Tag: LIBRO

“Dracula”: un moderno romanzo del terrore

Dracula è un ricettacolo di temi che aspettano solamente di essere scoperti e portati in superficie. Pubblicato nel 1897, il capolavoro di Bram Stoker è senza dubbio considerato il primo romanzo moderno della letteratura inglese, e un testo in cui il tema del gotico compare prepotentemente per poter dare una diversa chiave di lettura al terrore. Non è un caso che la prima edizione del libro avesse in copertina proprio un castello: l’autore, probabilmente, non voleva solo riprendere l’abitazione in cui aveva ambientato la sua storia, ma anche rendere omaggio a quella che è stata la nascita della gothic fiction, ovvero Horace Walpole con il suo Il castello di Otranto.

La popolazione della Transilvania è composta di quattro diverse etnie: i Sassoni al sud, e mescolati a loro i Valacchi, discendenti dei Daci; i Magiari ad ovest; ad est e a nord gli Szekely. È tra questi ultimi che mi sto dirigendo, un popolo che vanta discendenza da Attila e dagli Unni. Può ben essere, giacché quando i Magiari conquistarono il paese nell’XI secolo vi trovarono gli Unni già stanziati. Da quanto ho letto, ogni superstizione è annidata lì, racchiusa nel ferro di cavallo dei Carpazi, quasi fosse il centro d’un vortice dell’immaginazione. Se così fosse, il mio soggiorno promette d’esser molto interessante. (Ricordarsi di chiedere al Conte ogni possibile informazione in merito.) 

Il romanzo si apre con il viaggio del protagonista Jonathan Harker verso la Transilvania, una zona dell’Europa dell’Est che non è nemmeno individuabile nelle mappe. Il suo superiore lo ha “spedito” lì per incontrare il conte Dracula, un uomo dalle sembianze vampiresche (fisico pallido e longilineo, denti aguzzi, alito maleodorante) che è interessato ad acquistare casa a Londra. Ma questo viaggio, molto presto, sembra trasformarsi in qualcosa in più: è un trasferimento nel passato, è un contatto con delle superstizioni arcaiche, è un ritorno al Medioevo, è un incontro con il sublime. Sarebbe banale ridurre Dracula a una storia in cui si scontrano bene e male, perché Stoker cerca di concentrare al suo interno tutto quello che è il suo bagaglio personale e immaginario. Tra le varie interpretazioni del romanzo c’è quella dell’imperial gothic, un tema molto caro allo stesso autore vista la sua origine irlandese. Se da una parte il viaggio di Harker rappresenta un po’ l’uomo occidentale che si muove verso le colonie, dall’altra inscrive la reazione di uno scrittore che realmente si ritrova ad essere colonizzato dall’Impero inglese e per questo elabora una storia in cui – sovvertendo questa posizione – il vampiro vuole invadere Londra. Da qui anche l’opinione di molti studiosi nel considerare Dracula un forte emblema della razza: il vampiro non solo si nutre di sangue, ma quel sangue è come se rappresentasse nello stesso tempo anche tutte le vittime di cui si è cibato, facendosi portatore, di conseguenza, anche della contaminazione tra un corpo e l’altro.

Volgendomi indietro ho scorto, stagliata contro il cielo, la sagoma irta di Castel Dracula; eravamo infatti ai piedi del colle, così erto sopra di noi, che la cerchia dei Carpazi sembrava assai più bassa di esso. Vedevamo l’edificio in tutta la sua grandiosità, appollaiato in cima a un rapidissimo precipizio di trecento metri, e un’enorme distanza sembrava dividerlo dai versanti dei monti adiacenti da ogni lato. C’era qualcosa di selvaggio e inquietante in quel luogo. Ci giungeva all’orecchio il remoto ululare dei lupi. Erano lontani, ma quel suono, sebbene giungesse attutito dalla neve, era foriero di terrori.

Il romanzo è strutturato come se fosse una grande raccolta espitolare, ma le lettere non sono l’unico linguaggio comunicativo che compare in Dracula: scrittura stenografica e dattilografica, contratti, telegrammi, ritagli di giornale e registrazioni fonografiche, infatti, costellano tutta la storia proiettandola nell’età moderna e rendendola, nello stesso tempo, enormemente polifonica. Questo contesto riguarda anche i personaggi, tutti in qualche modo legati al positivismo e al sapere scientifico. Se da una parte, infatti, Jonathan Harker e John Seward rappresentano rispettivamente la legge e la scienza medica (e che uniti a Mina e Lucy formano quella che è stata definita “squadra della luce”, nonché i protagonisti principali della storia), dall’altra l’universo iper tecnologico con cui si entra in contatto ci proietta all’interno di libro che sembra quasi ossessionato dai media in generale.

Quando saremo sposati potrò essere utile a Jonathan, e se sarò abbastanza brava potrò stenografare tutto quello che dice e poi batterlo a macchina; sto facendo anche molta pratica di dattilografia.

Il vampiro è il personaggio clou del romanzo, eppure ne è allo stesso tempo grande assente. Il conte Dracula è più un pensiero che si insinua nei corpi e nelle menti delle persone piuttosto che una presenza in carne ed ossa, e questo lo si capisce soprattutto quando nella storia fanno il loro ingresso il dottor John Seward, il suo paziente Renfield e (più avanti) il professore Abraham Van Helsing. Con loro non “entra in gioco” solamente la medicina, ma anche la follia. Seward, infatti, è uno psichiatra e il manicomio in cui presta lavoro, in questo contesto, è un luogo simbolico che fa soprattutto riferimento al disagio mentale che abita la mente di Renfield. Tra quest’ultimo e il conte Dracula, infatti, c’è un legame che va ben oltre il contatto fisico: è un rapporto di sudditanza dove Renfield è totalmente soggiogato al vampiro, come se tra i due ci fosse una sorta di comunicazione telepatica.

Improvvisamente si è spalancata la porta, e il mio paziente si è precipitato dentro, col viso sconvolto dall’agitazione. Sono rimasto allibito, perché il fatto che un paziente entri di sua iniziativa nello studio del direttore è cosa mai accaduta prima. Senza esitare un attimo si è diretto verso di me. Aveva in mano un coltello e, rendendomi conto che era pericoloso, ho cercato di frapporre il tavolo tra di noi. Ma era troppo svelto e troppo forte per me; prima che riuscissi a recuperare il controllo già mi aveva colpito tagliandomi seriamente il polso sinistro. Prima che colpisse di nuovo, tuttavia, gli ho sferrato un pugno col destro, ed è caduto steso a terra. […] Quando gli infermieri sono accorsi, e abbiamo rivolto a lui la nostra attenzione, quel che stava facendo mi ha dato la nausea: bocconi sul pavimento, leccava, come un cane, il sangue gocciolato dalla ferita del mio polso.

La minaccia del conte Dracula, però, non si inscrive solamente nel suo tentativo di “vampirizzare” e condurre il male, ma anche nell’estrema attenzione – se così si può definire – per il genere femminile. Prima nel sogno (quello in cui ad essere concupito da delle fanciulle è Jonathan Harker) e poi con Lucy e Mary, le donne si dividono tra l’essere l’anello debole al diventare, invece, delle vere e proprie cacciatrici sessuali. Effettivamente, l’aspetto onirico è molto importante in Dracula, complice anche il fatto che il romanzo è contemporaneo alla nascita della psicanalisi (e quindi all’aspetto notturno dell’inconscio e della mente umana).

Di notte mi sono di nuovo svegliata, e ho trovato Lucy seduta sul letto, addormentata, che indicava la finestra. Mi sono alzata in silenzio, ho scostato la pensa e guardato fuori. C’era un chiaro di luna splendente, e mare e cielo erano soffusi di luce – immersi in un unico grande mistero – uno splendore al di là di ogni parola. Tra me e la luna svolazzava un grosso pipistrello, avanti e indietro, descrivendo grandi cerchi concentrici.

Dracula, insomma, si può dire rappresenti il simbolo di un intero genere letterario. Stoker pubblica questo libro quando il gotico ha già più di un secolo, però riesce comunque a riprodurne tutti gli stereotipi, insistendo maggiormente sull’aspetto “terrificante”. A terrorizzare però, in questo caso, non è qualcosa che si prefigura in una persona, ma in un insieme di idee che trovano realizzazione negli effetti psicologici, culturali e politici che l’autore è stato in grado di portare in vita attraverso le parole. Anche se il vampiro non c’è (o meglio, si manifesta nella sua assenza), Stoker ha comunque l’accortezza di renderlo costantemente presente nelle storie – scritte o raccontate – dei suoi personaggi, ed è probabilmente questo l’aspetto che rende singolare questo romanzo: la “paranoia” di non sapere cosa o chi il vampiro stia cercando.

Che razza di uomo è questi, o che specie di creatura è sotto sembianze umane? Il terrore di questo luogo orribile mi sovrasta; sono in preda alla paura, a una paura schiacciante, e per me non c’è scampo; sono accerchiato da terrori ai quali non oso neppure pensare.

Parole chiave:

  • Vampiro: il protagonista assente del romanzo, ma riuscito a diventare comunque un “mito”. Il primo è stato quello elaborato da John William Polidori; quello di Stoker prende anche le sembianze dal principe Vlad Tepes, un crociato realmente esistito in epoca medievale e soprannominato proprio Dracula per via della sua appartenenza all’ordine del dragone.
  • Quincey: è un personaggio che ha il ruolo di “prolungamento”. La sua perdita, infatti, segna allo stesso tempo un nuovo inizio attraverso la nascita del figlio di Mina e Jonathan, quasi come se il tutto fosse un passaggio di testimone.
  • Bram Stoker: autore e scrittore; probabilmente una delle figure più interessanti del suo secolo. E’ stato anche direttore artistico del più grande teatro della Londra del tempo e impresario di Henry Irving, famoso attore shakespeariano (e l’ombra di Shakespeare, con le sue inquietudini, è presente anche in Dracula: «e anche con la storia dello spettro del padre di Amleto»).
  • Scrittura: è più importante addirittura dei fatti, Dracula non è solamente un romanzo, ma anche un resoconto di quanto accade a ciascun personaggio. La forma del diario e delle lettere sostituisce la voce e proietta la storia su un piano in cui la necessità sembra quella di non perdere proprio nessun dettaglio.
  • Magia: all’interno del romanzo è presente anche un certa terminologia “magica”, ma anche elementi irrazionali come le credenze e le usanze citate all’inizio del libro.

Voto: 4 segnalibri su 5

Dracula.jpg

Titolo: Dracula
Autore: Bram Stoker
Editore: Mondadori
Lunghezza: 569 pagine
Prezzo: 10,50 euro
Trama: Mi stava vicino, lo vedevo da sopra la spalla, ma nello specchio non si rifletteva! In Transilvania per concludere la vendita di una casa londinese al Conte Dracula, discendente di un’antichissima casata locale, il giovane agente immobiliare Jonathan Harker scopre che il suo cliente è una creatura di mistero e orrore… Dracula, archetipo delle infinite storie di vampiri narrate dalla letteratura e dal cinema, mette in scena l’eterna lotta tra il Bene e il Male, ma anche tra la ragione e l’istinto, tra le pulsioni più inconfessabili e il perbenismo non solo vittoriano. Una storia scaturita dall’inconscio ed entrata in tutti i nostri incubi.
Per acquistarlo: clicca qui 

Sono affiliata ad Amazon. Oltre ad aver aggiunto dei rimandi specifici negli articoli, potete supportare il mio blog facendo i vostri acquisti libreschi proprio a partire da questo link generico. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro aiuto.

Emily Brontë

Emily Bronte
Immagine presa dal web

Autrice di un solo romanzo, Cime Tempestose, ma ricordata come “la più famosa” tra le sue sorelle: questa è Emily Jane Brontë, nata a Thornton il 30 luglio del 1818 da Patrick e Maria Branwell. In origine, il cognome del padre era Brunty (o Branty), ma la sua grande ammirazione per Nelson, nominato appunto duca di Brontë da Ferdinando di Borbone per il ruolo avuto durante la repressione della rivoluzione napoletana, lo portò a cambiarlo per replicare quello dell’ammiraglio. Dopo aver intrapreso la carriera da curato ed essere diventato reverendo di Haworth, Patrick Brontë decide di stabilirsi nella cittadina insieme alla sua famiglia per prestare al meglio il suo servizio. Emily era l’ultima di sei figli (o la quinta, secondo altre fonti): la particolarità della sua numerosa famiglia non stava solamente in un saldo “legame fraterno” – contribuito dalla poca differenza d’età -, ma anche nel loro essere così “letterariamente” indissolubili da risultare una cosa sola pure per i critici impegnati a costruire le loro biografie. Impossibile, perciò, parlare di uno dei fratelli Brontë senza nominare anche gli altri, soprattutto Charlotte e Anne. Emily, però, è la più sofferente e “gotica” tra tutti, probabilmente senza volerlo. Il dolore che trascina con sé e nella sua scrittura è causato dai dispiaceri di una vita che non le ha riservato molte soddisfazioni, se non post mortem: prima la scomparsa prematura della madre, poi lo spettro della tubercolosi – la terribile malattia che colpirà anche lei a soli trent’anni e decimerà la sua famiglia -, passando anche attraverso la dipendenza dall’alcool e dall’oppio del fratello minore Branwell. Nonostante questo, l’educazione non è mai mancata in casa Brontë, soprattutto se consideriamo l’importanza attribuita dal padre alla cultura. Quest’ultimo, infatti, non solo iscrive i suoi ragazzi alla biblioteca “iniziandoli” anche al culto dei libri e delle riviste, ma si affida anche a capacissimi maestri laddove ce ne fosse stato il bisogno, come ad esempio nel caso del disegno e della musica. Nel 1842, insieme alla sorella Charlotte, Emily si trasferisce a Bruxelles per guadagnarsi da vivere con la professione di insegnante: lontano dalla sua cittadina, però, la ragazza dura solo qualche mese e ben presto prova nostalgia delle brughiere che l’hanno cresciuta. I frutti della sua predisposizione non tardano ad arrivare: il suo approccio all’attività scrittoria nasce e cresce quasi per gioco, quando il padre regala a Branwell dei soldatini di legno e la sorella li trasforma in personaggi che attraversano storie tormentate e passionali. Tra le sue letture preferite ci sono Walter Scott, Wordsworth, Shakespeare, ma soprattutto i romanzi gotici, dei riferimenti che le torneranno utili nel 1845, anno in cui comincerà la stesura del suo famosissimo Wuthering Heights. 

La libertà era il soffio delle narici di Emily; senza di essa moriva. Il cambiamento dalla sua casa a una scuola, e dalla sua vita molto silenziosa, molto reclusa, ma senza restrizioni e senza artifici, a una routine disciplinata  […] era quel che non riuscì a sopportare. La sua natura si dimostrò qui troppo forte per la sua fermezza.                                

Se fosse possibile descrivere Emily Brontë in poche e semplici parole, probabilmente sarebbero “spirito orgoglioso e libero”. Lo si capisce dal suo essere restia al lavoro abitudinario come insegnante/istitutrice, ma anche dal suo legame viscerale con quanto scrive e alla sua diffidenza nel farlo leggere a qualcuno: sarà sua sorella Charlotte a convincerla a pubblicare le sue poesie – sotto lo pseudonimo maschile di Ellis Bell -, come anche a spingerla ad approcciarsi alla scrittura di un romanzo.

Più felice sono quanto più lontana
porto l’anima mia dalla sua casa di creta
in una notte di vento quando la luna è chiara
e gli occhi vagano tra mondi di luce

quando io non sono e nessuno è accanto
né terra, né mare, né limpido cielo
solo spirito che vaga senza confini
nell’immenso infinito.

Lo scetticismo di Emily sembra quasi una profezia: la sua fortuna, infatti, non decolla, e sicuramente non vivrà abbastanza a lungo per cominciare a goderne. Questo insuccesso, col senno di poi, è particolarmente ingiusto: ma perché Cime tempestose ha faticato così tanto a essere accettato nella società ottocentesca in cui vive la sua autrice? La risposta va trovata soprattutto nelle tematiche affrontate nel romanzo che non si accordano affatto alla moralità dell’epoca, un po’ tanto bigotta da riflettersi, in un certo senso, nel bisbetico domestico Joseph raccontato proprio tra le pagine di Wuthering Heights. La critica del tempo non si è particolarmente risparmiata nel giudicarla un’opera quasi blasfema, complici anche le presenze fantasmali, gli elementi gotici e il ruolo inconsueto affidato alla morte. La Brontë non sembra affatto spaventata da quest’ultima, piuttosto la racconta come parte integrante di un disegno molto più ampio e che prescinde la vita stessa, questo forse anche per i lutti che vive sulla sua pelle. In Cime tempestose, infatti, la morte non è raccontata come un elemento fine a se stesso, ma come qualcosa che si scrive e riscrive continuamente in rapporto a un’esistenza intensa e tormentata: quella di Emily in primis, ma anche quella dei protagonisti che racconta nel suo romanzo.

Il mio amore per Linton è come il fogliame nei boschi: il tempo lo cambierà, ne sono consapevole, come l’inverno cambia gli alberi. Il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi: una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff! Lui è sempre, sempre, sempre nella mia mente: non come una gioia, non più di quanto io lo sia per me stessa, ma come il mio stesso essere. Quindi non parlare più di separazione: non è possibile.

La fredda e cupa brughiera dello Yorkshire fa da sfondo a un amore tragico e allo stesso tempo passionale, quello di Catherine e Heathcliff. L’odio e l’amore si mescolano continuamente in una trama quasi minacciosa, ma solo in apparenza: lo spettro che fa visita al (primo) narratore Mr. Lockwood durante una notte tormentata non deve affatto spaventare, ma ha tutta l’aria di essere uno spirito che cerca invano di raggiungere la sua redenzione. Il sogno e l’incubo, la vita e la morte, il paradiso e l’inferno sono solo alcune delle dicotomie che percorrono tutto il romanzo in un crescendo di sentimenti che prende respiro solo sul finale, quando sembra essere Cathy – figlia della protagonista e chiamata come lei proprio in suo onore – a coronare il sogno d’amore di cui si era mostrata incapace la madre.

Ma il signor Heathcliff è in singolare contrasto con la sua dimora e il suo stile di vita. Ha l’aspetto di uno zingaro dalla pelle scura, l’abito e i modi di un gentiluomo; di un gentiluomo, intendo, come lo sono molti signorotti di campagna. Piuttosto trasandato, forse; tuttavia la sua trasandatezza gli si addice poiché ha un portamento fiero e un bel viso; e senza dubbio scontroso: qualcuno potrebbe immaginare in lui un certo rozzo orgoglio plebeo. Ma qualcosa in me, che vibra all’unisono con lui, mi dice che non si tratta di questo; so per istinto che il suo riserbo nasce dalla ripugnanza per le eccessive effusioni del sentimento, per le reciproche testimonianze di cortesia. È un uomo capace di amare e odiare senza mostrarlo, e di giudicare un’impertinenza essere a sua volta amato o odiato.

Se Catherine rappresenta il candore e la libertà, Heathcliff simboleggia piuttosto l’orgoglio e la restrizione data dalla sua bassa estrazione sociale. Lui è l’inferno, il diavolo tentatore che si fa artefice di azioni discutibili pur di raggiungere il suo fine, la detonazione che rende distruttiva anche la sua amata Catherine. I due sono l’una l’opposto dell’altro, eppure si attraggono, si cercano, si annullano. Tutto sembra andare bene fino a quando fra di loro non si frappone la vendetta, la stessa che porterà alla morte della protagonista e, di riflesso, anche dello stesso Heathcliff. Sono una persona in due corpi, carne e spirito che si incontrano in una sola anima e allo stesso tempo si ritraggono. Questa è la storia di un amore un po’ atipico che troverà pace solamente sul finale, ma anche delle vite degli altri personaggi che crescono dalle radici dei due protagonisti. Ne sono un esempio Cathy e Hareton, i quali seguono il percorso inverso dei loro predecessori: passano dalla tensione alla “stabilità”, ma soprattutto sembrano imparare dagli errori di cui non sono colpevoli e che vivono comunque sulla loro pelle. Ma perché Catherine e Heathcliff non sono stati in grado di abbattere lo stesso muro? Semplice: sono guidati dalla pura irrazionalità, quella di un amore confuso e forte che non ha bisogno di regole, solo di gesti estremi. Emily Brontë, però, fa molto di più: prende questa irrazionalità e la ribalta totalmente creando un romanzo strutturato in maniera razionale, a partire da quei 34 capitoli occupati per metà dalle due generazioni di personaggi e a cui aggiunge un prologo e un epilogo della stessa lunghezza.

Mia sorella Emily non era persona di carattere espansivo, né una nei recessi della cui mente e animo anche coloro che le erano più vicini e più cari potessero entrare impunemente senza il suo consenso […]. Nella natura di Emily sembravano incontrarsi gli estremi del vigore e della semplicità. Sotto una cultura non sofisticata, gusti semplici e un’esteriorità senza pretese, covava un segreto potere e un fuoco che avrebbe potuto illuminare il cervello e accendere le vene di un eroe […]. La sua volontà non era molto malleabile, e in generale andava contro il suo interesse. Il suo temperamento era magnanimo, il suo spirito assolutamente inflessibile.

Riflettendo su questa nota scritta dalla sorella Charlotte Brontë, sorge spontaneo chiedersi una cosa: quanto di Emily stiamo leggendo in Wuthering Heights? Forse tanto – come il parallelismo tra Hindley Earnshaw e Branwell, rispettivamente fratelli di Catherine e Emily, che sperimentano entrambi i problemi dell’alcool – o almeno stiamo entrando in contatto con i suoi desideri più reconditi, quelli che una morte precoce (avvenuta il 19 dicembre del 1848) non le ha permesso di vivere appieno. Il suo carattere sembra proprio essere a metà tra quello di Catherine e Heathcliff, sebbene la Brontë, da abile scrittrice, sia stata in grado di esasperarlo per creare due personaggi intramontabili della letteratura.

Per saperne di più:

Cime tempestose - E. Brönte

Titolo: Cime tempestose
Autore: Emily Brontë
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 428 pagine
Prezzo: 9,50 euro
Trama: Un romanzo in cui domina la violenza sugli uomini, sugli animali, sulle cose, scandito da scatti di crudeltà sia fisica sia, soprattutto, morale. Un romanzo brutale e rozzo – sono gli aggettivi utilizzati dalla critica dell’epoca – che scuoteva gli animi per la sua potenza e la sua tetraggine e che narra il consumarsi di un’inesorabile (sino a un certo punto) vendetta portata avanti con fredda meticolosità dal disumano Heathcliff. ‘Cime tempestose’ è un romanzo selvaggio, originale, possente, si leggeva in una recensione della ‘North American Review’, apparsa nel dicembre del 1848, e se la riuscita di un romanzo dovesse essere misurata unicamente sulla sua capacità evocativa, allora “Wuthering Heights” può essere considerata una delle migliori opere mai scritte in inglese. Tomasi di Lampedusa esprimeva il suo entusiastico e ammirato giudizio su Cime tempestose: ‘Un romanzo come non ne sono mai stati scritti prima, come non saranno mai più scritti dopo. Lo si è voluto paragonare a Re Lear. Ma, veramente, non a Shakespeare fa pensare Emily, ma a Freud; un Freud che alla propria spregiudicatezza e al proprio tragico disinganno unisse le più alte, le più pure doti artistiche. Si tratta di una fosca vicenda di odi, di sadismo e di represse passioni, narrate con uno stile teso e corrusco spirante, fra i tragici fatti, una selvaggia purezza.
Per acquistarlo: clicca qui 

Sono affiliata ad Amazon. Oltre ad aver aggiunto dei rimandi specifici negli articoli, potete supportare il mio blog facendo i vostri acquisti libreschi proprio a partire da questo link generico. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro aiuto.

“Edmund Brown” di Simone Toscano

Edmund Brown non è solamente il titolo del romanzo scritto da Simone Toscano, un autore emergente romano che ha deciso di buttarsi in questa avventura durante una giornata di maggio del 2014, ma è anche il nome del protagonista che prende vita attraverso la sua penna. Quest’ultimo, fin dalle prime righe, viene presentato come un ragazzo semplice, responsabile e legato a una normalità che lo fa vivere e lavorare come qualsiasi altra persona farebbe; insomma, nulla da obiettare, almeno fino a quando non si legge questa frase:

«Mi chiamo Edmund, ho trent’anni e ho un segreto.»

Edmund “sembra” condurre una vita tranquilla: le sue giornate si dividono tra il suo lavoro come barista al “BJ Restaurant Bar” di Castrol e i pranzi dalla tenera nonna Margaret a cui è molto legato. Ma l’apparenza inganna, e il lettore sembra accorgersene man mano che la trama evolve nel suo crescendo. Edmund – per gli amici soltanto Ed – nasconde qualcosa: fin da quando era un ragazzino, infatti, deve convivere con delle incontrollabili visioni di morte che vedono come protagonisti le persone che gli stanno accanto o coloro che sfiora semplicemente con un tocco.

«A volte ho dei lampi, vedo delle cose. Passo vicino a una persona, e ricevo dei flash dal futuro. Non è sempre chiaro, quello che so per certo è che posso vedere come morirà una persona.»

L’interrogativo che Simone Toscano ci propone è evidente: come sarebbe la nostra vita se un bel giorno scoprissimo di avere un “potere” simile a quello del suo protagonista? Riusciremmo a gestirlo senza esserne sopraffatti? Anche Edmund Brown se lo chiede: ci prova, sembra demordere, ma poi alla fine ci crede, comincia a convincersi che tutto questo possa essere in qualche modo utile. Passa dal percepirlo una maledizione a considerarlo un dono, qualcosa per aiutare le persone come una sorta di missione. Ma prima di arrivare a questo, vive un travaglio personale che lo fa dubitare di ogni cosa, perfino di se stesso. Il suo tormento parte da lontano, da un fatto che non può e non potrà mai lasciarsi alle spalle, ossia la morte prematura dei suoi genitori quando aveva solo dieci anni. Questa tragedia, però, non lo ha fermato né gli ha impedito di sorridere ancora: se da una parte, infatti, l’affetto della cara nonna lo ha sempre spronato a credere che le difficoltà fortifichino anziché abbattere, dall’altra la conoscenza dell’inaspettata (ed incredibile) Lisa gli darà la possibilità di amare ancora.

«Se in qualche strano modo, fossi a conoscenza dell’esatto momento in cui quel dato disastro avverrà e fossi l’unica a poter tentare di intervenire anche se questo potrebbe esporti a dei rischi e farti fare delle cose… diciamo così… delle cose che non credevi di poter mai fare… interverresti?»

Tutto ha origine quando Ed era ancora piccolo, tra i banchi di scuola, con la visione di morte che coinvolge un suo amichetto. Da lì comincia a capire che il suo corpo è diverso dagli altri, ha qualcosa in più: il suo “dono/maledizione”, così, cresce e si sviluppa insieme a lui portandolo in stati di trance che lo fanno entrare in contatto con cose che non vorrebbe affatto vedere. È giovane, ma non per questo non incontra malattie, incidenti e vecchiaia: se da un lato tutto questo lo spaventa così tanto da non volerlo rivelare a nessuno, dall’altro comincia a maturare in lui il pensiero di come usare (a suo favore e in favore degli altri) tutto ciò che gli accade. Vorrebbe tanto uscire allo scoperto, ma la paura di sembrare un folle è troppo grande. Cosa fare, però, se la morte riguarda proprio chi non dovrebbe affatto toccare? Ecco, allora, che il romanzo cambia il suo risvolto e la maledizione che da sempre lo ha accompagnato come un ospite indesiderato si trasforma in qualcosa in grado di poter salvare la vita di chi gli sta a cuore.

«Il mio era un dono, e non usarlo solamente per paura di quello che poteva mostrarmi era puro egoismo.»

Le persone che accompagnano il protagonista nel suo percorso, insieme alla nonna, sono Big Jym Rodd e Lisa, rispettivamente padre e figlia. Il primo, oltre ad essere il titolare del “BJ Restaurant Bar”, ossia il locale dove il protagonista lavora, è anche un uomo piuttosto burbero che non manca, però, di mostrare i suoi lati teneri. Come Edmund, anche lui ha subito delle perdite importanti e la tragedia della morte del figlio Carl è una cosa che lo ha angosciato così tanto da avergli fatto pensare anche al suicidio. Sarà Lisa, però, a dare a Edmund la spinta decisiva per cambiare fino a diventare una persona migliore e consapevole delle sue capacità. La sua presenza è come un segno a matita prima leggero e poi sempre più marcato: non solo acquisirà uno spazio sempre più grande nella trama, ma riuscirà a farsi largo perfino nel cuore tormentato di Ed.

«Sappiamo che dobbiamo morire dal momento in cui veniamo al mondo; sappiamo che le persone intorno a noi, quelle che fanno parte della nostra routine quotidiana, un giorno usciranno di scena. Ogni voce a noi nota un giorno smetterà di parlare. Ogni cuore smetterà di battere. Sappiamo tutto questo da sempre, eppure quando la morte arriva realmente restiamo stupiti, colpiti e sorpresi; abbiamo l’espressione di chi dice “Così non vale! Non era nei patti!” ma è nei patti da sempre.»

Ritornando all’inizio, è inevitabile sottolineare quanto già scritto: Edmund Brown non solo è un promettente romanzo dalla trama inaspettata e significativa, ma rappresenta anche il perfetto connubio tra fantascienza, thriller, bildungsroman, storia d’amore e legami solidi che non riguardano solamente il protagonista, ma anche le persone che ruotano attorno a lui. In un certo senso, non è un caso che sia un prete fuori dalle righe, ossia il Pastore Richard, a comprendere più di tutti il protagonista, addirittura prima ancora che si capisca lui stesso: è proprio l’aspetto anormale a mettersi nella condizione di accogliere quel potere fuori dal comune.

«Quel prete strano, amato e odiato dalla comunità, che usava un gergo esageratamente strambo, che sembrava un incrocio tra un moschettiere, uno squilibrato e Martin Lutero e che aveva quasi sempre gli occhi arrossati dall’alcool. Era come se quello sguardo potesse entrare dentro di me e finire per illuminare quello spazio della mia mente e della mia anima dove custodivo tutta la verità sul mio dono.»

Simone Toscano inserisce tutto questo (e altre tematiche) in una trama che è raccontata in maniera incalzante e decisa, senza troppi fronzoli, attraverso uno stile di scrittura semplice che, però, non manca di dividersi tra serietà e battute di spirito. Sicuramente è il finale quello che sorprende di più, quando anche l’azione subentra in una storia fatta di consapevolezza, redenzione e coraggio. Mi piace pensare a questo romanzo come a una sorta di traguardo personale: pur non conoscendo l’autore di persona, ho percepito nella sua scrittura un po’ della sua vita, quasi come se quel Edmund Brown: Capitolo 1 contenuto nella storia fosse anche un po’ il risultato della sua volontà, non solamente quella del protagonista.

«Lisa si voltò verso di me e mi chiese “Ed, ma il libro che stavi scrivendo? È…” “Uscirà il 10 gennaio, tesoro” la interruppi dolcemente. “E di cosa parlerà?” mi chiese curiosa. “Di me, del mio dono. E’ la storia della mia vita. E ci sei pure tu, biondina”.»

L’autore probabilmente non avrà lo stesso dono della sua “creatura” Ed, ma quello che sicuramente possiede è la capacità di aver dato origine a una storia in cui è impossibile non sentirsi coinvolti, a maggior ragione grazie all’ambientazione “straniera” che non crea un effetto di spaesamento, piuttosto di fascinazione. Se avete bisogno di leggere un romanzo che non vi aspettate e che vi fa chiedere di continuo “adesso chissà cosa succede?”, Edmund Brown sta chiamando anche voi. 

Parole chiave:

  • Destino: entra in gioco soprattutto per rendere Edmund sempre più consapevole di quello che può fare con il suo “dono”, soprattutto in relazione agli altri. Ma anche per il fatto che nel romanzo sembra proprio il destino a muovere gli avvenimenti dei personaggi.
  • Punizione/dono: il grande interrogativo che abita la mente di Edmund Brown. Fino a che punto una visione può essere considerata qualcosa di positivo o negativo? Nei suoi panni, avremmo reagito nella stessa maniera? Il bello di questo romanzo è anche quello di essere in grado di far riflettere il lettore sul suo livello di versatilità a certi “problemi”. Ma come spesso accade anche oggi, sono proprio quei problemi che tendiamo a classificare come “punizioni” a renderci speciali.
  • Divisione: leggendo il romanzo, sembra quasi ci sia una linea trasparente che divide in due la trama. Nella prima parte, infatti, il protagonista Ed si trova a fare i conti con qualcosa che sembra non volere, mentre nella seconda, complice anche l’appoggio delle persone che ha accanto, il suo “dono” diventa il motore che muove ogni suo gesto.
  • Temi: questo libro è in grado di convogliare su di sé un gran numero di tematiche, dalla morte alla malattia, dagli abusi agli inganni, dalla giustizia all’amore (in tutte le sue sfumature).
  • Metalibro: anche in questo caso, la presenza di un libro nel libro non fa altro che rendere la trama ancora più interessante. Se da una parte, infatti, Simone Toscano scrive di Edmund Brown, nello stesso modo anche Ed sente il bisogno di scrivere di se stesso con quel libro che prende vita una notte aprendo Word.

Voto: 5 segnalibri su 5

Edmund Brown - Simone Toscano

Titolo: Edmund Brown
Autore: Simone Toscano
Editore: Youcanprint Self-Publishing
Lunghezza: 160 pagine
Prezzo: 10 euro
Trama: Come vive un uomo costretto a sapere, a volte anche con decenni di anticipo, come e quando moriranno le altre persone? Com’è stare in ufficio, passare un documento al collega di fianco, e di colpo cadere in trance e vedere la morte futura di quell’uomo? Assistervi impotente, come in un orribile incubo. Prevedere come morirà il prossimo; se di una morte violenta, se di una malattia. Se ancora giovane, se molto vecchio. Come si può vivere con un oscuro segreto del genere senza impazzire? Senza cercare aiuto? Tutti cercano di non pensare alla morte, di ingannare le proprie esistenze con un giusto mix di impegni e felicità, cercando il più possibile di non pensare all’inevitabile momento in cui la fine arriverà per loro stessi o per le persone a loro care. Tutti, tranne Edmund Brown. Edmund Brown vive nella piccola comunità di Castrol, dove lavora come barista/barman alle dipendenze del burbero Jym Rodd. Ha 30 anni e convive con le agghiaccianti “visioni di morte” da quando era bambino. Ma la fragile barriera di normalità che ha costruito attorno al suo segreto sta per crollare.
Per acquistarlo: clicca qui per il formato cartaceo; clicca qui per il formato eBook

Sono affiliata ad Amazon. Oltre ad aver aggiunto dei rimandi specifici negli articoli, potete supportare il mio blog facendo i vostri acquisti libreschi proprio a partire da questo link generico. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro aiuto.

“La notte della svastica” di K. Burdekin

La notte della svastica di Katharine Burdekin è un libro che non potevo non citare nei consigli di lettura, soprattutto se amate quello strano genere che incrocia la distopia con l’ucronia. Qui infatti, oltre ad avere un mondo completamente “stravolto”, ci troviamo anche 700 anni dopo l’ascesa di Adolf Hitler che, non solo ha vinto la Seconda guerra mondiale e ha costruito un grandioso impero nazista, ma è arrivato addirittura a essere venerato come una sorta di divinità.

Hermann si unì al coro vibrante di possenti e roboanti voci maschili, ma le parole del Credo gli scivolavano incolori attraverso le orecchie e la mente. Erano troppo familiari. Non che fosse irreligioso: la grande cerimonia annuale della Liquefazione del Sangue, preclusa a tutti coloro che non erano Hitleriani germanici, lo emozionava ogni volta fino all’orgasmo, ma questa non era che una comune Funzione mensile, troppo familiare e noiosa per risvegliare entusiasmi particolari, specialmente nei momenti di contrarietà.

Una cosa è certa: nel mondo ucronico immaginato dalla Burdekin la Germania nazista ha vinto. Ma non solo, ora insieme al Giappone è occupata a spartirsi ogni fazzoletto di terra disponibile, anche al costo di estinguere totalmente il popolo ebreo e di intraprendere guerre su guerre (un po’ come, davvero, aveva deciso di fare Adolf Hitler nella sua campagna militare).

(..) In tutto il Sacro Impero Germanico in quell’anno del Signore Hitler 720, erano nati troppi bambini di sesso maschile. Era stata una tendenza graduale, naturalmente, ma adesso cominciava a destare serie preoccupazioni. Il grande disegno non era ancora concluso. Rimanevano ancora milioni di infedeli giapponesi da convertire, e milioni di sudditi delle razze sottomesse al Giappone che non avevano ancora avuto la possibilità di conoscere la luce. E ora, se le donne avessero smesso di riprodursi, chi avrebbe assicurato la continuità al Regno di Hitler?.

L’aspetto ucronico ha ancora più valore se pensiamo che questo romanzo (pubblicato con il nome maschile di Murray Constantine, e leggendo il romanzo se ne capisce anche il motivo) è stato scritto nel 1937, ovvero in un momento in cui la Germania poteva effettivamente vincere e prevalere su tutti. Parlando della forma, non aspettatevi una scrittura eccellente, ma considerate comunque La notte della svastica come un’opera degna di nota e che ha saputo ispirare perfino George Orwell con il suo 1984 (scritto circa dieci anni dopo). Oltre alla manipolazione del passato e alla sua alterazione (decisamente presente in quest’ultimo), un altro tema rivelante si coglie, soprattutto, nel culto della “maschilità”, ossia nella relegazione delle donne ai margini della scala sociale per essere usate come delle mere macchine da riproduzione al fine di mandare avanti la razza ariana. La regressione dell’umanità in una società misogina e patriarcale decisamente per eccesso, infatti, è ciò che accompagna il tragico viaggio nel mondo della Burdekin, insieme anche alla privazione e all’oppressione di ogni libertà. Questi discorsi non sono casuali, a maggior ragione se prendiamo in considerazione la biografia della stessa autrice: una donna anticonformista abbastanza nota negli anni Trenta e nella sua cerchia di letterati, ma anche una assidua frequentatrice degli stessi circoli che poi ospiteranno il grande Eric Arthur Blair (alias George Orwell) e, dunque, vedranno la vicinanza delle loro due intuitive opere.

Per saperne di più:

La notte della svastica

Titolo: La notte della svastica 
Autore: Katharine Burdekin
Editore: Editori Riuniti
Lunghezza: 220 pagine
Prezzo: 12,91 euro

Trama: Nel 1937, quattro anni dopo la presa del potere da parte del Nazismo, una donna inglese scrive un romanzo che in cui anticipa tanto i politici che il pubblico che è accaduto qualcosa di epocale rivelatore del male oscuro che stava dietro la civiltà europea.
Per acquistarlo: Purtroppo non è per niente facile trovare questo libro in vendita (se non pagandolo discretamente su eBay), ma vi assicuro che nelle biblioteche e in prestito, se siete interessati a leggerlo, c’è assolutamente.

Kazuo Ishiguro

Kazuo Ishiguro
Immagine presa dal web

La sua scrittura è stata descritta come in grado di “aver rivelato l’abisso al di sotto del nostro senso illusorio di connessione col mondo, in romanzi di grande forza emotiva” e lui è Kazuo Ishiguro, lo scrittore giapponese (naturalizzato britannico) che quest’anno ha vinto il Nobel per la Letteratura, il celebre premio che tutti gli anni, l’Accademia Svedese, assegna a diversi ambiti disciplinari. Ma precisamente, chi è questo autore? Ebbene, Ishiguro nasce l’8 novembre del 1954 a Nagasaki, la città giapponese che tutti conoscono per i risvolti negativi della Seconda guerra mondiale. Nel 1960, però, insieme alla sua famiglia, decide di lasciare il Giappone e trasferirsi in Inghilterra, non dimenticando però il suo forte legame con le tradizioni e la cultura della sua patria natia. Qui, oltre a cominciare il suo percorso di studi che culminerà con una laurea in Filosofia e Letteratura all’università del Kent nel 1978, conosce anche una forte passione per la scrittura, la quale lo porterà a partecipare a dei corsi creativi (con rinomati insegnanti del calibro di M. Bradbury e A. Carter) e quindi a gestire e raffinare quella che da lì a poco si sarebbe trasformata in una vera e propria professione. 

Con una prosa sorvegliatissima, appresa leggendo Cechov e altri classici europei dell’Ottocento, facendo leva su poeticissime metafore, lo scrittore fissa le speranze e le paure di antieroi quasi sempre incapaci di fare davvero i conti con la realtà, costretti a sopravvivere aggrappandosi a sbiaditi ricordi. (…) Un’apparente cesura si produce nella produzione tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo secolo, quando Ishiguro inizia a esplorare nuovi territori. Il narratore si apre, almeno in apparenza, alla dimensione della favola spesso nera dell’utopia negativa di cui furono maestri Huxley e Orwell, affrontando le scomodissime domande poste dagli inarrestabili progressi dall’ingegneria genetica.

Pur scegliendo di scrivere in inglese, nei suoi primi romanzi (A pale view of hills del 1982 e An artist of the floating world del 1986, tradotti in italiano solamente negli anni ’90 con i titoli Un pallido orizzonte di colline e Un artista del mondo fluttuante) Kazuo Ishiguro mantiene ancora un’atmosfera giapponese piuttosto marcata, con resoconti particolarmente evocativi e dai toni quasi tragici. La sua crescita “inglese” comincia a notarsi soprattutto nei testi successivi: ai precedenti, infatti, seguono Gli Inconsolabili (1995), Quando eravamo orfani (2000), la raccolta di racconti intitolata Notturni. Cinque storie di musica e crepuscolo (2008). Ogni testo di Ishiguro ha goduto di successo e riconoscimenti, ma i suoi romanzi più famosi sono sicuramente Quel che resta del giorno (scritto nel 1989, grazie al quale ha vinto il “Premio Booker” nello stesso anno) e Non lasciarmi (del 2005, vincitore del “Premio letterario Merck Serono”, finalista al “Man Booker Prize” e inserito dal Time nella classica dei migliori romanzi in lingua inglese pubblicati tra 1923 e il 2005), testi dai quali sono stati anche ricavati dei film di altrettanto clamore. La penna di Ishiguro è capace di toccare una rara sensibilità, forse è anche per questo che i temi più ricorrenti nelle sue storie sono il destino e i sentimenti umani (soprattutto nelle loro sfaccettature più malinconiche). La sua ultima fatica letteraria è Il gigante sepolto, una storia che ripercorre il passato in compagnia di creature fantastiche e pubblicato nel 2015 per Einaudi.

Per saperne di più:

Un pallido orizzonte di colline - K. Ishiguro

Titolo: Un pallido orizzonte di colline
Editore: Einaudi
Lunghezza: 178 pagine
Prezzo: 11 euro
Trama: Viene il momento per Etsuko, vedova giapponese che vive in Inghilterra, di levare lo sguardo dal presente doloroso e sofferto, per cercare in un altrove lontano un senso e una ragione. Ossessionata dal suicidio della figlia Keiko, Etsuko spinge il pensiero a Nagasaki subito dopo la guerra, dove nel deserto dei sopravvissuti maturava la sua gravidanza turbata. In questo percorso a ritroso nel tempo, Etsuko ricompone la storia parallela di Sachiko e della sua tormentata bambina: Butterfly come tante, Sachiko aspetta un amore, una partenza che non arriverà mai, mentre sua figlia affonda nell’angoscia di ricordi troppo crudi. Non ci sono spiegazioni o epifanie in questo racconto poetico e disadorno, che suggerisce più di quanto sveli; tutto resta sospeso e irrisolto.
Per acquistarlo: clicca qui 

Un artista del mondo fluttuante - K. Ishiguro

Titolo: Un artista del mondo fluttuante
Editore: Einaudi
Lunghezza: 204
 pagine
Prezzo: 9,50 euro
Trama: Ono, narratore e protagonista della vicenda, è stato in gioventù un pittore famoso, ma al mondo estetizzante dell’arte per l’arte aveva preferito quello più concreto del dovere verso la patria, legando così la sua sorte a quella del nascente nazionalismo giapponese. Nel dopoguerra, però tutto è cambiato. Ono ripercorre con un senso di incredulità e incertezza le tappe della sua vita, mentre nel romanzo si intrecciano i temi che lo hanno segnato: l’arte, la politica, l’ambizione, l’incomprensione tra generazioni.
Per acquistarlo: clicca qui 

Quel che resta del giorno - K. Ishiguro

Titolo: Quel che resta del giorno
Editore: Einaudi
Lunghezza: 276 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: La prima settimana di libertà dell’irreprensibile maggiordomo inglese Stevens diventa occasione per ripensare la propria vita spesa al servizio di un gentiluomo moralmente discutibile. Stevens ha attraversato l’esistenza spinto da un unico ideale: quello di rispettare una certa tradizione e di difenderla a dispetto degli altri e del tempo. Ma il viaggio in automobile verso la Cornovaglia lo costringe ben presto a rivedere il suo passato, cosi tra dubbi e ricordi dolorosi egli si accorge dì aver vissuto come un soldato nell’adempimento di un dovere astratto senza mai riuscire ad essere se stesso. Si può cambiare improvvisamente vita e ricominciare daccapo?
Per acquistarlo: clicca qui

Non lasciarmi - K. Ishiguro

Titolo: Non lasciarmi
Editore: Einaudi
Lunghezza: 304 pagine
Prezzo: 13 euro
Trama: Kathy, Tommy e Ruth vivono in un collegio, Hailsham, immerso nella campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani, e crescono insieme ai compagni, accuditi da un gruppo di tutori, che si occupano della loro educazione. Fin dalla più tenera età nasce fra i tre bambini una grande amicizia. La loro vita, voluta e programmata da un’autorità superiore nascosta, sarà accompagnata dalla musica dei sentimenti, dall’intimità più calda al distacco più violento. Una delle responsabili del collegio, che i bambini chiamano semplicemente Madame, si comporta in modo strano con i piccoli. Anche gli altri tutori hanno talvolta reazioni eccessive quando i bambini pongono domande apparentemente semplici. Cosa ne sarà di loro in futuro? Che cosa significano le parole “donatore” e “assistente”? E perché i loro disegni e le loro poesie, raccolti da Madame in un luogo misterioso, sono così importanti? Non lasciarmi è prima di tutto una grande storia d’amore. È anche un romanzo politico e visionario, dove viene messa in scena un’utopia al rovescio che non vorremmo mai vedere realizzata. È uno di quei libri che agiscono sul lettore come lenti d’ingrandimento: facendogli percepire in modo intenso la fragilità e la finitezza di qualunque vita.
Per acquistarlo: clicca qui 

Notturni - K. Ishiguro

Titolo: Notturni. Cinque storie di musica e crepuscolo
Editore: Einaudi
Lunghezza: 192 pagine
Prezzo: 10 euro
Trama: Il “notturno” in musica è una composizione di carattere lirico e melodico, veicolo di atmosfere sognanti e sentimenti ambivalenti, e in senso ampio ispirata alla notte. Nei cinque racconti di questa raccolta prevale l’ambientazione notturna delle scene cardine, la qualità onirica e comunque surreale delle vicende e soprattutto quell’alternanza di toni lievi e toni gravi che contraddistingue anche il genere musicale. Una sinestesia quasi perfetta dunque. Ma con un’importante eccezione: se il rigore della costruzione di parole in Ishiguro assorbe e maschera pressoché del tutto le tempeste della vita, è nel rapporto dei protagonisti di Notturni con la musica che il disagiò si rivela. Il crooner del primo racconto, per esempio, uno di quei vecchi cantanti melodici americani ormai fuori moda, ha alle spalle un passato di successi di cui vorrebbe tanto trattenere qualche brandello. La serenata – ovviamente notturna – che dedica alla moglie a bordo di una gondola, sembrerebbe il romantico pegno d’amore di un gentiluomo d’altri tempi ed è invece il primo atto di una cinica (e un po’ ridicola) operazione di restyling.
Per acquistarlo: clicca qui

Per consultare la bibliografia completa di Kazuo Ishiguro, cliccate qui.

Sono affiliata ad Amazon. Oltre ad aver aggiunto dei rimandi specifici negli articoli, potete supportare il mio blog facendo i vostri acquisti libreschi proprio a partire da questo link generico. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro aiuto.

“Il giardino dei Finzi-Contini” e il viaggio nel ricordo

Il giardino dei Finzi-Contini è sicuramente l’opera più famosa di Giorgio Bassani, scrittore e poeta nato a Bologna nel 1916 e morto a Roma (dopo una lunga malattia) nei primi mesi del 2000. Questo romanzo scritto nel 1962, oltre a essere stato inserito da diversi studiosi del genere nella corrente del “neorealismo”, è anche il racconto di un viaggio a ritroso nel passato in cui la voce narrante – che probabilmente va ricondotta allo stesso autore – prende per mano il lettore/spettatore accompagnandolo in un ricordo prevalentemente basato sulla nostalgia. La storia, infatti, incomincia proprio davanti alla tomba dei Finzi-Contini: lì il protagonista, oltre a rivivere attraverso dei flashback gli anni della sua giovinezza, si ritrova soprattutto a riflettere sul forte legame che lo ha avvicinato a quella famiglia.

La tomba era grande, massiccia, davvero imponente: una specie di tempio tra l’antico e l’orientale, come se ne vedeva nelle scenografie dell’Aida e del Nabucco in voga nei nostri teatri d’opera fino a pochi anni fa. In qualsiasi altro cimitero, l’attiguo Camposanto Comunale compreso, un sepolcro di tali pretese non avrebbe affatto stupito, ed anzi, confuso nella massa, sarebbe forse passato inosservato. Ma nel nostro era l’unico. E così, sebbene sorgesse assai lontano dal cancello d’ingresso, in fondo a un campo abbandonato dove da oltre mezzo secolo non veniva sepolto più nessuno, faceva spicco.

Il ricordo memoriale, poco a poco, introduce anche i personaggi di Micòl e Alberto, due fratelli che, come il protagonista, fanno parte della comunità ebraica ferrarese. I due sono dei Finzi-Contini e come tali hanno la “fortuna” di essere nati in una famiglia aristocratica che, però, vive quasi isolata dal resto della città ed è spesso vittima delle chiacchiere altrui per questa scelta. Micòl e Alberto, infatti, oltre a prendere delle lezioni private per proseguire gli studi e a fare parte di un circolo di tennis, abitano anche in una casa circondata da un giardino e da una cinta muraria che sono un po’ l’emblema di questo microcosmo in cui si trovano. Un isolamento che, vedendo gli anni in cui ci troviamo nella vicenda – ovvero il periodo che anticipa la Seconda guerra mondiale -, ha anche una forte eco con la ghettizzazione che da lì a poco, nel 1938, gli ebrei avrebbero vissuto tragicamente sulla loro pelle a opera delle “leggi razziali” (e poi con la deportazione). 

Il lungo periodo di tempo che seguì, fino ai fatali ultimi giorni dell’agosto del ’39, cioè fino alla vigilia dell’invasione nazista della Polonia della drôle de guerre, lo ricordo come una specie di lenta, progressiva discesa nell’imbuto senza fondo del Maelstrom.

Micòl, in particolare, esercita un fascino decisamente marcato sul protagonista, e questo appare chiaro fin dalle prime pagine del romanzo. Il primo incontro è avvenuto come una sorta di scena tra Romeo e Giulietta, quando la ragazza è affacciata al muro della sua casa e lui, in preda alla disperazione per la bocciatura in matematica, vaga per le vie della città alla ricerca di una scusa da poter raccontare ai suoi genitori. Questo sembra essere l’inizio di una amicizia che potrebbe diventare qualcosa di più, ma che una serie di imprevisti e di occasioni mancate prima, e la presenza di Malnate e l’inevitabile maturazione di lei poi, sembrano non far decollare nella direzione giusta.

Passai la notte successiva in grande agitazione. Mi addormentavo, mi svegliavo, mi riaddormentavo. E sempre riprendevo a sognare di lei. Sognavo per esempio di trovarmi, proprio come il primissimo giorno che avevo messo piede nel giardino, a guardarla mentre giocava a tennis con Alberto. Anche in sogno non l’abbandonavo con gli occhi un solo istante. Tornavo a dirmi che era splendida, così sudata e rossa, con quella ruga d’impegno e di decisione quasi feroce che le divideva verticalmente la fronte, tutta tesa come era nello sforzo di sconfiggere il sorridente, un po’ fiacco e annoiato fratello maggiore.

Il giardino dei Finzi-Contini, quindi, è anche la storia di un amore che nasce e si incrina piano piano, soprattutto dopo la partenza di Micòl per Venezia, avvenuta non a caso in inverno quasi come se il sopraggiungere di questa stagione significasse anche un definitivo raffreddamento dei loro sentimenti («Fu così a rinunciai a Micòl»). Sullo sfondo, però, rimane sempre il giardino, elemento centrale e imprescindibile di tutto il romanzo, luogo idilliaco in grado di vincere su tutto, perfino sui limiti temporali che vedono l’Italia sempre più vicina alla guerra. Ecco perché la storia d’amore che sembra nascere e non nascere tra il protagonista e la ragazza rappresenta anche ciò che arriva a sconvolgere, ma allo stesso tempo ad alimentare, questo piccolo mondo fatto di fantasie e desideri.

Fummo davvero molto fortunati, con la stagione. Per dieci o dodici giorni il tempo si mantenne perfetto, fermo in quella specie di magica sospensione, di immobilità dolcemente vitrea e luminosa che è particolare di certi nostri autunni.

L’epilogo del romanzo non è altro ciò che il lettore si immagina e di cui si fa consapevole andando avanti nella lettura, ovvero il triste destino della famiglia Finzi-Contini che non riesce a sopravvivere ai tragici eventi della deportazione e delle leggi razziali. La storia si conclude esattamente come era iniziata: con il ricordo di un passato che non può più tornare se non nella mente del protagonista, unico sopravvissuto alla vicenda e, come tale, colui che accompagna il lettore in questo lungo viaggio introspettivo. Quello che più mi è piaciuto di questo romanzo è stato il metodo di scrittura di Giorgio Bassani: così ricco e dettagliato da non lasciare nulla al caso, nemmeno la più semplice delle descrizioni. L’espediente del ricordo a partire da un “monumento memoriale” (come può essere una tomba) per imbastire l’intera storia è davvero evocativo, reso ancora più profondo dallo sfondo storico e simbolico in cui veniamo proiettati. L’io narrante è come se facesse una sorta di percorso di formazione, a partire dall’adolescenza fino ad arrivare all’età adulta, in cui l’amore non ricambiato di Micòl (di cui ne è consapevole solamente alla fine del romanzo) lo fa vivere in un limbo che gli fa credere che qualcosa sia sempre possibile. Probabilmente l’idea che vuole darci l’autore è quella che il protagonista, in realtà, stia vivendo un dormiveglia in cui, il rifiuto sonoro della ragazza, rappresenta lo strattone che lo riporta alla realtà. Bassani dimostra una grande sensibilità e con Il giardino dei Finzi-Contini tocca il lettore trasportandolo non solo a Ferrara, ma anche in quel giardino che ha dato adito a tante immaginazioni. Il triste epilogo dell’amore (e delle vite dei protagonisti) è forse la nota più dolente della storia, ma il libro non avrebbe avuto lo stesso impatto emozionale senza questa costruzione narrativa. Questo è un romanzo molto particolare sotto tanti punti di vista, primo tra tutti il fatto di saper descrivere, sotto un’altra e più romanzata sfumatura, gli anni difficili dell’Italia prima della guerra. Un must read, senza alcun dubbio.

Parole chiave:

  • Il giardino: lo scenario principale della vicenda, in cui avviene (e non avviene) tutto, ma anche il luogo che sembra non subire i cambiamenti spazio-temporali che, invece, attraversano inesorabilmente il mondo esterno. E’ proprio sulla soglia di quel “mondo” che il protagonista incontra per la prima volta Micòl, un mondo che però riesce a visitare solamente una decina di anni dopo da quel primo e furtivo approccio. 
  • Micòl: il principale oggetto dei desideri del narratore, ma anche la sua più grande illusione e delusione. La ragazza cresce e matura durante il romanzo, e di questo ne è amaramente consapevole anche il protagonista, il quale decide di rinunciare a lei e di mettersi il cuore in pace proprio quando intuisce la “freddezza” che la ragazza ha nei suoi confronti e anche il suo probabile legame con Malnate.
  • La comunità ebraica: lo sfondo attorno a cui si muove l’intera vicenda,  fondamentale soprattutto per capire le tragedie che vive la famiglia dei Finzi-Contini, vittima della deportazione, della guerra e anche del destino nefasto.
  • L’amore: per gran parte del romanzo è stato un sentimento quasi platonico e irreale che sembrava esistere solo nella mente del protagonista, complice anche il fatto che quest’ultimo ha peccato spesso di insicurezza nel non riuscire a cogliere certe occasioni. Solo verso la fine è la stessa Micòl a mettere in chiaro le cose: in realtà loro sono troppo simili per potersi trovare sotto quell’aspetto, ed ecco che il sogno di un amore per cui combattere si trasforma nella consapevolezza di ciò che non potrà mai essere.
  • Il passato: tutto il romanzo è impostato su questa condizione temporale, a partire dal flashback iniziale che ci proietta all’indietro verso una storia costruita sulla nostalgia. Quello de Il giardino dei Finzi-Contini, però, è un passato circolare che sembra continuamente tornare per riavvolgersi su se stesso, soprattutto nei ricordi, e questo lo dimostra anche la parte finale che, non a caso, ripete in un certo senso la scena iniziale.

Voto: 4 segnalibri su 5

88-07-88108-4_Bassani_il giardino.indd

Titolo: Il giardino dei Finzi-Contini
Autore: Giorgio Bassani
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 214 pagine
Prezzo: 9,50 euro
Trama: Pochi romanzi italiani del Novecento sono entrati così profondamente nel cuore dei lettori come “Il giardino dei Finzi-Contini”, un libro che è riuscito a unire emozioni private e storia pubblica, convogliandole verso un assoluto coinvolgimento narrativo. Un narratore senza nome ci guida fra i suoi ricordi d’infanzia, nei suoi primi incontri con i figli dei Finzi-Contini, Alberto e Micòl, suoi coetanei resi irraggiungibili da un profondo divario sociale. Ma le leggi razziali, che calano sull’Italia come un nubifragio improvviso, avvicinano i tre giovani rendendo i loro incontri, col crescere dell’età, sempre più frequenti. Teatro di questi incontri, spesso e volentieri, è il vasto, magnifico giardino di casa Finzi-Contini, un luogo che si imbeve di sogni, attese e delusioni. Il protagonista, giorno dopo giorno, si trova sempre più coinvolto in un sentimento di tenero, contrastato amore per Micòl. Ma ormai la storia sta precipitando e un destino infausto sembra aprirsi come un baratro sotto i piedi della famiglia Finzi-Contini.
Per acquistarlo: clicca qui 

Sono affiliata ad Amazon. Oltre ad aver aggiunto dei rimandi specifici negli articoli, potete supportare il mio blog facendo i vostri acquisti libreschi proprio a partire da questo link generico. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro aiuto.

Il mondo post apocalittico di “Dominant” e l’energia geotermica

Dominant è un libro scritto da Irene Grazzini (pubblicato nel 2017) che si aggiunge alla lunga lista del genere distopico. Il romanzo si può definire come una piacevole commistione tra i famosissimi Divergent e Hunger Games, eppure è capace di avere una propria personalità non risultando quindi “solo” una copia ben fatta.

Claire seguì la professoressa Rania all’interno del Babylon. Era diviso in numerosi tubi, tutti identici tra loro, in cui potevano scorrere dal basso verso l’alto, e viceversa, i vagoni dei trenascensori. La torre era costituita da arcate di metallo e il soffitto del trenascensore decorato con Led multicolori per produrre l’effetto di un cielo. Claire non aveva mai visto il cielo, a essere sinceri, ne aveva soltanto sentito parlare. Da quando era nata, sopra la sua testa c’era sempre stata la Cupola a proteggerla.

La protagonista principale della storia è Claire, una ragazza “Dominante” che ha vissuto per 16 anni, ovvero da quando è nata, sotto una Cupola completamente controllata in maniera geotermica. Lei non ha la minima idea di come sia il mondo esterno, almeno fino a quando non arriva l’audace Eleanor a insegnarglielo. Quest’ultima, infatti, oltre a incappare nella Dominante quasi per caso (oppure no?) dopo un’incursione dall’esterno, decide di stravolgere completamente la vita di Claire fino a mostrarle il lato giusto della verità. La Dominante deve aprire gli occhi, eppure c’è un problema: Eleanor non è affatto come le altre, ma una “Recessiva” che non solo è bollata come nemica giurata della City, ma anche decisamente diversa in fatto di caratteristiche fisiche.

Carnagione chiara come alabastro. Capelli color dell’oro. Occhi verdi e chiari che brillavano sotto le sopracciglia appena accennate. Quella ragazza era una Recessiva!

Denunciata per aver salvato una nemica, Claire è costretta a fuggire, ma quello che l’aspetta all’esterno della Cupola è a tratti spaventoso quanto inquietante: «solo bianco», ossia una distesa sterminata di gelo e neve in cui i Recessivi vivono e si sono saputi adattare per sopravvivere nelle difficoltà (nonostante a volte capiti che facciano delle incursioni nel mondo dei “Dominanti” per potersi accaparrare un po’ di calore, risorse o fonti di energia).

Sopra la sua testa, immenso e incombente, c’era il cielo. Il cielo vero. Nero come la pece, invaso da tanti piccoli occhi luminosi che la fissavano malevoli dall’alto. E poi quella gelida falce d’argento, che sembrava sul punto di tagliarle la testa.

Lontano dalla City, solo in apparenza calda e ospitale, Claire scopre che il vero senso di comunità si trova solamente in mezzo a Eleanor e ai Recessivi, ovvero in un mondo fatto di altruismo, gesti affettuosi e condivisione, qualcosa a cui lei non era affatto abituata circondata dai comfort e dalle tecnologie della Cupola.

Così erano nate le Cupole e ciò che rappresentavano: enormi impianti per l’estrazione e lo sfruttamento di una nuova forma di energia. L’energia geotermica.

Quello che più salta all’occhio leggendo questo romanzo è il rapporto che si instaura tra Claire ed Eleanor, un aspetto che mette in secondo piano perfino le ipotetiche storie d’amore tra la protagonista e il Dominante Jordan o il Recessivo Arthur. Dapprima appaiono come due scontrose nemiche, dal carattere inconciliabile, mentre poi, nel prosieguo della trama, il loro legame diventa così forte da portarle a sacrificarsi a vicenda pur di poter salvare l’una la vita dell’altra.

Claire chiuse gli occhi. Pensò a come era la sua vita prima di incontrare Eleanor. Semplice, ordinata, sicura, perché ogni giorno sapeva cosa fare, cosa dire e persino cosa pensare. Eppure, anche se era all’interno di una cupola termica, era una vita fredda e priva di affetti.

La storia non è altro che un alternarsi di segreti che emergono pian piano dagli indizi disseminati qua e là dalla stessa autrice, mentre le avventure coinvolgono prevalentemente una Claire che diventa sempre più consapevole del fatto che, in realtà, il nemico da combattere è sempre stato accanto a lei. Qualcuno che, non solo ha agito alle spalle di tutti creando due fazioni distinte e diverse, ma che ha portato anche a distinguere gli ultimi sopravvissuti sulla terra in persone gradite al sistema e no. Con i “Dominanti” da una parte (a cui è legata per appartenenza) e i “Recessivi” dall’altra (che ama come una famiglia), Claire riuscirà a portare alla luce i difetti di quella che credeva essere la “casta” perfetta? Questo è un romanzo da divorare letteralmente in pochissimi giorni, una lettura in grado di distinguersi dalle “ispirazioni” più famose. Il legame tra Eleanor e Claire è qualcosa che va ben oltre l’amicizia – e durante la lettura se ne capisce il motivo -, rappresentando addirittura IL rapporto che manda avanti l’intero romanzo. La scrittura della Grazzini è semplice, diretta e coinvolgente, resa ancora più particolare dalla presenza di termini e spiegazioni “scientifiche” che fanno dire “wow!” man mano lo si legge. Questo è assolutamente un libro-chicca per gli amanti del genere distopico: poche cose risultano prevedibili in questo romanzo, ecco perché i colpi di scena sono assicurati.

Parole chiave:

  • Eleanor/Claire: le protagoniste principali del romanzo, il cui legame che si instaura con il tempo supera anche le storie d’amore che sembrano accadere con Jordan e Arthur. Le due hanno caratteri decisamente discordi e spesso inconciliabili, questo probabilmente è causa del fatto che entrambe sono cresciute in due ambienti diversi e, come tali, le hanno portate a diversificarsi l’una dall’altra. Claire è razionale, ponderata, diligente e studiosa in modo promettente nella sua City, mentre Eleanor è istintiva, intrepida e all’apparenza dura e fredda come il ghiaccio in cui è costretta a vivere fuori dalla Cupola. Leggendo il romanzo, il lettore non può far altro che pensare quanto, in realtà, esse si compensino. Il destino le unirà prima e le separerà poi, ma troverà comunque il mondo di legarle in maniera indissolubile.
  • Energia: quella che si crea e si conserva nella Cupola, ma anche quella che i Recessivi tentano di rubare ed è all’origine di una vera e propria guerra tra le fazioni.
  • Amore/amicizia: i sentimenti che attraversano in modo coinvolgente tutto il romanzo e che appaiono costantemente uniti da un filo invisibile. Claire sembra essere prima legata a Jordan, poi ad Arthur, ma alla fine capisce cosa è importante davvero: la sua amicizia, speciale e profonda, con Eleanor.
  • Il sindaco Swan: il mostro invisibile che sembra tanto l’occhio del Grande Fratello in 1984 di Orwell, così meschino e subdolo da ingannare tutti, perfino se stesso.
  • Ispirazioni: quelle prese da Divergent e Hunger Games, ormai famose saghe post-apocalittiche. Il bello di Dominant, però, sta nel fatto che, pur assomigliando molto a queste letture, se ne distacca cercando una sua particolarità.

Voto: 5 segnalibri su 5

Irene Grazzini - Dominant

Titolo: Dominant
Autore: Irene Grazzini
Editore: Fanucci
Lunghezza: 219 pagine
Prezzo: 14,90 euro
Trama: Claire ha trascorso i suoi primi sedici anni sotto la Cupola, l’enorme barriera alimentata a energia geotermica che protegge la City dall’esterno, il Mondo di Fuori, una landa inospitale e pericolosa sconvolta dalla più violenta glaciazione di cui si abbia memoria. Claire è una Dominante, appartiene cioè a quella razza eletta cui spetta il merito di aver liberato la città dalla minaccia dei Recessivi. Ora il destino ha deciso di sconvolgerle l’esistenza, presentando alla porta del suo Loculo una ragazza sconosciuta, ferita, che ha bisogno di aiuto. Da quel giorno, la vita di Claire si trasforma in una fuga disperata e rocambolesca dai Vigilanti e dai loro terribili robot, i Mastini, perché quella ragazza misteriosa è una Recessiva, e aiutarla significa commettere il più grave dei reati, quello di alto tradimento. Attraverso un mondo inospitale, reso sterile dal ghiaccio e dall’odio, tra bufere di neve che sferzano enormi città e maestose rovine, Claire scoprirà che il confine tra giusto e sbagliato è più labile di quanto abbia mai creduto. Una trama avvincente, un viaggio sorprendente in un futuro forse non così lontano.
Per acquistarlo: clicca qui 

Sono affiliata ad Amazon. Oltre ad aver aggiunto dei rimandi specifici negli articoli, potete supportare il mio blog facendo i vostri acquisti libreschi proprio a partire da questo link generico. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro aiuto.

“Non lasciarmi”: i cloni con un destino già scritto

“Commovente e visionario”: così è stato descritto Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro, un romanzo ucronico edito nel 2005 e meglio conosciuto con il titolo originale di Never let me go. La trama ci immerge fin da subito negli anni Novanta e in un mondo che sembra essersi proiettato completamente verso gli esperimenti genetici e il prolungamento della vita; Kathy, Ruth e Tommy, i protagonisti della storia, frequentano e crescono in un college di Hailsham, una scuola completamente isolata dagli stimoli esterni.

Tutto ciò potrà anche sembrare sciocco, ma dovete ricordare che per noi, in quel periodo della nostra vita, qualunque luogo al di là dei confini di Hailsham era un paese fantastico; possedevamo solo nozioni molto vaghe del mondo fuori, e di ciò che fosse o non fosse possibile in quel mondo.

C’è solo una particolarità: loro non sono affatto dei ragazzini “normali”, ma dei cloni che, proprio come il vento che indirizza i capelli e l’albero nell’evocativa fotografia di Laurence Dutton raffigurata in copertina, sono obbligati a seguire il destino che è stato riservato loro senza opporvisi, quello di diventare dei donatori di organi.

Voi siete… speciali. Il fatto di avere cura di voi stessi, di mantenervi sani dentro, è molto più importante per ognuno di voi di quanto lo sia per una come me.

La scuola, nel romanzo, svolge davvero un ruolo fondamentale: oltre a crescerli e a educarli al loro “scopo”, è anche il luogo in cui viene mostrata loro l’importanza della creatività. L’arte, in questo percorso di crescita che ricorda tanto un bildungsroman, è la sola cosa in grado di dimostrare la presenza di un’anima, ma rappresenta anche il biglietto da visita principale per poter essere accettati in quella sorta di società “panottica” dove i ragazzi vengono continuamente sorvegliati e ascoltati anche nelle loro più intime conversazioni (l’unico momento in cui sembrano essere liberi è quello del pranzo dove le voci, nella mensa, sembrano confondersi l’una con l’altra).

La maggior parte delle volte, la considerazione in cui ognuno di noi veniva tenuto a Hailsham, quanto si veniva apprezzati e rispettati, era determinato dal proprio livello di “creatività”.

Le tre parti in cui è strutturato Non lasciarmi rappresentano anche lo scorrere del tempo che attraversa le vite di Kathy, Ruth e Tommy, conducendoli lentamente dall’ingenuità dell’infanzia fino alla consapevolezza della loro età adulta. E’ proprio durante la loro fase intermedia, ovvero nel periodo in cui si trovano nei cottages lontani dalla sorveglianza dei loro insegnanti, che scoprono i primi turbamenti emozionali, ma anche la loro identità e la loro indole. La presenza del fattore empatico, ma anche di sentimenti quali la paura, la rabbia e la perdita, rappresenta forse l’aspetto più significativo di tutto il romanzo. Qui, infatti, l’interiorità non solo è affidata a dei cloni, ma il loro destino appare così inesorabilmente scritto da apparire tragico: la loro voglia di poter vivere normalmente rappresenta un desiderio che non può essere esaudito e l’unica ambizione a cui possono aspirare è prolungare il periodo prima di incominciare il percorso di donazione degli organi che li porterà a un lento deperimento fisico e psicologico. Kathy, Ruth e Tommy non sfuggono affatto alla loro condizione, e probabilmente è proprio questa loro “non ribellione” di fronte alla scadenza della vita che li rende più simili agli umani di quanto pensano. Non solo per quanto riguarda il loro corpo, ma anche (e soprattutto) per i dispiaceri che in un vissuto possono capitare: è il caso, per esempio, della storia d’amore che attraversa delicatamente tutta la storia e che riguarda Kathy e Tommy, separati inizialmente dalla mancanza di coraggio e dopo, quando finalmente possono lasciarsi andare ai loro sentimenti, da una fine ineluttabile.

Pensavo ai rifiuti, alla plastica che sventolava tra i rami, alla linea di strane cose intrappolate lungo il reticolato, e allora chiusi quasi gli occhi e immaginai che quello fosse il punto dove tutto ciò che avevo perduto dagli anni dell’infanzia era stato gettato a riva; adesso mi trovavo lì, e se avessi aspettato abbastanza, una minuscola figura sarebbe apparsa all’orizzonte in fondo al campo, e a poco a poco sarebbe diventata più grande, finché non mi fossi resa conto che era Tommy, e lui mi avrebbe fatto un cenno di saluto con la mano, forse mi avrebbe chiamata. La fantasia non andò mai al di là di questa immagine – non glielo permisi – e sebbene le lacrime mi rotolassero lungo le guance, non singhiozzavo né mi sentivo disperata. Aspettai un poco, poi tornai verso l’auto e mi allontanai, ovunque fossi diretta.

Se dovessi trovare una definizione per questo romanzo probabilmente sarebbe “tragicamente bello”, soprattutto per il modo delicato con cui Ishiguro ha deciso di raccontare la storia d’amore tra dei cloni perennemente ostacolati dalle circostanze esterne e dal destino che sembra remare contro i sentimenti, ma non contro la fine della “vita”. Ho sempre tifato per Tommy e Kathy fin dalle prime pagine, mentre ho detestato Ruth per il suo egoismo e per il suo carattere, a tratti decisamente lontano da quello che una amica dovrebbe avere. La storia incomincia come un grande diario («Mi chiamo Kathy H. Ho trentun anni, a da più di undici sono un’assistente. Sembra un periodo piuttosto lungo, lo so, ma a dire il vero loro vogliono che continui per altri otto mesi, fino alla fine di dicembre») e in un certo senso, con questa scelta, sembra che Ishiguro voglia farci entrare nel mondo segreto e chiuso di Hailsham come se fossimo degli ospiti con un permesso “speciale”, proprio come speciali appaiono i protagonisti attorno a cui si concentra e ruota tutta la trama. Il finale probabilmente è quello che più mi ha lasciato con l’amaro in bocca: se da un lato non mi ha affatto stupito, dall’altro speravo e pensavo dentro di me che il lieto fine sarebbe stata la cosa più giusta per una storia costellata continuamente da perdite e separazioni. Consiglio questo libro a chi vuole leggere una storia d’amore contrastata, ma anche a chi è alla ricerca di un romanzo che non è solo questo; sebbene l’inizio sia un po’ lento nel proseguimento della narrazione, la scrittura di Ishiguro appare ricca e articolata, per niente confusa. La trama è un susseguirsi di vicende che accompagnano il lettore nella crescita dei protagonisti – nel bene e nel male – anche se la predestinazione della vita fa pensare che, alla fine (almeno, in questo romanzo), sia il corpo a vincere decisamente sul sentimento.

Parole chiave:

  • Cloni: quello che sono Kathy, Ruth e Tommy; l’aspetto particolare è che il lettore non lo scopre subito dalle prime pagine, forse perché Ishiguro sceglie di lasciare una sorta di “normalità” durante tutta la prima parte della storia. Sono prima tre bambini, poi tre adolescenti e alla fine tre adulti; la vita li avvicina, li accumuna, li separa e poi li riunisce ancora una volta, ed il loro legame appare sempre centrale e profondo per tutta la trama, nonostante gli alti e bassi.
  • La “scuola”: Hailsham rappresenta fin dall’inizio di Non lasciarmi un meccanismo di controllo in cui tutti i ragazzi presenti hanno pochissimi momenti di libertà e vengono continuamente sorvegliati ed “educati” alle regole del luogo. Questo sistema è una sorta di micro-società in cui agli “alunni” viene offerto un surrogato di crescita e formazione, mentre il mondo esterno è dipinto come qualcosa di pericoloso da cui stare debitamente alla larga. Per quanto riguarda questo ultimo aspetto, è impossibile non pensare al simbolo che rappresenta il “bosco” (uno spazio esterno) per i ragazzi della scuola, ovvero un luogo proibito in cui non è possibile andare perché «si raccontavano ogni genere di storie terribili su quel luogo».
  • L’angolo dimenticato: si trova nel Norfolk ed è descritto come qualcosa di “fantastico” e importante per la trama stessa, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo della storia tra Kathy e Tommy. Esso non è altro che un negozio della nostalgia, della storia passata, poiché si dice che in quel luogo finiscano tutti gli oggetti smarriti del paese. E’ stato proprio durante il viaggio alla ricerca di una cassetta (a cui era molto affezionata Kathy) che i due ragazzi capiscono che tra loro c’è molto più di una semplice amicizia, piuttosto un legame profondo che, però, a causa di diversi fattori, sarà destinato a compiersi solo dopo molto tempo.
  • Varietà di generi: Non lasciarmi è, in primis, un romanzo, una distopia ed una ucronia, ma procedendo con la lettura si scopre anche essere molto altro: un diario, un flashback, un dramma, una ricerca di identità, un progetto scientifico, un romanzo di formazione, una storia d’amore delicatissima; tutto questo in 291 pagine.
  • Amore: compare all’inizio in maniera leggera, quasi sfumata, per poi occupare gran parte della trama verso la fine del romanzo. 

Voto: 4,5 segnalibri su 5

Non lasciarmi - Ishiguro

Titolo: Non lasciarmi
Autore: Kazuo Ishiguro
Editore: Einaudi
Lunghezza: 291 pagine
Prezzo: 13 euro
Trama: Kathy, Tommy e Ruth vivono in un collegio, Hailsham, immerso nella campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani, e crescono insieme ai compagni, accuditi da un gruppo di tutori, che si occupano della loro educazione. Fin dalla più tenera età nasce fra i tre bambini una grande amicizia. La loro vita, voluta e programmata da un’autorità superiore nascosta, sarà accompagnata dalla musica dei sentimenti, dall’intimità più calda al distacco più violento. Una delle responsabili del collegio, che i bambini chiamano semplicemente Madame, si comporta in modo strano con i piccoli. Anche gli altri tutori hanno talvolta reazioni eccessive quando i bambini pongono domande apparentemente semplici. Cosa ne sarà di loro in futuro? Che cosa significano le parole “donatore” e “assistente”? E perché i loro disegni e le loro poesie, raccolti da Madame in un luogo misterioso, sono così importanti? Non lasciarmi è prima di tutto una grande storia d’amore. È anche un romanzo politico e visionario, dove viene messa in scena un’utopia al rovescio che non vorremmo mai vedere realizzata. È uno di quei libri che agiscono sul lettore come lenti d’ingrandimento: facendogli percepire in modo intenso la fragilità e la finitezza di qualunque vita.
Per acquistarloclicca qui 

Sono affiliata ad Amazon. Oltre ad aver aggiunto dei rimandi specifici negli articoli, potete supportare il mio blog facendo i vostri acquisti libreschi proprio a partire da questo link generico. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro aiuto.

La Chicago distopica di “Divergent”

Potrei dirgli che sono settimane che mi arrovello su cosa mi dirà il test attitudinale: Abneganti, Candidi, Eruditi, Pacifici o Intrepidi?

Divergent è un romanzo del 2011 scritto da Veronica Roth e il primo capitolo di una trilogia a cui si aggiungono anche Insurgent (2012) e Allegiant (2013). Da questi, successivamente, sono stati ricavati pure delle produzioni cinematografiche (uscite nelle sale tra il 2014 e il 2016) che, come i libri, hanno riscosso un grande successo di pubblico.
Il romanzo appartiene al genere “distopico” ed è ambientato nella Chicago post apocalittica di un futuro imprecisato in cui gli ultimi (o i primi) umani sopravvissuti hanno deciso di porre fine alle guerre intestine tra loro dividendosi in cinque diversi gruppi, chiamati “fazioni”. Ognuna di esse, come teste diverse di uno stesso corpo, possiede un determinato tipo di caratteristiche e richiama, a seconda della predisposizione naturale, una specifica tipologia di persone.

I corridoi sono angusti, anche se la luce che entra dalle finestre crea un’illusione di spazio. Sono gli unici luoghi in cui le fazioni si mischiano.

Ci sono i Candidi, che perseguono i valori della sincerità e dell’onestà poiché il loro obiettivo principale è quello di dire sempre il vero a tutti i costi; i Pacifici, coloro che coltivano la terra e vestono con toni accesi e vivaci (la loro filosofia di vita è quella di essere sempre in armonia con se stessi e con ciò che li circonda); gli Intrepidi, il gruppo dei coraggiosi che fa cose che nessuno farebbe (come saltare dai treni in corsa, combattere a corpo nudo o saltare da grattacieli attaccati a una fune); gli Eruditi, quelli che conoscono ogni cosa perché interessati alla sapienza; infine gli Abneganti: loro, oltre ad avere in mano il governo della città, sono chiamati anche “Rigidi” per via del forte altruismo che fa dimenticare loro stessi in favore degli altri (aiutano tutti, anche gli “Esclusi”, ossia quelli che vivono ai margini della società perché rifiutati dalle loro fazioni). L’appartenenza a uno di questi gruppi è sperimentata attraverso una sorta di seduta psicoanalitica che studia come reagisce l’inconscio se stimolato da determinati elementi. Una pratica indolore, ma sicuramente tanto singolare. Questo “test di iniziazione”, infatti, non solo è svolto tramite la somministrazione di un liquido e la stimolazione della mente per mezzo di elettrodi, ma è rivolto a tutti i sedicenni che sono chiamati a scegliere se unirsi a una nuova fazione oppure a rimanere con i propri affetti. Una tappa importante tanto quella che, all’interno del romanzo, viene chiamata “Cerimonia della scelta”: un evento ufficiale che sancisce definitivamente l’adesione al gruppo scelto attraverso un vero e proprio “patto di sangue”. 

Nel cerchio più interno ci sono cinque coppe di metallo così grandi che ci starei tutta se mi rannicchiassi. ognuna contiene l’elemento simbolo di ogni fazione: pietre grigie per gli Abneganti, acqua per gli Eruditi, terra per i Pacifici, carboni ardenti per gli Intrepidi, vetro per i Candidi. (..) Lui mi porgerà un coltello, e io mi farò un taglio nella mano e lascerò gocciolare il sangue nella coppa della fazione che avrò scelto.

I personaggi principali della vicenda e intorno a cui ruota prevalentemente la trama sono Beatrice e Tobias, chiamati anche “Tris” e “Quattro”. Questi due ragazzi, oltre a essere legati dal numero come una sorta di prolungamento l’una dell’altro, dimostrano fin da subito di capirsi e comprendersi a vicenda, passando però attraverso non poche difficoltà. Entrambi appartengono agli Intrepidi, ma non sempre ne condividono tutti gli aspetti; per questo si può dire che la loro vita di “superficie” all’interno del gruppo si mescola a quella segreta che vivono tra di loro e agli ideali che condividono.

Penso che abbiamo fatto un errore» mi spiega dolcemente. «Abbiamo tutti cominciato a criticare le virtù delle altre fazioni nello sforzo di valorizzare la nostra. Io non voglio commettere lo stesso sbaglio: voglio essere coraggioso, e altruista, e intelligente, e gentile, e onesto.

Lo spazio in cui si svolge Divergent è davvero interessante: la storia non è solo ambientata in uno scenario post apocalittico, ma anche in una città in cui la differenza centro-periferia si percepisce fortemente. Man mano che si raggiunge il cuore di Chicago, infatti, il lettore si trova spiazzato – e sovrastato – dalle descrizioni che fanno emergere soprattutto una sequenza di vetro, cemento e acciaio: le strade sono livellate, gli edifici numerosi, dappertutto ci sono binari sopraelevati e rotaie. Insomma, lo spazio è così ridotto e claustrofobico da sembrare tanto quello teorizzato da Piranesi nelle sue “Carceri d’invenzione”. In tutto questo alternarsi tra luoghi angusti e aperti si colloca anche la base degli Intrepidi, una sorta di caverna sotterranea in cui le ore notturne sembrano superare quelle diurne, mentre le pareti di roccia e i tunnel sono gli unici collegamenti con il mondo esterno.

Cerco di guardare, oltre lui, il paesaggio che stiamo attraversando: un mare di edifici fatiscenti e abbandonati che, allontanandosi, si rimpiccioliscono sempre di più.

Questo è un libro che non può non entusiasmare: nonostante sia lontano dai classici del genere distopico (parlo di Orwell o Huxley), riesce comunque a riprenderne le tematiche e perfino a “romanzarle”. La Roth si può dire che abbia creato un piacevole esempio moderno che segue questo filone, ma allo stesso tempo se ne distacca consapevolmente creando una storia fondata su degli elementi interessanti che sanno colpire l’attenzione del lettore fin dalle prime pagine. Ne sono un esempio la stessa divisione in fazioni, i simboli, ma anche gli scenari e i personaggi. Il suo modo di scrivere è molto semplice ed efficace, ma non per questo banale: le sue parole arrivano dirette al punto senza perdersi troppo in giri di parole “stordenti”, mentre ogni capitolo è un crescendo di azioni che porta a chiedersi continuamente come la storia si svilupperà e andrà a finire. Una cosa è sicura: Tris e Quattro coinvolgeranno anche voi nel loro mondo fatto di tatuaggi, paesaggi “spersonalizzati”, perdite e insidie nascoste.

Parole chiave:

  • Beatrice: non è solo il vero nome di Tris, ma anche un’intenzione, ossia colei che “ispira” (come accade a Dante) il cambiamento e la rivolta per ristabilire l’equilibrio.
  • Divergente: il titolo del libro, ma anche la stessa Beatrice, una persona non collocabile in una sola categoria come vuole e pretende la società, ma che possiede diverse caratteristiche. Essere divergente, nel mondo di Tris, è proibito, ecco perché la ragazza tenta in tutti i modi di nasconderlo.
  • Tatuaggio: qualcosa di importante sia per Tris che per Quattro, un linguaggio e un modo per descrivere ciò che sentono.
  • Paura: la società descritta nel romanzo gioca moltissimo su quest’ultima per poter mantenere saldo il controllo e l’equilibrio tra le fazioni (gli stessi Intrepidi svolgono delle prove che fanno immaginare le fobie più recondite per poterle affrontare e superare).
  • Caos/ordine: due elementi imprescindibili e costantemente presenti nel romanzo, il primo è rappresentato dagli Intrepidi e dal loro carattere esuberante, mentre il secondo è descritto dalle strutture delle stesse fazioni («Le strade ordinate degli Abneganti (..) nel caos degli Intrepidi»).

Voto: 4 segnalibri su 5

Divergent - Veronica Roth

Titolo: Divergent (Una scelta può cambiare il tuo destino)
Autore: Veronica Roth
Editore: De Agostini
Lunghezza: 478 pagine
Prezzo: 6,90 euro
Trama: La società distopica in cui vive Beatrice Prior è suddivisa in 5 fazioni, ognuna delle quali è consacrata a una virtù: sapienza, coraggio, amicizia, altruismo e onestà. Beatrice deve scegliere a quale unirsi, con il rischio di rinunciare alla propria famiglia. Prendere una decisione non è facile e il test che dovrebbe indirizzarla verso l’unica strada a lei adatta si rivela inconcludente: in lei non c’è un solo tratto dominante ma addirittura tre! Beatrice è una Divergente, e il suo segreto – se reso pubblico – le costerebbe la vita.
Per acquistarlo: clicca qui 

Sono affiliata ad Amazon. Oltre ad aver aggiunto dei rimandi specifici negli articoli, potete supportare il mio blog facendo i vostri acquisti libreschi proprio a partire da questo link generico. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro aiuto.