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“Niente di nuovo sul fronte occidentale”: le speranze di una generazione che vanno in frantumi

Si possono contare sulle dita di due mani i libri che sono stati davvero in grado di descrivere le atrocità dei conflitti mondiali, e Niente di nuovo sul fronte occidentale (titolo originale: Im Westen nichts Neues) è tra questi. Scritta dall’autore tedesco Erich Maria Remarque (nato proprio il 22 giugno, ma del 1898), quest’opera datata 1929 non descrive solamente una guerra disumana – la prima, come tutte – vista dalla prospettiva di un ragazzino diciottenne, ma anche il crollo delle aspettative di un’intera generazione che aveva riposto nello “scontro” e nel combattimento un tentativo di riscatto nei confronti di un mondo che stava radicalmente cambiando sotto ai loro occhi.

Dovevano essere per noi diciottenni tutori e guide all’età virile, condurci al mondo del lavoro, al dovere, alla culture e al progresso; insomma all’avvenire. Noi li prendevamo in giro e talvolta facevamo loro dei piccoli scherzi, ma in fondo credevamo a ciò che ci dicevano. Al concetto dell’autorità di cui erano rivestiti, si univa nelle nostre menti un’idea di maggior saggezza, di più umano sapere. Ma il primo morto che vedemmo mandò in frantumi questa convinzione.

Questo libro è “enigmatico” già a partire dalle curiosità che lo riguardano. Niente di nuovo sul fronte occidentale, infatti, non solo fu pubblicato dall’autore sotto pseudonimo per onorare la madre e le origini della famiglia (il vero nome, in realtà, sarebbe Erich Paul Remark), ma durante il periodo nazista venne addirittura messo al bando e bruciato – insieme a molte altre opere – perché additato di propagandare ideali del tutto contrari al regime dittatoriale; un allontanamento riservato anche a Remarque, che più volte venne accusato di avere delle origini ebree-francesi e di nascondere la sua vera identità. Del resto, poco di eroico è stato scritto in questo libro, piuttosto la cronaca di una disfatta anti-patriottica che condannava in toto la guerra e le sue crudeltà. Forse è anche per questo che l’autore faticò molto prima di riuscire a trovare un editore disposto a pubblicare il romanzo: in quel periodo, chi mai avrebbe avuto il coraggio di mandare alle stampe e diffondere un racconto con delle opinioni simili?

In dieci settimane ci addestrarono alla vita militare, e in questo periodo ci trasformarono più profondamente che non in dieci anni di scuola. Imparammo che un bottone è più importante che quattro volumi di Schopenhauer. […] Con i nostri giovani occhi aperti vedemmo come il classico concetto di patria, che ben diversamente ci era stato insegnato dai nostri maestri, si realizzava per il momento in una rinuncia alla personalità, cosa che mai si sarebbe osato imporre alla più umile persona di servizio. Saluto, attenti, passo di parata, presentat’arm, fianco dest’, fianco sinist’, battere i tacchi, sgridate a mille piccole torture. Ci eravamo figurati diversamente il nostro compito e scoprimmo che ci stavano preparando all’eroismo come cavalli da circo; ma finimmo con l’abituarci.

La storia è anti-eroica, ma anche autobiografica: Remarque, infatti, partito come volontario durante la Prima guerra mondiale a soli 18 anni, al ritorno tradusse le delusioni e le ferite interiori di quell’esperienza proprio dentro questo romanzo e con le sembianze di Paul Braumër, studente arruolatosi anche sotto le pressioni del suo insegnante Kantorek. Questa è un’opera singolare e commovente a cui poi l’autore ne fece seguire altre dal tema simile, tra cui La via del ritorno, il cui protagonista è proprio Tjaden, l’unico che riuscirà a sopravvivere al primo conflitto mondiale raccontato in Niente di nuovo sul fronte occidentale.

Questo libro non vuol essere né un atto d’accusa né una confessione. Esso non è che il tentativo di raffigurare una generazione la quale – anche se sfuggì alle granate – venne distrutta dalla guerra.

Quello che ne è derivato non è solo il racconto di una tragedia annunciata, ma anche la cronaca di una vita di guerra piuttosto difficile e impersonale in cui ogni oggetto è utile per la sopravvivenza e gli affetti si trasformano in qualcosa di non indispensabile: alla fine, sarebbe una ferita doppia perdere un soldato e anche un amico, proprio come è capitato al protagonista. Giorno dopo giorno, l’esperienza bellica appare proprio tutto il contrario di quello che è stato inculcato a delle menti giovani e probabilmente ancora decisamente fragili, incapaci di uccidere e così vulnerabili da essere uccisi.

Per me il fronte è un orribile gorgo. Mentre si è ancora lontani, là dove le acque sono ancora tranquille, già si sente che assorbe, che attira, con una forza lenta, invincibile, che distrugge senza fatica ogni tua resistenza. A nessuno la terra è amica quanto al fante. Quando egli vi si aggrappa, lungamente, violentemente; quando col volto e con le membra in lei si affonda nell’angoscia mortale del fuoco, allora essa è il suo unico amico, gli è fratello, gli è madre; nel silenzio di lei egli soffoca il suo terrore e i suoi gridi, nel suo rifugio protettore essa lo accoglie, poi lo lascia andare, perché viva e corra per altri dieci secondi, e poi lo abbraccia di nuovo, e spesso per sempre. Terra, terra, terra.

Nel mondo della trincea non c’è tempo per abbassare la guardia, ma in quei momenti di lontananza e abbandono la “vecchia” vita che si è lasciato – e che potrebbe non tornare più – bussa prepotentemente alla porta di tutti, soprattutto del protagonista, quasi come se fosse un ricordo nostalgico destinato a sfumare in nebbia. Quel sogno di diventare scrittore, quella camera piena di libri, i testi di scuola, non sono solo la materializzazione della speranza giovanile di Paul Braumër, ma anche il simbolo di un futuro che è stato sostituito dall’incertezza del domani.

Nella mia camera, dietro il tavolo, c’è un sofà di cuoio scuro: mi siedo.
Alle pareti sono fissate con puntine molte immagini che ho ritagliato un tempo da riviste illustrate, e cartoline e disegni che mi erano piaciuti. Nell’angolo c’è una piccola stufa di ferro. Sullo scaffale di fronte lo scaffale con i miei libri.
Qui ho vissuto prima di diventare un soldato. Quei libri me li sono comperati uno a uno con il denaro che guadagnavo dando ripetizioni. Molti sono d’occasione, per esempio i classici; ogni volume, legato in rigida tela azzurra, mi costava un marco e venti. […] Uno comparto del mio scaffale è occupato dai miei libri di scuola. Non sono molto ben conservati, anzi sono molto sgualciti; certe pagine sono strappate, si sa bene per quale uso. Sotto, sono ammucchiati quaderni, carte, lettere, disegni, abbozzi. Voglio cercare di ricordare nei dettagli la vita di allora.

Se da una parte c’è la brutalità, dall’altra si cela invece la casualità (nefasta): che si tratti di contadini, studenti o operai, giovani o vecchi, con una famiglia o senza, la morte non guarda in faccia a nessuno, tantomeno se il conflitto è agli sgoccioli e i tedeschi prossimi alla resa. E’ proprio quando dal Comando Supremo arriva un bollettino che recita “Niente di nuovo sul fronte occidentale” che tutto accade. Paul Braumër abbassa la guardia e il destino lo coglie in fallo, ma la morte appare più come una liberazione piuttosto che come una punizione, la vittoria della libertà sulla prigionia delle trincee e del conflitto. Il finale di questo testo senza tempo è ciò che il lettore – proiettato in una realtà in cui la speranza si spegne pian piano – si immagina:

Paul Braumër cadde nell’ottobre 1918, in una giornata così calma e silenziosa su tutto il fronte, che il bollettino del Comando Supremo si limitava a queste parole: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Era caduto con la testa in avanti e giaceva sulla terra, come se dormisse. Quando lo voltarono si vide che non doveva aver sofferto a lungo: il suo volto aveva un’espressione così serena, quasi che fosse contento di finire così.

Scritto con sensibilità ed emozione, senza dimenticare il peso dell’argomento, questo romanzo non è solo il ricordo di un’esperienza vissuta in prima persona, ma anche il resoconto delle conseguenze di quella che è stata la dura e logorante battaglia in trincea. Qua e là nella trama emergono le abitudini di questo tipo di combattimento, le paure, ma soprattutto il trauma che ha accompagnato la maggior parte dei reduci riusciti a ritornare a casa. C’è tanto da riflettere con Niente di nuovo sul fronte occidentale, e l’amaro che lascia in bocca ne è la dimostrazione: nessuna guerra è giusta, tantomeno quella che gioca sulle speranze e sull’avvenire delle persone. Neanche credere nella bellezza di un futuro migliore è una salvezza.

Parole chiave:

  • Trincea: una “guerra di posizione”, ma anche un luogo in cui le vite e i timori dei soldati si incontrano e si confrontano. 
  • Compagni: alcuni sono gli amici di scuola di Paul Braumër, come Kropp e Müller, mentre altri compaiono nel romanzo, da “veterani”, quasi a dare un sfumatura di esperienza a questa guerra che miete vittime su vittime. Durante la lettura vengono richiamati continuamente ricordi ed esperienze vissuti da tutti.
  • Propaganda: quella in favore della guerra, fatta da chi vedeva in quest’ultima un modo per manifestare l’orgoglio patriottico (come l’insegnante di Braumër), ma anche quella a sfavore. Tutto il romanzo si può leggere, infatti, come un lungo racconto antibellico che trova solo nel finale la sua unica soluzione.
  • Avventura: la guerra non ha nulla di romantico e idealistico, come credono i protagonisti, è solo una sfida a chi resiste di più. «Gli attacchi si alternano ai contrattacchi e, poco a poco, sul terreno devastato, tra le trincee, si ammucchiano i morti.»
  • Film: da questo romanzo è stato tratto anche un film per la televisione, uscito nel 1979 e diretto da Delbert Mann.

Voto: 5 segnalibri su 5

Niente di nuovo sul fronte occidentale - Remarque

Titolo: Niente di nuovo sul fronte occidentale
Autore: Erich Maria Remarque
Editore: Neri Pozza
Lunghezza: 207 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Kantorek è il professore di Bäumer, Kropp, Müller e Leer, diciottenni tedeschi quando la voce dei cannoni della Grande Guerra tuona già da un capo all’altro dell’Europa. Ometto severo, vestito di grigio, con un muso da topo, dovrebbe essere una guida all’età virile, al mondo del lavoro, alla cultura e al progresso. Nelle ore di ginnastica, invece, fulmina i ragazzi con lo sguardo e tiene così tanti discorsi sulla patria in pericolo e sulla grandezza del servire lo Stato che l’intera classe, sotto la sua guida, si reca compatta al comando di presidio ad arruolarsi come volontari. Una volta al fronte, gli allievi di Kantorek – da Albert Kropp, il più intelligente della scuola a Paul Bäumer, il poeta che vorrebbe scrivere drammi – non tardano a capire di non essere affatto “la gioventù di ferro” chiamata a difendere la Germania in pericolo. La scoperta che il terrore della morte è più forte della grandezza del servire lo Stato li sorprende il giorno in cui, durante un assalto, Josef Behm – un ragazzotto grasso e tranquillo della scuola, arruolatosi per non rendersi ridicolo -, viene colpito agli occhi e, impazzito dal dolore, vaga tra le trincee prima di essere abbattuto a fucilate. Nel breve volgere di qualche mese, i ragazzi di Kantorek si sentiranno “gente vecchia”, spettri, privati non soltanto della gioventù ma di ogni radice, sogno, speranza.
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“La lettera segreta”: un viaggio (d’amore) che sfida il destino

La lettera segreta di Chloé Duval è un romanzo del 2017, pubblicato da Garzanti, che ho scoperto “piacevolmente” per caso, proprio mentre ero alla ricerca di qualcosa di non troppo impegnativo da leggere. La trama è all’apparenza molto semplice, ma anche piuttosto intrigante: immaginate di ricevere nella cassetta delle lettere, come accade alla protagonista Flavie, una corrispondenza non destinata a voi; non la solita bolletta da pagare, ma qualcosa di importante che riguarda una dichiarazione d’amore non andata a buon fine. Ecco, cosa fareste? Probabilmente vorreste consegnarla subito al legittimo proprietario, comincereste a fare dei “film mentali” immaginando chissà quale scenario, vi informereste su luoghi e persone. Insomma, vi comportereste proprio come Flavie.

Il mistero racchiuso in quella lettera stuzzicava la mia curiosità storica e la mia immaginazione di romanziera, il cervello che cominciava già a costruire teorie e scenari… E se, malgrado tutto, lui non si fosse arreso? E se si fossero ritrovati? Oppure, al contrario, se non si fossero mai più visti? E se il destino e un capriccio della posta avessero separato per sempre due anime gemelle?
Delicatamente ripiegai la lettera, la infilai di nuovo nella busta e la deposi come un oggetto prezioso in un cassetto della scrivania. Poi spensi il computer, senza nemmeno aprire il file del romanzo.
Sapevo che quella sera sarebbe stato inutile. Non avrei scritto. La mia immaginazione volava verso altri cieli.
Verso le storia di Lili e del suo misterioso E.

Quella busta misteriosa e ingiallita dal tempo, infatti, proviene dal lontano 1971 ed è tutt’altro che positiva: parla di un’amore finito, quello tra Erwan e Amélie, ma soprattutto descrive l’inderogabilità del destino. Per ogni cosa, però, c’è una soluzione, e Flavie è disposta a tutto pur di trovarla, perfino a viaggiare nel sud della Francia nel tentativo di ricucire tutti gli sbagli e gli strappi causati da un ingiusto passato. In una storia in cui i sentimenti si mescolano al tempo, la professoressa (e anche scrittrice) Flavie non scopre solamente la sua voglia di mettere per iscritto quanto sta scoprendo attraverso il tenero Erwan, ma anche delle emozioni che temeva di non riuscire a provare più. É proprio l’affascinante Romaric, infatti, l’autore di questa piccola rinascita, una combinazione tra buone maniere e carattere deciso.

Lo guardai negli occhi, cercandovi conferma che i miei timori erano infondati, che quel gusto amaro in bocca non aveva ragione d’essere.
Che la nostra storia non sarebbe finita lì.
Ma, nel mio intimo, ero consapevole che lui non poteva farmi quella promessa. Che a volte nemmeno le migliori intenzioni erano sufficienti. Mi rendevo dolorosamente conto che ciascuno di noi si era costruito una vita che lo appagava e alla quale sarebbe stato difficile rinunciare: Rom aveva la fattoria, i cavalli, sua sorella e suo zio; io avevo la mia casa, i miei allievi, mio padre e le mie amiche. Due vite, due realtà diverse che ci separavano dopo averci avvicinati.

La storia di Erwan e Amélie si mescola con quella di Flavie e Romaric, ma entrambe riusciranno ad avere il loro lieto fine? Quello che è certo è che la protagonista sembra vivere costantemente tra passato ed immaginazione, cioè tra quello che la sua attività di insegnante di Storia e Geografia le ha dato per indole e quello che, invece, la sua mente da aspirante scrittrice di romanzi rosa le fa creare.

«La vostra storia mi ha appassionata. Ci pensavo di continuo, volevo sapere. Volevo anche scriverla, perché ero convinta che fosse bella, anche se mancava il lieto fine. E…» Esitai.
«Sì?» Insistette Erwan.

«Ebbene, confesso che mi vedevo già come l’artefice del vostro ricongiungimento. Sì, lo so, era un po’ presuntuoso da parte mia, ma non potevo impedirmi di sperare… Sperare di fare qualcosa di buono, di positivo. Rendere felici delle persone, una volta nella vita.»

In questo romanzo leggero e anche un po’ frizzante, il tempo non passa per curare e cancellare le ferite di un passato doloroso, piuttosto per rimarcare un ricordo che è ancora prepotentemente presente nella testa e nel cuore del caro Erwan, ma anche di una Flavie che non vuole cedere alle difficoltà del destino e delle distanze. Se l’attesa di 43 anni ci proietta un po’ nella paziente storia d’amore che vivono anche Florentino Ariza e Fermina Daza in L’amore ai tempi del colera, d’altra parte non bisogna affatto dimenticare la determinazione che conduce la protagonista alla ricerca di un amore per niente dimenticato, ma solo momentaneamente “in sospeso”. Sullo sfondo delle campagne francesi attraversate dalla brezza estiva, infatti, si muovono anche la speranza e la ricerca di un senso della vita che non sono destinati a durare quanto una “piccola vacanza”, ma per l’intera esistenza. In questo viaggio nel tempo, è proprio il “tempismo” a giocare un ruolo fondamentale: possono una famiglia appena conosciuta e una gita fuori porta lontana dalla quotidianità fare sentire se stessi e a casa? Flavie e questa lettura sembrano avere la risposta.

Parole chiave:

  • Amore: quello “paterno”, quello “amicale”, quello “familiare”, quello “speranzoso”, quello “eterno”. Insomma, presente in ogni sua forma e destinato ad avvolgere il lettore con il suo calore.  
  • Lavoro a maglia: Flavie è una “sferruzzatrice” appassionata e, come tale, il suo lavoro a maglia fatto in compagnia delle sue fidate amiche può essere paragonato alla storia di cui è protagonista. Filo dopo filo, gesto dopo gesto, la ragazza costruisce una trama fatta di speranza e sentimento.
  • Romanzo: quello che vorrebbe scrivere la protagonista Flavie, alla ricerca di una storia d’amore che la ispiri, e che, inconsapevolmente, vivrà anche sulla propria pelle. Ma, alla fine, riuscirà nel suo intento di mettere per iscritto tutto il turbinio di sentimenti che si troverà a vivere?
  • Passato/presente: una dicotomia che attraversa tutto il testo e che rivive nei personaggi di Erwan e Amélie. Entrambi, in un certo senso, rappresentano anche la proiezione di Flavie e Romaric, destinati a rivivere lo “sciagurato” destino, ma con il potere di poterlo anche cambiare.
  • Curiosità: è proprio quest’ultima a condurre Flavie nel viaggio che cambierà per sempre la sua vita. Se avesse ignorato quella lettera le cose sarebbero sicuramente diverse, ma è proprio la sua anima da “romanziera” a spingere la protagonista a cedere a quella corrispondenza che la sta chiamando dal passato per rimettere nel giusto posto tutti i tasselli.

Voto: 5 segnalibri su 5

La lettera segreta - C. Duval.jpg

Titolo: La lettera segreta
Autore: Chloé Duval
Editore: Garzanti
Lunghezza: 224 pagine
Prezzo: 16,90 euro
Trama: Può la lettera di uno sconosciuto cambiarti la vita? È quello che si chiede Flavie quando si vede recapitare una busta misteriosa datata 1971. Una busta arrivata con quarantatré anni di ritardo. Non ha idea di chi possa essere Lili, la destinataria. Eppure la curiosità è così forte che Flavie decide di aprirla. Il contenuto, scritto a mano in una calligrafia elegante, la sorprende: perché quelle righe le ricordano i romanzi che ama scrivere. Quelle righe nascondono una storia d’amore in cui un uomo supplica Lili di raggiungerlo e di sposarlo. Un uomo che si firma solo con E. Flavie non ha altri indizi. Non altre informazioni se non una richiesta fatta con il cuore che forse non è mai stata ascoltata. Forse quelle parole, perse nel vento, hanno modificato il destino di due persone per sempre. Flavie deve trovarle. Deve sapere se sono state divise tutti questi anni da una lettera mai arrivata. Perché ha bisogno di credere anche lei che possa esistere qualcosa più forte di tutto. Più forte del tempo, degli sbagli, delle scelte, degli imprevisti. Qualcosa che Flavie ha trovato solo nei romanzi, mai nella realtà. La ricerca la porta nel Sud della Francia, dove scopre che forse non tutto è perduto. Che forse è ancora possibile riannodare i fili spezzato del passato. Perché ci sono amori che non si possono dimenticare. Ci sono emozioni che cambiano ogni cosa. E Flavie, trascinata da quello che la lettera le ha rivelato, è pronta finalmente a viverle.
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Kazuo Ishiguro

Kazuo Ishiguro
Immagine presa dal web

La sua scrittura è stata descritta come in grado di “aver rivelato l’abisso al di sotto del nostro senso illusorio di connessione col mondo, in romanzi di grande forza emotiva” e lui è Kazuo Ishiguro, lo scrittore giapponese (naturalizzato britannico) che quest’anno ha vinto il Nobel per la Letteratura, il celebre premio che tutti gli anni, l’Accademia Svedese, assegna a diversi ambiti disciplinari. Ma precisamente, chi è questo autore? Ebbene, Ishiguro nasce l’8 novembre del 1954 a Nagasaki, la città giapponese che tutti conoscono per i risvolti negativi della Seconda guerra mondiale. Nel 1960, però, insieme alla sua famiglia, decide di lasciare il Giappone e trasferirsi in Inghilterra, non dimenticando però il suo forte legame con le tradizioni e la cultura della sua patria natia. Qui, oltre a cominciare il suo percorso di studi che culminerà con una laurea in Filosofia e Letteratura all’università del Kent nel 1978, conosce anche una forte passione per la scrittura, la quale lo porterà a partecipare a dei corsi creativi (con rinomati insegnanti del calibro di M. Bradbury e A. Carter) e quindi a gestire e raffinare quella che da lì a poco si sarebbe trasformata in una vera e propria professione. 

Con una prosa sorvegliatissima, appresa leggendo Cechov e altri classici europei dell’Ottocento, facendo leva su poeticissime metafore, lo scrittore fissa le speranze e le paure di antieroi quasi sempre incapaci di fare davvero i conti con la realtà, costretti a sopravvivere aggrappandosi a sbiaditi ricordi. (…) Un’apparente cesura si produce nella produzione tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo secolo, quando Ishiguro inizia a esplorare nuovi territori. Il narratore si apre, almeno in apparenza, alla dimensione della favola spesso nera dell’utopia negativa di cui furono maestri Huxley e Orwell, affrontando le scomodissime domande poste dagli inarrestabili progressi dall’ingegneria genetica.

Pur scegliendo di scrivere in inglese, nei suoi primi romanzi (A pale view of hills del 1982 e An artist of the floating world del 1986, tradotti in italiano solamente negli anni ’90 con i titoli Un pallido orizzonte di colline e Un artista del mondo fluttuante) Kazuo Ishiguro mantiene ancora un’atmosfera giapponese piuttosto marcata, con resoconti particolarmente evocativi e dai toni quasi tragici. La sua crescita “inglese” comincia a notarsi soprattutto nei testi successivi: ai precedenti, infatti, seguono Gli Inconsolabili (1995), Quando eravamo orfani (2000), la raccolta di racconti intitolata Notturni. Cinque storie di musica e crepuscolo (2008). Ogni testo di Ishiguro ha goduto di successo e riconoscimenti, ma i suoi romanzi più famosi sono sicuramente Quel che resta del giorno (scritto nel 1989, grazie al quale ha vinto il “Premio Booker” nello stesso anno) e Non lasciarmi (del 2005, vincitore del “Premio letterario Merck Serono”, finalista al “Man Booker Prize” e inserito dal Time nella classica dei migliori romanzi in lingua inglese pubblicati tra 1923 e il 2005), testi dai quali sono stati anche ricavati dei film di altrettanto clamore. La penna di Ishiguro è capace di toccare una rara sensibilità, forse è anche per questo che i temi più ricorrenti nelle sue storie sono il destino e i sentimenti umani (soprattutto nelle loro sfaccettature più malinconiche). La sua ultima fatica letteraria è Il gigante sepolto, una storia che ripercorre il passato in compagnia di creature fantastiche e pubblicato nel 2015 per Einaudi.

Per saperne di più:

Un pallido orizzonte di colline - K. Ishiguro

Titolo: Un pallido orizzonte di colline
Editore: Einaudi
Lunghezza: 178 pagine
Prezzo: 11 euro
Trama: Viene il momento per Etsuko, vedova giapponese che vive in Inghilterra, di levare lo sguardo dal presente doloroso e sofferto, per cercare in un altrove lontano un senso e una ragione. Ossessionata dal suicidio della figlia Keiko, Etsuko spinge il pensiero a Nagasaki subito dopo la guerra, dove nel deserto dei sopravvissuti maturava la sua gravidanza turbata. In questo percorso a ritroso nel tempo, Etsuko ricompone la storia parallela di Sachiko e della sua tormentata bambina: Butterfly come tante, Sachiko aspetta un amore, una partenza che non arriverà mai, mentre sua figlia affonda nell’angoscia di ricordi troppo crudi. Non ci sono spiegazioni o epifanie in questo racconto poetico e disadorno, che suggerisce più di quanto sveli; tutto resta sospeso e irrisolto.
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Un artista del mondo fluttuante - K. Ishiguro

Titolo: Un artista del mondo fluttuante
Editore: Einaudi
Lunghezza: 204
 pagine
Prezzo: 9,50 euro
Trama: Ono, narratore e protagonista della vicenda, è stato in gioventù un pittore famoso, ma al mondo estetizzante dell’arte per l’arte aveva preferito quello più concreto del dovere verso la patria, legando così la sua sorte a quella del nascente nazionalismo giapponese. Nel dopoguerra, però tutto è cambiato. Ono ripercorre con un senso di incredulità e incertezza le tappe della sua vita, mentre nel romanzo si intrecciano i temi che lo hanno segnato: l’arte, la politica, l’ambizione, l’incomprensione tra generazioni.
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Quel che resta del giorno - K. Ishiguro

Titolo: Quel che resta del giorno
Editore: Einaudi
Lunghezza: 276 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: La prima settimana di libertà dell’irreprensibile maggiordomo inglese Stevens diventa occasione per ripensare la propria vita spesa al servizio di un gentiluomo moralmente discutibile. Stevens ha attraversato l’esistenza spinto da un unico ideale: quello di rispettare una certa tradizione e di difenderla a dispetto degli altri e del tempo. Ma il viaggio in automobile verso la Cornovaglia lo costringe ben presto a rivedere il suo passato, cosi tra dubbi e ricordi dolorosi egli si accorge dì aver vissuto come un soldato nell’adempimento di un dovere astratto senza mai riuscire ad essere se stesso. Si può cambiare improvvisamente vita e ricominciare daccapo?
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Non lasciarmi - K. Ishiguro

Titolo: Non lasciarmi
Editore: Einaudi
Lunghezza: 304 pagine
Prezzo: 13 euro
Trama: Kathy, Tommy e Ruth vivono in un collegio, Hailsham, immerso nella campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani, e crescono insieme ai compagni, accuditi da un gruppo di tutori, che si occupano della loro educazione. Fin dalla più tenera età nasce fra i tre bambini una grande amicizia. La loro vita, voluta e programmata da un’autorità superiore nascosta, sarà accompagnata dalla musica dei sentimenti, dall’intimità più calda al distacco più violento. Una delle responsabili del collegio, che i bambini chiamano semplicemente Madame, si comporta in modo strano con i piccoli. Anche gli altri tutori hanno talvolta reazioni eccessive quando i bambini pongono domande apparentemente semplici. Cosa ne sarà di loro in futuro? Che cosa significano le parole “donatore” e “assistente”? E perché i loro disegni e le loro poesie, raccolti da Madame in un luogo misterioso, sono così importanti? Non lasciarmi è prima di tutto una grande storia d’amore. È anche un romanzo politico e visionario, dove viene messa in scena un’utopia al rovescio che non vorremmo mai vedere realizzata. È uno di quei libri che agiscono sul lettore come lenti d’ingrandimento: facendogli percepire in modo intenso la fragilità e la finitezza di qualunque vita.
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Notturni - K. Ishiguro

Titolo: Notturni. Cinque storie di musica e crepuscolo
Editore: Einaudi
Lunghezza: 192 pagine
Prezzo: 10 euro
Trama: Il “notturno” in musica è una composizione di carattere lirico e melodico, veicolo di atmosfere sognanti e sentimenti ambivalenti, e in senso ampio ispirata alla notte. Nei cinque racconti di questa raccolta prevale l’ambientazione notturna delle scene cardine, la qualità onirica e comunque surreale delle vicende e soprattutto quell’alternanza di toni lievi e toni gravi che contraddistingue anche il genere musicale. Una sinestesia quasi perfetta dunque. Ma con un’importante eccezione: se il rigore della costruzione di parole in Ishiguro assorbe e maschera pressoché del tutto le tempeste della vita, è nel rapporto dei protagonisti di Notturni con la musica che il disagiò si rivela. Il crooner del primo racconto, per esempio, uno di quei vecchi cantanti melodici americani ormai fuori moda, ha alle spalle un passato di successi di cui vorrebbe tanto trattenere qualche brandello. La serenata – ovviamente notturna – che dedica alla moglie a bordo di una gondola, sembrerebbe il romantico pegno d’amore di un gentiluomo d’altri tempi ed è invece il primo atto di una cinica (e un po’ ridicola) operazione di restyling.
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Per consultare la bibliografia completa di Kazuo Ishiguro, cliccate qui.

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