobilità dolcemente vitrea e luminosa che è particolare di certi nostri autunni.

L’epilogo del romanzo non è altro ciò che il lettore si immagina e di cui si fa consapevole andando avanti nella lettura, ovvero il triste destino della famiglia Finzi-Contini che non riesce a sopravvivere ai tragici eventi della deportazione e delle leggi razziali. La storia si conclude esattamente come era iniziata: con il ricordo di un passato che non può più tornare se non nella mente del protagonista, unico sopravvissuto alla vicenda e, come tale, colui che accompagna il lettore in questo lungo viaggio introspettivo. Quello che più mi è piaciuto di questo romanzo è stato il metodo di scrittura di Giorgio Bassani: così ricco e dettagliato da non lasciare nulla al caso, nemmeno la più semplice delle descrizioni. L’espediente del ricordo a partire da un “monumento memoriale” (come può essere una tomba) per imbastire l’intera storia è davvero evocativo, reso ancora più profondo dallo sfondo storico e simbolico in cui veniamo proiettati. L’io narrante è come se facesse una sorta di percorso di formazione, a partire dall’adolescenza fino ad arrivare all’età adulta, in cui l’amore non ricambiato di Micòl (di cui ne è consapevole solamente alla fine del romanzo) lo fa vivere in un limbo che gli fa credere che qualcosa sia sempre possibile. Probabilmente l’idea che vuole darci l’autore è quella che il protagonista, in realtà, stia vivendo un dormiveglia in cui, il rifiuto sonoro della ragazza, rappresenta lo strattone che lo riporta alla realtà. Bassani dimostra una grande sensibilità e con Il giardino dei Finzi-Contini tocca il lettore trasportandolo non solo a Ferrara, ma anche in quel giardino che ha dato adito a tante immaginazioni. Il triste epilogo dell’amore (e delle vite dei protagonisti) è forse la nota più dolente della storia, ma il libro non avrebbe avuto lo stesso impatto emozionale senza questa costruzione narrativa. Questo è un romanzo molto particolare sotto tanti punti di vista, primo tra tutti il fatto di saper descrivere, sotto un’altra e più romanzata sfumatura, gli anni difficili dell’Italia prima della guerra. Un must read, senza alcun dubbio.

Parole chiave:

  • Il giardino: lo scenario principale della vicenda, in cui avviene (e non avviene) tutto, ma anche il luogo che sembra non subire i cambiamenti spazio-temporali che, invece, attraversano inesorabilmente il mondo esterno. E’ proprio sulla soglia di quel “mondo” che il protagonista incontra per la prima volta Micòl, un mondo che però riesce a visitare solamente una decina di anni dopo da quel primo e furtivo approccio. 
  • Micòl: il principale oggetto dei desideri del narratore, ma anche la sua più grande illusione e delusione. La ragazza cresce e matura durante il romanzo, e di questo ne è amaramente consapevole anche il protagonista, il quale decide di rinunciare a lei e di mettersi il cuore in pace proprio quando intuisce la “freddezza” che la ragazza ha nei suoi confronti e anche il suo probabile legame con Malnate.
  • La comunità ebraica: lo sfondo attorno a cui si muove l’intera vicenda,  fondamentale soprattutto per capire le tragedie che vive la famiglia dei Finzi-Contini, vittima della deportazione, della guerra e anche del destino nefasto.
  • L’amore: per gran parte del romanzo è stato un sentimento quasi platonico e irreale che sembrava esistere solo nella mente del protagonista, complice anche il fatto che quest’ultimo ha peccato spesso di insicurezza nel non riuscire a cogliere certe occasioni. Solo verso la fine è la stessa Micòl a mettere in chiaro le cose: in realtà loro sono troppo simili per potersi trovare sotto quell’aspetto, ed ecco che il sogno di un amore per cui combattere si trasforma nella consapevolezza di ciò che non potrà mai essere.
  • Il passato: tutto il romanzo è impostato su questa condizione temporale, a partire dal flashback iniziale che ci proietta all’indietro verso una storia costruita sulla nostalgia. Quello de Il giardino dei Finzi-Contini, però, è un passato circolare che sembra continuamente tornare per riavvolgersi su se stesso, soprattutto nei ricordi, e questo lo dimostra anche la parte finale che, non a caso, ripete in un certo senso la scena iniziale.

Voto: 4 segnalibri su 5

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Titolo: Il giardino dei Finzi-Contini
Autore: Giorgio Bassani
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 214 pagine
Prezzo: 9,50 euro
Trama: Pochi romanzi italiani del Novecento sono entrati così profondamente nel cuore dei lettori come “Il giardino dei Finzi-Contini”, un libro che è riuscito a unire emozioni private e storia pubblica, convogliandole verso un assoluto coinvolgimento narrativo. Un narratore senza nome ci guida fra i suoi ricordi d’infanzia, nei suoi primi incontri con i figli dei Finzi-Contini, Alberto e Micòl, suoi coetanei resi irraggiungibili da un profondo divario sociale. Ma le leggi razziali, che calano sull’Italia come un nubifragio improvviso, avvicinano i tre giovani rendendo i loro incontri, col crescere dell’età, sempre più frequenti. Teatro di questi incontri, spesso e volentieri, è il vasto, magnifico giardino di casa Finzi-Contini, un luogo che si imbeve di sogni, attese e delusioni. Il protagonista, giorno dopo giorno, si trova sempre più coinvolto in un sentimento di tenero, contrastato amore per Micòl. Ma ormai la storia sta precipitando e un destino infausto sembra aprirsi come un baratro sotto i piedi della famiglia Finzi-Contini.
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Il mondo post apocalittico di “Dominant” e l’energia geotermica

Dominant è un libro scritto da Irene Grazzini (pubblicato nel 2017) che si aggiunge alla lunga lista del genere distopico. Il romanzo si può definire come una piacevole commistione tra i famosissimi Divergent e Hunger Games, eppure è capace di avere una propria personalità non risultando quindi “solo” una copia ben fatta.

Claire seguì la professoressa Rania all’interno del Babylon. Era diviso in numerosi tubi, tutti identici tra loro, in cui potevano scorrere dal basso verso l’alto, e viceversa, i vagoni dei trenascensori. La torre era costituita da arcate di metallo e il soffitto del trenascensore decorato con Led multicolori per produrre l’effetto di un cielo. Claire non aveva mai visto il cielo, a essere sinceri, ne aveva soltanto sentito parlare. Da quando era nata, sopra la sua testa c’era sempre stata la Cupola a proteggerla.

La protagonista principale della storia è Claire, una ragazza “Dominante” che ha vissuto per 16 anni, ovvero da quando è nata, sotto una Cupola completamente controllata in maniera geotermica. Lei non ha la minima idea di come sia il mondo esterno, almeno fino a quando non arriva l’audace Eleanor a insegnarglielo. Quest’ultima, infatti, oltre a incappare nella Dominante quasi per caso (oppure no?) dopo un’incursione dall’esterno, decide di stravolgere completamente la vita di Claire fino a mostrarle il lato giusto della verità. La Dominante deve aprire gli occhi, eppure c’è un problema: Eleanor non è affatto come le altre, ma una “Recessiva” che non solo è bollata come nemica giurata della City, ma anche decisamente diversa in fatto di caratteristiche fisiche.

Carnagione chiara come alabastro. Capelli color dell’oro. Occhi verdi e chiari che brillavano sotto le sopracciglia appena accennate. Quella ragazza era una Recessiva!

Denunciata per aver salvato una nemica, Claire è costretta a fuggire, ma quello che l’aspetta all’esterno della Cupola è a tratti spaventoso quanto inquietante: «solo bianco», ossia una distesa sterminata di gelo e neve in cui i Recessivi vivono e si sono saputi adattare per sopravvivere nelle difficoltà (nonostante a volte capiti che facciano delle incursioni nel mondo dei “Dominanti” per potersi accaparrare un po’ di calore, risorse o fonti di energia).

Sopra la sua testa, immenso e incombente, c’era il cielo. Il cielo vero. Nero come la pece, invaso da tanti piccoli occhi luminosi che la fissavano malevoli dall’alto. E poi quella gelida falce d’argento, che sembrava sul punto di tagliarle la testa.

Lontano dalla City, solo in apparenza calda e ospitale, Claire scopre che il vero senso di comunità si trova solamente in mezzo a Eleanor e ai Recessivi, ovvero in un mondo fatto di altruismo, gesti affettuosi e condivisione, qualcosa a cui lei non era affatto abituata circondata dai comfort e dalle tecnologie della Cupola.

Così erano nate le Cupole e ciò che rappresentavano: enormi impianti per l’estrazione e lo sfruttamento di una nuova forma di energia. L’energia geotermica.

Quello che più salta all’occhio leggendo questo romanzo è il rapporto che si instaura tra Claire ed Eleanor, un aspetto che mette in secondo piano perfino le ipotetiche storie d’amore tra la protagonista e il Dominante Jordan o il Recessivo Arthur. Dapprima appaiono come due scontrose nemiche, dal carattere inconciliabile, mentre poi, nel prosieguo della trama, il loro legame diventa così forte da portarle a sacrificarsi a vicenda pur di poter salvare l’una la vita dell’altra.

Claire chiuse gli occhi. Pensò a come era la sua vita prima di incontrare Eleanor. Semplice, ordinata, sicura, perché ogni giorno sapeva cosa fare, cosa dire e persino cosa pensare. Eppure, anche se era all’interno di una cupola termica, era una vita fredda e priva di affetti.

La storia non è altro che un alternarsi di segreti che emergono pian piano dagli indizi disseminati qua e là dalla stessa autrice, mentre le avventure coinvolgono prevalentemente una Claire che diventa sempre più consapevole del fatto che, in realtà, il nemico da combattere è sempre stato accanto a lei. Qualcuno che, non solo ha agito alle spalle di tutti creando due fazioni distinte e diverse, ma che ha portato anche a distinguere gli ultimi sopravvissuti sulla terra in persone gradite al sistema e no. Con i “Dominanti” da una parte (a cui è legata per appartenenza) e i “Recessivi” dall’altra (che ama come una famiglia), Claire riuscirà a portare alla luce i difetti di quella che credeva essere la “casta” perfetta? Questo è un romanzo da divorare letteralmente in pochissimi giorni, una lettura in grado di distinguersi dalle “ispirazioni” più famose. Il legame tra Eleanor e Claire è qualcosa che va ben oltre l’amicizia – e durante la lettura se ne capisce il motivo -, rappresentando addirittura IL rapporto che manda avanti l’intero romanzo. La scrittura della Grazzini è semplice, diretta e coinvolgente, resa ancora più particolare dalla presenza di termini e spiegazioni “scientifiche” che fanno dire “wow!” man mano lo si legge. Questo è assolutamente un libro-chicca per gli amanti del genere distopico: poche cose risultano prevedibili in questo romanzo, ecco perché i colpi di scena sono assicurati.

Parole chiave:

  • Eleanor/Claire: le protagoniste principali del romanzo, il cui legame che si instaura con il tempo supera anche le storie d’amore che sembrano accadere con Jordan e Arthur. Le due hanno caratteri decisamente discordi e spesso inconciliabili, questo probabilmente è causa del fatto che entrambe sono cresciute in due ambienti diversi e, come tali, le hanno portate a diversificarsi l’una dall’altra. Claire è razionale, ponderata, diligente e studiosa in modo promettente nella sua City, mentre Eleanor è istintiva, intrepida e all’apparenza dura e fredda come il ghiaccio in cui è costretta a vivere fuori dalla Cupola. Leggendo il romanzo, il lettore non può far altro che pensare quanto, in realtà, esse si compensino. Il destino le unirà prima e le separerà poi, ma troverà comunque il mondo di legarle in maniera indissolubile.
  • Energia: quella che si crea e si conserva nella Cupola, ma anche quella che i Recessivi tentano di rubare ed è all’origine di una vera e propria guerra tra le fazioni.
  • Amore/amicizia: i sentimenti che attraversano in modo coinvolgente tutto il romanzo e che appaiono costantemente uniti da un filo invisibile. Claire sembra essere prima legata a Jordan, poi ad Arthur, ma alla fine capisce cosa è importante davvero: la sua amicizia, speciale e profonda, con Eleanor.
  • Il sindaco Swan: il mostro invisibile che sembra tanto l’occhio del Grande Fratello in 1984 di Orwell, così meschino e subdolo da ingannare tutti, perfino se stesso.
  • Ispirazioni: quelle prese da Divergent e Hunger Games, ormai famose saghe post-apocalittiche. Il bello di Dominant, però, sta nel fatto che, pur assomigliando molto a queste letture, se ne distacca cercando una sua particolarità.

Voto: 5 segnalibri su 5

Irene Grazzini - Dominant

Titolo: Dominant
Autore: Irene Grazzini
Editore: Fanucci
Lunghezza: 219 pagine
Prezzo: 14,90 euro
Trama: Claire ha trascorso i suoi primi sedici anni sotto la Cupola, l’enorme barriera alimentata a energia geotermica che protegge la City dall’esterno, il Mondo di Fuori, una landa inospitale e pericolosa sconvolta dalla più violenta glaciazione di cui si abbia memoria. Claire è una Dominante, appartiene cioè a quella razza eletta cui spetta il merito di aver liberato la città dalla minaccia dei Recessivi. Ora il destino ha deciso di sconvolgerle l’esistenza, presentando alla porta del suo Loculo una ragazza sconosciuta, ferita, che ha bisogno di aiuto. Da quel giorno, la vita di Claire si trasforma in una fuga disperata e rocambolesca dai Vigilanti e dai loro terribili robot, i Mastini, perché quella ragazza misteriosa è una Recessiva, e aiutarla significa commettere il più grave dei reati, quello di alto tradimento. Attraverso un mondo inospitale, reso sterile dal ghiaccio e dall’odio, tra bufere di neve che sferzano enormi città e maestose rovine, Claire scoprirà che il confine tra giusto e sbagliato è più labile di quanto abbia mai creduto. Una trama avvincente, un viaggio sorprendente in un futuro forse non così lontano.
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