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La leggenda di Halloween: dolcetto o scherzetto?

L’origine di Halloween è un “problema” ancora tutt’oggi, soprattutto tra quelli convinti che questa festa sia una tradizione prettamente americana. La verità è che in America ci è arrivata solo per importazione dall’Europa, anche se va riconosciuto che nel continente a stelle e strisce ormai rappresenta uno dei momenti più attesi e sentiti dell’anno. “All Hallows’ Eve Day” (letteralmente “la notte di Ogni Santi” e che poi è stato contratto in Halloween) coincide infatti con la ricorrenza cristiana che viene festeggiata il 1º novembre e anche con quella che, nell’Irlanda dei Celti, veniva chiamata “Samhain”. Ma cosa era il momento dello Samhain? Nella tradizione celtica rappresentava semplicemente la fine dell’estate, ossia la chiusura di un ciclo di produttività dato da mesi dediti alla pastorizia e al lavoro nei campi. Per capire meglio l’importanza di questo evento bisogna pensarlo come a una sorta di Capodanno in cui terminava la stagione calda e luminosa (l’estate) e ci si addentrava in quella fredda e buia (l’inverno), quest’ultima passata prevalentemente in casa a raccontarsi storie e leggende di vario genere. Lo Samhain era un momento di transizione, e come ogni rituale che si rispetti si rivestiva in automatico anche di poteri magici, tra questi la credenza che tra il mondo dei vivi e quello dei morti scattasse un corto circuito e avvenisse una sorta di contatto. Non è un caso probabilmente che l’argomento principale dei racconti fossero proprio i defunti: così come la natura stava morendo e deperendo intorno agli uomini, allora diventava lecito parlare dei morti e di ciò che si stava riposando sotto terra, creando così una sorta di fusione tra aldilà e mondo terreno.

I limiti che separano un anno dall’altro diventano limitati. Rappresenta un periodo di viaggi interni e profondi. I semi sono sotto terra. Si festeggiava il festival celtico di Samhain. In Grecia Persefone era già nell’inframondo e in Egitto Osiride si era già ritirato nel mondo dei morti. I romani dedicavano questa notte a Ecate. I celti celebravano l’anno nuovo e l’inizio dell’oscurità. È il momento in cui gli umani possono stabilire un vincolo con l’aldilà. La linea che separava il mondo dei morti da quello dei vivi diventava quasi impercettibile. Per questa ragione si invitavano i famigliari defunti e si scacciavano gli spiriti nocivi. (Laboratorio di scrittura e magia, Patricia Sánchez-Cutillas)

Questo “ritorno” dei morti tra i vivi era vissuto in diversi modi, ma il più celebre – e conosciuto ancora oggi – vedeva il rinnovo dello storico patto attraverso la frase “dolcetto o scherzetto”. Durante questi giorni, infatti, era usanza posizionare fiaccole e cibo fuori dalle abitazioni in modo che le anime dei defunti non fossero tentate di fare scherzi ai viventi. Da una parte c’era quella che nella leggenda prendeva il nome di soul cake (torta dell’anima) per cui ogni fetta corrispondeva una preghiera per un morto; dall’altra invece si trovava il gioco ludico del travestimento che doveva servire a scacciare gli spiriti maligni dalla città. A questi si aggiungeva poi anche la leggenda di Jack O’Lantern e della storia che ha portato all’usanza della zucca intagliata e illuminata dalla luce di una candela. 

Halloween è quindi una festa nata in Europa che, però, rappresenta per molti la festa simbolo dell’America: ma come è arrivata negli Stati Uniti? Verso la metà del XIX secolo l’Irlanda, a seguito di una malattia che devastò le coltivazioni di patate, fu investita da una terribile carestia; per sfuggire alla povertà molte persone decisero di abbandonare l’isola e di tentare la fortuna negli Stati Uniti. Qui le comunità irlandesi mantennero vive le tradizioni e i costumi della propria patria, tra cui Halloween, che ben presto si diffuse tra il popolo americano, e il cui simbolo è una zucca nella quale sono intagliati gli occhi, il naso e la bocca. (Tutti in festa: antropologia della cerimonialità, Laura Bonato)

Si racconta che nella notte di Ognissanti il fabbro irlandese Stingy Jack fece un incontro molto particolare: alla fine di una serata piena di alcool, infatti, s’imbatté nel Diavolo desideroso di impossessarsi della sua anima. Nonostante il suo stato d’ebbrezza, l’uomo riuscì a dimostrarsi comunque il più furbo tra i due, riuscendo nell’impresa di ricevere l’ultimo desiderio di una bevuta. Il Diavolo decise di agevolare l’ubriacone trasformandosi in una moneta, ma quel gesto altruista diventò anche la sua condanna, tant’è che si ritrovò imprigionato dal furbo Jack che lo infilò nel suo portafoglio in compagnia di un crocefisso d’argento (un simbolo religioso che gli impediva di riacquisire la sua forma originale). A questo punto al Diavolo rimase solo un’unica alternativa, non senza un certo disappunto: posticipare nel tempo la presa dell’anima dell’uomo sperando di essere più fortunato negli anni a venire. Ripresentandosi nuovamente nella notte di Ognissanti, la furbizia di Jack non mancò ancora una volta di manifestarsi “incastrando” il suo infernale nemico all’interno di un albero sul quale aveva inciso una croce e su cui il Diavolo era salito per poter prendere una mela. All’ennesima umiliazione, i due arrivarono all’accordo di lasciarsi in pace a vicenda; la serenità di Jack, però, non durò a lungo e il suo brutto vizio di bere non gli lasciò scampo. Arrivato all’Inferno, luogo a cui era stato destinato dopo una vita passata tra peccati e provocazioni, il “padrone di casa” pensò di dargli il ben servito cacciandolo e condannandolo a vagare in cerca di un luogo in cui potesse finalmente trovare riposo. Il Diavolo, però, vedendo che l’uomo doveva percorrere una strada completamente buia, decise di aiutarlo lanciandogli un tizzone ardente in modo che potesse illuminarsi la via. Per chissà quale curiosa ragione, Jack aveva con sé una rapa, e all’occorrenza decise di inciderla e trasformarla in una sorta di lanterna. Non ci è dato sapere se l’uomo sia mai riuscito a trovare la sua destinazione, ma da allora Jack O’Lantern viene rappresentato proprio con una zucca su cui c’è intagliato un volto.

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Immagine presa dal web

Ad Halloween si legano poi altre declinazioni, come ad esempio quella dell’esercito dei morti. Per capire meglio questo concetto bisogna fare una piccola premessa: al XII secolo risale anche “l’invenzione” del Purgatorio, ossia quello spazio intermedio tra la dimora definitiva (Inferno o Paradiso) e il mondo dei vivi. Un aspetto non di poco conto se si pensa che, a partire da quel momento, anche la letteratura ecclesiastico-religiosa cominciava ad ammettere l’esistenza di leggende che riguardavano proprio i defunti, una tra tutte quella della “Familia Harlechini” o “Masnada Infernale”. In questa storia sono molti gli aspetti particolari, soprattutto i riferimenti di cui si fa portatrice. Herle King (quello che poi sarebbe diventato Arlecchino nella Commedia dell’Arte) non era altro che il capo di questo esercito che compariva in momenti e spazi precisi: durante la notte o anche a mezzogiorno, ossia il momento della giornata in cui non viene proiettata alcuna ombra, e all’interno di una foresta, il luogo irrazionale e barbaro per eccellenza. Se da una parte questi temi letterari sono convertititi tutti in quella che è stata chiamata “materia bretone”, dall’altra ha permesso di interpretare il Medioevo anche come espressione di un periodo tenebroso in cui il ritorno dei morti portava non solo a uno sconvolgimento della società, ma anche all’idea che quest’ultimo potesse decidere se rendersi responsabile di abbondanze o carestie. Certe storie avevano un impatto enorme sulla popolazione: ciò che a quei tempi permeava all’interno delle menti come vera e propria convinzione, oggi invece è diventata leggenda risultando, perciò, affascinante per chiunque ne entri in contatto.

Un libro per Halloween:

Paese d'ottobre

Titolo: Paese d’ottobre
Autore: Ray Bradbury
Editore: Mondadori
Lunghezza: 330 pagine
Prezzo: 10 euro
Trama: Mentre creava le “Cronache marziane”, Bradbury scrisse anche una serie di novelle ambientate nei luoghi della sua infanzia, le piccole cittadine dell’immutabile Middle West agricolo. E a queste ‘cronache terrestri’ diede il titolo di “Paese d’ottobre”, perché in ottobre la luce del sole declina facendo sfumare gli oggetti quotidiani tra le ombre ed è allora che, dietro le apparenze più comuni, ci è dato di vedere il fatto straordinario che spalanca la possibilità di realtà misteriose e di mondi diversi, nascosti dietro la facciata sonnacchiosa della provincia americana.
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L’effetto farfalla raccontato da Ray Bradbury

L’effetto farfalla, scientificamente parlando, prende le basi dalla “teoria del caos”, ipotizzata ufficialmente negli anni Settanta dal fisico Edward Lorenz e basata sull’idea che anche il disordine abbia le sue regole. Sostanzialmente, l’opinione è quella secondo cui dietro la semplicità e l’apparenza di un ordine prestabilito si trovi nascosto qualcosa di inconoscibile per cui non solo un evento vicino può avere conseguenze anche lontane, ma che variando le condizioni iniziali di un certo sistema quest’ultimo si evolverà quasi certamente in maniera inaspettata. Ma da dove deriva a sua volta questo pensiero? Per dare risposta a questa domanda bisogna tornare indietro al 1952 e citare il romanzo A Sound of Thunder di Ray Bradbury, un testo breve – ma veramente significativo – che ha avuto notevoli influenze culturali. Basti pensare a The Butterfly Effect, un film di fantascienza del 2004 diretto da Eric Bress e J. Mackye Gruber, che si apre con la celebre frase, offerta da una voce fuori campo, «Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo»; ma anche al meno conosciuto Il risveglio del tuono di Peter Hyams del 2005. 

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Immagine presa dal web

Ritornando al romanzo di Bradbury, invece, è proprio la camminata non prevista di un cacciatore su una Terra di milioni di anni fa (avvenuta durante un safari indietro nel tempo) ad aver portato alla creazione di un nuovo futuro diverso da quello previsto. Molti conoscono l’autore statunitense soprattutto per Fahrenheit 451 o Cronache marziane, poco per i suoi racconti, altrettanto interessanti da essere considerati ciò che di nascosto si trova sotto la punta dell’iceberg-mondo fantascientifico da lui narrato. Rumore di tuono è proprio tra questi, ma per “immergerci” meglio in questo testo, ecco alcune citazioni e la trama.

La scritta sul muro sembrò baluginare, come sotto una pellicola d’acqua calda in movimento. Eckels si sentì battere le palpebre sulla fissità degli occhi, e in quella momentanea oscurità la scritta arse:

SAFARI NEL TEMPO, INC.
SAFARI IN QUALUNQUE ANNO DEL PASSATO.
VOI SCEGLIETE L’ANIMALE.
NOI VI PORTIAMO LÀ.
VOI SPARATE.

Un muco caldo si raggrumò nella gola di Eckels, che inghiottì per mandarlo giù. I muscoli attorno alla sua bocca formarono un sorriso, mentre tendeva lentamente la mano nell’aria, e in quella mano sventolava un assegno di diecimila dollari verso l’uomo seduto alla scrivania.

Nel 2055 il mondo non è affatto come ci si potrebbe aspettare; oltre al nuovo presidente americano Keith, per i cacciatori che hanno nostalgia del passato esiste la possibilità di fare dei viaggi nel tempo per uccidere animali estinti. Ovviamente non in maniera gratuita, ma con un cospicuo pagamento che ammonta a 10.000 dollari. Uno dei personaggi di questo racconto è Eckels: non si accontenta di uccidere animaletti semplici, vuole un T Rex, una grandiosa uccisione per soddisfare le sue enormi manie di protagonismo. In teoria non ci sarebbe nulla in contrario, l’unica regola è che l’animale sia già destinato alla morte per non rischiare di modificare in maniera irrimediabile il futuro. Ma Bradbury non fa tutto semplice, anzi, inserisce degli elementi che fanno capire quanto sia azzardato giocare con il destino e il tempo, entità misteriose e ingestibili. Eckels vuole fare di testa sua, poco gli importa delle regole e delle guide: non solo ha un incontro-scontro con un T Rex che non dovrebbe morire in quel momento, ma cammina sulla “passerella” su cui è severamente vietato mettere piede. Queste due azioni, apparentemente insignificanti, sono destinate però ad avere enormi conseguenze, d’altronde – ci fa capire Bradbury – non si scherza con ciò che è più grande di noi, soprattutto se sfugge a qualsiasi controllo. Dopo aver cercato di salvare il salvabile – ma senza troppo successo – Eckels e le guide ritornano al loro tempo presente. Il mondo sembra come prima, apparentemente. Il protagonista, nonostante il racconto sia breve, riesce a mostrarsi in tutto il suo peggio: è una persona arrogante ed egoista, e questo lo dimostra anche quando si rifiuta di pulire gli stivali completamente sporchi di fango a causa di quanto successo durante il safari. Neanche a farlo apposta, è proprio sulla suola che si nasconde la variazione della storia. Là dove sembrava esserci solo acqua mista a terra, infatti, in realtà c’è una farfalla, proveniente non solo da quel delicato e suscettibile passato, ma anche morta prima del suo tempo. Però ormai è troppo tardi, il mondo non è più lo stesso.

Incastrata nel fango, emettendo un luccichio verde, dorato e nero, c’era una farfalla, molto bella, e molto morta.
«Non una cosa così piccola! Non una farfalla!» gridò Eckels.
La farfalla cadde sul pavimento, una cosa squisita, una piccola cosa che poteva sconvolgere gli equilibri e distruggere una fila di piccoli esseri e poi di grandi esseri e poi di giganteschi esseri, attraverso gli anni e il Tempo. La mente di Eckels vorticava. Non poteva aver cambiato le cose. Uccidere una farfalla non poteva essere così importante! No? […]
Non si mosse. Gli occhi chiusi, aspettò, tremando. Sentì Travis respirare forte nella stanza. Sentì Travis spostare il fucile, alzare la sicura, puntare l’arma.
Poi, un rumore di tuono.

Per saperne di più:

Ray Bradbury - Cento racconti

Titolo: Cento racconti. Autoantologia 1943-1980
Autore: Ray Bradbury
Editore: Mondadori
Lunghezza: 1372 pagine
Prezzo: 24 euro
Trama: «I racconti sono qui. Ce ne sono cento, quasi quarant’anni della mia vita. Contengono metà delle verità sgradevoli sospettate a mezzanotte e metà di quelle gradevoli riscoperte a mezzogiorno». Con queste parole Ray Bradbury ha suggellato la sua prima imponente antologia di racconti, uscita nel 1980 da Knopf con il titolo «The stories of Ray Bradbury». Scelte e ordinate dall’autore, queste cento storie disegnano un percorso affascinante nella produzione di Bradbury, scrittore poliedrico e al tempo stesso fedelissimo alle sue passioni e all’idea di arte come suprema forma di felicità. Tra i racconti campeggia, anzitutto, la fantascienza – una “fantascienza umanistica” che diventa riflessione morale sul presente, di cui mette in luce le contraddizioni – ma non solo: accanto alle storie ambientate nello spazio troviamo quelle dedicate a una stirpe americana di vampiri, racconti di dinosauri, avventure di viaggiatori nel tempo, robot che si fingono esseri umani, zombie, scheletri, adolescenti assassini, fenomeni da baraccone. L’intero continente del fantastico è battuto palmo a palmo sullo sfondo di quella provincia americana delle small towns di cui Bradbury è stato impareggiabile cantore, feroce e nostalgico insieme.
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“Fahrenheit 451”: un fuoco che brucia e non scalda

«Se vi danno un foglio con le righe già tracciate, scrivete dall’altra parte»: con questa evocativa e reale (si capirà nella lettura il perché) citazione di J. R. Jiménez inizia Fahrenheit 451, un romanzo distopico scritto da Ray Bradbury (lo stesso di Cronache marziane) nel 1953 e che descrive, attraverso l’ambientazione in un futuro imprecisato, una società paradossale in cui leggere o possedere libri è considerato un reato.

Quindi, ora vede perché i libri sono odiati e temuti? Perché mostrano i pori sulla faccia della vita. La gente adattata vuole facce simili a lune di cera, senza pori e senza peli, dunque senza espressione. viviamo in un’epoca in cui i fiori cercano di vivere a spese di altri fiori, invece di crescere grazie alla pioggia e alla terra grassa. Persino i fuochi d’artificio, in tutta la loro bellezza, nascono dalla chimica della terra. Eppure noi pensiamo di poterci nutrire di fiori e fuochi artificiali, senza completare il ciclo che ci riporta alla realtà.

Il protagonista principale della storia è Guy Montag, un pompiere che vive una realtà grigia come il colore del metallo e “desolatamente” dominata da strane tecnologie (come i “segugi meccanici” che si occupano della sorveglianza e della ricerca delle persone). La civiltà, in questo romanzo, è descritta come qualcosa che va in pezzi e si sta sgretolando, un concetto che ricorda anche un altro grande romanzo distopico e con il quale è inevitabile fare dei parallelismi: 1984 di George Orwell. Se in quest’ultimo, però, la vita è sotto il prepotente controllo dell’occhio del “Grande Fratello” che non fa pensare autonomamente, in Fahrenheit 451, invece, l’occhio che vigila è soprattutto quello dei pompieri che, in una società imbottita di divertimenti artificiali, fanno il contrario di ciò per cui sono famosi: appiccano incendi, distruggono libri e annientano qualsiasi sprazzo di personalità.

Ogni uomo deve essere l’immagine degli altri, perché allora tutti sono felici, non ci sono montagne che li fanno tremare, cime con cui devono confrontarsi. Ecco perché un libro è come un’arma carica nella casa del vicino. Brucialo, togli le munizioni dell’arma. Entra nella mente dell’individuo.

Il tema del fuoco compare dall’inizio alla fine del libro come elemento detentore di accezioni positive e negative. Gli inceneritori e le fucine hanno il compito di distruggere qualsiasi libro o documento, mentre i pompieri danno fuoco a ogni cosa (e anche persona) ostacoli il credo della loro società: non è un caso che il loro slogan sia «Bruciali tutti e poi brucia le ceneri», ma anche che siano paragonati a dei freaks del fuoco che, attraverso gli incendi, compiono quasi degli eventi spettacolari per le persone che li osservano “allucinate”.

Voi siete come il circo che arriva nell’edificio segnalato e, di tanto in tanto, raduna la gente che vuole vedere lo spettacolo di un falò, ma ormai è uno spettacolino provinciale e non certo indispensabile per tenere in ordine le cose.

In Fahrenheit 451, il fuoco però non brucia solamente, ma è anche l’elemento purificatore che riscalda e dona nuova vita, proprio come accade a Guy Montag sul finire del romanzo: non solo l’uomo riesce a scappare lontano da quella società che tanto lo disgusta, ma ai confini della città incontra degli esuli capitanati da un certo Granger. Qui, con grande meraviglia, scopre che la memoria letteraria dell’umanità sembra essere in salvo: ciascuno di loro, infatti, ha memorizzato il frammento di un libro per tentare di “salvarlo” dalla cancellazione definitiva, ecco perché si sono definiti come «pezzi e bocconi di storia»). Il romanzo, in sostanza, è diviso in tre parti (o capitoli) che, come dei frammenti, si uniscono per formare un totale: “Il focolare e la salamandra”; “La sabbia e il setaccio”; “Divampante fulgore”. Ma non solo: questa struttura da modo di vedere e leggere Fahrenheit 451 come un percorso di crescita interiore proprio del protagonista Guy Montag. Parte dopo parte, infatti, quest’ultimo acquista sempre più consapevolezza di quello che sente dentro di sé e, come una fenice (citata anche nel testo), non solo risorge dalle ceneri, ma si ribella ai voleri di una società che non riconosce più come sua. In questo suo crescendo di sensazioni, cerca qualcuno con cui confidarsi e sentirsi “libero”, ma soprattutto qualcuno che, come lui, lotti per ribellarsi e riconosca nei libri uno strumento dal potere eccezionale. Clarisse (la “Beatrice” che gli ispira la ribellione) prima e Faber (l’amico professore) poi, infatti, rappresentano per Montag la salvezza e il punto di svolta, ponendosi praticamente all’opposto della moglie Mildred e del capo “incendiario” Beatty.

I libri erano solo uno dei ricettacoli in cui mettevamo le cose che avevamo paura di dimenticare. Non c’è niente di magico nelle pagine in sé, la magia è in quello che dicevano, nel come cucivano le toppe dell’universo per ricavarne un vestito adatto a noi.

I libri oltre a comparire con diverse citazioni e rimandi, vengono visti come gli elementi “umanizzati” che aiutano Guy Montag (e volendo anche lo stesso lettore) a mettere la testa “fuori dalla caverna”, proprio come accade nel mito di Platone. Tra questi sono citati I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, il Giulio Cesare di Shakespeare (che compare in uno scambio di citazioni letterarie tra Beatty e Montag e in cui, quest’ultimo, è quasi paragonato ad un Bruto che tradisce il “corpo” dei pompieri) e anche la Bibbia (evocativo il finale del libro in cui viene riportata una citazione dall’Apocalisse). Fahrenheit 451 è un libro straordinario, dal significato sorprendente: mentre si legge il romanzo è inevitabile provare un profondo senso di sconforto nell’immaginare come sarebbe potuto essere un mondo senza la libertà che può donare la lettura di un libro, sebbene il passato ci abbia già “regalato” episodi di questo tipo (si vedano ad esempio i famosi – purtroppo – roghi nazisti o gli incendi alle Biblioteche). Se siete curiosi di immergervi in un mondo in cui la distruzione dei libri è il tragico effetto di una terribile distorsione, lasciatevi conquistare da Fahrenheit 451. Nessun pentimento assicurato.

Parole chiave:

  • Specchio: non come elemento che compare fisicamente, ma come concetto che rimanda al “tema del doppio”. Montag è lo speculare di Beatty, mentre Clarisse, in un certo senso, rappresenta il doppio negativo di Mildred. La prima è una ragazza che si ostina a voler appartenere ad un mondo fatto di vita, rappresenta il cambiamento e il riferimento metaforico a tutto questo può essere riscontrato nel “dente di leone” che tiene tra le mani all’inizio del racconto, un fiore che simboleggia la libertà e la voglia di ricominciare. La seconda, invece, è la moglie di Montag (anche se non ricorda come): una donna completamente superficiale e assoggettata agli eventi che vive con delle protesi artificiali come la radiolina nell’orecchio o il teleschermo da guardare continuamente; la sua stanza sembra un mausoleo ed un regno tombale, mentre il suo corpo è paragonato a qualcosa che è morto o a un’effige sulla tomba.
  • Teatro: a partire dall’episodio in cui Montag declama dei versi assumendo la gestualità di un primo attore, fino ad arrivare alla sua fuga nel finale («palcoscenico con molti attori»), questo elemento si accosta al romanzo e lo arricchisce con degli spunti interessanti. Tra di essi ci sono anche dei riferimenti al “teatro dell’assurdo”, come ad esempio accade quando viene citata l’altissima velocità percorsa sulle strade (come se fosse una norma), il non rendersi conto dove si va oppure la legittima uccisione di animali durante la guida.
  • Vita: cercata dal protagonista Guy Montag, perseguita da Clarisse, ma anche presente negli stessi libri che, nel romanzo, vengono paragonati a delle vere e proprie persone con dei tratti fisici («occhi d’oro prima di scomparire»; «un cuore nel petto»).
  • Regolamento: quello imposto nella società pensata da Bradbury e che Beatty, il capo dei vigili del fuoco, vuole assolutamente far rispettare a tutti i costi, anche quello di uccidere. Esso è citato nel romanzo e ripercorre la storia che spiega il motivo per cui si è arrivati al punto di abolire ogni libro. In questo regolamento ci sono anche dei riferimenti inter-testuali: esordisce con la propaganda inglese nelle colonie dove vengono ripresi i margini della società e arriva perfino a definire i libri come qualcosa che va condensato e ridotto in modo tale che non scateni inutili discussioni tra le persone.
  • Fahrenheit 451: il titolo del libro e che fa riferimento a quella che Bradbury riteneva essere la temperatura di accensione della carta (per saperne di più, leggi qui).

Voto: 5 segnalibri su 5

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Titolo: Fahrenheit 451
Autore: Ray Bradbury
Editore: Mondadori
Lunghezza: 182 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Montag fa il pompiere in un mondo in cui ai pompieri non è richiesto di spegnere gli incendi, ma di accenderli: armati di lanciafiamme, fanno irruzione nelle case dei sovversivi che conservano libri e li bruciano. Così vuole la legge. Montag però non è felice della sua esistenza alienata, fra giganteschi schermi televisivi, una moglie che gli è indifferente e un lavoro di routine. Finché, dall’incontro con una ragazza sconosciuta, inizia per lui la scoperta di un sentimento e di una vita diversa, un mondo di luce non ancora offuscato dalle tenebre della imperante società tecnologica.
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