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“I miei sogni mi appartengono” di Mary Shelley

I miei sogni mi appartengono è una raccolta di epistole inedite – e straordinariamente raggruppate da L’Orma Editore – scritte da Mary Wollstonecraft Godwin, anche meglio conosciuta come Mary Shelley (Londra, 30 agosto 1797 – Londra, 1º febbraio 1851). Il sottotitolo Lettere della donna che reinventò la paura non deve affatto trarre in inganno: tutti conoscono l’autrice per il suo spaventoso Frankenstein, eppure in questi scritti sembra emergere un lato piuttosto inaspettato del suo carattere, quello “quasi” romantico e interamente devoto all’amore di Percy Bysshe Shelley, un uomo conosciuto quando già era sposato con Harriet Westbrook e con il quale condividerà una parte intensa della sua vita. 

Clifton, 27 luglio 1815. No, amore mio, non posso restare ancora lontana da te. Quindi, se non vorrai accordarmelo, verrò anche senza il tuo permesso. Sono stanca di questi giorni senza la speranza di vederti. […]

Mary era nata «dall’unione fisica e spirituale di due grandi menti: William Godwin, filosofo libertario, punto di riferimento per i democratici e i radicali inglesi, e Mary Wollstonecraft, prosatrice e saggista tra le prime e più influenti teoriche dei diritti delle donne», ma la sua “attrazione” verso Percy era qualcosa capace di dissestare anche l’opinione più “aperta”. Quelle parole, però, come le tante altre facenti riferimento alla loro incredibile storia, non fanno altro che rimarcare quanto il loro legame fosse qualcosa destinato inevitabilmente ad accadere. Le missive contenute in questo libricino sono la manifestazione dell’animo irrequieto e allo stesso tempo geniale della sua autrice, ma anche l’ennesima dimostrazione – semmai ce ne fosse bisogno – della sua bravura scrittoria (in grado di affacciarsi anche all’italiano). In questa piccola raccolta, entriamo in contatto con diverse sfumature dell’esistenza di Mary Shelley, suddivise rispettivamente in tre parti: “Romanzo di una giovinezza”, “Racconto di una tragedia”, “Ritratto di un’indipendenza”. 

Nella prima (la più lunga e ricca), come anticipato, viene narrata la relazione vissuta, non senza ostacoli, da Mary e Percy (ma anche dell’avventura che li proietterà all’interno di un vero e proprio triangolo amoroso insieme all’amico Thomas Jefferson Hogg). Lei appena quindicenne, lui padre di una bimba e ammogliato; queste premesse però non scoraggiano il nascere e il crescere di una passione fatta di pettegolezzi, incontri furtivi e sentiti scambi di lettere. Questa è anche la parte in cui si parla del mito di Frankenstein, probabilmente il secondo grande amore della vita di Mary Shelley e considerato alla stregua di un figlio: l’inaspettato successo, le critiche scaturite dalla sua effettiva “maternità”, l’esperienza gotica della Villa Diodati, ogni cosa che riguarda questo romanzo non è solamente una curiosità, ma un tassello in grado di trasformarlo in mito.

Durante questa avventurosa vacanza Mary cominciò a scrivere, un paio di mesi prima di compiere 19 anni, la sua opera più celebre, Frankenstein. Fu infatti un mese dopo questa lettera, proprio nella villa Diodati di Byron, luogo mitico sulle rive del lago Lemano dove aveva soggiornato anche Milton, che nacque l’idea e vennero scritte le prime pagine del romanzo. Era il 1816, quello che passò alla storia come “l’anno senza estate” (causato dall’irruzione del vulcano Tambora in Indonesia): dopo una serata di tempesta, passata a leggere ad alta voce storie di fantasmi tedesche, l’ospite sfidò la compagnia formata da Mary, Percy, Claire e John Polidori, il medico personale di Byron, a comporre una novella sul modello di quelle appena declamate. Chi avesse scritto il racconto più spaventoso avrebbe vinto. Da quella riunione di ingegni non nacque solamente Frankenstein ma anche The Vampyre, frutto della penna di Polidori, ossia la prima trattazione del mito del vampiro per come lo conosciamo.

“Racconto di una tragedia” e “Ritratto di un’indipendenza” riguardano invece la morte psicologica della Shelley e la sua conseguente rinascita: la prima dovuta alla prematura scomparsa del suo amato Percy, la seconda derivata dalla sua volontà di prestare eterna fedeltà al defunto marito e di cercare unico conforto nella scrittura. Ancora una volta l’aura gotica sembra non abbandonarla affatto, soprattutto nei giorni precedenti e conseguenti all’incidente per mare del compagno, paragonato a una inaspettata – ma sentita come un presagio – uscita di scena: «Sul palcoscenico della mia esistenza è calato il sipario e nessun piacere accompagna la ricostruzione delle scene che hanno preceduto l’evento che ha infranto ogni mia speranza, eppure provo la necessità di farlo e obbedisco a questo impulso che mi incalza.» 

Quella di Mary Shelly non è semplicemente una vita, ma quasi un poema epico fatto di esperienze avventurose, tragedie (non solo la morte di Percy, ma anche dei figli e della sorellastra per suicidio), incontri straordinari, fragilità e riconoscimenti (spesso tardivi). In questa “ambientazione” cupa che è la sua esistenza, però, qualcosa sembra comunque brillare: una consapevole libertà fatta di sogni che le appartenevano e gelosamente custoditi – colpa anche della società del tempo – nella parte più preziosa del suo essere.

Per saperne di più:

I miei sogni mi appartengono

Titolo: I miei sogni mi appartengono. Lettere della donna che reinventò la paura
Autore: Mary Shelley
Editore: L’Orma
Lunghezza: 62 pagine
Prezzo: 5 euro
Trama: Lettere come racconti mossi e coinvolgenti in cui narrare una vita che per intensità e personaggi indimenticabili fu davvero un romanzo. Mary Shelley, l’autrice di Frankenstein, viene qui colta nel vortice dei gloriosi anni del Romanticismo: si appassiona, soffre, sperimenta con l’esistenza e dipinge la luce accecante e le ombre vertiginose del cenacolo di amici geniali che decisero che la bellezza del mondo è inseparabile dalle sue verità.
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Scrittrici femminili e pseudonimi maschili

Donne che scrivono
Immagine presa dal web

Per molto tempo alle donne è stato impedito di coltivare qualsiasi talento, vuoi per motivi legati a una società troppo maschilista e patriarcale, vuoi per pregiudizi di altro genere. Il fatto che non potessero nemmeno pubblicare dei libri non fa altro che dimostrare quanto anche la letteratura non abbia fatto loro degli sconti: vittime, carnefici, provocanti, ma quasi mai protagoniste in primo piano. Anche Virginia Woolf, in Una stanza tutta per sé, ha provato a parlare di tutto questo: oltre a rimarcare i difetti di un’epoca che ha precluso alle donne di mostrare ogni possibile lato artistico (se non in segreto e nascondendosi), l’autrice inglese ha insistito su un aspetto importante che fino ad allora, in quel sistema chiuso e di genere, era sfuggito a tutti, ossia la prospettiva femminile. Presa molto alla larga, infatti, la Woolf ha cercato di rivendicare lo spazio “rosa” della cultura, un posto per una mente inespressa e potenzialmente in continuo movimento, ma anche una voce che potesse alzarsi dopo secoli di silenzio e sudditanza. Perché vi sto dicendo queste cose? La risposta è semplice: oggi voglio parlarvi di quelle scrittrici che hanno visto le difficoltà di vivere della propria penna, ma anche solo provato il pregiudizio della propria società (compresa questa). Se da una parte, infatti, alcune autrici sono state costrette a “farsi valere” usando degli pseudonimi maschili, dall’altro lato è capitato pure che la scelta sia stata quella di mantenere un legame di genere utilizzando solamente un soprannome. In entrambi i casi, però, mascherare la propria origine rappresentava un tentativo di difesa nei confronti di un’epoca che le rifiutava in quanto esseri pensanti, ma anche come una sfida verso quei poteri forti che imponevano sempre più certi canoni. Questo anche tuttora. A partire da J. K. Rowling che, purtroppo, ha dimostrato quanto il successo dipenda dal nome, fino a passare per Jane Austen e Harper Lee, ecco una serie di scrittrici che hanno fatto dei loro pseudonimi (soprattutto maschili) un punto di forza.

– Currer Bell, Ellis Bell e Acton Bell sono i nomi maschili scelti rispettivamente da Charlotte, Emily e Anne Brönte, utilizzati soprattutto per sfuggire ai pregiudizi e ai mores dell’epoca ottocentesca. Con questi pseudonimi scrissero Jane Eyre, Cime tempestose e La signora di Wildfell Hall, dei romanzi che ebbero un grande successo di critica per i loro temi e il loro linguaggio e che ancora oggi rappresentano dei capisaldi della letteratura. Paradossalmente, il fratello minore Branwell Brontë fu proprio colui che meno riuscì a godere del successo del suo status maschile: adombrato dal successo delle sorelle, infatti, visse una carriera culturale mediocre e ai margini, quasi in competizione con il mito femminile che Charlotte, Emily e Anne si erano costruite.

– Harper Lee all’anagrafe è Nelle Harper Lee, ma eliminando il primo nome poteva dare l’impressione di essere un uomo. Se da una parte, infatti, ha pubblicato Il buio oltre la siepe (1960) in un’epoca in cui i più grandi scrittori erano maschi, dall’altra ha preferito anche evitare che quel “Nelle”, nome preso da quello della nonna “Ellen” scritto al contrario, fosse continuamente storpiato e pronunciato male (per scrupolo: “Nell” e non “Nellie”).

– J. K. Rowling rappresenta uno degli esempi più recenti, ma anche il più controverso. La famosa scrittrice di Harry Potter, infatti, si è creata la vita alternativa e maschile di Robert Galbraith proprio per sfuggire dalla famosissima saga che le ha valso un successo planetario: l’intento era quello di dare origine a qualcosa di diverso, peccato però che il primo impatto è stato un flop (almeno fino a quando non ha rivelato di essere lei sotto un’altra veste).

– George Eliot era lo pseudonimo di Mary Anne Evans, autrice britannica famosa soprattutto per Middlemarch, Il mulino sulla floss e Il velo dissolto. Come compagna di un uomo sposato, usò lo pseudonimo maschile soprattutto per rivendicare il suo ruolo sociale, ma anche per equiparare le sue opere alla stregua della grande letteratura del tempo e per non farle cadere nel preconcetto che le voleva etichettare come “minori”.

– Louisa May Alcott, la scrittrice di Piccole donne, era anche conosciuta con lo pseudonimo maschile di A. M. Barnard con il quale scrisse storie appassionanti ed amorose che però non mancavano di avere dei colpi di scena (ne sono un esempio A Long Fatal Love Chase e Pauline’s Passion and Punishment).

– Mary Shelley o anche Mary Wollstonecraft Godwin è stata un’autrice che ha lasciato il segno, soprattutto con il suo Frankenstein, un romanzo innovativo e sconvolgente che l’Ottocento faticò a concepire come scritto da una donna. Per tutti questi pregiudizi, ma anche per i riconoscimenti che tardavano ad arrivare, la Shelley fu costretta a pubblicare le sue opere in forma anonima o attraverso il nome del marito (Percey Shelley).

– Katharine Burdekin è un esempio poco conosciuto, ma non per questo non significativo: capace di ispirare anche George Orwell (un altro scrittore in incognito perché il suo vero nome era Eric Arthur Blair), ha pubblicato Swastica Night nel 1937 con lo pseudonimo maschile di Murray Costantine.

– Ann Radcliffe o anche Ann Ward è stata di certo una scrittrice carismatica e straordinaria: considerata la regina del romanzo gotico ed horror, non fece quasi nulla per nascondersi, se non firmandosi provocatoriamente in anonimo giusto perché il XIX secolo non vedeva di buon occhio le donne che scrivevano di storie cruenti, castelli maledetti e figure sublimi (elementi prettamente maschili). I misteri di Udolpho rappresentano sicuramente il suo migliore romanzo e la sua importanza ancora oggi è così grande da vantare influenze persino su Jane Austen, Byron e Charles Dickens.

– Jane Austen descrive alla perfezione l’innovazione della sua epoca, soprattutto per il suo spirito sempre sopra le righe. Ha saputo scrivere di rapporti di società e d’amore con la stessa facilità con cui si compila una lista della spesa, ma con l’arguzia e la simpatia tipiche solamente di una mente geniale come la sua. La Austen non ha usato un vero e proprio pseudonimo maschile, ma dal primo all’ultimo romanzo vide in A Lady una firma con cui portare alla ribalta tutto il genere femminile e combattere quelle costrizioni che vedevano nella donna un essere incapace a fare certe cose. Ci pensò il fratello, dopo la sua morte, a renderle giustizia.

– Nora Roberts è un altro esempio recente come quello di J. K. Rowling: è considerata la regina americana del “genere rosa”, ma con il nome maschile di J.D. Robb ha potuto anche far fronte alla curiosità di cimentarsi in generi notoriamente meno femminili (come quello giallo e fantascientifico) con cui ha dato origine alla fortunata serie di In Death.