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“Niente di nuovo sul fronte occidentale”: le speranze di una generazione che vanno in frantumi

Si possono contare sulle dita di due mani i libri che sono stati davvero in grado di descrivere le atrocità dei conflitti mondiali, e Niente di nuovo sul fronte occidentale (titolo originale: Im Westen nichts Neues) è tra questi. Scritta dall’autore tedesco Erich Maria Remarque (nato proprio il 22 giugno, ma del 1898), quest’opera datata 1929 non descrive solamente una guerra disumana – la prima, come tutte – vista dalla prospettiva di un ragazzino diciottenne, ma anche il crollo delle aspettative di un’intera generazione che aveva riposto nello “scontro” e nel combattimento un tentativo di riscatto nei confronti di un mondo che stava radicalmente cambiando sotto ai loro occhi.

Dovevano essere per noi diciottenni tutori e guide all’età virile, condurci al mondo del lavoro, al dovere, alla culture e al progresso; insomma all’avvenire. Noi li prendevamo in giro e talvolta facevamo loro dei piccoli scherzi, ma in fondo credevamo a ciò che ci dicevano. Al concetto dell’autorità di cui erano rivestiti, si univa nelle nostre menti un’idea di maggior saggezza, di più umano sapere. Ma il primo morto che vedemmo mandò in frantumi questa convinzione.

Questo libro è “enigmatico” già a partire dalle curiosità che lo riguardano. Niente di nuovo sul fronte occidentale, infatti, non solo fu pubblicato dall’autore sotto pseudonimo per onorare la madre e le origini della famiglia (il vero nome, in realtà, sarebbe Erich Paul Remark), ma durante il periodo nazista venne addirittura messo al bando e bruciato – insieme a molte altre opere – perché additato di propagandare ideali del tutto contrari al regime dittatoriale; un allontanamento riservato anche a Remarque, che più volte venne accusato di avere delle origini ebree-francesi e di nascondere la sua vera identità. Del resto, poco di eroico è stato scritto in questo libro, piuttosto la cronaca di una disfatta anti-patriottica che condannava in toto la guerra e le sue crudeltà. Forse è anche per questo che l’autore faticò molto prima di riuscire a trovare un editore disposto a pubblicare il romanzo: in quel periodo, chi mai avrebbe avuto il coraggio di mandare alle stampe e diffondere un racconto con delle opinioni simili?

In dieci settimane ci addestrarono alla vita militare, e in questo periodo ci trasformarono più profondamente che non in dieci anni di scuola. Imparammo che un bottone è più importante che quattro volumi di Schopenhauer. […] Con i nostri giovani occhi aperti vedemmo come il classico concetto di patria, che ben diversamente ci era stato insegnato dai nostri maestri, si realizzava per il momento in una rinuncia alla personalità, cosa che mai si sarebbe osato imporre alla più umile persona di servizio. Saluto, attenti, passo di parata, presentat’arm, fianco dest’, fianco sinist’, battere i tacchi, sgridate a mille piccole torture. Ci eravamo figurati diversamente il nostro compito e scoprimmo che ci stavano preparando all’eroismo come cavalli da circo; ma finimmo con l’abituarci.

La storia è anti-eroica, ma anche autobiografica: Remarque, infatti, partito come volontario durante la Prima guerra mondiale a soli 18 anni, al ritorno tradusse le delusioni e le ferite interiori di quell’esperienza proprio dentro questo romanzo e con le sembianze di Paul Braumër, studente arruolatosi anche sotto le pressioni del suo insegnante Kantorek. Questa è un’opera singolare e commovente a cui poi l’autore ne fece seguire altre dal tema simile, tra cui La via del ritorno, il cui protagonista è proprio Tjaden, l’unico che riuscirà a sopravvivere al primo conflitto mondiale raccontato in Niente di nuovo sul fronte occidentale.

Questo libro non vuol essere né un atto d’accusa né una confessione. Esso non è che il tentativo di raffigurare una generazione la quale – anche se sfuggì alle granate – venne distrutta dalla guerra.

Quello che ne è derivato non è solo il racconto di una tragedia annunciata, ma anche la cronaca di una vita di guerra piuttosto difficile e impersonale in cui ogni oggetto è utile per la sopravvivenza e gli affetti si trasformano in qualcosa di non indispensabile: alla fine, sarebbe una ferita doppia perdere un soldato e anche un amico, proprio come è capitato al protagonista. Giorno dopo giorno, l’esperienza bellica appare proprio tutto il contrario di quello che è stato inculcato a delle menti giovani e probabilmente ancora decisamente fragili, incapaci di uccidere e così vulnerabili da essere uccisi.

Per me il fronte è un orribile gorgo. Mentre si è ancora lontani, là dove le acque sono ancora tranquille, già si sente che assorbe, che attira, con una forza lenta, invincibile, che distrugge senza fatica ogni tua resistenza. A nessuno la terra è amica quanto al fante. Quando egli vi si aggrappa, lungamente, violentemente; quando col volto e con le membra in lei si affonda nell’angoscia mortale del fuoco, allora essa è il suo unico amico, gli è fratello, gli è madre; nel silenzio di lei egli soffoca il suo terrore e i suoi gridi, nel suo rifugio protettore essa lo accoglie, poi lo lascia andare, perché viva e corra per altri dieci secondi, e poi lo abbraccia di nuovo, e spesso per sempre. Terra, terra, terra.

Nel mondo della trincea non c’è tempo per abbassare la guardia, ma in quei momenti di lontananza e abbandono la “vecchia” vita che si è lasciato – e che potrebbe non tornare più – bussa prepotentemente alla porta di tutti, soprattutto del protagonista, quasi come se fosse un ricordo nostalgico destinato a sfumare in nebbia. Quel sogno di diventare scrittore, quella camera piena di libri, i testi di scuola, non sono solo la materializzazione della speranza giovanile di Paul Braumër, ma anche il simbolo di un futuro che è stato sostituito dall’incertezza del domani.

Nella mia camera, dietro il tavolo, c’è un sofà di cuoio scuro: mi siedo.
Alle pareti sono fissate con puntine molte immagini che ho ritagliato un tempo da riviste illustrate, e cartoline e disegni che mi erano piaciuti. Nell’angolo c’è una piccola stufa di ferro. Sullo scaffale di fronte lo scaffale con i miei libri.
Qui ho vissuto prima di diventare un soldato. Quei libri me li sono comperati uno a uno con il denaro che guadagnavo dando ripetizioni. Molti sono d’occasione, per esempio i classici; ogni volume, legato in rigida tela azzurra, mi costava un marco e venti. […] Uno comparto del mio scaffale è occupato dai miei libri di scuola. Non sono molto ben conservati, anzi sono molto sgualciti; certe pagine sono strappate, si sa bene per quale uso. Sotto, sono ammucchiati quaderni, carte, lettere, disegni, abbozzi. Voglio cercare di ricordare nei dettagli la vita di allora.

Se da una parte c’è la brutalità, dall’altra si cela invece la casualità (nefasta): che si tratti di contadini, studenti o operai, giovani o vecchi, con una famiglia o senza, la morte non guarda in faccia a nessuno, tantomeno se il conflitto è agli sgoccioli e i tedeschi prossimi alla resa. E’ proprio quando dal Comando Supremo arriva un bollettino che recita “Niente di nuovo sul fronte occidentale” che tutto accade. Paul Braumër abbassa la guardia e il destino lo coglie in fallo, ma la morte appare più come una liberazione piuttosto che come una punizione, la vittoria della libertà sulla prigionia delle trincee e del conflitto. Il finale di questo testo senza tempo è ciò che il lettore – proiettato in una realtà in cui la speranza si spegne pian piano – si immagina:

Paul Braumër cadde nell’ottobre 1918, in una giornata così calma e silenziosa su tutto il fronte, che il bollettino del Comando Supremo si limitava a queste parole: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Era caduto con la testa in avanti e giaceva sulla terra, come se dormisse. Quando lo voltarono si vide che non doveva aver sofferto a lungo: il suo volto aveva un’espressione così serena, quasi che fosse contento di finire così.

Scritto con sensibilità ed emozione, senza dimenticare il peso dell’argomento, questo romanzo non è solo il ricordo di un’esperienza vissuta in prima persona, ma anche il resoconto delle conseguenze di quella che è stata la dura e logorante battaglia in trincea. Qua e là nella trama emergono le abitudini di questo tipo di combattimento, le paure, ma soprattutto il trauma che ha accompagnato la maggior parte dei reduci riusciti a ritornare a casa. C’è tanto da riflettere con Niente di nuovo sul fronte occidentale, e l’amaro che lascia in bocca ne è la dimostrazione: nessuna guerra è giusta, tantomeno quella che gioca sulle speranze e sull’avvenire delle persone. Neanche credere nella bellezza di un futuro migliore è una salvezza.

Parole chiave:

  • Trincea: una “guerra di posizione”, ma anche un luogo in cui le vite e i timori dei soldati si incontrano e si confrontano. 
  • Compagni: alcuni sono gli amici di scuola di Paul Braumër, come Kropp e Müller, mentre altri compaiono nel romanzo, da “veterani”, quasi a dare un sfumatura di esperienza a questa guerra che miete vittime su vittime. Durante la lettura vengono richiamati continuamente ricordi ed esperienze vissuti da tutti.
  • Propaganda: quella in favore della guerra, fatta da chi vedeva in quest’ultima un modo per manifestare l’orgoglio patriottico (come l’insegnante di Braumër), ma anche quella a sfavore. Tutto il romanzo si può leggere, infatti, come un lungo racconto antibellico che trova solo nel finale la sua unica soluzione.
  • Avventura: la guerra non ha nulla di romantico e idealistico, come credono i protagonisti, è solo una sfida a chi resiste di più. «Gli attacchi si alternano ai contrattacchi e, poco a poco, sul terreno devastato, tra le trincee, si ammucchiano i morti.»
  • Film: da questo romanzo è stato tratto anche un film per la televisione, uscito nel 1979 e diretto da Delbert Mann.

Voto: 5 segnalibri su 5

Niente di nuovo sul fronte occidentale - Remarque

Titolo: Niente di nuovo sul fronte occidentale
Autore: Erich Maria Remarque
Editore: Neri Pozza
Lunghezza: 207 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Kantorek è il professore di Bäumer, Kropp, Müller e Leer, diciottenni tedeschi quando la voce dei cannoni della Grande Guerra tuona già da un capo all’altro dell’Europa. Ometto severo, vestito di grigio, con un muso da topo, dovrebbe essere una guida all’età virile, al mondo del lavoro, alla cultura e al progresso. Nelle ore di ginnastica, invece, fulmina i ragazzi con lo sguardo e tiene così tanti discorsi sulla patria in pericolo e sulla grandezza del servire lo Stato che l’intera classe, sotto la sua guida, si reca compatta al comando di presidio ad arruolarsi come volontari. Una volta al fronte, gli allievi di Kantorek – da Albert Kropp, il più intelligente della scuola a Paul Bäumer, il poeta che vorrebbe scrivere drammi – non tardano a capire di non essere affatto “la gioventù di ferro” chiamata a difendere la Germania in pericolo. La scoperta che il terrore della morte è più forte della grandezza del servire lo Stato li sorprende il giorno in cui, durante un assalto, Josef Behm – un ragazzotto grasso e tranquillo della scuola, arruolatosi per non rendersi ridicolo -, viene colpito agli occhi e, impazzito dal dolore, vaga tra le trincee prima di essere abbattuto a fucilate. Nel breve volgere di qualche mese, i ragazzi di Kantorek si sentiranno “gente vecchia”, spettri, privati non soltanto della gioventù ma di ogni radice, sogno, speranza.
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Il colpo dello “Strega”

Premio Strega

Un po’ di storia. «Cominciarono, nell’inverno e nella primavera 1944, a radunarsi amici, giornalisti, scrittori, artisti, letterati, gente di ogni partito unita nella partecipazione di un tema doloroso nel presente e incerto nel futuro. Poi, dopo il 4 giugno, finito l’incubo, gli amici continuarono a venire: è proprio un tentativo di ritrovarsi untiti per far fronte alla disperazione e alla dispersione. Prendiamo tutti coraggio da questo sentirci insieme. Spero che sarà per ognuno un vivido affettuoso ricordo». Così ha scritto Maria Bellonci, una delle ideatrici dello Strega, per raccontare le origini di questo Premio, come se quest’ultimo fosse una favola che al posto del “C’era una volta” prende le mosse da un “Cominciarono”. Sulla scia del Decameron di Boccaccio, in cui dieci giovani si rifugiarono in campagna a raccontare storie per distrarsi – e rifugiarsi – dalla peste, anche gli “amici della domenica” (così chiamati), decisero di far fronte ai tempi duri della Seconda guerra mondiale riunendosi in un gruppo culturale. Era il 1944 e gli intellettuali non potevano ancora immaginarlo, ma quell’incontro informale a casa Bellonci è all’origine di un premio che, a distanza di oltre settant’anni, è diventato il prestigioso riconoscimento che tutti conoscono. Ma perché “Strega”? La risposta è semplice: dal famoso liquore, ma anche in onore di Guido Alberti, l’imprenditore che, insieme alla sua famiglia, fu uno dei primi “sponsor” del concorso e ne contribuì alla diffusione.

Curiosità. Come ogni concorso che si rispetti, anche lo Strega ha le sue polemiche: nel 1986 toccò alla scelta – discussa – di assegnare il premio al romanzo postumo di Maria Bellonci; nel 1989 all’uscita di scena della casa editrice Adelphi (una esclusione volontaria che perdura tuttora); mentre in tempi più recenti alla decisione di prestare attenzione anche alla piccola editoria per non escluderla totalmente dal toto-nomi e non farla “travolgere” così dalla grandi come Mondadori o Einaudi (tante volte vincitrici). Il primo posto al Premio Strega (ma anche la sola selezione dei finalisti) non rappresenta solamente un grosso prestigio personale per l’autore, ma anche un notevole flusso di introiti: è stato calcolato, infatti, che il testo vincitore arrivi addirittura a quintuplicare le vendite, per non parlare del conseguente accrescimento della fama dello scrittore del libro. Soltanto Paolo Volponi ha vinto per ben due volte il Premio Strega, nel 1965 con La macchina mondiale e nel 1991 con La strada per Roma, mentre le votazioni hanno sempre stabilito la vittoria di un solo autore, senza parità. Solo nel 2006 c’è stata un’eccezione: accanto a Caos calmo di Sandro Veronesi, è stata premiata anche la Costituzione Italiana, sebbene in maniera “onoraria” e al di fuori della competizione. Inutile ricordare quanto alcune opere premiate rappresentino – anche a distanza di anni – dei capisaldi intramontabili della letteratura italiana, solo per citarne alcune: L’isola di Arturo di Elsa Morante, Il gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, La ragazza di Bube di Carlo Cassola, La chiave a stella di Primo Levi o Il nome della Rosa di Umberto Eco.

Da qualche ora sono stati ufficialmente resi pubblici i nomi dei cinque finalisti del Premio Strega 2018, il prestigioso riconoscimento assegnato, dal 1947, a un autore o autrice meritevole – il primo fu Ennio Flaiano con Tempo di uccidere – che abbia pubblicato un libro entro i limiti preposti dal concorso (il 1º aprile dell’anno precedente e il 31 marzo dell’anno in corso). Circa due mesi fa, la selezione aveva portato a una griglia di dodici nomi, ridotti poi a cinque super-finalisti nella serata del 13 giugno. Il prossimo appuntamento è fissato per il 5 luglio, data in cui le votazioni sanciranno definitivamente il vincitore dell’ambito premio. 

Helena Janeczek, 256 voti, autrice de La ragazza con la Leica (Guanda); Marco Balzano, 243 voti, con Resto qui (Einaudi); Sandra Petrignani, 200 voti, con La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg (Neri Pozza); Lia Levi, 173 voti, con Questa sera è già domani (e/o); Carlo D’Amicis, 151 voti, con Il gioco (Mondadori). (dal Corriere della Sera)

Nella cinquina anche tre donne, un fatto che non ha mancato di suscitare la soddisfazione di molti: è ormai dal 2003, cioè da Vita di Melania Mazzucco, che una autrice manca la vetta del prestigioso Strega. Prima di lei, solo altre nove: Elsa Morante con l’Isola di Arturo (1957), Natalia Ginzburg con Lessico famigliare (1963), Anna Maria Ortese con Poveri e semplici (1967), Lalla Romano con Le parole tra noi leggere (1969), Fausta Cialente con Le quattro ragazze Wieselberger (1976), Maria Bellonci con Rinascimento privato (1986), Mariateresa Di Lascia con Passaggio in ombra (1995), Dacia Maraini con Buio (1999) e Margaret Mazzantini con Non ti muovere (2002). 

Non va dimenticato che il numero dei votanti ha ormai raggiunto un totale di ben 660 aventi diritto, e che non è semplice prevedere il risultato finale.
Ci si chiede, ad esempio, se da qui al 5 luglio arriveranno le tradizionali polemiche, finora assenti. E se quest’anno una scrittrice tornerà a imporsi allo Strega (l’ultima volta è accaduto nel 2003, con Melania Gaia Mazzucco). In questa edizione sono ben 3 le autrici in cinquina. A proposito di statistiche, in tre delle ultime quattro edizioni ha vinto un autore della casa editrice Einaudi. Quest’anno toccherà ad altri editori?
(da Il Libraio)

Tra i preferiti dei “bookmaker” La ragazza con la Leica della Janeczek e Resto qui di Balzano, ma non si escludono colpi di scena. Una cosa è certa: vincitrice o vincitore, casa editrice affermata o indipendente (ebbene sì, quest’anno il Premio Strega si distingue anche per questo) ci si augura che vengano premiati il migliore e – soprattutto – il talento; il resto, come sempre, lo faranno il “mercato” e i lettori.

La ragazza con la Leica - H. Janeczek

Titolo: La ragazza con la Leica 
Autore: Helena Janeczek
Editore: Guanda
Lunghezza: 333 pagine
Prezzo: 18 euro
Trama: Il 1° agosto 1937 una sfilata piena di bandiere rosse attraversa Parigi. È il corteo funebre per Gerda Taro, la prima fotografa caduta su un campo di battaglia. Proprio quel giorno avrebbe compiuto ventisette anni. Robert Capa, in prima fila, è distrutto: erano stati felici insieme, lui le aveva insegnato a usare la Leica e poi erano partiti tutti e due per la Guerra di Spagna. Nella folla seguono altri che sono legati a Gerda da molto prima che diventasse la ragazza di Capa: Ruth Cerf, l’amica di Lipsia, con cui ha vissuto i tempi più duri a Parigi dopo la fuga dalla Germania; Willy Chardack, che si è accontentato del ruolo di cavalier servente da quando l’irresistibile ragazza gli ha preferito Georg Kuritzkes, impegnato a combattere nelle Brigate Internazionali. Per tutti Gerda rimarrà una presenza più forte e viva della celebrata eroina antifascista: Gerda li ha spesso delusi e feriti, ma la sua gioia di vivere, la sua sete di libertà sono scintille capaci di riaccendersi anche a distanza di decenni. Basta una telefonata intercontinentale tra Willy e Georg, che si sentono per tutt’altro motivo, a dare l’avvio a un romanzo caleidoscopico, costruito sulle fonti originali, del quale Gerda è il cuore pulsante. È il suo battito a tenere insieme un flusso che allaccia epoche e luoghi lontani, restituendo vita alle istantanee di questi ragazzi degli anni Trenta alle prese con la crisi economica, l’ascesa del nazismo, l’ostilità verso i rifugiati che in Francia colpiva soprattutto chi era ebreo e di sinistra, come loro. Ma per chi l’ha amata, quella giovinezza resta il tempo in cui, finché Gerda è vissuta, tutto sembrava ancora possibile.
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Resto qui - M. Balzano

Titolo: Resto qui 
Autore: Marco Balzano
Editore: Einaudi

Lunghezza: 180 pagine
Prezzo: 18 euro
Trama: L’acqua ha sommerso ogni cosa: solo la punta del campanile emerge dal lago. Sul fondale si trovano i resti del paese di Curon. Siamo in Sudtirolo, terra di confini e di lacerazioni: un posto in cui nemmeno la lingua materna è qualcosa che ti appartiene fino in fondo. Quando Mussolini mette al bando il tedesco e perfino i nomi sulle lapidi vengono cambiati, allora, per non perdere la propria identità, non resta che provare a raccontare. Trina è una giovane madre che alla ferita della collettività somma la propria: invoca di continuo il nome della figlia, scomparsa senza lasciare traccia. Da allora non ha mai smesso di aspettarla, di scriverle, nella speranza che le parole gliela possano restituire. Finché la guerra viene a bussare alla porta di casa, e Trina segue il marito disertore sulle montagne, dove entrambi imparano a convivere con la morte. Poi il lungo dopoguerra, che non porta nessuna pace. E così, mentre il lettore segue la storia di questa famiglia e vorrebbe tendere la mano a Trina, all’improvviso si ritrova precipitato a osservare, un giorno dopo l’altro, la costruzione della diga che inonderà le case e le strade, i dolori e le illusioni, la ribellione e la solitudine. Una storia civile e attualissima, che cattura fin dalla prima pagina.
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La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg - Sandra Petrignani

Titolo: La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg
Autore: Sandra Petrignani
Editore: 18 euro
Lunghezza: 459 pagine
Prezzo: 18 euro
Trama: Dalla nascita palermitana alla formazione torinese, fino al definitivo trasferimento a Roma, Sandra Petrignani ripercorre la vita di una grande protagonista del panorama culturale italiano. Ne segue le tracce visitando le case che abitò, da quella siciliana di nascita alla torinese di via Pallamaglio – la casa di “Lessico famigliare” – all’appartamento dell’esilio a quello romano in Campo Marzio, di fronte alle finestre di Italo Calvino. Incontra diversi testimoni, in alcuni casi ormai centenari, della sua avventura umana, letteraria, politica, e ne rilegge sistematicamente l’opera fin dai primi esercizi infantili. Un lavoro di studio e ricerca che restituisce una scrittrice complessa e per certi aspetti sconosciuta, cristallizzata com’è sempre stata nelle pagine autobiografiche, ma reticenti, dei suoi libri più famosi. Accanto a Natalia – così la chiamavano tutti, semplicemente per nome – si muovono prestigiosi intellettuali che furono suoi amici e compagni di lavoro: Calvino appunto, Giulio Einaudi e Cesare Pavese, Elsa Morante e Alberto Moravia, Adriano Olivetti e Cesare Garboli, Carlo Levi e Lalla Romano e tanti altri. Perché la Ginzburg non è solo l’autrice di un libro-mito o la voce – corsara quanto quella di Pasolini – di tanti appassionati articoli che facevano opinione e suscitavano furibonde polemiche. Narratrice, saggista, commediografa, infine parlamentare, Natalia è una “costellazione” e la sua vicenda s’intreccia alla storia del nostro paese (dalla grande Torino antifascista dove quasi per caso, in un sottotetto, nacque la casa editrice Einaudi, fino al progressivo sgretolarsi dei valori resistenziali e della sinistra). Un destino romanzesco e appassionante il suo: unica donna in un universo maschile a condividere un potere editoriale e culturale che in Italia escludeva completamente la parte femminile. E donna vulnerabile, e innamorata di uomini problematici. A cominciare dai due mariti: l’eroe e cofondatore della Einaudi, Leone Ginzburg, che sacrificò la vita per la patria, lasciandola vedova con tre figli in una Roma ancora invasa dai tedeschi, e l’affascinante, spiritoso anglista e melomane Gabriele Baldini che la traghettò verso una brillante mondanità: uomini fuori dall’ordinario ai quali ha dedicato nei suoi libri indimenticabili ritratti.
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Questa sera è già domani - L. Levi

Titolo: Questa sera è già domani 
Autore: Lia Levi
Editore: E/O
Lunghezza: 256 pagine
Prezzo: 16,50 euro
Trama: Genova. Una famiglia ebraica negli anni delle Leggi Razziali. Un figlio genio mancato, una madre delusa e rancorosa, un padre saggio ma non abbastanza determinato, un nonno bizzarro, zii incombenti, cugini che scompaiono e riappaiono. Quanto possono incidere i risvolti personali nel momento in cui è la Storia a sottoporti i suoi inesorabili dilemmi? E possibile desiderare di restare comunque nella terra dove ci sono le tue radici o è urgente fuggire? Se sì, dove? Esisterà un paese realmente disponibile all’accoglienza? Alla tragedia che muove dall’alto i fili dei diversi destini si vengono a intrecciare i dubbi, le passioni, le debolezze, gli slanci e i tradimenti dell’eterno dispiegarsi della commedia umana. Una vicenda di disperazione e coraggio realmente accaduta, ma completamente reinventata, che attraverso il filtro delle misteriose pieghe dell’anima ci riporta a un tragico recente passato.
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Il gioco - C. D'Amicis

Titolo: Il gioco 
Autore: Carlo D’Amicis
Editore: Mondadori
Lunghezza: 526 pagine
Prezzo: 17 euro
Trama: La cosa più affascinante del sesso non è il sesso, ma tutto ciò che gli ruota attorno: in una sola parola, la vita. È per questo che Leonardo, Eva e Giorgio, dovendo parlare di sesso, raccontano le rispettive esistenze (audaci e innocenti allo stesso tempo) a un intervistatore che vorrebbe scrivere un libro sul piacere, e che invece si ritrova in continuazione a fare i conti con il loro dolore. Del resto, nel gioco erotico, tutto è così terribilmente intrecciato: non solo il piacere e il dolore, ma anche la trasgressione e le regole, la libertà e il possesso, l’eccitazione e la noia, l’io e la maschera. Quelle che i nostri eroi indossano in questo romanzo corrispondono ai tre ruoli chiave del gioco: Leonardo (nome in codice: Mister Wolf) è il bull, maschio alfa che applica al sesso seriale la disciplina e la meticolosità degli antichi samurai, Eva (la First Lady) è la sweet, regina e schiava del desiderio maschile, Giorgio (il Presidente) è il cuckold, tradito consenziente che sguazza nella sua impotenza ma non rinuncerebbe mai a manovrare i fili. Insieme formano il triangolo più classico e scabroso dell’intera geometria erotica, quello in cui l’ossessione maschile di possedere e offrire l’oggetto del proprio desiderio s’incastra con l’aspirazione della donna ad appartenere, finalmente, solo a se stessa. Recitano dei ruoli, Mister Wolf, la First Lady e il Presidente. Ma quanto più il corpo è il loro abito di scena, tanto più la loro anima si denuda, rivelando ai nostri occhi l’umanità struggente, tenera, e talvolta esilarante, di tre protagonisti fuori dagli schemi, eppure così simili a ciascuno di noi.
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“Il sentiero dei profumi” e le fragranze che diventano un linguaggio comunicativo

Cristina Caboni ha pubblicato Il sentiero dei profumi (per Garzanti) nel 2014, ma io ho scoperto questo libro solo qualche tempo fa, frugando come solito tra gli scaffali della libreria, incuriosita proprio da quella copertina che mi ricordava altri testi simili e che mi erano particolarmente piaciuti.

La vita mi ha messo alla prova. Ma con l’iris ritrovo la fiducia. La vaniglia mi fa sentire protetta. Perché i profumi sono la mia strada.

Per Elena Rossini i profumi non sono solamente delle fragranze da spruzzare sul corpo, ma soprattutto un sentiero da seguire e in cui credere, a differenza delle persone di cui, invece, non si fida più. La ragazza ha un passato difficile che l’ha segnata nel suo rapporto con gli altri, ma anche una vita decisamente “impegnativa”. Elena, infatti, discende da una antica famiglia di profumiere e comincia ad accostarsi a quest’arte grazie alla nonna, la persona che veramente l’ha cresciuta e da cui è stata abbandonata dalla madre perché il suo nuovo marito, Maurice, non l’ha voluta riconoscere come figlia. Come se non bastasse, pure il suo presente fatica a trovare la giusta direzione, soprattutto dopo aver scoperto che il suo compagno Matteo – con cui immaginava e progettava un futuro – l’ha tradita con un’altra donna. 

L’odio è un sentimento molto complesso. Si odia ciò che si desidera intensamente e non si può più possedere, si odia ciò che non si comprende, quello che sembra troppo distante. Odio e amore sono troppo vicini, i loro contorni sfumati, non hanno confini chiari.

A Elena non resta altro che rifugiarsi a Parigi dall’unica persona che per lei c’è sempre stata, la sua migliore amica Monique. Neanche a farlo apposta, sarà proprio lei ad aiutarla a riprendersi e – involontariamente – a farle conoscere anche Cail, un uomo affascinante e misterioso che, con la stessa delicatezza delle rose che ama coltivare, non solo entrerà nella vita di Elena fino a darle il giusto ordine, ma nello stesso tempo le farà capire anche cosa lasciarsi alle spalle.

Pepe nero. Allerta i sensi, raduna la forza interiore. Insegna che quando la strada sembra perduta, spesso è solo smarrita.

Per tutto il romanzo si susseguono delle evocative fragranze che sembra quasi di poter sentire attraverso la lettura. Elena è una ragazza con il dono (o il “naso”, come viene scritto nel libro) di capire quale sia il profumo perfetto per ciascuna persona, per questo lavora come profumiera e infonde fiducia a coloro che si affidano a lei. Le fragranze sono per lei un linguaggio in cui esprimersi, da preferire anche alle parole: sono rari, infatti, i dialoghi in cui lei lascia trasparire le sue emozioni e quanto prova, al contrario i riferimenti all’arte della profumeria sono davvero numerosi e molto spesso rappresentano un’espediente per poter costruire tutte le vicende che accadono. 

A differenza delle parole, gli odori arrivano dritti ai sensi delle persone. E’ l’olfatto il primo dei sensi in assoluto, perché si annida negli oscuri recessi dell’anima primordiale e reagisce alle sollecitazioni secondo una serie di archetipi olfattivi nati con l’uomo. E’ emozione pura.

Se da una parte le fragranze spingono Elena a scoprire la ricetta del “profumo perfetto” – appartenente alla sua famiglia e alle sue origini – dall’altra rappresentano anche una delle poche parti del romanzo davvero coinvolgenti e stimolanti (sebbene un po’ ripetitive se si pensa ai momenti di “consulenza” che la ragazza ha con le persone che invocano l’aiuto del suo “naso”). Leggendo il romanzo, appare chiaro fin da subito il carattere difficile e piuttosto “burbero” (ma sì, mettiamoci anche odioso) della protagonista: nonostante la sua straordinaria bravura con le essenze, Elena ha la “cattiva” abitudine di trattare male chi le sta intorno, un aspetto che può essere parzialmente giustificato dal passato le pesa dentro come un macigno, ma che a lungo andare nella lettura la dipinge quasi come una ragazza insoddisfatta e poco grata. La storia, a tratti, sembra anche quasi “irreale”: certo, ci troviamo in un romanzo rosa in cui ogni cosa può realizzarsi, ma leggere significa anche “sperare” in un risvolto di realtà, mentre in questo caso, più che altro, ci si chiede solamente come possa essere possibile che accadano certe cose. Insomma, alcune situazioni sono poco chiare e spingono più all’incredulità piuttosto che all’appagamento per l’esito positivo della storia, come ad esempio accade con la partenza di Monique o il rapporto con Cail. Il sentiero dei profumi si può leggere come il lungo racconto di un amore che ha tante sfaccettature: quello per i profumi, quello per la famiglia (qualunque essa sia), quello per i nuovi rapporti, ma è anche un romanzo che ha disatteso le mie aspettative: sulla scia de Il linguaggio segreto dei fiori &co, speravo che quella “magia” potesse ripetersi ancora, replicando anche l’atmosfera fatta di significati nascosti e poetici, ma così non è stato. Nulla da togliere al modo in cui è scritto, ma come storia – e lo dico con rammarico – purtroppo non ci siamo. 

Parole chiave:

  • Profumo: o meglio “i profumi”, gli elementi centrali di tutto il romanzo e attorno a cui ruota l’intera storia. Aiutano Elena a diventare più forte e indipendente, a cercare la sua anima, ma rappresentano anche una cornice che circonda la sua vita, proprio come le descrizioni delle fragranze che si trovano all’inizio di ogni capitolo e danno forma alle vicende che poi verranno raccontate. Il sentiero dei profumi insegna che il “profumo perfetto” esiste davvero, ed è quello che ci descrive e ci veste in maniera unica, pensato su ciò che vogliamo dire e trasmettere, per nulla lasciato al caso: «il profumo è il sentiero. Percorrerlo significa trovare la propria anima».
  • Monique: l’amica di Elena che tutte vorrebbero avere. E’ una donna determinata, forte e premurosa, un personaggio che non può non piacere fin dall’inizio. L’aiuta in diversi momenti, ma soprattutto a capire che il suo “naso” è un dono che deve sfruttare per far felice se stessa e le persone che la circondano.
  • Parigi/Firenze: le due città in cui si svolge la vicenda e che si incontrano per tutto il romanzo. Rappresentano il passato e il presente di Elena, ma si incrociano continuamente diventando dei pezzi di cuore in cui ritrova la sua vita.
  • Dizionario dei profumi: un piccolo scrigno di fragranze che si trova alla fine del libro e che arricchisce il romanzo con delle descrizioni che avvicinano ulteriormente il lettore a questo mondo, soprattutto perché ogni profumo ha una sua nota personale e una propria storia da trasmettere.
  • Delusione: ce ne sarebbero di cose da dire su questo punto, ma mi limito solamente a rinnovare il mio dispiacere per non aver trovato il libro che speravo di leggere. Mi auguro che qualcun altro possa riuscire ad apprezzarlo meglio di me.

Voto: 2 segnalibri su 5

Il sentiero dei profumi - Cristina Caboni

Titolo: Il sentiero dei profumi
Autore: Cristina Caboni
Editore: Garzanti
Lunghezza: 392 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Elena non si fida di nessuno. Ha perso ogni certezza e non crede più nell’amore. Solo quando crea i suoi profumi riesce ad allontanare tutte le insicurezze. Solo avvolta dalle essenze dei fiori, dei legni e delle spezie sa come sconfiggere le sue paure. I profumi sono il suo sentiero verso il cuore delle persone. Parlano dei pensieri più profondi, delle speranze più nascoste: l’iris regala fiducia, la mimosa dona la felicità, la vaniglia protegge, la ginestra aiuta a non darsi per vinti mai. Ed Elena da sempre ha imparato a essere forte. Dal giorno in cui la madre se n’è andata via, abbandonandola quando era solo una ragazzina in cerca di affetto e carezze. Da allora ha potuto contare solo su sé stessa. Da allora ha chiuso le porte delle sue emozioni. Adesso che ha ventisei anni il destino continua a metterla alla prova, ma il suo dono speciale le indica la strada da seguire. Una strada che la porta a Parigi in una delle maggiori botteghe della città, dove le fragranze si preparano ancora secondo l’antica arte dei profumieri. Le sue creazioni in poco tempo conquistano tutti. Elena ha un modo unico di capire ed esaudire i desideri: è in grado di realizzare il profumo giusto per riconquistare un amore perduto, per superare la timidezza, per ritrovare la serenità. Ma non è ancora riuscita a creare l’essenza per fare pace con il suo passato, per avere il coraggio di perdonare. C’è un’unica persona che ha la chiave per entrare nelle pieghe della sua anima e guarire le sue ferite: Cail.
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“I pesci non chiudono gli occhi”: voce del verbo “mantenere”

Una storia che sa di cambiamenti, un modo di raccontarla – ritmico e a riprese – che ricorda tanto lo sciabordio delle onde di quel mare caro al protagonista: questo è I pesci non chiudono gli occhi, il romanzo di Erri De Luca scritto nel 2011 per Feltrinelli. Se da una parte i ricordi d’infanzia si intrecciano ai primi turbamenti emozionali, dall’altra troviamo un autore bambino che sembra voglia crescere più di quanto gli permetta di fare la sua età (e il suo corpo).

A dieci anni la modestia del mio corpo mi istigava a sparire. Camminavo inventando di essere invisibile. Mi tradivano i pantaloni blu e la canottiera bianca, per la strada camminavano da soli, senza me dentro, ma nessuno ci faceva caso. Di notte nudo sul letto potevo scomparire tutto intero.

Questa non è solo la vita di un ragazzino solitario che trova nei cruciverba un modo per isolarsi dal mondo esterno, ma anche quella di una ragazzina che, allo stesso modo, cerca il suo spazio nelle letture e nella scrittura. Nell’essere simili e allo stesso tempo totalmente differenti dai loro coetanei, ma anche così caratterialmente opposti tra di loro, entrambi riescono a trovare uno spiraglio per far coincidere e comunicare le loro rispettive solitudini.

“Che classe fai?” chiesi.
“Non sprechiamo tempo con le stupidaggini. Tu perché sei così?”
Tirai a indovinare e risposi: “Mi piace tutto quello che è scritto, i giornali, gli elenchi. So a memoria la lista delle consumazioni e i prezzi del bar. Leggo tutto”.
“Anch’io, ma questo non spiega perché non stai con loro,” e guardò verso un gruppetto che giocava a palla sulla sabbia.
“Non ci so stare, non mi piacciono i loro giochi. Il pomeriggio vado a nuotare o alla spiaggia dei pescatori a vedere la tirata delle reti. Un uomo che conosco mi porta qualche volta a pesca sulla barca. So remare un poco.”
“Io sono una scrittrice.”

Il loro contatto è molto di più di una affinità, è un prolungamento di corpi. Le mani del protagonista possono affrontare la pesca e il nuoto, i rebus fatti a penna, ma non reagiscono di fronte alle botte dei bulli. Quelle ferite, però, anziché intimidirlo, lo rendono più forte: la sua sembra una corazza che deve per forza essere scalfita, come una crisalide che si prepara a diventare farfalla. Il ragazzino non si è mai sentito realmente una “vittima”, ma da quella sfida impari ne esce comunque vincitore: quelle mani possono anche essere prese e strette, con tutto il suo stupore, nella profonda scoperta del verbo “mantenere” e di tutte le emozioni che esso comporta.

“Sì, mi sono accorto di avercelo. E’ cominciato dalla mano. La prima volta che me l’hai tenuta. Mantenere è il mio verbo preferito.”

Tra lui e la ragazzina c’è qualcosa che non ha una vera e propria definizione: non è desiderio, non si sa se è amore, ma sicuramente è crescita. Non tanto del corpo, ma di una consapevolezza interiore che porta il protagonista a voler osservare con i suoi occhi – letteralmente – quello che gli sta capitando, e cosa lo sta “cambiando”. Se, infatti, dai pescatori tanto citati nel romanzo (e che gli tengono compagnia) il protagonista assimila l’arte del solitario abbandono, dai pesci invece “impara” la pratica del non chiudere gli occhi, un gesto romantico a tutti gli effetti.

Era così bellissima vicina, le labbra appena aperte. Mi commuovono quelle di una donna, nude quando si accostano a baciare, si spogliano di tutto, dalle parole in giù.
“Chiudi quei benedetti occhi di pesce.”
“Ma non posso. Se tu vedessi quello che vedo io, non li potresti chiudere.”
“Da dove ti spuntano questi complimenti, piccolo giovanotto?”
“Che complimenti? Dico quello che vedo.”

Il bello de I pesci non chiudono gli occhi è la semplicità: dei ricordi, dei gesti, delle parole. Leggendolo si sentono la salsedine del mare, i granelli di sabbia sotto i piedi, il simpatico vociare napoletano, ma anche il profumo degli spaghetti aglio, olio e prezzemolo e delle uova al tegamino. Il viaggio a ritroso nella mente dell’autore è anche il nostro viaggio, come se in quelle immagini memoriali ci fossimo anche noi, magari proprio nascosti in quella cabina da spiaggia come il protagonista, in attesa del momento giusto per finire la lettura e abbandonare quell’atmosfera ovattata. Il risultato è un libro più da ascoltare e vivere, piuttosto che da leggere, qualcosa che si insinua nella mente e arriva al cuore. Cinque verticale, sei lettere: la soluzione è “tenere”. Per mano, sempre.

Capivo all’indietro quello che succedeva dentro i libri, quando uno si accorge della specialità di un’altra persona e concentra su quella l’esclusiva della sua attenzione. Capivo l’insistenza di isolarsi, starsene in due a parlare fitto. Non c’entrava per me il desiderio, quell’amore chiudeva con l’infanzia ma non smuoveva ancora nessun muscolo degli abbracci. Scintillava dentro, mi visitava il vuoto e me lo illuminava.

Parole chiave:

  • Dieci anni: l’età del protagonista nel romanzo, ma anche l’età in cui per lui sembra cambiare tutto. La sua mente viaggia e cresce, si sviluppa sempre di più in una personalità dalle mille sfaccettature, mentre il suo corpo rimane come incastrato in un involucro “fastidioso”.
  • Mantenere: un verbo citato tante volte nel romanzo, soprattutto nel suo significato più profondo. Non tanto come “uno stato che dura a lungo e in maniera inalterata” (in fondo, nulla dura per sempre), piuttosto come un letterale “tenere per mano”.
  • Papà: durante la lettura si avverte anche la mancanza della figura paterna del protagonista, emigrato in America in cerca di lavoro. Quella lontananza è il frutto di una scelta difficile e senza di lui il ragazzino teme di crescere “storto”, senza qualcuno a cui appoggiarsi.
  • Titolo: significativo, in grado di racchiudere in poche parole tutto il senso del romanzo. All’inizio il lettore non ne capisce il senso reale, ma poi comprende, e capisce che quella è una bellissima metafora.
  • Rebus: quelli che ama tanto fare il protagonista, rigorosamente a penna. 

Voto: 5 segnalibri su 5

I pesci non chiudono gli occhi - Erri de Luca

Titolo: I pesci non chiudono gli occhi
Autore: Erri De Luca
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 115 pagine
Trama: A dieci anni l’età si scrive per la prima volta con due cifre. È un salto in alto, in lungo e in largo, ma il corpo resta scarso di statura mentre la testa si precipita avanti. D’estate si concentra una fretta di crescere. Un uomo, cinquant’anni dopo, torna coi pensieri su una spiaggia dove gli accadde il necessario e pure l’abbondante. Le sue mani di allora, capaci di nuoto e non di difesa, imparano lo stupore del verbo mantenere, che è tenere per mano.
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“Bibury’s Sweet” di Giuliana Tunzi

Bibury’s sweet, il romanzo di Giuliana Tunzi ed edito nel 2017, è tanto leggero quanto giovane. Scritto con uno stile piuttosto sbarazzino, questo libro ci dice che non sono le difficoltà a fermarci, bensì la mancanza di volontà. “Un amore dolce e impossibile a due passi da Londra” recita il sottotitolo, e per un inguaribile romantico non c’è niente di più bello che leggere di un sentimento contrastato che però riesce a trovare il suo lieto fine. Ma chi riuscirà a contendersi il cuore dell’energica protagonista? Elizabeth/Liz, infatti, oltre a essere una responsabile pasticciera, è anche una ragazza dall’animo molto fragile, forse un po’ troppo provato dalle delusioni d’amore per poter credere che esista davvero la persona giusta.

Carter era esattamente tutto quello che volevo fino al giorno prima, mi sembrava d’aver preso la scelta giusta lasciandoci. Ora però ero confusa, e di certo non perché Jude mi era stato vicino. Non avevo cambiato idea su di lui, né lo vedevo con occhi diversi. Non volevo riaprire una porta che avevo chiuso, ecco tutto.

In un paesino nei pressi di Londra che ricorda tanto le atmosfere magiche della Stars Hollow di Gilmore Girls, si muovono e si intrecciano le vite di tutti i protagonisti: oltre a Liz, troviamo l’affidabile Alice, Carter, Jude, ma anche Becca e Aaron, tutti quanti impegnati a rendere il romanzo piacevolmente “movimentato”. Liz e Alice non sono solamente delle ottime amiche, ma soprattutto delle inseparabili colleghe di lavoro: insieme gestiscono la pasticceria “Bibury’s Sweet”, un negozietto di dolci fatti in casa che rappresenta una meta sicura – e pure un rifugio – per tutti gli abitanti della vivace cittadina.

Ormai abituate al gelido inverno inglese, camminammo fino al nostro negozietto, il “Bibury’s Sweet”. Lo so, un nome un po’ scontato, ma non lo era quando decidemmo di diventare socie e aprirlo. Era l’unica pasticceria del paese e ne eravamo molto fiere. Scegliemmo di tingere le pareti di rosa e di bianco, per ricordare i marshmallow, e arredammo gli interni solo ed esclusivamente con mobili antichi, per rendere giustizia al nostro paese, dove il tempo sembrava essersi fermato. Somigliava a una deliziosa sala da tè.

La routine viene decisamente sconvolta quando a Bibury approda il londinese Jude Oldem, così (apparentemente) altezzoso da portare con sé il fare poco socievole della Capitale. Ma il ragazzo è molto diverso dai pregiudizi che gli vengono etichettati addosso: sarà proprio il clima familiare in cui si ritrova a vivere dopo un breve trasferimento con la madre, infatti, a far emergere il lato più tenero del suo carattere, facendogli conquistare non solo l’affetto e la complicità delle persone, ma anche una rivalsa agli occhi di Liz per il suo legame con la difficile e capricciosa sorella Becca. “Mi sono ripromessa di odiarlo” sembra però dire orgogliosamente la protagonista, ma tra fuochi d’artificio, feste di ballo e gustose fette di torta, la ragazza dovrà rivedere un po’ i suoi piani. Alla fine, non si può resistere al fascino magnetico di chi pensiamo di detestare, né tantomeno siamo noi a decidere da cosa veniamo attirati.

Mi sedetti e rimasi in silenzio per il tempo che restò, imbarazzata da quanto era appena successo. Lo fissai di tanto in tanto, ma lui non mi guardò nemmeno un istante. Era rilassato, a suo agio. Mi odiava e pareva allo stesso tempo il contrario. Io stessa non sapevo cosa pensare.

In una trama che percorre tutte le sfumature dell’amicizia e dell’amore, la giovane protagonista si ritroverà faccia a faccia con dei sentimenti che mai avrebbe voluto provare, ma da cui inevitabilmente viene travolta. Cosa nascondono, però, Jude e la sua famiglia? Il segreto è sicuramente un altro elemento importante di questo romanzo. Magari la risposta si trova proprio nel prologo della storia, decisamente anomalo e spaventoso se pensiamo alla dolcezza d’insieme di Bibury’s Sweet. Se il lettore è diviso sin dall’inizio tra la “stabilità” di Carter e la loquacità di Jude, ben presto si renderà conto che il mistero non accompagnerà solamente il ragazzo londinese, ma molto di più, complice anche quell’incipit piuttosto curioso che pone tutta la trama – prettamente romantica – quasi sul piano di un thriller. 

Il rumore del trapano mi fece rinsavire, assordandomi. Aprii gli occhi e mi ritrovai legata a terra, mani e piedi. Un bavaglio mi impediva di urlare. Era tutto buio intorno, e dedussi di trovarmi ancora in quella casa stregata. Una mano mi afferrò dai piedi e mi trascinò sul pavimento freddo per un breve tratto. Ero ancora stordita e nella stanza regnava il buio, contrastato da poche lucine fioche. Eppure nell’ombra, intravidi l’uomo che mi aveva intrappolata.

Non bisogna dimenticare però che l’amore trionfa su tutto e, come un dolcetto o una fetta di torta, è in grado di mitigare gli animi di tutti. Ma quale sarà il prezzo che i due amanti dovranno pagare per uscire allo scoperto? La verità sa essere tanto generosa quanto crudele, proprio come questo libro dagli ingredienti un po’ dolci e un po’ amari.

Parole chiave:

  • Fiducia: in se stessi e negli altri; per quanto sia difficile “affidarsi” a qualcuno è il coraggio di lasciarsi andare (ancora) la migliore cura per i vecchi mostri del passato.
  • Amore/odio: i due sentimenti cardine del romanzo, mescolati come un “impasto” fatto di equivoci e personalità solo apparentemente contrastanti. Come in una ricetta, però, sono proprio gli ingredienti dosati nel modo giusto a rendere il risultato perfetto.
  • Maturazione: la cosa incredibile dei personaggi di Bibury’s Sweet è che non sono gli stessi dall’inizio alla fine. Maturano, si modificano in meglio, in primis Becca (che, detto sinceramente, avrei tanto voluto strozzare!).
  • Magia: non quella di Harry Potter, ma quella che avvolge la bellissima cittadina di Bibury e la anima di un’atmosfera speciale, così tanto da far desiderare al lettore a prendere cittadinanza lì.
  • Destino: più volte è chiamato in causa nel romanzo, quasi sempre per sfidarlo. È possibile vincere contro i fatti che sembrano remare contro i desideri dei protagonisti? Fortunatamente sì, soprattutto perché niente è scritto in maniera indelebile.    

Voto: 3,5 segnalibri su 5

Bibury's Sweet - Giuliana Tunzi

Titolo: Bibury’s Sweet
Autore: Giuliana Tunzi
Editore: Createspace Independent Pub
Lunghezza: 330 pagine
Trama: Dall’autrice di Empty, il potere, l’affascinante e tormentata storia d’amore tra Elizabeth Miller e Jude Oldem. A fare da cornice, la deliziosa pasticceria “Bibury’s Sweet” e la cittadina inglese di Bibury, tanto romantica quanto rumorosa, i cui abitanti fanno da coro, affatto tragico e invece spumeggiante e divertente, ad ogni avventura. Non lontano da una Londra lussureggiante e sfarzosa, peripezie d’ogni sorta e mille vicissitudini osteggiano l’amore segreto dei due protagonisti: riusciranno a vincere e ribaltare il loro ineluttabile destino?
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Philip Roth

Philip Roth
Immagine presa dal web

Nato a Newark nel 1933 da una famiglia ebrea di umili origini, Philip Milton Roth ha abbandonato presto il piccolo paese di provincia per inseguire le sue ambizioni culturali. Infatti, dopo aver conseguito una laurea in Letteratura inglese presso la Bucknell University nel 1954 e poi un master all’Università di Chicago nel 1955, ha cominciato a dedicarsi alla scrittura professionale che, con il tempo, gli ha fatto conquistare numerosi riconoscimenti prestigiosi (tra cui il Pulitzer nel 1998 per American Pastoral e il Premio Franz Kafka nel 2001), ma mai il premio Nobel a cui è stato candidato diverse volte. È inevitabile pensare a quanto tale notizia risulti “ingiusta” proprio oggi, giorno della sua morte, mentre poche settimane fail rinomato evento è stato cancellato a causa dell’ennesimo scandalo molestie e il tutto ha l’aria di essere il brutto scherzo di un destino che ha sbagliato le tempistiche. Ma la grandezza di Philip Roth è in grado di prescindere da tutto questo, a maggior ragione se si pensa a quanto sia stata influente la sua scrittura nella società contemporanea, quasi sempre perlustrata nel profondo e portata tra le pagine dei suoi romanzi nella sua forma più schietta. La realtà americana da una parte e il suo essere ebreo dall’altra, tra suoi scritti più importanti possiamo citare il suo esordio letterario Addio, Columbus e cinque racconti (1959), il capolavoro “scandaloso” Lamento di Portnoy (1969), la sperimentazione di satira politica La nostra gang (1971), fino ad arrivare ai recenti Pastorale americana (1997), Ho sposato un comunista (1998), La macchia umana (2000), che insieme formano una trilogia, poi ancora Il complotto contro l’America (2004) e Nemesi (2010).

Certo, i romanzi di Philip Roth non sono consolatori: che si tratti di vicende collettive o di piccoli drammi personali, le sue storie sono di una sincerità spietata. Lui stesso, d’altronde, ha sempre ritenuto che prendersi cura dei lettori non sia un dovere dello scrittore: la letteratura non è che un altro aspetto di una vita in cui ogni persona è chiamata a occuparsi di se stessa, senza che lo debbano fare altri al posto suo. (da Il Libraio)

La vita è senza dubbio l’elemento che più compare nei romanzi di Philip Roth: che si tratti della sua o di quella degli altri, in maniera centellinata o evidente, i cenni autobiografici sembrano essere un elemento inalienabile della sua scrittura, tant’è che sono frequenti nei suoi romanzi i riferimenti alle scene di vita quotidiana e alle storie che scorrono sotto gli occhi ogni giorno. Un attento osservatore della realtà, quindi, ma anche di una società che sembra riscrivere il presente in relazione a un passato che ripropone continuamente le stesse dinamiche: un esempio su tutti è l’estremizzazione descritta ne Il complotto contro l’America attraverso lo slogan “America First”, raccontata nel 2004 e ritornata inconsapevolmente (ma anche tristemente) in auge proprio in questi anni con Donald Trump. La fede ebraica – di cui andava orgoglioso – le analisi morali, le tematiche politico-sociali: questi gli argomenti che più spiccano nella sua produzione letteraria che consta più di trenta romanzi, tutti sapientemente pensati e frutto di un attività vista più come uno “sforzo”, una missione, piuttosto che come un hobby.

Nel 2010 in Why Write? avevo la convinzione che non avrei più potuto fare meglio. Credo che ogni talento, per quanto proficuo, abbia i suoi limiti. Non si può essere fruttuosi per sempre. Ho vissuto 50 anni in una stanza silenziosa come il fondo di una piscina, in preda ad emozioni contrastanti, in una tremenda solitudine. (dal New York Times)

Dopo aver dichiarato di aver dedicato una vita alla scrittura e alla ricerca del “meglio” che poteva fare, nel 2012 Roth ha ufficialmente annunciato il suo ritiro dalle scene della Narrativa contemporanea (con la disposizione che i suoi archivi venissero distrutti alla sua morte). Un’uscita che, oggi più che mai, ci fa sentire fortemente la mancanza della sua abile “penna” e della sua mordace franchezza. Quasi profetiche le parole rilasciate in una delle sue recenti interviste:

Ogni mattino al risveglio penso: Sono sopravvissuto un’altra notte. Vado a dormire sorridendo e mi sveglio sorridendo. È come un bel gioco d’azzardo, ogni giorno alzo la posta e vinco, vinco ancora. Sono ancora qui e mi illudo che possa durare per sempre. Vedremo quanto durerà la mia fortuna. (dal New York Times)

Per saperne di più:

Lasciar andare - P. Roth

Titolo: Lasciar andare
Editore: Einaudi
Lunghezza: 748 pagine
Prezzo: 24 euro
Trama: “In quel periodo ero sottotenente d’artiglieria, di stanza in un angolo desertico e sperduto dell’Oklahoma, e il mio unico legame col mondo dei sentimenti non era il mondo stesso, ma Henry James, che da qualche tempo avevo cominciato a leggere”. Congedato poco tempo prima dall’esercito, ancora scosso dalla recente morte della madre, libero dai vecchi legami e ansioso di crearsene nuovi, Gabe Wallach entra nell’orbita di Paul Herz, un compagno di studi, e di Libby, la malinconica moglie di Paul. Il desiderio di Gabe di mettere in relazione l’ordinato “mondo dei sentimenti” che ha conosciuto nei libri con il mondo reale si scontra prima con gli sforzi degli Herz di fare i conti con le difficoltà della vita adulta e poi con le sue stesse relazioni sentimentali. La volontà di Gabe di essere una persona seria, responsabile e generosa col prossimo viene messa alla prova dal rapporto con Martha Reganhart, una donna divorziata, madre di due bambini, vivace, senza peli sulla lingua. La complessa relazione di Gabe e Martha, e la spinta di Gabe a risolvere i problemi degli altri sono al centro di questo primo, ambizioso romanzo, di Philip Roth: ambientato negli anni Cinquanta, tra Chicago, New York e Iowa City, è il ritratto di un’America definita da vincoli sociali ed etici profondamente diversi da quelli di oggi.
Per aquistarlo: clicca qui 

Lamento a Portnoy - P. Roth

Titolo: Lamento di Portnoy
Editore: Einaudi
Lunghezza: 220 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Alex Portnoy ha trentrè anni ed è commissario aggiunto della Commissione per lo sviluppo delle risorse umane del Comune di New York. Nel lavoro è abile, intransigente, stimato. Il libro riporta il monologo di Alex che, dall’analista ripercorre la sua vita per capire perché è travolto dai desideri che ripugnano alla “mia coscienza e da una coscienza che ripugna ai miei desideri”.
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Pastorale americana

Titolo: Pastorale americana
Editore: Einaudi
Lunghezza: 462 pagine
Prezzo: 14 euro

Trama: Seymour Levov è un ricco americano di successo: al liceo lo chiamano “lo Svedese”. Ciò che pare attenderlo negli anni Cinquanta è una vita di successi professionali e gioie familiari. Finché le contraddizioni del conflitto in Vietnam non coinvolgono anche lui e l’adorata figlia Merry, decisa a portare la guerra in casa, letteralmente. Un libro sull’amore e sull’odio per l’America, sul desiderio di appartenere a un sogno di pace, prosperità e ordine, sul rifiuto dell’ipocrisia e della falsità celate in quello stesso sogno.
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Il complotto contro l'America - P. Roth

Titolo: Il complotto contro l’America
Editore: Einaudi
Lunghezza: 431 pagine
Prezzo: 13,50 euro
Trama: Quando l’eroe dell’aviazione Charles A. Lindebergh, rabbioso isolazionista e antisemita, sconfigge Franklin Roosevelt alle elezioni presidenziali del 1940, la paura invade ogni famiglia ebrea americana, soprattutto quella del piccolo Philip, investita dalla violenza del pogrom che si scatena. Roth parte da questo antefatto di fantastoria per raccontare cosa accadde a Newark alla sua famiglia, e a un milione di famiglie come la sua, durante i minacciosi anni Quaranta, quando i cittadini ebrei americani avevano buoni motivi per temere il peggio.
Per acquistarlo: clicca qui 

Nemesi - P. Roth

Titolo: Nemesi
Editore: Einaudi
Lunghezza: 182 pagine
Prezzo: 11 euro
Trama: Al centro di “Nemesi” c’è un animatore di campo giochi vigoroso e solerte, Bucky Cantor, lanciatore di giavellotto e sollevatore di pesi ventitreenne che si dedica anima e corpo ai suoi ragazzi e vive con frustrazione l’esclusione dal teatro bellico a fianco dei suoi contemporanei a causa di un difetto della vista. Ponendo l’accento sui dilemmi che dilaniano Cantor e sulla realtà quotidiana cui l’animatore deve far fronte quando nell’estate del 1944 la polio comincia a falcidiare anche il suo campo giochi, Roth ci guida fra le più piccole sfaccettature di ogni emozione che una simile pestilenza può far scaturire: paura, panico, rabbia, confusione, sofferenza e dolore. Spostandosi fra le strade torride e maleodoranti di una Newark sotto assedio e l’immacolato campo estivo per ragazzi di Indian Hill, sulle vette delle Pocono Mountains – la cui “fresca aria montana era monda d’ogni sostanza inquinante” -, “Nemesi” mette in scena un uomo di polso e sani principi che, armato delle migliori intenzioni, combatte la sua guerra privata contro l’epidemia. Roth è di una tenera esattezza nel delineare ogni passaggio della discesa di Cantor verso la catastrofe, e non è meno esatto nel descrivere la condizione infantile.
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