Alla ricerca del piatto perduto: spaghetti al basilico con pomodori confit, capperi e pan grattato

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Valentina Zanotto

Ingredienti (per 2 persone):
250 g di spaghetti al basilico
3 pomodori ramati
1-2 cucchiaini di zucchero
20 g di pan grattato
20 capperi dissalati
Erbe aromatiche (salvia, rosmarino, basilico)
Olio e.v.o.
Sale q.b.

Preparazione:
Per prima cosa occuparsi dei pomodori, che dovranno essere infornati e cuocere per un po’ di tempo. Tagliarli a fette sottili (spesse 2-3 mm), quindi metterli su una teglia rivestita di carta da forno e “condirli” con le erbe aromatiche tagliuzzate, il sale, un filo d’olio e lo zucchero. Infornare a 160° per circa 40 minuti (tenendoli controllati).

Poco prima che la cottura dei pomodori sarà ultimata, portare a bollore dell’acqua salata e tuffare gli spaghetti al basilico.

Quando i pomodori saranno definitivamente pronti, ripassarli in padella con i capperi, un filo d’olio e, abbisogno, anche un mestolo di acqua di cottura. Una volta pronta anche la pasta, aggiungerla ai pomodori e amalgamare il tutto. Ultimare il piatto con una spolverata di pangrattato (meglio se spezzettato grossolanamente al coltello).

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro:

Dobbiamo, purtroppo, assassinarlo:
affonda il coltello nella sua polpa vivente,
è una rossa viscera, un sole fresco, profondo, inesauribile,
riempie le insalate del Cile, si sposa allegramente con la chiara cipolla,
e per festeggiare si lascia cadere l’olio,
figlio essenziale dell’ulivo, sui suoi emisferi socchiusi,
si aggiunge il pepe la sua fragranza,
il sale il suo magnetismo:
sono le nozze del giorno.

Se da una parte la pasta rappresenta uno degli alimenti più apprezzati e versatili in assoluto, dall’altra il pomodoro si rende protagonista di sughi che, seppure nella loro semplicità, sono comunque in grado di esaltare non poche ricette. Insomma, quando la pasta incontra il pomodoro non nasce solamente un’unione universalmente riconosciuta da tutti, ma anche poesia. A proposito di quest’ultima, come non pensare a Pablo Neruda? Scrittore sudamericano amante della buona tavola, dei piaceri della vita e autore di una vera e propria dichiarazione d’amore verso il pomodoro, pianta preziosa che si rende artefice di vita ed emozione. Ecco perché, per questa ricetta, ho pensato alle sue Poesie, ossia un sentiero di metafore e sensazioni che catturano tutti gli aspetti dell’esistenza e la tingono di diversi colori. Tra tutti, però, ho colto soprattutto il rosso: della passione, della lotta e, perché no, anche di questi spaghetti al pomodoro (cucinato nella gustosissima maniera confit).

Poesie

Titolo: Poesie
Autore: Pablo Neruda
Editore: Einaudi
Lunghezza: 150 pagine
Prezzo: 12,50 euro
Trama: Nato a Parral (Cile) nel 1904, morto a Santiago nel 1973, diplomatico di carriera, esule per lunghi anni, Pablo Neruda ha contrassegnato le diverse fasi del suo discorso di poeta con vitalità, irruenza, e con una ininterrotta tensione.
Questa raccolta, che uscí per la prima volta nel 1952, segna l’incontro tra la sua personalità e quella di Salvatore Quasimodo, l’uno e l’altro vigili, in quegli anni, ad una poesia che «testimoniasse» di una condizione dell’uomo calata nel reale. Oggi l’antologia poetica di Pablo Neruda, comprendente poesie di varie epoche e i brani più celebri del Canto general de Chile, ripropone un itinerario di vita e di sentimenti che, intessuto con la storia del nostro secolo, ci fa scoprire colorazioni forti e accese. 
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Alla ricerca del piatto perduto: Chicken “rosetta”

Chicken rosetta

Valentina Zanotto

Ingredienti (per un burger):
1 fetta di petto di pollo (piuttosto spessa)
1 uovo
2 cucchiai di latte
Semi di sesamo bianco q.b.
Pangrattato q.b.
Rucola
Scorza di limone
Pomodoro
1 panino (io ho utilizzato la rosetta)
Olio e.v.o.
Sale e pepe q.b.

Per la maionese allo zenzero:
1 uovo intero
1 tuorlo
Succo di limone
Zenzero (va bene anche in polvere)
Olio di semi q.b.

Preparazione:
Per prima cosa occuparsi della panatura del pollo. In un piatto mettere il pangrattato e i semi di sesamo (mescolandoli), nell’altro l’uovo fresco sbattuto, due cucchiai di latte, un pizzico di sale e di pepe. Passare il petto di pollo prima nelle uova, poi nel composto di pangrattato e semi di sesamo; ripetere così per una seconda volta. Non sarà necessario friggere il petto di pollo impanato, basterà scaldarlo qualche minuto per lato in una padella con un filo di olio.

Per la maionese allo zenzero mettere in un frullatore a immersione l’uovo, il tuorlo, il succo di limone, lo zenzero (un pezzetto privato della “buccia” se fresco, un cucchiaino se in polvere) e aggiungere a filo l’olio di semi. Per la buona riuscita della maionese è importante versare l’olio molto delicatamente, altrimenti rischierebbe di “impazzire”.

Tagliare una rosetta a metà e scaldarla per qualche istante su una piastra in modo da rendere croccante l’interno.

Per comporre la “chicken rosetta”: prima la parte sotto del pane, poi una manciata di rucola accompagnata con della scorza di limone, qualche fetta di pomodoro, il petto di pollo impanato e cotto in precedenza, infine un cucchiaio di maionese allo zenzero; chiudere con la parte sopra della rosetta e servire. Qualche patata al forno con la buccia renderanno questo panino ancora più gustoso.

Difficoltà:
Due forchette su tre (media)

Se fosse un libro:

Sa che cos’è un miracolo. Non è quello che disse Bakunin. Ma l’intrusione in questo nostro mondo di un altro mondo. Quasi sempre la nostra è una coesistenza pacifica, ma quando ci tocchiamo è il cataclisma. Come la chiesa, che odiamo, anche noi anarchici, crediamo in un altro mondo. Dove le rivoluzioni scoppiano spontaneamente e senza leader, e la disposizione dell’anima al consenso permette alle masse di agire insieme senza sforzo, automatiche come il corpo stesso. Eppure, señá, se mai una cosa simile succedesse in modo così perfetto, dovrei gridare al miracolo anch’io. Un miracolo anarchico. Come il suo amico. Anche lui è, esattamente e irreprensibilmente, la cosa contro cui noi combattiamo. In Messico il “privilegiado” è sempre, in una percentuale finita, redento… è uno del popolo. Non è miracoloso. Ma il suo amico, ammesso che non scherzi, per me è terrificante come un’apparizione della Madonna a un indiano.

Il classico fast food all’americana non poteva che essere abbinato a un romanziere americano. Di nomi ce ne sarebbero molti: da Philip Roth a Ernest Hemingway, da Don DeLillo a Francis Scott Fitzgerald, da Stephen King a Kurt Vonnegut; tra tutti, però, ho scelto Thomas Pynchon, personalità schiva e curiosa che ha dato origine a diversi acclamati romanzi, tra cui L’incanto del lotto 49. Se dovessi descrivere questo libro con un solo termine sarebbe “simbolico”, soprattutto per i significati nascosti e le strane allegorie che lo abitano. Il romanzo di Pynchon non è di facile lettura, e la storia della protagonista Oedipa – un nome non casuale, ma richiamo a Sofocle – è quasi un viaggio contorto nei meandri di un segreto che aspetta solo di trovare una soluzione definitiva (se mai ci fosse). Il lettore è trasportato all’interno di una trama indecifrabile come se dovesse lui stesso cercare una chiave interpretativa al “dramma” che sta leggendo, ma allo stesso tempo si perde. Non mancano sentimenti di paranoia e riferimenti all’Italia, per questo l’idea di una “chicken rosetta” che potesse abbracciare questi due diversi paesi.

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Titolo: L’incanto del lotto 49
Autore: Thomas Pynchon
Editore: Einaudi
Lunghezza: 174 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Oedipa Maas era una giovane casalinga californiana, laureata in letteratura inglese e moglie di un deejay radiofonico. Poi, un giorno, viene nominata esecutrice testamentaria, e tutto cambia. Una cospirazione mondiale, antica di secoli, getta la sua ombra sulla vita di tutti i giorni, sull’America solare e felice degli anni Sessanta, e lancia Oedipa sulla scia di un enigma impossibile. Torna a quarant’anni dalla pubblicazione questo romanzo cui si attribuisce la fondazione della letteratura post-moderna. Il romanzo è proposto in una nuova traduzione, firmata da Massimo Bocchiola.
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Appuntamento con l’autore: Jean Bruller alias Vercors

Vercors

Immagine presa dal web

Jean Bruller (26 febbraio 1902 – 10 giugno 1991) ha vissuto entrambi i conflitti mondiali, ma è stato soprattutto il secondo ad aver generato in lui un senso di profonda inquietudine. Fino a poco prima dello scoppio della guerra, infatti, in Francia era conosciuto maggiormente per le sue abilità come illustratore di libri per bambini e disegnatore satirico, due attività che ha sviluppato parallelamente al suo diploma in ingegneria elettrica presso l’École Bréguet di Parigi. Come vignettista, il suo successo più grande è stato sicuramente 21 recettes de mort violente (21 ricette per una morte violenta), un’opera grafica pubblicata a sue spese (e poi ristampata) in cui l’autore mescolava abilmente autoironia e vita privata. Per l’arte ha provato sempre un grande amore, ma l’elezione di Hitler a cancelliere della Germania nel 1932 ha cominciato a scatenare in lui anche un altro tipo di sentimento. A risvegliare definitivamente la sua coscienza sociale ci hanno pensato un sempre più opprimente Nazismo e i suoi assurdi dettami che mettevano al bando chiunque si dimostrasse dissidente o non conforme. Dapprima vicino al Comunismo – per reazione all’estrema destra che stava prendendo sempre più piede – e poi più consapevole di nessuna specifica appartenenza politica, per Jean Bruller inizia quella che si potrebbe definire una vera e propria “missione”. Se la maggior parte degli artisti decise di tacere di fronte a un nemico che stava pian piano limitando qualsiasi forma di espressione personale, Bruller optò invece per una forma resistenza un po’ più attiva, trasformandosi così nel suo alter ego di scrittore Vercors. 

Ma per l’autore di quel primo libro in corso di stampa, ci voleva un nome diverso da ogni altro, perché neppure i familiari potessero capire chi l’aveva scritto. Vercors piacque a Jean Bruller per la sonorità impressionante e perché al momento dell’invasione tedesca, egli si era trovato ai piedi del massiccio che così si chiama. Con i compagni aveva deciso che se i tedeschi avessero trovato l’Isère, al di là del quale erano giunti, si sarebbero imboscati sul Vercors per non venir fatti prigionieri. Il nome era diventato per lui da allora simbolo di libertà.

In questa veste inedita, l’artista francese non si ritrovava più a comunicare attraverso il disegno come in passato, ma con le parole, e questa sua nuova forma espressiva rappresentò per tanti la risposta più efficace a quanto stava accadendo in quegli anni difficili. Vercors era uno scrittore di guerra atipico, piuttosto diverso da quello che si sarebbe potuto immaginare: il clima teso e restrittivo lo obbligarono infatti ad agire nell’ombra, ma questo non fu un problema se si pensa che i migliori risultati li ottenne proprio nella sua attività segreta. Negli anni Quaranta, insieme al socio Pierre de Lescure, decise di collaborare per la rivista clandestina “La penseè libre”, ma il sodalizio terminò non appena la Gestapo arrivò a perquisire gli archivi e a distruggere ogni cosa. Questo gesto codardo non smorzò affatto le intenzioni di Vercors, piuttosto riuscì a rinsaldare dentro di lui la voglia di combattere in qualche modo quella macchina nazista che stava facendo sempre più danni: nel 1942, sulle ceneri del “Pensiero Libero”, creò “Éditions de Minuit”, una casa editrice specializzata in pubblicazioni di Resistenza (e che negli anni ha vantato autori come Samuel Beckett e Marguerite Duras). Tra i tanti racconti – Il cammino verso la stella e Le armi della notte solo per citarne alcuni -, il successo più grande (e inaspettato) Bruller lo ottenne con Il silenzio del mare.

Nacquero allora le Édition de Minuit. L’ex disegnatore Bruller conosceva alcune persone fidate nel ramo della tipografia. Propose a Pierre de Lescure di fondare una casa editrice totalmente clandestina che diventasse organo della Resistenza. Trovò i contatti, un piccolo tipografo – Georges Oudeville – d’accordo per lavorare la notte su di una pedalino in grado di stampare otto pagine alla volta; un’amica – Yvonne Paraf – che accettò d’imparare per l’occasione il mestiere della rilegatrice, avrebbe ricevuto a casa sua otto pagine la settimana, avrebbe lavorato anche lei da sola. Il silenzio del mare, 96 pagine in tutto, avrebbe richiesto dodici settimane di movimenti notturni.

L’eco di Le silence de la mer fu così potente da risuonare in tutta Europa, che intanto aveva eletto Vercors – autore a quell’epoca senza identità – a simbolo di una lotta al regime dittatoriale che si sperava potesse concludersi al più presto. Quest’opera preziosa e tradotta in molte lingue è un breve testo che racconta la tenacia di una Resistenza – quella di uno zio e di sua nipote – vissuta tra le mura di casa e osteggiata attraverso le armi del silenzio (che si rivela anche essere la parola più utilizzata in questo brano). A nulla servono i modi cordiali e pacati dell’ufficiale tedesco Werner von Ebrennac che “soggiorna” presso l’abitazione della famiglia francese, perché il male si annida proprio nel più placido degli animi. Quello che lui cerca fin dall’inizio è una sorta di contatto – che sia visivo o comunicativo -, ma ciò che ottiene è solamente un muro invalicabile. Se da una parte si trova il silenzio (impassibile) dei due francesi, dall’altra si pone sicuramente il fiume di parole che straripa dalla bocca dell’ufficiale: una serie di racconti e dettagli di vita che si “sciolgono” di fronte al calore di un camino ma che, paradossalmente, rimangono ancorati a un ambiente freddo come il ghiaccio. Il mare è senz’altro la metafora di questa occupazione forzata, diviso tra superficie e profondità (proprio come scrive Gabriela Bosco nell’introduzione per Einaudi), ossia tra qualcosa di tranquillo e qualcos’altro che invece lo è solo in apparenza. Come in climax ascendente, infatti, le parti che compongono il racconto manifestano anche la volontà di dimostrare le conseguenze che possono scaturire da una forma di protesta in cui le parole sono superflue, e l’ottava parte, con i modi dell’ufficiale che si trasformano in collerici, rappresenta proprio il punto di arrivo di questo processo. L’importanza de Il silenzio del mare non è da attribuire solamente al suo contesto storico, ma soprattutto al suo valore simbolico: così d’impatto da aver raggiunto per radio Charles De Gaulle, da essere stato paracadutato ai soldati come incitamento durante la guerra e da aver trovato spazio anche ai giorni nostri attraverso adattamenti teatrali e cinematografici.

Dal 1951, anno in cui il libro passò alla casa editrice Albin Michel, si sono susseguite traduzioni in decine di lingue. Molta fortuna ha avuto l’adattamento cinematografico del libro realizzato da Jean Pierre Melville (1947, interpreti: Nicole Stéphane, Howard Vernon nella parte dell’ufficiale, e Jean-Marie Robain). E una versione per il teatro, a cura dello stesso Vercors, venne messa in scena il 22 febbraio 1949 al Théatre Edouard VII per la regia di Jean Mercure, con buon successo di pubblico (interpreti: Christiane Barry, Pierre Blanchar nel ruolo di Werner von Ebrennac, e Constant Rémy).

Si racconta che l’idea per il racconto nacque in Bruller da un fatto accadutogli nella sua casa di famiglia a Villiers-sur-Morin, quando un ufficiale tedesco messo a presidio dell’abitazione si comportò allo stesso modo del protagonista della sua storia. Effettivamente sono molti i fatti storici e quotidiani ad aver ispirato lo scrittore, complice probabilmente anche il fatto che fosse proprio lo smascheramento e la denuncia di certe ingiustizie ad alimentare il suo desiderio di “raccontare”.  Un’episodio di vita è ciò che sta alla base anche de Le parole, un altro significativo racconto che Vercors ha scritto nel 1947 dopo la liberazione della Francia. 

L’ufficiale non aveva nemmeno spostato la testa. Voltava le spalle agli avvenimenti della vallata e preparava sulla tavolozza, con una sorta di vivacità controllata, un mélange di colori che dispose senza fretta interamente sull’oltremare: tonalità solida, tra il bruno e il verde, che il blu intenso faceva palpitare sulla tela come castagni durante un temporale. Il viso del pittore era un po’ corrugato, mosso da piccolissimi tic, da cui traspariva lo sforzo contenuto di una grande tensione interiore. Luc, inorridito, guardò in direzione del borgo, da dove salivano grida soffocate e dove tutto si confondeva – terrore, collera, supplica – disperazione – con altri rumori meno distinti, interrotti da colpi d’arma da fuoco, e da brevi raffiche.

Questo breve testo è un vero e proprio ritratto di storia che racconta un episodio taciuto per molto tempo e ritornato alla memoria solo diversi anni dopo, sul finire della Seconda guerra mondiale e con la riflessione sui danni – concreti e psicologici – causati da quest’ultima. Ma in questo testo non si parla solamente della distruzione del villaggio di Oradour sur Glane ad opera dei nazisti, ma anche dell’impotenza dell’uomo che, di fronte a certi atti barbarici, si scopre incapace di porre rimedio in alcun modo. Da una parte c’è l’artista della parola Luc e dall’altra l’ufficiale tedesco che si atteggia da pittore (fuori luogo). Il primo è un poeta ispirato, capace di scrivere di getto qualunque cosa, eppure quando si tratta di raccontare la crudeltà che sta guardando con i suoi occhi non trova modo di esprimersi. Questo “blocco” non è una strana forma di indifferenza, ma un trauma così grande da celare un grido di dolore. Le parole, infatti, è un titolo simbolico: rappresenta il silenzio assenso di una generazione incapace di dare risposta alla cattiveria dell’uomo, ma anche quella passività che ha portato tanti a pensare che certi fatti non si siano mai verificati veramente. Questi sentimenti riguardano anche il secondo personaggio cardine di questa storia, l’ufficiale tedesco. La sua insensibilità di fronte a ciò che stanno compiendo i suoi soldati è qualcosa di surreale: dipinge quella scena infernale come se fosse un artista en plein air e a ogni pennellata il quadro sembra prendere vita, come se entrambi si alimentassero a vicenda. L’arte non va mescolata alla guerra – viene scritto anche nel testo – eppure a volte il fare artistico sembra essere uno dei pochi linguaggi in grado di dare “forma” agli orrori che non riescono a essere elaborati completamente a parole. Osservare il dipinto che si sta creando sotto gli occhi di Luc, dell’ufficiale nazista e anche del lettore, significa anche essere “complici” silenziosi di quello che sta accadendo, e – proprio come accade nella storia – di guardarlo accadere senza fare nulla.

E poi non rimase altro che un fango nero, i chiarori dell’incendio e il silenzio. I due uomini piangevano, sui gradini della chiesa, aspettando il giorno.

Vercors morì il 10 giugno del 1991, dopo aver passato anni a descrivere le sue personali esperienze di vita, seppure in maniera centellinata attraverso brevi racconti (oltre ai già citati: La zattera della medusa, Animali snaturati, Il comandante del Prometeo). Verso la fine della sua carriera si dedicò alla messinscena di alcuni testi teatrali di Shakespeare, ma anche alla traduzione di importanti autori inglesi come Coleridge ed Edgar Allan Poe; si spense nell’isolamento della sua casa parigina a Île de la Cité e circondato dai quadri che lui aveva abilmente copiato da quelli di alcuni grandi artisti contemporanei (come Picasso, Braque e Monet). Fino alla fine non l’hanno mai abbandonato quel silenzio e quell’arte diventati simbolo di ogni sua pubblicazione.

Per saperne di più:

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Titolo: Il silenzio del mare
Editore: Einaudi
Lunghezza: 46 pagine
Prezzo: 9,50 euro
Trama: Diffuso in Francia come libro clandestino sotto l’occupazione tedesca, nel 1942, “Il silenzio del mare” è una breve narrazione che si svolge tra le quattro mura di un salotto, ma è soprattutto la storia della muta resistenza che fu la prima forma di opposizione francese all’invasore tedesco. Tradotto in ventuno lingue è divenuto ovunque un racconto-simbolo della virtù eroica dell’intransigenza, che può sbocciare anche nel più umile degli esseri umani.
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Alla ricerca del piatto perduto: Polpette di cavolfiore

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Valentina Zanotto

Ingredienti (per circa 30 polpette):
400 g di cavolfiore 
5 fette di pane in cassetta
1 uovo
50 g di formaggio grattugiato
100 g di pangrattato
1 filetto d’acciuga (facoltativo)
Olio e.v.o.
Olio di semi (per friggere) q.b.
Sale e pepe q.b.

Preparazione:
Prendere il cavolfiore già lessato in precedenza e schiacciarlo con una forchetta in modo da ottenere una sorta di “purea”, aggiungere il formaggio grattugiato e, se si vuole, anche un filetto di acciuga sminuzzato (per insaporire).

All’interno di un mixer mettere le fette di pane in cassetta (privato della crosta) e, una volta sbriciolato, unirlo al cavolfiore; aggiungere al composto anche l’uovo. Dare una bella mescolata (se il tutto risulterà troppo “bagnato” si può rimediare con una manciata di pangrattato) e aggiustare di sale e pepe.

Formare delle palline di circa 3-4 cm di diametro, passarle nel pangrattato e farle “riposare” qualche istante su un vassoio. Cominciare a friggere le polpette – poche alla volta – quando l’olio di semi avrà raggiunto la giusta temperatura, saranno pronte quando sulla loro superficie si formerà una leggera crosticina dorata. Servire ancora calde, se si vuole con qualche salsa.

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro:

Ogni mattina passano i camion per la raccolta dei cadaveri. Questa è la funzione principale del governo, che investe in quest’operazione piú che in qualsiasi altra cosa. Tutt’intorno alla città ci sono i forni crematori – i cosiddetti Centri di Trasformazione – e giorno e notte si vede il fumo che sale in cielo. Ma dato che le strade sono in casi cattivo stato e molte si trovano ridotte in macerie, il compito diventa sempre piú difficile. Gli uomini sono costretti a fermare i camion e andare a piedi a raccogliere i corpi, e questo rallenta considerevolmente il lavoro. Come se non bastasse, ci sono frequenti danni meccanici ai veicoli, seguiti dagli occasionali scoppi di risate di chi sta a guardare. Lanciare pietre agli uomini dei camion della morte è una comune occupazione tra i senzatetto. Anche se questi uomini sono armati e sono noti per aver puntato le loro mitragliatrici sulla folla, alcuni di questi lanciatori di sassi sono molto abili nel nascondersi, e le loro tattiche di «toccata e fuga» ottengono talvolta il risultato di paralizzare completamente la raccolta. Non c’è un motivo coerente dietro questi attacchi. Maturano nella rabbia, nel risentimento e nella noia, e poiché i raccoglitori di cadaveri sono gli unici dipendenti municipali a farsi vedere nei quartieri, diventano facili obiettivi. Si potrebbe dire che i sassi rappresentano il disgusto della gente nei confronti di un governo che non fa nulla per loro finché non sono morti. Ma questo discorso ci porterebbe troppo in là. I sassi sono un’espressione d’infelicità e basta. In città infatti non c’è posto per la politica, di nessun tipo. Le persone hanno troppa fame, sono troppo sconvolte, troppo in lotta le une contro le altre.

Le cucine autunnali si cominciano a riempire con le verdure tipiche del periodo, mentre fuori dalla finestra le giornate si accorciano sempre di più. Per questa ricetta ho pensato a Nel paese delle ultime cose di Paul Auster, probabilmente uno dei libri più emblematici dell’autore statunitense. Neanche a farlo apposta, in questo romanzo è proprio il buio ad essere l’elemento caratterizzante, non tanto per l’assenza di luce, piuttosto per l’atmosfera “apocalittica” che si respira all’interno della storia. Una ricetta povera di ingredienti come misera è l’esistenza delle persone immerse in questo paese distopico in cui gli oggetti e la vita non hanno nessun valore, tanto da sparire nell’indifferenza più totale. Ma anche nei posti più tristi, in fondo, sembra esserci un po’ di speranza, chissà che quest’ultima non si nasconda all’interno delle intenzioni della protagonista Anna Blume.

Nel paese delle ultime cose

Titolo: Nel paese delle ultime cose
Autore: Paul Auster
Editore: Einaudi
Lunghezza: 170 pagine
Prezzo: 10,50 euro
Trama: Immaginate un posto dove le persone (la nonna, il droghiere, il vicino di casa) e gli oggetti (le auto, lo spazzolino, la caffettiera, la gomma da cancellare) sono a rischio di estinzione. Una mattina ti alzi e non c’è più il postino o lo schiaccianoci. E non solo il tuo, ma quello di tutti. Qualsiasi rimasuglio diventa allora l’oggetto più prezioso del mondo, soprattutto per i “cacciatori di oggetti”, persone in grado di uccidere per accaparrarsi, che so, un mozzicone di matita. La prima edizione italiana di questo romanzo è stata pubblicata nel 1996 da Guanda.
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“Dracula”: un moderno romanzo del terrore

Dracula è un ricettacolo di temi che aspettano solamente di essere scoperti e portati in superficie. Pubblicato nel 1897, il capolavoro di Bram Stoker è senza dubbio considerato il primo romanzo moderno della letteratura inglese, e un testo in cui il tema del gotico compare prepotentemente per poter dare una diversa chiave di lettura al terrore. Non è un caso che la prima edizione del libro avesse in copertina proprio un castello: l’autore, probabilmente, non voleva solo riprendere l’abitazione in cui aveva ambientato la sua storia, ma anche rendere omaggio a quella che è stata la nascita della gothic fiction, ovvero Horace Walpole con il suo Il castello di Otranto.

La popolazione della Transilvania è composta di quattro diverse etnie: i Sassoni al sud, e mescolati a loro i Valacchi, discendenti dei Daci; i Magiari ad ovest; ad est e a nord gli Szekely. È tra questi ultimi che mi sto dirigendo, un popolo che vanta discendenza da Attila e dagli Unni. Può ben essere, giacché quando i Magiari conquistarono il paese nell’XI secolo vi trovarono gli Unni già stanziati. Da quanto ho letto, ogni superstizione è annidata lì, racchiusa nel ferro di cavallo dei Carpazi, quasi fosse il centro d’un vortice dell’immaginazione. Se così fosse, il mio soggiorno promette d’esser molto interessante. (Ricordarsi di chiedere al Conte ogni possibile informazione in merito.) 

Il romanzo si apre con il viaggio del protagonista Jonathan Harker verso la Transilvania, una zona dell’Europa dell’Est che non è nemmeno individuabile nelle mappe. Il suo superiore lo ha “spedito” lì per incontrare il conte Dracula, un uomo dalle sembianze vampiresche (fisico pallido e longilineo, denti aguzzi, alito maleodorante) che è interessato ad acquistare casa a Londra. Ma questo viaggio, molto presto, sembra trasformarsi in qualcosa in più: è un trasferimento nel passato, è un contatto con delle superstizioni arcaiche, è un ritorno al Medioevo, è un incontro con il sublime. Sarebbe banale ridurre Dracula a una storia in cui si scontrano bene e male, perché Stoker cerca di concentrare al suo interno tutto quello che è il suo bagaglio personale e immaginario. Tra le varie interpretazioni del romanzo c’è quella dell’imperial gothic, un tema molto caro allo stesso autore vista la sua origine irlandese. Se da una parte il viaggio di Harker rappresenta un po’ l’uomo occidentale che si muove verso le colonie, dall’altra inscrive la reazione di uno scrittore che realmente si ritrova ad essere colonizzato dall’Impero inglese e per questo elabora una storia in cui – sovvertendo questa posizione – il vampiro vuole invadere Londra. Da qui anche l’opinione di molti studiosi nel considerare Dracula un forte emblema della razza: il vampiro non solo si nutre di sangue, ma quel sangue è come se rappresentasse nello stesso tempo anche tutte le vittime di cui si è cibato, facendosi portatore, di conseguenza, anche della contaminazione tra un corpo e l’altro.

Volgendomi indietro ho scorto, stagliata contro il cielo, la sagoma irta di Castel Dracula; eravamo infatti ai piedi del colle, così erto sopra di noi, che la cerchia dei Carpazi sembrava assai più bassa di esso. Vedevamo l’edificio in tutta la sua grandiosità, appollaiato in cima a un rapidissimo precipizio di trecento metri, e un’enorme distanza sembrava dividerlo dai versanti dei monti adiacenti da ogni lato. C’era qualcosa di selvaggio e inquietante in quel luogo. Ci giungeva all’orecchio il remoto ululare dei lupi. Erano lontani, ma quel suono, sebbene giungesse attutito dalla neve, era foriero di terrori.

Il romanzo è strutturato come se fosse una grande raccolta espitolare, ma le lettere non sono l’unico linguaggio comunicativo che compare in Dracula: scrittura stenografica e dattilografica, contratti, telegrammi, ritagli di giornale e registrazioni fonografiche, infatti, costellano tutta la storia proiettandola nell’età moderna e rendendola, nello stesso tempo, enormemente polifonica. Questo contesto riguarda anche i personaggi, tutti in qualche modo legati al positivismo e al sapere scientifico. Se da una parte, infatti, Jonathan Harker e John Seward rappresentano rispettivamente la legge e la scienza medica (e che uniti a Mina e Lucy formano quella che è stata definita “squadra della luce”, nonché i protagonisti principali della storia), dall’altra l’universo iper tecnologico con cui si entra in contatto ci proietta all’interno di libro che sembra quasi ossessionato dai media in generale.

Quando saremo sposati potrò essere utile a Jonathan, e se sarò abbastanza brava potrò stenografare tutto quello che dice e poi batterlo a macchina; sto facendo anche molta pratica di dattilografia.

Il vampiro è il personaggio clou del romanzo, eppure ne è allo stesso tempo grande assente. Il conte Dracula è più un pensiero che si insinua nei corpi e nelle menti delle persone piuttosto che una presenza in carne ed ossa, e questo lo si capisce soprattutto quando nella storia fanno il loro ingresso il dottor John Seward, il suo paziente Renfield e (più avanti) il professore Abraham Van Helsing. Con loro non “entra in gioco” solamente la medicina, ma anche la follia. Seward, infatti, è uno psichiatra e il manicomio in cui presta lavoro, in questo contesto, è un luogo simbolico che fa soprattutto riferimento al disagio mentale che abita la mente di Renfield. Tra quest’ultimo e il conte Dracula, infatti, c’è un legame che va ben oltre il contatto fisico: è un rapporto di sudditanza dove Renfield è totalmente soggiogato al vampiro, come se tra i due ci fosse una sorta di comunicazione telepatica.

Improvvisamente si è spalancata la porta, e il mio paziente si è precipitato dentro, col viso sconvolto dall’agitazione. Sono rimasto allibito, perché il fatto che un paziente entri di sua iniziativa nello studio del direttore è cosa mai accaduta prima. Senza esitare un attimo si è diretto verso di me. Aveva in mano un coltello e, rendendomi conto che era pericoloso, ho cercato di frapporre il tavolo tra di noi. Ma era troppo svelto e troppo forte per me; prima che riuscissi a recuperare il controllo già mi aveva colpito tagliandomi seriamente il polso sinistro. Prima che colpisse di nuovo, tuttavia, gli ho sferrato un pugno col destro, ed è caduto steso a terra. […] Quando gli infermieri sono accorsi, e abbiamo rivolto a lui la nostra attenzione, quel che stava facendo mi ha dato la nausea: bocconi sul pavimento, leccava, come un cane, il sangue gocciolato dalla ferita del mio polso.

La minaccia del conte Dracula, però, non si inscrive solamente nel suo tentativo di “vampirizzare” e condurre il male, ma anche nell’estrema attenzione – se così si può definire – per il genere femminile. Prima nel sogno (quello in cui ad essere concupito da delle fanciulle è Jonathan Harker) e poi con Lucy e Mary, le donne si dividono tra l’essere l’anello debole al diventare, invece, delle vere e proprie cacciatrici sessuali. Effettivamente, l’aspetto onirico è molto importante in Dracula, complice anche il fatto che il romanzo è contemporaneo alla nascita della psicanalisi (e quindi all’aspetto notturno dell’inconscio e della mente umana).

Di notte mi sono di nuovo svegliata, e ho trovato Lucy seduta sul letto, addormentata, che indicava la finestra. Mi sono alzata in silenzio, ho scostato la pensa e guardato fuori. C’era un chiaro di luna splendente, e mare e cielo erano soffusi di luce – immersi in un unico grande mistero – uno splendore al di là di ogni parola. Tra me e la luna svolazzava un grosso pipistrello, avanti e indietro, descrivendo grandi cerchi concentrici.

Dracula, insomma, si può dire rappresenti il simbolo di un intero genere letterario. Stoker pubblica questo libro quando il gotico ha già più di un secolo, però riesce comunque a riprodurne tutti gli stereotipi, insistendo maggiormente sull’aspetto “terrificante”. A terrorizzare però, in questo caso, non è qualcosa che si prefigura in una persona, ma in un insieme di idee che trovano realizzazione negli effetti psicologici, culturali e politici che l’autore è stato in grado di portare in vita attraverso le parole. Anche se il vampiro non c’è (o meglio, si manifesta nella sua assenza), Stoker ha comunque l’accortezza di renderlo costantemente presente nelle storie – scritte o raccontate – dei suoi personaggi, ed è probabilmente questo l’aspetto che rende singolare questo romanzo: la “paranoia” di non sapere cosa o chi il vampiro stia cercando.

Che razza di uomo è questi, o che specie di creatura è sotto sembianze umane? Il terrore di questo luogo orribile mi sovrasta; sono in preda alla paura, a una paura schiacciante, e per me non c’è scampo; sono accerchiato da terrori ai quali non oso neppure pensare.

Parole chiave:

  • Vampiro: il protagonista assente del romanzo, ma riuscito a diventare comunque un “mito”. Il primo è stato quello elaborato da John William Polidori; quello di Stoker prende anche le sembianze dal principe Vlad Tepes, un crociato realmente esistito in epoca medievale e soprannominato proprio Dracula per via della sua appartenenza all’ordine del dragone.
  • Quincey: è un personaggio che ha il ruolo di “prolungamento”. La sua perdita, infatti, segna allo stesso tempo un nuovo inizio attraverso la nascita del figlio di Mina e Jonathan, quasi come se il tutto fosse un passaggio di testimone.
  • Bram Stoker: autore e scrittore; probabilmente una delle figure più interessanti del suo secolo. E’ stato anche direttore artistico del più grande teatro della Londra del tempo e impresario di Henry Irving, famoso attore shakespeariano (e l’ombra di Shakespeare, con le sue inquietudini, è presente anche in Dracula: «e anche con la storia dello spettro del padre di Amleto»).
  • Scrittura: è più importante addirittura dei fatti, Dracula non è solamente un romanzo, ma anche un resoconto di quanto accade a ciascun personaggio. La forma del diario e delle lettere sostituisce la voce e proietta la storia su un piano in cui la necessità sembra quella di non perdere proprio nessun dettaglio.
  • Magia: all’interno del romanzo è presente anche un certa terminologia “magica”, ma anche elementi irrazionali come le credenze e le usanze citate all’inizio del libro.

Voto: 4 segnalibri su 5

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Titolo: Dracula
Autore: Bram Stoker
Editore: Mondadori
Lunghezza: 569 pagine
Prezzo: 10,50 euro
Trama: Mi stava vicino, lo vedevo da sopra la spalla, ma nello specchio non si rifletteva! In Transilvania per concludere la vendita di una casa londinese al Conte Dracula, discendente di un’antichissima casata locale, il giovane agente immobiliare Jonathan Harker scopre che il suo cliente è una creatura di mistero e orrore… Dracula, archetipo delle infinite storie di vampiri narrate dalla letteratura e dal cinema, mette in scena l’eterna lotta tra il Bene e il Male, ma anche tra la ragione e l’istinto, tra le pulsioni più inconfessabili e il perbenismo non solo vittoriano. Una storia scaturita dall’inconscio ed entrata in tutti i nostri incubi.
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La leggenda di Halloween: dolcetto o scherzetto?

L’origine di Halloween è un “problema” ancora tutt’oggi, soprattutto tra quelli convinti che questa festa sia una tradizione prettamente americana. La verità è che in America ci è arrivata solo per importazione dall’Europa, anche se va riconosciuto che nel continente a stelle e strisce ormai rappresenta uno dei momenti più attesi e sentiti dell’anno. “All Hallows’ Eve Day” (letteralmente “la notte di Ogni Santi” e che poi è stato contratto in Halloween) coincide infatti con la ricorrenza cristiana che viene festeggiata il 1º novembre e anche con quella che, nell’Irlanda dei Celti, veniva chiamata “Samhain”. Ma cosa era il momento dello Samhain? Nella tradizione celtica rappresentava semplicemente la fine dell’estate, ossia la chiusura di un ciclo di produttività dato da mesi dediti alla pastorizia e al lavoro nei campi. Per capire meglio l’importanza di questo evento bisogna pensarlo come a una sorta di Capodanno in cui terminava la stagione calda e luminosa (l’estate) e ci si addentrava in quella fredda e buia (l’inverno), quest’ultima passata prevalentemente in casa a raccontarsi storie e leggende di vario genere. Lo Samhain era un momento di transizione, e come ogni rituale che si rispetti si rivestiva in automatico anche di poteri magici, tra questi la credenza che tra il mondo dei vivi e quello dei morti scattasse un corto circuito e avvenisse una sorta di contatto. Non è un caso probabilmente che l’argomento principale dei racconti fossero proprio i defunti: così come la natura stava morendo e deperendo intorno agli uomini, allora diventava lecito parlare dei morti e di ciò che si stava riposando sotto terra, creando così una sorta di fusione tra aldilà e mondo terreno.

I limiti che separano un anno dall’altro diventano limitati. Rappresenta un periodo di viaggi interni e profondi. I semi sono sotto terra. Si festeggiava il festival celtico di Samhain. In Grecia Persefone era già nell’inframondo e in Egitto Osiride si era già ritirato nel mondo dei morti. I romani dedicavano questa notte a Ecate. I celti celebravano l’anno nuovo e l’inizio dell’oscurità. È il momento in cui gli umani possono stabilire un vincolo con l’aldilà. La linea che separava il mondo dei morti da quello dei vivi diventava quasi impercettibile. Per questa ragione si invitavano i famigliari defunti e si scacciavano gli spiriti nocivi. (Laboratorio di scrittura e magia, Patricia Sánchez-Cutillas)

Questo “ritorno” dei morti tra i vivi era vissuto in diversi modi, ma il più celebre – e conosciuto ancora oggi – vedeva il rinnovo dello storico patto attraverso la frase “dolcetto o scherzetto”. Durante questi giorni, infatti, era usanza posizionare fiaccole e cibo fuori dalle abitazioni in modo che le anime dei defunti non fossero tentate di fare scherzi ai viventi. Da una parte c’era quella che nella leggenda prendeva il nome di soul cake (torta dell’anima) per cui ogni fetta corrispondeva una preghiera per un morto; dall’altra invece si trovava il gioco ludico del travestimento che doveva servire a scacciare gli spiriti maligni dalla città. A questi si aggiungeva poi anche la leggenda di Jack O’Lantern e della storia che ha portato all’usanza della zucca intagliata e illuminata dalla luce di una candela. 

Halloween è quindi una festa nata in Europa che, però, rappresenta per molti la festa simbolo dell’America: ma come è arrivata negli Stati Uniti? Verso la metà del XIX secolo l’Irlanda, a seguito di una malattia che devastò le coltivazioni di patate, fu investita da una terribile carestia; per sfuggire alla povertà molte persone decisero di abbandonare l’isola e di tentare la fortuna negli Stati Uniti. Qui le comunità irlandesi mantennero vive le tradizioni e i costumi della propria patria, tra cui Halloween, che ben presto si diffuse tra il popolo americano, e il cui simbolo è una zucca nella quale sono intagliati gli occhi, il naso e la bocca. (Tutti in festa: antropologia della cerimonialità, Laura Bonato)

Si racconta che nella notte di Ognissanti il fabbro irlandese Stingy Jack fece un incontro molto particolare: alla fine di una serata piena di alcool, infatti, s’imbatté nel Diavolo desideroso di impossessarsi della sua anima. Nonostante il suo stato d’ebbrezza, l’uomo riuscì a dimostrarsi comunque il più furbo tra i due, riuscendo nell’impresa di ricevere l’ultimo desiderio di una bevuta. Il Diavolo decise di agevolare l’ubriacone trasformandosi in una moneta, ma quel gesto altruista diventò anche la sua condanna, tant’è che si ritrovò imprigionato dal furbo Jack che lo infilò nel suo portafoglio in compagnia di un crocefisso d’argento (un simbolo religioso che gli impediva di riacquisire la sua forma originale). A questo punto al Diavolo rimase solo un’unica alternativa, non senza un certo disappunto: posticipare nel tempo la presa dell’anima dell’uomo sperando di essere più fortunato negli anni a venire. Ripresentandosi nuovamente nella notte di Ognissanti, la furbizia di Jack non mancò ancora una volta di manifestarsi “incastrando” il suo infernale nemico all’interno di un albero sul quale aveva inciso una croce e su cui il Diavolo era salito per poter prendere una mela. All’ennesima umiliazione, i due arrivarono all’accordo di lasciarsi in pace a vicenda; la serenità di Jack, però, non durò a lungo e il suo brutto vizio di bere non gli lasciò scampo. Arrivato all’Inferno, luogo a cui era stato destinato dopo una vita passata tra peccati e provocazioni, il “padrone di casa” pensò di dargli il ben servito cacciandolo e condannandolo a vagare in cerca di un luogo in cui potesse finalmente trovare riposo. Il Diavolo, però, vedendo che l’uomo doveva percorrere una strada completamente buia, decise di aiutarlo lanciandogli un tizzone ardente in modo che potesse illuminarsi la via. Per chissà quale curiosa ragione, Jack aveva con sé una rapa, e all’occorrenza decise di inciderla e trasformarla in una sorta di lanterna. Non ci è dato sapere se l’uomo sia mai riuscito a trovare la sua destinazione, ma da allora Jack O’Lantern viene rappresentato proprio con una zucca su cui c’è intagliato un volto.

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Immagine presa dal web

Ad Halloween si legano poi altre declinazioni, come ad esempio quella dell’esercito dei morti. Per capire meglio questo concetto bisogna fare una piccola premessa: al XII secolo risale anche “l’invenzione” del Purgatorio, ossia quello spazio intermedio tra la dimora definitiva (Inferno o Paradiso) e il mondo dei vivi. Un aspetto non di poco conto se si pensa che, a partire da quel momento, anche la letteratura ecclesiastico-religiosa cominciava ad ammettere l’esistenza di leggende che riguardavano proprio i defunti, una tra tutte quella della “Familia Harlechini” o “Masnada Infernale”. In questa storia sono molti gli aspetti particolari, soprattutto i riferimenti di cui si fa portatrice. Herle King (quello che poi sarebbe diventato Arlecchino nella Commedia dell’Arte) non era altro che il capo di questo esercito che compariva in momenti e spazi precisi: durante la notte o anche a mezzogiorno, ossia il momento della giornata in cui non viene proiettata alcuna ombra, e all’interno di una foresta, il luogo irrazionale e barbaro per eccellenza. Se da una parte questi temi letterari sono convertititi tutti in quella che è stata chiamata “materia bretone”, dall’altra ha permesso di interpretare il Medioevo anche come espressione di un periodo tenebroso in cui il ritorno dei morti portava non solo a uno sconvolgimento della società, ma anche all’idea che quest’ultimo potesse decidere se rendersi responsabile di abbondanze o carestie. Certe storie avevano un impatto enorme sulla popolazione: ciò che a quei tempi permeava all’interno delle menti come vera e propria convinzione, oggi invece è diventata leggenda risultando, perciò, affascinante per chiunque ne entri in contatto.

Un libro per Halloween:

Paese d'ottobre

Titolo: Paese d’ottobre
Autore: Ray Bradbury
Editore: Mondadori
Lunghezza: 330 pagine
Prezzo: 10 euro
Trama: Mentre creava le “Cronache marziane”, Bradbury scrisse anche una serie di novelle ambientate nei luoghi della sua infanzia, le piccole cittadine dell’immutabile Middle West agricolo. E a queste ‘cronache terrestri’ diede il titolo di “Paese d’ottobre”, perché in ottobre la luce del sole declina facendo sfumare gli oggetti quotidiani tra le ombre ed è allora che, dietro le apparenze più comuni, ci è dato di vedere il fatto straordinario che spalanca la possibilità di realtà misteriose e di mondi diversi, nascosti dietro la facciata sonnacchiosa della provincia americana.
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Alla ricerca del piatto perduto: Insalata autunnale

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Valentina Zanotto

Ingredienti (per 1 persona):
Una manciata di rucola
1/2 finocchio
1 spicchio di arancia
20 chicchi di melagrana
1 fettina di petto di pollo
2 cucchiai di farina
1 cucchiaio di crescenza
Sale e pepe q.b.
Olio e.v.o.

Preparazione:
Lavare accuratamente le verdure sotto l’acqua corrente. Prendere il finocchio e tagliarlo finemente (magari aiutandosi con un’affettatrice), quindi metterlo in una ciotola insieme alla rucola. Condire con un filo di olio, una grattata di sale e pepe, poi mescolare per bene. Sgranare la melagrana e tagliare a triangolini uno spicchio d’arancia, metterli da parte.

Passare il petto di pollo fatto a striscioline nella farina e cuocerlo in padella.

Per fare la salsa dressing alla crescenza basterà pochissimo: mettere un cucchiaio di formaggio in una ciotolina, un filo di olio e allungare con poca acqua (un dito sarà sufficiente), aggiustare di sale e pepe, quindi mescolare il composto fino a quando non si ottiene una cremina.

Ora che gli ingredienti sono pronti si può preparare il piatto: prendere la parte di rucola e finocchio, aggiungere il petto di pollo, mettere qua e là dei chicchi di melagrana e l’arancia a pezzetti, poi terminare l’insalata con qualche goccia di salsa dressing alla crescenza.

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro:

Udì bussare. Automaticamente, ancora sognando, la signora Bantry disse: «Avanti». La porta si aprì. Adesso doveva venire il rumore delle tendine che si aprivano.
Ma questo non accadde. Nella penombra grigia della stanza, risuonò isterica e strozzata la voce di Mary: «Oh, signora, signora, c’è un cadavere in biblioteca!».
Dopo di che, con un improvviso scoppio di singhiozzi, corse fuori della camera.
La signora Bantry balzò a sedere sul letto.
Poteva darsi che il suo sogno avesse preso una strana piega, oppure era realmente entrata nella camera Mary, gridando l’incredibile e fantastica notizia che c’era un cadavere in biblioteca?

Un piatto velocissimo e dai sentori autunnali. La melagrana è uno dei frutti che più amo in questo periodo e il suo gusto vale la “fatica” dello sgranarla per bene. Ho sempre desiderato integrarla in un piatto (e non semplicemente mangiarla come frutta a fine pasto), e un’insalata mi sembrava la cosa ideale per non disperdere troppo il suo sapore particolare a metà tra il dolce e l’aspro. Il libro a cui ho pensato di abbinare questa speciale “insalata autunnale” è un giallo di Agatha Christie, probabilmente uno dei più famosi della scrittrice: C’è un cadavere in biblioteca. In questo romanzo la storia lineare si mescola a quella nascosta tra le righe all’interno della narrazione, soprattutto in quegli indizi disseminati qua e là in una trama fatta di molteplici personaggi, indagini più o meno efficaci e descrizioni particolareggiate. Come insegna la granitica Miss Marple, mai fidarsi delle apparenze: anche la più “strana” delle insalate può essere gustosissima!

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Titolo: C’è un cadavere in biblioteca
Autore: Agatha Christie
Editore: Mondadori
Lunghezza: 177 pagine
Prezzo: 11,50 euro
Trama: St Mary Mead, una mattina come tante. Almeno fino a quando il colonnello Bantry e sua moglie Dolly vengono bruscamente svegliati da una cameriera terrorizzata, venuta ad annunciare che, nella biblioteca della villa, è stato trovato il cadavere di una sconosciuta in abito da sera, apparentemente assassinata. Nessuno degli abitanti della casa ha mai conosciuto la vittima, ma allora come spiegare il bizzarro ritrovamento? La polizia, subito interpellata, comincia le indagini, ma ancora una volta sarà la simpatica Miss Marple, con il suo occhio infallibile e la sua lucida capacità di far luce nei più tortuosi meandri dell’animo umano, a risolvere il caso.
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