Tag: QUOTE

“I pesci non chiudono gli occhi”: voce del verbo “mantenere”

Una storia che sa di cambiamenti, un modo di raccontarla – ritmico e a riprese – che ricorda tanto lo sciabordio delle onde di quel mare caro al protagonista: questo è I pesci non chiudono gli occhi, il romanzo di Erri De Luca scritto nel 2011 per Feltrinelli. Se da una parte i ricordi d’infanzia si intrecciano ai primi turbamenti emozionali, dall’altra troviamo un autore bambino che sembra voglia crescere più di quanto gli permetta di fare la sua età (e il suo corpo).

A dieci anni la modestia del mio corpo mi istigava a sparire. Camminavo inventando di essere invisibile. Mi tradivano i pantaloni blu e la canottiera bianca, per la strada camminavano da soli, senza me dentro, ma nessuno ci faceva caso. Di notte nudo sul letto potevo scomparire tutto intero.

Questa non è solo la vita di un ragazzino solitario che trova nei cruciverba un modo per isolarsi dal mondo esterno, ma anche quella di una ragazzina che, allo stesso modo, cerca il suo spazio nelle letture e nella scrittura. Nell’essere simili e allo stesso tempo totalmente differenti dai loro coetanei, ma anche così caratterialmente opposti tra di loro, entrambi riescono a trovare uno spiraglio per far coincidere e comunicare le loro rispettive solitudini.

“Che classe fai?” chiesi.
“Non sprechiamo tempo con le stupidaggini. Tu perché sei così?”
Tirai a indovinare e risposi: “Mi piace tutto quello che è scritto, i giornali, gli elenchi. So a memoria la lista delle consumazioni e i prezzi del bar. Leggo tutto”.
“Anch’io, ma questo non spiega perché non stai con loro,” e guardò verso un gruppetto che giocava a palla sulla sabbia.
“Non ci so stare, non mi piacciono i loro giochi. Il pomeriggio vado a nuotare o alla spiaggia dei pescatori a vedere la tirata delle reti. Un uomo che conosco mi porta qualche volta a pesca sulla barca. So remare un poco.”
“Io sono una scrittrice.”

Il loro contatto è molto di più di una affinità, è un prolungamento di corpi. Le mani del protagonista possono affrontare la pesca e il nuoto, i rebus fatti a penna, ma non reagiscono di fronte alle botte dei bulli. Quelle ferite, però, anziché intimidirlo, lo rendono più forte: la sua sembra una corazza che deve per forza essere scalfita, come una crisalide che si prepara a diventare farfalla. Il ragazzino non si è mai sentito realmente una “vittima”, ma da quella sfida impari ne esce comunque vincitore: quelle mani possono anche essere prese e strette, con tutto il suo stupore, nella profonda scoperta del verbo “mantenere” e di tutte le emozioni che esso comporta.

“Sì, mi sono accorto di avercelo. E’ cominciato dalla mano. La prima volta che me l’hai tenuta. Mantenere è il mio verbo preferito.”

Tra lui e la ragazzina c’è qualcosa che non ha una vera e propria definizione: non è desiderio, non si sa se è amore, ma sicuramente è crescita. Non tanto del corpo, ma di una consapevolezza interiore che porta il protagonista a voler osservare con i suoi occhi – letteralmente – quello che gli sta capitando, e cosa lo sta “cambiando”. Se, infatti, dai pescatori tanto citati nel romanzo (e che gli tengono compagnia) il protagonista assimila l’arte del solitario abbandono, dai pesci invece “impara” la pratica del non chiudere gli occhi, un gesto romantico a tutti gli effetti.

Era così bellissima vicina, le labbra appena aperte. Mi commuovono quelle di una donna, nude quando si accostano a baciare, si spogliano di tutto, dalle parole in giù.
“Chiudi quei benedetti occhi di pesce.”
“Ma non posso. Se tu vedessi quello che vedo io, non li potresti chiudere.”
“Da dove ti spuntano questi complimenti, piccolo giovanotto?”
“Che complimenti? Dico quello che vedo.”

Il bello de I pesci non chiudono gli occhi è la semplicità: dei ricordi, dei gesti, delle parole. Leggendolo si sentono la salsedine del mare, i granelli di sabbia sotto i piedi, il simpatico vociare napoletano, ma anche il profumo degli spaghetti aglio, olio e prezzemolo e delle uova al tegamino. Il viaggio a ritroso nella mente dell’autore è anche il nostro viaggio, come se in quelle immagini memoriali ci fossimo anche noi, magari proprio nascosti in quella cabina da spiaggia come il protagonista, in attesa del momento giusto per finire la lettura e abbandonare quell’atmosfera ovattata. Il risultato è un libro più da ascoltare e vivere, piuttosto che da leggere, qualcosa che si insinua nella mente e arriva al cuore. Cinque verticale, sei lettere: la soluzione è “tenere”. Per mano, sempre.

Capivo all’indietro quello che succedeva dentro i libri, quando uno si accorge della specialità di un’altra persona e concentra su quella l’esclusiva della sua attenzione. Capivo l’insistenza di isolarsi, starsene in due a parlare fitto. Non c’entrava per me il desiderio, quell’amore chiudeva con l’infanzia ma non smuoveva ancora nessun muscolo degli abbracci. Scintillava dentro, mi visitava il vuoto e me lo illuminava.

Parole chiave:

  • Dieci anni: l’età del protagonista nel romanzo, ma anche l’età in cui per lui sembra cambiare tutto. La sua mente viaggia e cresce, si sviluppa sempre di più in una personalità dalle mille sfaccettature, mentre il suo corpo rimane come incastrato in un involucro “fastidioso”.
  • Mantenere: un verbo citato tante volte nel romanzo, soprattutto nel suo significato più profondo. Non tanto come “uno stato che dura a lungo e in maniera inalterata” (in fondo, nulla dura per sempre), piuttosto come un letterale “tenere per mano”.
  • Papà: durante la lettura si avverte anche la mancanza della figura paterna del protagonista, emigrato in America in cerca di lavoro. Quella lontananza è il frutto di una scelta difficile e senza di lui il ragazzino teme di crescere “storto”, senza qualcuno a cui appoggiarsi.
  • Titolo: significativo, in grado di racchiudere in poche parole tutto il senso del romanzo. All’inizio il lettore non ne capisce il senso reale, ma poi comprende, e capisce che quella è una bellissima metafora.
  • Rebus: quelli che ama tanto fare il protagonista, rigorosamente a penna. 

Voto: 5 segnalibri su 5

I pesci non chiudono gli occhi - Erri de Luca

Titolo: I pesci non chiudono gli occhi
Autore: Erri De Luca
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 115 pagine
Trama: A dieci anni l’età si scrive per la prima volta con due cifre. È un salto in alto, in lungo e in largo, ma il corpo resta scarso di statura mentre la testa si precipita avanti. D’estate si concentra una fretta di crescere. Un uomo, cinquant’anni dopo, torna coi pensieri su una spiaggia dove gli accadde il necessario e pure l’abbondante. Le sue mani di allora, capaci di nuoto e non di difesa, imparano lo stupore del verbo mantenere, che è tenere per mano.
Per acquistarlo: clicca qui 

Sono affiliata ad Amazon. Oltre ad aver aggiunto dei rimandi specifici negli articoli, potete supportare il mio blog facendo i vostri acquisti libreschi proprio a partire da questo link generico. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro aiuto.

“Fahrenheit 451”: un fuoco che brucia e non scalda

«Se vi danno un foglio con le righe già tracciate, scrivete dall’altra parte»: con questa evocativa e reale (si capirà nella lettura il perché) citazione di J. R. Jiménez inizia Fahrenheit 451, un romanzo distopico scritto da Ray Bradbury (lo stesso di Cronache marziane) nel 1953 e che descrive, attraverso l’ambientazione in un futuro imprecisato, una società paradossale in cui leggere o possedere libri è considerato un reato.

Quindi, ora vede perché i libri sono odiati e temuti? Perché mostrano i pori sulla faccia della vita. La gente adattata vuole facce simili a lune di cera, senza pori e senza peli, dunque senza espressione. viviamo in un’epoca in cui i fiori cercano di vivere a spese di altri fiori, invece di crescere grazie alla pioggia e alla terra grassa. Persino i fuochi d’artificio, in tutta la loro bellezza, nascono dalla chimica della terra. Eppure noi pensiamo di poterci nutrire di fiori e fuochi artificiali, senza completare il ciclo che ci riporta alla realtà.

Il protagonista principale della storia è Guy Montag, un pompiere che vive una realtà grigia come il colore del metallo e “desolatamente” dominata da strane tecnologie (come i “segugi meccanici” che si occupano della sorveglianza e della ricerca delle persone). La civiltà, in questo romanzo, è descritta come qualcosa che va in pezzi e si sta sgretolando, un concetto che ricorda anche un altro grande romanzo distopico e con il quale è inevitabile fare dei parallelismi: 1984 di George Orwell. Se in quest’ultimo, però, la vita è sotto il prepotente controllo dell’occhio del “Grande Fratello” che non fa pensare autonomamente, in Fahrenheit 451, invece, l’occhio che vigila è soprattutto quello dei pompieri che, in una società imbottita di divertimenti artificiali, fanno il contrario di ciò per cui sono famosi: appiccano incendi, distruggono libri e annientano qualsiasi sprazzo di personalità.

Ogni uomo deve essere l’immagine degli altri, perché allora tutti sono felici, non ci sono montagne che li fanno tremare, cime con cui devono confrontarsi. Ecco perché un libro è come un’arma carica nella casa del vicino. Brucialo, togli le munizioni dell’arma. Entra nella mente dell’individuo.

Il tema del fuoco compare dall’inizio alla fine del libro come elemento detentore di accezioni positive e negative. Gli inceneritori e le fucine hanno il compito di distruggere qualsiasi libro o documento, mentre i pompieri danno fuoco a ogni cosa (e anche persona) ostacoli il credo della loro società: non è un caso che il loro slogan sia «Bruciali tutti e poi brucia le ceneri», ma anche che siano paragonati a dei freaks del fuoco che, attraverso gli incendi, compiono quasi degli eventi spettacolari per le persone che li osservano “allucinate”.

Voi siete come il circo che arriva nell’edificio segnalato e, di tanto in tanto, raduna la gente che vuole vedere lo spettacolo di un falò, ma ormai è uno spettacolino provinciale e non certo indispensabile per tenere in ordine le cose.

In Fahrenheit 451, il fuoco però non brucia solamente, ma è anche l’elemento purificatore che riscalda e dona nuova vita, proprio come accade a Guy Montag sul finire del romanzo: non solo l’uomo riesce a scappare lontano da quella società che tanto lo disgusta, ma ai confini della città incontra degli esuli capitanati da un certo Granger. Qui, con grande meraviglia, scopre che la memoria letteraria dell’umanità sembra essere in salvo: ciascuno di loro, infatti, ha memorizzato il frammento di un libro per tentare di “salvarlo” dalla cancellazione definitiva, ecco perché si sono definiti come «pezzi e bocconi di storia»). Il romanzo, in sostanza, è diviso in tre parti (o capitoli) che, come dei frammenti, si uniscono per formare un totale: “Il focolare e la salamandra”; “La sabbia e il setaccio”; “Divampante fulgore”. Ma non solo: questa struttura da modo di vedere e leggere Fahrenheit 451 come un percorso di crescita interiore proprio del protagonista Guy Montag. Parte dopo parte, infatti, quest’ultimo acquista sempre più consapevolezza di quello che sente dentro di sé e, come una fenice (citata anche nel testo), non solo risorge dalle ceneri, ma si ribella ai voleri di una società che non riconosce più come sua. In questo suo crescendo di sensazioni, cerca qualcuno con cui confidarsi e sentirsi “libero”, ma soprattutto qualcuno che, come lui, lotti per ribellarsi e riconosca nei libri uno strumento dal potere eccezionale. Clarisse (la “Beatrice” che gli ispira la ribellione) prima e Faber (l’amico professore) poi, infatti, rappresentano per Montag la salvezza e il punto di svolta, ponendosi praticamente all’opposto della moglie Mildred e del capo “incendiario” Beatty.

I libri erano solo uno dei ricettacoli in cui mettevamo le cose che avevamo paura di dimenticare. Non c’è niente di magico nelle pagine in sé, la magia è in quello che dicevano, nel come cucivano le toppe dell’universo per ricavarne un vestito adatto a noi.

I libri oltre a comparire con diverse citazioni e rimandi, vengono visti come gli elementi “umanizzati” che aiutano Guy Montag (e volendo anche lo stesso lettore) a mettere la testa “fuori dalla caverna”, proprio come accade nel mito di Platone. Tra questi sono citati I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, il Giulio Cesare di Shakespeare (che compare in uno scambio di citazioni letterarie tra Beatty e Montag e in cui, quest’ultimo, è quasi paragonato ad un Bruto che tradisce il “corpo” dei pompieri) e anche la Bibbia (evocativo il finale del libro in cui viene riportata una citazione dall’Apocalisse). Fahrenheit 451 è un libro straordinario, dal significato sorprendente: mentre si legge il romanzo è inevitabile provare un profondo senso di sconforto nell’immaginare come sarebbe potuto essere un mondo senza la libertà che può donare la lettura di un libro, sebbene il passato ci abbia già “regalato” episodi di questo tipo (si vedano ad esempio i famosi – purtroppo – roghi nazisti o gli incendi alle Biblioteche). Se siete curiosi di immergervi in un mondo in cui la distruzione dei libri è il tragico effetto di una terribile distorsione, lasciatevi conquistare da Fahrenheit 451. Nessun pentimento assicurato.

Parole chiave:

  • Specchio: non come elemento che compare fisicamente, ma come concetto che rimanda al “tema del doppio”. Montag è lo speculare di Beatty, mentre Clarisse, in un certo senso, rappresenta il doppio negativo di Mildred. La prima è una ragazza che si ostina a voler appartenere ad un mondo fatto di vita, rappresenta il cambiamento e il riferimento metaforico a tutto questo può essere riscontrato nel “dente di leone” che tiene tra le mani all’inizio del racconto, un fiore che simboleggia la libertà e la voglia di ricominciare. La seconda, invece, è la moglie di Montag (anche se non ricorda come): una donna completamente superficiale e assoggettata agli eventi che vive con delle protesi artificiali come la radiolina nell’orecchio o il teleschermo da guardare continuamente; la sua stanza sembra un mausoleo ed un regno tombale, mentre il suo corpo è paragonato a qualcosa che è morto o a un’effige sulla tomba.
  • Teatro: a partire dall’episodio in cui Montag declama dei versi assumendo la gestualità di un primo attore, fino ad arrivare alla sua fuga nel finale («palcoscenico con molti attori»), questo elemento si accosta al romanzo e lo arricchisce con degli spunti interessanti. Tra di essi ci sono anche dei riferimenti al “teatro dell’assurdo”, come ad esempio accade quando viene citata l’altissima velocità percorsa sulle strade (come se fosse una norma), il non rendersi conto dove si va oppure la legittima uccisione di animali durante la guida.
  • Vita: cercata dal protagonista Guy Montag, perseguita da Clarisse, ma anche presente negli stessi libri che, nel romanzo, vengono paragonati a delle vere e proprie persone con dei tratti fisici («occhi d’oro prima di scomparire»; «un cuore nel petto»).
  • Regolamento: quello imposto nella società pensata da Bradbury e che Beatty, il capo dei vigili del fuoco, vuole assolutamente far rispettare a tutti i costi, anche quello di uccidere. Esso è citato nel romanzo e ripercorre la storia che spiega il motivo per cui si è arrivati al punto di abolire ogni libro. In questo regolamento ci sono anche dei riferimenti inter-testuali: esordisce con la propaganda inglese nelle colonie dove vengono ripresi i margini della società e arriva perfino a definire i libri come qualcosa che va condensato e ridotto in modo tale che non scateni inutili discussioni tra le persone.
  • Fahrenheit 451: il titolo del libro e che fa riferimento a quella che Bradbury riteneva essere la temperatura di accensione della carta (per saperne di più, leggi qui).

Voto: 5 segnalibri su 5

Ray Bradbury - Fahrenheit 451.jpg

Titolo: Fahrenheit 451
Autore: Ray Bradbury
Editore: Mondadori
Lunghezza: 182 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Montag fa il pompiere in un mondo in cui ai pompieri non è richiesto di spegnere gli incendi, ma di accenderli: armati di lanciafiamme, fanno irruzione nelle case dei sovversivi che conservano libri e li bruciano. Così vuole la legge. Montag però non è felice della sua esistenza alienata, fra giganteschi schermi televisivi, una moglie che gli è indifferente e un lavoro di routine. Finché, dall’incontro con una ragazza sconosciuta, inizia per lui la scoperta di un sentimento e di una vita diversa, un mondo di luce non ancora offuscato dalle tenebre della imperante società tecnologica.
Per acquistarlo: clicca qui 

Sono affiliata ad Amazon. Oltre ad aver aggiunto dei rimandi specifici negli articoli, potete supportare il mio blog facendo i vostri acquisti libreschi proprio a partire da questo link generico. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro aiuto.

“Veronica, il musicista e l’introvabile nota” di Francesca E. Bianchi

“Un’intrigante sfida alla morale”: se dovessi descrivere in breve Veronica, il musicista e l’introvabile nota di Francesca E. Bianchi (edito nel 2017 da “Robin Edizioni”), userei proprio queste parole. Sin dall’inizio veniamo proiettati in un mondo in cui le vite dei giovani protagonisti si mescolano con il suono creato dal pianoforte. Tommaso ha sei anni, ma la sua tenera età non gli impedisce affatto di rimanere affascinato – e letteralmente catturato – da una musica che sente al di là delle mura di casa sua. Lui ancora non lo sa (o forse può solo cominciare ad immaginarlo), ma quella melodia, e soprattutto chi la suona, lo accompagneranno nel bene e nel male per tutta la vita, proprio come un sottofondo alla sua esistenza. Ma chi c’è dietro quel pianoforte che riesce ad arrivare fino a casa Roverni? La risposta è Veronica, una ragazzina di quattordici anni che ama i sandali di corda, i vestiti di colore bianco e la musica, tant’è che sarà proprio lei a dare le prime lezioni di piano al piccolo Tommaso, facendolo entrare in un mondo che alla fine non riuscirà più ad abbandonare.

Il mio reale obiettivo era solo quello di arrivare all’estate, andare in vacanza nella casa di campagna e trovare il coraggio di sedermi vicino a Veronica e suonare per lei. Volevo che fosse orgogliosa di me. Volevo che si innamorasse della mia musica e che provasse per me quello che io provavo per lei. Tutte le esibizioni e tutti i premi vinti durante quegli anni erano per me solo un motivo di conversazione, qualcosa di poco conto che mi doveva avvicinare al traguardo finale.

Galeotto fu il pianoforte e chi gli fece imparare a suonarlo, si potrebbe dire. E Veronica è quasi come un’incantatrice che, lezione dopo lezione, rende consapevole Tommaso della bravura che sta crescendo dentro di lui, sebbene inizialmente fatichi a rendersene conto. Il bambino diventa un ragazzo e il ragazzo si trasforma ben presto in un piccolo uomo: per questo in lui, oltre alla musica, si alimentano anche rabbia e impotenza, simbolo probabilmente del fatto che gli eventi cambiano e si evolvono, ma non come lui vorrebbe: soffre quando vede la “sua” Veronica con qualcun altro e la distanza appare come l’unica soluzione per dare tregua al suo stato d’animo. Ma questa scelta “suona” più come un “arrivederci” piuttosto che come un “addio”.

Fino a quel momento non avevo mai pensato seriamente alla sua età, ma quell’estate fui obbligato ad accorgermi che toccava i vent’anni e che non avrebbe mai badato ad un marmocchio come me.
Per tutta risposta, il giorno dopo, a lezione, iniziai a suonare. Suonavo per dimostrarle che io avevo qualcosa che quel ragazzo non aveva e non le avrebbe mai potuto dare: la musica. Lei fu piacevolmente sorpresa e mi ricoprì di complimenti non sapendo che quello che esprimevo con le mie note era solo rabbia. Rabbia e impotenza verso quel ragazzo che aveva qualcosa che io non potevo ricevere: il suo amore.

Tommaso abbandona presto la casa di campagna per la città e per le lezioni private con il maestro Luigi Bossola, ma nonostante questa lontananza fisica continua a essere acceso prepotentemente in lui l’affetto per una Veronica che non riesce affatto a dimenticare. Ogni scusa, però, è buona per ritornare al passato, soprattutto se quest’ultimo gli permette di vedere la ragazza e di ritrovare quel “contatto” che colma ogni sua mancanza. I protagonisti crescono e si evolvono insieme alla lettura: Tommaso si è sempre sentito più grande della sua età, ma questo non basta per trasformare i sentimenti di Veronica in qualcosa di caldo e autentico. Sembrano inafferrabili, quasi quanto quella nota di cui è alla ricerca ma che appare introvabile, e che non per niente è il titolo del romanzo.

Calpestavo l’erba cercando di convincermi che lui ormai era il passato e che i miei piedi avevano preso il posto dei suoi piedi, ma mi illudevo. Era diverso. Nessun passo mi avvicinava. Lei mi teneva sempre alla stessa distanza, oltre quella barriera che aveva alzato, e nonostante perseverassi nelle mie convinzioni non potevo non domandarmi cosa fosse stata per lei quella notte di Capodanno e se non la ritenesse solo un errore da cancellare dalla sua memoria.

Tommaso è nato per suonare e di questo ne è consapevole anche la sua prima maestra. Roverni diventa un nome importante nell’ambiente, un pianista di successo che esporta la sua arte e la sua “malinconia” in giro per le tournée. La sua fama, però, non riesce a far uscire Veronica dalla sua vita. Quasi come un’ossessione, infatti, nella testa di Tommaso non esiste altro volto che il suo: cerca il suo corpo e i suoi gesti nelle ragazze che incontra, ma tutte si rivelano essere solamente una brutta copia dell’originale. I due si attraggono e nello stesso tempo si respingono in un rapporto costantemente in bilico tra l’essere una calamita e una calamità, mentre ogni azione e gesto appare stonato o fuori tempo, come se i due non riuscissero affatto ad accordarsi l’uno all’altra. Le cose, però, sono destinate a cambiare, ed è proprio il destino che gioca con i protagonisti a mutare i loro ruoli: c’è una nuova nota che sembra suonare tra di loro.

Mi chiesi se non fosse una strega, capace con non so quale sortilegio, di farmi impazzire, cambiare la mia personalità, rendermi estraneo perfino a me stesso. Mi faceva vibrare l’anima, il cuore, la pelle, le mani.

Leggere Veronica, il musicista e l’introvabile nota è come guardare uno spartito: tra parole più o meno forti che rappresentano altrettante note gravi e acute, infatti, si sviluppano le storie e le esistenze dei protagonisti, coinvolti in alti e bassi che sfidano il concetto di normalità. Ma alla fine, cosa vuol dire la parola “normale”? La sfida di questo libro sta proprio nel tentativo di spiegare quanto non esistano concetti dati per assodati. Le cose non sono mai come sembrano e la storia che scrive Francesca E. Bianchi permette di comprendere prima di tutto che non ci sia niente di scontato, perfino nelle nostre convinzioni. Il protagonista Tommaso cresce e matura insieme alla lettura, e non è un caso che sia proprio un viaggio alla ricerca di se stesso (e al contempo di fuga) a gettargli luce su ogni cosa, ma anche a dargli la forza necessaria per affrontare un segreto che solo una scelta dettata dall’egoismo non ha voluto rivelargli. Questo è sicuramente un libro fuori dal comune, una lettura spiazzante che è in grado di far leva sulle nostre opinioni e di smantellarle una a una: tra citazioni sentite e una trama ponderata anche nel suo essere inaspettata, Veronica, il musicista e l’introvabile nota si inserisce sicuramente in quei romanzi che bisogna necessariamente leggere se si vuole aprire un confronto con noi stessi e i nostri princìpi, e da ultimo (ma non ultimo) rispondere alla domanda: si può soffrire per qualcuno che non è mai stato effettivamente nostro? 

Parole chiave:

  • Musica: Tommaso è un musicista e il pianoforte rappresenta una cartina di tornasole dei suoi stati d’animo. “L’arte nasce dalla sofferenza” si dice, e il protagonista sembra proprio farsi carico di questa frase attraverso la sua vita quasi sempre al limite, tra giusto e sbagliato.
  • Veronica: è un personaggio anomalo, quasi “disturbante”. Il lettore non sa se capirla o detestarla, ed i suoi comportamenti non aiutano affatto a prendere una scelta.
  • Segreti: punzecchiano il romanzo quasi a risvegliare il lettore dal torpore di una trama che sembra seguire la normalità. Una volta ultimata la lettura ci si chiede: anche io avrei fatto la stessa cosa?
  • Tematiche: questa non è solo la storia della vita di Tommaso e delle persone che la toccano, ma è anche una trama abitata da spunti di riflessione che ci fanno chiedere costantemente il nostro punto di vista. Che si tratti di semplici opinioni o di scelte di vita, è impossibile non lasciarsi trascinare all’interno della mente dei protagonisti.
  • Amore: ultimo, ma non per importanza. In Veronica, il musicista e l’introvabile nota è una componente importante, quasi fondamentale, soprattutto perché compare in tutte le sue sfumature: reale, familiare, puro, malato, amicale, profondo. Quanti tipi di amore esistono in una sola esistenza?

Voto: 5 segnalibri su 5

Veronica, il musicista e l'introvabile nota - Francesca E. Bianchi

Titolo: Veronica, il musicista e l’introvabile nota
Autore: Francesca E. Bianchi
Editore: Robin Edizioni
Lunghezza: 250 pagine
Prezzo: 14 euro
Trama: All’età di sei anni, dal dondolo nella casa di campagna dei suoi genitori, Tommaso scorge per la prima volta Veronica. L’incontro con questa giovane donna e la sua musica cambierà per sempre la sua vita e lo porterà a diventare precocemente un pianista di grande successo, capace di esibirsi in breve tempo sui più prestigiosi palchi nazionali e internazionali. La musica, i concerti e le tournée iniziano così a scorrere nella vita di Tommaso senza soluzione di continuità. Tuttavia nessuna nota, nessuna città e nessuna donna sembrano capaci di cancellare il ricordo indelebile di Veronica, dei suoi sandali di corda e dell’unica notte passata insieme. Inseguito da tale ricordo, Tommaso si troverà costretto a ritornare nella casa di campagna dei suoi genitori per affrontare una volta per tutte il suo passato e i suoi tormenti.
Per acquistarlo: clicca qui per la copia cartacea; clicca qui per il formato eBook

Sono affiliata ad Amazon. Oltre ad aver aggiunto dei rimandi specifici negli articoli, potete supportare il mio blog facendo i vostri acquisti libreschi proprio a partire da questo link generico. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro aiuto.

“La lettera segreta”: un viaggio (d’amore) che sfida il destino

La lettera segreta di Chloé Duval è un romanzo del 2017, pubblicato da Garzanti, che ho scoperto “piacevolmente” per caso, proprio mentre ero alla ricerca di qualcosa di non troppo impegnativo da leggere. La trama è all’apparenza molto semplice, ma anche piuttosto intrigante: immaginate di ricevere nella cassetta delle lettere, come accade alla protagonista Flavie, una corrispondenza non destinata a voi; non la solita bolletta da pagare, ma qualcosa di importante che riguarda una dichiarazione d’amore non andata a buon fine. Ecco, cosa fareste? Probabilmente vorreste consegnarla subito al legittimo proprietario, comincereste a fare dei “film mentali” immaginando chissà quale scenario, vi informereste su luoghi e persone. Insomma, vi comportereste proprio come Flavie.

Il mistero racchiuso in quella lettera stuzzicava la mia curiosità storica e la mia immaginazione di romanziera, il cervello che cominciava già a costruire teorie e scenari… E se, malgrado tutto, lui non si fosse arreso? E se si fossero ritrovati? Oppure, al contrario, se non si fossero mai più visti? E se il destino e un capriccio della posta avessero separato per sempre due anime gemelle?
Delicatamente ripiegai la lettera, la infilai di nuovo nella busta e la deposi come un oggetto prezioso in un cassetto della scrivania. Poi spensi il computer, senza nemmeno aprire il file del romanzo.
Sapevo che quella sera sarebbe stato inutile. Non avrei scritto. La mia immaginazione volava verso altri cieli.
Verso le storia di Lili e del suo misterioso E.

Quella busta misteriosa e ingiallita dal tempo, infatti, proviene dal lontano 1971 ed è tutt’altro che positiva: parla di un’amore finito, quello tra Erwan e Amélie, ma soprattutto descrive l’inderogabilità del destino. Per ogni cosa, però, c’è una soluzione, e Flavie è disposta a tutto pur di trovarla, perfino a viaggiare nel sud della Francia nel tentativo di ricucire tutti gli sbagli e gli strappi causati da un ingiusto passato. In una storia in cui i sentimenti si mescolano al tempo, la professoressa (e anche scrittrice) Flavie non scopre solamente la sua voglia di mettere per iscritto quanto sta scoprendo attraverso il tenero Erwan, ma anche delle emozioni che temeva di non riuscire a provare più. É proprio l’affascinante Romaric, infatti, l’autore di questa piccola rinascita, una combinazione tra buone maniere e carattere deciso.

Lo guardai negli occhi, cercandovi conferma che i miei timori erano infondati, che quel gusto amaro in bocca non aveva ragione d’essere.
Che la nostra storia non sarebbe finita lì.
Ma, nel mio intimo, ero consapevole che lui non poteva farmi quella promessa. Che a volte nemmeno le migliori intenzioni erano sufficienti. Mi rendevo dolorosamente conto che ciascuno di noi si era costruito una vita che lo appagava e alla quale sarebbe stato difficile rinunciare: Rom aveva la fattoria, i cavalli, sua sorella e suo zio; io avevo la mia casa, i miei allievi, mio padre e le mie amiche. Due vite, due realtà diverse che ci separavano dopo averci avvicinati.

La storia di Erwan e Amélie si mescola con quella di Flavie e Romaric, ma entrambe riusciranno ad avere il loro lieto fine? Quello che è certo è che la protagonista sembra vivere costantemente tra passato ed immaginazione, cioè tra quello che la sua attività di insegnante di Storia e Geografia le ha dato per indole e quello che, invece, la sua mente da aspirante scrittrice di romanzi rosa le fa creare.

«La vostra storia mi ha appassionata. Ci pensavo di continuo, volevo sapere. Volevo anche scriverla, perché ero convinta che fosse bella, anche se mancava il lieto fine. E…» Esitai.
«Sì?» Insistette Erwan.

«Ebbene, confesso che mi vedevo già come l’artefice del vostro ricongiungimento. Sì, lo so, era un po’ presuntuoso da parte mia, ma non potevo impedirmi di sperare… Sperare di fare qualcosa di buono, di positivo. Rendere felici delle persone, una volta nella vita.»

In questo romanzo leggero e anche un po’ frizzante, il tempo non passa per curare e cancellare le ferite di un passato doloroso, piuttosto per rimarcare un ricordo che è ancora prepotentemente presente nella testa e nel cuore del caro Erwan, ma anche di una Flavie che non vuole cedere alle difficoltà del destino e delle distanze. Se l’attesa di 43 anni ci proietta un po’ nella paziente storia d’amore che vivono anche Florentino Ariza e Fermina Daza in L’amore ai tempi del colera, d’altra parte non bisogna affatto dimenticare la determinazione che conduce la protagonista alla ricerca di un amore per niente dimenticato, ma solo momentaneamente “in sospeso”. Sullo sfondo delle campagne francesi attraversate dalla brezza estiva, infatti, si muovono anche la speranza e la ricerca di un senso della vita che non sono destinati a durare quanto una “piccola vacanza”, ma per l’intera esistenza. In questo viaggio nel tempo, è proprio il “tempismo” a giocare un ruolo fondamentale: possono una famiglia appena conosciuta e una gita fuori porta lontana dalla quotidianità fare sentire se stessi e a casa? Flavie e questa lettura sembrano avere la risposta.

Parole chiave:

  • Amore: quello “paterno”, quello “amicale”, quello “familiare”, quello “speranzoso”, quello “eterno”. Insomma, presente in ogni sua forma e destinato ad avvolgere il lettore con il suo calore.  
  • Lavoro a maglia: Flavie è una “sferruzzatrice” appassionata e, come tale, il suo lavoro a maglia fatto in compagnia delle sue fidate amiche può essere paragonato alla storia di cui è protagonista. Filo dopo filo, gesto dopo gesto, la ragazza costruisce una trama fatta di speranza e sentimento.
  • Romanzo: quello che vorrebbe scrivere la protagonista Flavie, alla ricerca di una storia d’amore che la ispiri, e che, inconsapevolmente, vivrà anche sulla propria pelle. Ma, alla fine, riuscirà nel suo intento di mettere per iscritto tutto il turbinio di sentimenti che si troverà a vivere?
  • Passato/presente: una dicotomia che attraversa tutto il testo e che rivive nei personaggi di Erwan e Amélie. Entrambi, in un certo senso, rappresentano anche la proiezione di Flavie e Romaric, destinati a rivivere lo “sciagurato” destino, ma con il potere di poterlo anche cambiare.
  • Curiosità: è proprio quest’ultima a condurre Flavie nel viaggio che cambierà per sempre la sua vita. Se avesse ignorato quella lettera le cose sarebbero sicuramente diverse, ma è proprio la sua anima da “romanziera” a spingere la protagonista a cedere a quella corrispondenza che la sta chiamando dal passato per rimettere nel giusto posto tutti i tasselli.

Voto: 5 segnalibri su 5

La lettera segreta - C. Duval.jpg

Titolo: La lettera segreta
Autore: Chloé Duval
Editore: Garzanti
Lunghezza: 224 pagine
Prezzo: 16,90 euro
Trama: Può la lettera di uno sconosciuto cambiarti la vita? È quello che si chiede Flavie quando si vede recapitare una busta misteriosa datata 1971. Una busta arrivata con quarantatré anni di ritardo. Non ha idea di chi possa essere Lili, la destinataria. Eppure la curiosità è così forte che Flavie decide di aprirla. Il contenuto, scritto a mano in una calligrafia elegante, la sorprende: perché quelle righe le ricordano i romanzi che ama scrivere. Quelle righe nascondono una storia d’amore in cui un uomo supplica Lili di raggiungerlo e di sposarlo. Un uomo che si firma solo con E. Flavie non ha altri indizi. Non altre informazioni se non una richiesta fatta con il cuore che forse non è mai stata ascoltata. Forse quelle parole, perse nel vento, hanno modificato il destino di due persone per sempre. Flavie deve trovarle. Deve sapere se sono state divise tutti questi anni da una lettera mai arrivata. Perché ha bisogno di credere anche lei che possa esistere qualcosa più forte di tutto. Più forte del tempo, degli sbagli, delle scelte, degli imprevisti. Qualcosa che Flavie ha trovato solo nei romanzi, mai nella realtà. La ricerca la porta nel Sud della Francia, dove scopre che forse non tutto è perduto. Che forse è ancora possibile riannodare i fili spezzato del passato. Perché ci sono amori che non si possono dimenticare. Ci sono emozioni che cambiano ogni cosa. E Flavie, trascinata da quello che la lettera le ha rivelato, è pronta finalmente a viverle.
Per acquistarlo: clicca qui

Sono affiliata ad Amazon. Oltre ad aver aggiunto dei rimandi specifici negli articoli, potete supportare il mio blog facendo i vostri acquisti libreschi proprio a partire da questo link generico. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro aiuto.

“Il complotto contro l’America” e l’incubo in un francobollo

«La paura domina questi ricordi, un’eterna paura. Certo, nessuna infanzia è priva di terrori, eppure mi domando se da ragazzo avrei avuto meno paura se Lindbergh non fosse diventato presidente o se io stesso non fossi stato di origine ebraica.»

Sebbene Philip Roth abbia abbandonato presto il paese d’origine per diventare uno scrittore, in Il complotto contro l’America, Newark sembra ritornare come un fantasma per rimarcare un legame che non ha mai smesso di esistere. Che sia per rimandi a luoghi o a nomi, infatti, la vita quotidiana rappresenta un elemento molto importante per l’autore, soprattutto se pensiamo che in questo romanzo appare come una sorta di riscrittura sotto “false righe”. Non appena si legge la citazione soprastante, è impossibile non sentirsi spaesati e chiedersi di quale passato stia parlando esattamente l’autore.

«Lindbergh fu il primo celebre americano vivente che imparai ad odiare – proprio come il presidente Roosevelt fu il primo celebre americano vivente che mi insegnarono ad amare – e così la sua nomination da parte dei repubblicani come avversario di Roosevelt nel 1940 rappresentò l’attacco più violento che fosse mai stato sferrato contro quella ricca dotazione di sicurezza personale che io avevo dato per scontata come figlio americano di genitori americani in una scuola americana di una città americana in un’America in pace col mondo.»

Nel quartiere di Weeqhahic, a Newark appunto, vive un ragazzino ebreo di nome Philip che con la sua famiglia, tra discussioni e legami risanati, ha gli alti e bassi tipici di ogni giorno. Se non avessimo guardato la copertina e visto il titolo, staremmo sicuramente pensando di leggere una biografia dell’autore. Invece no: gli anni sono quelli della Seconda guerra mondiale e il momento descritto riguarda le elezioni presidenziali che vedono l’inattesa (e decisamente assurda) vittoria dell’aviatore anti-semita Charles Lindbergh. Se ancora non si fosse capito, Il complotto contro l’America è un’ucronia un po’ anomala: stavolta Hitler non si presenta come una “presenza” vincente (almeno, non ancora), piuttosto come un burattinaio che tiene in mano i fili e il destino di un’America che sembra sempre più vicina all’ideologia nazista. Quest’ultima, infatti, non è rappresentata dai suoi fedelissimi gerarchi come si potrebbe pensare, bensì da Charles Lindbergh, lo stesso aviatore che nel 1927 ha fatto l’eroica trasvolata in solitaria da New York a Parigi senza scali, ma che qui, inaspettatamente, si trasforma in un candidato politico di destra estrema.

«Anche se il ragazzone timido del Minnesota aveva tutt’altra vocazione, la straordinaria impresa aviatoria lo trasformò in personaggio pubblico amato dalla folla, esaltato dai media e osannato dai potenti. L’attenzione nei suoi confronti aumentò ancor più quando 1932 fu rapito e ucciso suo figlio di due anni in una vicenda che suscitò l’interesse morboso dei media nazionali e internazionali. Quel drammatico episodio provocò nell’aviatore il bisogno di credere in un’autorità forte e lo spinse ad abbandonare gli Stati Uniti verso l’Europa […]. Dall’Inghilterra Lindbergh visitò più volte il Terzo Reich, accolto come ospite d’onore dal gruppo dirigente nazista. […] Il bagno nelle idee naziste che percorrevano l’Europa degli anni Trenta indusse l’aviatore a farsene leale portabandiera. Lindbergh non solo ammirava Hitler di cui diceva «è sicuramente un grande uomo e credo che abbia fatto molto per il popolo tedesco», ma manifestava apertamente idee antisemite contro gli ebrei accusati di manovrare Franklin D. Roosevelt per indurlo a opporsi al Nazismo.»

Hitler non viene citato per le sue mire espansionistiche o per le vittorie senza precedenti (letteralmente), ma soprattutto per le idee subdole e inquietanti che coinvolgono delle figure insospettabili ed “eroiche”. L’intento di Philip Roth, in questo caso, è principalmente quello di raccontare il what if con una disarmante lucidità: ecco, quindi, che il passato alternativo e gli elementi ucronici non servono soltanto per creare una ambientazione storica fuori dal comune, ma anche per raccontare il punto di vista di una realtà ebraica presa di mira dal Nazismo e un contesto familiare continuamente sottoposto a degli scossoni da parte del mondo esterno. Dopo l’elezione di Lindbergh, infatti, una domanda comincia a serpeggiare tra gli ebrei di Newark: che ne sarà di loro e delle loro vite? Le risposte, più che portare certezze, sembrano piuttosto un crescendo di dubbi e inquietudini che nemmeno l’oceano che si frappone tra l’America e l’Europa martoriata dal Nazionalsocialismo sembra placare.

«[…] Per impedire una guerra in Europa è ormai troppo tardi. Ma non è troppo tardi per impedire all’America di partecipare a quella guerra. FDR sta ingannando la nazione. L’America sarà trascinata nella guerra da un presidente che falsamente promette la pace. La scelta è semplice. Votate per Lindbergh o votate per la guerra.»

La “distanza”, probabilmente, rappresenta il motivo per cui anche la questione ebraica viene trattata in maniera diversa: non ricordando ancora una volta i capisaldi della storia con le leggi razziali e la deportazione, ma lasciando tutto questo sullo sfondo e concentrandosi maggiormente sui risvolti familiari e sulle reazioni delle persone. Philip Roth, attraverso il suo romanzo, non vuole dare delle spiegazioni e trovare i motivi per cui sono successi certi fatti, piuttosto vuole osservare le reazioni che questi cambiamenti – lenti, graduali, terribili – apportano agli individui, come se in mano avesse una sorta di lente d’ingrandimento letteraria. Gli intenti di Lindbergh sono come “il bastone e la carota”, ossia un’alternanza di buone (all’apparenza) e cattive maniere. Se da una parte il Just Folks viene spacciato per un progetto benevolo il cui fine è l’integrazione della popolazione ebraica nella società (quando in realtà è tutto il contrario), dall’altra invece il culmine massimo della gravità viene raggiunto con l’uccisione del giornalista ebreo Walter Winchell. E i francobolli? Sotto la lente d’ingrandimento di Philip Roth c’è la sua famiglia, ma soprattutto il suo sé bambino che, come una spugna, assorbe le tensioni e le preoccupazioni che si scatenano attorno a lui. In questa quotidianità fatta di gesti comuni, ci sono i litigi tra suo padre e il fratello Sandy, le apprensioni tipiche di una madre, ma anche gli interessi e le passioni che, in un contesto di eccezionalità come quello che stanno vivendo tutti, fanno rimanere aggrappati alla “normalità”. Ecco che i francobolli di Philip rappresentano sì una distrazione, ma anche quella storia che sta cambiando e che nel suo mutare si affida a degli oggetti iconici.

«Era un incubo coi fiocchi, e riguardava la mia raccolta di francobolli. Era successo qualcosa. Il disegno su due serie di francobolli era orribilmente cambiato senza che io sapessi quando o come. […]
Quando aprivo l’album al Bicentenario di Washington del 1932 – dodici francobolli il cui valore andava dal mezzo cent marrone scuro al dieci cent giallo – rimanevo sbalordito. Sui francobolli Washington non c’era più. […]
E sulla faccia di ognuno di essi, sulle rupi, sui boschi, sui fiumi, sulle cime, sui geyser, sui burroni, sulle coste di granito, sulle acque profonde e sulle grandi cascate, su quanto di più verde, bianco e blu ci fosse in America, da conservare per sempre in queste riserve incorrotte, era stampata una svastica nera.»

L’espediente suggestivo a cui si affida Philip Roth in questo frangente è quello di personificare l’incubo nazista in uno strumento – il francobollo – che viene utilizzato non solo per arricchire una collezione, ma soprattutto come mezzo di diffusione e spostamento. Hitler e il Nazionalsocialismo, sotto tale punto di vista, rappresentano il male che, quasi alla stregua di un contagio, si sta diffondendo pericolosamente in Europa e in America, questo grazie anche al “portatore (in)sano” Lindbergh e ai suoi viaggi da un continente all’altro. Quello che è certo, dunque, è che Roth con Il complotto contro l’America non scrive un’ucronia in cui, al lettore, appare chiaro fin da subito di trovarsi in una diversa concezione della storia, piuttosto un’alterazione del tessuto familiare che lo vede protagonista in prima persona. Ciò che più sconvolge gli individui non è tanto la manipolazione del passato, ma soprattutto l’inaspettata consapevolezza che non esistono certezze, soltanto elementi destinati a mutare inevitabilmente sotto agli occhi. Philip Roth ci dice tutto questo attraverso una scrittura colloquiale (e familiare) in cui però, a volte, gli eventi sembrano confondersi e sfumarsi un po’ troppo tra di loro. Gli espedienti utilizzati da Roth sono geniali: la storia del francobollo in primis, ma anche il suo forte attaccamento con la realtà, mai abbandonato neppure per raccontare qualcosa di irreale e allo stesso tempo spaventoso. In questo romanzo, un po’ autobiografico e un po’ fantastico, Philip Roth prova a dare concretezza a tutti questi pensieri: se da una parte l’America ha vissuto un po’ sullo sfondo i pericoli della deportazione e dei crimini nazisti, dall’altra, invece, lo scrittore cerca di ammonirci sul fatto che gli spettri del passato possono sempre ritornare in ogni momento della storia, soprattutto se vengono a mancare le basi della democrazia.

Parole chiave:

  • Autobiografia: l’aspetto più particolare di questo romanzo, Philip Roth cerca di raccontarci dei fatti della sua vita (o comunque della sua quotidianità) all’interno di una storia palesemente “assurda”.
  • Ucronia: genere di narrativa (fantastica) che prevede il racconto di eventi che però non sono come quelli che la storia ci ha tramandato. In questo caso specifico, l’autore non solo ci racconta come le elezioni del 1940 in America videro protagonista l’aviatore Lindbergh (quando in realtà vennero vinte da Franklin Delano Roosevelt), ma ci dice anche come Hitler riesca a manovrare tutta questa situazione dall’alto e con un oceano di mezzo.
  • Nazismo: Il complotto contro l’America ce lo presenta come un male insanabile in grado di coprire tutto il mondo, proprio come viene sognato dal piccolo Philip con il francobollo. Qui, l’incubo della deportazione è solo qualcosa che aleggia nell’aria e non riguarda direttamente i protagonisti, ma Roth probabilmente vuole anche dirci che nessuno è al sicuro quando certe ideologie cominciano a serpeggiare pericolosamente nella società.
  • Protesi: un elemento molto particolare del romanzo che mi ha colpito per il suo significato. Quando il cugino di Philip, Alvin, ritorna dalla guerra, quest’ultimo è costretto a indossare una protesi per sopperire alla perdita della gamba: l’inserimento di un elemento “estraneo” sul corpo richiama, in un certo senso, anche l’operazione scrittoria di Philip Roth che, come un abile chirurgo, inserisce nella storia reale degli elementi fittizi che spiazzano il lettore.
  • Realtà/finzione: l’autore ne Il complotto contro l’America si divide continuamente tra questi due aspetti portando tra le pagine sia eventi e persone esistite sia situazioni inventate.

Voto: 5 segnalibri su 5

Il complotto contro l'America - P. Roth

Titolo: Il complotto contro l’America
Autore: Philip Roth
Editore: Einaudi
Lunghezza: 431 pagine
Prezzo: 13,50 euro
Trama: Quando l’eroe dell’aviazione Charles A. Lindebergh, rabbioso isolazionista e antisemita, sconfigge Franklin Roosevelt alle elezioni presidenziali del 1940, la paura invade ogni famiglia ebrea americana, soprattutto quella del piccolo Philip, investita dalla violenza del pogrom che si scatena. Roth parte da questo antefatto di fantastoria per raccontare cosa accadde a Newark alla sua famiglia, e a un milione di famiglie come la sua, durante i minacciosi anni Quaranta, quando i cittadini ebrei americani avevano buoni motivi per temere il peggio.
Per acquistarlo: clicca qui 

Sono affiliata ad Amazon. Oltre ad aver aggiunto dei rimandi specifici negli articoli, potete supportare il mio blog facendo i vostri acquisti libreschi proprio a partire da questo link generico. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro aiuto.

“Mattatoio n. 5”: così va la vita

Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut non è solamente un romanzo pungente in grado di unire la leggerezza dell’ironia con la serietà di certi temi, ma è anche (e soprattutto) la storia di un trauma, sia personale che storico, perfettamente trasposto su carta. Il fatto che sia stato scritto nel 1969 non fa altro che incentivare questa affermazione: non solo è l’anno del progresso che in quell’anno ha visto l’apice nello sbarco lunare e nelle prime manifestazioni del boom economico, ma rappresenta anche il periodo della cruenta guerra in Vietnam (citata in parallelo al bombardamento di Dresda) e, per di più, degli assassini di Martin Luther King e Robert Kennedy, dei riferimenti tutti quanti stratificati in una trama che dire fantascientifica e (quasi) schizofrenica è poco.

Due sere fa hanno sparato a Robert Kennedy, la cui residenza estiva si trova a dodici chilometri dalla casa dove io vivo tutto l’anno. E’ morto ieri notte. Così va la vita. Un mese fa hanno sparato a Martin Luther King. E’ morto anche lui. Così va la vita. E ogni giorno il governo del mio paese mi comunica il numero dei cadaveri prodotti dalla scienza militare nel Vietnam. Così va la vita. Mio padre è morto già da molti anni, di morte naturale. Così va la vita. Era un uomo dolce. Era anche fanatico di armi. Mi ha lasciato le sue armi. Si stanno arrugginendo.

I disegni che costellano qua e là il libro, i salti temporali, gli spazi tra un paragrafo e l’altro: qui la storiografia tradizionale abbandona la sua linearità e si lascia andare a una stratificazione che “a balzi” fa emergere patologie e traumi. In questo contesto, il protagonista Billy Pilgrim non è altro il “pellegrino” che affronta questo viaggio nella storia dell’umanità e, soprattutto, nella sua realtà da sopravvissuto che, però, non lo salva da una mente che viaggia più forte di lui e che continuamente lo ributta in quei buchi neri della memoria che pensava di aver lasciato all’oblio. 

“Ogni tanto ti guardo,” disse Valencia, “e ho la strana impressione che tu abbia un sacco di segreti.”
“Non è vero” disse Billy. Era una bugia, naturalmente.
Non aveva parlato a nessuno di tutti i viaggi nel tempo che aveva fatto, di Tralfamadore e così via.
“Devi avere dei segreti sulla guerra. O magari non dei segreti, ma delle cose di cui non vuoi parlare.”

Ecco che, allora, la fantascienza entra in gioco per poter giustificare tutti questi salti nel tempo che fanno sì che Billy Pilgrim possa approdare su Tralfamadore, rapito dagli alieni proprio il giorno del matrimonio della figlia, e costretto così, quasi come una sorta di prigionia mentale, a vivere senza ordine e senza cognizione, passato, presente e futuro. Ma Vonnegut, in fondo e tra le righe, chiede: quale è il paese altro? Se da una parte, infatti, il protagonista viene visto come un animale allo zoo o un freak da osservare quasi in maniera stupita dai “tralfamadoriani”, dall’altra parte la stessa cosa succede agli umani che, nel 1969, sono tutti attaccati alla televisione per osservare lo sbarco sulla Luna, insomma un luogo non familiare. In realtà, dietro questa ironia c’è molto altro, ovvero il tipico stress post-traumatico del veterano e il crollo psico-fisico della mente (più che del corpo) di fronte alla tragedia della guerra. Una patologia che, però, Vonnegut riesce a mascherare con una buona dose di ironia.

Lo ricoverarono in una piccola clinica privata. Da Boston venne un celebre chirurgo del cervello che gli fece un’operazione di tre ore. Billy, dopo l’operazione, restò in stato d’incoscienza per due giorni e sognò milioni di cose, alcune delle quali erano vere. Le cose vere erano i viaggi nel tempo.

Mattatoio n. 5 è la storia di una guerra, anche personale, che comunque, però, passa attraverso un filtro agli occhi dei lettori (come le stesse lenti che maneggia Billy Pilgrim): nel testo, infatti, non compaiono direttamente i corpi straziati dei soldati, ma se ne riesce comunque a percepire la perdita, come pure accade nelle descrizioni dei viaggi in treno che rimandano inevitabilmente alle immagini della deportazione. Il paesaggio lunare ricorda la “miniera di corpi” abbattuti e accumulati dalla guerra, ma anche le città rase al suolo e bombardate che appaiono come dei luoghi alieni completamente da ricolonizzare. Ma “così va la vita”, direbbe Billy Pilgrim. E la vita è una guerra continua che non troverà mai fine e da cui se ne genererà sempre un’altra, come una specie di cimelio da passare di generazione in generazione: se il protagonista, infatti, si è ritrovato a provare e a ricordare, con suo rammarico mentale, la Seconda guerra mondiale, il figlio, invece, da “Berretto verde”, rivive quella cruenta del Vietnam che nessuno ha voluto, a maggior ragione l’opinione pubblica che rispecchia anche un po’ il protagonista “viaggiatore” nel suo percorso traumatico di consapevolezza. 

Che il bombardamento di Dresda sia stato una grande tragedia nessuno può negarlo. Che fosse realmente una necessità militare pochi, dopo avere letto questo libro, lo crederanno. E’ stata una di quelle cose terribili che a volte accadono in tempo di guerra, causate da una sfortunata combinazione di circostanze. Coloro che l’approvarono non erano né malvagi, né crudeli, ma può darsi benissimo che fossero troppo lontani dall’amara realtà della guerra per comprendere pienamente il terrificante potere distruttivo dei bombardamenti aerei nella primavera del 1945.

Senza dubbio, quello che più colpisce di questo testo, è sicuramente il modo quasi disincantato in cui Vonnegut racconta quello che è lo specchio della vita umana, anche nelle sue deformità. Billy Pilgrim, infatti, per certi versi, non appare come un corpo, piuttosto come un fantasma che ha lasciato la sua anima a Dresda, tra i bombardamenti, o meglio, tra le macerie di una guerra che lo ha segnato a tal punto da far riemergere quei traumi che aveva segretamente nascosto dentro di lui, come in un pozzo buio che ha un inevitabile e doloroso fondo. La sua scrittura è ironica, vera, graffiante, a tratti quasi confusionaria, ma bisogna pur sempre ricordare che Mattatoio n. 5 è anche il viaggio fantascientifico di una mente “malata” e disordinata, non solo dal punto di vista delle temporalità, ma anche sotto l’aspetto della scrittura (e i disegni presenti come spiegazione un po’ lo fanno intuire). Dresda, in un certo senso, è una copertura, un espediente per cogliere un tema dal suo punto di vista universale: quest’ultima, in realtà, è il Vietnam e il Vietnam, a sua volta, è ogni guerra. Lo stesso per quanto riguarda “l’ogni uomo” Billy Pilgrim. Alla fine, il “così va la vita” che il protagonista ripete continuamente in un mantra di rassegnazione per qualcosa di più grande di lui e che può stare solo a guardare passivamente, è anche un modo per offrire al lettore la volontà di discostarsi. Ecco perché se volete un testo che vi porti a riflettere su certe tematiche con un altro sguardo, vi consiglio Mattatoio n. 5 e la maniera di raccontare di Vonnegut, decisamente sopra le righe, come una sorta di scrittura “tralfamadoriana”.

Parole chiave:

  • Trauma: il tema centrale e diretto è senz’altro la guerra, ma non bisogna scordare che anche il trauma ricopre uno spazio importante nella storia. Senza troppi giri di parole, è l’intera vita di Billy Pilgrim a essere traumatica, basti pensare agli episodi che descrivono il padre che lo getta nell’acqua per fargli imparare a nuotare, lo sguardo nell’abisso al Grand Canyon oppure, ancora più grande, il momento che riguarda la morte della moglie. Tutte cose decisamente segnanti per Billy Pilgrim e che, in un certo senso, lo fanno rifugiare su Tralfamadore.
  • “Crociata dei bambini”: sottotitolo dell’opera che fa riferimento al Medioevo e ai fatti successi nel 1212-13, quando molti ragazzi persero la vita in mare o vennero venduti come schiavi (leggi qui), ma che si potrebbe accostare, in una maniera molto più moderna, ai bambini che perdono la loro innocenza combattendo per una guerra che non hanno chiesto. In questo romanzo, come già affermato, quest’ultima ha un ruolo rilevante, non solo perché rivive in quella di Dresda o del Vietnam, ma anche perché è presa in considerazione sotto altri punti di vista (come accade, ad esempio, nei riferimenti ai bombardamenti di Hiroshima, a Troia con “Ilium” e il luogo di nascita di Billy Pilgrim oppure alla distruzione di Sodoma e Gomorra). 
  • Occhio: inteso come lo sguardo che Vonnegut riesce a dare a tutto il romanzo, perfino nel rimando al lavoro da optometrista di Billy Pilgrim. Come lo stesso protagonista di Mattatoio n. 5 crea delle lenti correttive per coloro che non riescono bene a mettere a fuoco, così anche l’autore crea una trama in cui la storia è continuamente rimescolata  e vista sotto diverse prospettive.
  • Harward Rumfoord: il professore di Storia che incontra Billy Pilgrim in ospedale, un episodio in cui la storia tradizionale incontra quella “non lineare”.
  • Benessere/Vietnam: l’America che viene descritta in Mattatoio n. 5 è quella del boom economico (le “dita magiche”, le macchine, il consumismo) e del benessere, quella del  “va tutto bene” mentre fuori viene combattuta la guerra.

Voto: 4 segnalibri su 5

Mattatoio n. 5 - K. Vonnegut

Titolo: Mattatoio n. 5 (o La crociata dei bambini)
Autore: Kurt Vonnegut
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 196 pagine
Prezzo: 9 euro
Trama: Verso la fine della seconda guerra mondiale Vonnegut, americano di origine tedesca, accorse con tanti altri emigranti in Europa per liberarla dal flagello del nazismo. Fatto prigioniero durante la battaglia delle Ardenne, ebbe la ventura di assistere al bombardamento di Dresda dall’interno di una grotta scavata nella roccia sotto un mattatoio, adibita e deposito di carni. Da questa dura e incancellabile esperienza nacque “Mattatoio n. 5 o La crociata dei bambini”, storia semiseria di Billy Pilgrim, americano medio affetto da un disturbo singolare (“ogni tanto, senza alcuna ragione apparente, si metteva a piangere”) e in possesso di un segreto inconfessabile: la conoscenza della vera natura del tempo.
Per acquistarlo: clicca qui 

Sono affiliata ad Amazon. Oltre ad aver aggiunto dei rimandi specifici negli articoli, potete supportare il mio blog facendo i vostri acquisti libreschi proprio a partire da questo link generico. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro aiuto.

“Il ritratto ovale”: un racconto breve e del terrore di Edgar Allan Poe

Parlare di tutti I racconti dell’incubo e del terrore di Poe in una sola recensione pareva una impresa titanica solo a pensarla, molto più fattibile era andare a colpo sicuro e sceglierne uno in particolare, perché no il preferito. Dopo un’ardua decisione, alla fine la scelta è caduta proprio su Il ritratto ovale, un testo in grado di mescolare atmosfere macabre e arte. Questo racconto datato 1842, infatti, oltre a essere relativamente breve, è anche sorprendentemente significativo e inquietante (in senso buono, ovviamente). Se state pensando a una storia ambientata di notte o perlomeno al buio illuminato solamente da delle tremolanti candele, state pensando bene. Poe non ci pensa due volte: incomincia questo racconto non solo con un forte richiamo al sublime che si inscrive nella commistione tra “malinconia e splendore” (e che si coglie fin dalle prime righe), ma prosegue anche con delle ricche descrizioni che non fanno altro che rendere questa storia ancora più suggestiva. 

Ci stabilimmo in una delle stanze più piccole e arredate meno sontuosamente. Si trovava in una remota torretta della costruzione. I suoi ornamenti erano ricchi, ma rovinati ed antiquati. I muri erano rivestiti d’arazzi e decorati con trofei araldici, vari e multiformi, insieme con un numero insolitamente grande di quadri moderni molto vivaci in cornici riccamente arabescate d’oro. Per questi dipinti, che pendevano non solo dalle superficie principali dei muri ma in moltissimi recessi che l’architettura bizzarra del castello aveva inventato – per questi quadri, il mio delirio incipiente, forse, mi aveva fatto provare profondo interesse; cosicché comandai a Pedro di chiudere le pesanti imposte della stanza – poiché era già notte, – di accendere i bracci di un alto candelabro che stava al capezzale del mio letto, e aprire completamente le cortine di velluto nero ornate di frange che nascondevano il letto stesso.

L’ambientazione che caratterizza Il ritratto ovale è quella che accompagna ogni romanzo gotico, ovvero un castello (abbandonato) e una notte all’apparenza tranquilla. Qui, in un luogo imprecisato delle Alpi e in un tempo che possiamo ricondurre all’Ottocento, riposano un viaggiatore ferito e il suo servitore Pedro, amico premuroso. Mentre il “valletto” si addormenta rapidamente, il primo decide di trascorrere il tempo sfogliando un libretto in cui “sono narrate” le storie dei quadri che ricoprono le pareti dell’intero castello. La lettura avviene alla luce di un candelabro, ma è proprio quando quest’ultimo viene spostato per fare più luce che succede il fattaccio sconvolgente: in un angolo della stanza che non aveva notato prima, infatti, il viaggiatore scopre il ritratto di una giovane donna che lo fa rimanere letteralmente a bocca aperta. 

Ma l’azione produsse un effetto del tutto imprevisto. Le luci delle numerose candele (ce ne erano molte) ora andavano a cadere in una nicchia della stanza che fino a quel momento era stata messa in ombra profonda da una colonnina del letto. Vidi così in piena luce un quadro passato del tutto inosservato prima. Era il ritratto di una giovinetta quasi sul punto di divenire donna.

Leggendo il libretto, il protagonista scopre che la donna dipinta «così bene da sembrare viva» non era altro che la moglie del pittore: quest’ultimo, proprio per la sua bellezza, aveva deciso di farle un ritratto, conducendola però nella stanza più buia e fredda del castello, in cima alla torre. Il delirio è soprattutto ciò che caratterizza la storia di questo artista sui generis, ma in un certo senso anche del protagonista/viaggiatore: se il secondo è catturato dai dipinti che lo circondano, il primo è così preso dalla sua follia creatrice da dimenticarsi della moglie che, ad ogni pennellata in cerca della perfezione, deperisce e si consuma. E’ solo nel momento di dare l’ultimo tocco a quel dipinto così vivo che il pittore si accorge della tragedia: la moglie è morta, quasi come se la sua vita fosse spirata direttamente sulla tela.

E allora fu data la pennellata, e la sfumatura fu posta; e, per un attimo, il pittore rimase estasiato davanti all’opera che aveva compiuto; ma subito dopo, perso ancora nella contemplazione, divenne tremante e molto pallido, e atterrito, gridando con una voce forte, “Questa è davvero la Vita stessa!” si voltò improvvisamente a osservare la sua amata: Era morta!

Quello che più colpisce di questa storia è senz’altro il modo in cui Poe decide di rendere a parole l’attrazione che il protagonista prova per il dipinto, un po’ sulla scia di quello che sarà, qualche anno dopo, Il ritratto di Dorian Gray di O. Wilde (1890). Il viaggiatore ne è letteralmente stregato: sottolinea per ben due volte – e in due diverse parti del racconto – quanto il fascino di quel “ritratto ovale” lo faccia rimanere con gli occhi fissi quasi come se fosse in trance. Quel quadro, per lui, parla senza le parole, è magnetico e vivo, e per questo vuole cercare con insistenza la sua storia all’interno di quel libro che si è ritrovato tra le mani. Il punto centrale di tutto, sicuramente, è il legame che questo racconto ha con il “doppio”, soprattutto dal punto di vista dei protagonisti che abitano la storia. Se nella prima parte, infatti, i personaggi in primo piano sono il viaggiatore ferito e il suo servo Pedro, nella seconda, invece, questi ultimi sono sostituiti dalle figure del pittore e di sua moglie, tutto questo in un’ambientazione in cui la vita e la morte sono continuamente messe in discussione. Il ritratto, a maggior ragione verso la fine, è chiamato “persona viva”, e forse è proprio questo il motivo per cui il racconto può essere considerato anche la storia di una ossessione e di una follia che si personificano, purtroppo tragicamente, nell’amore per l’arte.

Il ritratto ovale
Immagine presa dal web

Parole chiave:

  • Vita/Morte: un legame che unisce con un filo invisibile tutto il racconto, soprattutto nella storia tra il pittore e la moglie. Il quadro è un oggetto inanimato ma paradossalmente vivo, mentre invece la donna dipinta (che dovrebbe essere piena di vitalità) è qualcosa destinata a morire al tocco di ogni pennellata sulla tela.
  • Castello: senza questo elemento, probabilmente, la storia non avrebbe avuto lo stesso impatto sul lettore. Poe, con questo, dimostra che possono bastare anche poche ambientazioni (come ad esempio anche la stanza abbandonata in cui soggiornano gli ospiti) per rendere una semplice storia non così scontata come può sembrare.
  • Doppio: il classico tema dei racconti gotici e quello che rende questa storia ancora più suggestiva. Due sono le parti in cui è divisa la vicenda (la prima che occupa il viaggiatore e Pedro; la seconda che riguarda il pittore e la moglie), due sono i protagonisti che occupano “la scena” ogni volta. Ma il doppio si riferisce anche allo stesso quadro e quindi alla donna che, da modella, prende vita sulla tela, oppure ancora alla storia che ogni dipinto ha come riferimento nel libro che il viaggiatore sfoglia e legge nel suo letto alla luce del candelabro.
  • Arte: la pittura, in questo racconto, compare come un espediente per rimarcare quanto essa, molto spesso, sia legata alla follia. L’ispirazione artistica, qui, non solo è descritta come un’ossessione che conduce alla pazzia, ma appare addirittura come una “rivale” della moglie per la conquista dell’attenzione del pittore/marito.

Voto: 5 segnalibri su 5

Tutti i racconti, le poesie e «Gordon Pym» - Poe

Titolo: Tutti i racconti, le poesie e «Gordon Pym»
Autore: Edgar Allan Poe
Editore: Newton Compton
Lunghezza: 982 pagine
Prezzo: 14.90 euro
Trama: Castelli diroccati, paesaggi foschi, misteriose presenze. Eroi solitari e introversi, donne diafane e sensitive che si aggirano in luoghi spettrali. Situazioni paradossali, talvolta grottesche, casi straordinari, apparizioni d’incubo e di sogno: le storie stregate di Poe sono metafore delle nostre stesse più profonde inquietudini, esplorazioni negli oscuri meandri della  psicologia umana, negli orrori malcelati di una condizione esistenziale lacerata, contraddittoria, enigmatica. La continua allusività analogica e simbolizzante, l’oniricità ossessiva e visionaria, le suggestioni “gotiche” e romantiche sono costantemente sostenute dalla ricerca di idealità assolute, da un lucido e articolato dominio complessivo dettato da una  straordinaria abilità stilistica e tecnica, da una logica compositiva e combinatoria di stampo razionalista che si dilata, nelle poesie attraverso una stupefacente varietà di intrecci strofici e metrici e una continua fluidità ritmico-musicale, fino all’istrionismo e alla mistificazione.
Per acquistarlo: clicca qui 
Per leggere solo Il ritratto ovaleclicca qui

Sono affiliata ad Amazon. Oltre ad aver aggiunto dei rimandi specifici negli articoli, potete supportare il mio blog facendo i vostri acquisti libreschi proprio a partire da questo link generico. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro aiuto.

“Quanto ti ho odiato”: odi et amo

Perdere la testa e finire per innamorarsi della persona che meno si sopporta al mondo: oltre a rappresentare uno dei cliché più sfruttati dalla letteratura e dalla cinematografia, è anche il motore portante della trama di Quanto ti ho odiato, il romanzo scritto da Kody Keplinger ed edito nel 2015.

Forse odiavo Wesley Rush, ma lui aveva in mano la chiave per la mia fuga, e in quel momento lo volevo.. avevo bisogno di lui.

Bianca Piper, la protagonista della storia, è una ragazza di diciassette anni che frequenta una scuola che sembra non badare minimante a lei, forse è un po’ troppo cinica e intelligente per essere accostata a tutte le altre ragazze della sua età, ma di certo non si sente bella come loro, o almeno così pensa lei. Le stanno strette tante cose, soprattutto certe persone, ed è anche per questo che non vede l’ora di finire la superiori per potersi trasferire a New York, cominciare il college e, insieme a questo, anche una nuova vita. Ogni tanto, tra una lezione e l’altra, con le sue amiche fidate Casey e Jessica, frequenta il pub “Nest” ed è proprio lì che, una sera, succede un “fattaccio” che scombussola le sue già fragili convinzioni.

Wesley sospirò. «Bene. Non sei stata per niente collaborativa, sai. Quindi voglio essere sincero con te. Devo riconoscerlo: sei più sveglia e testarda della maggior parte delle ragazze con cui parlo. Ma se sono qui non è solamente per scambiare battute argute». Spostò l’attenzione sulla pista da ballo. «A dire la verità, ho bisogno del tuo aiuto. Sai, le tue amiche sono fiche. E tu, cara, sei la DUFF».
«E che significa?»
«Sta per Designated Ugly Fat Friends, ovvero la tipa bruttina e cicciottella prescelta dal gruppo di amiche», spiegò lui. «Senza offesa, ma sei tu».

Eccolo qui, Wesley Rush: il “donnaiolo” della scuola che tutte vogliono e da cui Bianca Piper, invece, vuole tenersi a debita distanza. Quello che, però, non riesce ad ammettere a se stessa è che quel ragazzo sembra rappresentare la sua unica via di “salvezza”, la distrazione che la distoglie da una famiglia che si sta sgretolando e da un padre che rifugge nell’alcool il peso della sua separazione con la moglie. Così, dopo una Coca Cola Cherry gettata addosso per il nomignolo di DUFF e diverse frasi al veleno, Bianca finisce per baciare proprio il suo acerrimo nemico, scoprendo con enorme sorpresa (e rammarico) che quell’incontro ravvicinato le è anche piuttosto piaciuto. Nonostante sia consapevole che il ragazzo sia tristemente famoso per non rifiutare quasi nessuna di quelle che gli si avvicinano, Bianca vede in lui la persona giusta con cui evadere da un mondo troppo stretto, non pensando che anche Wesley, come lei, ha una vita piuttosto difficile da affrontare.

«Tranquilla.» L’auto stava rallentando leggermente. «Sul serio, hai ragione. E anche la nonna. Solo che non avrei mai voluto che Amy mi vedesse così.»
Non riuscii a trattenermi e allungai una mano verso quella di Wesley, stretta alla leva del cambio. La pelle era calda e morbida, e sentii il battito regolare che pulsava sotto il mio palmo. Dimenticai la mia stupida macchina e il litigio con Casey. L’unica cosa che volevo era vedere Wesley tornare a sorridere. Mi sarei accontentata anche del sorrisetto impertinente. Detestavo che l’idea di perdere il rispetto della sorella lo facesse soffrire. Volevo consolarlo.
Tenevo a lui.
Oddio. Davvero tenevo a lui?

Wesley e Bianca, alla fine, da “nemici con benefici” si ritrovano a essere legati più di quanto potessero immaginare: se il primo, infatti, si rivela essere quello che mai la ragazza avrebbe creduto, ovvero una persona dolce e brava ad ascoltare i suoi problemi, lei, invece, rappresenta per Wesley colei che ha sempre desiderato, scoprendosi anche particolarmente geloso di Toby Tucker, il ragazzo che incarna la perfezione, da sempre, per la Piper.

Ti penso più di quanto qualsiasi uomo con un briciolo di dignità ammetterebbe mai, e sono follemente geloso di Tucker: una cosa che non avrei mai pensato di dire. Voltare pagina è impossibile. Nessuna mi tiene sulle spine come fai tu. Nessuna mi fa venire voglia di umiliarmi scrivendo lettere zuccherose come questa. Solo tu. Ma so di essere nel giusto. So che mi ami, anche se esci con Tucker. Puoi raccontarti tutte le bugie che vuoi, ma la realtà ti scoverà. E io rimarrò in attesa di quel momento.. che ti piaccia o no.
Con amore,
Wesley.

Storia d’amore (scontata) a parte, quello che più colpisce di questo romanzo è certamente il modo ironico e diretto con cui Kody Keplinger costruisce una trama fatta di battute simpatiche, momenti leggeri e parti serie, tutte amalgamate perfettamente in un libro che si legge, senza troppe pretese, in pochissimo tempo. Il punto centrale è rappresentato sicuramente dal modo in cui comincia il rapporto tra Bianca e Wesley: non solo per un semplice sfogo, ma soprattutto per l’incontrarsi di due mondi, apparentemente diversi, che si ritrovano a fuggire dalle stesse cose e a riconoscere, l’uno nell’altra, ciò di cui hanno bisogno. Leggendo il libro, è bello vedere quanto il loro legame cresca pagina dopo pagina, fino a quasi diventare imprescindibile e reale, come una qualsiasi storia fatta di supporto, parole che non devono essere necessariamente dette per essere pensate, ma anche litigi e riavvicinamenti.

Nonostante i miei sforzi per non farlo, sorrisi. Non era neanche lontanamente perfetto, ma, ehi, neppure io lo ero. Eravamo entrambi piuttosto incasinati. Tuttavia, in un certo senso, questo rendeva tutto più eccitante. Sì, era folle e contorta, ma era la verità, no? Scappare è impossibile, quindi perché non accettarla?
Wesley mi prese la mano e intrecciò le dita alle mie. «Sei bellissima stasera, Bianca.»

Sebbene Bianca abbia due amiche che le stanno sempre vicino (pur avendo chiaramente interessi diversi) il loro rapporto sembra quasi essere messo in secondo piano quando le tre si ritrovano a litigare per una stupida incomprensione (e anche per una storia passata che ha lasciato troppo il segno). Ma l’amicizia, si sa, se è vera e sincera riesce a superare qualsiasi cosa, anche l’orgoglio e i segreti. Se dovessi descrivere questo romanzo in poche parole, lo definirei come “una romanticheria pungente”: capace di divertire, ma anche di far pensare, non mancando certo di far sognare con una storia d’amore un po’ fuori dagli schemi (e senza cose troppe melense). Insomma, Quanto ti ho odiato è un libro simpatico, piacevole e scritto in una maniera “colloquiale”, una lettura leggera da fare in quei momenti in cui non si sta cercando qualcosa di troppo impegnativo.

Parole chiave:

  • Odio/amore: questo romanzo ci insegna che tra i due sentimenti c’è un confine molto sottile. Bianca non sopporta Wesley perché lo crede quello che in realtà non è, ma spesso l’apparenza inganna.
  • DUFF: la parola che dà inizio a tutto e muove l’intera trama. Letteralmente indica la “Designated Ugly Fat Friends”, ovvero la ragazza bruttina tra il gruppo di amiche. È un’etichetta che Wesley Rush mette addosso a Bianca Piper e che quest’ultima, forse spinta dai problemi che gli pesano addosso, odia terribilmente.
  • Orgoglio: allontana Bianca dalle sue amiche, ma anche Bianca dallo stesso Wesley. Per fortuna, basta trovare il coraggio di abbatterlo, per riuscire a risolvere le cose.
  • I problemi famigliari: Bianca ha un padre alcolizzato e una madre sfuggente, senza contare il fatto che sono prossimi al divorzio; Wesley, invece, ha una famiglia pressoché assente e che lo crede interessato solo a una vita frivola. Entrambi si trovano per il fatto di avere gli stessi “scheletri nell’armadio” da cui fuggire.
  • Libro/film: da questo romanzo è stato ricavato anche un film (“L’A.S.S.O. nella manica”) che, però, non rispecchia molto quanto scritto dalla Keplinger a causa di certe incongruenze a livello di trama, personaggi e legami (però vi consiglio di guardarlo allo stesso perché, come il romanzo, è davvero tanto simpatico).

Voto: 4 segnalibri su 5

Quanto ti ho odiato - K. Keplinger

Titolo: Quanto ti ho odiato
Autore: Kody Keplinger
Editore: Newton Compton
Lunghezza: 278 pagine
Prezzo: 9,90 euro
Trama: Bianca Piper ha diciassette anni, è cinica ma leale e sa benissimo di non essere la più carina tra le sue amiche. D’altronde sa anche di essere più sveglia e intelligente rispetto a molte sue coetanee, che si lasciano incantare dal fascino di ragazzi come Wesley Rush, il più corteggiato e viscido della scuola. Bianca infatti detesta Wesley. Ma dato che le cose in famiglia non vanno granché bene e Bianca è alla disperata ricerca di una distrazione, un giorno si ritrova a baciare proprio Wesley. E… scopre che le piace! Tanto che, sempre più desiderosa di fuggire dai propri problemi familiari, finisce per farci sesso e per ricorrere a questo “diversivo” ogni volta che qualcosa va storto. Ma quando viene fuori che Wesley è bravo ad ascoltare e che anche la sua, di vita, è più scombinata del previsto, Bianca intuisce che la situazione le sta sfuggendo di mano e si rende conto con terrore che potrebbe essersi innamorata proprio del nemico.
Per acquistarlo: clicca qui 

Sono affiliata ad Amazon. Oltre ad aver aggiunto dei rimandi specifici negli articoli, potete supportare il mio blog facendo i vostri acquisti libreschi proprio a partire da questo link generico. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro aiuto.

“Smith & Wesson”: si entra in scena

Guardi che le parole sono piccole macchine molto esatte, mi creda, se uno non le sa usare, tanto vale che non le usi.

Smith & Wesson di A. Baricco, a prima vista, può sembrare niente più che un breve e semplice romanzo, ma leggendolo meglio ci si accorge che è decisamente qualcosa di più, ovvero una pièce teatrale in cui i personaggi cercano, con qualsiasi espediente, di rendere memorabili e degne di nota le proprie esistenze, pur non mancando di vivere dei momenti ironici. Questo legame con il teatro, infatti, lo si coglie fin dalle prime pagine: oltre alla evidente struttura in atti che suddivide in capitoli il libro, tutti i dialoghi appaiono come una sorta di copione dove le parole dei personaggi sono scandite da quelle che potremmo definire delle vere e proprie “battute”.

PRIMO MOVIMENTO, Allegro.

Non lontano dalle cascate del Niagara, anno 1902.

Interno di una baracca povera, incasinata ma dignitosa.

Un uomo sdraiato sul letto. Non sta necessariamente dormendo. È lì, tranquillo.

Bussano alla porta.

WESSON
[l’uomo sdraiato sul letto
] Chi è?

SMITH
[da fuori] La signora Higgins, su all’albergo, mi ha parlato di lei. Mi ha detto che potevo venirla a trovare.

WESSON
La signora Higgins è una puttana!

Pausa.

Ci troviamo nel 1902 e il luogo sono le grandi Niagara Falls. I protagonisti di questo “spettacolo scritto” sono Tom Smith e Jerry Wesson, le cui vite si intrecciano nella loro affannosa ricerca di ribellione e adrenalina, a qualsiasi costo. Al lettore non deve affatto sfuggire l’accoppiata ironica dei loro nomi: “Tom e Jerry” da una parte, come i più celebri gatto e topo del mondo dei cartoni animati, “Smith e Wesson”, in riferimento alla famosa azienda statunitense di armi, dall’altra. Che sia voluto o no, tramite questo espediente Baricco riesce a trasmettere una leggerezza ironica che si ritrova poi anche nelle loro azioni, come una specie di nomen omen. Wesson, infatti, è un “pescatore”, ma non nel vero senso del termine: lui pesca i corpi di quelli che si suicidano buttandosi dalle Cascate del Niagara; Smith, invece, si è scoperto “metereologo” e ha deciso di annotare su un taccuino le previsioni decise sulla base di quanto gli riferisce la gente. 

Abbiamo deciso che il 21 giugno, solstizio d’estate, il primo essere umano nella storia degli esseri umani salterà dalle cascate del Niagara non per farsi fuori, ma per vivere, una volta buona, e vivere davvero. Sarà una ragazzina di ventitré anni e contro ogni aspettativa non morirà in quel salto, e questo perché i signori Smith e Wesson, invece di progettare infallibili fucili a ripetizione, le troveranno il modo di sopravvivere alle cascate, sfidando la natura e le leggi della fisica, e vincendo, se dio lo vorrà e se avremo un culo bestiale.

Tra i due, come una ventata di aria fresca, si inserisce Rachel Green, un’aspirante giornalista che è alla ricerca di uno scoop talmente sensazionale da farla riscattare dalla normalità in cui è finita, e per farlo è disposta a tutto, perfino a mettersi in gioco lei stessa e a diventare una incredibile “notizia vivente”.

In fondo un bel destino, ma a lei manca qualcosa vero? Manca qualcosa di veramente suo, una storia memorabile, una prodezza, un miracolo tutto suo.

Il loro desiderio di evasione dall’ordinario, infatti, non è rappresentato solamente dall’attuazione di una impresa epica, ma anche dalla volontà di conquistare un po’ di gloria a discapito di una vita trascorsa costantemente in maniera piatta e senza sfumature. Tutti e tre decidono di sfidare la grandezza incontrastata delle cascate, ma come spesso accade (e come insegna anche lo stesso concetto di “sublime”), sono proprio le cose più grandi di noi a sopprimerci e a farci sentire piccoli e perituri, soprattutto se di mezzo si trova una natura che ci ricorda costantemente quanto è più potente di noi. Da qui al fatto che raramente le cose vanno come si spera il passo è veramente breve ed ecco che, per ultimo, è il destino a farla da padrone.

Riepilogando. Disponiamo di tre strade. Prima: una palla di caucciù, perfettamente sferica, cava all’interno. La spariamo a grande velocità in modo che salti oltre i gorghi e cada direttamente nelle rapide, dove poi Wesson la va a pescare. Seconda: una sorta di cassaforte. La precipitiamo giù dalle cascate, quando tocca il fondo Rachel esce attaccata a un salvagente che la riporta velocemente a galla e poi la trasporta giù per le rapide. Wesson la raccoglie. Terza: una botte piena di aria compressa, perfettamente imbottita e a tenuta stagna. Rotola giù dalle cascate, finisce sott’acqua, torna su, e galleggia giù dalle rapide fino a quando Wesson non la prende al volo. Votazioni!

Quello che più colpisce di Smith & Wesson, probabilmente, è proprio questo: il tentativo di costruire una vicenda interamente incentrata su una natura che appare ingestibile e ingovernabile nonostante il desiderio, prettamente umano, di tenerle testa. Tutto questo è descritto da Baricco in una maniera che ho trovato semplice e delicata, quasi come se non ci fossero altre parole per poterlo fare. Complice anche l’originale espediente teatrale, la lettura appare scandita come i colpi delle lancette su un orologio e la storia è tanto precisa quanto dinamica nel suo desiderio di uscire dalle righe di un destino che appare già scritto in tutti quei corpi senza vita che vengono recuperati ai piedi di quell’enorme discesa d’acqua. Rachel, tra tutti, è quella più motivata nell’impresa («Son qui perché se mi arrendo questa volta mi arrenderò tutta la vita») e, con la sua giovane età, sembra la personificazione di una generazione che cerca di fare del rischio e del desiderio di emergere dalla folla, una via di fuga dalla routine e dalla monotonia. Quello che ne esce è uno “spettacolo nello spettacolo”: inscenato prima di tutto nel metodo di scrittura – che prende le mosse dal teatro – e poi anche nella storia. Baricco è uno di quegli scrittori che piace o non piace, senza vie di mezzo, ma con Wesson & Smith è stato in grado di creare una storia (quasi sulla scia di una notizia giornalistica) degna di davvero di essere letta.

Parole chiave:

  • Ironia: presente prima di tutto nei nomi dei protagonisti, ma anche come filo conduttore che unisce, dall’inizio alla fine, una trama in cui le battute presenti non sono solamente quelle teatrali, ma anche quelle che vengono dai personaggi stessi.
  • Destino: l’unico che esce vincente dalla scena e che appare, come sempre, incontrastabile. Non ci sono desideri di rivalsa o preparazioni che tengano se, alla fine, certi piani sono già stati scritti.
  • Teatro: Smith & Wesson è una pièce teatrale, ovvero un libro che fa dello “spettacolo” l’ingrediente principale e cardine di tutta la storia inscenata dai tre protagonisti. Questi ultimi, infatti, come dei veri e propri attori, entrano ed escono dalla “scena” in maniera dinamica e sono scanditi non solo dalla battute ma anche dalle pause che sono gli “andamenti” o gli atti.
  • Natura: rappresentata dalle Cascate del Niagara e vista come insormontabile, almeno considerando i corpi che vengono ripescati ai piedi della distesa d’acqua. Smith & Wesson è anche la storia del tentativo del superamento dei limiti, ma già la storia di Ulisse, inserito nell’Inferno di Dante, aveva insegnato che questo non è possibile senza delle conseguenze.
  • Tanto in uno: questo libro è molte cose. E’ un articolo di giornale (o meglio, la ricerca di uno scoop), un copione teatrale, un breve romanzo e anche una storia di vita.

Voto: 4 segnalibri su 5

Smith & Wesson - A. Baricco

Titolo: Smith & Wesson
Autore: Alessandro Baricco
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 108 pagine
Prezzo: 7 euro
Trama: Tom Smith e Jerry Wesson si incontrano davanti alle cascate del Niagara nel 1902. Nei loro nomi e nei loro cognomi c’è il destino di un’impresa da vivere. E l’impresa arriva insieme a Rachel, una giovanissima giornalista che vuole una storia memorabile, e che, quella storia, sa di poterla scrivere. Ha bisogno di una prodezza da raccontare, e prima di raccontarla è pronta a viverla. Per questo ci vogliono Smith e Wesson, la coppia più sgangherata di truffatori e di falliti che Rachel può legare al suo carro di immaginazione e di avventura. Ci vuole anche una botte, una botte per la birra, in cui entrare e poi farsi trascinare dalla corrente. Nessuno lo ha mai fatto. Nessuno è sceso giù dalle cascate del Niagara dentro una botte di birra. È il 21 giugno 1902. Nessuno potrà mai più dimenticare il nome di Rachel Green? E sarà veramente lei a raccontarla quella storia?
Per acquistarlo: clicca qui 

Sono affiliata ad Amazon. Oltre ad aver aggiunto dei rimandi specifici negli articoli, potete supportare il mio blog facendo i vostri acquisti libreschi proprio a partire da questo link generico. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro aiuto.

“Il giardino dei Finzi-Contini” e il viaggio nel ricordo

Il giardino dei Finzi-Contini è sicuramente l’opera più famosa di Giorgio Bassani, scrittore e poeta nato a Bologna nel 1916 e morto a Roma (dopo una lunga malattia) nei primi mesi del 2000. Questo romanzo scritto nel 1962, oltre a essere stato inserito da diversi studiosi del genere nella corrente del “neorealismo”, è anche il racconto di un viaggio a ritroso nel passato in cui la voce narrante – che probabilmente va ricondotta allo stesso autore – prende per mano il lettore/spettatore accompagnandolo in un ricordo prevalentemente basato sulla nostalgia. La storia, infatti, incomincia proprio davanti alla tomba dei Finzi-Contini: lì il protagonista, oltre a rivivere attraverso dei flashback gli anni della sua giovinezza, si ritrova soprattutto a riflettere sul forte legame che lo ha avvicinato a quella famiglia.

La tomba era grande, massiccia, davvero imponente: una specie di tempio tra l’antico e l’orientale, come se ne vedeva nelle scenografie dell’Aida e del Nabucco in voga nei nostri teatri d’opera fino a pochi anni fa. In qualsiasi altro cimitero, l’attiguo Camposanto Comunale compreso, un sepolcro di tali pretese non avrebbe affatto stupito, ed anzi, confuso nella massa, sarebbe forse passato inosservato. Ma nel nostro era l’unico. E così, sebbene sorgesse assai lontano dal cancello d’ingresso, in fondo a un campo abbandonato dove da oltre mezzo secolo non veniva sepolto più nessuno, faceva spicco.

Il ricordo memoriale, poco a poco, introduce anche i personaggi di Micòl e Alberto, due fratelli che, come il protagonista, fanno parte della comunità ebraica ferrarese. I due sono dei Finzi-Contini e come tali hanno la “fortuna” di essere nati in una famiglia aristocratica che, però, vive quasi isolata dal resto della città ed è spesso vittima delle chiacchiere altrui per questa scelta. Micòl e Alberto, infatti, oltre a prendere delle lezioni private per proseguire gli studi e a fare parte di un circolo di tennis, abitano anche in una casa circondata da un giardino e da una cinta muraria che sono un po’ l’emblema di questo microcosmo in cui si trovano. Un isolamento che, vedendo gli anni in cui ci troviamo nella vicenda – ovvero il periodo che anticipa la Seconda guerra mondiale -, ha anche una forte eco con la ghettizzazione che da lì a poco, nel 1938, gli ebrei avrebbero vissuto tragicamente sulla loro pelle a opera delle “leggi razziali” (e poi con la deportazione). 

Il lungo periodo di tempo che seguì, fino ai fatali ultimi giorni dell’agosto del ’39, cioè fino alla vigilia dell’invasione nazista della Polonia della drôle de guerre, lo ricordo come una specie di lenta, progressiva discesa nell’imbuto senza fondo del Maelstrom.

Micòl, in particolare, esercita un fascino decisamente marcato sul protagonista, e questo appare chiaro fin dalle prime pagine del romanzo. Il primo incontro è avvenuto come una sorta di scena tra Romeo e Giulietta, quando la ragazza è affacciata al muro della sua casa e lui, in preda alla disperazione per la bocciatura in matematica, vaga per le vie della città alla ricerca di una scusa da poter raccontare ai suoi genitori. Questo sembra essere l’inizio di una amicizia che potrebbe diventare qualcosa di più, ma che una serie di imprevisti e di occasioni mancate prima, e la presenza di Malnate e l’inevitabile maturazione di lei poi, sembrano non far decollare nella direzione giusta.

Passai la notte successiva in grande agitazione. Mi addormentavo, mi svegliavo, mi riaddormentavo. E sempre riprendevo a sognare di lei. Sognavo per esempio di trovarmi, proprio come il primissimo giorno che avevo messo piede nel giardino, a guardarla mentre giocava a tennis con Alberto. Anche in sogno non l’abbandonavo con gli occhi un solo istante. Tornavo a dirmi che era splendida, così sudata e rossa, con quella ruga d’impegno e di decisione quasi feroce che le divideva verticalmente la fronte, tutta tesa come era nello sforzo di sconfiggere il sorridente, un po’ fiacco e annoiato fratello maggiore.

Il giardino dei Finzi-Contini, quindi, è anche la storia di un amore che nasce e si incrina piano piano, soprattutto dopo la partenza di Micòl per Venezia, avvenuta non a caso in inverno quasi come se il sopraggiungere di questa stagione significasse anche un definitivo raffreddamento dei loro sentimenti («Fu così a rinunciai a Micòl»). Sullo sfondo, però, rimane sempre il giardino, elemento centrale e imprescindibile di tutto il romanzo, luogo idilliaco in grado di vincere su tutto, perfino sui limiti temporali che vedono l’Italia sempre più vicina alla guerra. Ecco perché la storia d’amore che sembra nascere e non nascere tra il protagonista e la ragazza rappresenta anche ciò che arriva a sconvolgere, ma allo stesso tempo ad alimentare, questo piccolo mondo fatto di fantasie e desideri.

Fummo davvero molto fortunati, con la stagione. Per dieci o dodici giorni il tempo si mantenne perfetto, fermo in quella specie di magica sospensione, di immobilità dolcemente vitrea e luminosa che è particolare di certi nostri autunni.

L’epilogo del romanzo non è altro ciò che il lettore si immagina e di cui si fa consapevole andando avanti nella lettura, ovvero il triste destino della famiglia Finzi-Contini che non riesce a sopravvivere ai tragici eventi della deportazione e delle leggi razziali. La storia si conclude esattamente come era iniziata: con il ricordo di un passato che non può più tornare se non nella mente del protagonista, unico sopravvissuto alla vicenda e, come tale, colui che accompagna il lettore in questo lungo viaggio introspettivo. Quello che più mi è piaciuto di questo romanzo è stato il metodo di scrittura di Giorgio Bassani: così ricco e dettagliato da non lasciare nulla al caso, nemmeno la più semplice delle descrizioni. L’espediente del ricordo a partire da un “monumento memoriale” (come può essere una tomba) per imbastire l’intera storia è davvero evocativo, reso ancora più profondo dallo sfondo storico e simbolico in cui veniamo proiettati. L’io narrante è come se facesse una sorta di percorso di formazione, a partire dall’adolescenza fino ad arrivare all’età adulta, in cui l’amore non ricambiato di Micòl (di cui ne è consapevole solamente alla fine del romanzo) lo fa vivere in un limbo che gli fa credere che qualcosa sia sempre possibile. Probabilmente l’idea che vuole darci l’autore è quella che il protagonista, in realtà, stia vivendo un dormiveglia in cui, il rifiuto sonoro della ragazza, rappresenta lo strattone che lo riporta alla realtà. Bassani dimostra una grande sensibilità e con Il giardino dei Finzi-Contini tocca il lettore trasportandolo non solo a Ferrara, ma anche in quel giardino che ha dato adito a tante immaginazioni. Il triste epilogo dell’amore (e delle vite dei protagonisti) è forse la nota più dolente della storia, ma il libro non avrebbe avuto lo stesso impatto emozionale senza questa costruzione narrativa. Questo è un romanzo molto particolare sotto tanti punti di vista, primo tra tutti il fatto di saper descrivere, sotto un’altra e più romanzata sfumatura, gli anni difficili dell’Italia prima della guerra. Un must read, senza alcun dubbio.

Parole chiave:

  • Il giardino: lo scenario principale della vicenda, in cui avviene (e non avviene) tutto, ma anche il luogo che sembra non subire i cambiamenti spazio-temporali che, invece, attraversano inesorabilmente il mondo esterno. E’ proprio sulla soglia di quel “mondo” che il protagonista incontra per la prima volta Micòl, un mondo che però riesce a visitare solamente una decina di anni dopo da quel primo e furtivo approccio. 
  • Micòl: il principale oggetto dei desideri del narratore, ma anche la sua più grande illusione e delusione. La ragazza cresce e matura durante il romanzo, e di questo ne è amaramente consapevole anche il protagonista, il quale decide di rinunciare a lei e di mettersi il cuore in pace proprio quando intuisce la “freddezza” che la ragazza ha nei suoi confronti e anche il suo probabile legame con Malnate.
  • La comunità ebraica: lo sfondo attorno a cui si muove l’intera vicenda,  fondamentale soprattutto per capire le tragedie che vive la famiglia dei Finzi-Contini, vittima della deportazione, della guerra e anche del destino nefasto.
  • L’amore: per gran parte del romanzo è stato un sentimento quasi platonico e irreale che sembrava esistere solo nella mente del protagonista, complice anche il fatto che quest’ultimo ha peccato spesso di insicurezza nel non riuscire a cogliere certe occasioni. Solo verso la fine è la stessa Micòl a mettere in chiaro le cose: in realtà loro sono troppo simili per potersi trovare sotto quell’aspetto, ed ecco che il sogno di un amore per cui combattere si trasforma nella consapevolezza di ciò che non potrà mai essere.
  • Il passato: tutto il romanzo è impostato su questa condizione temporale, a partire dal flashback iniziale che ci proietta all’indietro verso una storia costruita sulla nostalgia. Quello de Il giardino dei Finzi-Contini, però, è un passato circolare che sembra continuamente tornare per riavvolgersi su se stesso, soprattutto nei ricordi, e questo lo dimostra anche la parte finale che, non a caso, ripete in un certo senso la scena iniziale.

Voto: 4 segnalibri su 5

88-07-88108-4_Bassani_il giardino.indd

Titolo: Il giardino dei Finzi-Contini
Autore: Giorgio Bassani
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 214 pagine
Prezzo: 9,50 euro
Trama: Pochi romanzi italiani del Novecento sono entrati così profondamente nel cuore dei lettori come “Il giardino dei Finzi-Contini”, un libro che è riuscito a unire emozioni private e storia pubblica, convogliandole verso un assoluto coinvolgimento narrativo. Un narratore senza nome ci guida fra i suoi ricordi d’infanzia, nei suoi primi incontri con i figli dei Finzi-Contini, Alberto e Micòl, suoi coetanei resi irraggiungibili da un profondo divario sociale. Ma le leggi razziali, che calano sull’Italia come un nubifragio improvviso, avvicinano i tre giovani rendendo i loro incontri, col crescere dell’età, sempre più frequenti. Teatro di questi incontri, spesso e volentieri, è il vasto, magnifico giardino di casa Finzi-Contini, un luogo che si imbeve di sogni, attese e delusioni. Il protagonista, giorno dopo giorno, si trova sempre più coinvolto in un sentimento di tenero, contrastato amore per Micòl. Ma ormai la storia sta precipitando e un destino infausto sembra aprirsi come un baratro sotto i piedi della famiglia Finzi-Contini.
Per acquistarlo: clicca qui 

Sono affiliata ad Amazon. Oltre ad aver aggiunto dei rimandi specifici negli articoli, potete supportare il mio blog facendo i vostri acquisti libreschi proprio a partire da questo link generico. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro aiuto.