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“Fatherland”: buon 75esimo compleanno, Adolf Hitler!

Non erano ancora le sette, e Berlino era animata dalle possibilità che la giornata doveva ancora spegnere.

Fatherland è la storia di un’ucronia che ha come protagonista la Germania nazista del Reich, ma anche il racconto di un potere che si insinua nella mente di chi crediamo insospettabile e intoccabile. Se non sapete cosa sia l’ucronia, vi basti solo pensare a questo: Hitler non ha affatto perso la Seconda guerra mondiale come la storia ci ha insegnato, ma l’ha così vinta da essere diventato addirittura il capo dell’intera Europa. Questo romanzo del 1992 scritto da Robert Harris, infatti, oltre a essere stato definito da molti come un capolavoro del thriller fantapolitico, si pone anche come un enorme gioco di potere in cui l’aspetto più spiazzante è la presenza di un passato alternativo che ha reso “apparentemente” invincibile la Germania nazista dopo il secondo conflitto mondiale.

In quel periodo dell’anno era impossibile attraversare Berlino senza imbattersi in una prova del genere. Fra sei giorni sarebbe stato il compleanno di Hitler, il Führertag, festa nazionale, e tutte le bande musicali del Reich avrebbero partecipato alla parata.

Siamo nel 1964 e a Berlino si stanno organizzando i festeggiamenti per il 75° compleanno di Hitler, ancora in vita e a capo del suo Reich. Ma non solo: oltre a questa importante celebrazione sono anche in atto i preparativi per l’arrivo del presidente americano Joseph Kennedy (padre di John Fitzgerald), in città per la stipula di rapporti diplomatici con i tedeschi per porre fine alla temutissima “Guerra fredda”, descritta in questo romanzo come una tensione tra Germania e Giappone. Un avvenimento turpe, però, sconvolge il clima di distensione e di “festa” che sta vivendo Berlino in quei giorni, ovvero il ritrovamento, sulla riva di un lago, del corpo di un gerarca nazista morto in circostanze molto ambigue. Il protagonista del racconto, Xavier March, è anche colui che è chiamato a svolgere le indagini che riguardano l’assassinio: l’uomo ha un passato militare molto complesso, membro delle SS e anche investigatore, e un aspetto freddo e spigoloso che, però, sembra “sciogliersi” non appena fa la conoscenza della giornalista americana Charlotte Mcguire, sua alleata nel tortuoso percorso atto a scoprire la verità che si trova dietro al delitto di quello che, poi, verrà identificato come Buhler (ma anche a tutto ciò che esso nasconde).

Com’è strano, pensò più tardi March, vivere la tua vita nell’ignoranza del passato, del tuo mondo, di te stesso. Eppure era così facile! Tiravi avanti giorno per giorno, seguendo il percorso che altri avevano tracciato per te, senza alzare mai la testa… sempre avvolto nella loro logica… dalla culla alla tomba. Era una sorta di paura. Bene, addio a tutto. Era una bella cosa lasciarselo alle spalle.

Nel mondo ipotizzato da R. Harris, l’assetto politico vede gran parte dei territori europei occupati dal Reich e i “temuti” gerarchi si impegnano per mandarlo avanti: se Himmler e Göring sono morti, Goebbels, Hitler ed Heydrich, invece, fanno ancora parte del governo nazista. La particolarità di Fatherland, infatti, non sta solo nel fatto di aver inserito nel romanzo dei personaggi realmente esistiti (oltre ai nomi già citati si aggiungono anche quelli di Nebe, Kennedy e Globočnik), ma anche nel fatto di averne immaginato la prosecuzione della vita, soprattutto nel campo politico-militare (un aspetto a cui l’autore dedica delle spiegazioni nelle ultime due pagine del libro, al termine del romanzo). Questi personaggi non sono altro che un’intricata tela di corruzione e segreti, e quello più grande (come si può ben immaginare) riguarda proprio l’esistenza di un grandissimo e sterminato campo di concentramento, secretato perfino all’opinione pubblica, in cui è disseminata morte e distruzione. In questo contesto, Xavier March e Charlotte Mcguire, rappresentano la faccia pulita di un corpo completamente corrotto e degenerato in giochi di potere che minano qualsiasi rapporto di fiducia, sia nel contesto lavorativo che in quello familiare.

Quando leggeva il giornale, March seguiva un’abitudine precisa. Cominciava dalle ultime pagine, dalla verità. Se c’era scritto che Lipsia aveva battuto Colonia per quattro a zero in una partita di calcio, molto probabilmente era esatto; neppure il Partito aveva ancora inventato un sistema per riscrivere i risultati sportivi.

La trama di Fatherland sembra voler cancellare i carnefici e, allo stesso tempo, cerca di far sparire per sempre le vittime, perfino da quella memoria che per prima dovrebbe ricordarle. Tutti i tedeschi, alla fine, si chiedono dove siano finiti gli ebrei, come mai siano scomparsi così, il problema è che lo fanno senza alzare troppo la voce nel timore di farsi sentire da coloro che muovono i fili di quella che è la grande macchina della distruzione nazista. I documenti che, pian piano, Xavier e Charlotte portano alla luce attraverso le loro pericolose indagini non fanno altro che dimostrare una paradossale razionalità dietro alla follia della deportazione: orari dei treni, stazioni ferroviarie, città, ogni cosa sembra essere organizzata nel minimo dettaglio, ma senza destare troppo clamore e nella massima segretezza.

Nel corso della soluzione finale, gli ebrei dovranno essere portati, sotto una direzione appropriata e in modo appropriato, all’Est, per essere utilizzati come manodopera. Separati per sesso, gli ebrei in grado di lavorare saranno condotti in contingenti numerosi a costruire strade, e senza dubbio il loro numero diminuirà attraverso un processo di riduzione naturale.
Coloro che inevitabilmente resteranno e che senza dubbio costituiscono l’elemento più resistente dovranno essere trattati in modo appropriato, poiché rappresentano il risultato di una selezione naturale che, all’atto della liberazione, dovrà essere considerato come una cellula germinale di un nuovo sviluppo ebraico (Si vedano le lezioni della storia.)
Nel corso della realizzazione pratica della soluzione finale, l’Europa sarà rastrellata da ovest a est.

Come si può raggiungere la verità se le prove sono corrotte? Ma soprattutto: qual è il valore di questa verità se tutto il percorso fatto per possederla si è rivelato essere un mero gioco pilotato dall’alto? Questi sono i principali interrogativi a cui Fatherland cerca di trovare una soluzione. Una risposta però che, sulla scia di 1984 di Orwell, lascia la porta aperta a molti altri possibili scenari, soprattutto per quanto riguarda il finale:

March si tolse il berretto, lo lanciò sull’erba nello stesso modo in cui suo padre aveva avuto l’abitudine di lanciare pietre piatte sull’acqua del mare. Poi estrasse la pistola dalla cintura, si assicurò che fosse carica, e si avviò verso gli alberi silenziosi.

Persino l’episodio in cui March si immerge in una vasca sembra offrire l’immagine di una persona, sola e sopravvissuta, che tenta di togliersi di dosso lo “sporco” di un mondo troppo difficile da risanare.

Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. March era sott’acqua, tratteneva il respiro e contava. Ascoltava i suoni soffocati, vedeva sagome simili ad alghe che fluttuavano accanto a lui nell’oscurità. Quattordici. Quindici. Sedici… Risalì in superficie con un grido, inspirando aria e grondando acqua. Si riempì i polmoni diverse volte, prese un’enorme boccata di ossigeno, si immerse di nuovo. Questa volta arrivò fino a venticinque prima che il suo respiro esplodesse e risalì, facendo traboccare l’acqua sul pavimento. Sarebbe mai riuscito a sentirsi pulito? Poi restò immobile, le braccia penzolanti dai bordi della vasca, la testa rovesciata all’indietro e gli occhi fissi al soffitto, come un annegato.

Robert Harris, probabilmente in maniera ponderata, ha scelto di affiancare questa scena suggestiva ad una citazione proveniente da I sommersi e i salvati di Primo Levi, quasi nel tentativo di “personificare”, attraverso dei gesti, le sue parole a proposito di un atto reso ancora più disumano dal tentativo di cancellarlo dalla memoria storica. La presenza di Levi non riecheggia solamente in questo frammento, ma sembra fare capolino anche durante le descrizioni dei Lager presenti nei documenti ritrovati dai protagonisti. Ecco che, allora, la mente razionale del chimico e scrittore italiano si mescola inesorabilmente agli appunti sui “campi” scritti dai burocrati nazionalsocialisti all’interno di Fatherland, ma anche ai disegni e agli schemi che ne dovrebbero mostrare l’organizzazione:

Il campo. La prima cosa che mi colpisce è la grandezza dell’installazione che, secondo Hoess, misura quasi due chilometri per quattro. Il terreno è argilla gialliccia, simile a quello della Slesia orientale… un paesaggio desertico interrotto a tratti da verdi boschetti di alberi. Nel campo, a perdita d’occhio, vi sono centinaia di baracche di legno con i tetti coperti di carta catramata verde. In lontananza vedo piccoli gruppi di prigionieri in uniforme a strisce bianche e blu: alcuni trasportano assi, altri badili e picconi, e alcuni caricano grosse casse sui camion.

E’ impossibile non concordare con chi ha definito Fatherland un capolavoro: questo romanzo è a dir poco geniale, un giallo fantapolitico che lascia con il fiato sospeso dall’inizio alla fine. L’ho letto per necessità (a causa di una ricerca) e l’ho adorato per scelta, sebbene come genere non rientri affatto nelle mie abituali letture. Coinvolgente, frustrante e attualissimo (grazie anche all’ucronia): se mi chiedessero di descriverlo in tre aggettivi, userei senz’altro questi. Xavier March rappresenta il tipico “eroe” dalla morale immensa che lotta contro ogni corruzione per poter cambiare le cose, anche se questo lo porta a possedere quell’ingenuità tipica delle persone che si fidano troppo quando in realtà non dovrebbero farlo. Come già era accaduto con La svastica sul sole di P. K. Dick (per leggere la recensione, cliccate qui), consiglio Fatherland a coloro che sono affascinati dagli sviluppi storici del passato alternativo, ma anche a quelli che stanno cercando una lettura non scontata e adrenalinica: se siete amanti dei colpi di scena, di percorsi storici “al bivio”, di trame fitte e segreti che compaiono qua e là per scompaginare una storia che viene continuamente riscritta, non fatevi sfuggire questo romanzo. La storia che pensavate di sapere non sarà più la stessa.

Parole chiave:

  • Germania/USA: rappresentati fisicamente da Hitler (compresi tutti i suoi “fedelissimi” di Partito) e Kennedy, ma anche da Xavier March e Charlotte Mcguire, le antitesi di un mondo completamente alla rovescia.
  • Doppio gioco: il filo che lega tutta la trama dall’inizio alla fine e che crea degli scenari che il lettore non si aspetta, primo tra tutti la ragnatela di rapporti che coinvolgono lo stesso March, ma anche il “vaso di Pandora” che, inconsapevolmente, scoperchia non appena si ritrova tra le mani le carte che riguardano l’assassinio di Buhler.
  • Kripo: la “Kriminalpolizei” a cui appartiene il protagonista, l’organo che tutti si aspettano faccia rispettare leggi e giustizia, ma che invece si ritrova coinvolto in ogni sorta di affare “losco”.
  • Globus/Globočnik: uno dei personaggi più significativi del libro, forte e prepotente, il nemico che non è il vero nemico perché si rivela essere lui stesso una pedina nelle mani di un gioco di potere più grande di lui. 
  • Tradimento: il vero protagonista di questo romanzo, il motore che muove ogni tipo di relazione e dinamica. In Fatherland appare come qualcosa di inevitabile e che, apparentemente, riguarda proprio tutti: la famiglia, le amicizie, l’amore.

Voto: 5 segnalibri su 5

Fatherland - Robert Harris

Titolo: Fatherland
Autore: Robert Harris
Editore: Oscar Mondadori
Lunghezza: 347 pagine
Prezzo: 11 euro
Trama: 1964, la Germania ha vinto la guerra, l’Impero tedesco si estende dal Reno agli Urali, Hitler sta per compiere 75 anni, e il presidente americano Joseph Kennedy annuncia una visita a Berlino per negoziare la distensione. Ma l’Impero scricchiola. Il corpo di un gerarca nazista affiora da un lago. Xavier March è incaricato delle indagini.
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“La svastica sul sole”: quando la Germania e il Giappone hanno vinto la Seconda guerra mondiale

Come sarebbe il mondo se la Seconda guerra mondiale fosse stata vinta dalla Germania e dal Giappone? Questo è l’interrogativo che sta alla base della realtà immaginata da P. K. Dick nel suo romanzo, del 1962, La svastica sul sole (anche conosciuto con il nome The Man in the High Castle o ancora L’uomo nell’alto castello). Un testo che, oltre a rappresentare un caposaldo della letteratura fantascientifica, ha anche dei risvolti piuttosto moderni che non smettono mai di stimolare il dibattito che contrappone history e science fiction. 

Bisognava prendersela con i tedeschi, per questa situazione. Per la loro tendenza ad azzannare bocconi più grossi di quanto potessero masticare. Dopo tutto erano riusciti a malapena a vincere la guerra, e tutt’a un tratto si erano lanciati alla conquista del sistema solare (..). E in definitiva avevano avuto successo con gli ebrei, con gli zingari e con gli studiosi della Bibbia. E gli slavi erano stati ricacciati indietro di duemila anni, fino alle loro terre d’origine in Asia. Fuori dall’Europa, con grande sollievo di tutti. (..) Ma l’Africa. Laggiù si erano semplicemente lasciati trascinare dall’entusiasmo, e c’era da ammirarli, anche se avrebbero fatto meglio ad avere un po’ più di pazienza e ad aspettare, per esempio, che fosse portato a termine il Progetto Terre da Coltivare. Ma laggiù i nazisti avevano mostrato dell’autentico genio, rivelando tutto il loro talento artistico. Il Mediterraneo chiuso, prosciugato, trasformato in terreno coltivabile per mezzo dell’energia atomica… che grande ardimento! (..) Per quanto riguarda la Soluzione Finale del Problema Africano, abbiamo quasi raggiunto i nostri obiettivi. Sfortunatamente, però… Eppure c’erano voluti duecento anni per liberarsi degli aborigeni americani, e la Germania, in Africa, ce l’aveva quasi fatta in quindici anni.

Hitler e l’Impero giapponese, infatti, hanno vinto il secondo conflitto mondiale e ora gli Stati Uniti sono divisi in tre parti: la costa orientale comandata dai tedeschi, al centro gli stati neutrali delle Montagne Rocciose e la costa occidentale sotto il controllo del Giappone. Questa spartizione territoriale rispecchia anche i personaggi principali che compaiono nella storia, tutti quanti distinti per idee politiche e nazionalità. Ci sono il funzionario giapponese Tagomi, l’orafo ebreo Frank Frink (in origine Fink, ma modificato per sfuggire alle persecuzioni), lo svedese Baynes (il Rudolf Wagener della missione “Dente di Leone”), la seducente Juliana Frink che abita negli stati delle Montagne Rocciose ed ex moglie di Frank, il mercante di oggetti storici (segretamente filo-nazista) Robert Childan e l’italiano Joe Cinnandella (che si rivelerà essere, in realtà, un sicario svizzero). La svastica sul sole è il racconto di una storia fitta e subdola, decisamente diversa da quella che ci è stata tramandata, in cui i giochi di potere dei nazisti creano un mondo del tutto inaspettato. Nel “cosa sarebbe successo se” presentatoci da Dick, infatti, il Reich non è capitolato sotto i colpi degli Alleati, piuttosto è dipinto come un territorio sterminato e “avanzato” in cui i nazisti non solo sono riusciti a eliminare tutti gli ebrei (proprio come nella peggiore delle ipotesi possibili), ma anche la popolazione nera dell’Africa, tramando allo stesso tempo un conflitto contro i giapponesi e la conquista dello spazio. 

E’ una deformazione della mia percezione ottica, di natura particolarmente sinistra. Un disturbo che distorce il mio senso spaziale. L’orizzonte deformato. Come un micidiale astigmatismo che colpisce senza preavviso.

In questo contesto distorto, gli Stati Uniti sono presentati come invasi e sottomessi a delle potenze vincitrici che tengono in mano un mondo ucronico e paradossale in cui i razzi che si occupano del trasporto delle persone convivono comunque con i retrogradi “taxi a pedali”. Queste “oscillazioni” avanti e indietro nel tempo riguardano diversi elementi nel testo: se da una parte, infatti, abbiamo queste innovazioni tecnologiche e l’espansione verso Marte a proiettarci verso una realtà futuristica, dall’altra, l’ancoraggio al passato viene riproposto, fin dall’inizio del romanzo, nella presenza di Robert Childan, un antiquario che possiede un negozio di Manufatti Artistici Americani precedenti alla Guerra. Ma non sempre le cose sono come sembrano: i manufatti che dovrebbero essere una testimonianza dell’originalità del passato, si rivelano essere piuttosto della paccottiglia rivenduta a dei collezionisti giapponesi ignari. P. K. Dick, con questi “piccoli” espedienti, non racconta solo il rapporto ambiguo tra realtà e illusione, ma prende come ispirazione il potere della scrittura di stravolgere ogni cosa, perfino la storia che sembra data per assodata. L’autore, infatti, porta su carta degli eventi manipolati e riscritti che fanno parte di un universo alternativo e che non hanno delle coordinate storiche ben precise, come nel caso de La cavalletta non si alzerà più, il “libro nel libro” di Abendsen citato nella storia e che, nel romanzo originale, prende il nome di The Grasshopper Lies Heavy. In questa sorta di metarappresentazione, le due diverse realtà si incontrano e si parlano attraverso i personaggi. 

«Lui sostiene che invece di un isolazionista come Bricker, nel 1940, dopo Roosevelt, sarebbe stato eletto Rexford Tugwell.» Il suo viso liscio rifletteva le luci del traffico e scintillava di animazione; i suoi occhi erano diventati più grandi e nel parlare gesticolava molto. «E sarebbe stato molto attivo nel continuare la politica anti-nazista di Roose-velt. Perciò la Germania avrebbe avuto paura di intervenire a favore del Giappone nel 1941. Non avrebbe rispettato gli accordi. Capisci?» Si voltò verso di lui, lo afferrò decisamente per la spalla e aggiunse, «E così la Germania e il Giappone avrebbero perso la guerra!»
Lui rise.
La ragazza lo fissò, cercando qualcosa sul suo volto – lui non riuscì a capire che cosa, anche perché doveva stare at- tento al traffico – e disse, «Non c’è niente da ridere. Sareb- be successo davvero così. Gli Stati Uniti avrebbero avuto la meglio sui giapponesi. E…»
 

Tutto questo non fa altro che spiazzare il lettore mettendolo nella condizione di pensare ad un mondo “sottosopra” – o meglio, nascosto tra le righe – in cui, lui stesso, avrebbe potuto vivere se la fantascienza fosse stata realtà. I tedeschi/nazisti possiedono sicuramente l’autorità per comandare il territorio che la vittoria della Seconda guerra mondiale ha loro “assegnato” (con l’aiuto di un P. K. Dick che non manca di etichettarli come i “cattivi” della situazione), ma ciò che emerge nel romanzo è che essi manchino dell’autorevolezza necessaria per manifestare la loro vera supremazia come vincenti. Il loro paese, infatti, appare quasi come un corpo malato, come malato è anche l’Hitler descritto nel romanzo: l’ideologia nazista è mandata avanti dai suoi fedelissimi, tutto questo in uno scenario in cui i tedeschi non hanno comunque il punto di vista privilegiato. Alla luce di questi aspetti, quello si coglie dalla lettura de La svastica sul sole, oltre alla narrazione ucronica che prescinde dalla storicità, è anche il tentativo di P. K. Dick di compiere una sorta di miscellanea di temi, sia dal punto di vista contenutistico sia simbolico, che ripercorrono anche la storia dei generi. Ecco quindi che lo scrittore “immaginato” Hawthorne Abendsen compare per richiamare anche un altro autore altrettanto importante, ma ben più reale: Nathaniel Hawthorne. 

«Devi essere un agente dell’SD» disse lei. «Che si spaccia per un camionista italiano. Non hai mai combattuto in Nord Africa, vero? Probabilmente sei venuto qui per uccidere Abendsen; non è così? So che è così. Credo di essere piuttosto stupida.» Si sentiva prosciugata, inaridita. 

In questo collage storico rientra anche la “questione ebraica” e il modo in cui P. K. Dick la affronta. L’autore, infatti, porta alla luce un mondo in cui, brutalmente, gli ebrei sono stati quasi completamente eliminati e il razzismo si è esteso anche alla cancellazione della popolazione nera dell’Africa. Frank Frink, in questo contesto, è sicuramente colui che incarna di più le problematiche dell’odio razziale che con Hitler ha avuto il suo culmine massimo con la deportazione. Ma le persecuzioni di cui parla Dick, alla fine, coinvolgono tutti, senza distinzioni. E probabilmente è questa la grande morale di The Man in the High Castle: qualunque siano le intenzioni e qualsiasi sia la posta in gioco, il male è sempre dietro l’angolo e, come tale, è costantemente pronto ad influenzare non solo gli eventi, ma anche le esistenze di tutti coloro che tocca. La svastica sul sole descrive uno scenario ipotetico, ma allo stesso tempo anche terribilmente reale in cui i protagonisti si muovono come delle marionette manovrate da dei giochi di potere molto più in alto di loro. L’ordine scricchiola continuamente e a tremare sono anche le fondamenta di una storia che assume i panni di una verità, a tratti scomoda e a tratti liberatoria, che muta a seconda del punto di vista con cui la si guarda. 

Come una rana strappata al fondo di uno stagno, pensò. La stringi nel pugno, le ordini di riferire che cosa c’è in fondo all’acqua. Ma qui la rana non ti prende nemmeno in giro; soffoca in silenzio, diventa pietra o argilla o minerale. Inerte. Torna alla rigida sostanza familiare nel suo mondo-tomba.
 Il metallo viene dalla terra, pensò mentre osservava. Da ciò che sta sotto: da quel regno che è il più basso e il più denso. Luogo di folletti e di caverne, umido, sempre buio. Il mondo yin, nel suo aspetto più malinconico. Il mondo dei cadaveri, del disfacimento, della rovina. Delle feci. Di tutto ciò che è morto, che è scivolato verso il basso e si è disintegra- to, strato dopo strato. Il mondo demoniaco dell’immutabile; il tempo-che-fu.

«La storia ci sfiora appena», scrive Dick ne La svastica sul sole. Eppure, una volta ultimata la lettura, il suo tocco è pesante sulle esistenze dei personaggi che abitano il romanzo. 

Parole chiave:

  • Autenticità/finzione: una dicotomia che attraversa tutto il romanzo e che non riguarda solamente la storia raccontata, ma anche gli stessi personaggi perché si rivelano essere diversi da quanto si era immaginato. Cosa è vero? E cosa, invece, è falso? La svastica sul soleinscena una trama che è la cancellazione della storia stessa, ma anche una possibile variante di come sarebbe potuta andare se certe cose non sarebbero successe o si fossero verificate diversamente.
  • Meta-romanzo: il “libro nel libro”, come accade con La cavalletta non si alzerà più di Abendsen, il romanzo citato nella storia. Quest’ultimo, infatti, è un libro che circola clandestinamente negli Stati Uniti e che racconta un mondo in cui si immagina che la Germania e il Giappone abbiano perso la guerra, creando l’effetto di una ucronia nell’ucronia stessa. Quello di Abendsen non è il solo libro citato: fondamentale per i protagonisti de La svastica sul sole è anche l’I Ching, il testo cinese sugli oracoli che viene consultato molto spesso come aiuto nelle loro scelte.
  • Potere: quello che muove la trama, le persone e il mondo intero. Ne La svastica sul sole, il potere è qualcosa di trasparente e subdolo che si infiltra in qualunque parte, anche dove sembra non ci sia oppure sembra ce ne sia già abbastanza.
  • Dente di leone: ovvero l’operazione di spionaggio tedesca ai danni dell’impero giapponese. L’equilibrio delle due superpotenze infatti, per tutta la lettura di questo romanzo, da l’idea di essere come un castello di carta che è destinato inesorabilmente a crollare.
  • Hawthorne: il nome di battesimo dello scrittore “Abendsen” citato nel testo e autore de La cavalletta non si alzerà più, ma anche quello di “Nathaniel Hawthorne”, ovvero uno dei primi autori del romance ottocentesco; probabilmente un finissimo riconoscimento da parte di P. K. Dick.

Voto: 4 segnalibri su 5

La svastica sul sole (P. K. Dick)

Titolo: La svastica sul sole
Autore: P. K. Dick
Editore: Fanucci
Lunghezza: 306 pagine
Prezzo: 9,90 euro
Trama: Stati Uniti d’America, 1962. La schiavitù è di nuovo legale, i pochi ebrei sopravvissuti si nascondono dietro falsi nomi, la California è asservita al Giappone. Vent’anni prima l’asse ha vinto la seconda guerra mondiale, e si è spartito l’America. Sul resto del mondo incombe una realtà da incubo: il credo della superiorità razziale ariana ha soffocato ogni volontà o possibilità di riscatto. L’Africa è ridotta a deserto, vittima di una soluzione radicale di sterminio, mentre l’Italia ha ottenuto solo le briciole dell’immenso potere dell’Europa. In questo scenario due libri segnano il destino collettivo, influenzando scelte e comportamenti: un testo antico, il millenario “I Ching”, e un romanzo moderno, un misterioso libro “underground” che minaccia di sovvertire l’ordine mondiale basato sul predominio assoluto dei vincitori. Si tratta di “La cavalletta non si alzerà più”, un best-seller vietato in tutti i paesi del Reich, che racconta una realtà in cui l’Asse non ha vinto la guerra ma è stato sconfitto dagli alleati.
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“Il complotto contro l’America” e l’incubo in un francobollo

«La paura domina questi ricordi, un’eterna paura. Certo, nessuna infanzia è priva di terrori, eppure mi domando se da ragazzo avrei avuto meno paura se Lindbergh non fosse diventato presidente o se io stesso non fossi stato di origine ebraica.»

Sebbene Philip Roth abbia abbandonato presto il paese d’origine per diventare uno scrittore, in Il complotto contro l’America, Newark sembra ritornare come un fantasma per rimarcare un legame che non ha mai smesso di esistere. Che sia per rimandi a luoghi o a nomi, infatti, la vita quotidiana rappresenta un elemento molto importante per l’autore, soprattutto se pensiamo che in questo romanzo appare come una sorta di riscrittura sotto “false righe”. Non appena si legge la citazione soprastante, è impossibile non sentirsi spaesati e chiedersi di quale passato stia parlando esattamente l’autore.

«Lindbergh fu il primo celebre americano vivente che imparai ad odiare – proprio come il presidente Roosevelt fu il primo celebre americano vivente che mi insegnarono ad amare – e così la sua nomination da parte dei repubblicani come avversario di Roosevelt nel 1940 rappresentò l’attacco più violento che fosse mai stato sferrato contro quella ricca dotazione di sicurezza personale che io avevo dato per scontata come figlio americano di genitori americani in una scuola americana di una città americana in un’America in pace col mondo.»

Nel quartiere di Weeqhahic, a Newark appunto, vive un ragazzino ebreo di nome Philip che con la sua famiglia, tra discussioni e legami risanati, ha gli alti e bassi tipici di ogni giorno. Se non avessimo guardato la copertina e visto il titolo, staremmo sicuramente pensando di leggere una biografia dell’autore. Invece no: gli anni sono quelli della Seconda guerra mondiale e il momento descritto riguarda le elezioni presidenziali che vedono l’inattesa (e decisamente assurda) vittoria dell’aviatore anti-semita Charles Lindbergh. Se ancora non si fosse capito, Il complotto contro l’America è un’ucronia un po’ anomala: stavolta Hitler non si presenta come una “presenza” vincente (almeno, non ancora), piuttosto come un burattinaio che tiene in mano i fili e il destino di un’America che sembra sempre più vicina all’ideologia nazista. Quest’ultima, infatti, non è rappresentata dai suoi fedelissimi gerarchi come si potrebbe pensare, bensì da Charles Lindbergh, lo stesso aviatore che nel 1927 ha fatto l’eroica trasvolata in solitaria da New York a Parigi senza scali, ma che qui, inaspettatamente, si trasforma in un candidato politico di destra estrema.

«Anche se il ragazzone timido del Minnesota aveva tutt’altra vocazione, la straordinaria impresa aviatoria lo trasformò in personaggio pubblico amato dalla folla, esaltato dai media e osannato dai potenti. L’attenzione nei suoi confronti aumentò ancor più quando 1932 fu rapito e ucciso suo figlio di due anni in una vicenda che suscitò l’interesse morboso dei media nazionali e internazionali. Quel drammatico episodio provocò nell’aviatore il bisogno di credere in un’autorità forte e lo spinse ad abbandonare gli Stati Uniti verso l’Europa […]. Dall’Inghilterra Lindbergh visitò più volte il Terzo Reich, accolto come ospite d’onore dal gruppo dirigente nazista. […] Il bagno nelle idee naziste che percorrevano l’Europa degli anni Trenta indusse l’aviatore a farsene leale portabandiera. Lindbergh non solo ammirava Hitler di cui diceva «è sicuramente un grande uomo e credo che abbia fatto molto per il popolo tedesco», ma manifestava apertamente idee antisemite contro gli ebrei accusati di manovrare Franklin D. Roosevelt per indurlo a opporsi al Nazismo.»

Hitler non viene citato per le sue mire espansionistiche o per le vittorie senza precedenti (letteralmente), ma soprattutto per le idee subdole e inquietanti che coinvolgono delle figure insospettabili ed “eroiche”. L’intento di Philip Roth, in questo caso, è principalmente quello di raccontare il what if con una disarmante lucidità: ecco, quindi, che il passato alternativo e gli elementi ucronici non servono soltanto per creare una ambientazione storica fuori dal comune, ma anche per raccontare il punto di vista di una realtà ebraica presa di mira dal Nazismo e un contesto familiare continuamente sottoposto a degli scossoni da parte del mondo esterno. Dopo l’elezione di Lindbergh, infatti, una domanda comincia a serpeggiare tra gli ebrei di Newark: che ne sarà di loro e delle loro vite? Le risposte, più che portare certezze, sembrano piuttosto un crescendo di dubbi e inquietudini che nemmeno l’oceano che si frappone tra l’America e l’Europa martoriata dal Nazionalsocialismo sembra placare.

«[…] Per impedire una guerra in Europa è ormai troppo tardi. Ma non è troppo tardi per impedire all’America di partecipare a quella guerra. FDR sta ingannando la nazione. L’America sarà trascinata nella guerra da un presidente che falsamente promette la pace. La scelta è semplice. Votate per Lindbergh o votate per la guerra.»

La “distanza”, probabilmente, rappresenta il motivo per cui anche la questione ebraica viene trattata in maniera diversa: non ricordando ancora una volta i capisaldi della storia con le leggi razziali e la deportazione, ma lasciando tutto questo sullo sfondo e concentrandosi maggiormente sui risvolti familiari e sulle reazioni delle persone. Philip Roth, attraverso il suo romanzo, non vuole dare delle spiegazioni e trovare i motivi per cui sono successi certi fatti, piuttosto vuole osservare le reazioni che questi cambiamenti – lenti, graduali, terribili – apportano agli individui, come se in mano avesse una sorta di lente d’ingrandimento letteraria. Gli intenti di Lindbergh sono come “il bastone e la carota”, ossia un’alternanza di buone (all’apparenza) e cattive maniere. Se da una parte il Just Folks viene spacciato per un progetto benevolo il cui fine è l’integrazione della popolazione ebraica nella società (quando in realtà è tutto il contrario), dall’altra invece il culmine massimo della gravità viene raggiunto con l’uccisione del giornalista ebreo Walter Winchell. E i francobolli? Sotto la lente d’ingrandimento di Philip Roth c’è la sua famiglia, ma soprattutto il suo sé bambino che, come una spugna, assorbe le tensioni e le preoccupazioni che si scatenano attorno a lui. In questa quotidianità fatta di gesti comuni, ci sono i litigi tra suo padre e il fratello Sandy, le apprensioni tipiche di una madre, ma anche gli interessi e le passioni che, in un contesto di eccezionalità come quello che stanno vivendo tutti, fanno rimanere aggrappati alla “normalità”. Ecco che i francobolli di Philip rappresentano sì una distrazione, ma anche quella storia che sta cambiando e che nel suo mutare si affida a degli oggetti iconici.

«Era un incubo coi fiocchi, e riguardava la mia raccolta di francobolli. Era successo qualcosa. Il disegno su due serie di francobolli era orribilmente cambiato senza che io sapessi quando o come. […]
Quando aprivo l’album al Bicentenario di Washington del 1932 – dodici francobolli il cui valore andava dal mezzo cent marrone scuro al dieci cent giallo – rimanevo sbalordito. Sui francobolli Washington non c’era più. […]
E sulla faccia di ognuno di essi, sulle rupi, sui boschi, sui fiumi, sulle cime, sui geyser, sui burroni, sulle coste di granito, sulle acque profonde e sulle grandi cascate, su quanto di più verde, bianco e blu ci fosse in America, da conservare per sempre in queste riserve incorrotte, era stampata una svastica nera.»

L’espediente suggestivo a cui si affida Philip Roth in questo frangente è quello di personificare l’incubo nazista in uno strumento – il francobollo – che viene utilizzato non solo per arricchire una collezione, ma soprattutto come mezzo di diffusione e spostamento. Hitler e il Nazionalsocialismo, sotto tale punto di vista, rappresentano il male che, quasi alla stregua di un contagio, si sta diffondendo pericolosamente in Europa e in America, questo grazie anche al “portatore (in)sano” Lindbergh e ai suoi viaggi da un continente all’altro. Quello che è certo, dunque, è che Roth con Il complotto contro l’America non scrive un’ucronia in cui, al lettore, appare chiaro fin da subito di trovarsi in una diversa concezione della storia, piuttosto un’alterazione del tessuto familiare che lo vede protagonista in prima persona. Ciò che più sconvolge gli individui non è tanto la manipolazione del passato, ma soprattutto l’inaspettata consapevolezza che non esistono certezze, soltanto elementi destinati a mutare inevitabilmente sotto agli occhi. Philip Roth ci dice tutto questo attraverso una scrittura colloquiale (e familiare) in cui però, a volte, gli eventi sembrano confondersi e sfumarsi un po’ troppo tra di loro. Gli espedienti utilizzati da Roth sono geniali: la storia del francobollo in primis, ma anche il suo forte attaccamento con la realtà, mai abbandonato neppure per raccontare qualcosa di irreale e allo stesso tempo spaventoso. In questo romanzo, un po’ autobiografico e un po’ fantastico, Philip Roth prova a dare concretezza a tutti questi pensieri: se da una parte l’America ha vissuto un po’ sullo sfondo i pericoli della deportazione e dei crimini nazisti, dall’altra, invece, lo scrittore cerca di ammonirci sul fatto che gli spettri del passato possono sempre ritornare in ogni momento della storia, soprattutto se vengono a mancare le basi della democrazia.

Parole chiave:

  • Autobiografia: l’aspetto più particolare di questo romanzo, Philip Roth cerca di raccontarci dei fatti della sua vita (o comunque della sua quotidianità) all’interno di una storia palesemente “assurda”.
  • Ucronia: genere di narrativa (fantastica) che prevede il racconto di eventi che però non sono come quelli che la storia ci ha tramandato. In questo caso specifico, l’autore non solo ci racconta come le elezioni del 1940 in America videro protagonista l’aviatore Lindbergh (quando in realtà vennero vinte da Franklin Delano Roosevelt), ma ci dice anche come Hitler riesca a manovrare tutta questa situazione dall’alto e con un oceano di mezzo.
  • Nazismo: Il complotto contro l’America ce lo presenta come un male insanabile in grado di coprire tutto il mondo, proprio come viene sognato dal piccolo Philip con il francobollo. Qui, l’incubo della deportazione è solo qualcosa che aleggia nell’aria e non riguarda direttamente i protagonisti, ma Roth probabilmente vuole anche dirci che nessuno è al sicuro quando certe ideologie cominciano a serpeggiare pericolosamente nella società.
  • Protesi: un elemento molto particolare del romanzo che mi ha colpito per il suo significato. Quando il cugino di Philip, Alvin, ritorna dalla guerra, quest’ultimo è costretto a indossare una protesi per sopperire alla perdita della gamba: l’inserimento di un elemento “estraneo” sul corpo richiama, in un certo senso, anche l’operazione scrittoria di Philip Roth che, come un abile chirurgo, inserisce nella storia reale degli elementi fittizi che spiazzano il lettore.
  • Realtà/finzione: l’autore ne Il complotto contro l’America si divide continuamente tra questi due aspetti portando tra le pagine sia eventi e persone esistite sia situazioni inventate.

Voto: 5 segnalibri su 5

Il complotto contro l'America - P. Roth

Titolo: Il complotto contro l’America
Autore: Philip Roth
Editore: Einaudi
Lunghezza: 431 pagine
Prezzo: 13,50 euro
Trama: Quando l’eroe dell’aviazione Charles A. Lindebergh, rabbioso isolazionista e antisemita, sconfigge Franklin Roosevelt alle elezioni presidenziali del 1940, la paura invade ogni famiglia ebrea americana, soprattutto quella del piccolo Philip, investita dalla violenza del pogrom che si scatena. Roth parte da questo antefatto di fantastoria per raccontare cosa accadde a Newark alla sua famiglia, e a un milione di famiglie come la sua, durante i minacciosi anni Quaranta, quando i cittadini ebrei americani avevano buoni motivi per temere il peggio.
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Il museo della follia: un viaggio nell’arte e non solo

Entrate, ma non cercate un percorso, l’unica via è lo smarrimento.

Con questa frase scritta su una parete completamente nera incomincia il viaggio all’interno del “Museo della follia”, un itinerario perturbante fatto di voci, parole, video, dipinti, sculture e testimonianze materiali che non fanno altro che “avvolgere” il visitatore portandolo in una dimensione completamente altra rispetto alla normalità a cui è abituato e in cui si sente al sicuro.

Mostra della follia 3
Immagine presa dal web

Alda Merini apre la mostra: la sua voce, infatti, riecheggia nell’aria dando suono ai suoi versi, mentre il cassetto del suo comodino è disordinatamente riproposto come una protesi della sua mente da poetessa “maledetta e folle”. Da lì, l’esposizione prosegue diramandosi come una macchia di Rorschach attraverso un itinerario che va ben oltre la storia dell’arte e prende in considerazione anche chi i manicomi li ha vissuti sul serio sulla propria pelle. E’ il caso delle fotografie all’ospedale psichiatrico di Mombello e in cui svettano i dipinti di Gino Sandri (internato proprio in quest’ultimo) oppure quelle fatte ai manicomi di Teramo e Palermo che, invece, sono accompagnati dalle lettere disperate dei pazienti sul loro stato di salute o che raccontano la loro voglia di andarsene. Ma non solo: video installazioni dedicate a Franco Basaglia e agli OPG (gli “Ospedali Psichiatrici Giudiziari”) oppure l’evocativa “stanza della griglia” con i volti dei pazienti recuperati da alcune vecchie cartelle cliniche e che rivedono la luce attraverso un’interruttore che, immersi nel buio della sala, si può premere rimanendone quasi accecati.
La particolarità di questa mostra sta anche nelle sue esperienze “multi-sensoriali”. Questo accade, ad esempio, nella piccola stanza in cui il visitatore è invitato ad entrare per ascoltare le parole di un paziente colto nel suo totale sconforto e abbandono: qui, infatti, la “follia” è vissuta appieno soprattutto grazie al fatto che occhi e orecchie sono impegnati nella lettura e nell’ascolto, mentre il corpo, racchiuso in quello spazio angusto, sembra invece rivivere il caos delle parole che, soffocate alla rinfusa nella mente, tentano di uscire.
In questo percorso nell’eterogeneità della follia, le opere si trasformano così in modi e mondi diversi in cui gli “artisti” tentano di dare a quest’ultima una forma: Antonio Ligabue in primis, ma anche Telemaco Signorini, Lorenzo Alessandri, Enrico Robusti, Francisco Goya, Francis Bacon, dei disegni di Van Gogh e, soprattutto, il discusso quadro di Adolf Hitler, opera di una mente folle e distruttrice che ha dato origine al regime che tutti conoscono. A queste si aggiungono anche le sculture di Cesare Inzerillo e gli oggetti appartenuti a dei reali pazienti (tra cui effetti personali o libri) che, incastonati nel muro come fermati nel tempo e nello spazio, sembrano riprodurre il loro senso di alienazione all’interno dei manicomi.

Museo della follia 2
Immagine presa dal web

“Il museo della follia” sa quindi affrontare un tema vasto e delicato, sicuramente difficile da raccontare, dando spazio a diversi punti di vista e prendendo in considerazione tutte quelle forme in cui la diversità mentale si è manifestata e per cui certi individui sono stati condannati da degli occhi “normali” giudicanti. Visitare questa mostra significa, in un certo senso, abbandonare ogni logica e smarrirsi, proprio come invita la frase iniziale, nello stesso modo in cui smarrite e turbate sono le menti di cui si parla al suo interno. Muoversi tra le sale è un po’ come brancolare nel buio, nella stessa oscurità che occupa le pareti e la mente dei “folli”.

Immagini, documenti, oggetti raccontano le condizioni umili e dolenti dell’alienazione, le prescrizioni e le cure, i letti di contenzione e gli strumenti di costrizione. È un repertorio non dissimile da quello, doloroso, dei reperti dei profughi nei campi di concentramento. Frammenti che evocano infinite tristezze, isolati, anche nella loro innocua costituzione, come un cucchiaio, una fialetta odontalgica del Dott. Knapp, un pacchetto di Alfa, una chiave. Nulla di strano o di originale, nulla di specifico; tutto di doloroso. È l’introduzione al Museo della Follia. Un repertorio, senza proclami, senza manifesti, senza denunce. Poi si entra nella Stanza della Griglia. E si incontrano le persone. Uomini e donne come noi, sfortunati, umiliati, isolati. E ancora vivi nella incredula disperazione dei loro sguardi. Condannati senza colpa, incriminati senza reati per il solo destino di essere diversi, cioè individui. Inzerillo dà la traccia, evoca inevitabilmente Sigmund Freud e Michel Foucault, e apre la strada a un inedito riconoscimento, a una poesia della follia che muove i giovani in questa impresa. Sara Pallavicini, Giovanni Lettini e Stefano Morelli. Determinati, liberi, folli. Ed ecco il loro museo.

Per ulteriori informazioni, potete visitare il sito ufficiale della mostra e anche la pagina Facebook.