Tag: GUY DE MAUPASSANT

Ma “Dentro la maschera”, cosa si nasconde?

Leggere Dentro la maschera (ABEditore, 2018) significa fare un viaggio letterario all’interno dell’orrore, dell’incubo e del grottesco. Protagonisti di questo raffinato libricino sono quattro brevi opere scritte da Marcel Schwob, Gustav Meyrink, Guy De Maupassant ed Edgar Allan Poe, autori e anche “attori” di quel palcoscenico che ha visto la narrativa gotica al centro della scena tra Settecento e Ottocento. La maschera è presente nel titolo, ma rappresenta anche l’oggetto preponderante attorno a cui ruotano le storie e quindi il fil rouge – così come viene riportato nella prefazione scritta da Sara Elisa Riva – comune a tutte quante. Solitamente affiancata al teatro o al periodo carnevalesco, la maschera in questo frangente si pone invece alla stregua di un elemento di contraffazione che cela un orrorifico “io”. Ma comico e deforme sembrano due mondi destinati a incontrarsi, e questi racconti rappresentano proprio quella terra di confine in cui questi due spazi – all’apparenza distanti – si toccano.

Alla base di questo progetto editoriale si collocano due punti fissi imprescindibili per far sì che che la raccolta risulti al tempo stesso funzionale e omogenea, nella sua pur innata eterogeneità. Il primo risiede nel tema prescelto: la maschera, da sempre linea di confine tra realtà e finzione, tra possibile e impossibile, tra orrore e divertimento. Il secondo, invece, si situa nel periodo storico in cui vengono scritti i racconti, ovvero – a esclusione di Poe, il cui racconto, irrinunciabile per fama e bellezza, è datato 1842 – in quella quindicina d’anni che dal crepuscolo dell’Ottocento ci traghetta sino agli albori novecenteschi.

La scelta di racconti cronologicamente legati tra loro può essere vista anche come una sorta di percorso per tappe. Il primo testo con cui entriamo in contatto è Il re dalla maschera d’oro di Marcel Schwob, scritto dal romanziere francese sul finire dell’Ottocento (1892) e che racconta le lugubri vicende di un monarca a capo di una città in cui tutti gli abitanti sono mascherati. Che Schwob fosse grande amico di Wilde forse ne è manifestazione la sua grande attenzione per l’estetica (e anche l’esteriorità) che assurge da certi elementi, primi tra tutti i dettagli che accompagnano il sovrano. L’autore ha cura di informarci della sua maschera forgiata con dell’oro, ma soprattutto ci fa capire fin da subito l’enorme importanza che è attribuita all’apparenza. Quell’oggetto prezioso che copre il volto non è solamente un tradizionale simbolo di appartenenza sociale, ma rappresenta anche il limite oltre cui al re non è dato sapere e farsi conoscere. Qual è il suo vero io? Il re dalla maschera d’oro ragiona in un certo senso anche sul tema del doppio, e nel racconto a instillare questo dubbio nella mente del sovrano è un mendicante cieco che lo accusa di ignorare come stanno le cose in realtà. In questo contesto, vero e falso costituiscono due facce della stessa medaglia. Entrambi questi concetti, però, sembrano giungere a un’unica conclusione: non è tutto oro ciò che luccica, ecco perché quello che aspetta il re una volta che trova il coraggio di scoprire se stesso è un’amara – e anche tragica – sorpresa.

E il vecchio mendicante le rispose: «Senza dubbio il sangue del suo cuore, che gli era sgorgato attraverso gli occhi, lo aveva guarito dalla sua malattia. Ed è morto, pensando di indossare una maschera disgraziata. Eppure, a quest’ora, egli ha deposto tutte le maschere: d’oro di lebbra e di carne.»

Con il secondo racconto ci addentriamo, invece, all’interno di un’atmosfera decisamente più macabra ed esoterica. L’uomo sulla bottiglia (1904) di Gustav Meyrink – già autore del Golem – compie un passo in avanti rispetto al testo precedente: si avvicina all’oscuro e al subconscio, quasi come se le parole contenute al suo interno non fossero altro che delle immagini affioranti dai meandri più reconditi della mente. Il protagonista principale della storia è Darasche-Koh, un ricco principe che organizza un ballo in maschera nel suo palazzo non tanto per divertimento, piuttosto per una losca vendetta nei confronti della moglie e dell’amante. In realtà, veniamo a conoscenza dei fatti che accadono non attraverso le sue parole, ma grazie a un “personaggio-mediatore” che fa un resoconto di quanto accade e guida il lettore all’interno di un vero e proprio spettacolo sadico in cui, sullo sfondo, imperano le minacciose fauci di una tigre. L’ambiente (e ciò che si incontra) è degno di ogni altro romanzo del terrore, ma in questo caso la ricca reggia in stile Mille e una notte – e anche gli elementi insoliti al limite del possibile – ci proiettano quasi verso una storia esotica dai risvolti macabri. La terrificante “mascherata” non è altro che l’espediente simbolico in cui si riversano vizi e debolezze degli uomini: L’uomo sulla bottiglia, in un certo senso, è la manifestazione di un’alterità che opprime, e quel battito di ali nere che incalza ritmicamente la lettura non è solamente un presagio che pende sulle teste dei personaggi, ma anche un’ombra che insegue il lettore fino all’ultima pagina.

A intervalli brevi e regolari, senza alcun nesso logico e riconoscibile, le figure venivano scosse da uno spettrale e fugace anelito di vita e ritornavano subito dopo al precedente stato di mostruosa rigidità cadaverica. Pareva che l’immagine zampettasse sugli interstizi morti passando da uno stato all’altro come la lancetta di una torre d’orologio saltella da un minuto all’altro in un sogno rarefatto.

Dall’esoterico-esotico di Meyrink si passa poi alla maschera raccontata da Guy De Maupassant, romanziere francese padre del celebre Bel Ami. Pubblicata per la prima volta su “L’Echo de Paris” nel 1889 e parte di una collezione intitolata La bellezza inutile, la storia di Le Masque fa del potere della fascinazione un punto decisamente cardine. Se da una parte, infatti, veniamo proiettati all’interno di una sorta di ballo in costume nel prestigioso Élysée-Montmartre di Parigi, dall’altro facciamo la conoscenza di un “ballerino” – all’apparenza un giovane dandy – che durante le danze si accascia improvvisamente al suolo cogliendo di stupore tutti i presenti. Nonostante la relativa brevità, Guy De Maupassant riesce comunque a imbastire una storia efficace fatta di negazione – un po’ sulla scia delle tematiche già espresse in precedenza con Marcel Schwob – in cui il travestimento cela dei sentimenti di macabra nostalgia. Solo quando interverrà sulla scena un dottore si scoprirà che quelle, in realtà, sono le fattezze di un povero vecchio, intenzionato, a tutti i costi, ad adottare qualsiasi stratagemma pur di nascondere il suo deperimento fisico (quest’ultimo, però, inevitabile). La maschera che gli ha coperto il volto durante il ballo è il simbolo di un “rifiuto”, ma anche l’emblema del malcontento che abita la sua esistenza. In questa circostanza in cui centrali sono il tempo e il suo scorrere, significativo appare anche il nome “Madeleine” scelto proprio per il personaggio femminile: una donna costretta a convivere con un uomo legato al ricordo del passato, e con la nostalgia di quello che è stato.

Il vecchio ballerino sembrò cercare nella sua memoria, per poi ricordare, e disse il nome di una strada che nessuno conosceva. Fu quindi necessario chiedergli qualche dettaglio in più sul suo quartiere. L’uomo li fornì con infinita pena e una lentezza e un’indecisione tali da rivelare a tutti il disordine del suo pensiero.

Edgar Allan Poe è di certo uno scrittore che tutti conoscono: maestro di quella letteratura dell’orrore che dall’Ottocento si è prolungata fino ai giorni nostri, rifondatore – in chiave più moderna – del genere gotico, esplicatore di certe radici culturali altrimenti dimenticate dal passato (come ad esempio le superstizioni). Queste sono anche le basi da cui nasce La mascherata della morte rossa, un racconto del 1842 – quindi il più longevo tra i quattro proposti nella raccolta – in cui è descritta la “carnevalizzazione” di una festa del potere. Il contesto in cui viene ambientata la storia è una terribile pestilenza che sta decimando la popolazione del principe Prospero, mentre la cornice che muove i personaggi è rappresentata dall’abbazia in cui si tiene una festa mascherata. L’edificio non è solamente il simbolo del microcosmo borghese, ma anche dello spazio interiore della mente (in questo caso quella disturbata del protagonista Prospero). Le sette stanze che la compongono si può dire siano cromaticamente e cronologicamente collegate tra loro: da una parte ci sono i colori dall’azzurro al nero che rappresentano l’arco di una giornata, mentre dall’altra un percorso che prende in riferimento le età dell’uomo, quest’ultimo un particolare riferimento a Shakespeare – così come il nome del protagonista – e al suo Come vi piace. I significati nascosti dietro The Masque of the Red Death sono veramente tanti, e tra i più singolari c’è sicuramente il valore estetizzante che Poe decide di dare alla morte, proprio in relazione al mascheramento. Metaforicamente parlando la maschera non serve affatto a trasgredire l’identità, piuttosto per affermare un potere fine a se stesso: nonostante fuori si scateni la “morte rossa”, dentro l’abbazia la bellezza sembra sottrarsi al logoramento, e questo rapporto tra esterno ed interno è anche scandito dai rintocchi dell’orologio che arresta ogni cosa. Prospero vuole affrontare il suo alter ego antagonista, eppure il decadimento tocca a lui come se la sua tragica fine lo stesse guardando allo specchio.

Sul finire del quinto o sesto mese di reclusione, mentre la pestilenza imperversava furiosamente all’esterno, il principe Prospero decise di intrattenere i suoi mille amici con un ballo in maschera, della più straordinaria magnificenza. Che scena voluttuosa quel ballo.

Parole chiave:

  • Maschera: l’impostura e il camuffamento rappresentano il terreno comune su cui camminano tutti e quattro i testi; l’identità diventa un enigma e un particolare sopra il quale si possono costruire delle interessanti “macchinazioni”, ma anche una porta che apre su un mondo in cui convivono buffonesco e orrore. 
  • Illustrazioni: Dentro la maschera, oltre a vantare delle accurate traduzioni, è corredato anche da bellissimi disegni che rendono la lettura ancora più profonda e significativa. Un particolare non da poco, ma sintomo di una ricercata cura del dettaglio.
  • Perturbante: questi quattro racconti (Il re dalla maschera d’oro, L’uomo sulla bottiglia, La maschera, La mascherata della morte rossa) hanno il merito di creare nel lettore un senso di spiazzante impotenza. Il mondo reale e quello della mente umana si mescolano quasi a confondere le due dimensioni, ma questo effetto sconcertante è quello che rende questo libricino un vero e proprio must read.
  • Riferimenti: il testo muove attorno al mascheramento dell’esistenza, eppure le parole portano a galla moltissime altre tematiche, quasi come se i racconti rappresentassero un tronco da cui poi si diramano diversi altri concetti letterari, gotici e non.
  • Percorso cronologico (o quasi): l’antologia si compone di racconti che mirano ad essere un viaggio temporale – oltre che letterario – all’interno dell’orrore; il testo di Edgar Allan Poe è quello scritto prima di tutti (nel 1842), mentre i primi tre attraversano un periodo che va dal 1889 al 1904.

Voto: 5 segnalibri su 5

Dentro la maschera 2

Titolo: Dentro la maschera
Autore: Marcel Schwob, Gustav Meyrink, Guy de Maupassant e Edgar Allan Poe
Editore: ABEditore
Lunghezza: 104 pagine
Prezzo: 6,90 euro
Trama: “Se la maschera crea da un lato il comico e il buffonesco e dall’altro il deforme e l’orribile, è altrettanto vero che talvolta questi mondi, in apparenza distanti, convergono intrecciandosi in quelli che si potrebbero definire a tutti gli effetti labirinti dell’orrore. Ed è questa la chiave di lettura necessaria per penetrare nell’oscurità dei racconti scelti, in un crescendo di incubi, allucinazioni e disperazione che dilatano il tempo e lo spazio innescando un dubbio strisciante: qual è il vero io? Le sovrastrutture dell’io date dalla società e da valori non condivisi conducono, più o meno consapevolmente, a mostrare parti frammentate e non necessariamente veritiere di se stessi. Ma cosa si cela realmente negli abissi dell’uomo? La domanda resta senza risposta certa, nella vita così come nella letteratura che la rispecchia.” (Dalla prefazione di Sara Elisa Riva)
Per acquistarlo: clicca qui

Sono affiliata ad Amazon. Oltre ad aver aggiunto dei rimandi specifici negli articoli, potete supportare il mio blog facendo i vostri acquisti libreschi proprio a partire da questo link generico. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro aiuto.