Tag: IL COMPLOTTO CONTRO L’AMERICA

Philip Roth

Philip Roth
Immagine presa dal web

Nato a Newark nel 1933 da una famiglia ebrea di umili origini, Philip Milton Roth ha abbandonato presto il piccolo paese di provincia per inseguire le sue ambizioni culturali. Infatti, dopo aver conseguito una laurea in Letteratura inglese presso la Bucknell University nel 1954 e poi un master all’Università di Chicago nel 1955, ha cominciato a dedicarsi alla scrittura professionale che, con il tempo, gli ha fatto conquistare numerosi riconoscimenti prestigiosi (tra cui il Pulitzer nel 1998 per American Pastoral e il Premio Franz Kafka nel 2001), ma mai il premio Nobel a cui è stato candidato diverse volte. È inevitabile pensare a quanto tale notizia risulti “ingiusta” proprio oggi, giorno della sua morte, mentre poche settimane fail rinomato evento è stato cancellato a causa dell’ennesimo scandalo molestie e il tutto ha l’aria di essere il brutto scherzo di un destino che ha sbagliato le tempistiche. Ma la grandezza di Philip Roth è in grado di prescindere da tutto questo, a maggior ragione se si pensa a quanto sia stata influente la sua scrittura nella società contemporanea, quasi sempre perlustrata nel profondo e portata tra le pagine dei suoi romanzi nella sua forma più schietta. La realtà americana da una parte e il suo essere ebreo dall’altra, tra suoi scritti più importanti possiamo citare il suo esordio letterario Addio, Columbus e cinque racconti (1959), il capolavoro “scandaloso” Lamento di Portnoy (1969), la sperimentazione di satira politica La nostra gang (1971), fino ad arrivare ai recenti Pastorale americana (1997), Ho sposato un comunista (1998), La macchia umana (2000), che insieme formano una trilogia, poi ancora Il complotto contro l’America (2004) e Nemesi (2010).

Certo, i romanzi di Philip Roth non sono consolatori: che si tratti di vicende collettive o di piccoli drammi personali, le sue storie sono di una sincerità spietata. Lui stesso, d’altronde, ha sempre ritenuto che prendersi cura dei lettori non sia un dovere dello scrittore: la letteratura non è che un altro aspetto di una vita in cui ogni persona è chiamata a occuparsi di se stessa, senza che lo debbano fare altri al posto suo. (da Il Libraio)

La vita è senza dubbio l’elemento che più compare nei romanzi di Philip Roth: che si tratti della sua o di quella degli altri, in maniera centellinata o evidente, i cenni autobiografici sembrano essere un elemento inalienabile della sua scrittura, tant’è che sono frequenti nei suoi romanzi i riferimenti alle scene di vita quotidiana e alle storie che scorrono sotto gli occhi ogni giorno. Un attento osservatore della realtà, quindi, ma anche di una società che sembra riscrivere il presente in relazione a un passato che ripropone continuamente le stesse dinamiche: un esempio su tutti è l’estremizzazione descritta ne Il complotto contro l’America attraverso lo slogan “America First”, raccontata nel 2004 e ritornata inconsapevolmente (ma anche tristemente) in auge proprio in questi anni con Donald Trump. La fede ebraica – di cui andava orgoglioso – le analisi morali, le tematiche politico-sociali: questi gli argomenti che più spiccano nella sua produzione letteraria che consta più di trenta romanzi, tutti sapientemente pensati e frutto di un attività vista più come uno “sforzo”, una missione, piuttosto che come un hobby.

Nel 2010 in Why Write? avevo la convinzione che non avrei più potuto fare meglio. Credo che ogni talento, per quanto proficuo, abbia i suoi limiti. Non si può essere fruttuosi per sempre. Ho vissuto 50 anni in una stanza silenziosa come il fondo di una piscina, in preda ad emozioni contrastanti, in una tremenda solitudine. (dal New York Times)

Dopo aver dichiarato di aver dedicato una vita alla scrittura e alla ricerca del “meglio” che poteva fare, nel 2012 Roth ha ufficialmente annunciato il suo ritiro dalle scene della Narrativa contemporanea (con la disposizione che i suoi archivi venissero distrutti alla sua morte). Un’uscita che, oggi più che mai, ci fa sentire fortemente la mancanza della sua abile “penna” e della sua mordace franchezza. Quasi profetiche le parole rilasciate in una delle sue recenti interviste:

Ogni mattino al risveglio penso: Sono sopravvissuto un’altra notte. Vado a dormire sorridendo e mi sveglio sorridendo. È come un bel gioco d’azzardo, ogni giorno alzo la posta e vinco, vinco ancora. Sono ancora qui e mi illudo che possa durare per sempre. Vedremo quanto durerà la mia fortuna. (dal New York Times)

Per saperne di più:

Lasciar andare - P. Roth

Titolo: Lasciar andare
Editore: Einaudi
Lunghezza: 748 pagine
Prezzo: 24 euro
Trama: “In quel periodo ero sottotenente d’artiglieria, di stanza in un angolo desertico e sperduto dell’Oklahoma, e il mio unico legame col mondo dei sentimenti non era il mondo stesso, ma Henry James, che da qualche tempo avevo cominciato a leggere”. Congedato poco tempo prima dall’esercito, ancora scosso dalla recente morte della madre, libero dai vecchi legami e ansioso di crearsene nuovi, Gabe Wallach entra nell’orbita di Paul Herz, un compagno di studi, e di Libby, la malinconica moglie di Paul. Il desiderio di Gabe di mettere in relazione l’ordinato “mondo dei sentimenti” che ha conosciuto nei libri con il mondo reale si scontra prima con gli sforzi degli Herz di fare i conti con le difficoltà della vita adulta e poi con le sue stesse relazioni sentimentali. La volontà di Gabe di essere una persona seria, responsabile e generosa col prossimo viene messa alla prova dal rapporto con Martha Reganhart, una donna divorziata, madre di due bambini, vivace, senza peli sulla lingua. La complessa relazione di Gabe e Martha, e la spinta di Gabe a risolvere i problemi degli altri sono al centro di questo primo, ambizioso romanzo, di Philip Roth: ambientato negli anni Cinquanta, tra Chicago, New York e Iowa City, è il ritratto di un’America definita da vincoli sociali ed etici profondamente diversi da quelli di oggi.
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Lamento a Portnoy - P. Roth

Titolo: Lamento di Portnoy
Editore: Einaudi
Lunghezza: 220 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Alex Portnoy ha trentrè anni ed è commissario aggiunto della Commissione per lo sviluppo delle risorse umane del Comune di New York. Nel lavoro è abile, intransigente, stimato. Il libro riporta il monologo di Alex che, dall’analista ripercorre la sua vita per capire perché è travolto dai desideri che ripugnano alla “mia coscienza e da una coscienza che ripugna ai miei desideri”.
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Pastorale americana

Titolo: Pastorale americana
Editore: Einaudi
Lunghezza: 462 pagine
Prezzo: 14 euro

Trama: Seymour Levov è un ricco americano di successo: al liceo lo chiamano “lo Svedese”. Ciò che pare attenderlo negli anni Cinquanta è una vita di successi professionali e gioie familiari. Finché le contraddizioni del conflitto in Vietnam non coinvolgono anche lui e l’adorata figlia Merry, decisa a portare la guerra in casa, letteralmente. Un libro sull’amore e sull’odio per l’America, sul desiderio di appartenere a un sogno di pace, prosperità e ordine, sul rifiuto dell’ipocrisia e della falsità celate in quello stesso sogno.
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Il complotto contro l'America - P. Roth

Titolo: Il complotto contro l’America
Editore: Einaudi
Lunghezza: 431 pagine
Prezzo: 13,50 euro
Trama: Quando l’eroe dell’aviazione Charles A. Lindebergh, rabbioso isolazionista e antisemita, sconfigge Franklin Roosevelt alle elezioni presidenziali del 1940, la paura invade ogni famiglia ebrea americana, soprattutto quella del piccolo Philip, investita dalla violenza del pogrom che si scatena. Roth parte da questo antefatto di fantastoria per raccontare cosa accadde a Newark alla sua famiglia, e a un milione di famiglie come la sua, durante i minacciosi anni Quaranta, quando i cittadini ebrei americani avevano buoni motivi per temere il peggio.
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Nemesi - P. Roth

Titolo: Nemesi
Editore: Einaudi
Lunghezza: 182 pagine
Prezzo: 11 euro
Trama: Al centro di “Nemesi” c’è un animatore di campo giochi vigoroso e solerte, Bucky Cantor, lanciatore di giavellotto e sollevatore di pesi ventitreenne che si dedica anima e corpo ai suoi ragazzi e vive con frustrazione l’esclusione dal teatro bellico a fianco dei suoi contemporanei a causa di un difetto della vista. Ponendo l’accento sui dilemmi che dilaniano Cantor e sulla realtà quotidiana cui l’animatore deve far fronte quando nell’estate del 1944 la polio comincia a falcidiare anche il suo campo giochi, Roth ci guida fra le più piccole sfaccettature di ogni emozione che una simile pestilenza può far scaturire: paura, panico, rabbia, confusione, sofferenza e dolore. Spostandosi fra le strade torride e maleodoranti di una Newark sotto assedio e l’immacolato campo estivo per ragazzi di Indian Hill, sulle vette delle Pocono Mountains – la cui “fresca aria montana era monda d’ogni sostanza inquinante” -, “Nemesi” mette in scena un uomo di polso e sani principi che, armato delle migliori intenzioni, combatte la sua guerra privata contro l’epidemia. Roth è di una tenera esattezza nel delineare ogni passaggio della discesa di Cantor verso la catastrofe, e non è meno esatto nel descrivere la condizione infantile.
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“Il complotto contro l’America” e l’incubo in un francobollo

«La paura domina questi ricordi, un’eterna paura. Certo, nessuna infanzia è priva di terrori, eppure mi domando se da ragazzo avrei avuto meno paura se Lindbergh non fosse diventato presidente o se io stesso non fossi stato di origine ebraica.»

Sebbene Philip Roth abbia abbandonato presto il paese d’origine per diventare uno scrittore, in Il complotto contro l’America, Newark sembra ritornare come un fantasma per rimarcare un legame che non ha mai smesso di esistere. Che sia per rimandi a luoghi o a nomi, infatti, la vita quotidiana rappresenta un elemento molto importante per l’autore, soprattutto se pensiamo che in questo romanzo appare come una sorta di riscrittura sotto “false righe”. Non appena si legge la citazione soprastante, è impossibile non sentirsi spaesati e chiedersi di quale passato stia parlando esattamente l’autore.

«Lindbergh fu il primo celebre americano vivente che imparai ad odiare – proprio come il presidente Roosevelt fu il primo celebre americano vivente che mi insegnarono ad amare – e così la sua nomination da parte dei repubblicani come avversario di Roosevelt nel 1940 rappresentò l’attacco più violento che fosse mai stato sferrato contro quella ricca dotazione di sicurezza personale che io avevo dato per scontata come figlio americano di genitori americani in una scuola americana di una città americana in un’America in pace col mondo.»

Nel quartiere di Weeqhahic, a Newark appunto, vive un ragazzino ebreo di nome Philip che con la sua famiglia, tra discussioni e legami risanati, ha gli alti e bassi tipici di ogni giorno. Se non avessimo guardato la copertina e visto il titolo, staremmo sicuramente pensando di leggere una biografia dell’autore. Invece no: gli anni sono quelli della Seconda guerra mondiale e il momento descritto riguarda le elezioni presidenziali che vedono l’inattesa (e decisamente assurda) vittoria dell’aviatore anti-semita Charles Lindbergh. Se ancora non si fosse capito, Il complotto contro l’America è un’ucronia un po’ anomala: stavolta Hitler non si presenta come una “presenza” vincente (almeno, non ancora), piuttosto come un burattinaio che tiene in mano i fili e il destino di un’America che sembra sempre più vicina all’ideologia nazista. Quest’ultima, infatti, non è rappresentata dai suoi fedelissimi gerarchi come si potrebbe pensare, bensì da Charles Lindbergh, lo stesso aviatore che nel 1927 ha fatto l’eroica trasvolata in solitaria da New York a Parigi senza scali, ma che qui, inaspettatamente, si trasforma in un candidato politico di destra estrema.

«Anche se il ragazzone timido del Minnesota aveva tutt’altra vocazione, la straordinaria impresa aviatoria lo trasformò in personaggio pubblico amato dalla folla, esaltato dai media e osannato dai potenti. L’attenzione nei suoi confronti aumentò ancor più quando 1932 fu rapito e ucciso suo figlio di due anni in una vicenda che suscitò l’interesse morboso dei media nazionali e internazionali. Quel drammatico episodio provocò nell’aviatore il bisogno di credere in un’autorità forte e lo spinse ad abbandonare gli Stati Uniti verso l’Europa […]. Dall’Inghilterra Lindbergh visitò più volte il Terzo Reich, accolto come ospite d’onore dal gruppo dirigente nazista. […] Il bagno nelle idee naziste che percorrevano l’Europa degli anni Trenta indusse l’aviatore a farsene leale portabandiera. Lindbergh non solo ammirava Hitler di cui diceva «è sicuramente un grande uomo e credo che abbia fatto molto per il popolo tedesco», ma manifestava apertamente idee antisemite contro gli ebrei accusati di manovrare Franklin D. Roosevelt per indurlo a opporsi al Nazismo.»

Hitler non viene citato per le sue mire espansionistiche o per le vittorie senza precedenti (letteralmente), ma soprattutto per le idee subdole e inquietanti che coinvolgono delle figure insospettabili ed “eroiche”. L’intento di Philip Roth, in questo caso, è principalmente quello di raccontare il what if con una disarmante lucidità: ecco, quindi, che il passato alternativo e gli elementi ucronici non servono soltanto per creare una ambientazione storica fuori dal comune, ma anche per raccontare il punto di vista di una realtà ebraica presa di mira dal Nazismo e un contesto familiare continuamente sottoposto a degli scossoni da parte del mondo esterno. Dopo l’elezione di Lindbergh, infatti, una domanda comincia a serpeggiare tra gli ebrei di Newark: che ne sarà di loro e delle loro vite? Le risposte, più che portare certezze, sembrano piuttosto un crescendo di dubbi e inquietudini che nemmeno l’oceano che si frappone tra l’America e l’Europa martoriata dal Nazionalsocialismo sembra placare.

«[…] Per impedire una guerra in Europa è ormai troppo tardi. Ma non è troppo tardi per impedire all’America di partecipare a quella guerra. FDR sta ingannando la nazione. L’America sarà trascinata nella guerra da un presidente che falsamente promette la pace. La scelta è semplice. Votate per Lindbergh o votate per la guerra.»

La “distanza”, probabilmente, rappresenta il motivo per cui anche la questione ebraica viene trattata in maniera diversa: non ricordando ancora una volta i capisaldi della storia con le leggi razziali e la deportazione, ma lasciando tutto questo sullo sfondo e concentrandosi maggiormente sui risvolti familiari e sulle reazioni delle persone. Philip Roth, attraverso il suo romanzo, non vuole dare delle spiegazioni e trovare i motivi per cui sono successi certi fatti, piuttosto vuole osservare le reazioni che questi cambiamenti – lenti, graduali, terribili – apportano agli individui, come se in mano avesse una sorta di lente d’ingrandimento letteraria. Gli intenti di Lindbergh sono come “il bastone e la carota”, ossia un’alternanza di buone (all’apparenza) e cattive maniere. Se da una parte il Just Folks viene spacciato per un progetto benevolo il cui fine è l’integrazione della popolazione ebraica nella società (quando in realtà è tutto il contrario), dall’altra invece il culmine massimo della gravità viene raggiunto con l’uccisione del giornalista ebreo Walter Winchell. E i francobolli? Sotto la lente d’ingrandimento di Philip Roth c’è la sua famiglia, ma soprattutto il suo sé bambino che, come una spugna, assorbe le tensioni e le preoccupazioni che si scatenano attorno a lui. In questa quotidianità fatta di gesti comuni, ci sono i litigi tra suo padre e il fratello Sandy, le apprensioni tipiche di una madre, ma anche gli interessi e le passioni che, in un contesto di eccezionalità come quello che stanno vivendo tutti, fanno rimanere aggrappati alla “normalità”. Ecco che i francobolli di Philip rappresentano sì una distrazione, ma anche quella storia che sta cambiando e che nel suo mutare si affida a degli oggetti iconici.

«Era un incubo coi fiocchi, e riguardava la mia raccolta di francobolli. Era successo qualcosa. Il disegno su due serie di francobolli era orribilmente cambiato senza che io sapessi quando o come. […]
Quando aprivo l’album al Bicentenario di Washington del 1932 – dodici francobolli il cui valore andava dal mezzo cent marrone scuro al dieci cent giallo – rimanevo sbalordito. Sui francobolli Washington non c’era più. […]
E sulla faccia di ognuno di essi, sulle rupi, sui boschi, sui fiumi, sulle cime, sui geyser, sui burroni, sulle coste di granito, sulle acque profonde e sulle grandi cascate, su quanto di più verde, bianco e blu ci fosse in America, da conservare per sempre in queste riserve incorrotte, era stampata una svastica nera.»

L’espediente suggestivo a cui si affida Philip Roth in questo frangente è quello di personificare l’incubo nazista in uno strumento – il francobollo – che viene utilizzato non solo per arricchire una collezione, ma soprattutto come mezzo di diffusione e spostamento. Hitler e il Nazionalsocialismo, sotto tale punto di vista, rappresentano il male che, quasi alla stregua di un contagio, si sta diffondendo pericolosamente in Europa e in America, questo grazie anche al “portatore (in)sano” Lindbergh e ai suoi viaggi da un continente all’altro. Quello che è certo, dunque, è che Roth con Il complotto contro l’America non scrive un’ucronia in cui, al lettore, appare chiaro fin da subito di trovarsi in una diversa concezione della storia, piuttosto un’alterazione del tessuto familiare che lo vede protagonista in prima persona. Ciò che più sconvolge gli individui non è tanto la manipolazione del passato, ma soprattutto l’inaspettata consapevolezza che non esistono certezze, soltanto elementi destinati a mutare inevitabilmente sotto agli occhi. Philip Roth ci dice tutto questo attraverso una scrittura colloquiale (e familiare) in cui però, a volte, gli eventi sembrano confondersi e sfumarsi un po’ troppo tra di loro. Gli espedienti utilizzati da Roth sono geniali: la storia del francobollo in primis, ma anche il suo forte attaccamento con la realtà, mai abbandonato neppure per raccontare qualcosa di irreale e allo stesso tempo spaventoso. In questo romanzo, un po’ autobiografico e un po’ fantastico, Philip Roth prova a dare concretezza a tutti questi pensieri: se da una parte l’America ha vissuto un po’ sullo sfondo i pericoli della deportazione e dei crimini nazisti, dall’altra, invece, lo scrittore cerca di ammonirci sul fatto che gli spettri del passato possono sempre ritornare in ogni momento della storia, soprattutto se vengono a mancare le basi della democrazia.

Parole chiave:

  • Autobiografia: l’aspetto più particolare di questo romanzo, Philip Roth cerca di raccontarci dei fatti della sua vita (o comunque della sua quotidianità) all’interno di una storia palesemente “assurda”.
  • Ucronia: genere di narrativa (fantastica) che prevede il racconto di eventi che però non sono come quelli che la storia ci ha tramandato. In questo caso specifico, l’autore non solo ci racconta come le elezioni del 1940 in America videro protagonista l’aviatore Lindbergh (quando in realtà vennero vinte da Franklin Delano Roosevelt), ma ci dice anche come Hitler riesca a manovrare tutta questa situazione dall’alto e con un oceano di mezzo.
  • Nazismo: Il complotto contro l’America ce lo presenta come un male insanabile in grado di coprire tutto il mondo, proprio come viene sognato dal piccolo Philip con il francobollo. Qui, l’incubo della deportazione è solo qualcosa che aleggia nell’aria e non riguarda direttamente i protagonisti, ma Roth probabilmente vuole anche dirci che nessuno è al sicuro quando certe ideologie cominciano a serpeggiare pericolosamente nella società.
  • Protesi: un elemento molto particolare del romanzo che mi ha colpito per il suo significato. Quando il cugino di Philip, Alvin, ritorna dalla guerra, quest’ultimo è costretto a indossare una protesi per sopperire alla perdita della gamba: l’inserimento di un elemento “estraneo” sul corpo richiama, in un certo senso, anche l’operazione scrittoria di Philip Roth che, come un abile chirurgo, inserisce nella storia reale degli elementi fittizi che spiazzano il lettore.
  • Realtà/finzione: l’autore ne Il complotto contro l’America si divide continuamente tra questi due aspetti portando tra le pagine sia eventi e persone esistite sia situazioni inventate.

Voto: 5 segnalibri su 5

Il complotto contro l'America - P. Roth

Titolo: Il complotto contro l’America
Autore: Philip Roth
Editore: Einaudi
Lunghezza: 431 pagine
Prezzo: 13,50 euro
Trama: Quando l’eroe dell’aviazione Charles A. Lindebergh, rabbioso isolazionista e antisemita, sconfigge Franklin Roosevelt alle elezioni presidenziali del 1940, la paura invade ogni famiglia ebrea americana, soprattutto quella del piccolo Philip, investita dalla violenza del pogrom che si scatena. Roth parte da questo antefatto di fantastoria per raccontare cosa accadde a Newark alla sua famiglia, e a un milione di famiglie come la sua, durante i minacciosi anni Quaranta, quando i cittadini ebrei americani avevano buoni motivi per temere il peggio.
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