“Alla ricerca del piatto perduto”: cous cous “in rosso” e vegetariano

Cous cous

Valentina Zanotto

Ingredienti (per 2 persone):
300 g di cous cous (anche precotto)
Acqua (o brodo vegetale, se lo avete)
Verdure miste (io ho usato melanzane, zucchine, cipollotti e pomodoro)
1 vasetto di salsa di datterini
2 pomodori “cuore di bue”
Sale e pepe q.b.
Olio e.v.o.

Preparazione:
Per prima cosa occuparsi delle verdure: tagliare a rondelle i cipollotti e le zucchine, poi a cubetti le melanzane (ma prima ridurle a fette e coprirle con qualche pizzico di sale per farle spurgare un po’). Il “cuore di bue” servirà sia come ingrediente che come “contenitore” del cous cous, per questo svuotarlo delicatamente e mettere la sua polpa spezzettata da parte.

Per fare il cous cous basterà mettere la parte desiderata in un recipiente, mescolarlo con dell’olio e poi coprirlo con dell’acqua salata portata a bollore (o del brodo). Per evitare che il calore si disperda e che il cous cous non si gonfi bene, vi consiglio di avvolgerlo con della carta d’alluminio. Dovrà rimanere così, senza  essere toccato, per 5-7 minuti, poi si potrà sgranare con una forchetta o con le mani.

Mettere un filo d’olio in una padella e poi il cipollotto, quindi tutte le altre verdure: prima le melanzane, poi le zucchine e infine il pomodoro, lasciare insaporire per bene e poi rovesciare anche la salsa di datterini. Dopo che le verdure si saranno ammorbidite, rovesciare il cous cous nella padella e mescolare. Servirlo all’interno dei “cuore di bue” precedentemente svuotati.

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro:

A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose l’uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi sfuggono, cercando altri sguardi, non si fermano. […] Una vibrazione lussuriosa muove continuamente Cloe, la più casta delle città. Se gli uomini e donne cominciassero a vivere i loro effimeri sogni, ogni fantasma diventerebbe una persona con cui cominciare una storia d’inseguimenti, di finzioni, di malintesi, d’urti, di oppressioni, e la giostra delle fantasie si fermerebbe.

Ho provato a rendere questo piatto – solo all’apparenza semplice e povero – un po’ diverso dal solito, come accade con un libro che pensiamo sia scontato e invece non lo è per niente. Le città invisibili di Italo Calvino è proprio così: una lettura fatta di parole e sorprese, nessuna uguale all’altra, in cui ciascun significato o nome è continuamente riproposto sotto altre sembianze. Il cous cous è un piatto che può essere interpretato come si vuole, a seconda dei propri gusti, come i viaggi di Marco Polo che trovano realizzazione nella mente del lettore e dell’imperatore Kublai Khan.

Le città invisibili - Italo Calvino

Titolo: Le città invisibili
Autore:
Italo Calvino
Editore:
Mondadori
Lunghezza:
216 pagine
Prezzo:
12 euro
Trama:
 Le città invisibili si presenta come una serie di relazioni di viaggio che Marco Polo fa a Kublai Kan imperatore dei Tartari. A questo imperatore melanconico, che ha capito che il suo sterminato potere conta ben poco perché tanto il mondo sta andando in rovina, un viaggiatore visionario racconta di città impossibili. Quello che sta a cuore al mio Marco Polo è scoprire le ragioni segrete che hanno portato gli uomini a vivere nelle città, ragioni che potranno valere al di là di tutte le crisi. Le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni d’un linguaggio; le città sono luoghi di scambio, come spiegano tutti i libri di storia dell’economia, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 10,20 euro)

Sono affiliata ad Amazon e negli articoli ho aggiunto dei rimandi proprio a questo sito. Per ogni acquisto che farete seguendo i riferimenti che ho messo (oppure partendo da questo link generico), percepirò una commissione del 10% (massimo), ricavato che servirà per mantenere il mio sito o acquistare libri. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro supporto.

“Alla ricerca del piatto perduto”: Mafalde corte con pesto di pomodori secchi, fiori di zucchina e Feta

Mafalde corte con pesto di pomodori secchi, fiori di zucchina e Feta.JPG

Valentina Zanotto

Ingredienti (per 4 persone):
320 g di “Mafalde corte” (io le ho prese integrali)

15-20 fiori di zucchina
20 g di formaggio Feta
Olio e.v.o. e sale q.b.

Per il pesto di pomodori secchi:
1 vasetto di pomodori secchi (da sgocciolare)
5 noci
Un bicchiere scarso di acqua
Qualche foglia di basilico
Olio e.v..o.

Preparazione:
Lavare i fiori di zucchina e privarli del pistillo interno, quindi tagliarli a striscioline e farli scottare velocemente in padella con un filo di olio e un pizzico di sale (salvarne qualcuno intero per la decorazione del piatto).

Per fare il pesto, mettere in un recipiente dai bordi abbastanza alti una confezione di pomodori secchi (se sott’olio scolarli bene), qualche gheriglio di noce, un filo abbondante di olio e.v.o., mezzo bicchiere di acqua e delle foglie di basilico: frullare tutto con il minipimer fino a ottenere un composto liscio e omogeneo.

Cuocere le “Mafalde corte” in acqua salata e scolarla al dente, poi buttarla nella stessa padella dei fiori di zucchina per insaporirla un po’. Aggiungere anche il pesto di pomodorini secchi e mescolare bene. Come ultimo tocco, servire il piatto di pasta con della Feta sbriciolata sopra e un fiore di zucchina lasciato per intero.

Grado di difficoltà:
Due forchette su tre (media)

Se fosse un libro:

Lui tornerà ad essere un estraneo dopo che avrete fuso le vostre vite in una sola, vi siete confidati i segreti più nascosti e avrete abbattuto il muro di qualunque pudore. Sarete due estranei anche se conoscete il ritmo del vostro sonno, i vostri odori, le vostre abitudini. Due estranei che si conoscono meglio di chiunque altro e le cui vite non si incroceranno mai più se non per caso.

Personalmente adoro i pomodori secchi, la Feta e i fiori di zucchina, per questo ci tenevo troppo a fare un piatto che unisse questi ingredienti e, allo stesso tempo, risultasse leggero per l’estate che avanza pian piano. Il risultato non solo è stato una pasta saporita e “colorata”, ma anche una ricetta particolarmente facile da fare in grado di unire la particolarità e il gusto. Non so se è per la sua – quasi – ricercatezza, ma mi ricorda tanto lo stile di scrittura di Alessandro Baricco, soprattutto quello di Oceano mare, un libro con uno stile elaborato e suggestivo capace di incantare il lettore e catturarlo con le sue frasi profonde come il mare. Poi una “Mafalda” tira l’altra, e se siete come me vi ritroverete a leggere i libri di Baricco tutti di seguito.

Oceano mare - A. Baricco

Titolo: Oceano mare
Autore: 
Alessandro Baricco
Editore:
Feltrinelli
Lunghezza:
9 euro
Prezzo:
224 pagine
Trama:
 “Oceano mare” racconta del naufragio di una fregata della marina francese, molto tempo fa, in un oceano. Gli uomini a bordo cercheranno di salvarsi su una zattera. Sul mare si incontreranno le vicende di strani personaggi. Come il professore Bartleboom che cerca di stabilire dove finisce il mare, o il pittore Plasson che dipinge solo con acqua marina, e tanti altri individui in cerca di sé, sospesi sul bordo dell’oceano, col destino segnato dal mare. E sul mare si affaccia anche la locanda Almayer, dove le tante storie confluiscono. Usando il mare come metafora esistenziale, Baricco narra dei suoi surreali personaggi, spaziando in vari registri stilistici.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 7,65 euro)

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“Niente di nuovo sul fronte occidentale”: le speranze di una generazione che vanno in frantumi

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Valentina Zanotto

Si possono contare sulle dita di due mani i libri che sono stati davvero in grado di descrivere le atrocità dei conflitti mondiali, e Niente di nuovo sul fronte occidentale (titolo originale: Im Westen nichts Neues) è tra questi. Scritta dall’autore tedesco Erich Maria Remarque (nato proprio il 22 giugno, ma del 1898), quest’opera datata 1929 non descrive solamente una guerra disumana – la prima, come tutte – vista dalla prospettiva di un ragazzino diciottenne, ma anche il crollo delle aspettative di un’intera generazione che aveva riposto nello “scontro” e nel combattimento un tentativo di riscatto nei confronti di un mondo che stava radicalmente cambiando sotto ai loro occhi.

Dovevano essere per noi diciottenni tutori e guide all’età virile, condurci al mondo del lavoro, al dovere, alla culture e al progresso; insomma all’avvenire. Noi li prendevamo in giro e talvolta facevamo loro dei piccoli scherzi, ma in fondo credevamo a ciò che ci dicevano. Al concetto dell’autorità di cui erano rivestiti, si univa nelle nostre menti un’idea di maggior saggezza, di più umano sapere. Ma il primo morto che vedemmo mandò in frantumi questa convinzione.

Questo libro è “enigmatico” già a partire dalle curiosità che lo riguardano. Niente di nuovo sul fronte occidentale, infatti, non solo fu pubblicato dall’autore sotto pseudonimo per onorare la madre e le origini della famiglia (il vero nome, in realtà, sarebbe Erich Paul Remark), ma durante il periodo nazista venne addirittura messo al bando e bruciato – insieme a molte altre opere – perché additato di propagandare ideali del tutto contrari al regime dittatoriale; un allontanamento riservato anche a Remarque, che più volte venne accusato di avere delle origini ebree-francesi e di nascondere la sua vera identità. Del resto, poco di eroico è stato scritto in questo libro, piuttosto la cronaca di una disfatta anti-patriottica che condannava in toto la guerra e le sue crudeltà. Forse è anche per questo che l’autore faticò molto prima di riuscire a trovare un editore disposto a pubblicare il romanzo: in quel periodo, chi mai avrebbe avuto il coraggio di mandare alle stampe e diffondere un racconto con delle opinioni simili?

In dieci settimane ci addestrarono alla vita militare, e in questo periodo ci trasformarono più profondamente che non in dieci anni di scuola. Imparammo che un bottone è più importante che quattro volumi di Schopenhauer. […] Con i nostri giovani occhi aperti vedemmo come il classico concetto di patria, che ben diversamente ci era stato insegnato dai nostri maestri, si realizzava per il momento in una rinuncia alla personalità, cosa che mai si sarebbe osato imporre alla più umile persona di servizio. Saluto, attenti, passo di parata, presentat’arm, fianco dest’, fianco sinist’, battere i tacchi, sgridate a mille piccole torture. Ci eravamo figurati diversamente il nostro compito e scoprimmo che ci stavano preparando all’eroismo come cavalli da circo; ma finimmo con l’abituarci.

La storia è anti-eroica, ma anche autobiografica: Remarque, infatti, partito come volontario durante la Prima guerra mondiale a soli 18 anni, al ritorno tradusse le delusioni e le ferite interiori di quell’esperienza proprio dentro questo romanzo e con le sembianze di Paul Braumër, studente arruolatosi anche sotto le pressioni del suo insegnante Kantorek. Questa è un’opera singolare e commovente a cui poi l’autore ne fece seguire altre dal tema simile, tra cui La via del ritorno, il cui protagonista è proprio Tjaden, l’unico che riuscirà a sopravvivere al primo conflitto mondiale raccontato in Niente di nuovo sul fronte occidentale.

Questo libro non vuol essere né un atto d’accusa né una confessione. Esso non è che il tentativo di raffigurare una generazione la quale – anche se sfuggì alle granate – venne distrutta dalla guerra.

Quello che ne è derivato non è solo il racconto di una tragedia annunciata, ma anche la cronaca di una vita di guerra piuttosto difficile e impersonale in cui ogni oggetto è utile per la sopravvivenza e gli affetti si trasformano in qualcosa di non indispensabile: alla fine, sarebbe una ferita doppia perdere un soldato e anche un amico, proprio come è capitato al protagonista. Giorno dopo giorno, l’esperienza bellica appare proprio tutto il contrario di quello che è stato inculcato a delle menti giovani e probabilmente ancora decisamente fragili, incapaci di uccidere e così vulnerabili da essere uccisi.

Per me il fronte è un orribile gorgo. Mentre si è ancora lontani, là dove le acque sono ancora tranquille, già si sente che assorbe, che attira, con una forza lenta, invincibile, che distrugge senza fatica ogni tua resistenza. A nessuno la terra è amica quanto al fante. Quando egli vi si aggrappa, lungamente, violentemente; quando col volto e con le membra in lei si affonda nell’angoscia mortale del fuoco, allora essa è il suo unico amico, gli è fratello, gli è madre; nel silenzio di lei egli soffoca il suo terrore e i suoi gridi, nel suo rifugio protettore essa lo accoglie, poi lo lascia andare, perché viva e corra per altri dieci secondi, e poi lo abbraccia di nuovo, e spesso per sempre. Terra, terra, terra.

Nel mondo della trincea non c’è tempo per abbassare la guardia, ma in quei momenti di lontananza e abbandono la “vecchia” vita che si è lasciato – e che potrebbe non tornare più – bussa prepotentemente alla porta di tutti, soprattutto del protagonista, quasi come se fosse un ricordo nostalgico destinato a sfumare in nebbia. Quel sogno di diventare scrittore, quella camera piena di libri, i testi di scuola, non sono solo la materializzazione della speranza giovanile di Paul Braumër, ma anche il simbolo di un futuro che è stato sostituito dall’incertezza del domani.

Nella mia camera, dietro il tavolo, c’è un sofà di cuoio scuro: mi siedo.
Alle pareti sono fissate con puntine molte immagini che ho ritagliato un tempo da riviste illustrate, e cartoline e disegni che mi erano piaciuti. Nell’angolo c’è una piccola stufa di ferro. Sullo scaffale di fronte lo scaffale con i miei libri.
Qui ho vissuto prima di diventare un soldato. Quei libri me li sono comperati uno a uno con il denaro che guadagnavo dando ripetizioni. Molti sono d’occasione, per esempio i classici; ogni volume, legato in rigida tela azzurra, mi costava un marco e venti. […] Uno comparto del mio scaffale è occupato dai miei libri di scuola. Non sono molto ben conservati, anzi sono molto sgualciti; certe pagine sono strappate, si sa bene per quale uso. Sotto, sono ammucchiati quaderni, carte, lettere, disegni, abbozzi. Voglio cercare di ricordare nei dettagli la vita di allora.

Se da una parte c’è la brutalità, dall’altra si cela invece la casualità (nefasta): che si tratti di contadini, studenti o operai, giovani o vecchi, con una famiglia o senza, la morte non guarda in faccia a nessuno, tantomeno se il conflitto è agli sgoccioli e i tedeschi prossimi alla resa. E’ proprio quando dal Comando Supremo arriva un bollettino che recita “Niente di nuovo sul fronte occidentale” che tutto accade. Paul Braumër abbassa la guardia e il destino lo coglie in fallo, ma la morte appare più come una liberazione piuttosto che come una punizione, la vittoria della libertà sulla prigionia delle trincee e del conflitto. Il finale di questo testo senza tempo è ciò che il lettore – proiettato in una realtà in cui la speranza si spegne pian piano – si immagina:

Paul Braumër cadde nell’ottobre 1918, in una giornata così calma e silenziosa su tutto il fronte, che il bollettino del Comando Supremo si limitava a queste parole: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Era caduto con la testa in avanti e giaceva sulla terra, come se dormisse. Quando lo voltarono si vide che non doveva aver sofferto a lungo: il suo volto aveva un’espressione così serena, quasi che fosse contento di finire così.

Scritto con sensibilità ed emozione, senza dimenticare il peso dell’argomento, questo romanzo non è solo il ricordo di un’esperienza vissuta in prima persona, ma anche il resoconto delle conseguenze di quella che è stata la dura e logorante battaglia in trincea. Qua e là nella trama emergono le abitudini di questo tipo di combattimento, le paure, ma soprattutto il trauma che ha accompagnato la maggior parte dei reduci riusciti a ritornare a casa. C’è tanto da riflettere con Niente di nuovo sul fronte occidentale, e l’amaro che lascia in bocca ne è la dimostrazione: nessuna guerra è giusta, tantomeno quella che gioca sulle speranze e sull’avvenire delle persone. Neanche credere nella bellezza di un futuro migliore è una salvezza.

Parole chiave:

  • Trincea: una “guerra di posizione”, ma anche un luogo in cui le vite e i timori dei soldati si incontrano e si confrontano. 
  • Compagni: alcuni sono gli amici di scuola di Paul Braumër, come Kropp e Müller, mentre altri compaiono nel romanzo, da “veterani”, quasi a dare un sfumatura di esperienza a questa guerra che miete vittime su vittime. Durante la lettura vengono richiamati continuamente ricordi ed esperienze vissuti da tutti.
  • Propaganda: quella in favore della guerra, fatta da chi vedeva in quest’ultima un modo per manifestare l’orgoglio patriottico (come l’insegnante di Braumër), ma anche quella a sfavore. Tutto il romanzo si può leggere, infatti, come un lungo racconto antibellico che trova solo nel finale la sua unica soluzione.
  • Avventura: la guerra non ha nulla di romantico e idealistico, come credono i protagonisti, è solo una sfida a chi resiste di più. «Gli attacchi si alternano ai contrattacchi e, poco a poco, sul terreno devastato, tra le trincee, si ammucchiano i morti.»
  • Film: da questo romanzo è stato tratto anche un film per la televisione, uscito nel 1979 e diretto da Delbert Mann.

Voto: 5 segnalibri su 5

Niente di nuovo sul fronte occidentale - Remarque

Titolo: Niente di nuovo sul fronte occidentale
Autore: Erich Maria Remarque
Editore: Neri Pozza
Lunghezza: 207 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Kantorek è il professore di Bäumer, Kropp, Müller e Leer, diciottenni tedeschi quando la voce dei cannoni della Grande Guerra tuona già da un capo all’altro dell’Europa. Ometto severo, vestito di grigio, con un muso da topo, dovrebbe essere una guida all’età virile, al mondo del lavoro, alla cultura e al progresso. Nelle ore di ginnastica, invece, fulmina i ragazzi con lo sguardo e tiene così tanti discorsi sulla patria in pericolo e sulla grandezza del servire lo Stato che l’intera classe, sotto la sua guida, si reca compatta al comando di presidio ad arruolarsi come volontari. Una volta al fronte, gli allievi di Kantorek – da Albert Kropp, il più intelligente della scuola a Paul Bäumer, il poeta che vorrebbe scrivere drammi – non tardano a capire di non essere affatto “la gioventù di ferro” chiamata a difendere la Germania in pericolo. La scoperta che il terrore della morte è più forte della grandezza del servire lo Stato li sorprende il giorno in cui, durante un assalto, Josef Behm – un ragazzotto grasso e tranquillo della scuola, arruolatosi per non rendersi ridicolo -, viene colpito agli occhi e, impazzito dal dolore, vaga tra le trincee prima di essere abbattuto a fucilate. Nel breve volgere di qualche mese, i ragazzi di Kantorek si sentiranno “gente vecchia”, spettri, privati non soltanto della gioventù ma di ogni radice, sogno, speranza.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 10,20 euro)

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Il colpo dello “Strega”

Premio Strega

Un po’ di storia. «Cominciarono, nell’inverno e nella primavera 1944, a radunarsi amici, giornalisti, scrittori, artisti, letterati, gente di ogni partito unita nella partecipazione di un tema doloroso nel presente e incerto nel futuro. Poi, dopo il 4 giugno, finito l’incubo, gli amici continuarono a venire: è proprio un tentativo di ritrovarsi untiti per far fronte alla disperazione e alla dispersione. Prendiamo tutti coraggio da questo sentirci insieme. Spero che sarà per ognuno un vivido affettuoso ricordo». Così ha scritto Maria Bellonci, una delle ideatrici dello Strega, per raccontare le origini di questo Premio, come se quest’ultimo fosse una favola che al posto del “C’era una volta” prende le mosse da un “Cominciarono”. Sulla scia del Decameron di Boccaccio, in cui dieci giovani si rifugiarono in campagna a raccontare storie per distrarsi – e rifugiarsi – dalla peste, anche gli “amici della domenica” (così chiamati), decisero di far fronte ai tempi duri della Seconda guerra mondiale riunendosi in un gruppo culturale. Era il 1944 e gli intellettuali non potevano ancora immaginarlo, ma quell’incontro informale a casa Bellonci è all’origine di un premio che, a distanza di oltre settant’anni, è diventato il prestigioso riconoscimento che tutti conoscono. Ma perché “Strega”? La risposta è semplice: dal famoso liquore, ma anche in onore di Guido Alberti, l’imprenditore che, insieme alla sua famiglia, fu uno dei primi “sponsor” del concorso e ne contribuì alla diffusione.

Curiosità. Come ogni concorso che si rispetti, anche lo Strega ha le sue polemiche: nel 1986 toccò alla scelta – discussa – di assegnare il premio al romanzo postumo di Maria Bellonci; nel 1989 all’uscita di scena della casa editrice Adelphi (una esclusione volontaria che perdura tuttora); mentre in tempi più recenti alla decisione di prestare attenzione anche alla piccola editoria per non escluderla totalmente dal toto-nomi e non farla “travolgere” così dalla grandi come Mondadori o Einaudi (tante volte vincitrici). Il primo posto al Premio Strega (ma anche la sola selezione dei finalisti) non rappresenta solamente un grosso prestigio personale per l’autore, ma anche un notevole flusso di introiti: è stato calcolato, infatti, che il testo vincitore arrivi addirittura a quintuplicare le vendite, per non parlare del conseguente accrescimento della fama dello scrittore del libro. Soltanto Paolo Volponi ha vinto per ben due volte il Premio Strega, nel 1965 con La macchina mondiale e nel 1991 con La strada per Roma, mentre le votazioni hanno sempre stabilito la vittoria di un solo autore, senza parità. Solo nel 2006 c’è stata un’eccezione: accanto a Caos calmo di Sandro Veronesi, è stata premiata anche la Costituzione Italiana, sebbene in maniera “onoraria” e al di fuori della competizione. Inutile ricordare quanto alcune opere premiate rappresentino – anche a distanza di anni – dei capisaldi intramontabili della letteratura italiana, solo per citarne alcune: L’isola di Arturo di Elsa Morante, Il gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, La ragazza di Bube di Carlo Cassola, La chiave a stella di Primo Levi o Il nome della Rosa di Umberto Eco.

Da qualche ora sono stati ufficialmente resi pubblici i nomi dei cinque finalisti del Premio Strega 2018, il prestigioso riconoscimento assegnato, dal 1947, a un autore o autrice meritevole – il primo fu Ennio Flaiano con Tempo di uccidere – che abbia pubblicato un libro entro i limiti preposti dal concorso (il 1º aprile dell’anno precedente e il 31 marzo dell’anno in corso). Circa due mesi fa, la selezione aveva portato a una griglia di dodici nomi, ridotti poi a cinque super-finalisti nella serata del 13 giugno. Il prossimo appuntamento è fissato per il 5 luglio, data in cui le votazioni sanciranno definitivamente il vincitore dell’ambito premio. 

Helena Janeczek, 256 voti, autrice de La ragazza con la Leica (Guanda); Marco Balzano, 243 voti, con Resto qui (Einaudi); Sandra Petrignani, 200 voti, con La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg (Neri Pozza); Lia Levi, 173 voti, con Questa sera è già domani (e/o); Carlo D’Amicis, 151 voti, con Il gioco (Mondadori). (dal Corriere della Sera)

Nella cinquina anche tre donne, un fatto che non ha mancato di suscitare la soddisfazione di molti: è ormai dal 2003, cioè da Vita di Melania Mazzucco, che una autrice manca la vetta del prestigioso Strega. Prima di lei, solo altre nove: Elsa Morante con l’Isola di Arturo (1957), Natalia Ginzburg con Lessico famigliare (1963), Anna Maria Ortese con Poveri e semplici (1967), Lalla Romano con Le parole tra noi leggere (1969), Fausta Cialente con Le quattro ragazze Wieselberger (1976), Maria Bellonci con Rinascimento privato (1986), Mariateresa Di Lascia con Passaggio in ombra (1995), Dacia Maraini con Buio (1999) e Margaret Mazzantini con Non ti muovere (2002). 

Non va dimenticato che il numero dei votanti ha ormai raggiunto un totale di ben 660 aventi diritto, e che non è semplice prevedere il risultato finale.
Ci si chiede, ad esempio, se da qui al 5 luglio arriveranno le tradizionali polemiche, finora assenti. E se quest’anno una scrittrice tornerà a imporsi allo Strega (l’ultima volta è accaduto nel 2003, con Melania Gaia Mazzucco). In questa edizione sono ben 3 le autrici in cinquina. A proposito di statistiche, in tre delle ultime quattro edizioni ha vinto un autore della casa editrice Einaudi. Quest’anno toccherà ad altri editori?
(da Il Libraio)

Tra i preferiti dei “bookmaker” La ragazza con la Leica della Janeczek e Resto qui di Balzano, ma non si escludono colpi di scena. Una cosa è certa: vincitrice o vincitore, casa editrice affermata o indipendente (ebbene sì, quest’anno il Premio Strega si distingue anche per questo) ci si augura che vengano premiati il migliore e – soprattutto – il talento, il resto, come sempre, lo faranno il “mercato” e i lettori.

La ragazza con la Leica di Helena Janeczek (acquistabile qui al prezzo di 15,30 euro)
Trama: Il 1° agosto 1937 una sfilata piena di bandiere rosse attraversa Parigi. È il corteo funebre per Gerda Taro, la prima fotografa caduta su un campo di battaglia. Proprio quel giorno avrebbe compiuto ventisette anni. Robert Capa, in prima fila, è distrutto: erano stati felici insieme, lui le aveva insegnato a usare la Leica e poi erano partiti tutti e due per la Guerra di Spagna. Nella folla seguono altri che sono legati a Gerda da molto prima che diventasse la ragazza di Capa: Ruth Cerf, l’amica di Lipsia, con cui ha vissuto i tempi più duri a Parigi dopo la fuga dalla Germania; Willy Chardack, che si è accontentato del ruolo di cavalier servente da quando l’irresistibile ragazza gli ha preferito Georg Kuritzkes, impegnato a combattere nelle Brigate Internazionali. Per tutti Gerda rimarrà una presenza più forte e viva della celebrata eroina antifascista: Gerda li ha spesso delusi e feriti, ma la sua gioia di vivere, la sua sete di libertà sono scintille capaci di riaccendersi anche a distanza di decenni. Basta una telefonata intercontinentale tra Willy e Georg, che si sentono per tutt’altro motivo, a dare l’avvio a un romanzo caleidoscopico, costruito sulle fonti originali, del quale Gerda è il cuore pulsante. È il suo battito a tenere insieme un flusso che allaccia epoche e luoghi lontani, restituendo vita alle istantanee di questi ragazzi degli anni Trenta alle prese con la crisi economica, l’ascesa del nazismo, l’ostilità verso i rifugiati che in Francia colpiva soprattutto chi era ebreo e di sinistra, come loro. Ma per chi l’ha amata, quella giovinezza resta il tempo in cui, finché Gerda è vissuta, tutto sembrava ancora possibile.

La ragazza con la Leica - H. Janeczek

Resto qui di Marco Balzano (acquistabile qui al prezzo di 15,30)
Trama: L’acqua ha sommerso ogni cosa: solo la punta del campanile emerge dal lago. Sul fondale si trovano i resti del paese di Curon. Siamo in Sudtirolo, terra di confini e di lacerazioni: un posto in cui nemmeno la lingua materna è qualcosa che ti appartiene fino in fondo. Quando Mussolini mette al bando il tedesco e perfino i nomi sulle lapidi vengono cambiati, allora, per non perdere la propria identità, non resta che provare a raccontare. Trina è una giovane madre che alla ferita della collettività somma la propria: invoca di continuo il nome della figlia, scomparsa senza lasciare traccia. Da allora non ha mai smesso di aspettarla, di scriverle, nella speranza che le parole gliela possano restituire. Finché la guerra viene a bussare alla porta di casa, e Trina segue il marito disertore sulle montagne, dove entrambi imparano a convivere con la morte. Poi il lungo dopoguerra, che non porta nessuna pace. E così, mentre il lettore segue la storia di questa famiglia e vorrebbe tendere la mano a Trina, all’improvviso si ritrova precipitato a osservare, un giorno dopo l’altro, la costruzione della diga che inonderà le case e le strade, i dolori e le illusioni, la ribellione e la solitudine. Una storia civile e attualissima, che cattura fin dalla prima pagina.

Resto qui - M. Balzano

• La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg di Sandra Petrignani (acquistabile qui al prezzo di 15,30 euro)
Trama: Dalla nascita palermitana alla formazione torinese, fino al definitivo trasferimento a Roma, Sandra Petrignani ripercorre la vita di una grande protagonista del panorama culturale italiano. Ne segue le tracce visitando le case che abitò, da quella siciliana di nascita alla torinese di via Pallamaglio – la casa di “Lessico famigliare” – all’appartamento dell’esilio a quello romano in Campo Marzio, di fronte alle finestre di Italo Calvino. Incontra diversi testimoni, in alcuni casi ormai centenari, della sua avventura umana, letteraria, politica, e ne rilegge sistematicamente l’opera fin dai primi esercizi infantili. Un lavoro di studio e ricerca che restituisce una scrittrice complessa e per certi aspetti sconosciuta, cristallizzata com’è sempre stata nelle pagine autobiografiche, ma reticenti, dei suoi libri più famosi. Accanto a Natalia – così la chiamavano tutti, semplicemente per nome – si muovono prestigiosi intellettuali che furono suoi amici e compagni di lavoro: Calvino appunto, Giulio Einaudi e Cesare Pavese, Elsa Morante e Alberto Moravia, Adriano Olivetti e Cesare Garboli, Carlo Levi e Lalla Romano e tanti altri. Perché la Ginzburg non è solo l’autrice di un libro-mito o la voce – corsara quanto quella di Pasolini – di tanti appassionati articoli che facevano opinione e suscitavano furibonde polemiche. Narratrice, saggista, commediografa, infine parlamentare, Natalia è una “costellazione” e la sua vicenda s’intreccia alla storia del nostro paese (dalla grande Torino antifascista dove quasi per caso, in un sottotetto, nacque la casa editrice Einaudi, fino al progressivo sgretolarsi dei valori resistenziali e della sinistra). Un destino romanzesco e appassionante il suo: unica donna in un universo maschile a condividere un potere editoriale e culturale che in Italia escludeva completamente la parte femminile. E donna vulnerabile, e innamorata di uomini problematici. A cominciare dai due mariti: l’eroe e cofondatore della Einaudi, Leone Ginzburg, che sacrificò la vita per la patria, lasciandola vedova con tre figli in una Roma ancora invasa dai tedeschi, e l’affascinante, spiritoso anglista e melomane Gabriele Baldini che la traghettò verso una brillante mondanità: uomini fuori dall’ordinario ai quali ha dedicato nei suoi libri indimenticabili ritratti.

La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg - Sandra Petrignani

• Questa sera è già domani di Lia Levi (acquistabile qui al prezzo di 14,40 euro)
Trama: Genova. Una famiglia ebraica negli anni delle Leggi Razziali. Un figlio genio mancato, una madre delusa e rancorosa, un padre saggio ma non abbastanza determinato, un nonno bizzarro, zii incombenti, cugini che scompaiono e riappaiono. Quanto possono incidere i risvolti personali nel momento in cui è la Storia a sottoporti i suoi inesorabili dilemmi? E possibile desiderare di restare comunque nella terra dove ci sono le tue radici o è urgente fuggire? Se sì, dove? Esisterà un paese realmente disponibile all’accoglienza? Alla tragedia che muove dall’alto i fili dei diversi destini si vengono a intrecciare i dubbi, le passioni, le debolezze, gli slanci e i tradimenti dell’eterno dispiegarsi della commedia umana. Una vicenda di disperazione e coraggio realmente accaduta, ma completamente reinventata, che attraverso il filtro delle misteriose pieghe dell’anima ci riporta a un tragico recente passato.

Questa sera è già domani - L. Levi

• Il gioco di Carlo D’Amicis (acquistabile qui al prezzo di 17 euro)
Trama: La cosa più affascinante del sesso non è il sesso, ma tutto ciò che gli ruota attorno: in una sola parola, la vita. È per questo che Leonardo, Eva e Giorgio, dovendo parlare di sesso, raccontano le rispettive esistenze (audaci e innocenti allo stesso tempo) a un intervistatore che vorrebbe scrivere un libro sul piacere, e che invece si ritrova in continuazione a fare i conti con il loro dolore. Del resto, nel gioco erotico, tutto è così terribilmente intrecciato: non solo il piacere e il dolore, ma anche la trasgressione e le regole, la libertà e il possesso, l’eccitazione e la noia, l’io e la maschera. Quelle che i nostri eroi indossano in questo romanzo corrispondono ai tre ruoli chiave del gioco: Leonardo (nome in codice: Mister Wolf) è il bull, maschio alfa che applica al sesso seriale la disciplina e la meticolosità degli antichi samurai, Eva (la First Lady) è la sweet, regina e schiava del desiderio maschile, Giorgio (il Presidente) è il cuckold, tradito consenziente che sguazza nella sua impotenza ma non rinuncerebbe mai a manovrare i fili. Insieme formano il triangolo più classico e scabroso dell’intera geometria erotica, quello in cui l’ossessione maschile di possedere e offrire l’oggetto del proprio desiderio s’incastra con l’aspirazione della donna ad appartenere, finalmente, solo a se stessa. Recitano dei ruoli, Mister Wolf, la First Lady e il Presidente. Ma quanto più il corpo è il loro abito di scena, tanto più la loro anima si denuda, rivelando ai nostri occhi l’umanità struggente, tenera, e talvolta esilarante, di tre protagonisti fuori dagli schemi, eppure così simili a ciascuno di noi.

Il gioco - C. D'Amicis

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“Il sentiero dei profumi” e le fragranze che diventano un linguaggio comunicativo

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Valentina Zanotto

Cristina Caboni ha pubblicato Il sentiero dei profumi (per Garzanti) nel 2014, ma io ho scoperto questo libro solo qualche tempo fa, frugando come solito tra gli scaffali della libreria, incuriosita proprio da quella copertina che mi ricordava altri testi simili e che mi erano particolarmente piaciuti.

La vita mi ha messo alla prova. Ma con l’iris ritrovo la fiducia. La vaniglia mi fa sentire protetta. Perché i profumi sono la mia strada.

Per Elena Rossini i profumi non sono solamente delle fragranze da spruzzare sul corpo, ma soprattutto un sentiero da seguire e in cui credere, a differenza delle persone di cui, invece, non si fida più. La ragazza ha un passato difficile che l’ha segnata nel suo rapporto con gli altri, ma anche una vita decisamente “impegnativa”. Elena, infatti, discende da una antica famiglia di profumiere e comincia ad accostarsi a quest’arte grazie alla nonna, la persona che veramente l’ha cresciuta e da cui è stata abbandonata dalla madre perché il suo nuovo marito, Maurice, non l’ha voluta riconoscere come figlia. Come se non bastasse, pure il suo presente fatica a trovare la giusta direzione, soprattutto dopo aver scoperto che il suo compagno Matteo – con cui immaginava e progettava un futuro – l’ha tradita con un’altra donna. 

L’odio è un sentimento molto complesso. Si odia ciò che si desidera intensamente e non si può più possedere, si odia ciò che non si comprende, quello che sembra troppo distante. Odio e amore sono troppo vicini, i loro contorni sfumati, non hanno confini chiari.

A Elena non resta altro che rifugiarsi a Parigi dall’unica persona che per lei c’è sempre stata, la sua migliore amica Monique. Neanche a farlo apposta, sarà proprio lei ad aiutarla a riprendersi e – involontariamente – a farle conoscere anche Cail, un uomo affascinante e misterioso che, con la stessa delicatezza delle rose che ama coltivare, non solo entrerà nella vita di Elena fino a darle il giusto ordine, ma nello stesso tempo le farà capire anche cosa lasciarsi alle spalle.

Pepe nero. Allerta i sensi, raduna la forza interiore. Insegna che quando la strada sembra perduta, spesso è solo smarrita.

Per tutto il romanzo si susseguono delle evocative fragranze che sembra quasi di poter sentire attraverso la lettura. Elena è una ragazza con il dono (o il “naso”, come viene scritto nel libro) di capire quale sia il profumo perfetto per ciascuna persona, per questo lavora come profumiera e infonde fiducia a coloro che si affidano a lei. Le fragranze sono per lei un linguaggio in cui esprimersi, da preferire anche alle parole: sono rari, infatti, i dialoghi in cui lei lascia trasparire le sue emozioni e quanto prova, al contrario i riferimenti all’arte della profumeria sono davvero numerosi e molto spesso rappresentano un’espediente per poter costruire tutte le vicende che accadono. 

A differenza delle parole, gli odori arrivano dritti ai sensi delle persone. E’ l’olfatto il primo dei sensi in assoluto, perché si annida negli oscuri recessi dell’anima primordiale e reagisce alle sollecitazioni secondo una serie di archetipi olfattivi nati con l’uomo. E’ emozione pura.

Se da una parte le fragranze spingono Elena a scoprire la ricetta del “profumo perfetto” – appartenente alla sua famiglia e alle sue origini – dall’altra rappresentano anche una delle poche parti del romanzo davvero coinvolgenti e stimolanti (sebbene un po’ ripetitive se si pensa ai momenti di “consulenza” che la ragazza ha con le persone che invocano l’aiuto del suo “naso”). Leggendo il romanzo, appare chiaro fin da subito il carattere difficile e piuttosto “burbero” (ma sì, mettiamoci anche odioso) della protagonista: nonostante la sua straordinaria bravura con le essenze, Elena ha la “cattiva” abitudine di trattare male chi le sta intorno, un aspetto che può essere parzialmente giustificato dal passato le pesa dentro come un macigno, ma che a lungo andare nella lettura la dipinge quasi come una ragazza insoddisfatta e poco grata. La storia, a tratti, sembra anche quasi “irreale”: certo, ci troviamo in un romanzo rosa in cui ogni cosa può realizzarsi, ma leggere significa anche “sperare” in un risvolto di realtà, mentre in questo caso, più che altro, ci si chiede solamente come possa essere possibile che accadano certe cose. Insomma, alcune situazioni sono poco chiare e spingono più all’incredulità piuttosto che all’appagamento per l’esito positivo della storia, come ad esempio accade con la partenza di Monique o il rapporto con Cail. Il sentiero dei profumi si può leggere come il lungo racconto di un amore che ha tante sfaccettature: quello per i profumi, quello per la famiglia (qualunque essa sia), quello per i nuovi rapporti, ma è anche un romanzo che ha disatteso le mie aspettative: sulla scia de Il linguaggio segreto dei fiori &co, speravo che quella “magia” potesse ripetersi ancora, replicando anche l’atmosfera fatta di significati nascosti e poetici, ma così non è stato. Nulla da togliere al modo in cui è scritto, ma come storia – e lo dico con rammarico – purtroppo non ci siamo. 

Parole chiave:

  • Profumo: o meglio “i profumi”, gli elementi centrali di tutto il romanzo e attorno a cui ruota l’intera storia. Aiutano Elena a diventare più forte e indipendente, a cercare la sua anima, ma rappresentano anche una cornice che circonda la sua vita, proprio come le descrizioni delle fragranze che si trovano all’inizio di ogni capitolo e danno forma alle vicende che poi verranno raccontate. Il sentiero dei profumi insegna che il “profumo perfetto” esiste davvero, ed è quello che ci descrive e ci veste in maniera unica, pensato su ciò che vogliamo dire e trasmettere, per nulla lasciato al caso: «il profumo è il sentiero. Percorrerlo significa trovare la propria anima».
  • Monique: l’amica di Elena che tutte vorrebbero avere. E’ una donna determinata, forte e premurosa, un personaggio che non può non piacere fin dall’inizio. L’aiuta in diversi momenti, ma soprattutto a capire che il suo “naso” è un dono che deve sfruttare per far felice se stessa e le persone che la circondano.
  • Parigi/Firenze: le due città in cui si svolge la vicenda e che si incontrano per tutto il romanzo. Rappresentano il passato e il presente di Elena, ma si incrociano continuamente diventando dei pezzi di cuore in cui ritrova la sua vita.
  • Dizionario dei profumi: un piccolo scrigno di fragranze che si trova alla fine del libro e che arricchisce il romanzo con delle descrizioni che avvicinano ulteriormente il lettore a questo mondo, soprattutto perché ogni profumo ha una sua nota personale e una propria storia da trasmettere.
  • Delusione: ce ne sarebbero di cose da dire su questo punto, ma mi limito solamente a rinnovare il mio dispiacere per non aver trovato il libro che speravo di leggere. Mi auguro che qualcun altro possa riuscire ad apprezzarlo meglio di me.

Voto: 2 segnalibri su 5

Il sentiero dei profumi - Cristina Caboni

Titolo: Il sentiero dei profumi
Autore: Cristina Caboni
Editore: Garzanti
Lunghezza: 392 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Elena non si fida di nessuno. Ha perso ogni certezza e non crede più nell’amore. Solo quando crea i suoi profumi riesce ad allontanare tutte le insicurezze. Solo avvolta dalle essenze dei fiori, dei legni e delle spezie sa come sconfiggere le sue paure. I profumi sono il suo sentiero verso il cuore delle persone. Parlano dei pensieri più profondi, delle speranze più nascoste: l’iris regala fiducia, la mimosa dona la felicità, la vaniglia protegge, la ginestra aiuta a non darsi per vinti mai. Ed Elena da sempre ha imparato a essere forte. Dal giorno in cui la madre se n’è andata via, abbandonandola quando era solo una ragazzina in cerca di affetto e carezze. Da allora ha potuto contare solo su sé stessa. Da allora ha chiuso le porte delle sue emozioni. Adesso che ha ventisei anni il destino continua a metterla alla prova, ma il suo dono speciale le indica la strada da seguire. Una strada che la porta a Parigi in una delle maggiori botteghe della città, dove le fragranze si preparano ancora secondo l’antica arte dei profumieri. Le sue creazioni in poco tempo conquistano tutti. Elena ha un modo unico di capire ed esaudire i desideri: è in grado di realizzare il profumo giusto per riconquistare un amore perduto, per superare la timidezza, per ritrovare la serenità. Ma non è ancora riuscita a creare l’essenza per fare pace con il suo passato, per avere il coraggio di perdonare. C’è un’unica persona che ha la chiave per entrare nelle pieghe della sua anima e guarire le sue ferite: Cail.
Per acquistarlo:clicca qui (al prezzo di 8,95 euro)

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“Alla ricerca del piatto perduto”: Crema di zucchine con fiocchi di Burrata e gamberi marinati

Crema di zucchine con fiocchi di Burrata e gamberi marinati.JPG

Valentina Zanotto

Ingredienti (per 2 persone):
2 zucchine (o anche una piuttosto grossa)

1/2 cipolla di Tropea
Brodo vegetale
10 gamberi
1 confezione di burrata
Succo e scorza di limone
Sale e pepe q.b.
Olio e.v.o.

Preparazione:
Cominciare a pulire i gamberi sotto l’acqua corrente facendo attenzione a privarli del guscio e dell’intestino interno. Una volta pronti, metterli in una pirofila a marinare con dell’olio, del sale, del pepe e un po’ di scorza e succo di limone.

In una padella, fare appassire la cipolla di Tropea insieme a un filo di olio, poi aggiungere la zucchina tagliata a tocchi (anche grossolani). Aggiustare di sale e di pepe, quindi coprire i pezzi di verdura con un paio di mestoli di brodo vegetale fino a che si saranno ben ammorbiditi (si sfalderanno a toccarli). Come ultimo passaggio, ridurre le zucchine in crema aiutandosi con un minipimer (se risulterà troppo asciutta si può sempre aggiungere del brodo).

Far saltare velocemente sul fuoco i gamberi insieme al loro “sughetto” di marinatura.

Una volta che tutti gli ingredienti sono pronti si può comporre il piatto: mettere la crema di zucchine in una fondina, aggiungere qua e là dei piccoli fiocchi di burrata “stracciati” con le mani e poi i gamberi. Guarnire il tutto con una grattata di pepe e della scorza di limone.

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro:

È facile capire come nel mondo esista sempre qualcuno che attende qualcun altro, che ci si trovi in un deserto o in una grande città. E quando questi due esseri s’incontrano e i loro sguardi s’incrociano, tutto il passato e tutto il futuro non hanno più alcuna importanza. Esistono solo quel momento e quella straordinaria certezza che tutte le cose, sotto il sole, sono state scritte dalla stessa mano, la mano che risveglia l’Amore e che ha creato un’anima gemella per chiunque lavori, si riposi e cerchi i propri tesori sotto il sole, perché se tutto ciò non esistesse non avrebbero più alcun senso i sogni dell’umanità.

La dolcezza delle zucchine, la golosità della burrata e la delicatezza dei gamberi. Oltre ad essere particolarmente estivo, questo piatto mi sembra anche il giusto “premio” per una giornata in cui si cerca un po’ di conforto. Bisogna sapersi ascoltare e, ogni tanto, cedere ai propri desideri: lo dice anche Santiago de L’Alchimista, il libro di Paulo Coelho (acquistabile qui al prezzo di 11,05 euro), costantemente alla ricerca della propria leggenda personale. Se poi ci aggiungete anche un po’ di pepe e di scorza di limone, questo romanzo è anche in grado di regalare la giusta dose di avventure.

L'Alchimista - P. Coelho

Titolo: L’Alchimista
Autore:
Paulo Coelho
Editore:
Bompiani
Lunghezza:
217 pagine
Prezzo:
13 euro
Trama: 
Impara ad ascoltare il tuo cuore: è l’insegnamento che scaturisce da questa favola spirituale e magica. Alle frontiere tra il racconto da mille e una notte e l’apologo sapienziale, “L’alchimista” è la storia di una iniziazione. Ne è protagonista Santiago, un giovane pastorello andaluso il quale, alla ricerca di un tesoro sognato, intraprende quel viaggio avventuroso, insieme reale e simbolico, che al di là dello stretto di Gibilterra e attraverso tutto il deserto nordafricano lo porterà fino all’Egitto delle piramidi. E sarà proprio durante il viaggio che il giovane, grazie all’incontro con il vecchio alchimista, salirà tutti i gradini della scala sapienziale: nella sua progressione sulla sabbia del deserto e, insieme, nella conoscenza di sé, scoprirà l’anima del mondo, l’amore e il linguaggio universale, imparerà a parlare al sole e al vento e infine compirà la sua leggenda personale. Il miraggio, qui, non è più solo la mitica pietra filosofale dell’alchimia, ma il raggiungimento di una concordanza totale con il mondo, grazie alla comprensione di quei “segni”, di quei segreti che è possibile captare solo riscoprendo un linguaggio universale fatto di coraggio, di fiducia e di saggezza che da tempo gli uomini hanno dimenticato.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 11,05 euro)

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Goldstein Bulletin: due promozioni “da spiaggia”

Il Goldstein Bulletin di oggi riguarda due interessanti offerte dell’estate, create apposta per tutti coloro che, sotto l’ombrellone, hanno il cuore diviso tra letture, relax e divertimento. La prima, realizzata da la Feltrinelli, è dedicata soprattutto a quelli che considerano le vacanze come il momento perfetto per alternare libri e giochi, non dimenticandosi però dello spazio ridotto in valigia e, soprattutto, della condivisione con i “compagni di avventure”. Fino al 30 giugno, infatti, acquistando due libri – in uno solo scontrino – presso un negozio la Feltrinelli, si ha la possibilità di aggiungere al malloppo e con soli 2,90 euro in più, uno a scelta tra i giochi Hasbro più famosi di sempre: Pictureka, Saltinmente, Cluedo, Trivial Pursuit e Monopoly, tutti rigorosamente in formato tascabile. Avete ancora un paio di settimane per decidere quale sfida portarvi in vacanza. La seconda iniziativa, invece, è un po’ più rilassante ed “emotiva”, pensata per chi quando va al mare si vede disteso al sole, senza troppi pensieri e con la giusta condizione mentale. Con la promozione Einaudi, dall’1 al 30 giugno e acquistando due libri della casa editrice, sarà possibile tornarsene a casa – o direttamente in spiaggia – con un telo mare abbellito da un’evocativa citazione presa dall’immortale Gita al faro di Virginia Woolf: «Girandosi, guardò al di là della baia, e laggiù, certo, scivolando a intervalli regolari sulle onde, prima due lampi veloci, poi uno lungo e durevole, c’era la luce del faro. L’avevano acceso». La promozione la trovate in tutte le librerie più fornite e che aderiscono all’iniziativa, oppure anche on line (come ad esempio qui). Cosa aspettate? Tra i titoli trovate Una questione privata di Beppe Fenoglio, La strada di Cormac McCarthy, I fiori blu di Raymond Queneau, Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro, e tanti altri “classici” e non (per poter consultare la lista completa, cliccate su questo link).