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“L’altra metà delle fiabe” a cura di Antonella Castello

Non esistono fiabe non cruente. Tutte le fiabe provengono dalla profondità del sangue e dell’angoscia.

L’altra metà delle fiabe (ABEditore, 2016) non è quella che ci è stata raccontata da piccoli, non si trova in Walt Disney o nei fratelli Grimm; l’altra metà delle fiabe è rappresentata dal loro lato “oscuro”, e da quella tradizione popolare che, con il tempo, si è modificata e ha modificato anche il suo pubblico. The Dark Side of the fairytale – giusto per riprendere un celebre album dei Pink Floyd – è uno spaccato piuttosto cruento che nasce, cresce e si sviluppa più come monito e insegnamento piuttosto che per convogliare il sonno e far sognare (come ormai è nell’immaginario odierno). Prima di entrare nel cuore di questo piccolo testo curato da Antonella Castello bisogna fare una piccola premessa, ma fondamentale. L’attenzione all’infanzia così come la conosciamo adesso è in realtà un’idea recente: prima (secoli fa) i bambini erano considerati alla stregua degli adulti, e pertanto fatti entrare in contatto con elementi licenziosi e poco adatti alla loro tenera età. Nella tradizione popolare e prettamente orale, tra i racconti, facevano capolino stupri, tradimenti e violenze di ogni genere, ma questi contenuti non facevano altro che rappresentare la normalità, una quotidianità che affondava le sue radici nel reale e in quelli che, per le persone di quel tempo, erano i veri problemi a cui prestare attenzione. Solo dopo, passando di autore in autore, quelle storie si sono trasformate diventando le favole che conosciamo tutt’oggi: colme di elementi magici, lieto fine, aiutanti, principi e principesse. Ma ciò che è stato allontanato non deve essere dimenticato, ecco perché questo libriccino cerca di porre sotto il riflettore proprio quel mondo poco incline a essere raccontato e, soprattutto, a essere accostato al mondo della favola. 

Il titolo L’altra metà delle fiabe è stato scelto perché questo libriccino desidera dare voce alla metà più oscura e più segreta, a quella parte certamente meno conosciuta degli intrattenimenti per bambini; una metà che non è adatta ad un pubblico di piccolo uditori o lettori ma a cui si deve gran parte dei loro sogni a occhi aperti. Nel testo vengono presentate tre storie tratte dal libro dell’autore napoletano con le loro altrettante controparti perraultiane: è durante la lettura delle due versioni che si palesano la differenza di pubblico a cui i testi erano rivolti, la differenza di linguaggio e di registro utilizzato e alcune piccole modifiche a livello contenutistico che Charles Perrault aveva portato alle novelle di partenza.

Ne L’altra metà delle fiabe troverete La bella addormentata nel bosco, Il gatto con gli stivali e Cenerentola così come mai le avete conosciute: non solo proposte in un percorso che viaggia specularmente tra Charles Perrault e Giambattista Basile, ma anche nella loro dicotomia tra sogno e realtà. Da una parte la versione rivisitata e trasformata dell’autore francese ripresa da I racconti di mamma Oca, dall’altra invece le proposte – che fanno presagire il peggio – dell’autore campano Giambattista Basile e della sua raccolta Lo cunto de li cunti: Sole, Luna e Talia, Cagliuso, La gatta Cenerentola). 

Per saperne di più:

l'altra metà delle fiabe

Titolo: L’altra metà delle fiabe
Autore: Antonella Castello
Editore: ABEditore
Lunghezza: 120 pagine
Prezzo: 6,90 euro
Trama: Quali sono le origini delle fiabe che abbiamo ascoltato da bambini mentre, sognando ad occhi aperti, fantasticavamo di principi, scarpette di cristallo e gatti parlanti dai poteri magici? In quest’opera si mettono a confronto tre fiabe di Perrault (“Cenerentola”, “La bella addormentata nel bosco” e “Il gatto con gli stivali”) con le loro controparti italiane, quelle di Gianbattista Basile, tratte da “Lo cunto de li cunti”. Per scoprire che anche le fiabe in realtà nascondono il loro “lato oscuro”.
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“Dracula”: un moderno romanzo del terrore

Dracula è un ricettacolo di temi che aspettano solamente di essere scoperti e portati in superficie. Pubblicato nel 1897, il capolavoro di Bram Stoker è senza dubbio considerato il primo romanzo moderno della letteratura inglese, e un testo in cui il tema del gotico compare prepotentemente per poter dare una diversa chiave di lettura al terrore. Non è un caso che la prima edizione del libro avesse in copertina proprio un castello: l’autore, probabilmente, non voleva solo riprendere l’abitazione in cui aveva ambientato la sua storia, ma anche rendere omaggio a quella che è stata la nascita della gothic fiction, ovvero Horace Walpole con il suo Il castello di Otranto.

La popolazione della Transilvania è composta di quattro diverse etnie: i Sassoni al sud, e mescolati a loro i Valacchi, discendenti dei Daci; i Magiari ad ovest; ad est e a nord gli Szekely. È tra questi ultimi che mi sto dirigendo, un popolo che vanta discendenza da Attila e dagli Unni. Può ben essere, giacché quando i Magiari conquistarono il paese nell’XI secolo vi trovarono gli Unni già stanziati. Da quanto ho letto, ogni superstizione è annidata lì, racchiusa nel ferro di cavallo dei Carpazi, quasi fosse il centro d’un vortice dell’immaginazione. Se così fosse, il mio soggiorno promette d’esser molto interessante. (Ricordarsi di chiedere al Conte ogni possibile informazione in merito.) 

Il romanzo si apre con il viaggio del protagonista Jonathan Harker verso la Transilvania, una zona dell’Europa dell’Est che non è nemmeno individuabile nelle mappe. Il suo superiore lo ha “spedito” lì per incontrare il conte Dracula, un uomo dalle sembianze vampiresche (fisico pallido e longilineo, denti aguzzi, alito maleodorante) che è interessato ad acquistare casa a Londra. Ma questo viaggio, molto presto, sembra trasformarsi in qualcosa in più: è un trasferimento nel passato, è un contatto con delle superstizioni arcaiche, è un ritorno al Medioevo, è un incontro con il sublime. Sarebbe banale ridurre Dracula a una storia in cui si scontrano bene e male, perché Stoker cerca di concentrare al suo interno tutto quello che è il suo bagaglio personale e immaginario. Tra le varie interpretazioni del romanzo c’è quella dell’imperial gothic, un tema molto caro allo stesso autore vista la sua origine irlandese. Se da una parte il viaggio di Harker rappresenta un po’ l’uomo occidentale che si muove verso le colonie, dall’altra inscrive la reazione di uno scrittore che realmente si ritrova ad essere colonizzato dall’Impero inglese e per questo elabora una storia in cui – sovvertendo questa posizione – il vampiro vuole invadere Londra. Da qui anche l’opinione di molti studiosi nel considerare Dracula un forte emblema della razza: il vampiro non solo si nutre di sangue, ma quel sangue è come se rappresentasse nello stesso tempo anche tutte le vittime di cui si è cibato, facendosi portatore, di conseguenza, anche della contaminazione tra un corpo e l’altro.

Volgendomi indietro ho scorto, stagliata contro il cielo, la sagoma irta di Castel Dracula; eravamo infatti ai piedi del colle, così erto sopra di noi, che la cerchia dei Carpazi sembrava assai più bassa di esso. Vedevamo l’edificio in tutta la sua grandiosità, appollaiato in cima a un rapidissimo precipizio di trecento metri, e un’enorme distanza sembrava dividerlo dai versanti dei monti adiacenti da ogni lato. C’era qualcosa di selvaggio e inquietante in quel luogo. Ci giungeva all’orecchio il remoto ululare dei lupi. Erano lontani, ma quel suono, sebbene giungesse attutito dalla neve, era foriero di terrori.

Il romanzo è strutturato come se fosse una grande raccolta espitolare, ma le lettere non sono l’unico linguaggio comunicativo che compare in Dracula: scrittura stenografica e dattilografica, contratti, telegrammi, ritagli di giornale e registrazioni fonografiche, infatti, costellano tutta la storia proiettandola nell’età moderna e rendendola, nello stesso tempo, enormemente polifonica. Questo contesto riguarda anche i personaggi, tutti in qualche modo legati al positivismo e al sapere scientifico. Se da una parte, infatti, Jonathan Harker e John Seward rappresentano rispettivamente la legge e la scienza medica (e che uniti a Mina e Lucy formano quella che è stata definita “squadra della luce”, nonché i protagonisti principali della storia), dall’altra l’universo iper tecnologico con cui si entra in contatto ci proietta all’interno di libro che sembra quasi ossessionato dai media in generale.

Quando saremo sposati potrò essere utile a Jonathan, e se sarò abbastanza brava potrò stenografare tutto quello che dice e poi batterlo a macchina; sto facendo anche molta pratica di dattilografia.

Il vampiro è il personaggio clou del romanzo, eppure ne è allo stesso tempo grande assente. Il conte Dracula è più un pensiero che si insinua nei corpi e nelle menti delle persone piuttosto che una presenza in carne ed ossa, e questo lo si capisce soprattutto quando nella storia fanno il loro ingresso il dottor John Seward, il suo paziente Renfield e (più avanti) il professore Abraham Van Helsing. Con loro non “entra in gioco” solamente la medicina, ma anche la follia. Seward, infatti, è uno psichiatra e il manicomio in cui presta lavoro, in questo contesto, è un luogo simbolico che fa soprattutto riferimento al disagio mentale che abita la mente di Renfield. Tra quest’ultimo e il conte Dracula, infatti, c’è un legame che va ben oltre il contatto fisico: è un rapporto di sudditanza dove Renfield è totalmente soggiogato al vampiro, come se tra i due ci fosse una sorta di comunicazione telepatica.

Improvvisamente si è spalancata la porta, e il mio paziente si è precipitato dentro, col viso sconvolto dall’agitazione. Sono rimasto allibito, perché il fatto che un paziente entri di sua iniziativa nello studio del direttore è cosa mai accaduta prima. Senza esitare un attimo si è diretto verso di me. Aveva in mano un coltello e, rendendomi conto che era pericoloso, ho cercato di frapporre il tavolo tra di noi. Ma era troppo svelto e troppo forte per me; prima che riuscissi a recuperare il controllo già mi aveva colpito tagliandomi seriamente il polso sinistro. Prima che colpisse di nuovo, tuttavia, gli ho sferrato un pugno col destro, ed è caduto steso a terra. […] Quando gli infermieri sono accorsi, e abbiamo rivolto a lui la nostra attenzione, quel che stava facendo mi ha dato la nausea: bocconi sul pavimento, leccava, come un cane, il sangue gocciolato dalla ferita del mio polso.

La minaccia del conte Dracula, però, non si inscrive solamente nel suo tentativo di “vampirizzare” e condurre il male, ma anche nell’estrema attenzione – se così si può definire – per il genere femminile. Prima nel sogno (quello in cui ad essere concupito da delle fanciulle è Jonathan Harker) e poi con Lucy e Mary, le donne si dividono tra l’essere l’anello debole al diventare, invece, delle vere e proprie cacciatrici sessuali. Effettivamente, l’aspetto onirico è molto importante in Dracula, complice anche il fatto che il romanzo è contemporaneo alla nascita della psicanalisi (e quindi all’aspetto notturno dell’inconscio e della mente umana).

Di notte mi sono di nuovo svegliata, e ho trovato Lucy seduta sul letto, addormentata, che indicava la finestra. Mi sono alzata in silenzio, ho scostato la pensa e guardato fuori. C’era un chiaro di luna splendente, e mare e cielo erano soffusi di luce – immersi in un unico grande mistero – uno splendore al di là di ogni parola. Tra me e la luna svolazzava un grosso pipistrello, avanti e indietro, descrivendo grandi cerchi concentrici.

Dracula, insomma, si può dire rappresenti il simbolo di un intero genere letterario. Stoker pubblica questo libro quando il gotico ha già più di un secolo, però riesce comunque a riprodurne tutti gli stereotipi, insistendo maggiormente sull’aspetto “terrificante”. A terrorizzare però, in questo caso, non è qualcosa che si prefigura in una persona, ma in un insieme di idee che trovano realizzazione negli effetti psicologici, culturali e politici che l’autore è stato in grado di portare in vita attraverso le parole. Anche se il vampiro non c’è (o meglio, si manifesta nella sua assenza), Stoker ha comunque l’accortezza di renderlo costantemente presente nelle storie – scritte o raccontate – dei suoi personaggi, ed è probabilmente questo l’aspetto che rende singolare questo romanzo: la “paranoia” di non sapere cosa o chi il vampiro stia cercando.

Che razza di uomo è questi, o che specie di creatura è sotto sembianze umane? Il terrore di questo luogo orribile mi sovrasta; sono in preda alla paura, a una paura schiacciante, e per me non c’è scampo; sono accerchiato da terrori ai quali non oso neppure pensare.

Parole chiave:

  • Vampiro: il protagonista assente del romanzo, ma riuscito a diventare comunque un “mito”. Il primo è stato quello elaborato da John William Polidori; quello di Stoker prende anche le sembianze dal principe Vlad Tepes, un crociato realmente esistito in epoca medievale e soprannominato proprio Dracula per via della sua appartenenza all’ordine del dragone.
  • Quincey: è un personaggio che ha il ruolo di “prolungamento”. La sua perdita, infatti, segna allo stesso tempo un nuovo inizio attraverso la nascita del figlio di Mina e Jonathan, quasi come se il tutto fosse un passaggio di testimone.
  • Bram Stoker: autore e scrittore; probabilmente una delle figure più interessanti del suo secolo. E’ stato anche direttore artistico del più grande teatro della Londra del tempo e impresario di Henry Irving, famoso attore shakespeariano (e l’ombra di Shakespeare, con le sue inquietudini, è presente anche in Dracula: «e anche con la storia dello spettro del padre di Amleto»).
  • Scrittura: è più importante addirittura dei fatti, Dracula non è solamente un romanzo, ma anche un resoconto di quanto accade a ciascun personaggio. La forma del diario e delle lettere sostituisce la voce e proietta la storia su un piano in cui la necessità sembra quella di non perdere proprio nessun dettaglio.
  • Magia: all’interno del romanzo è presente anche un certa terminologia “magica”, ma anche elementi irrazionali come le credenze e le usanze citate all’inizio del libro.

Voto: 4 segnalibri su 5

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Titolo: Dracula
Autore: Bram Stoker
Editore: Mondadori
Lunghezza: 569 pagine
Prezzo: 10,50 euro
Trama: Mi stava vicino, lo vedevo da sopra la spalla, ma nello specchio non si rifletteva! In Transilvania per concludere la vendita di una casa londinese al Conte Dracula, discendente di un’antichissima casata locale, il giovane agente immobiliare Jonathan Harker scopre che il suo cliente è una creatura di mistero e orrore… Dracula, archetipo delle infinite storie di vampiri narrate dalla letteratura e dal cinema, mette in scena l’eterna lotta tra il Bene e il Male, ma anche tra la ragione e l’istinto, tra le pulsioni più inconfessabili e il perbenismo non solo vittoriano. Una storia scaturita dall’inconscio ed entrata in tutti i nostri incubi.
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“Fatherland”: buon 75esimo compleanno, Adolf Hitler!

Non erano ancora le sette, e Berlino era animata dalle possibilità che la giornata doveva ancora spegnere.

Fatherland è la storia di un’ucronia che ha come protagonista la Germania nazista del Reich, ma anche il racconto di un potere che si insinua nella mente di chi crediamo insospettabile e intoccabile. Se non sapete cosa sia l’ucronia, vi basti solo pensare a questo: Hitler non ha affatto perso la Seconda guerra mondiale come la storia ci ha insegnato, ma l’ha così vinta da essere diventato addirittura il capo dell’intera Europa. Questo romanzo del 1992 scritto da Robert Harris, infatti, oltre a essere stato definito da molti come un capolavoro del thriller fantapolitico, si pone anche come un enorme gioco di potere in cui l’aspetto più spiazzante è la presenza di un passato alternativo che ha reso “apparentemente” invincibile la Germania nazista dopo il secondo conflitto mondiale.

In quel periodo dell’anno era impossibile attraversare Berlino senza imbattersi in una prova del genere. Fra sei giorni sarebbe stato il compleanno di Hitler, il Führertag, festa nazionale, e tutte le bande musicali del Reich avrebbero partecipato alla parata.

Siamo nel 1964 e a Berlino si stanno organizzando i festeggiamenti per il 75° compleanno di Hitler, ancora in vita e a capo del suo Reich. Ma non solo: oltre a questa importante celebrazione sono anche in atto i preparativi per l’arrivo del presidente americano Joseph Kennedy (padre di John Fitzgerald), in città per la stipula di rapporti diplomatici con i tedeschi per porre fine alla temutissima “Guerra fredda”, descritta in questo romanzo come una tensione tra Germania e Giappone. Un avvenimento turpe, però, sconvolge il clima di distensione e di “festa” che sta vivendo Berlino in quei giorni, ovvero il ritrovamento, sulla riva di un lago, del corpo di un gerarca nazista morto in circostanze molto ambigue. Il protagonista del racconto, Xavier March, è anche colui che è chiamato a svolgere le indagini che riguardano l’assassinio: l’uomo ha un passato militare molto complesso, membro delle SS e anche investigatore, e un aspetto freddo e spigoloso che, però, sembra “sciogliersi” non appena fa la conoscenza della giornalista americana Charlotte Mcguire, sua alleata nel tortuoso percorso atto a scoprire la verità che si trova dietro al delitto di quello che, poi, verrà identificato come Buhler (ma anche a tutto ciò che esso nasconde).

Com’è strano, pensò più tardi March, vivere la tua vita nell’ignoranza del passato, del tuo mondo, di te stesso. Eppure era così facile! Tiravi avanti giorno per giorno, seguendo il percorso che altri avevano tracciato per te, senza alzare mai la testa… sempre avvolto nella loro logica… dalla culla alla tomba. Era una sorta di paura. Bene, addio a tutto. Era una bella cosa lasciarselo alle spalle.

Nel mondo ipotizzato da R. Harris, l’assetto politico vede gran parte dei territori europei occupati dal Reich e i “temuti” gerarchi si impegnano per mandarlo avanti: se Himmler e Göring sono morti, Goebbels, Hitler ed Heydrich, invece, fanno ancora parte del governo nazista. La particolarità di Fatherland, infatti, non sta solo nel fatto di aver inserito nel romanzo dei personaggi realmente esistiti (oltre ai nomi già citati si aggiungono anche quelli di Nebe, Kennedy e Globočnik), ma anche nel fatto di averne immaginato la prosecuzione della vita, soprattutto nel campo politico-militare (un aspetto a cui l’autore dedica delle spiegazioni nelle ultime due pagine del libro, al termine del romanzo). Questi personaggi non sono altro che un’intricata tela di corruzione e segreti, e quello più grande (come si può ben immaginare) riguarda proprio l’esistenza di un grandissimo e sterminato campo di concentramento, secretato perfino all’opinione pubblica, in cui è disseminata morte e distruzione. In questo contesto, Xavier March e Charlotte Mcguire, rappresentano la faccia pulita di un corpo completamente corrotto e degenerato in giochi di potere che minano qualsiasi rapporto di fiducia, sia nel contesto lavorativo che in quello familiare.

Quando leggeva il giornale, March seguiva un’abitudine precisa. Cominciava dalle ultime pagine, dalla verità. Se c’era scritto che Lipsia aveva battuto Colonia per quattro a zero in una partita di calcio, molto probabilmente era esatto; neppure il Partito aveva ancora inventato un sistema per riscrivere i risultati sportivi.

La trama di Fatherland sembra voler cancellare i carnefici e, allo stesso tempo, cerca di far sparire per sempre le vittime, perfino da quella memoria che per prima dovrebbe ricordarle. Tutti i tedeschi, alla fine, si chiedono dove siano finiti gli ebrei, come mai siano scomparsi così, il problema è che lo fanno senza alzare troppo la voce nel timore di farsi sentire da coloro che muovono i fili di quella che è la grande macchina della distruzione nazista. I documenti che, pian piano, Xavier e Charlotte portano alla luce attraverso le loro pericolose indagini non fanno altro che dimostrare una paradossale razionalità dietro alla follia della deportazione: orari dei treni, stazioni ferroviarie, città, ogni cosa sembra essere organizzata nel minimo dettaglio, ma senza destare troppo clamore e nella massima segretezza.

Nel corso della soluzione finale, gli ebrei dovranno essere portati, sotto una direzione appropriata e in modo appropriato, all’Est, per essere utilizzati come manodopera. Separati per sesso, gli ebrei in grado di lavorare saranno condotti in contingenti numerosi a costruire strade, e senza dubbio il loro numero diminuirà attraverso un processo di riduzione naturale.
Coloro che inevitabilmente resteranno e che senza dubbio costituiscono l’elemento più resistente dovranno essere trattati in modo appropriato, poiché rappresentano il risultato di una selezione naturale che, all’atto della liberazione, dovrà essere considerato come una cellula germinale di un nuovo sviluppo ebraico (Si vedano le lezioni della storia.)
Nel corso della realizzazione pratica della soluzione finale, l’Europa sarà rastrellata da ovest a est.

Come si può raggiungere la verità se le prove sono corrotte? Ma soprattutto: qual è il valore di questa verità se tutto il percorso fatto per possederla si è rivelato essere un mero gioco pilotato dall’alto? Questi sono i principali interrogativi a cui Fatherland cerca di trovare una soluzione. Una risposta però che, sulla scia di 1984 di Orwell, lascia la porta aperta a molti altri possibili scenari, soprattutto per quanto riguarda il finale:

March si tolse il berretto, lo lanciò sull’erba nello stesso modo in cui suo padre aveva avuto l’abitudine di lanciare pietre piatte sull’acqua del mare. Poi estrasse la pistola dalla cintura, si assicurò che fosse carica, e si avviò verso gli alberi silenziosi.

Persino l’episodio in cui March si immerge in una vasca sembra offrire l’immagine di una persona, sola e sopravvissuta, che tenta di togliersi di dosso lo “sporco” di un mondo troppo difficile da risanare.

Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. March era sott’acqua, tratteneva il respiro e contava. Ascoltava i suoni soffocati, vedeva sagome simili ad alghe che fluttuavano accanto a lui nell’oscurità. Quattordici. Quindici. Sedici… Risalì in superficie con un grido, inspirando aria e grondando acqua. Si riempì i polmoni diverse volte, prese un’enorme boccata di ossigeno, si immerse di nuovo. Questa volta arrivò fino a venticinque prima che il suo respiro esplodesse e risalì, facendo traboccare l’acqua sul pavimento. Sarebbe mai riuscito a sentirsi pulito? Poi restò immobile, le braccia penzolanti dai bordi della vasca, la testa rovesciata all’indietro e gli occhi fissi al soffitto, come un annegato.

Robert Harris, probabilmente in maniera ponderata, ha scelto di affiancare questa scena suggestiva ad una citazione proveniente da I sommersi e i salvati di Primo Levi, quasi nel tentativo di “personificare”, attraverso dei gesti, le sue parole a proposito di un atto reso ancora più disumano dal tentativo di cancellarlo dalla memoria storica. La presenza di Levi non riecheggia solamente in questo frammento, ma sembra fare capolino anche durante le descrizioni dei Lager presenti nei documenti ritrovati dai protagonisti. Ecco che, allora, la mente razionale del chimico e scrittore italiano si mescola inesorabilmente agli appunti sui “campi” scritti dai burocrati nazionalsocialisti all’interno di Fatherland, ma anche ai disegni e agli schemi che ne dovrebbero mostrare l’organizzazione:

Il campo. La prima cosa che mi colpisce è la grandezza dell’installazione che, secondo Hoess, misura quasi due chilometri per quattro. Il terreno è argilla gialliccia, simile a quello della Slesia orientale… un paesaggio desertico interrotto a tratti da verdi boschetti di alberi. Nel campo, a perdita d’occhio, vi sono centinaia di baracche di legno con i tetti coperti di carta catramata verde. In lontananza vedo piccoli gruppi di prigionieri in uniforme a strisce bianche e blu: alcuni trasportano assi, altri badili e picconi, e alcuni caricano grosse casse sui camion.

E’ impossibile non concordare con chi ha definito Fatherland un capolavoro: questo romanzo è a dir poco geniale, un giallo fantapolitico che lascia con il fiato sospeso dall’inizio alla fine. L’ho letto per necessità (a causa di una ricerca) e l’ho adorato per scelta, sebbene come genere non rientri affatto nelle mie abituali letture. Coinvolgente, frustrante e attualissimo (grazie anche all’ucronia): se mi chiedessero di descriverlo in tre aggettivi, userei senz’altro questi. Xavier March rappresenta il tipico “eroe” dalla morale immensa che lotta contro ogni corruzione per poter cambiare le cose, anche se questo lo porta a possedere quell’ingenuità tipica delle persone che si fidano troppo quando in realtà non dovrebbero farlo. Come già era accaduto con La svastica sul sole di P. K. Dick (per leggere la recensione, cliccate qui), consiglio Fatherland a coloro che sono affascinati dagli sviluppi storici del passato alternativo, ma anche a quelli che stanno cercando una lettura non scontata e adrenalinica: se siete amanti dei colpi di scena, di percorsi storici “al bivio”, di trame fitte e segreti che compaiono qua e là per scompaginare una storia che viene continuamente riscritta, non fatevi sfuggire questo romanzo. La storia che pensavate di sapere non sarà più la stessa.

Parole chiave:

  • Germania/USA: rappresentati fisicamente da Hitler (compresi tutti i suoi “fedelissimi” di Partito) e Kennedy, ma anche da Xavier March e Charlotte Mcguire, le antitesi di un mondo completamente alla rovescia.
  • Doppio gioco: il filo che lega tutta la trama dall’inizio alla fine e che crea degli scenari che il lettore non si aspetta, primo tra tutti la ragnatela di rapporti che coinvolgono lo stesso March, ma anche il “vaso di Pandora” che, inconsapevolmente, scoperchia non appena si ritrova tra le mani le carte che riguardano l’assassinio di Buhler.
  • Kripo: la “Kriminalpolizei” a cui appartiene il protagonista, l’organo che tutti si aspettano faccia rispettare leggi e giustizia, ma che invece si ritrova coinvolto in ogni sorta di affare “losco”.
  • Globus/Globočnik: uno dei personaggi più significativi del libro, forte e prepotente, il nemico che non è il vero nemico perché si rivela essere lui stesso una pedina nelle mani di un gioco di potere più grande di lui. 
  • Tradimento: il vero protagonista di questo romanzo, il motore che muove ogni tipo di relazione e dinamica. In Fatherland appare come qualcosa di inevitabile e che, apparentemente, riguarda proprio tutti: la famiglia, le amicizie, l’amore.

Voto: 5 segnalibri su 5

Fatherland - Robert Harris

Titolo: Fatherland
Autore: Robert Harris
Editore: Oscar Mondadori
Lunghezza: 347 pagine
Prezzo: 11 euro
Trama: 1964, la Germania ha vinto la guerra, l’Impero tedesco si estende dal Reno agli Urali, Hitler sta per compiere 75 anni, e il presidente americano Joseph Kennedy annuncia una visita a Berlino per negoziare la distensione. Ma l’Impero scricchiola. Il corpo di un gerarca nazista affiora da un lago. Xavier March è incaricato delle indagini.
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Spaghetti con crema di zucca, pancetta croccante e amaretti

Spaghetti con crema di zucca, pancetta croccante e amaretti.JPG
Valentina Zanotto

Ingredienti (per 4 persone):
320 g di “spaghetti”
300 g di zucca (già pulita)

1 cipolla bianca
1 bicchiere di acqua (da usare all’occorrenza)
80 g di ricotta
100 g di pancetta tagliata a cubetti;
10 amaretti
Sale e pepe q.b.
Olio e.v.o.
Rosmarino e salvia

Preparazione:
Tagliare la cipolla e farla stufare in un tegame insieme a un filo abbondante di olio, un rametto di rosmarino e qualche foglia di salvia. Unire la zucca pulita e tagliata a cubetti di media grandezza e quindi un bicchiere di acqua, che la aiuterà ad ammorbidirsi. La zucca sarà pronta quando la sua polpa sarà facile da schiacciare. A questo punto, metterla da parte e ridurla in crema aiutandosi con un minipimer, poi aggiungere anche la ricotta e amalgamare bene il tutto.

Intanto che si porta a bollore l’acqua salata per gli spaghetti, rosolare la pancetta in modo da renderla bella croccante e triturare anche gli amaretti (non importa se i pezzi saranno grossolani).

Scolare la pasta e “tuffarla” nella crema di zucca, quindi aggiungere anche la pancetta. Dare una mescolata e servire; come guarnizione una bella cascata di amaretti sbriciolati e un filo di olio.

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro:

Serata molto fresca, umida, inospitale, precocemente buia. Ero sceso dalla montagna giù per uno stradellino ripido, in parte argilloso e incassato tra due pareti, ed adesso mi trovavo, da solo, sulla riva del lago, tremando dal freddo. Da oltre i colli giungevano fumi di nebbia, la pioggia si era esaurita e, ormai cadevano soltanto poche gocce, deboli e scacciate dal vento.

L’autunno è alle porte e non c’è modo migliore per accoglierlo se non attraverso un appagante comfort food. Quando si pensa a tale stagione è inevitabile l’accostamento con la zucca, regina indiscussa delle tavole del periodo. Con questa semplice ricetta ho cercato di rendere giustizia a una “verdura” non solo versatilissima, ma anche molto buona e, in genere, riscuote molto successo: la dolcezza della sua polpa, accostata al gusto saporito della pancetta e agli amaretti, crea una combinazione che è impossibile non apprezzare (almeno per me). Detto ciò, sulla scia della fascinosa e colorata stagione autunnale – ma anche della ricetta -, il consiglio letterario che mi sento di dare in questo caso è Pellegrinaggio d’autunno, un libricino che raccoglie tre racconti giovanili di Hermann Hesse (autore che tutti conoscono per produzioni ben più maggiori come Siddharta o Narciso e Boccadoro). I temi di questi testi sono soprattutto la natura e la vita, quest’ultima indissolubilmente legata alla prima; sebbene le tematiche possano risultare banali o comuni, la particolarità sta proprio nel modo in cui esse sono raccontate: in tipico stile Hesse, con toni introspettivi e placidi, a cui si aggiunge anche una certa attenzione “sentimentale”. Magari non sarà celebre, ma Pellegrinaggio d’autunno è sicuramente una piccola chicca che merita di essere scoperta.

Pellegrinaggio d'autunno - H. Hesse

Titolo: Pellegrinaggio d’autunno
Autore: Hermann Hesse
Editore: Newton Compton
Lunghezza: 96 pagine
Prezzo: 6,90 euro
Trama: Questa raccolta comprende tre racconti ambientati in paesaggi suggestivi, dove impera la contemplazione di una natura bucolica e soleggiata. Lo stile è sommesso, pacato, di una calma che sembra denotare la giovinezza dell’autore, che si ispira ad un romanticismo dolce e nostalgico; soprattutto la precocità degli scritti si nota in alcuni dialoghi, poco spontanei, e forse in una punta di presunzione da parte di Hermann Hesse, caratteristica certo di ogni autore alle prime armi. La ricerca stilistica non è estenuante, come si può comprendere dalla presenza di termini ripetuti eccessivamente, o da una certa acerbità dei testi. Ma questi, che potrebbero essere solo difetti, diventano quasi dei pregi, perché ci mostrano un Hermann Hesse pieno di ardore giovanile, di passioni, di forti sentimenti che tramuta in sensazioni letterarie.
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“1984”: Big Brother is watching you

Eric Arthur Blair, il vero nome di George Orwell, ha scritto Nineteen Eighty Four nel 1949, poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale e in un periodo ancora piuttosto provato dai danni causati dai regimi totalitari. In questo romanzo, la storia non è affatto un elemento da sottovalutare, piuttosto assume un’importanza rilevante per tutti quei riferimenti che permettono di fare dei parallelismi tra quanto è davvero accaduto e quanto, invece, è stato immaginato dalla mente dell’autore. La propaganda, la spersonalizzazione dell’individuo, la polizia segreta, il culto della personalità e l’odio, infatti, sono solo alcuni degli elementi che avvicinano 1984 a quella parte buia del Novecento, e che Orwell cerca di riportare alla luce con una storia sia distopica sia dispotica. Sebbene lo scrittore, fin dalle prime righe, ci getti in una temporalità ambigua, non è difficile, per il lettore, distinguere in quell’occhio vigilante del “Grande Fratello” un potere dittatoriale, subdolo e spietato.

LA GUERRA È PACE
LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ
L’IGNORANZA È FORZA

Prese dalla tasca una moneta da venticinque centesimi. Anche qui, in caratteri chiari e netti, erano incisi gli stessi slogan. Sul rovescio, la testa del Grande Fratello, i cui occhi anche qui parevano seguirvi. E lo steso valeva per i francobolli, le copertine dei libri, gli stendardi, i manifesti, i pacchetti di sigarette. Quegli occhi vi seguivano ovunque e ovunque vi avvolgeva la stessa voce. Nella veglia o nel sonno, al lavoro o a tavola, in casa o fuori, a letto o in bagno, non c’era scampo. Nulla vi apparteneva, se non quei pochi centimetri cubi che avevate dentro il cranio.

Nel romanzo, il mondo – o meglio, quello che ne resta – è totalmente in mano a dei teleschermi che tutto guardano e tutto controllano. Non ci sono più continenti o identità, ma solo tre grandi super potenze in perenne guerra tra loro: Oceania, Eurasia ed Estasia. Tre sono anche le parti in cui è diviso questo libro, una sorta di macro capitoli che racchiudono, in un crescendo di esasperazione, ogni forna di repressione e negatività.

Era una luminosa e fredda giornata d’aprile, e gli orologi battevano tredici colpi. Winston Smith, tentando di evitare le terribili raffiche di vento col mento affondato nel petto, scivolò in fretta dietro le porte di vetro degli Appartamenti Vittoria: non così in fretta, tuttavia, da impedire che una folata di polvere sabbiosa entrasse con lui. L’ingresso emanava un lezzo di cavolo bollito e di vecchi e logori stoini. A una delle estremità era attaccato un manifesto a colori, troppo grande per poter essere messo all’interno. Vi era raffigurato solo un volto enorme, grande più di un metro, il volto di un uomo di circa quarantacinque anni, con folti baffi neri e lineamenti severi ma belli.

Protagonista di questo contesto è Winston Smith, un uomo che “sopravvive” in una Londra ingrigita dal potere del Grande Fratello, così è chiamato il “carceriere” che vigila e guida le esistenze di tutti, “colui” che non si vede ma c’è. Il modello temporale adottato da Orwell è quello dell’assurdità: il romanzo si apre con tredici colpi d’orologio, proiettando la storia in un presente astorico e in un mondo paradossale che ha anche stravolto la nozione di tempo così come la conosciamo. 

Giorno dopo giorno, anzi quasi minuto dopo minuto, il passato veniva aggiornato. In tal modo si poteva dimostrare, prove documentarie alla mano, che ogni previsione fatta dal Partito era stata giusta; nello stesso tempo, non si permetteva che restasse traccia di notizie o opinioni in contrasto con le esigenze del momento. La storia era un palinsesto che poteva essere raschiato e riscritto tutte le volte che si voleva. In nessun caso era possibile, una volta portata a termine l’opera, dimostrare che una qualsiasi falsificazione avesse avuto luogo.

Per poter funzionare, questo controllo capillare ha bisogno di alcuni significativi elementi: il bipensiero, la semplificazione del linguaggio e, soprattutto, la falsificazione del passato. Winston Smith, infatti, lavora in quello che viene chiamato “Ministero della Verità” e il suo compito è l’alterazione sistematica degli eventi successi per adeguarli al presente: non solo viene meno il rapporto causa-effetto, ma la storia diventa una sorta di narrazione continuamente alterabile e su cui non si può fare più nessun affidamento. Questo non solo per quanto riguarda la cronaca, ma anche per la fotografia (il mezzo che più di tutti dovrebbe archiviare la realtà così come è) e per i libri (riscritti e scartati a seconda del genere).

Tutto svaniva nella nebbia. Il passato veniva cancellato, la cancellazione dimenticata, e la menzogna diventava verità. Una volta sola in vita sua aveva posseduto (dopo che l’evento si era verificato, ed era questo che contava) la prova materiale e incontrovertibile di un atto di falsificazione. L’aveva tenuta stretta fra le dita per ben trenta secondi doveva essere stato il 1973 o, in ogni caso, quando lui e Katharine si erano separati, anche se la data veramente rilevante risaliva a sette, forse otto anni prima.

Cosa accade in questo scenario? C’è il tentativo di ribellione di Winston Smith. La sua “sfida al sistema” prende le mosse da alcune scelte particolari, prima tra tutte la scrittura di un diario. Niente di tecnologico come si potrebbe pensare in un mondo dominato da macchine e dispositivi elettronici, ma ancora su carta e penna, attraverso un vecchio quaderno che rappresenta non solo uno sfogo personale, ma anche – e soprattutto – il recupero dell’individualità del protagonista. Questo diario è per Winston una sorta di seduta psicoanalitica, un resoconto della sua esistenza che mira a non andare perduta definitivamente come invece accade con i fatti della storia. Quella che, però, dovrebbe essere un’esperienza liberatoria, si trasforma invece nell’inizio della sua fine, ossia nell’inaspettato assoggettamento orchestrato dal Grande Fratello stesso. In questa ribellione prende posto anche un altro importante personaggio del romanzo: la lasciva Julia che, con il suo corpo, non solo attrae Winston Smith trasportandolo in un mondo di sensazioni altrimenti represse, ma si pone anche come nemica di questa Londra regimentata. La loro relazione sfida le leggi; la sessualità all’interno di 1984, infatti, è la stessa che si incontra in molti altri romanzi distopici: senza piacere, affetto o desiderio – giudicati inutili -, ma vista solamente con fini procreativi. 

Era di notte, sempre di notte, che vi venivano a prendere. La cosa migliore era uccidersi prima che vi arrestassero, e certamente molti lo facevano: diverse sparizioni misteriose erano in realtà altrettanti suicidi. Ci voleva però un coraggio disperato per uccidersi in un mondo in cui era impossibile procurarsi un’arma da fuoco o un veleno rapido e sicuro. Pensò, provando una sorta di stupore, all’inutilità biologica del dolore e della paura, e al tradimento del corpo, che puntualmente si immobilizza in un’accidia mortale tutte le volte in cui è necessario produrre uno sforzo straordinario. Avrebbe potuto ridurre al silenzio la ragazza dai capelli neri solo se avesse agito con sufficiente rapidità, ma era stato proprio il carattere estremo del pericolo in cui versava a sottrargli ogni energia. Lo colpì il pensiero che nei momenti di crisi non si combatte tanto contro un nemico esterno, quanto contro il proprio corpo.

Tutto sembra incominciare con un sogno disperato e folle, e quel Ci incontreremo là dove non c’è tenebra fa ben sperare in un sovvertimento del sistema. Il fatto che sia possibile cambiare le cose è un’idea concreta per gran parte del romanzo e Winston Smith appare come l’eroe in grado di farsi carico di questa difficile guerra al potere. L’incontro con O’Brien, in questo contesto, è un evento “illuminante” che sembra scoperchiare un mondo fatto di luce e libertà. Quest’ultimo, però, si rivela essere tutt’altro: non è affatto l’agente rivoluzionario seguace del sovversivo Goldstein che tutti credono, piuttosto un affiliato al Grande Fratello che, fin dall’inizio, ha ordito la rieducazione di Winston e Julia. Quello che ci sta trasmettendo George Orwell con questo romanzo è un messaggio assolutamente pessimistico e impotente: è il potere ad avere prodotto la trasgressione dei due protagonisti, ed è sempre il potere a tirare le redini di ogni loro azione o pensiero. Non c’è niente di autentico, nemmeno l’anima che pensiamo inalienabile. I due protagonisti prima vengono traditi e poi si tradiscono a vicenda: la temutissima “Stanza 101” è per loro una tortura psicologica in grado di scavare nel profondo dei loro esseri, ma anche un luogo in cui l’identità viene demolita e resa inerme.

«Che cosa c’è nella stanza 101?»
Il volto di O’Brien non mutò espressione. La sua risposta fu secca:
«Lo sai quello che c’è nella stanza 101, Winston. Tutti sanno che cosa c’è nella stanza 101.» Alzò un dito in direzione dell’uomo in camice bianco. Era chiaro che la seduta era terminata. Un ago penetrò nel braccio di Winston, che quasi all’istante cadde in un sonno profondo.

Le bugie di O’Brien che fanno credere a Winston Smith di essere un membro della ribellione contro i Socing – tanto da affidargli addirittura il proibitissimo e segreto libro (Teoria e prassi del collettivismo oligarchico) del nemico numero uno del partito Emmanuel Goldstein -, si mescolano inevitabilmente a quelle perpetrate nei confronti degli eventi. In un certo senso, l’intento di Orwell è quello di materializzare nel suo romanzo tutti i modelli passati di potere per crearne uno nuovo che si incarni nella centralità dell’occhio, quasi come se questo passato ritornasse in una forma virtuale ed invasiva che non solo penetra nella vita privata, ma soprattutto buca la tela della storia riscrivendosi sotto un’altra forma. Lo scrittore non fa altro che prendere l’avanzamento tecnologico registrato dal progresso e dall’umanità per dimostrare quanto esso sia fallace e distorto perché produttore di un futuro che è solo apparentemente migliore. In una realtà che cancella le tracce del passato che è stato, ma anche l’identità delle persone, come si fa a trovare un motivo per poter  (soprav)vivere? Smith rinuncia a se stesso, a Julia, alla veridicità delle leggi matematiche («Tu devi dirmi che 2 + 2 = 5»), approdando così nella sconfitta e nello sconforto più totali. Arrivati alla fine di 1984 c’è solo un pensiero che occupa la mente del lettore: Winston Smith non è affatto l’eroe che pensava di essere, Winston Smith è un morto in vita che si è arreso al suo destino.

Alzò lo sguardo verso quel volto enorme. Ci aveva messo quarant’anni per capire il sorriso che si celava dietro quei baffi neri. Che crudele, vana inettitudine! Quale volontario e ostinato esilio da quel petto amoroso! due lacrime maleodoranti di gin gli sgocciolarono ai lati del naso. Ma tutto era a posto adesso, tutto era a posto, la lotta era finita. Era riuscito a trionfare su se stesso. Ora amava il Grande Fratello.

Curiosità. George Orwell è stato senz’altro lungimirante: ha ricordato ciò che è stato, ma ha anticipato anche ciò che sarebbe potuto essere. Basta poco per rendersi conto che l’intertestualità di cui è rivestito il suo romanzo è assolutamente straordinaria, e per capire che ogni frase rimanda inevitabilmente anche a qualcos’altro. Certo, 1984 è una grande lente d’ingrandimento che porta alla luce l’esagerazione dei regimi totalitari, ma pochi sanno che il suo successo è da attribuire soprattutto ad un altro romanzo scritto alcuni anni prima (nel 1937): sto parlando di Swastika Night di Katharine Burdekin (per leggere quanto ho scritto di questo testo in un articolo precedente, clicca qui). La scrittrice, infatti, oltre ad essere stata una donna anticonformista abbastanza nota negli anni Trenta e nella sua cerchia di letterati, era anche una assidua frequentatrice degli stessi circoli che ospiteranno George Orwell. Quest’ultimo non hai mai citato la scrittrice come sua fonte d’ispirazione, ma la vicinanza tra i due testi risulta davvero incredibile: prescindendo dalle differenze che riguardano per lo più le forme lessicali e di scrittura – il romanzo di Orwell è molto più elaborato -, sono tante piuttosto le coincidenze che li accomunano. In primis la “Londra” capitale dell’Oceania in 1984 e il protagonista di nazionalità inglese per quanto riguarda Svastika Night, oppure ancora gli slogan da una parte e le leggi fondamentali della società hitleriana dall’altra. Ma sulla base di cosa George Orwell ha plasmato la società londinese di 1984? Per rispondere a questa domanda bisogna fare un salto indietro fino 1791, quando il filosofo e giurista Jeremy Bentham progettò il Panopticon. Questo carcere ideale si fondava su due caratteristiche fondamentali: la visibilità e l’autodisciplina, favorite dalla struttura completamente aperta e iper sorvegliata. L’idea di Bentham, sostanzialmente, era quella di istituire un meccanismo per cui non servivano le punizioni corporali, ma la costante osservazione e la “paura” che arrivasse la punizione per un comportamento sbagliato. Niente violenza quindi, ciò che scoraggiava il carcerato a disubbidire era il fatto di non avere mai la certezza se qualcuno lo stesso osservando o meno. Eccolo, il Grande Fratello.

Parole chiave:

  • Distopia/Ucronia: è facile pensare a Nineteen Eighty-Four come al romanzo distopico per eccellenza. Un po’ meno scontato, invece, è considerare che il futuro in esso descritto, ossia un incerto 1984, per la nostra contemporaneità non rappresenti altro che un passato accaduto diversamente da quanto previsto, proiettando così tutta la trama sul livello di una ipotetica storia alternativa. Il futuro non troppo lontano di Orwell, appunto perché è già così abbondantemente alle nostre spalle, non rispecchia più qualcosa che potrebbe essere ancora perché considera una temporalità lontana e avanti a noi (come poteva essere quando l’autore lo ha scritto), ma qualcosa di già successo.
  • Fermacarte: una sfera di vetro con al centro un piccolo corallo. Questo oggetto, comprato nella bottega di un rigattiere poco fuori il centro della città, ha per Winston Smith un grande valore “affettivo”; di per sé non serve a niente, ma in una società completamente funzionalizzata come quella di 1984 rappresenta qualcosa di “diverso”, una sorta di microcosmo e di occhio attraverso cui il protagonista ricostruisce la sua sfera intima e privata.
  • Passato, presente e futuro: le tre temporalità che vengono sovvertite nel romanzo. Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato, recita lo slogan del partito e 1984 si può dire sia – oltre a tante altre cose – anche un grande apparato dell’oblio. I cosiddetti “buchi della memoria” servono anche a questo: a cancellare i ricordi, a mostrare quanto la memoria sia fallibile. Se il passato viene riscritto, il futuro non può essere altro che una costruzione tenuta insieme dai progetti del potere.
  • Due minuti d’odio: Orwell con il suo romanzo ci dice anche che non esistono lotte e alleanze reali, anche quelle scritte e rivalutate a seconda delle circostanze. In tale contesto, l’unico modello possibile è quello della paura, e la “guerra” serve solamente per indurre i cittadini a coalizzarsi contro un nemico comune: Goldstein.
  • La stanza 101: il luogo della tortura psicologica in cui Winston Smith e Julia vengono messi di fronte alle loro paure più grandi, una stanza accecante che rappresenta la soluzione alla ribellione del protagonista. Senza alcun dubbio il simbolo di 1984.

Voto: 5 segnalibri su 5

1984 - G. Orwell

Titolo: 1984
Autore: George Orwell
Editore: Mondadori
Lunghezza: 333 pagine
Prezzo: 14 euro
Trama: L’azione si svolge in un futuro prossimo del mondo (l’anno 1984) in cui il potere si concentra in tre immensi superstati: Oceania, Eurasia ed Estasia. Al vertice del potere politico in Oceania c’è il Grande Fratello, onnisciente e infallibile, che nessuno ha visto di persona ma di cui ovunque sono visibili grandi manifesti. Il Ministero della Verità, nel quale lavora il personaggio principale, Smith, ha il compito di censurare libri e giornali non in linea con la politica ufficiale, di alterare la storia e di ridurre le possibilità espressive della lingua. Per quanto sia tenuto sotto controllo da telecamere, Smith comincia a condurre un’esistenza “sovversiva”. Scritto nel 1949, il libro è considerato una delle più lucide rappresentazioni del totalitarismo.
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Un giorno al Vittoriale

La prima volta che ho visitato il Vittoriale degli Italiani ero alle superiori, ma poco mi ricordo di quell’uscita, se non che fosse una di quelle gite obbligate dal programma scolastico e quindi “una noia mortale mista all’opportunità di non stare sui libri per un giorno”. La seconda, invece, è stata poco tempo fa, durante un giro sul lago per far fronte alla calura estiva (ma non proprio andato a buon fine). In questa occasione ho realizzato una riflessione: è proprio vero che certe cose le si apprezza di più quando non si è costretti a capirle, o meglio, quando si ha la giusta maturità per comprenderle. In pratica: ogni cosa ha il suo tempo. Questo per dire che mai avrei pensato che dare una seconda possibilità al Vittoriale si potesse rivelare una nuova occasione per entrare in contatto con un mondo – quello Dannunziano – davvero interessante e “appariscente”. 

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Valentina Zanotto

Molti pensano che il Vittoriale descriva solamente la “casa” di Gabriele D’Annunzio, quella che viene chiamata anche “Prioria”. Invece no: Vittoriale è tutto, cioè l’intero complesso (di circa 9 ettari) formato da edifici, giardini, piazze e monumenti edificati proprio dal Vate in un periodo compreso tra il 1921 e il 1938. La particolarità di questo luogo sta certamente nel suo sembrare una piccola città situata sulle colline bresciane di Gardone Riviera. La presenza di alcuni elementi singolari non fa altro che “spettacolarizzare” tutto l’insieme, proprio come accade con la “nave militare Puglia”, una vera e propria imbarcazione situata nei giardini del Vittoriale e con la prua rivolta “simbolicamente” verso l’adriatico; a questa si aggiungono il “Mausoleo degli Eroi” con la tomba del poeta, un parco adornato da statue e piccole cascate che costeggiano la limonaia e il frutteto, ma anche raccolte di cimeli e percorsi che rendono la visita di quello spazio ancora più suggestiva. Ciò che, però, aveva tutta l’aria di essere la sua personalissima dimora, oggi invece si è trasformata in un vero e proprio museo a cielo aperto visitato ogni anno da migliaia di persone. A dirla tutta, D’Annunzio inizialmente aveva concepito questo luogo come una sorta di “casa vacanze”: le sue intenzioni, infatti, erano quelle di rimanere a Gardone solo per un breve periodo, giusto il tempo di trovare l’ispirazione e la tranquillità adeguate per terminare il componimento poetico del Notturno. Ciò viene spiegato anche da lui stesso in un frammento di lettera destinato alla moglie Maria Hardouin:

Ho trovato qui sul Garda una vecchia villa appartenuta al defunto dottor Thode. È piena di bei libri. Il giardino è dolce, con le sue pergole e le sue terrazze in declivio. E la luce calda mi fa sospirare verso quella di Roma. Rimarrò qui qualche mese, per licenziare finalmente il Notturno.

Prima di ospitare D’Annunzio, questa villa era appartenuta a Henry Thode, un critico d’arte tedesco a cui lo stato italiano aveva confiscato la residenza come risarcimento dei danni causati dalla Germania durante la Prima guerra mondiale. Le influenze del vecchio proprietario risultano visibili ancora oggi: non solo negli oggetti “artistici” di arredamento, ma soprattutto nella collezione di circa 30.000 libri che occupano quasi tutte le stanze della casa. Del complesso del Vittoriale, la Prioria è sicuramente lo spazio più simbolico ed evocativo, e questo lo dimostrano anche tutte le sale che la compongono. Più che una semplice visita a un importante monumento della storia e della letteratura italiane, entrare in questa casa è un vero e proprio viaggio iniziatico nel mondo e nella mente di Gabriele D’Annunzio. La sua personalità eclettica è manifesta già a partire dall’ingresso, diviso in due “entrate” a seconda che alla porta vi fossero ospiti graditi o meno (amici o visite ufficiali): la Stanza del mascheraio da una parte e l’Oratorio Dalmata dall’altra.

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Valentina Zanotto

La Stanza del mascheraio è così chiamata per via dei versi scritti sopra una delle pareti: Al visitatore / Teco porti lo specchio di Narciso? / Questo è piombato vetro. O Mascheraio. / Aggiusta la tue maschere / Al tuo viso ma pensa che / sei vetro contro acciaio. Che fossero delle parole destinate a delle persone invise al poeta è cosa certa, ma che tra queste ultime si potesse annoverare anche Benito Mussolini è una curiosità che pochi sanno. Questo, infatti, fu il messaggio che lo accolse, nel 1925, al suo ingresso al Vittoriale, una visita che non solo gli costò due ore di attesa, ma che sembrò anche mostrare quanto fosse “piccola” la sua personalità al confronto di quella del Vate.

Altre due stanze interessanti sono lo Scrittoio del Monco e l’Officina, entrambe ancora ricchissime di elementi simbolici. La prima era una sorta di saletta adibita al disbrigo della corrispondenza e che deve il suo nome alla scultura di una mano tagliata collocata sull’architrave della porta d’ingresso, accompagnata dalla citazione latina Recisa quiescit (“Tagliata riposa”). D’Annunzio non lasciava nulla al caso e queste due immagini accostate insieme dovevano significare solo una cosa: il poeta non poteva rispondere alle lettere di tutti quanti – soprattutto a quelle “scomode” -, perciò si era inventato di essere senza una mano e impossibilitato a scrivere. Ovviamente nulla di più falso, ma la sua simpatica storiella aveva il compito di allontanare i suoi tanti creditori (almeno per un po’). L’Officina, invece, era lo studio del poeta, un luogo solenne a cui si accedeva per mezzo di tre gradini che obbligavano il visitatore ad abbassarsi come a inchinarsi al cospetto del suo “genio”. All’interno, oltre a dei calchi della Nike di Samotracia e delle metope equestri, si trova anche un busto della celebre musa del Vate, l’attrice Eleonora Duse; il velo che le copre dolcemente il capo disegnando le sue forme doveva servire a non distrarre troppo lo scrittore durante la sua attività.

Completano la Prioria: La Stanza del Lebbroso, quella del Giglio, il Corridoio della Via Crucis, la Sala della reliquie e della Cheli (la zona da pranzo sul cui tavolo si trova il carapace di una tartaruga morta per indigestione nei giardini del Vittoriale e, in quel contesto, usata come monito per i commensali), la Veranda dell’Apollino, il Bagno Blu, la Zambracca, la Stanza della Musica e la Sala del mappamondo, quest’ultima una vera e propria biblioteca con circa 6.000 volumi dei circa 33.000 complessivi.

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Valentina Zanotto

Gabriele D’Annunzio aveva certamente una mente eclettica, ma anche piuttosto “complessata”. Entrare nella sua abitazione non significava solo prestare attenzione a ogni minimo dettaglio, ma soprattutto accostarsi a una personalità che non mancava di registrare qualche nota problematica, come ad esempio il suo essere ipocondriaco e fotofobico (una condizione, quest’ultima, spiegata anche dall’oscurità generale che avvolge la Prioria). Il carattere – diviso tra sacro e profano – del poeta lo si coglie in ogni oggetto che occupa la sua casa un po’ “sopra le righe”. Anche se indebitato fino al collo, D’Annunzio è riuscito a creare un luogo in cui nessun elemento è lasciato al caso e le sue passioni (in primis Dante e Michelangelo) sono continuamente riproposte e riportate in vita. Ma non solo: egli aveva progettato un’esistenza che sarebbe dovuta andare ben oltre la sua Prioria attraverso il progetto dello Schifamondo, un edificio affiancato a quello “ufficiale” che sarebbe dovuto diventare la nuova residenza del Vate, ma mai ultimato perché interrotto dalla sua morte (avvenuta il 1° marzo del 1938, quando il poeta venne ritrovato dai suoi domestici riverso sullo scrittoio che anticipava la sua stanza da letto). Oltre al Vittoriale, non bisogna affatto dimenticare il suo enorme lascito culturale. D’Annunzio è stato uno dei maggiori esponenti del decadentismo italiano ed europeo: sulle ceneri della crisi sociale e umana in atto, infatti, lo scrittore fa del “mito dell’estetismo” una cifra importante del suo essere, nonché un aspetto caratterizzante della sua produzione letteraria. Dotato di una personalità smisurata e poliedrica, quello dannunziano è stato uno stile in grado di toccare diverse forme espressive (anche il giornalismo mondano). Tra tutte, però, lo scrittore ha sempre preferito la poesia lirica, probabilmente l’unica in grado di dare “giustizia” al suo desiderio di meditazione ed eleganza. Attorno a quest’ultima si può dire ruoti la maggior parte delle sue opere letterarie, un tripudio di emulazione, classicismo, ma anche di forte innovazione. Impossibile non cogliere nelle sue opere la vastità dei suoi interessi culturali, soprattutto la singolare capacità di farsi carico – e quindi di rielaborare – le tendenze letterarie e filosofiche con cui entra in contatto. Si può dire tutto di D’Annunzio, ma non che non fosse una personalità in grado di unire l’eccentricità con la continua esplorazione. 

Per saperne di più:

Il piacere - D'Annunzio

Titolo: Il piacere
Editore: Mondadori
Lunghezza: 382 pagine
Prezzo: 11 euro
Trama: Pubblicato nel 1889, questo romanzo affonda le proprie radici nella società decadente di fine secolo. Ambientato a Roma, narra gli amori e le avventure mondane del giovane Andrea Sperelli. Poeta, pittore, ma soprattutto raffinato artefice di piacere, Andrea è però tormentato dal ricordo di una relazione complicata, troncata bruscamente, che non riesce a dimenticare.
Per acquistarlo: clicca qui 

Notturno - G. D'Annunzio

Titolo: Notturno
Editore: Rizzoli
Lunghezza: 345 pagine
Prezzo: 8,90 euro
Trama: Amore, morte e dolore sono i temi di questa intensa confessione lirica, scritta quando, in seguito a una grave ferita di guerra, D’Annunzio è costretto a indossare una benda su entrambi gli occhi, che lo condanna a una temporanea cecità e a una immobilità pressoché totale. Eppure il poeta non rinuncia a scrivere. In una sorta di divinazione, annota su sottili strisce di carta “Visioni immense affluenti dal cervello all’occhio ferito, trasformazioni verbali della musica”. Cosi s’intrecciano i ricordi dell’infanzia e della madre, l’esaltazione eroica delle imprese di guerra, il rimpianto per i compagni morti valorosamente, l’affetto per la figlia Renata e il presente della malattia. Un’opera sorprendente, che ci rivela un D’Annunzio commosso, ripiegato su se stesso, lontano dalla tensione superomistica delle liriche e dei romanzi.
Per acquistarlo: clicca qui 

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Titolo: Primo vere
Editore: Carabba
Lunghezza: 146 pagine
Prezzo: 13 euro
Trama: “Primo vere”, qui riproposto nell’edizione del 1879, segnò il noviziato poetico del sedicenne d’Annunzio. Ottenne numerosi consensi e il plauso di Giuseppe Chiarini che riconosceva al giovane “attitudini alla poesia non comuni”. Inoltre, vi si scorgono motivi caratteristici del d’Annunzio più maturo.
Per acquistarlo: clicca qui 

Le vergini delle rocce - G. D'Annunzio

Titolo: Le vergini delle rocce
Editore: BUR
Lunghezza: 195 pagine
Prezzo: 10 euro
Trama: L’aristocratico musicista Claudio Cantelmo abbandona Roma e si ritira nella sua antica dimora nell’Agro romano per sfuggire alla dominante meschinità dell’Italia post-risorgimentale e piccolo-borghese. In cerca di una donna adatta al suo rango, con cui condividere il suo disegno e generare il futuro Re di Roma, si imbatte in tre sorelle: Violante, avvenente e sensuale; Anatolia, piena di generosa energia; la dolce e fragile Massimilla, vocata alla monacazione. Ispirato dall’opera del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche e dal tema del superuomo, Le vergini delle rocce con il suo culto del “dominatore” provoca nella coscienza del lettore moderno un misto di ilarità e sdegno, ma finisce inconsapevolmente col negare il superomismo, creando un eroe perplesso fino allo scacco, vittima della sua stessa follia.
Per acquistarlo: clicca qui

Poesie

Titolo: Poesie
Editore: BUR
Lunghezza: 657 pagine
Prezzo: 15 euro
Trauma: Voce controversa dell’Italia nuova, figura eminente del panorama letterario europeo, d’Annunzio deve essere ancora interrogato. Nell’alchimia dei suoi versi, infatti, la moderna esperienza del Simbolismo europeo si incontra con Dante e dà vita a un’antropologia poetica in grado di rilanciare il “sogno oscuro” delle leggende originarie. Così la sua memoria prodigiosa di simboli e miti riesce, negli anni segnati dall’avvento traumatico della società di massa, a oltrepassare l’alternativa fra cultura alta e cultura popolare e a porsi come momento non eludibile della nostra storia letteraria. Questa raccolta, affiancando testi dispersi e rari ai componimenti più noti, invita a una riconsiderazione dell’avventura poetica dannunziana nel suo significato molteplice ma intimamente unitario.
Per acquistarlo: clicca qui

Per consultare la bibliografia completa di Gabriele D’Annunzio, cliccate qui.

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Emily Brontë

Emily Bronte
Immagine presa dal web

Autrice di un solo romanzo, Cime Tempestose, ma ricordata come “la più famosa” tra le sue sorelle: questa è Emily Jane Brontë, nata a Thornton il 30 luglio del 1818 da Patrick e Maria Branwell. In origine, il cognome del padre era Brunty (o Branty), ma la sua grande ammirazione per Nelson, nominato appunto duca di Brontë da Ferdinando di Borbone per il ruolo avuto durante la repressione della rivoluzione napoletana, lo portò a cambiarlo per replicare quello dell’ammiraglio. Dopo aver intrapreso la carriera da curato ed essere diventato reverendo di Haworth, Patrick Brontë decide di stabilirsi nella cittadina insieme alla sua famiglia per prestare al meglio il suo servizio. Emily era l’ultima di sei figli (o la quinta, secondo altre fonti): la particolarità della sua numerosa famiglia non stava solamente in un saldo “legame fraterno” – contribuito dalla poca differenza d’età -, ma anche nel loro essere così “letterariamente” indissolubili da risultare una cosa sola pure per i critici impegnati a costruire le loro biografie. Impossibile, perciò, parlare di uno dei fratelli Brontë senza nominare anche gli altri, soprattutto Charlotte e Anne. Emily, però, è la più sofferente e “gotica” tra tutti, probabilmente senza volerlo. Il dolore che trascina con sé e nella sua scrittura è causato dai dispiaceri di una vita che non le ha riservato molte soddisfazioni, se non post mortem: prima la scomparsa prematura della madre, poi lo spettro della tubercolosi – la terribile malattia che colpirà anche lei a soli trent’anni e decimerà la sua famiglia -, passando anche attraverso la dipendenza dall’alcool e dall’oppio del fratello minore Branwell. Nonostante questo, l’educazione non è mai mancata in casa Brontë, soprattutto se consideriamo l’importanza attribuita dal padre alla cultura. Quest’ultimo, infatti, non solo iscrive i suoi ragazzi alla biblioteca “iniziandoli” anche al culto dei libri e delle riviste, ma si affida anche a capacissimi maestri laddove ce ne fosse stato il bisogno, come ad esempio nel caso del disegno e della musica. Nel 1842, insieme alla sorella Charlotte, Emily si trasferisce a Bruxelles per guadagnarsi da vivere con la professione di insegnante: lontano dalla sua cittadina, però, la ragazza dura solo qualche mese e ben presto prova nostalgia delle brughiere che l’hanno cresciuta. I frutti della sua predisposizione non tardano ad arrivare: il suo approccio all’attività scrittoria nasce e cresce quasi per gioco, quando il padre regala a Branwell dei soldatini di legno e la sorella li trasforma in personaggi che attraversano storie tormentate e passionali. Tra le sue letture preferite ci sono Walter Scott, Wordsworth, Shakespeare, ma soprattutto i romanzi gotici, dei riferimenti che le torneranno utili nel 1845, anno in cui comincerà la stesura del suo famosissimo Wuthering Heights. 

La libertà era il soffio delle narici di Emily; senza di essa moriva. Il cambiamento dalla sua casa a una scuola, e dalla sua vita molto silenziosa, molto reclusa, ma senza restrizioni e senza artifici, a una routine disciplinata  […] era quel che non riuscì a sopportare. La sua natura si dimostrò qui troppo forte per la sua fermezza.                                

Se fosse possibile descrivere Emily Brontë in poche e semplici parole, probabilmente sarebbero “spirito orgoglioso e libero”. Lo si capisce dal suo essere restia al lavoro abitudinario come insegnante/istitutrice, ma anche dal suo legame viscerale con quanto scrive e alla sua diffidenza nel farlo leggere a qualcuno: sarà sua sorella Charlotte a convincerla a pubblicare le sue poesie – sotto lo pseudonimo maschile di Ellis Bell -, come anche a spingerla ad approcciarsi alla scrittura di un romanzo.

Più felice sono quanto più lontana
porto l’anima mia dalla sua casa di creta
in una notte di vento quando la luna è chiara
e gli occhi vagano tra mondi di luce

quando io non sono e nessuno è accanto
né terra, né mare, né limpido cielo
solo spirito che vaga senza confini
nell’immenso infinito.

Lo scetticismo di Emily sembra quasi una profezia: la sua fortuna, infatti, non decolla, e sicuramente non vivrà abbastanza a lungo per cominciare a goderne. Questo insuccesso, col senno di poi, è particolarmente ingiusto: ma perché Cime tempestose ha faticato così tanto a essere accettato nella società ottocentesca in cui vive la sua autrice? La risposta va trovata soprattutto nelle tematiche affrontate nel romanzo che non si accordano affatto alla moralità dell’epoca, un po’ tanto bigotta da riflettersi, in un certo senso, nel bisbetico domestico Joseph raccontato proprio tra le pagine di Wuthering Heights. La critica del tempo non si è particolarmente risparmiata nel giudicarla un’opera quasi blasfema, complici anche le presenze fantasmali, gli elementi gotici e il ruolo inconsueto affidato alla morte. La Brontë non sembra affatto spaventata da quest’ultima, piuttosto la racconta come parte integrante di un disegno molto più ampio e che prescinde la vita stessa, questo forse anche per i lutti che vive sulla sua pelle. In Cime tempestose, infatti, la morte non è raccontata come un elemento fine a se stesso, ma come qualcosa che si scrive e riscrive continuamente in rapporto a un’esistenza intensa e tormentata: quella di Emily in primis, ma anche quella dei protagonisti che racconta nel suo romanzo.

Il mio amore per Linton è come il fogliame nei boschi: il tempo lo cambierà, ne sono consapevole, come l’inverno cambia gli alberi. Il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi: una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff! Lui è sempre, sempre, sempre nella mia mente: non come una gioia, non più di quanto io lo sia per me stessa, ma come il mio stesso essere. Quindi non parlare più di separazione: non è possibile.

La fredda e cupa brughiera dello Yorkshire fa da sfondo a un amore tragico e allo stesso tempo passionale, quello di Catherine e Heathcliff. L’odio e l’amore si mescolano continuamente in una trama quasi minacciosa, ma solo in apparenza: lo spettro che fa visita al (primo) narratore Mr. Lockwood durante una notte tormentata non deve affatto spaventare, ma ha tutta l’aria di essere uno spirito che cerca invano di raggiungere la sua redenzione. Il sogno e l’incubo, la vita e la morte, il paradiso e l’inferno sono solo alcune delle dicotomie che percorrono tutto il romanzo in un crescendo di sentimenti che prende respiro solo sul finale, quando sembra essere Cathy – figlia della protagonista e chiamata come lei proprio in suo onore – a coronare il sogno d’amore di cui si era mostrata incapace la madre.

Ma il signor Heathcliff è in singolare contrasto con la sua dimora e il suo stile di vita. Ha l’aspetto di uno zingaro dalla pelle scura, l’abito e i modi di un gentiluomo; di un gentiluomo, intendo, come lo sono molti signorotti di campagna. Piuttosto trasandato, forse; tuttavia la sua trasandatezza gli si addice poiché ha un portamento fiero e un bel viso; e senza dubbio scontroso: qualcuno potrebbe immaginare in lui un certo rozzo orgoglio plebeo. Ma qualcosa in me, che vibra all’unisono con lui, mi dice che non si tratta di questo; so per istinto che il suo riserbo nasce dalla ripugnanza per le eccessive effusioni del sentimento, per le reciproche testimonianze di cortesia. È un uomo capace di amare e odiare senza mostrarlo, e di giudicare un’impertinenza essere a sua volta amato o odiato.

Se Catherine rappresenta il candore e la libertà, Heathcliff simboleggia piuttosto l’orgoglio e la restrizione data dalla sua bassa estrazione sociale. Lui è l’inferno, il diavolo tentatore che si fa artefice di azioni discutibili pur di raggiungere il suo fine, la detonazione che rende distruttiva anche la sua amata Catherine. I due sono l’una l’opposto dell’altro, eppure si attraggono, si cercano, si annullano. Tutto sembra andare bene fino a quando fra di loro non si frappone la vendetta, la stessa che porterà alla morte della protagonista e, di riflesso, anche dello stesso Heathcliff. Sono una persona in due corpi, carne e spirito che si incontrano in una sola anima e allo stesso tempo si ritraggono. Questa è la storia di un amore un po’ atipico che troverà pace solamente sul finale, ma anche delle vite degli altri personaggi che crescono dalle radici dei due protagonisti. Ne sono un esempio Cathy e Hareton, i quali seguono il percorso inverso dei loro predecessori: passano dalla tensione alla “stabilità”, ma soprattutto sembrano imparare dagli errori di cui non sono colpevoli e che vivono comunque sulla loro pelle. Ma perché Catherine e Heathcliff non sono stati in grado di abbattere lo stesso muro? Semplice: sono guidati dalla pura irrazionalità, quella di un amore confuso e forte che non ha bisogno di regole, solo di gesti estremi. Emily Brontë, però, fa molto di più: prende questa irrazionalità e la ribalta totalmente creando un romanzo strutturato in maniera razionale, a partire da quei 34 capitoli occupati per metà dalle due generazioni di personaggi e a cui aggiunge un prologo e un epilogo della stessa lunghezza.

Mia sorella Emily non era persona di carattere espansivo, né una nei recessi della cui mente e animo anche coloro che le erano più vicini e più cari potessero entrare impunemente senza il suo consenso […]. Nella natura di Emily sembravano incontrarsi gli estremi del vigore e della semplicità. Sotto una cultura non sofisticata, gusti semplici e un’esteriorità senza pretese, covava un segreto potere e un fuoco che avrebbe potuto illuminare il cervello e accendere le vene di un eroe […]. La sua volontà non era molto malleabile, e in generale andava contro il suo interesse. Il suo temperamento era magnanimo, il suo spirito assolutamente inflessibile.

Riflettendo su questa nota scritta dalla sorella Charlotte Brontë, sorge spontaneo chiedersi una cosa: quanto di Emily stiamo leggendo in Wuthering Heights? Forse tanto – come il parallelismo tra Hindley Earnshaw e Branwell, rispettivamente fratelli di Catherine e Emily, che sperimentano entrambi i problemi dell’alcool – o almeno stiamo entrando in contatto con i suoi desideri più reconditi, quelli che una morte precoce (avvenuta il 19 dicembre del 1848) non le ha permesso di vivere appieno. Il suo carattere sembra proprio essere a metà tra quello di Catherine e Heathcliff, sebbene la Brontë, da abile scrittrice, sia stata in grado di esasperarlo per creare due personaggi intramontabili della letteratura.

Per saperne di più:

Cime tempestose - E. Brönte

Titolo: Cime tempestose
Autore: Emily Brontë
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 428 pagine
Prezzo: 9,50 euro
Trama: Un romanzo in cui domina la violenza sugli uomini, sugli animali, sulle cose, scandito da scatti di crudeltà sia fisica sia, soprattutto, morale. Un romanzo brutale e rozzo – sono gli aggettivi utilizzati dalla critica dell’epoca – che scuoteva gli animi per la sua potenza e la sua tetraggine e che narra il consumarsi di un’inesorabile (sino a un certo punto) vendetta portata avanti con fredda meticolosità dal disumano Heathcliff. ‘Cime tempestose’ è un romanzo selvaggio, originale, possente, si leggeva in una recensione della ‘North American Review’, apparsa nel dicembre del 1848, e se la riuscita di un romanzo dovesse essere misurata unicamente sulla sua capacità evocativa, allora “Wuthering Heights” può essere considerata una delle migliori opere mai scritte in inglese. Tomasi di Lampedusa esprimeva il suo entusiastico e ammirato giudizio su Cime tempestose: ‘Un romanzo come non ne sono mai stati scritti prima, come non saranno mai più scritti dopo. Lo si è voluto paragonare a Re Lear. Ma, veramente, non a Shakespeare fa pensare Emily, ma a Freud; un Freud che alla propria spregiudicatezza e al proprio tragico disinganno unisse le più alte, le più pure doti artistiche. Si tratta di una fosca vicenda di odi, di sadismo e di represse passioni, narrate con uno stile teso e corrusco spirante, fra i tragici fatti, una selvaggia purezza.
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Frisella condita

Frisella condita
Valentina Zanotto

Ingredienti (per 4 persone):
Prendere le friselle e romperle a pezzi (meglio ancora se si hanno delle friselle già rotte e di cui non si sa cosa fare), quindi metterle in un recipiente piuttosto capiente e versarci sopra “a giro” i due bicchieri di acqua. Aggiustare di sale.

Fare a tocchetti i pomodori, tagliare a metà i capperi e sminuzzare i filetti di acciuga. Una volta che tutti gli ingredienti sono pronti, unirli ai pomodori. Completare con il basilico spezzettato a mano, condire con dell’olio e.v.o. e dare una bella mescolata. L’ideale sarebbe lasciare insaporire le friselle per una mezz’oretta; se volete servirle in una maniera simpatica, utilizzate dei barattoli con chiusura ermetica.

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro:

Il luogo più interessante era il torrente, a cui mia madre ci portava tutte le mattine, a prendere il sole e a diguazzare nell’acqua limpida mentre lei lavorava a maglia all’ombra di un salice. Lo si poteva guadare senza pericolo da sponda a sponda, e albergava animali mai visti. Sul fondo, strisciavano insetti neri che sembravano grosse formiche […]. A mezz’aria si libravano libellule meravigliose, dai riflessi turchini, metallici; metallico e meccanico era anche il loro ronzio. Erano piccole macchine da guerra: a un tratto calavano come dardi su un’invisibile preda. Sui lembi di sabbia asciutta correvano scarabei verdi, agilissimi, e si aprivano le trappole coniche dei formicaleoni. [Dal racconto Ranocchi sulla luna, p. 113]

Molti animali, dalle strutture più diverse, ostentano colori vivaci e hanno carni di sapore disgustoso, oppure sono velenosi: ad esempio i pesci dorati e le coccinelle, o rispettivamente le vespe e certi serpenti. I colori vistosi servono come segnali e avviso, affinché i predatori li riconoscano da lontano e, ammaestrati da precedenti esperienze, si astengano dall’assalirli. Esiste un parallelo comportamento umano? In generale, l’uomo nocivo tende piuttosto a confondersi entro la maggioranza, per sottrarsi all’identificazione; ma non fa così quando è o si sente superiore alla legge. [Dal racconto Romanzi dettati dai grilli, p. 126]

Pochi ingredienti, sostituibili a seconda dei gusti e da preparare in poco tempo, proprio come quando si ha voglia di leggere qualcosa di ridotto e che può cambiare a seconda dell’ispirazione del momento. Come non pensare a una raccolta di racconti? In questo caso quelli contenuti in Ranocchi sulla luna (e altri animali), opera firmata Primo Levi e contenente un numeroso repertorio zoologico di fantasia e curiosità. Leggendo questi testi brevi si viene proiettati in un mondo di emozioni in cui non sono gli umani a parlare, ma le creature con le zampe. Ogni racconto impiega poco tempo di lettura – un po’ come la preparazione di queste friselle – ma ciascuno è in grado di trasmettere un messaggio unico e particolare. Da leggere, soprattutto per conoscere un “inedito” Primo Levi.

Ranocchi sulla luna

Titolo: Ranocchi sulla luna e altri animali
Autore: Primo Levi
Editore: Einaudi
Lunghezza: 234 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Gabbiani, giraffe, talpe, formiche, dromedari, elefanti, farfalle, scoiattoli, ragni, buoi, ranocchi, corvi, topi, chiocciole. Nelle pagine di Primo Levi gli animali non rappresentano una curiosità marginale o un divertimento accessorio, ma sono parte integrante del suo immaginario e della sua moralità: rappresentano un diverso modo di parlare delle scelte che ogni uomo deve affrontare. Primo Levi è affascinato dalle capacità con cui esseri d’ogni specie, compresi i parassiti, hanno risposto alle difficoltà dell’ambiente elaborando soluzioni ingegnose, quasi altrettante filosofie di vita. “Ci sono animali enormi e minuscoli, estremamente forti ed estremamente deboli, audaci e fuggitivi, veloci e lenti, astuti e sciocchi, splendidi e orrendi”, ma proprio uscendo dall’isola umana uno scrittore può scoprire una miniera di storie possibili, ricca di metafore, simboli, allegorie. Sino dalla fine degli anni Cinquanta Primo Levi ha dedicato loro racconti, articoli, interviste immaginarie e poesie, in cui ha messo a frutto l’acutezza delle sue osservazioni, e la curiosità di uno sguardo sorridente e pensoso, mai sentimentale o antropomorfo. L’insuperabile analista del “termitaio” del Lager si è rivelato anche un brillante zoologo ed etologo, capace di aprire al lettore orizzonti inconsueti.
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L’effetto farfalla raccontato da Ray Bradbury

L’effetto farfalla, scientificamente parlando, prende le basi dalla “teoria del caos”, ipotizzata ufficialmente negli anni Settanta dal fisico Edward Lorenz e basata sull’idea che anche il disordine abbia le sue regole. Sostanzialmente, l’opinione è quella secondo cui dietro la semplicità e l’apparenza di un ordine prestabilito si trovi nascosto qualcosa di inconoscibile per cui non solo un evento vicino può avere conseguenze anche lontane, ma che variando le condizioni iniziali di un certo sistema quest’ultimo si evolverà quasi certamente in maniera inaspettata. Ma da dove deriva a sua volta questo pensiero? Per dare risposta a questa domanda bisogna tornare indietro al 1952 e citare il romanzo A Sound of Thunder di Ray Bradbury, un testo breve – ma veramente significativo – che ha avuto notevoli influenze culturali. Basti pensare a The Butterfly Effect, un film di fantascienza del 2004 diretto da Eric Bress e J. Mackye Gruber, che si apre con la celebre frase, offerta da una voce fuori campo, «Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo»; ma anche al meno conosciuto Il risveglio del tuono di Peter Hyams del 2005. 

FRANCE-LIBYA/
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Ritornando al romanzo di Bradbury, invece, è proprio la camminata non prevista di un cacciatore su una Terra di milioni di anni fa (avvenuta durante un safari indietro nel tempo) ad aver portato alla creazione di un nuovo futuro diverso da quello previsto. Molti conoscono l’autore statunitense soprattutto per Fahrenheit 451 o Cronache marziane, poco per i suoi racconti, altrettanto interessanti da essere considerati ciò che di nascosto si trova sotto la punta dell’iceberg-mondo fantascientifico da lui narrato. Rumore di tuono è proprio tra questi, ma per “immergerci” meglio in questo testo, ecco alcune citazioni e la trama.

La scritta sul muro sembrò baluginare, come sotto una pellicola d’acqua calda in movimento. Eckels si sentì battere le palpebre sulla fissità degli occhi, e in quella momentanea oscurità la scritta arse:

SAFARI NEL TEMPO, INC.
SAFARI IN QUALUNQUE ANNO DEL PASSATO.
VOI SCEGLIETE L’ANIMALE.
NOI VI PORTIAMO LÀ.
VOI SPARATE.

Un muco caldo si raggrumò nella gola di Eckels, che inghiottì per mandarlo giù. I muscoli attorno alla sua bocca formarono un sorriso, mentre tendeva lentamente la mano nell’aria, e in quella mano sventolava un assegno di diecimila dollari verso l’uomo seduto alla scrivania.

Nel 2055 il mondo non è affatto come ci si potrebbe aspettare; oltre al nuovo presidente americano Keith, per i cacciatori che hanno nostalgia del passato esiste la possibilità di fare dei viaggi nel tempo per uccidere animali estinti. Ovviamente non in maniera gratuita, ma con un cospicuo pagamento che ammonta a 10.000 dollari. Uno dei personaggi di questo racconto è Eckels: non si accontenta di uccidere animaletti semplici, vuole un T Rex, una grandiosa uccisione per soddisfare le sue enormi manie di protagonismo. In teoria non ci sarebbe nulla in contrario, l’unica regola è che l’animale sia già destinato alla morte per non rischiare di modificare in maniera irrimediabile il futuro. Ma Bradbury non fa tutto semplice, anzi, inserisce degli elementi che fanno capire quanto sia azzardato giocare con il destino e il tempo, entità misteriose e ingestibili. Eckels vuole fare di testa sua, poco gli importa delle regole e delle guide: non solo ha un incontro-scontro con un T Rex che non dovrebbe morire in quel momento, ma cammina sulla “passerella” su cui è severamente vietato mettere piede. Queste due azioni, apparentemente insignificanti, sono destinate però ad avere enormi conseguenze, d’altronde – ci fa capire Bradbury – non si scherza con ciò che è più grande di noi, soprattutto se sfugge a qualsiasi controllo. Dopo aver cercato di salvare il salvabile – ma senza troppo successo – Eckels e le guide ritornano al loro tempo presente. Il mondo sembra come prima, apparentemente. Il protagonista, nonostante il racconto sia breve, riesce a mostrarsi in tutto il suo peggio: è una persona arrogante ed egoista, e questo lo dimostra anche quando si rifiuta di pulire gli stivali completamente sporchi di fango a causa di quanto successo durante il safari. Neanche a farlo apposta, è proprio sulla suola che si nasconde la variazione della storia. Là dove sembrava esserci solo acqua mista a terra, infatti, in realtà c’è una farfalla, proveniente non solo da quel delicato e suscettibile passato, ma anche morta prima del suo tempo. Però ormai è troppo tardi, il mondo non è più lo stesso.

Incastrata nel fango, emettendo un luccichio verde, dorato e nero, c’era una farfalla, molto bella, e molto morta.
«Non una cosa così piccola! Non una farfalla!» gridò Eckels.
La farfalla cadde sul pavimento, una cosa squisita, una piccola cosa che poteva sconvolgere gli equilibri e distruggere una fila di piccoli esseri e poi di grandi esseri e poi di giganteschi esseri, attraverso gli anni e il Tempo. La mente di Eckels vorticava. Non poteva aver cambiato le cose. Uccidere una farfalla non poteva essere così importante! No? […]
Non si mosse. Gli occhi chiusi, aspettò, tremando. Sentì Travis respirare forte nella stanza. Sentì Travis spostare il fucile, alzare la sicura, puntare l’arma.
Poi, un rumore di tuono.

Per saperne di più:

Ray Bradbury - Cento racconti

Titolo: Cento racconti. Autoantologia 1943-1980
Autore: Ray Bradbury
Editore: Mondadori
Lunghezza: 1372 pagine
Prezzo: 24 euro
Trama: «I racconti sono qui. Ce ne sono cento, quasi quarant’anni della mia vita. Contengono metà delle verità sgradevoli sospettate a mezzanotte e metà di quelle gradevoli riscoperte a mezzogiorno». Con queste parole Ray Bradbury ha suggellato la sua prima imponente antologia di racconti, uscita nel 1980 da Knopf con il titolo «The stories of Ray Bradbury». Scelte e ordinate dall’autore, queste cento storie disegnano un percorso affascinante nella produzione di Bradbury, scrittore poliedrico e al tempo stesso fedelissimo alle sue passioni e all’idea di arte come suprema forma di felicità. Tra i racconti campeggia, anzitutto, la fantascienza – una “fantascienza umanistica” che diventa riflessione morale sul presente, di cui mette in luce le contraddizioni – ma non solo: accanto alle storie ambientate nello spazio troviamo quelle dedicate a una stirpe americana di vampiri, racconti di dinosauri, avventure di viaggiatori nel tempo, robot che si fingono esseri umani, zombie, scheletri, adolescenti assassini, fenomeni da baraccone. L’intero continente del fantastico è battuto palmo a palmo sullo sfondo di quella provincia americana delle small towns di cui Bradbury è stato impareggiabile cantore, feroce e nostalgico insieme.
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“La manutenzione dei sensi”: quando la montagna diventa cura e casa per i sentimenti

La passione per le montagne m’era venuta da ragazzo guardando una piccola foto in bianco e nero con i bordi seghettati, dove c’era mio padre.

Che Franco Faggiani, prima di essere scrittore e giornalista, sia anche un grande appassionato di montagna e fotografia lo si capisce dal suo romanzo La manutenzione dei sensi, pubblicato nel 2018 per Fazi Editore. Se da una parte, infatti, la storia ci proietta tra i monti piemontesi – intorno a Cesana Torinese – attraverso un percorso fatto di sentieri, radure e lunghe camminate, dall’altra, piuttosto, ci regala dei particolari che sembrano quasi dei fermo-immagine scattati sulle vite dei due protagonisti principali, Leonardo e Martino. Ma procediamo con ordine. In mezzo a tutto questo c’è un cambio di vita, non solo la voglia di staccare la spina, ma proprio la volontà di fare tabula rasa e ricominciare da zero, altrove.

Avevo deciso di comprare quel che rimaneva di quella vecchia baita dopo una notte insonne, passata a rimuginare idee e a ridare un contorno a ricordi quasi sbiaditi che salivano a casaccio dal fondo di quella macchina del tempo che viaggia solo a ritroso qual è la memoria; a considerare che la nostra vita, la mia e quella di Martino, non era più compatibile con Milano. Invece di scorrere fluida, si avvitava con spirali sempre più soffocanti e minacciose, preludio di tempeste.

Leonardo Guerrieri è uno scrittore affermato, un marito e anche un padre. La vita, però, decide di metterlo a dura prova quando sua moglie Chiara muore improvvisamente nel sonno a causa di un ictus, lontano da casa; il fatto che non sia riuscito ad abbracciarla un’ultima volta è un peso che Leonardo esterna nel suo essere un po’ freddo e distaccato. L’uomo ha bisogno di essere “salvato”, ne è consapevole lui stesso, ma anche Nina, la figlia che per grinta e indipendenza ricorda tanto la madre. Sarà proprio lei ad andare in orfanotrofio (lo stesso in cui prestava volontariato sua mamma) e a ritornare a casa con Martino Rochard, un ragazzino di otto anni da tenere in affido momentaneo. La sensazione è che Nina abbia già capito tutto, consapevole di quanto i due possano dare e imparare l’uno dall’altro, soprattutto perché lei, come medico osteopata, è quasi sempre in viaggio all’estero.

A parte la difficile convivenza delle prime settimane, qualche scaramuccia intensa ma di breve durata su faccende quotidiane come il disordine sovrano, il rifiuto della doccia, la TV lasciata sempre accesa e cose simili, e un conseguente distacco comportamentale («io faccio così, tu fai come ti pare»), fino al termine delle scuole elementari tutto era andato avanti senza scosse particolari. A dire la verità anche senza emozioni significative, di quelle che lasciano per qualche istante con il fiato sospeso per la sorpresa o che regalano evidenti segni positivi di cui tener conto. Sembravamo due vecchie zitelle che convivono la casa per farsi compagnia, che magari si sopportano con qualche sommesso mugugno e con quella latente ma terribile paura di rimanere sole. Il quieto vivere.

L’inizio non è affatto semplice: Leonardo è diffidente, ancora piuttosto provato dalla perdita della moglie, mentre Martino è introverso, taciturno, preferisce il distacco al contatto fisico, ma dentro di sé sembra avere un mondo inesplorato da scoprire pian piano. Insieme decidono di abbandonare il grigiore e il trambusto di Milano per la montagna e una baita interamente ristrutturata, un luogo che presto si trasformerà in casa e rifugio. Lì impereranno ad ascoltare la natura, a svolgere i mestieri manuali, a riconoscere gli animali, ad apprezzare la solitudine, ma anche a stare insieme e a trovare nella “convivenza” un sinonimo di famiglia.

L’isolamento a noi piaceva. molto. Lo consideravamo protettivo, rassicurante. Martino aveva trovato quella parte di mondo più consona alla sua indole, e io avevo soddisfatto un desiderio rimasto troppo a lungo in sospeso. Facevamo entrambi quel che ci piaceva fare, eravamo come ci piaceva essere. Vivevamo defilati, comunque liberi e con quanto ci serviva davvero. questo ci teneva a distanza da numerosi problemi. Molte cose, che in città sembravano indispensabili, qui, immersi nei boschi, spesso si erano rivelate superflue, ingombranti o, peggio ancora, inutili. Non avevamo mai molta gente intorno, ma non ci sentivamo per niente soli.

Questa non è solo la storia di Leonardo e Martino e del loro vivere insieme, ma anche della loro capacità di affrontare una perdita e una malattia. Sì, perché Martino ha quella che viene chiamata “sindrome di Asperger”, una condizione che nel romanzo viene descritta più come una ricchezza piuttosto che come un limite: basti pensare al modo in cui viene percepita dal ragazzo – quasi fosse una notizia buffa -, ma soprattutto a come essa sia accostata a grandi nomi della storia e della cultura. Questa passerella di personalità geniali ha un solo scopo: la sindrome non è una malattia debilitante (come tanti potrebbero credere), un’etichetta da appiccicare addosso a Martino, ma un incentivo al meglio e allo sfogo della sua creatività. 

Darwin, Newton, Hitchcock, Bertrand Russel, Bobby Fischer, Mozart, Spielberg, Temple Grandin, Vernon Smith, Satoshi Tajiri, Alan Turing […]
Mi aveva guardato con una certa compassione, poi aveva ripreso: «Storie affascinanti, esaltanti. Vede, tutti questi personaggi, ma potrei dargliene un nuovo e assai lungo elenco, sono o sono stati indubbiamente dei geni. Con una cosa in comune: la sindrome di Asperger.»

La vita va avanti anche se il passato l’ha fortemente segnata: ha tutta l’aria di essere una frase fatta, eppure è l’ineluttabile verità di questa storia. Leonardo e Martino hanno bisogno della stessa vicinanza da cui sembrano fuggire, della stessa rassicurazione che le perdite hanno tolto loro, si somigliano nel loro essere diversi e allo stesso tempo si differenziano dalle persone che li circondano. Leggere la “Manutenzione dei sensi” non solo vi trasporterà in una storia bella – nel vero e proprio senso del termine – e sorprendente, ma vi farà comprendere anche l’intenzione del titolo: l’importanza di “aggiustarsi” e la capacità di mantenere questo stato d’essere per il bene di se stessi e delle persone che si ama, senza avere paura dei cambiamenti. Se state pensando a qualcosa di triste, abbandonate all’istante questo pensiero. Uno dei motivi per cui ho amato questo romanzo è stato il modo in cui è stato scritto, la maestria con cui l’autore ha unito la serietà al riso, come se la trama fosse composta dai tornanti e dai saliscendi tipici di quella montagna che è anche raffigurata in copertina. Franco Faggiani è come se portasse con sé il lettore in una camminata fino alla cima: ci saranno momenti toccanti e difficili, ma anche momenti più leggeri e spensierati; la fine del romanzo rappresenta quella vetta che regala consapevolezza e un panorama da togliere il fiato, insieme a una nuova dimensione nel mondo proprio come è successo ai due protagonisti. Non bisogna avere paura di cambiare e migliorarsi, perché Leonardo e Martino non l’hanno avuta. 

Ero rimasto lì ancora un po’, a osservare il profilo ormai netto delle montagne che giravano tutt’intorno, la frastagliata linea di confine del nostro mondo. Quello che distillava nostalgia allo stato puro ogni volta che ce ne allontanavamo. A molti quel profilo dava l’idea di una barriera opprimente, perfino ostile. Per noi costituiva un susseguirsi di protezioni. Sapevamo bene che bastava salirle per vedere orizzonti sconfinati e inventare nuovi cammini. Un privilegio da condividere con chi si ama, o con chi, in sintonia, fa almeno un po’ di strada insieme a noi. Avrei voluto avere con me Chiara. fisicamente. Però, se così fosse stato, non ci sarebbe stato Martino. Perché, come diceva Augusto, è così che vanno le cose.

Parole chiave:

  • Montagna: è lo sfondo principale di tutta la storia, il simbolo della rinascita e della riscoperta di sé stessi. La montagna è le camminate, i sentieri da percorrere, il camino acceso e il tempo che cambia, gli animali che lasciano impronte e diventano un gioco tra “padre e figlio”: non solo un luogo, ma soprattutto una passione. Leonardo sceglie di abbandonare il caos della grande città non per promuovere la sua asocialità, ma per ritrovare quella parte che, dopo la perdita della moglie, era venuta meno. Questo trasferimento, però, ha anche un altro proposito: il recupero dei gesti più intimi e semplici, come gli abbracci.
  • Sindrome di Asperger: la condizione – non malattia – di cui “soffre” Martino, ma che il ragazzo (e le persone che ha intorno) trasformano in qualcosa di unico che va ben oltre le difficoltà.
  • Solitudine: Leonardo e Martino amano stare e vivere da soli, nel loro mondo fatto di cose semplici e non superflue. Questo non rappresenta un ostacolo, ma un vero e proprio stile di vita: sono selettivi, scelgono da chi farsi circondare, e non a caso sono tutte persone autentiche.
  • Padre e figlio: questa è anche la storia di come la famiglia non debba essere vista solo in maniera tradizionale, attraverso il legame di sangue, ma anche con gli occhi rivolti al mondo delle adozioni («La famiglia è quell’insieme di persone con cui uno vive una parte del tempo migliore della propria vita.»). Tra Leonardo e Martino c’è un rapporto profondo, un sentimento che sembra non avere un nome, ma che i due riescono a far comunicare attraverso i gesti, le parole centellinate (mai di troppo) e i silenzi. 
  • Destino: la vita toglie, come è successo con Chiara, ma riesce anche a donare, con Martino. All’inizio, per Leonardo, è stato piuttosto difficile rendersene conto, la tragedia lo aveva portato a vedere un mondo completamente al buio. Poi, però, Martino è arrivato a fare luce.

Voto: 5 segnalibri su 5

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Titolo: La manutenzione dei sensi
Autore: Franco Faggiani
Editore: Fazi
Lunghezza: 250 pagine
Prezzo: 16 euro
Trama: A un incrocio tra casualità e destino si incontrano Leonardo Guerrieri, vedovo cinquantenne, un passato brillante e un futuro alla deriva, e Martino Rochard, un ragazzino taciturno che affronta in solitudine le proprie instabilità. Leonardo e Martino hanno origini ed età diverse, ma lo stesso carattere appartato. Il ragazzo, in affido temporaneo, non chiede, non pretende, non racconta; se ne sta per i fatti suoi e non disturba mai. Alle medie, però, a Martino, ormai adolescente, viene diagnosticata la sindrome di Asperger. Per allontanarsi dalle sabbie mobili dell’apatia che sta per risucchiare entrambi, Guerrieri decide di lasciare Milano e traslocare in una grande casa, lontana e isolata, in mezzo ai boschi e ai prati d’alta quota, nelle Alpi piemontesi. Sarà proprio nel silenzio della montagna, osservando le nuvole in cielo e portando al pascolo gli animali, che il ragazzo troverà se stesso e il padre una nuova serenità. A contatto con le cose semplici e le persone genuine, anche grazie all’amicizia con il burbero Augusto, un anziano montanaro di antica saggezza, padre e figlio si riscopriranno più vivi, coltivando con forza le rispettive passioni e inclinazioni. Una storia positiva è al centro di questo romanzo che trabocca di umanità e sensibilità autentiche e che contiene una riflessione sul labile confine che divide la normalità dalla diversità. Un romanzo sul cambiamento, la paternità, la giovinezza, in cui padre e figlio ritroveranno la loro dimensione più vera proprio a contatto con la natura, riappropriandosi di valori irrinunciabili come la semplicità e la bellezza.
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