Appuntamento con l’autore: Jean Bruller alias Vercors

Vercors

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Jean Bruller (26 febbraio 1902 – 10 giugno 1991) ha vissuto entrambi i conflitti mondiali, ma è stato soprattutto il secondo ad aver generato in lui un senso di profonda inquietudine. Fino a poco prima dello scoppio della guerra, infatti, in Francia era conosciuto maggiormente per le sue abilità come illustratore di libri per bambini e disegnatore satirico, due attività che ha sviluppato parallelamente al suo diploma in ingegneria elettrica presso l’École Bréguet di Parigi. Come vignettista, il suo successo più grande è stato sicuramente 21 recettes de mort violente (21 ricette per una morte violenta), un’opera grafica pubblicata a sue spese (e poi ristampata) in cui l’autore mescolava abilmente autoironia e vita privata. Per l’arte ha provato sempre un grande amore, ma l’elezione di Hitler a cancelliere della Germania nel 1932 ha cominciato a scatenare in lui anche un altro tipo di sentimento. A risvegliare definitivamente la sua coscienza sociale ci hanno pensato un sempre più opprimente Nazismo e i suoi assurdi dettami che mettevano al bando chiunque si dimostrasse dissidente o non conforme. Dapprima vicino al Comunismo – per reazione all’estrema destra che stava prendendo sempre più piede – e poi più consapevole di nessuna specifica appartenenza politica, per Jean Bruller inizia quella che si potrebbe definire una vera e propria “missione”. Se la maggior parte degli artisti decise di tacere di fronte a un nemico che stava pian piano limitando qualsiasi forma di espressione personale, Bruller optò invece per una forma resistenza un po’ più attiva, trasformandosi così nel suo alter ego di scrittore Vercors. 

Ma per l’autore di quel primo libro in corso di stampa, ci voleva un nome diverso da ogni altro, perché neppure i familiari potessero capire chi l’aveva scritto. Vercors piacque a Jean Bruller per la sonorità impressionante e perché al momento dell’invasione tedesca, egli si era trovato ai piedi del massiccio che così si chiama. Con i compagni aveva deciso che se i tedeschi avessero trovato l’Isère, al di là del quale erano giunti, si sarebbero imboscati sul Vercors per non venir fatti prigionieri. Il nome era diventato per lui da allora simbolo di libertà.

In questa veste inedita, l’artista francese non si ritrovava più a comunicare attraverso il disegno come in passato, ma con le parole, e questa sua nuova forma espressiva rappresentò per tanti la risposta più efficace a quanto stava accadendo in quegli anni difficili. Vercors era uno scrittore di guerra atipico, piuttosto diverso da quello che si sarebbe potuto immaginare: il clima teso e restrittivo lo obbligarono infatti ad agire nell’ombra, ma questo non fu un problema se si pensa che i migliori risultati li ottenne proprio nella sua attività segreta. Negli anni Quaranta, insieme al socio Pierre de Lescure, decise di collaborare per la rivista clandestina “La penseè libre”, ma il sodalizio terminò non appena la Gestapo arrivò a perquisire gli archivi e a distruggere ogni cosa. Questo gesto codardo non smorzò affatto le intenzioni di Vercors, piuttosto riuscì a rinsaldare dentro di lui la voglia di combattere in qualche modo quella macchina nazista che stava facendo sempre più danni: nel 1942, sulle ceneri del “Pensiero Libero”, creò “Éditions de Minuit”, una casa editrice specializzata in pubblicazioni di Resistenza (e che negli anni ha vantato autori come Samuel Beckett e Marguerite Duras). Tra i tanti racconti – Il cammino verso la stella e Le armi della notte solo per citarne alcuni -, il successo più grande (e inaspettato) Bruller lo ottenne con Il silenzio del mare.

Nacquero allora le Édition de Minuit. L’ex disegnatore Bruller conosceva alcune persone fidate nel ramo della tipografia. Propose a Pierre de Lescure di fondare una casa editrice totalmente clandestina che diventasse organo della Resistenza. Trovò i contatti, un piccolo tipografo – Georges Oudeville – d’accordo per lavorare la notte su di una pedalino in grado di stampare otto pagine alla volta; un’amica – Yvonne Paraf – che accettò d’imparare per l’occasione il mestiere della rilegatrice, avrebbe ricevuto a casa sua otto pagine la settimana, avrebbe lavorato anche lei da sola. Il silenzio del mare, 96 pagine in tutto, avrebbe richiesto dodici settimane di movimenti notturni.

L’eco di Le silence de la mer fu così potente da risuonare in tutta Europa, che intanto aveva eletto Vercors – autore a quell’epoca senza identità – a simbolo di una lotta al regime dittatoriale che si sperava potesse concludersi al più presto. Quest’opera preziosa e tradotta in molte lingue è un breve testo che racconta la tenacia di una Resistenza – quella di uno zio e di sua nipote – vissuta tra le mura di casa e osteggiata attraverso le armi del silenzio (che si rivela anche essere la parola più utilizzata in questo brano). A nulla servono i modi cordiali e pacati dell’ufficiale tedesco Werner von Ebrennac che “soggiorna” presso l’abitazione della famiglia francese, perché il male si annida proprio nel più placido degli animi. Quello che lui cerca fin dall’inizio è una sorta di contatto – che sia visivo o comunicativo -, ma ciò che ottiene è solamente un muro invalicabile. Se da una parte si trova il silenzio (impassibile) dei due francesi, dall’altra si pone sicuramente il fiume di parole che straripa dalla bocca dell’ufficiale: una serie di racconti e dettagli di vita che si “sciolgono” di fronte al calore di un camino ma che, paradossalmente, rimangono ancorati a un ambiente freddo come il ghiaccio. Il mare è senz’altro la metafora di questa occupazione forzata, diviso tra superficie e profondità (proprio come scrive Gabriela Bosco nell’introduzione per Einaudi), ossia tra qualcosa di tranquillo e qualcos’altro che invece lo è solo in apparenza. Come in climax ascendente, infatti, le parti che compongono il racconto manifestano anche la volontà di dimostrare le conseguenze che possono scaturire da una forma di protesta in cui le parole sono superflue, e l’ottava parte, con i modi dell’ufficiale che si trasformano in collerici, rappresenta proprio il punto di arrivo di questo processo. L’importanza de Il silenzio del mare non è da attribuire solamente al suo contesto storico, ma soprattutto al suo valore simbolico: così d’impatto da aver raggiunto per radio Charles De Gaulle, da essere stato paracadutato ai soldati come incitamento durante la guerra e da aver trovato spazio anche ai giorni nostri attraverso adattamenti teatrali e cinematografici.

Dal 1951, anno in cui il libro passò alla casa editrice Albin Michel, si sono susseguite traduzioni in decine di lingue. Molta fortuna ha avuto l’adattamento cinematografico del libro realizzato da Jean Pierre Melville (1947, interpreti: Nicole Stéphane, Howard Vernon nella parte dell’ufficiale, e Jean-Marie Robain). E una versione per il teatro, a cura dello stesso Vercors, venne messa in scena il 22 febbraio 1949 al Théatre Edouard VII per la regia di Jean Mercure, con buon successo di pubblico (interpreti: Christiane Barry, Pierre Blanchar nel ruolo di Werner von Ebrennac, e Constant Rémy).

Si racconta che l’idea per il racconto nacque in Bruller da un fatto accadutogli nella sua casa di famiglia a Villiers-sur-Morin, quando un ufficiale tedesco messo a presidio dell’abitazione si comportò allo stesso modo del protagonista della sua storia. Effettivamente sono molti i fatti storici e quotidiani ad aver ispirato lo scrittore, complice probabilmente anche il fatto che fosse proprio lo smascheramento e la denuncia di certe ingiustizie ad alimentare il suo desiderio di “raccontare”.  Un’episodio di vita è ciò che sta alla base anche de Le parole, un altro significativo racconto che Vercors ha scritto nel 1947 dopo la liberazione della Francia. 

L’ufficiale non aveva nemmeno spostato la testa. Voltava le spalle agli avvenimenti della vallata e preparava sulla tavolozza, con una sorta di vivacità controllata, un mélange di colori che dispose senza fretta interamente sull’oltremare: tonalità solida, tra il bruno e il verde, che il blu intenso faceva palpitare sulla tela come castagni durante un temporale. Il viso del pittore era un po’ corrugato, mosso da piccolissimi tic, da cui traspariva lo sforzo contenuto di una grande tensione interiore. Luc, inorridito, guardò in direzione del borgo, da dove salivano grida soffocate e dove tutto si confondeva – terrore, collera, supplica – disperazione – con altri rumori meno distinti, interrotti da colpi d’arma da fuoco, e da brevi raffiche.

Questo breve testo è un vero e proprio ritratto di storia che racconta un episodio taciuto per molto tempo e ritornato alla memoria solo diversi anni dopo, sul finire della Seconda guerra mondiale e con la riflessione sui danni – concreti e psicologici – causati da quest’ultima. Ma in questo testo non si parla solamente della distruzione del villaggio di Oradour sur Glane ad opera dei nazisti, ma anche dell’impotenza dell’uomo che, di fronte a certi atti barbarici, si scopre incapace di porre rimedio in alcun modo. Da una parte c’è l’artista della parola Luc e dall’altra l’ufficiale tedesco che si atteggia da pittore (fuori luogo). Il primo è un poeta ispirato, capace di scrivere di getto qualunque cosa, eppure quando si tratta di raccontare la crudeltà che sta guardando con i suoi occhi non trova modo di esprimersi. Questo “blocco” non è una strana forma di indifferenza, ma un trauma così grande da celare un grido di dolore. Le parole, infatti, è un titolo simbolico: rappresenta il silenzio assenso di una generazione incapace di dare risposta alla cattiveria dell’uomo, ma anche quella passività che ha portato tanti a pensare che certi fatti non si siano mai verificati veramente. Questi sentimenti riguardano anche il secondo personaggio cardine di questa storia, l’ufficiale tedesco. La sua insensibilità di fronte a ciò che stanno compiendo i suoi soldati è qualcosa di surreale: dipinge quella scena infernale come se fosse un artista en plein air e a ogni pennellata il quadro sembra prendere vita, come se entrambi si alimentassero a vicenda. L’arte non va mescolata alla guerra – viene scritto anche nel testo – eppure a volte il fare artistico sembra essere uno dei pochi linguaggi in grado di dare “forma” agli orrori che non riescono a essere elaborati completamente a parole. Osservare il dipinto che si sta creando sotto gli occhi di Luc, dell’ufficiale nazista e anche del lettore, significa anche essere “complici” silenziosi di quello che sta accadendo, e – proprio come accade nella storia – di guardarlo accadere senza fare nulla.

E poi non rimase altro che un fango nero, i chiarori dell’incendio e il silenzio. I due uomini piangevano, sui gradini della chiesa, aspettando il giorno.

Vercors morì il 10 giugno del 1991, dopo aver passato anni a descrivere le sue personali esperienze di vita, seppure in maniera centellinata attraverso brevi racconti (oltre ai già citati: La zattera della medusa, Animali snaturati, Il comandante del Prometeo). Verso la fine della sua carriera si dedicò alla messinscena di alcuni testi teatrali di Shakespeare, ma anche alla traduzione di importanti autori inglesi come Coleridge ed Edgar Allan Poe; si spense nell’isolamento della sua casa parigina a Île de la Cité e circondato dai quadri che lui aveva abilmente copiato da quelli di alcuni grandi artisti contemporanei (come Picasso, Braque e Monet). Fino alla fine non l’hanno mai abbandonato quel silenzio e quell’arte diventati simbolo di ogni sua pubblicazione.

Per saperne di più:

Il silenzio del mare.jpg

Titolo: Il silenzio del mare
Editore: Einaudi
Lunghezza: 46 pagine
Prezzo: 9,50 euro
Trama: Diffuso in Francia come libro clandestino sotto l’occupazione tedesca, nel 1942, “Il silenzio del mare” è una breve narrazione che si svolge tra le quattro mura di un salotto, ma è soprattutto la storia della muta resistenza che fu la prima forma di opposizione francese all’invasore tedesco. Tradotto in ventuno lingue è divenuto ovunque un racconto-simbolo della virtù eroica dell’intransigenza, che può sbocciare anche nel più umile degli esseri umani.
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Appuntamento con l’autore: Emily Brontë

Emily Bronte

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Autrice di un solo romanzo, Cime Tempestose, ma ricordata come “la più famosa” tra le sue sorelle: questa è Emily Jane Brontë, nata a Thornton il 30 luglio del 1818 da Patrick e Maria Branwell. In origine, il cognome del padre era Brunty (o Branty), ma la sua grande ammirazione per Nelson, nominato appunto duca di Brontë da Ferdinando di Borbone per il ruolo avuto durante la repressione della rivoluzione napoletana, lo portò a cambiarlo per replicare quello dell’ammiraglio. Dopo aver intrapreso la carriera da curato ed essere diventato reverendo di Haworth, Patrick Brontë decide di stabilirsi nella cittadina insieme alla sua famiglia per prestare al meglio il suo servizio. Emily era l’ultima di sei figli (o la quinta, secondo altre fonti): la particolarità della sua numerosa famiglia non stava solamente in un saldo “legame fraterno” – contribuito dalla poca differenza d’età -, ma anche nel loro essere così “letterariamente” indissolubili da risultare una cosa sola pure per i critici impegnati a costruire le loro biografie. Impossibile, perciò, parlare di uno dei fratelli Brontë senza nominare anche gli altri, soprattutto Charlotte e Anne. Emily, però, è la più sofferente e “gotica” tra tutti, probabilmente senza volerlo. Il dolore che trascina con sé e nella sua scrittura è causato dai dispiaceri di una vita che non le ha riservato molte soddisfazioni, se non post mortem: prima la scomparsa prematura della madre, poi lo spettro della tubercolosi – la terribile malattia che colpirà anche lei a soli trent’anni e decimerà la sua famiglia -, passando anche attraverso la dipendenza dall’alcool e dall’oppio del fratello minore Branwell. Nonostante questo, l’educazione non è mai mancata in casa Brontë, soprattutto se consideriamo l’importanza attribuita dal padre alla cultura. Quest’ultimo, infatti, non solo iscrive i suoi ragazzi alla biblioteca “iniziandoli” anche al culto dei libri e delle riviste, ma si affida anche a capacissimi maestri laddove ce ne fosse stato il bisogno, come ad esempio nel caso del disegno e della musica. Nel 1842, insieme alla sorella Charlotte, Emily si trasferisce a Bruxelles per guadagnarsi da vivere con la professione di insegnante: lontano dalla sua cittadina, però, la ragazza dura solo qualche mese e ben presto prova nostalgia delle brughiere che l’hanno cresciuta. I frutti della sua predisposizione non tardano ad arrivare: il suo approccio all’attività scrittoria nasce e cresce quasi per gioco, quando il padre regala a Branwell dei soldatini di legno e la sorella li trasforma in personaggi che attraversano storie tormentate e passionali. Tra le sue letture preferite ci sono Walter Scott, Wordsworth, Shakespeare, ma soprattutto i romanzi gotici, dei riferimenti che le torneranno utili nel 1845, anno in cui comincerà la stesura del suo famosissimo Wuthering Heights. 

La libertà era il soffio delle narici di Emily; senza di essa moriva. Il cambiamento dalla sua casa a una scuola, e dalla sua vita molto silenziosa, molto reclusa, ma senza restrizioni e senza artifici, a una routine disciplinata  […] era quel che non riuscì a sopportare. La sua natura si dimostrò qui troppo forte per la sua fermezza.                                

Se fosse possibile descrivere Emily Brontë in poche e semplici parole, probabilmente sarebbero “spirito orgoglioso e libero”. Lo si capisce dal suo essere restia al lavoro abitudinario come insegnante/istitutrice, ma anche dal suo legame viscerale con quanto scrive e alla sua diffidenza nel farlo leggere a qualcuno: sarà sua sorella Charlotte a convincerla a pubblicare le sue poesie – sotto lo pseudonimo maschile di Ellis Bell -, come anche a spingerla ad approcciarsi alla scrittura di un romanzo.

Più felice sono quanto più lontana
porto l’anima mia dalla sua casa di creta
in una notte di vento quando la luna è chiara
e gli occhi vagano tra mondi di luce

quando io non sono e nessuno è accanto
né terra, né mare, né limpido cielo
solo spirito che vaga senza confini
nell’immenso infinito.

Lo scetticismo di Emily sembra quasi una profezia: la sua fortuna, infatti, non decolla, e sicuramente non vivrà abbastanza a lungo per cominciare a goderne. Questo insuccesso, col senno di poi, è particolarmente ingiusto: ma perché Cime tempestose ha faticato così tanto a essere accettato nella società ottocentesca in cui vive la sua autrice? La risposta va trovata soprattutto nelle tematiche affrontate nel romanzo che non si accordano affatto alla moralità dell’epoca, un po’ tanto bigotta da riflettersi, in un certo senso, nel bisbetico domestico Joseph raccontato proprio tra le pagine di Wuthering Heights. La critica del tempo non si è particolarmente risparmiata nel giudicarla un’opera quasi blasfema, complici anche le presenze fantasmali, gli elementi gotici e il ruolo inconsueto affidato alla morte. La Brontë non sembra affatto spaventata da quest’ultima, piuttosto la racconta come parte integrante di un disegno molto più ampio e che prescinde la vita stessa, questo forse anche per i lutti che vive sulla sua pelle. In Cime tempestose, infatti, la morte non è raccontata come un elemento fine a se stesso, ma come qualcosa che si scrive e riscrive continuamente in rapporto a un’esistenza intensa e tormentata: quella di Emily in primis, ma anche quella dei protagonisti che racconta nel suo romanzo.

Il mio amore per Linton è come il fogliame nei boschi: il tempo lo cambierà, ne sono consapevole, come l’inverno cambia gli alberi. Il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi: una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff! Lui è sempre, sempre, sempre nella mia mente: non come una gioia, non più di quanto io lo sia per me stessa, ma come il mio stesso essere. Quindi non parlare più di separazione: non è possibile.

La fredda e cupa brughiera dello Yorkshire fa da sfondo a un amore tragico e allo stesso tempo passionale, quello di Catherine e Heathcliff. L’odio e l’amore si mescolano continuamente in una trama quasi minacciosa, ma solo in apparenza: lo spettro che fa visita al (primo) narratore Mr. Lockwood durante una notte tormentata non deve affatto spaventare, ma ha tutta l’aria di essere uno spirito che cerca invano di raggiungere la sua redenzione. Il sogno e l’incubo, la vita e la morte, il paradiso e l’inferno sono solo alcune delle dicotomie che percorrono tutto il romanzo in un crescendo di sentimenti che prende respiro solo sul finale, quando sembra essere Cathy – figlia della protagonista e chiamata come lei proprio in suo onore – a coronare il sogno d’amore di cui si era mostrata incapace la madre.

Ma il signor Heathcliff è in singolare contrasto con la sua dimora e il suo stile di vita. Ha l’aspetto di uno zingaro dalla pelle scura, l’abito e i modi di un gentiluomo; di un gentiluomo, intendo, come lo sono molti signorotti di campagna. Piuttosto trasandato, forse; tuttavia la sua trasandatezza gli si addice poiché ha un portamento fiero e un bel viso; e senza dubbio scontroso: qualcuno potrebbe immaginare in lui un certo rozzo orgoglio plebeo. Ma qualcosa in me, che vibra all’unisono con lui, mi dice che non si tratta di questo; so per istinto che il suo riserbo nasce dalla ripugnanza per le eccessive effusioni del sentimento, per le reciproche testimonianze di cortesia. È un uomo capace di amare e odiare senza mostrarlo, e di giudicare un’impertinenza essere a sua volta amato o odiato.

Se Catherine rappresenta il candore e la libertà, Heathcliff simboleggia piuttosto l’orgoglio e la restrizione data dalla sua bassa estrazione sociale. Lui è l’inferno, il diavolo tentatore che si fa artefice di azioni discutibili pur di raggiungere il suo fine, la detonazione che rende distruttiva anche la sua amata Catherine. I due sono l’una l’opposto dell’altro, eppure si attraggono, si cercano, si annullano. Tutto sembra andare bene fino a quando fra di loro non si frappone la vendetta, la stessa che porterà alla morte della protagonista e, di riflesso, anche dello stesso Heathcliff. Sono una persona in due corpi, carne e spirito che si incontrano in una sola anima e allo stesso tempo si ritraggono. Questa è la storia di un amore un po’ atipico che troverà pace solamente sul finale, ma anche delle vite degli altri personaggi che crescono dalle radici dei due protagonisti. Ne sono un esempio Cathy e Hareton, i quali seguono il percorso inverso dei loro predecessori: passano dalla tensione alla “stabilità”, ma soprattutto sembrano imparare dagli errori di cui non sono colpevoli e che vivono comunque sulla loro pelle. Ma perché Catherine e Heathcliff non sono stati in grado di abbattere lo stesso muro? Semplice: sono guidati dalla pura irrazionalità, quella di un amore confuso e forte che non ha bisogno di regole, solo di gesti estremi. Emily Brontë, però, fa molto di più: prende questa irrazionalità e la ribalta totalmente creando un romanzo strutturato in maniera razionale, a partire da quei 34 capitoli occupati per metà dalle due generazioni di personaggi e a cui aggiunge un prologo e un epilogo della stessa lunghezza.

Mia sorella Emily non era persona di carattere espansivo, né una nei recessi della cui mente e animo anche coloro che le erano più vicini e più cari potessero entrare impunemente senza il suo consenso […]. Nella natura di Emily sembravano incontrarsi gli estremi del vigore e della semplicità. Sotto una cultura non sofisticata, gusti semplici e un’esteriorità senza pretese, covava un segreto potere e un fuoco che avrebbe potuto illuminare il cervello e accendere le vene di un eroe […]. La sua volontà non era molto malleabile, e in generale andava contro il suo interesse. Il suo temperamento era magnanimo, il suo spirito assolutamente inflessibile.

Riflettendo su questa nota scritta dalla sorella Charlotte Brontë, sorge spontaneo chiedersi una cosa: quanto di Emily stiamo leggendo in Wuthering Heights? Forse tanto – come il parallelismo tra Hindley Earnshaw e Branwell, rispettivamente fratelli di Catherine e Emily, che sperimentano entrambi i problemi dell’alcool – o almeno stiamo entrando in contatto con i suoi desideri più reconditi, quelli che una morte precoce (avvenuta il 19 dicembre del 1848) non le ha permesso di vivere appieno. Il suo carattere sembra proprio essere a metà tra quello di Catherine e Heathcliff, sebbene la Brontë, da abile scrittrice, sia stata in grado di esasperarlo per creare due personaggi intramontabili della letteratura.

Per saperne di più:

Cime tempestose - E. Brönte

Titolo: Cime tempestose
Autore: Emily Brontë
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 428 pagine
Prezzo: 9,50 euro
Trama: Un romanzo in cui domina la violenza sugli uomini, sugli animali, sulle cose, scandito da scatti di crudeltà sia fisica sia, soprattutto, morale. Un romanzo brutale e rozzo – sono gli aggettivi utilizzati dalla critica dell’epoca – che scuoteva gli animi per la sua potenza e la sua tetraggine e che narra il consumarsi di un’inesorabile (sino a un certo punto) vendetta portata avanti con fredda meticolosità dal disumano Heathcliff. ‘Cime tempestose’ è un romanzo selvaggio, originale, possente, si leggeva in una recensione della ‘North American Review’, apparsa nel dicembre del 1848, e se la riuscita di un romanzo dovesse essere misurata unicamente sulla sua capacità evocativa, allora “Wuthering Heights” può essere considerata una delle migliori opere mai scritte in inglese. Tomasi di Lampedusa esprimeva il suo entusiastico e ammirato giudizio su Cime tempestose: ‘Un romanzo come non ne sono mai stati scritti prima, come non saranno mai più scritti dopo. Lo si è voluto paragonare a Re Lear. Ma, veramente, non a Shakespeare fa pensare Emily, ma a Freud; un Freud che alla propria spregiudicatezza e al proprio tragico disinganno unisse le più alte, le più pure doti artistiche. Si tratta di una fosca vicenda di odi, di sadismo e di represse passioni, narrate con uno stile teso e corrusco spirante, fra i tragici fatti, una selvaggia purezza.
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Appuntamento con l’autore: Philip Roth

Philip Roth

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Nato a Newark nel 1933 da una famiglia ebrea di umili origini, Philip Milton Roth ha abbandonato presto il piccolo paese di provincia per inseguire le sue ambizioni culturali. Infatti, dopo aver conseguito una laurea in Letteratura inglese presso la Bucknell University nel 1954 e poi un master all’Università di Chicago nel 1955, ha cominciato a dedicarsi alla scrittura professionale che, con il tempo, gli ha fatto conquistare numerosi riconoscimenti prestigiosi (tra cui il Pulitzer nel 1998 per American Pastoral e il Premio Franz Kafka nel 2001), ma mai il premio Nobel a cui è stato candidato diverse volte. È inevitabile pensare a quanto tale notizia risulti “ingiusta” proprio oggi, giorno della sua morte, mentre poche settimane fail rinomato evento è stato cancellato a causa dell’ennesimo scandalo molestie e il tutto ha l’aria di essere il brutto scherzo di un destino che ha sbagliato le tempistiche. Ma la grandezza di Philip Roth è in grado di prescindere da tutto questo, a maggior ragione se si pensa a quanto sia stata influente la sua scrittura nella società contemporanea, quasi sempre perlustrata nel profondo e portata tra le pagine dei suoi romanzi nella sua forma più schietta. La realtà americana da una parte e il suo essere ebreo dall’altra, tra suoi scritti più importanti possiamo citare il suo esordio letterario Addio, Columbus e cinque racconti (1959), il capolavoro “scandaloso” Lamento di Portnoy (1969), la sperimentazione di satira politica La nostra gang (1971), fino ad arrivare ai recenti Pastorale americana (1997), Ho sposato un comunista (1998), La macchia umana (2000), che insieme formano una trilogia, poi ancora Il complotto contro l’America (2004) e Nemesi (2010).

Certo, i romanzi di Philip Roth non sono consolatori: che si tratti di vicende collettive o di piccoli drammi personali, le sue storie sono di una sincerità spietata. Lui stesso, d’altronde, ha sempre ritenuto che prendersi cura dei lettori non sia un dovere dello scrittore: la letteratura non è che un altro aspetto di una vita in cui ogni persona è chiamata a occuparsi di se stessa, senza che lo debbano fare altri al posto suo. (da Il Libraio)

La vita è senza dubbio l’elemento che più compare nei romanzi di Philip Roth: che si tratti della sua o di quella degli altri, in maniera centellinata o evidente, i cenni autobiografici sembrano essere un elemento inalienabile della sua scrittura, tant’è che sono frequenti nei suoi romanzi i riferimenti alle scene di vita quotidiana e alle storie che scorrono sotto gli occhi ogni giorno. Un attento osservatore della realtà, quindi, ma anche di una società che sembra riscrivere il presente in relazione a un passato che ripropone continuamente le stesse dinamiche: un esempio su tutti è l’estremizzazione descritta ne Il complotto contro l’America attraverso lo slogan “America First”, raccontata nel 2004 e ritornata inconsapevolmente (ma anche tristemente) in auge proprio in questi anni con Donald Trump. La fede ebraica – di cui andava orgoglioso – le analisi morali, le tematiche politico-sociali: questi gli argomenti che più spiccano nella sua produzione letteraria che consta più di trenta romanzi, tutti sapientemente pensati e frutto di un attività vista più come uno “sforzo”, una missione, piuttosto che come un hobby.

Nel 2010 in Why Write? avevo la convinzione che non avrei più potuto fare meglio. Credo che ogni talento, per quanto proficuo, abbia i suoi limiti. Non si può essere fruttuosi per sempre. Ho vissuto 50 anni in una stanza silenziosa come il fondo di una piscina, in preda ad emozioni contrastanti, in una tremenda solitudine. (dal New York Times)

Dopo aver dichiarato di aver dedicato una vita alla scrittura e alla ricerca del “meglio” che poteva fare, nel 2012 Roth ha ufficialmente annunciato il suo ritiro dalle scene della Narrativa contemporanea (con la disposizione che i suoi archivi venissero distrutti alla sua morte). Un’uscita che, oggi più che mai, ci fa sentire fortemente la mancanza della sua abile “penna” e della sua mordace franchezza. Quasi profetiche le parole rilasciate in una delle sue recenti interviste:

Ogni mattino al risveglio penso: Sono sopravvissuto un’altra notte. Vado a dormire sorridendo e mi sveglio sorridendo. È come un bel gioco d’azzardo, ogni giorno alzo la posta e vinco, vinco ancora. Sono ancora qui e mi illudo che possa durare per sempre. Vedremo quanto durerà la mia fortuna. (dal New York Times)

Per saperne di più:

Lasciar andare - P. Roth

Titolo: Lasciar andare
Editore: Einaudi
Lunghezza: 748 pagine
Prezzo: 24 euro
Trama: “In quel periodo ero sottotenente d’artiglieria, di stanza in un angolo desertico e sperduto dell’Oklahoma, e il mio unico legame col mondo dei sentimenti non era il mondo stesso, ma Henry James, che da qualche tempo avevo cominciato a leggere”. Congedato poco tempo prima dall’esercito, ancora scosso dalla recente morte della madre, libero dai vecchi legami e ansioso di crearsene nuovi, Gabe Wallach entra nell’orbita di Paul Herz, un compagno di studi, e di Libby, la malinconica moglie di Paul. Il desiderio di Gabe di mettere in relazione l’ordinato “mondo dei sentimenti” che ha conosciuto nei libri con il mondo reale si scontra prima con gli sforzi degli Herz di fare i conti con le difficoltà della vita adulta e poi con le sue stesse relazioni sentimentali. La volontà di Gabe di essere una persona seria, responsabile e generosa col prossimo viene messa alla prova dal rapporto con Martha Reganhart, una donna divorziata, madre di due bambini, vivace, senza peli sulla lingua. La complessa relazione di Gabe e Martha, e la spinta di Gabe a risolvere i problemi degli altri sono al centro di questo primo, ambizioso romanzo, di Philip Roth: ambientato negli anni Cinquanta, tra Chicago, New York e Iowa City, è il ritratto di un’America definita da vincoli sociali ed etici profondamente diversi da quelli di oggi.
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Lamento a Portnoy - P. Roth

Titolo: Lamento di Portnoy
Editore: Einaudi
Lunghezza: 220 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Alex Portnoy ha trentrè anni ed è commissario aggiunto della Commissione per lo sviluppo delle risorse umane del Comune di New York. Nel lavoro è abile, intransigente, stimato. Il libro riporta il monologo di Alex che, dall’analista ripercorre la sua vita per capire perché è travolto dai desideri che ripugnano alla “mia coscienza e da una coscienza che ripugna ai miei desideri”.
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Pastorale americana

Titolo: Pastorale americana
Editore: Einaudi
Lunghezza: 462 pagine
Prezzo: 14 euro

Trama: Seymour Levov è un ricco americano di successo: al liceo lo chiamano “lo Svedese”. Ciò che pare attenderlo negli anni Cinquanta è una vita di successi professionali e gioie familiari. Finché le contraddizioni del conflitto in Vietnam non coinvolgono anche lui e l’adorata figlia Merry, decisa a portare la guerra in casa, letteralmente. Un libro sull’amore e sull’odio per l’America, sul desiderio di appartenere a un sogno di pace, prosperità e ordine, sul rifiuto dell’ipocrisia e della falsità celate in quello stesso sogno.
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Il complotto contro l'America - P. Roth

Titolo: Il complotto contro l’America
Editore: Einaudi
Lunghezza: 431 pagine
Prezzo: 13,50 euro
Trama: Quando l’eroe dell’aviazione Charles A. Lindebergh, rabbioso isolazionista e antisemita, sconfigge Franklin Roosevelt alle elezioni presidenziali del 1940, la paura invade ogni famiglia ebrea americana, soprattutto quella del piccolo Philip, investita dalla violenza del pogrom che si scatena. Roth parte da questo antefatto di fantastoria per raccontare cosa accadde a Newark alla sua famiglia, e a un milione di famiglie come la sua, durante i minacciosi anni Quaranta, quando i cittadini ebrei americani avevano buoni motivi per temere il peggio.
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Nemesi - P. Roth

Titolo: Nemesi
Editore: Einaudi
Lunghezza: 182 pagine
Prezzo: 11 euro
Trama: Al centro di “Nemesi” c’è un animatore di campo giochi vigoroso e solerte, Bucky Cantor, lanciatore di giavellotto e sollevatore di pesi ventitreenne che si dedica anima e corpo ai suoi ragazzi e vive con frustrazione l’esclusione dal teatro bellico a fianco dei suoi contemporanei a causa di un difetto della vista. Ponendo l’accento sui dilemmi che dilaniano Cantor e sulla realtà quotidiana cui l’animatore deve far fronte quando nell’estate del 1944 la polio comincia a falcidiare anche il suo campo giochi, Roth ci guida fra le più piccole sfaccettature di ogni emozione che una simile pestilenza può far scaturire: paura, panico, rabbia, confusione, sofferenza e dolore. Spostandosi fra le strade torride e maleodoranti di una Newark sotto assedio e l’immacolato campo estivo per ragazzi di Indian Hill, sulle vette delle Pocono Mountains – la cui “fresca aria montana era monda d’ogni sostanza inquinante” -, “Nemesi” mette in scena un uomo di polso e sani principi che, armato delle migliori intenzioni, combatte la sua guerra privata contro l’epidemia. Roth è di una tenera esattezza nel delineare ogni passaggio della discesa di Cantor verso la catastrofe, e non è meno esatto nel descrivere la condizione infantile.
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Appuntamento con l’autore: Virginia Woolf

Virginia Woolf

Immagine presa dal web

Non c’è cancello, nessuna serratura, nessun bullone che potete regolare sulla libertà della mia mente.

Nata a Londra il 25 gennaio del 1882 – ben centotrentasei anni fa – Virginia Woolf è stata una scrittrice, saggista e attivista britannica, protagonista di spicco del Novecento e soprattutto simbolo di innovazione e cambiamento; una donna che ha fatto delle donne il suo maggiore soggetto e destinatario. Adeline Virginia Stephen, questo il suo nome completo alla nascita, era figlia del critico letterario Leslie Stephen e della modella Julia Prinsep-Stephen. Come capitò a molte donne della sua epoca, le fu preclusa la possibilità di frequentare i luoghi etichettati come prettamente maschili e perciò di partecipare alle maggiori attività culturali, ecco perché lei e la sorella Vanessa ricevettero la loro istruzione dentro le mura di casa. Questo però non impedì a Virginia di essere una “self-made woman”, complice anche il fatto che godette di interessantissime lezioni private e anche della fornitissima biblioteca del padre. Insieme al fratello (in totale ne ebbe due, senza contare i fratellastri e le sorellastre del primo matrimonio dei genitori) fondò l’Hyde Park Gate News, un piccolo giornale familiare che raccoglieva soprattutto storie inventate, per poi raggiungere con il tempo anche il circolo intellettuale Bloomsbury Group e un supplemento letterario del Times. La sua più grande fortuna fu quella di crescere in una famiglia particolarmente “elastica” e culturalmente attiva: attraverso le letture e le pubblicazioni, infatti, entrò in contatto con personaggi del calibro di James Joyce, Jane Austen, George Eliot, le sorelle Brontë, Italo Svevo e Sigmund Freud, delle personalità che influenzarono fortemente anche la sua scrittura.

L’unico consiglio che una persona può dare a un’altra sulla lettura è di non accettare consigli, di seguire il proprio istinto, di usare la propria testa, di arrivare alle proprie conclusioni.

Nella sua vita ebbe delle sentitissime storie d’amore con donne che presero vita tra le pagine della sua attività letteraria, ma nel 1912 sposò ufficialmente Leonard Woolf, un attivista politico grazie al quale si avvicinò ai gruppi delle Suffragette e si fece portavoce di importanti questioni del periodo. Probabilmente fu proprio in questi anni che maturò i suoi ideali femminili e rifletté sulla situazione maschilista della società in cui viveva, un tema che ha riportato soprattutto in opere come Una stanza tutta per sé (1929), un saggio-studio sulla storia letteraria della donna e la necessità di renderla partecipe della cultura a tutti gli effetti, e Orlando (1928), uno scritto dedicato al suo rapporto sentimentale tormentato con la poetessa Vita Sackville-West e strutturato secondo una biografia che copre quattro secoli diversi. Oltre a questi testi, di Virginia Woolf si ricordano anche La signora Dalloway (1925), Gita al faro (1927), Le onde (1931), Tra un atto e l’altro (1941), ma anche saggi e racconti brevi come Il lettore comune (1925-32) e Una società (1921), Il nuovo abito (1924), Una casa infestata (1944). Sulla scia di Proust e Joyce riuscì ad elaborare uno stile di scrittura unico nel suo genere che ancora oggi la rendono un’autrice profondamente “moderna”: non solo per quanto riguarda la sua prosa lirica ed elaborata, ma anche per quello che viene chiamato “flusso di coscienza”, ossia una tecnica di dialogo interiore che fa leva soprattutto sulla psicologia e l’essenza di ogni personaggio che porta in vita nelle sue pagine.

Ognuno ha il proprio passato chiuso dentro di sé come le pagine di un libro imparato a memoria e di cui gli amici possono solo leggere il titolo.

Scrittrice indipendente e sagace, ma anche intimamente fragile: a partire dal precoce lutto della madre con la quale ebbe un forte legame, fino a passare alla perdita del padre e agli abusi dei fratellastri, la Woolf passò anche un’esistenza piuttosto turbata a livello psicologico, vittima spesso di nevrosi e di disturbi bipolari. Queste “ferite” sono emerse prepotentemente anche nelle sue opere, quasi sempre combattute tra forza e dolore, vita e morte. Come uno scricchiolio di foglie secche su un prato verde, così è stata anche la sua personalità: anticonformista, poetica e sentimentale, perfettamente capace di unire le inquietudini e le difficoltà di un sistema sociale votato alla diseguaglianza con un’esistenza sempre vissuta nel massimo della sua libertà. Questo anche nel giorno della sua morte quando, riempiendosi le tasche di sassi, si lasciò affogare nel fiume Ouse, senza però dimenticare l’affetto per il marito a cui dedicò un ultimo e toccante ricordo d’addio. Aveva 59 anni.

Carissimo, sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai lo so. Vedi non riesco neanche a scrivere questo come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi.

Per saperne di più: 

La crociera

Titolo: La crociera
Editore: Newton Compton Editori
Lunghezza: 308 pagine
Prezzo: 12,90 euro 

Trama: La crociera è stata definita la “storia di un rito di passaggio”, un romanzo di formazione al femminile in cui la protagonista s’inoltra in un viaggio che è al tempo stesso scoperta della propria identità di donna e d’artista e confronto col mondo. Primo vero romanzo della Woolf, anticipa già molti dei motivi che si ritroveranno nella narrativa della maturità: il tema dell’artista e del suo rapporto col mondo, lo scarto tipicamente modernista tra il piano dell’esperienza esterna e quello dell’avventura interiore, l’ironia nei confronti delle convenzioni sociali. Sul piano formale ha inizio la ricerca di colmare il vuoto lasciato da convenzioni narrative ormai incapaci di esprimere una nuova visione del mondo e sono proposte nuove forme espressive.
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La signora Dalloway - V. Woolf

Titolo: La signora Dalloway
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 206 pagine
Prezzo: 9 euro
Trama: Un mercoledì di metà giugno del 1923 Clarissa Dalloway, moglie di un deputato conservatore alla Camera dei Lords, esce per comprare dei fiori per la festa che la sera riunirà nella sua casa una variopinta galleria di personaggi. Tra gli altri: Peter Walsh, l’amante respinto, appena tornato dall’India, e l’amica tanto amata, più di ogni uomo, Sally Seton. Per le strade di Londra passeggia anche Septimus Warren Smith, il deuteragonista del romanzo. Nulla sembra legare i due, se non la città di Londra. Clarissa ha cinquant’anni, è ricca. Septimus ne ha appena trenta, è povero e traumatizzato dall’esperienza feroce e violenta della guerra, in cui ha perduto non solo l’amico Evans, ma ogni pace. Eppure i due, senza mai incontrarsi, semplicemente sfiorando gli stessi luoghi, comunicano. Con sapienza straordinaria Virginia Woolf, giunta con questo al suo quarto romanzo, tesse il filo sottile di corrispondenze, echi, emozioni che creano un’opera di grande intensità. Dove un uomo e una donna sconosciuti l’uno all’altra sono accomunati dallo stesso amore e terrore della vita, che li porterà, nell’accettazione (femminile) o nel rifiuto (maschile), ad affermarne comunque l’inestimabile valore.
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Gita al faro - V. Woolf

Titolo: Gita al faro
Editore: BUR
Lunghezza: 280 pagine
Prezzo: 10 euro
Trama: In una sera del settembre del 1914, la famiglia Ramsay, in vacanza in una delle isole Ebridi, decide di fare l’indomani una gita al faro con alcuni amici. Per James, il figlio più piccolo, quel luogo è una meta di sogno, denso di significati e di misteri. La gita viene però rimandata per il maltempo. Passano dieci anni, la casa va in rovina, molti membri della famiglia sono morti. I Ramsey sopravvissuti riescono a fare la gita al faro, mentre una delle antiche ospiti finisce un quadro iniziato dieci anni prima. Passato e presente si intrecciano, il tempo assume un diverso significato.
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Orlando - V. Woolf

Titolo: Orlando
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 264 pagine
Prezzo: 10 euro
Trama: Orlando è stato scritto nel 1928 e dedicato alla poetessa (e grande giardiniera) Vita Sackville-West, di cui per un certo periodo Virginia Woolf fu amante, tanto da far dire al figlio di Vita Sackville-West che questo romanzo è «la più lunga lettera d’amore della storia». Al centro della narrazione le mirabolanti avventure di Orlando, giovane e melanconico cortigiano dell’epoca di Elisabetta I, il quale nel corso di quasi quattro secoli non solo si troverà a vivere diverse vite, in varie e suggestive epoche storiche, ma anche a cambiare sesso, diventando così una donna, dopo un sonno di sette giorni consecutivi, in quel di Istanbul. Aggregata a una carovana di zingari, avrà modo poi di tornare a Londra, rivivendo così dapprima le atmosfere di inizio Settecento, dei tempi della regina Anna, e in seguito del Romanticismo, fino ai primordi degli anni venti del Novecento, sempre all’inseguimento del vero amore e del senso profondo della poesia.
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Una stanza tutta per sé - V. Woolf

Titolo: Una stanza tutta per sé
Editore: Mondadori
Lunghezza: 151 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Splendido esempio di saggio narrativo, “Una stanza tutta per sé affronta” – in modo ironico e pieno di vita, di ragione e senso critico nutrito dalla forza delle emozioni – il tema della creatività femminile. In toni amari e risentiti contro i privilegi maschili, Virginia Woolf esprime una genuina indignazione per il ruolo subalterno cui era costretta la donna del suo tempo, e in particolare la donna intellettuale. Lucida analisi dell’essere scrittrice in una società le cui convenzioni riducono la donna al ruolo di madre, sorella o figlia, la Woolf va alla ricerca di un punto di equilibrio interiore, di un momento di bellezza e verità assolute, intessendo un colloquio ideale con grandi scrittori.
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