Appuntamento con l’autore: Jean Bruller alias Vercors

Vercors

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Jean Bruller (26 febbraio 1902 – 10 giugno 1991) ha vissuto entrambi i conflitti mondiali, ma è stato soprattutto il secondo ad aver generato in lui un senso di profonda inquietudine. Fino a poco prima dello scoppio della guerra, infatti, in Francia era conosciuto maggiormente per le sue abilità come illustratore di libri per bambini e disegnatore satirico, due attività che ha sviluppato parallelamente al suo diploma in ingegneria elettrica presso l’École Bréguet di Parigi. Come vignettista, il suo successo più grande è stato sicuramente 21 recettes de mort violente (21 ricette per una morte violenta), un’opera grafica pubblicata a sue spese (e poi ristampata) in cui l’autore mescolava abilmente autoironia e vita privata. Per l’arte ha provato sempre un grande amore, ma l’elezione di Hitler a cancelliere della Germania nel 1932 ha cominciato a scatenare in lui anche un altro tipo di sentimento. A risvegliare definitivamente la sua coscienza sociale ci hanno pensato un sempre più opprimente Nazismo e i suoi assurdi dettami che mettevano al bando chiunque si dimostrasse dissidente o non conforme. Dapprima vicino al Comunismo – per reazione all’estrema destra che stava prendendo sempre più piede – e poi più consapevole di nessuna specifica appartenenza politica, per Jean Bruller inizia quella che si potrebbe definire una vera e propria “missione”. Se la maggior parte degli artisti decise di tacere di fronte a un nemico che stava pian piano limitando qualsiasi forma di espressione personale, Bruller optò invece per una forma resistenza un po’ più attiva, trasformandosi così nel suo alter ego di scrittore Vercors. 

Ma per l’autore di quel primo libro in corso di stampa, ci voleva un nome diverso da ogni altro, perché neppure i familiari potessero capire chi l’aveva scritto. Vercors piacque a Jean Bruller per la sonorità impressionante e perché al momento dell’invasione tedesca, egli si era trovato ai piedi del massiccio che così si chiama. Con i compagni aveva deciso che se i tedeschi avessero trovato l’Isère, al di là del quale erano giunti, si sarebbero imboscati sul Vercors per non venir fatti prigionieri. Il nome era diventato per lui da allora simbolo di libertà.

In questa veste inedita, l’artista francese non si ritrovava più a comunicare attraverso il disegno come in passato, ma con le parole, e questa sua nuova forma espressiva rappresentò per tanti la risposta più efficace a quanto stava accadendo in quegli anni difficili. Vercors era uno scrittore di guerra atipico, piuttosto diverso da quello che si sarebbe potuto immaginare: il clima teso e restrittivo lo obbligarono infatti ad agire nell’ombra, ma questo non fu un problema se si pensa che i migliori risultati li ottenne proprio nella sua attività segreta. Negli anni Quaranta, insieme al socio Pierre de Lescure, decise di collaborare per la rivista clandestina “La penseè libre”, ma il sodalizio terminò non appena la Gestapo arrivò a perquisire gli archivi e a distruggere ogni cosa. Questo gesto codardo non smorzò affatto le intenzioni di Vercors, piuttosto riuscì a rinsaldare dentro di lui la voglia di combattere in qualche modo quella macchina nazista che stava facendo sempre più danni: nel 1942, sulle ceneri del “Pensiero Libero”, creò “Éditions de Minuit”, una casa editrice specializzata in pubblicazioni di Resistenza (e che negli anni ha vantato autori come Samuel Beckett e Marguerite Duras). Tra i tanti racconti – Il cammino verso la stella e Le armi della notte solo per citarne alcuni -, il successo più grande (e inaspettato) Bruller lo ottenne con Il silenzio del mare.

Nacquero allora le Édition de Minuit. L’ex disegnatore Bruller conosceva alcune persone fidate nel ramo della tipografia. Propose a Pierre de Lescure di fondare una casa editrice totalmente clandestina che diventasse organo della Resistenza. Trovò i contatti, un piccolo tipografo – Georges Oudeville – d’accordo per lavorare la notte su di una pedalino in grado di stampare otto pagine alla volta; un’amica – Yvonne Paraf – che accettò d’imparare per l’occasione il mestiere della rilegatrice, avrebbe ricevuto a casa sua otto pagine la settimana, avrebbe lavorato anche lei da sola. Il silenzio del mare, 96 pagine in tutto, avrebbe richiesto dodici settimane di movimenti notturni.

L’eco di Le silence de la mer fu così potente da risuonare in tutta Europa, che intanto aveva eletto Vercors – autore a quell’epoca senza identità – a simbolo di una lotta al regime dittatoriale che si sperava potesse concludersi al più presto. Quest’opera preziosa e tradotta in molte lingue è un breve testo che racconta la tenacia di una Resistenza – quella di uno zio e di sua nipote – vissuta tra le mura di casa e osteggiata attraverso le armi del silenzio (che si rivela anche essere la parola più utilizzata in questo brano). A nulla servono i modi cordiali e pacati dell’ufficiale tedesco Werner von Ebrennac che “soggiorna” presso l’abitazione della famiglia francese, perché il male si annida proprio nel più placido degli animi. Quello che lui cerca fin dall’inizio è una sorta di contatto – che sia visivo o comunicativo -, ma ciò che ottiene è solamente un muro invalicabile. Se da una parte si trova il silenzio (impassibile) dei due francesi, dall’altra si pone sicuramente il fiume di parole che straripa dalla bocca dell’ufficiale: una serie di racconti e dettagli di vita che si “sciolgono” di fronte al calore di un camino ma che, paradossalmente, rimangono ancorati a un ambiente freddo come il ghiaccio. Il mare è senz’altro la metafora di questa occupazione forzata, diviso tra superficie e profondità (proprio come scrive Gabriela Bosco nell’introduzione per Einaudi), ossia tra qualcosa di tranquillo e qualcos’altro che invece lo è solo in apparenza. Come in climax ascendente, infatti, le parti che compongono il racconto manifestano anche la volontà di dimostrare le conseguenze che possono scaturire da una forma di protesta in cui le parole sono superflue, e l’ottava parte, con i modi dell’ufficiale che si trasformano in collerici, rappresenta proprio il punto di arrivo di questo processo. L’importanza de Il silenzio del mare non è da attribuire solamente al suo contesto storico, ma soprattutto al suo valore simbolico: così d’impatto da aver raggiunto per radio Charles De Gaulle, da essere stato paracadutato ai soldati come incitamento durante la guerra e da aver trovato spazio anche ai giorni nostri attraverso adattamenti teatrali e cinematografici.

Dal 1951, anno in cui il libro passò alla casa editrice Albin Michel, si sono susseguite traduzioni in decine di lingue. Molta fortuna ha avuto l’adattamento cinematografico del libro realizzato da Jean Pierre Melville (1947, interpreti: Nicole Stéphane, Howard Vernon nella parte dell’ufficiale, e Jean-Marie Robain). E una versione per il teatro, a cura dello stesso Vercors, venne messa in scena il 22 febbraio 1949 al Théatre Edouard VII per la regia di Jean Mercure, con buon successo di pubblico (interpreti: Christiane Barry, Pierre Blanchar nel ruolo di Werner von Ebrennac, e Constant Rémy).

Si racconta che l’idea per il racconto nacque in Bruller da un fatto accadutogli nella sua casa di famiglia a Villiers-sur-Morin, quando un ufficiale tedesco messo a presidio dell’abitazione si comportò allo stesso modo del protagonista della sua storia. Effettivamente sono molti i fatti storici e quotidiani ad aver ispirato lo scrittore, complice probabilmente anche il fatto che fosse proprio lo smascheramento e la denuncia di certe ingiustizie ad alimentare il suo desiderio di “raccontare”.  Un’episodio di vita è ciò che sta alla base anche de Le parole, un altro significativo racconto che Vercors ha scritto nel 1947 dopo la liberazione della Francia. 

L’ufficiale non aveva nemmeno spostato la testa. Voltava le spalle agli avvenimenti della vallata e preparava sulla tavolozza, con una sorta di vivacità controllata, un mélange di colori che dispose senza fretta interamente sull’oltremare: tonalità solida, tra il bruno e il verde, che il blu intenso faceva palpitare sulla tela come castagni durante un temporale. Il viso del pittore era un po’ corrugato, mosso da piccolissimi tic, da cui traspariva lo sforzo contenuto di una grande tensione interiore. Luc, inorridito, guardò in direzione del borgo, da dove salivano grida soffocate e dove tutto si confondeva – terrore, collera, supplica – disperazione – con altri rumori meno distinti, interrotti da colpi d’arma da fuoco, e da brevi raffiche.

Questo breve testo è un vero e proprio ritratto di storia che racconta un episodio taciuto per molto tempo e ritornato alla memoria solo diversi anni dopo, sul finire della Seconda guerra mondiale e con la riflessione sui danni – concreti e psicologici – causati da quest’ultima. Ma in questo testo non si parla solamente della distruzione del villaggio di Oradour sur Glane ad opera dei nazisti, ma anche dell’impotenza dell’uomo che, di fronte a certi atti barbarici, si scopre incapace di porre rimedio in alcun modo. Da una parte c’è l’artista della parola Luc e dall’altra l’ufficiale tedesco che si atteggia da pittore (fuori luogo). Il primo è un poeta ispirato, capace di scrivere di getto qualunque cosa, eppure quando si tratta di raccontare la crudeltà che sta guardando con i suoi occhi non trova modo di esprimersi. Questo “blocco” non è una strana forma di indifferenza, ma un trauma così grande da celare un grido di dolore. Le parole, infatti, è un titolo simbolico: rappresenta il silenzio assenso di una generazione incapace di dare risposta alla cattiveria dell’uomo, ma anche quella passività che ha portato tanti a pensare che certi fatti non si siano mai verificati veramente. Questi sentimenti riguardano anche il secondo personaggio cardine di questa storia, l’ufficiale tedesco. La sua insensibilità di fronte a ciò che stanno compiendo i suoi soldati è qualcosa di surreale: dipinge quella scena infernale come se fosse un artista en plein air e a ogni pennellata il quadro sembra prendere vita, come se entrambi si alimentassero a vicenda. L’arte non va mescolata alla guerra – viene scritto anche nel testo – eppure a volte il fare artistico sembra essere uno dei pochi linguaggi in grado di dare “forma” agli orrori che non riescono a essere elaborati completamente a parole. Osservare il dipinto che si sta creando sotto gli occhi di Luc, dell’ufficiale nazista e anche del lettore, significa anche essere “complici” silenziosi di quello che sta accadendo, e – proprio come accade nella storia – di guardarlo accadere senza fare nulla.

E poi non rimase altro che un fango nero, i chiarori dell’incendio e il silenzio. I due uomini piangevano, sui gradini della chiesa, aspettando il giorno.

Vercors morì il 10 giugno del 1991, dopo aver passato anni a descrivere le sue personali esperienze di vita, seppure in maniera centellinata attraverso brevi racconti (oltre ai già citati: La zattera della medusa, Animali snaturati, Il comandante del Prometeo). Verso la fine della sua carriera si dedicò alla messinscena di alcuni testi teatrali di Shakespeare, ma anche alla traduzione di importanti autori inglesi come Coleridge ed Edgar Allan Poe; si spense nell’isolamento della sua casa parigina a Île de la Cité e circondato dai quadri che lui aveva abilmente copiato da quelli di alcuni grandi artisti contemporanei (come Picasso, Braque e Monet). Fino alla fine non l’hanno mai abbandonato quel silenzio e quell’arte diventati simbolo di ogni sua pubblicazione.

Per saperne di più:

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Titolo: Il silenzio del mare
Editore: Einaudi
Lunghezza: 46 pagine
Prezzo: 9,50 euro
Trama: Diffuso in Francia come libro clandestino sotto l’occupazione tedesca, nel 1942, “Il silenzio del mare” è una breve narrazione che si svolge tra le quattro mura di un salotto, ma è soprattutto la storia della muta resistenza che fu la prima forma di opposizione francese all’invasore tedesco. Tradotto in ventuno lingue è divenuto ovunque un racconto-simbolo della virtù eroica dell’intransigenza, che può sbocciare anche nel più umile degli esseri umani.
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La leggenda di Halloween: dolcetto o scherzetto?

L’origine di Halloween è un “problema” ancora tutt’oggi, soprattutto tra quelli convinti che questa festa sia una tradizione prettamente americana. La verità è che in America ci è arrivata solo per importazione dall’Europa, anche se va riconosciuto che nel continente a stelle e strisce ormai rappresenta uno dei momenti più attesi e sentiti dell’anno. “All Hallows’ Eve Day” (letteralmente “la notte di Ogni Santi” e che poi è stato contratto in Halloween) coincide infatti con la ricorrenza cristiana che viene festeggiata il 1º novembre e anche con quella che, nell’Irlanda dei Celti, veniva chiamata “Samhain”. Ma cosa era il momento dello Samhain? Nella tradizione celtica rappresentava semplicemente la fine dell’estate, ossia la chiusura di un ciclo di produttività dato da mesi dediti alla pastorizia e al lavoro nei campi. Per capire meglio l’importanza di questo evento bisogna pensarlo come a una sorta di Capodanno in cui terminava la stagione calda e luminosa (l’estate) e ci si addentrava in quella fredda e buia (l’inverno), quest’ultima passata prevalentemente in casa a raccontarsi storie e leggende di vario genere. Lo Samhain era un momento di transizione, e come ogni rituale che si rispetti si rivestiva in automatico anche di poteri magici, tra questi la credenza che tra il mondo dei vivi e quello dei morti scattasse un corto circuito e avvenisse una sorta di contatto. Non è un caso probabilmente che l’argomento principale dei racconti fossero proprio i defunti: così come la natura stava morendo e deperendo intorno agli uomini, allora diventava lecito parlare dei morti e di ciò che si stava riposando sotto terra, creando così una sorta di fusione tra aldilà e mondo terreno.

I limiti che separano un anno dall’altro diventano limitati. Rappresenta un periodo di viaggi interni e profondi. I semi sono sotto terra. Si festeggiava il festival celtico di Samhain. In Grecia Persefone era già nell’inframondo e in Egitto Osiride si era già ritirato nel mondo dei morti. I romani dedicavano questa notte a Ecate. I celti celebravano l’anno nuovo e l’inizio dell’oscurità. È il momento in cui gli umani possono stabilire un vincolo con l’aldilà. La linea che separava il mondo dei morti da quello dei vivi diventava quasi impercettibile. Per questa ragione si invitavano i famigliari defunti e si scacciavano gli spiriti nocivi. (Laboratorio di scrittura e magia, Patricia Sánchez-Cutillas)

Questo “ritorno” dei morti tra i vivi era vissuto in diversi modi, ma il più celebre – e conosciuto ancora oggi – vedeva il rinnovo dello storico patto attraverso la frase “dolcetto o scherzetto”. Durante questi giorni, infatti, era usanza posizionare fiaccole e cibo fuori dalle abitazioni in modo che le anime dei defunti non fossero tentate di fare scherzi ai viventi. Da una parte c’era quella che nella leggenda prendeva il nome di soul cake (torta dell’anima) per cui ogni fetta corrispondeva una preghiera per un morto; dall’altra invece si trovava il gioco ludico del travestimento che doveva servire a scacciare gli spiriti maligni dalla città. A questi si aggiungeva poi anche la leggenda di Jack O’Lantern e della storia che ha portato all’usanza della zucca intagliata e illuminata dalla luce di una candela. 

Halloween è quindi una festa nata in Europa che, però, rappresenta per molti la festa simbolo dell’America: ma come è arrivata negli Stati Uniti? Verso la metà del XIX secolo l’Irlanda, a seguito di una malattia che devastò le coltivazioni di patate, fu investita da una terribile carestia; per sfuggire alla povertà molte persone decisero di abbandonare l’isola e di tentare la fortuna negli Stati Uniti. Qui le comunità irlandesi mantennero vive le tradizioni e i costumi della propria patria, tra cui Halloween, che ben presto si diffuse tra il popolo americano, e il cui simbolo è una zucca nella quale sono intagliati gli occhi, il naso e la bocca. (Tutti in festa: antropologia della cerimonialità, Laura Bonato)

Si racconta che nella notte di Ognissanti il fabbro irlandese Stingy Jack fece un incontro molto particolare: alla fine di una serata piena di alcool, infatti, s’imbatté nel Diavolo desideroso di impossessarsi della sua anima. Nonostante il suo stato d’ebbrezza, l’uomo riuscì a dimostrarsi comunque il più furbo tra i due, riuscendo nell’impresa di ricevere l’ultimo desiderio di una bevuta. Il Diavolo decise di agevolare l’ubriacone trasformandosi in una moneta, ma quel gesto altruista diventò anche la sua condanna, tant’è che si ritrovò imprigionato dal furbo Jack che lo infilò nel suo portafoglio in compagnia di un crocefisso d’argento (un simbolo religioso che gli impediva di riacquisire la sua forma originale). A questo punto al Diavolo rimase solo un’unica alternativa, non senza un certo disappunto: posticipare nel tempo la presa dell’anima dell’uomo sperando di essere più fortunato negli anni a venire. Ripresentandosi nuovamente nella notte di Ognissanti, la furbizia di Jack non mancò ancora una volta di manifestarsi “incastrando” il suo infernale nemico all’interno di un albero sul quale aveva inciso una croce e su cui il Diavolo era salito per poter prendere una mela. All’ennesima umiliazione, i due arrivarono all’accordo di lasciarsi in pace a vicenda; la serenità di Jack, però, non durò a lungo e il suo brutto vizio di bere non gli lasciò scampo. Arrivato all’Inferno, luogo a cui era stato destinato dopo una vita passata tra peccati e provocazioni, il “padrone di casa” pensò di dargli il ben servito cacciandolo e condannandolo a vagare in cerca di un luogo in cui potesse finalmente trovare riposo. Il Diavolo, però, vedendo che l’uomo doveva percorrere una strada completamente buia, decise di aiutarlo lanciandogli un tizzone ardente in modo che potesse illuminarsi la via. Per chissà quale curiosa ragione, Jack aveva con sé una rapa, e all’occorrenza decise di inciderla e trasformarla in una sorta di lanterna. Non ci è dato sapere se l’uomo sia mai riuscito a trovare la sua destinazione, ma da allora Jack O’Lantern viene rappresentato proprio con una zucca su cui c’è intagliato un volto.

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Ad Halloween si legano poi altre declinazioni, come ad esempio quella dell’esercito dei morti. Per capire meglio questo concetto bisogna fare una piccola premessa: al XII secolo risale anche “l’invenzione” del Purgatorio, ossia quello spazio intermedio tra la dimora definitiva (Inferno o Paradiso) e il mondo dei vivi. Un aspetto non di poco conto se si pensa che, a partire da quel momento, anche la letteratura ecclesiastico-religiosa cominciava ad ammettere l’esistenza di leggende che riguardavano proprio i defunti, una tra tutte quella della “Familia Harlechini” o “Masnada Infernale”. In questa storia sono molti gli aspetti particolari, soprattutto i riferimenti di cui si fa portatrice. Herle King (quello che poi sarebbe diventato Arlecchino nella Commedia dell’Arte) non era altro che il capo di questo esercito che compariva in momenti e spazi precisi: durante la notte o anche a mezzogiorno, ossia il momento della giornata in cui non viene proiettata alcuna ombra, e all’interno di una foresta, il luogo irrazionale e barbaro per eccellenza. Se da una parte questi temi letterari sono convertititi tutti in quella che è stata chiamata “materia bretone”, dall’altra ha permesso di interpretare il Medioevo anche come espressione di un periodo tenebroso in cui il ritorno dei morti portava non solo a uno sconvolgimento della società, ma anche all’idea che quest’ultimo potesse decidere se rendersi responsabile di abbondanze o carestie. Certe storie avevano un impatto enorme sulla popolazione: ciò che a quei tempi permeava all’interno delle menti come vera e propria convinzione, oggi invece è diventata leggenda risultando, perciò, affascinante per chiunque ne entri in contatto.

Un libro per Halloween:

Paese d'ottobre

Titolo: Paese d’ottobre
Autore: Ray Bradbury
Editore: Mondadori
Lunghezza: 330 pagine
Prezzo: 10 euro
Trama: Mentre creava le “Cronache marziane”, Bradbury scrisse anche una serie di novelle ambientate nei luoghi della sua infanzia, le piccole cittadine dell’immutabile Middle West agricolo. E a queste ‘cronache terrestri’ diede il titolo di “Paese d’ottobre”, perché in ottobre la luce del sole declina facendo sfumare gli oggetti quotidiani tra le ombre ed è allora che, dietro le apparenze più comuni, ci è dato di vedere il fatto straordinario che spalanca la possibilità di realtà misteriose e di mondi diversi, nascosti dietro la facciata sonnacchiosa della provincia americana.
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“1984”: Big Brother is watching you

Eric Arthur Blair, il vero nome di George Orwell, ha scritto Nineteen Eighty Four nel 1949, poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale e in un periodo ancora piuttosto provato dai danni causati dai regimi totalitari. In questo romanzo, la storia non è affatto un elemento da sottovalutare, piuttosto assume un’importanza rilevante per tutti quei riferimenti che permettono di fare dei parallelismi tra quanto è davvero accaduto e quanto, invece, è stato immaginato dalla mente dell’autore. La propaganda, la spersonalizzazione dell’individuo, la polizia segreta, il culto della personalità e l’odio, infatti, sono solo alcuni degli elementi che avvicinano 1984 a quella parte buia del Novecento, e che Orwell cerca di riportare alla luce con una storia sia distopica sia dispotica. Sebbene lo scrittore, fin dalle prime righe, ci getti in una temporalità ambigua, non è difficile, per il lettore, distinguere in quell’occhio vigilante del “Grande Fratello” un potere dittatoriale, subdolo e spietato.

LA GUERRA È PACE
LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ
L’IGNORANZA È FORZA

Prese dalla tasca una moneta da venticinque centesimi. Anche qui, in caratteri chiari e netti, erano incisi gli stessi slogan. Sul rovescio, la testa del Grande Fratello, i cui occhi anche qui parevano seguirvi. E lo steso valeva per i francobolli, le copertine dei libri, gli stendardi, i manifesti, i pacchetti di sigarette. Quegli occhi vi seguivano ovunque e ovunque vi avvolgeva la stessa voce. Nella veglia o nel sonno, al lavoro o a tavola, in casa o fuori, a letto o in bagno, non c’era scampo. Nulla vi apparteneva, se non quei pochi centimetri cubi che avevate dentro il cranio.

Nel romanzo, il mondo – o meglio, quello che ne resta – è totalmente in mano a dei teleschermi che tutto guardano e tutto controllano. Non ci sono più continenti o identità, ma solo tre grandi super potenze in perenne guerra tra loro: Oceania, Eurasia ed Estasia. Tre sono anche le parti in cui è diviso questo libro, una sorta di macro capitoli che racchiudono, in un crescendo di esasperazione, ogni forna di repressione e negatività.

Era una luminosa e fredda giornata d’aprile, e gli orologi battevano tredici colpi. Winston Smith, tentando di evitare le terribili raffiche di vento col mento affondato nel petto, scivolò in fretta dietro le porte di vetro degli Appartamenti Vittoria: non così in fretta, tuttavia, da impedire che una folata di polvere sabbiosa entrasse con lui. L’ingresso emanava un lezzo di cavolo bollito e di vecchi e logori stoini. A una delle estremità era attaccato un manifesto a colori, troppo grande per poter essere messo all’interno. Vi era raffigurato solo un volto enorme, grande più di un metro, il volto di un uomo di circa quarantacinque anni, con folti baffi neri e lineamenti severi ma belli.

Protagonista di questo contesto è Winston Smith, un uomo che “sopravvive” in una Londra ingrigita dal potere del Grande Fratello, così è chiamato il “carceriere” che vigila e guida le esistenze di tutti, “colui” che non si vede ma c’è. Il modello temporale adottato da Orwell è quello dell’assurdità: il romanzo si apre con tredici colpi d’orologio, proiettando la storia in un presente astorico e in un mondo paradossale che ha anche stravolto la nozione di tempo così come la conosciamo. 

Giorno dopo giorno, anzi quasi minuto dopo minuto, il passato veniva aggiornato. In tal modo si poteva dimostrare, prove documentarie alla mano, che ogni previsione fatta dal Partito era stata giusta; nello stesso tempo, non si permetteva che restasse traccia di notizie o opinioni in contrasto con le esigenze del momento. La storia era un palinsesto che poteva essere raschiato e riscritto tutte le volte che si voleva. In nessun caso era possibile, una volta portata a termine l’opera, dimostrare che una qualsiasi falsificazione avesse avuto luogo.

Per poter funzionare, questo controllo capillare ha bisogno di alcuni significativi elementi: il bipensiero, la semplificazione del linguaggio e, soprattutto, la falsificazione del passato. Winston Smith, infatti, lavora in quello che viene chiamato “Ministero della Verità” e il suo compito è l’alterazione sistematica degli eventi successi per adeguarli al presente: non solo viene meno il rapporto causa-effetto, ma la storia diventa una sorta di narrazione continuamente alterabile e su cui non si può fare più nessun affidamento. Questo non solo per quanto riguarda la cronaca, ma anche per la fotografia (il mezzo che più di tutti dovrebbe archiviare la realtà così come è) e per i libri (riscritti e scartati a seconda del genere).

Tutto svaniva nella nebbia. Il passato veniva cancellato, la cancellazione dimenticata, e la menzogna diventava verità. Una volta sola in vita sua aveva posseduto (dopo che l’evento si era verificato, ed era questo che contava) la prova materiale e incontrovertibile di un atto di falsificazione. L’aveva tenuta stretta fra le dita per ben trenta secondi doveva essere stato il 1973 o, in ogni caso, quando lui e Katharine si erano separati, anche se la data veramente rilevante risaliva a sette, forse otto anni prima.

Cosa accade in questo scenario? C’è il tentativo di ribellione di Winston Smith. La sua “sfida al sistema” prende le mosse da alcune scelte particolari, prima tra tutte la scrittura di un diario. Niente di tecnologico come si potrebbe pensare in un mondo dominato da macchine e dispositivi elettronici, ma ancora su carta e penna, attraverso un vecchio quaderno che rappresenta non solo uno sfogo personale, ma anche – e soprattutto – il recupero dell’individualità del protagonista. Questo diario è per Winston una sorta di seduta psicoanalitica, un resoconto della sua esistenza che mira a non andare perduta definitivamente come invece accade con i fatti della storia. Quella che, però, dovrebbe essere un’esperienza liberatoria, si trasforma invece nell’inizio della sua fine, ossia nell’inaspettato assoggettamento orchestrato dal Grande Fratello stesso. In questa ribellione prende posto anche un altro importante personaggio del romanzo: la lasciva Julia che, con il suo corpo, non solo attrae Winston Smith trasportandolo in un mondo di sensazioni altrimenti represse, ma si pone anche come nemica di questa Londra regimentata. La loro relazione sfida le leggi; la sessualità all’interno di 1984, infatti, è la stessa che si incontra in molti altri romanzi distopici: senza piacere, affetto o desiderio – giudicati inutili -, ma vista solamente con fini procreativi. 

Era di notte, sempre di notte, che vi venivano a prendere. La cosa migliore era uccidersi prima che vi arrestassero, e certamente molti lo facevano: diverse sparizioni misteriose erano in realtà altrettanti suicidi. Ci voleva però un coraggio disperato per uccidersi in un mondo in cui era impossibile procurarsi un’arma da fuoco o un veleno rapido e sicuro. Pensò, provando una sorta di stupore, all’inutilità biologica del dolore e della paura, e al tradimento del corpo, che puntualmente si immobilizza in un’accidia mortale tutte le volte in cui è necessario produrre uno sforzo straordinario. Avrebbe potuto ridurre al silenzio la ragazza dai capelli neri solo se avesse agito con sufficiente rapidità, ma era stato proprio il carattere estremo del pericolo in cui versava a sottrargli ogni energia. Lo colpì il pensiero che nei momenti di crisi non si combatte tanto contro un nemico esterno, quanto contro il proprio corpo.

Tutto sembra incominciare con un sogno disperato e folle, e quel Ci incontreremo là dove non c’è tenebra fa ben sperare in un sovvertimento del sistema. Il fatto che sia possibile cambiare le cose è un’idea concreta per gran parte del romanzo e Winston Smith appare come l’eroe in grado di farsi carico di questa difficile guerra al potere. L’incontro con O’Brien, in questo contesto, è un evento “illuminante” che sembra scoperchiare un mondo fatto di luce e libertà. Quest’ultimo, però, si rivela essere tutt’altro: non è affatto l’agente rivoluzionario seguace del sovversivo Goldstein che tutti credono, piuttosto un affiliato al Grande Fratello che, fin dall’inizio, ha ordito la rieducazione di Winston e Julia. Quello che ci sta trasmettendo George Orwell con questo romanzo è un messaggio assolutamente pessimistico e impotente: è il potere ad avere prodotto la trasgressione dei due protagonisti, ed è sempre il potere a tirare le redini di ogni loro azione o pensiero. Non c’è niente di autentico, nemmeno l’anima che pensiamo inalienabile. I due protagonisti prima vengono traditi e poi si tradiscono a vicenda: la temutissima “Stanza 101” è per loro una tortura psicologica in grado di scavare nel profondo dei loro esseri, ma anche un luogo in cui l’identità viene demolita e resa inerme.

«Che cosa c’è nella stanza 101?»
Il volto di O’Brien non mutò espressione. La sua risposta fu secca:
«Lo sai quello che c’è nella stanza 101, Winston. Tutti sanno che cosa c’è nella stanza 101.»
Alzò un dito in direzione dell’uomo in camice bianco. Era chiaro che la seduta era terminata. Un ago penetrò nel braccio di Winston, che quasi all’istante cadde in un sonno profondo.

Le bugie di O’Brien che fanno credere a Winston Smith di essere un membro della ribellione contro i Socing – tanto da affidargli addirittura il proibitissimo e segreto libro (Teoria e prassi del collettivismo oligarchico) del nemico numero uno del partito Emmanuel Goldstein -, si mescolano inevitabilmente a quelle perpetrate nei confronti degli eventi. In un certo senso, l’intento di Orwell è quello di materializzare nel suo romanzo tutti i modelli passati di potere per crearne uno nuovo che si incarni nella centralità dell’occhio, quasi come se questo passato ritornasse in una forma virtuale ed invasiva che non solo penetra nella vita privata, ma soprattutto buca la tela della storia riscrivendosi sotto un’altra forma. Lo scrittore non fa altro che prendere l’avanzamento tecnologico registrato dal progresso e dall’umanità per dimostrare quanto esso sia fallace e distorto perché produttore di un futuro che è solo apparentemente migliore. In una realtà che cancella le tracce del passato che è stato, ma anche l’identità delle persone, come si fa a trovare un motivo per poter  (soprav)vivere? Smith rinuncia a se stesso, a Julia, alla veridicità delle leggi matematiche («Tu devi dirmi che 2 + 2 = 5»), approdando così nella sconfitta e nello sconforto più totali. Arrivati alla fine di 1984 c’è solo un pensiero che occupa la mente del lettore: Winston Smith non è affatto l’eroe che pensava di essere, Winston Smith è un morto in vita che si è arreso al suo destino.

Alzò lo sguardo verso quel volto enorme. Ci aveva messo quarant’anni per capire il sorriso che si celava dietro quei baffi neri. Che crudele, vana inettitudine! Quale volontario e ostinato esilio da quel petto amoroso! due lacrime maleodoranti di gin gli sgocciolarono ai lati del naso. Ma tutto era a posto adesso, tutto era a posto, la lotta era finita. Era riuscito a trionfare su se stesso. Ora amava il Grande Fratello.

Curiosità. George Orwell è stato senz’altro lungimirante: ha ricordato ciò che è stato, ma ha anticipato anche ciò che sarebbe potuto essere. Basta poco per rendersi conto che l’intertestualità di cui è rivestito il suo romanzo è assolutamente straordinaria, e per capire che ogni frase rimanda inevitabilmente anche a qualcos’altro. Certo, 1984 è una grande lente d’ingrandimento che porta alla luce l’esagerazione dei regimi totalitari, ma pochi sanno che il suo successo è da attribuire soprattutto ad un altro romanzo scritto alcuni anni prima (nel 1937): sto parlando di Swastika Night di Katharine Burdekin (per leggere quanto ho scritto di questo testo in un articolo precedente, clicca qui). La scrittrice, infatti, oltre ad essere stata una donna anticonformista abbastanza nota negli anni Trenta e nella sua cerchia di letterati, era anche una assidua frequentatrice degli stessi circoli che ospiteranno George Orwell. Quest’ultimo non hai mai citato la scrittrice come sua fonte d’ispirazione, ma la vicinanza tra i due testi risulta davvero incredibile: prescindendo dalle differenze che riguardano per lo più le forme lessicali e di scrittura – il romanzo di Orwell è molto più elaborato -, sono tante piuttosto le coincidenze che li accomunano. In primis la “Londra” capitale dell’Oceania in 1984 e il protagonista di nazionalità inglese per quanto riguarda Svastika Night, oppure ancora gli slogan da una parte e le leggi fondamentali della società hitleriana dall’altra. Ma sulla base di cosa George Orwell ha plasmato la società londinese di 1984? Per rispondere a questa domanda bisogna fare un salto indietro fino 1791, quando il filosofo e giurista Jeremy Bentham progettò il Panopticon. Questo carcere ideale si fondava su due caratteristiche fondamentali: la visibilità e l’autodisciplina, favorite dalla struttura completamente aperta e iper sorvegliata. L’idea di Bentham, sostanzialmente, era quella di istituire un meccanismo per cui non servivano le punizioni corporali, ma la costante osservazione e la “paura” che arrivasse la punizione per un comportamento sbagliato. Niente violenza quindi, ciò che scoraggiava il carcerato a disubbidire era il fatto di non avere mai la certezza se qualcuno lo stesso osservando o meno. Eccolo, il Grande Fratello.

Parole chiave:

  • Distopia/Ucronia: è facile pensare a Nineteen Eighty-Four come al romanzo distopico per eccellenza. Un po’ meno scontato, invece, è considerare che il futuro in esso descritto, ossia un incerto 1984, per la nostra contemporaneità non rappresenti altro che un passato accaduto diversamente da quanto previsto, proiettando così tutta la trama sul livello di una ipotetica storia alternativa. Il futuro non troppo lontano di Orwell, appunto perché è già così abbondantemente alle nostre spalle, non rispecchia più qualcosa che potrebbe essere ancora perché considera una temporalità lontana e avanti a noi (come poteva essere quando l’autore lo ha scritto), ma qualcosa di già successo.
  • Fermacarte: una sfera di vetro con al centro un piccolo corallo. Questo oggetto, comprato nella bottega di un rigattiere poco fuori il centro della città, ha per Winston Smith un grande valore “affettivo”; di per sé non serve a niente, ma in una società completamente funzionalizzata come quella di 1984 rappresenta qualcosa di “diverso”, una sorta di microcosmo e di occhio attraverso cui il protagonista ricostruisce la sua sfera intima e privata.
  • Passato, presente e futuro: le tre temporalità che vengono sovvertite nel romanzo. Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato, recita lo slogan del partito e 1984 si può dire sia – oltre a tante altre cose – anche un grande apparato dell’oblio. I cosiddetti “buchi della memoria” servono anche a questo: a cancellare i ricordi, a mostrare quanto la memoria sia fallibile. Se il passato viene riscritto, il futuro non può essere altro che una costruzione tenuta insieme dai progetti del potere.
  • Due minuti d’odio: Orwell con il suo romanzo ci dice anche che non esistono lotte e alleanze reali, anche quelle scritte e rivalutate a seconda delle circostanze. In tale contesto, l’unico modello possibile è quello della paura, e la “guerra” serve solamente per indurre i cittadini a coalizzarsi contro un nemico comune: Goldstein.
  • La stanza 101: il luogo della tortura psicologica in cui Winston Smith e Julia vengono messi di fronte alle loro paure più grandi, una stanza accecante che rappresenta la soluzione alla ribellione del protagonista. Senza alcun dubbio il simbolo di 1984.

Voto: 5 segnalibri su 5

1984 - G. Orwell

Titolo: 1984
Autore: George Orwell
Editore: Mondadori
Lunghezza: 333 pagine
Prezzo: 14 euro
Trama: L’azione si svolge in un futuro prossimo del mondo (l’anno 1984) in cui il potere si concentra in tre immensi superstati: Oceania, Eurasia ed Estasia. Al vertice del potere politico in Oceania c’è il Grande Fratello, onnisciente e infallibile, che nessuno ha visto di persona ma di cui ovunque sono visibili grandi manifesti. Il Ministero della Verità, nel quale lavora il personaggio principale, Smith, ha il compito di censurare libri e giornali non in linea con la politica ufficiale, di alterare la storia e di ridurre le possibilità espressive della lingua. Per quanto sia tenuto sotto controllo da telecamere, Smith comincia a condurre un’esistenza “sovversiva”. Scritto nel 1949, il libro è considerato una delle più lucide rappresentazioni del totalitarismo.
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Un giorno al Vittoriale

La prima volta che ho visitato il Vittoriale degli Italiani ero alle superiori, ma poco mi ricordo di quell’uscita, se non che fosse una di quelle gite obbligate dal programma scolastico e quindi “una noia mortale mista all’opportunità di non stare sui libri per un giorno”. La seconda, invece, è stata poco tempo fa, durante un giro sul lago per far fronte alla calura estiva (ma non proprio andato a buon fine). In questa occasione ho realizzato una riflessione: è proprio vero che certe cose le si apprezza di più quando non si è costretti a capirle, o meglio, quando si ha la giusta maturità per comprenderle. In pratica: ogni cosa ha il suo tempo. Questo per dire che mai avrei pensato che dare una seconda possibilità al Vittoriale si potesse rivelare una nuova occasione per entrare in contatto con un mondo – quello Dannunziano – davvero interessante e “appariscente”. 

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Valentina Zanotto

Molti pensano che il Vittoriale descriva solamente la “casa” di Gabriele D’Annunzio, quella che viene chiamata anche “Prioria”. Invece no: Vittoriale è tutto, cioè l’intero complesso (di circa 9 ettari) formato da edifici, giardini, piazze e monumenti edificati proprio dal Vate in un periodo compreso tra il 1921 e il 1938. La particolarità di questo luogo sta certamente nel suo sembrare una piccola città situata sulle colline bresciane di Gardone Riviera. La presenza di alcuni elementi singolari non fa altro che “spettacolarizzare” tutto l’insieme, proprio come accade con la “nave militare Puglia”, una vera e propria imbarcazione situata nei giardini del Vittoriale e con la prua rivolta “simbolicamente” verso l’adriatico; a questa si aggiungono il “Mausoleo degli Eroi” con la tomba del poeta, un parco adornato da statue e piccole cascate che costeggiano la limonaia e il frutteto, ma anche raccolte di cimeli e percorsi che rendono la visita di quello spazio ancora più suggestiva. Ciò che, però, aveva tutta l’aria di essere la sua personalissima dimora, oggi invece si è trasformata in un vero e proprio museo a cielo aperto visitato ogni anno da migliaia di persone. A dirla tutta, D’Annunzio inizialmente aveva concepito questo luogo come una sorta di “casa vacanze”: le sue intenzioni, infatti, erano quelle di rimanere a Gardone solo per un breve periodo, giusto il tempo di trovare l’ispirazione e la tranquillità adeguate per terminare il componimento poetico del Notturno. Ciò viene spiegato anche da lui stesso in un frammento di lettera destinato alla moglie Maria Hardouin:

Ho trovato qui sul Garda una vecchia villa appartenuta al defunto dottor Thode. È piena di bei libri. Il giardino è dolce, con le sue pergole e le sue terrazze in declivio. E la luce calda mi fa sospirare verso quella di Roma. Rimarrò qui qualche mese, per licenziare finalmente il Notturno.

Prima di ospitare D’Annunzio, questa villa era appartenuta a Henry Thode, un critico d’arte tedesco a cui lo stato italiano aveva confiscato la residenza come risarcimento dei danni causati dalla Germania durante la Prima guerra mondiale. Le influenze del vecchio proprietario risultano visibili ancora oggi: non solo negli oggetti “artistici” di arredamento, ma soprattutto nella collezione di circa 30.000 libri che occupano quasi tutte le stanze della casa. Del complesso del Vittoriale, la Prioria è sicuramente lo spazio più simbolico ed evocativo, e questo lo dimostrano anche tutte le sale che la compongono. Più che una semplice visita a un importante monumento della storia e della letteratura italiane, entrare in questa casa è un vero e proprio viaggio iniziatico nel mondo e nella mente di Gabriele D’Annunzio. La sua personalità eclettica è manifesta già a partire dall’ingresso, diviso in due “entrate” a seconda che alla porta vi fossero ospiti graditi o meno (amici o visite ufficiali): la Stanza del mascheraio da una parte e l’Oratorio Dalmata dall’altra.

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Valentina Zanotto

La Stanza del mascheraio è così chiamata per via dei versi scritti sopra una delle pareti: Al visitatore / Teco porti lo specchio di Narciso? / Questo è piombato vetro. O Mascheraio. / Aggiusta la tue maschere / Al tuo viso ma pensa che / sei vetro contro acciaio. Che fossero delle parole destinate a delle persone invise al poeta è cosa certa, ma che tra queste ultime si potesse annoverare anche Benito Mussolini è una curiosità che pochi sanno. Questo, infatti, fu il messaggio che lo accolse, nel 1925, al suo ingresso al Vittoriale, una visita che non solo gli costò due ore di attesa, ma che sembrò anche mostrare quanto fosse “piccola” la sua personalità al confronto di quella del Vate.

Altre due stanze interessanti sono lo Scrittoio del Monco e l’Officina, entrambe ancora ricchissime di elementi simbolici. La prima era una sorta di saletta adibita al disbrigo della corrispondenza e che deve il suo nome alla scultura di una mano tagliata collocata sull’architrave della porta d’ingresso, accompagnata dalla citazione latina Recisa quiescit (“Tagliata riposa”). D’Annunzio non lasciava nulla al caso e queste due immagini accostate insieme dovevano significare solo una cosa: il poeta non poteva rispondere alle lettere di tutti quanti – soprattutto a quelle “scomode” -, perciò si era inventato di essere senza una mano e impossibilitato a scrivere. Ovviamente nulla di più falso, ma la sua simpatica storiella aveva il compito di allontanare i suoi tanti creditori (almeno per un po’). L’Officina, invece, era lo studio del poeta, un luogo solenne a cui si accedeva per mezzo di tre gradini che obbligavano il visitatore ad abbassarsi come a inchinarsi al cospetto del suo “genio”. All’interno, oltre a dei calchi della Nike di Samotracia e delle metope equestri, si trova anche un busto della celebre musa del Vate, l’attrice Eleonora Duse; il velo che le copre dolcemente il capo disegnando le sue forme doveva servire a non distrarre troppo lo scrittore durante la sua attività.

Completano la Prioria: La Stanza del Lebbroso, quella del Giglio, il Corridoio della Via Crucis, la Sala della reliquie e della Cheli (la zona da pranzo sul cui tavolo si trova il carapace di una tartaruga morta per indigestione nei giardini del Vittoriale e, in quel contesto, usata come monito per i commensali), la Veranda dell’Apollino, il Bagno Blu, la Zambracca, la Stanza della Musica e la Sala del mappamondo, quest’ultima una vera e propria biblioteca con circa 6.000 volumi dei circa 33.000 complessivi.

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Valentina Zanotto

Gabriele D’Annunzio aveva certamente una mente eclettica, ma anche piuttosto “complessata”. Entrare nella sua abitazione non significava solo prestare attenzione a ogni minimo dettaglio, ma soprattutto accostarsi a una personalità che non mancava di registrare qualche nota problematica, come ad esempio il suo essere ipocondriaco e fotofobico (una condizione, quest’ultima, spiegata anche dall’oscurità generale che avvolge la Prioria). Il carattere – diviso tra sacro e profano – del poeta lo si coglie in ogni oggetto che occupa la sua casa un po’ “sopra le righe”. Anche se indebitato fino al collo, D’Annunzio è riuscito a creare un luogo in cui nessun elemento è lasciato al caso e le sue passioni (in primis Dante e Michelangelo) sono continuamente riproposte e riportate in vita. Ma non solo: egli aveva progettato un’esistenza che sarebbe dovuta andare ben oltre la sua Prioria attraverso il progetto dello Schifamondo, un edificio affiancato a quello “ufficiale” che sarebbe dovuto diventare la nuova residenza del Vate, ma mai ultimato perché interrotto dalla sua morte (avvenuta il 1° marzo del 1938, quando il poeta venne ritrovato dai suoi domestici riverso sullo scrittoio che anticipava la sua stanza da letto). Oltre al Vittoriale, non bisogna affatto dimenticare il suo enorme lascito culturale. D’Annunzio è stato uno dei maggiori esponenti del decadentismo italiano ed europeo: sulle ceneri della crisi sociale e umana in atto, infatti, lo scrittore fa del “mito dell’estetismo” una cifra importante del suo essere, nonché un aspetto caratterizzante della sua produzione letteraria. Dotato di una personalità smisurata e poliedrica, quello dannunziano è stato uno stile in grado di toccare diverse forme espressive (anche il giornalismo mondano). Tra tutte, però, lo scrittore ha sempre preferito la poesia lirica, probabilmente l’unica in grado di dare “giustizia” al suo desiderio di meditazione ed eleganza. Attorno a quest’ultima si può dire ruoti la maggior parte delle sue opere letterarie, un tripudio di emulazione, classicismo, ma anche di forte innovazione. Impossibile non cogliere nelle sue opere la vastità dei suoi interessi culturali, soprattutto la singolare capacità di farsi carico – e quindi di rielaborare – le tendenze letterarie e filosofiche con cui entra in contatto. Si può dire tutto di D’Annunzio, ma non che non fosse una personalità in grado di unire l’eccentricità con la continua esplorazione. 

Per saperne di più:

Il piacere - D'Annunzio

Titolo: Il piacere
Editore: Mondadori
Lunghezza: 382 pagine
Prezzo: 11 euro
Trama: Pubblicato nel 1889, questo romanzo affonda le proprie radici nella società decadente di fine secolo. Ambientato a Roma, narra gli amori e le avventure mondane del giovane Andrea Sperelli. Poeta, pittore, ma soprattutto raffinato artefice di piacere, Andrea è però tormentato dal ricordo di una relazione complicata, troncata bruscamente, che non riesce a dimenticare.
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Notturno - G. D'Annunzio

Titolo: Notturno
Editore: Rizzoli
Lunghezza: 345 pagine
Prezzo: 8,90 euro
Trama: Amore, morte e dolore sono i temi di questa intensa confessione lirica, scritta quando, in seguito a una grave ferita di guerra, D’Annunzio è costretto a indossare una benda su entrambi gli occhi, che lo condanna a una temporanea cecità e a una immobilità pressoché totale. Eppure il poeta non rinuncia a scrivere. In una sorta di divinazione, annota su sottili strisce di carta “Visioni immense affluenti dal cervello all’occhio ferito, trasformazioni verbali della musica”. Cosi s’intrecciano i ricordi dell’infanzia e della madre, l’esaltazione eroica delle imprese di guerra, il rimpianto per i compagni morti valorosamente, l’affetto per la figlia Renata e il presente della malattia. Un’opera sorprendente, che ci rivela un D’Annunzio commosso, ripiegato su se stesso, lontano dalla tensione superomistica delle liriche e dei romanzi.
Per acquistarlo: clicca qui 

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Titolo: Primo vere
Editore: Carabba
Lunghezza: 146 pagine
Prezzo: 13 euro
Trama: “Primo vere”, qui riproposto nell’edizione del 1879, segnò il noviziato poetico del sedicenne d’Annunzio. Ottenne numerosi consensi e il plauso di Giuseppe Chiarini che riconosceva al giovane “attitudini alla poesia non comuni”. Inoltre, vi si scorgono motivi caratteristici del d’Annunzio più maturo.
Per acquistarlo: clicca qui 

Le vergini delle rocce - G. D'Annunzio

Titolo: Le vergini delle rocce
Editore: BUR
Lunghezza: 195 pagine
Prezzo: 10 euro
Trama: L’aristocratico musicista Claudio Cantelmo abbandona Roma e si ritira nella sua antica dimora nell’Agro romano per sfuggire alla dominante meschinità dell’Italia post-risorgimentale e piccolo-borghese. In cerca di una donna adatta al suo rango, con cui condividere il suo disegno e generare il futuro Re di Roma, si imbatte in tre sorelle: Violante, avvenente e sensuale; Anatolia, piena di generosa energia; la dolce e fragile Massimilla, vocata alla monacazione. Ispirato dall’opera del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche e dal tema del superuomo, Le vergini delle rocce con il suo culto del “dominatore” provoca nella coscienza del lettore moderno un misto di ilarità e sdegno, ma finisce inconsapevolmente col negare il superomismo, creando un eroe perplesso fino allo scacco, vittima della sua stessa follia.
Per acquistarlo: clicca qui

Poesie

Titolo: Poesie
Editore: BUR
Lunghezza: 657 pagine
Prezzo: 15 euro
Trauma: Voce controversa dell’Italia nuova, figura eminente del panorama letterario europeo, d’Annunzio deve essere ancora interrogato. Nell’alchimia dei suoi versi, infatti, la moderna esperienza del Simbolismo europeo si incontra con Dante e dà vita a un’antropologia poetica in grado di rilanciare il “sogno oscuro” delle leggende originarie. Così la sua memoria prodigiosa di simboli e miti riesce, negli anni segnati dall’avvento traumatico della società di massa, a oltrepassare l’alternativa fra cultura alta e cultura popolare e a porsi come momento non eludibile della nostra storia letteraria. Questa raccolta, affiancando testi dispersi e rari ai componimenti più noti, invita a una riconsiderazione dell’avventura poetica dannunziana nel suo significato molteplice ma intimamente unitario.
Per acquistarlo: clicca qui

Per consultare la bibliografia completa di Gabriele D’Annunzio, cliccate qui.

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Appuntamento con l’autore: Emily Brontë

Emily Bronte

Immagine presa dal web

Autrice di un solo romanzo, Cime Tempestose, ma ricordata come “la più famosa” tra le sue sorelle: questa è Emily Jane Brontë, nata a Thornton il 30 luglio del 1818 da Patrick e Maria Branwell. In origine, il cognome del padre era Brunty (o Branty), ma la sua grande ammirazione per Nelson, nominato appunto duca di Brontë da Ferdinando di Borbone per il ruolo avuto durante la repressione della rivoluzione napoletana, lo portò a cambiarlo per replicare quello dell’ammiraglio. Dopo aver intrapreso la carriera da curato ed essere diventato reverendo di Haworth, Patrick Brontë decide di stabilirsi nella cittadina insieme alla sua famiglia per prestare al meglio il suo servizio. Emily era l’ultima di sei figli (o la quinta, secondo altre fonti): la particolarità della sua numerosa famiglia non stava solamente in un saldo “legame fraterno” – contribuito dalla poca differenza d’età -, ma anche nel loro essere così “letterariamente” indissolubili da risultare una cosa sola pure per i critici impegnati a costruire le loro biografie. Impossibile, perciò, parlare di uno dei fratelli Brontë senza nominare anche gli altri, soprattutto Charlotte e Anne. Emily, però, è la più sofferente e “gotica” tra tutti, probabilmente senza volerlo. Il dolore che trascina con sé e nella sua scrittura è causato dai dispiaceri di una vita che non le ha riservato molte soddisfazioni, se non post mortem: prima la scomparsa prematura della madre, poi lo spettro della tubercolosi – la terribile malattia che colpirà anche lei a soli trent’anni e decimerà la sua famiglia -, passando anche attraverso la dipendenza dall’alcool e dall’oppio del fratello minore Branwell. Nonostante questo, l’educazione non è mai mancata in casa Brontë, soprattutto se consideriamo l’importanza attribuita dal padre alla cultura. Quest’ultimo, infatti, non solo iscrive i suoi ragazzi alla biblioteca “iniziandoli” anche al culto dei libri e delle riviste, ma si affida anche a capacissimi maestri laddove ce ne fosse stato il bisogno, come ad esempio nel caso del disegno e della musica. Nel 1842, insieme alla sorella Charlotte, Emily si trasferisce a Bruxelles per guadagnarsi da vivere con la professione di insegnante: lontano dalla sua cittadina, però, la ragazza dura solo qualche mese e ben presto prova nostalgia delle brughiere che l’hanno cresciuta. I frutti della sua predisposizione non tardano ad arrivare: il suo approccio all’attività scrittoria nasce e cresce quasi per gioco, quando il padre regala a Branwell dei soldatini di legno e la sorella li trasforma in personaggi che attraversano storie tormentate e passionali. Tra le sue letture preferite ci sono Walter Scott, Wordsworth, Shakespeare, ma soprattutto i romanzi gotici, dei riferimenti che le torneranno utili nel 1845, anno in cui comincerà la stesura del suo famosissimo Wuthering Heights. 

La libertà era il soffio delle narici di Emily; senza di essa moriva. Il cambiamento dalla sua casa a una scuola, e dalla sua vita molto silenziosa, molto reclusa, ma senza restrizioni e senza artifici, a una routine disciplinata  […] era quel che non riuscì a sopportare. La sua natura si dimostrò qui troppo forte per la sua fermezza.                                

Se fosse possibile descrivere Emily Brontë in poche e semplici parole, probabilmente sarebbero “spirito orgoglioso e libero”. Lo si capisce dal suo essere restia al lavoro abitudinario come insegnante/istitutrice, ma anche dal suo legame viscerale con quanto scrive e alla sua diffidenza nel farlo leggere a qualcuno: sarà sua sorella Charlotte a convincerla a pubblicare le sue poesie – sotto lo pseudonimo maschile di Ellis Bell -, come anche a spingerla ad approcciarsi alla scrittura di un romanzo.

Più felice sono quanto più lontana
porto l’anima mia dalla sua casa di creta
in una notte di vento quando la luna è chiara
e gli occhi vagano tra mondi di luce

quando io non sono e nessuno è accanto
né terra, né mare, né limpido cielo
solo spirito che vaga senza confini
nell’immenso infinito.

Lo scetticismo di Emily sembra quasi una profezia: la sua fortuna, infatti, non decolla, e sicuramente non vivrà abbastanza a lungo per cominciare a goderne. Questo insuccesso, col senno di poi, è particolarmente ingiusto: ma perché Cime tempestose ha faticato così tanto a essere accettato nella società ottocentesca in cui vive la sua autrice? La risposta va trovata soprattutto nelle tematiche affrontate nel romanzo che non si accordano affatto alla moralità dell’epoca, un po’ tanto bigotta da riflettersi, in un certo senso, nel bisbetico domestico Joseph raccontato proprio tra le pagine di Wuthering Heights. La critica del tempo non si è particolarmente risparmiata nel giudicarla un’opera quasi blasfema, complici anche le presenze fantasmali, gli elementi gotici e il ruolo inconsueto affidato alla morte. La Brontë non sembra affatto spaventata da quest’ultima, piuttosto la racconta come parte integrante di un disegno molto più ampio e che prescinde la vita stessa, questo forse anche per i lutti che vive sulla sua pelle. In Cime tempestose, infatti, la morte non è raccontata come un elemento fine a se stesso, ma come qualcosa che si scrive e riscrive continuamente in rapporto a un’esistenza intensa e tormentata: quella di Emily in primis, ma anche quella dei protagonisti che racconta nel suo romanzo.

Il mio amore per Linton è come il fogliame nei boschi: il tempo lo cambierà, ne sono consapevole, come l’inverno cambia gli alberi. Il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi: una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff! Lui è sempre, sempre, sempre nella mia mente: non come una gioia, non più di quanto io lo sia per me stessa, ma come il mio stesso essere. Quindi non parlare più di separazione: non è possibile.

La fredda e cupa brughiera dello Yorkshire fa da sfondo a un amore tragico e allo stesso tempo passionale, quello di Catherine e Heathcliff. L’odio e l’amore si mescolano continuamente in una trama quasi minacciosa, ma solo in apparenza: lo spettro che fa visita al (primo) narratore Mr. Lockwood durante una notte tormentata non deve affatto spaventare, ma ha tutta l’aria di essere uno spirito che cerca invano di raggiungere la sua redenzione. Il sogno e l’incubo, la vita e la morte, il paradiso e l’inferno sono solo alcune delle dicotomie che percorrono tutto il romanzo in un crescendo di sentimenti che prende respiro solo sul finale, quando sembra essere Cathy – figlia della protagonista e chiamata come lei proprio in suo onore – a coronare il sogno d’amore di cui si era mostrata incapace la madre.

Ma il signor Heathcliff è in singolare contrasto con la sua dimora e il suo stile di vita. Ha l’aspetto di uno zingaro dalla pelle scura, l’abito e i modi di un gentiluomo; di un gentiluomo, intendo, come lo sono molti signorotti di campagna. Piuttosto trasandato, forse; tuttavia la sua trasandatezza gli si addice poiché ha un portamento fiero e un bel viso; e senza dubbio scontroso: qualcuno potrebbe immaginare in lui un certo rozzo orgoglio plebeo. Ma qualcosa in me, che vibra all’unisono con lui, mi dice che non si tratta di questo; so per istinto che il suo riserbo nasce dalla ripugnanza per le eccessive effusioni del sentimento, per le reciproche testimonianze di cortesia. È un uomo capace di amare e odiare senza mostrarlo, e di giudicare un’impertinenza essere a sua volta amato o odiato.

Se Catherine rappresenta il candore e la libertà, Heathcliff simboleggia piuttosto l’orgoglio e la restrizione data dalla sua bassa estrazione sociale. Lui è l’inferno, il diavolo tentatore che si fa artefice di azioni discutibili pur di raggiungere il suo fine, la detonazione che rende distruttiva anche la sua amata Catherine. I due sono l’una l’opposto dell’altro, eppure si attraggono, si cercano, si annullano. Tutto sembra andare bene fino a quando fra di loro non si frappone la vendetta, la stessa che porterà alla morte della protagonista e, di riflesso, anche dello stesso Heathcliff. Sono una persona in due corpi, carne e spirito che si incontrano in una sola anima e allo stesso tempo si ritraggono. Questa è la storia di un amore un po’ atipico che troverà pace solamente sul finale, ma anche delle vite degli altri personaggi che crescono dalle radici dei due protagonisti. Ne sono un esempio Cathy e Hareton, i quali seguono il percorso inverso dei loro predecessori: passano dalla tensione alla “stabilità”, ma soprattutto sembrano imparare dagli errori di cui non sono colpevoli e che vivono comunque sulla loro pelle. Ma perché Catherine e Heathcliff non sono stati in grado di abbattere lo stesso muro? Semplice: sono guidati dalla pura irrazionalità, quella di un amore confuso e forte che non ha bisogno di regole, solo di gesti estremi. Emily Brontë, però, fa molto di più: prende questa irrazionalità e la ribalta totalmente creando un romanzo strutturato in maniera razionale, a partire da quei 34 capitoli occupati per metà dalle due generazioni di personaggi e a cui aggiunge un prologo e un epilogo della stessa lunghezza.

Mia sorella Emily non era persona di carattere espansivo, né una nei recessi della cui mente e animo anche coloro che le erano più vicini e più cari potessero entrare impunemente senza il suo consenso […]. Nella natura di Emily sembravano incontrarsi gli estremi del vigore e della semplicità. Sotto una cultura non sofisticata, gusti semplici e un’esteriorità senza pretese, covava un segreto potere e un fuoco che avrebbe potuto illuminare il cervello e accendere le vene di un eroe […]. La sua volontà non era molto malleabile, e in generale andava contro il suo interesse. Il suo temperamento era magnanimo, il suo spirito assolutamente inflessibile.

Riflettendo su questa nota scritta dalla sorella Charlotte Brontë, sorge spontaneo chiedersi una cosa: quanto di Emily stiamo leggendo in Wuthering Heights? Forse tanto – come il parallelismo tra Hindley Earnshaw e Branwell, rispettivamente fratelli di Catherine e Emily, che sperimentano entrambi i problemi dell’alcool – o almeno stiamo entrando in contatto con i suoi desideri più reconditi, quelli che una morte precoce (avvenuta il 19 dicembre del 1848) non le ha permesso di vivere appieno. Il suo carattere sembra proprio essere a metà tra quello di Catherine e Heathcliff, sebbene la Brontë, da abile scrittrice, sia stata in grado di esasperarlo per creare due personaggi intramontabili della letteratura.

Per saperne di più:

Cime tempestose - E. Brönte

Titolo: Cime tempestose
Autore: Emily Brontë
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 428 pagine
Prezzo: 9,50 euro
Trama: Un romanzo in cui domina la violenza sugli uomini, sugli animali, sulle cose, scandito da scatti di crudeltà sia fisica sia, soprattutto, morale. Un romanzo brutale e rozzo – sono gli aggettivi utilizzati dalla critica dell’epoca – che scuoteva gli animi per la sua potenza e la sua tetraggine e che narra il consumarsi di un’inesorabile (sino a un certo punto) vendetta portata avanti con fredda meticolosità dal disumano Heathcliff. ‘Cime tempestose’ è un romanzo selvaggio, originale, possente, si leggeva in una recensione della ‘North American Review’, apparsa nel dicembre del 1848, e se la riuscita di un romanzo dovesse essere misurata unicamente sulla sua capacità evocativa, allora “Wuthering Heights” può essere considerata una delle migliori opere mai scritte in inglese. Tomasi di Lampedusa esprimeva il suo entusiastico e ammirato giudizio su Cime tempestose: ‘Un romanzo come non ne sono mai stati scritti prima, come non saranno mai più scritti dopo. Lo si è voluto paragonare a Re Lear. Ma, veramente, non a Shakespeare fa pensare Emily, ma a Freud; un Freud che alla propria spregiudicatezza e al proprio tragico disinganno unisse le più alte, le più pure doti artistiche. Si tratta di una fosca vicenda di odi, di sadismo e di represse passioni, narrate con uno stile teso e corrusco spirante, fra i tragici fatti, una selvaggia purezza.
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Alla ricerca del piatto perduto: Frisella condita

Frisella condita

Valentina Zanotto

Ingredienti (per 4 persone):
8 friselle (io le ho scelte integrali)Ranocchi sulla luna e altri animali - P. Levi
are con il basilico spezzettato a mano, condire con dell’olio e.v.o. e dare una bella mescolata. L’ideale sarebbe lasciare insaporire le friselle per una mezz’oretta; se volete servirle in una maniera simpatica, utilizzate dei barattoli con chiusura ermetica.

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro:

Il luogo più interessante era il torrente, a cui mia madre ci portava tutte le mattine, a prendere il sole e a diguazzare nell’acqua limpida mentre lei lavorava a maglia all’ombra di un salice. Lo si poteva guadare senza pericolo da sponda a sponda, e albergava animali mai visti. Sul fondo, strisciavano insetti neri che sembravano grosse formiche […]. A mezz’aria si libravano libellule meravigliose, dai riflessi turchini, metallici; metallico e meccanico era anche il loro ronzio. Erano piccole macchine da guerra: a un tratto calavano come dardi su un’invisibile preda. Sui lembi di sabbia asciutta correvano scarabei verdi, agilissimi, e si aprivano le trappole coniche dei formicaleoni. [Dal racconto Ranocchi sulla luna, p. 113]

Molti animali, dalle strutture più diverse, ostentano colori vivaci e hanno carni di sapore disgustoso, oppure sono velenosi: ad esempio i pesci dorati e le coccinelle, o rispettivamente le vespe e certi serpenti. I colori vistosi servono come segnali e avviso, affinché i predatori li riconoscano da lontano e, ammaestrati da precedenti esperienze, si astengano dall’assalirli. Esiste un parallelo comportamento umano? In generale, l’uomo nocivo tende piuttosto a confondersi entro la maggioranza, per sottrarsi all’identificazione; ma non fa così quando è o si sente superiore alla legge. [Dal racconto Romanzi dettati dai grilli, p. 126]

Pochi ingredienti, sostituibili a seconda dei gusti e da preparare in poco tempo, proprio come quando si ha voglia di leggere qualcosa di ridotto e che può cambiare a seconda dell’ispirazione del momento. Come non pensare a una raccolta di racconti? In questo caso quelli contenuti in Ranocchi sulla luna (e altri animali), opera firmata Primo Levi e contenente un numeroso repertorio zoologico di fantasia e curiosità. Leggendo questi testi brevi si viene proiettati in un mondo di emozioni in cui non sono gli umani a parlare, ma le creature con le zampe. Ogni racconto impiega poco tempo di lettura – un po’ come la preparazione di queste friselle – ma ciascuno è in grado di trasmettere un messaggio unico e particolare. Da leggere, soprattutto per conoscere un “inedito” Primo Levi.

Ranocchi sulla luna

Titolo: Ranocchi sulla luna e altri animali
Autore: Primo Levi
Editore: Einaudi
Lunghezza: 234 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Gabbiani, giraffe, talpe, formiche, dromedari, elefanti, farfalle, scoiattoli, ragni, buoi, ranocchi, corvi, topi, chiocciole. Nelle pagine di Primo Levi gli animali non rappresentano una curiosità marginale o un divertimento accessorio, ma sono parte integrante del suo immaginario e della sua moralità: rappresentano un diverso modo di parlare delle scelte che ogni uomo deve affrontare. Primo Levi è affascinato dalle capacità con cui esseri d’ogni specie, compresi i parassiti, hanno risposto alle difficoltà dell’ambiente elaborando soluzioni ingegnose, quasi altrettante filosofie di vita. “Ci sono animali enormi e minuscoli, estremamente forti ed estremamente deboli, audaci e fuggitivi, veloci e lenti, astuti e sciocchi, splendidi e orrendi”, ma proprio uscendo dall’isola umana uno scrittore può scoprire una miniera di storie possibili, ricca di metafore, simboli, allegorie. Sino dalla fine degli anni Cinquanta Primo Levi ha dedicato loro racconti, articoli, interviste immaginarie e poesie, in cui ha messo a frutto l’acutezza delle sue osservazioni, e la curiosità di uno sguardo sorridente e pensoso, mai sentimentale o antropomorfo. L’insuperabile analista del “termitaio” del Lager si è rivelato anche un brillante zoologo ed etologo, capace di aprire al lettore orizzonti inconsueti.
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L’effetto farfalla raccontato da Ray Bradbury

L’effetto farfalla, scientificamente parlando, prende le basi dalla “teoria del caos”, ipotizzata ufficialmente negli anni Settanta dal fisico Edward Lorenz e basata sull’idea che anche il disordine abbia le sue regole. Sostanzialmente, l’opinione è quella secondo cui dietro la semplicità e l’apparenza di un ordine prestabilito si trovi nascosto qualcosa di inconoscibile per cui non solo un evento vicino può avere conseguenze anche lontane, ma che variando le condizioni iniziali di un certo sistema quest’ultimo si evolverà quasi certamente in maniera inaspettata. Ma da dove deriva a sua volta questo pensiero? Per dare risposta a questa domanda bisogna tornare indietro al 1952 e citare il romanzo A Sound of Thunder di Ray Bradbury, un testo breve – ma veramente significativo – che ha avuto notevoli influenze culturali. Basti pensare a The Butterfly Effect, un film di fantascienza del 2004 diretto da Eric Bress e J. Mackye Gruber, che si apre con la celebre frase, offerta da una voce fuori campo, «Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo»; ma anche al meno conosciuto Il risveglio del tuono di Peter Hyams del 2005. 

FRANCE-LIBYA/

Immagine presa dal web

Ritornando al romanzo di Bradbury, invece, è proprio la camminata non prevista di un cacciatore su una Terra di milioni di anni fa (avvenuta durante un safari indietro nel tempo) ad aver portato alla creazione di un nuovo futuro diverso da quello previsto. Molti conoscono l’autore statunitense soprattutto per Fahrenheit 451 o Cronache marziane, poco per i suoi racconti, altrettanto interessanti da essere considerati ciò che di nascosto si trova sotto la punta dell’iceberg-mondo fantascientifico da lui narrato. Rumore di tuono è proprio tra questi, ma per “immergerci” meglio in questo testo, ecco alcune citazioni e la trama.

La scritta sul muro sembrò baluginare, come sotto una pellicola d’acqua calda in movimento. Eckels si sentì battere le palpebre sulla fissità degli occhi, e in quella momentanea oscurità la scritta arse:

SAFARI NEL TEMPO, INC.
SAFARI IN QUALUNQUE ANNO DEL PASSATO.
VOI SCEGLIETE L’ANIMALE.
NOI VI PORTIAMO LÀ.
VOI SPARATE.

Un muco caldo si raggrumò nella gola di Eckels, che inghiottì per mandarlo giù. I muscoli attorno alla sua bocca formarono un sorriso, mentre tendeva lentamente la mano nell’aria, e in quella mano sventolava un assegno di diecimila dollari verso l’uomo seduto alla scrivania.

Nel 2055 il mondo non è affatto come ci si potrebbe aspettare; oltre al nuovo presidente americano Keith, per i cacciatori che hanno nostalgia del passato esiste la possibilità di fare dei viaggi nel tempo per uccidere animali estinti. Ovviamente non in maniera gratuita, ma con un cospicuo pagamento che ammonta a 10.000 dollari. Uno dei personaggi di questo racconto è Eckels: non si accontenta di uccidere animaletti semplici, vuole un T Rex, una grandiosa uccisione per soddisfare le sue enormi manie di protagonismo. In teoria non ci sarebbe nulla in contrario, l’unica regola è che l’animale sia già destinato alla morte per non rischiare di modificare in maniera irrimediabile il futuro. Ma Bradbury non fa tutto semplice, anzi, inserisce degli elementi che fanno capire quanto sia azzardato giocare con il destino e il tempo, entità misteriose e ingestibili. Eckels vuole fare di testa sua, poco gli importa delle regole e delle guide: non solo ha un incontro-scontro con un T Rex che non dovrebbe morire in quel momento, ma cammina sulla “passerella” su cui è severamente vietato mettere piede. Queste due azioni, apparentemente insignificanti, sono destinate però ad avere enormi conseguenze, d’altronde – ci fa capire Bradbury – non si scherza con ciò che è più grande di noi, soprattutto se sfugge a qualsiasi controllo. Dopo aver cercato di salvare il salvabile – ma senza troppo successo – Eckels e le guide ritornano al loro tempo presente. Il mondo sembra come prima, apparentemente. Il protagonista, nonostante il racconto sia breve, riesce a mostrarsi in tutto il suo peggio: è una persona arrogante ed egoista, e questo lo dimostra anche quando si rifiuta di pulire gli stivali completamente sporchi di fango a causa di quanto successo durante il safari. Neanche a farlo apposta, è proprio sulla suola che si nasconde la variazione della storia. Là dove sembrava esserci solo acqua mista a terra, infatti, in realtà c’è una farfalla, proveniente non solo da quel delicato e suscettibile passato, ma anche morta prima del suo tempo. Però ormai è troppo tardi, il mondo non è più lo stesso.

Incastrata nel fango, emettendo un luccichio verde, dorato e nero, c’era una farfalla, molto bella, e molto morta.
«Non una cosa così piccola! Non una farfalla!» gridò Eckels.
La farfalla cadde sul pavimento, una cosa squisita, una piccola cosa che poteva sconvolgere gli equilibri e distruggere una fila di piccoli esseri e poi di grandi esseri e poi di giganteschi esseri, attraverso gli anni e il Tempo. La mente di Eckels vorticava. Non poteva aver cambiato le cose. Uccidere una farfalla non poteva essere così importante! No? […]
Non si mosse. Gli occhi chiusi, aspettò, tremando. Sentì Travis respirare forte nella stanza. Sentì Travis spostare il fucile, alzare la sicura, puntare l’arma.
Poi, un rumore di tuono.

Per saperne di più:

Ray Bradbury - Cento racconti

Titolo: Cento racconti. Autoantologia 1943-1980
Autore: Ray Bradbury
Editore: Mondadori
Lunghezza: 1372 pagine
Prezzo: 24 euro
Trama: «I racconti sono qui. Ce ne sono cento, quasi quarant’anni della mia vita. Contengono metà delle verità sgradevoli sospettate a mezzanotte e metà di quelle gradevoli riscoperte a mezzogiorno». Con queste parole Ray Bradbury ha suggellato la sua prima imponente antologia di racconti, uscita nel 1980 da Knopf con il titolo «The stories of Ray Bradbury». Scelte e ordinate dall’autore, queste cento storie disegnano un percorso affascinante nella produzione di Bradbury, scrittore poliedrico e al tempo stesso fedelissimo alle sue passioni e all’idea di arte come suprema forma di felicità. Tra i racconti campeggia, anzitutto, la fantascienza – una “fantascienza umanistica” che diventa riflessione morale sul presente, di cui mette in luce le contraddizioni – ma non solo: accanto alle storie ambientate nello spazio troviamo quelle dedicate a una stirpe americana di vampiri, racconti di dinosauri, avventure di viaggiatori nel tempo, robot che si fingono esseri umani, zombie, scheletri, adolescenti assassini, fenomeni da baraccone. L’intero continente del fantastico è battuto palmo a palmo sullo sfondo di quella provincia americana delle small towns di cui Bradbury è stato impareggiabile cantore, feroce e nostalgico insieme.
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