Categoria: RECENSIONI

“La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo”: quando causa ed effetto si confondono

La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo (in lingua originale: The Time Traveler’s Wife) è un romanzo pubblicato nel 2003 e scritto da Audrey Niffeneger, già autrice delle graphic novel The Three Incestuos Sisters e The adventuress. Henry DeTamble, il protagonista della storia, ha un’irregolarità genetica: suo malgrado, infatti, si ritrova a viaggiare nel tempo e a ripercorrere così diversi momenti della sua vita. E’ proprio durante una di queste “perlustrazioni temporali” che l’uomo conosce l’artista Clare Abshire, incontrata quando ancora era una bambina e per questo inconsapevole del peso della sua scomoda malattia.

Innanzitutto credo che c’entri il cervello. Credo che viaggiare somigli molto a un attacco epilettico, perché tende a succedere quando sono stressato, e ci sono elementi scatenanti che sono fisici, come le luci abbaglianti.

Punto cruciale della trama è il diciottesimo compleanno della ragazza, quando i due riescono a incontrarsi finalmente nel tempo presente per entrambi. C’è solo un problema: lei conosce ogni aspetto della vita del ventottenne Henry, ma lui, al contrario, sembra non sappia nulla di quella di Clare, colpa ancora una volta di quei viaggi temporali che recano più svantaggi che vantaggi. Ma se c’è una cosa che questo libro insegna è proprio la perseveranza, soprattutto quella di un amore sincero che è in grado di sfidare tempo e distanze.

«Sarebbe buffo» dice. «Io avrei tutti questi ricordi di esperienze che tu non faresti mai. Sarebbe come.. Be’, è come stare con qualcuno che soffre di amnesia. Infatti è così che mi sento da quando siamo arrivati qui.»
Rido. «Allora nel futuro tu potrai guardarmi vacillare dentro ogni ricordo fino a quando non li avrò collezionati tutti. Fino a che non avrò la collezione completa.»

La rarissima malattia genetica di cui soffre Henry si può dire sia il motore portante dell’intero romanzo. Viene chiamata in diversi modi, ma tutti quanti riconducono inevitabilmente a un grande difetto: si parla di “schizofrenia”, di “menomazione” (un termine che rievoca anche certi personaggi del teatro beckettiano), ma soprattutto porta il protagonista a essere una «persona cronologicamente disorientata». I viaggi temporali di Henry sfuggono a qualsiasi controllo e capitano quando meno se li aspetta; è incapace di capire dove andrà, per quanto resterà in un determinato posto e, addirittura, di portare dei vestiti con sé. Insomma, un vero disagio più che un particolare dono. La sua unica certezza è che la causa scatenante di ogni suo viaggio temporale è lo stress, per questo deve cercare qualsiasi espediente pur di rimanere ancorato al presente il più possibile («Le cose diventano un po’ circolari quando si è nei miei panni, causa ed effetto si confondono.»). Inutile dire che i protagonisti indiscussi del romanzo sono proprio Clare ed Henry. I due infatti, oltre a conoscersi sin dall’infanzia – sebbene in una maniera un po’ strana -, attraversano tutta la storia passandosi di volta in volta il ruolo di narratore in prima persona. Clare è essenzialmente un’artista che lavora sulla nostalgia: se da una parte crea sculture mettendo insieme diversi pezzi di materiali, dall’altra invece tenta di fermare il tempo che le sfugge con Henry proprio attraverso quell’arte che tanto ama fare. Entrambi portano sui loro corpi, sia esternamente che internamente, i segni dei traumi che hanno vissuto, come se le rispettive difficoltà fossero una sorta di documento personale della loro esistenza. Neanche a farlo apposta, Henry è proprio un bibliotecario: non solo ha a che fare con i libri, ma anche con gli archivi, i luoghi del “passato” per eccellenza.

Ho una cicatrice nel punto in cui mi ha sfiorato. (..) Un momento prima stavo guardando noi mentre entravamo nel camion e il momento dopo ero in ospedale. Quasi completamente illeso, in stato di shock. (..) Così, la mamma è morta e io no.

La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo è un romanzo molto originale che è in grado di rispecchiare la temporalità disordinata del protagonista della vicenda. La storia, infatti, non segue una linearità standard, piuttosto compie continui salti narrativi che ricreano nel lettore lo stesso stato di alienazione che è costretto a vivere Henry a causa della sua patologia. Le varie citazioni artistiche e letterarie, come anche le date e i fatti storici, rappresentano sicuramente un tocco in più a questa storia: oltre che a servire come una sorta di “certezza” in un racconto interamente bombardato dagli spiazzanti viaggi nel tempo, hanno il merito di dare un senso logico a una trama di per sé completamente irrazionale. Il romanzo è veramente lungo – forse l’unico aspetto negativo della lettura – e una “sfoltita” alle pagine non sarebbe stata male, ma questo è un difetto davvero misero considerando la particolarità dei fatti riportati e la maniera delicata con cui sono stati raccontati. La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo è la storia di una continua attesa e anche di un amore che supera il tempo e le distanze materiali, una lettura che va ben oltre il romantico e arriva a toccare il pensiero che la fisicità, in realtà, non conta poi molto se al primo posto si mettono dei sentimenti profondi.

Parole chiave:

  • Tempo: La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo è un romanzo che fa del “tempo” un tema centrale. Quest’ultimo non solo attraversa tutte le vicende, ma anche gli stessi protagonisti, come se l’intera storia non seguisse il normale senso lineare, ma fosse intervallata da rimandi in avanti e indietro che fanno ritornare a ritroso nel passato e proiettano anche verso il futuro. A questo proposito, è davvero evocativa la parte finale del libro in cui c’è una citazione tratta dall’Odissea in cui Clare è paragonata a una Penelope che aspetta il suo Omero. 
  • Trauma: quello che vivono Clare ed Henry sulla propria pelle, ma anche quello evocato dai fatti storici realmente accaduti (la nonna della protagonista che perde il fratello nella Seconda guerra mondiale; il riferimento alla tragedia delle Torri Gemelle: «un grattacielo bianco in fiamme. Un aeroplano, come un giocattolo, che lentamente vola contro la seconda torre bianca.»)
  • “Chiarezza”: una parola che rimanda al nome della stessa “Clare” e al nome della figlia che quest’ultima, dopo non poche difficoltà, riesce ad avere. La piccola, infatti, si chiama “Alba” e il suo nome è stato scelto consultando sia il “Dizionario dei nomi”, sia l’Oxford English Dictionary («Nome di alcune città rase al suolo dell’antica Italia»; «Una bianca città. Una fortezza impenetrabile su una bianca collina.»)
  • Arte: nel romanzo ci sono diversi riferimenti a questo argomento. Vengono citati, infatti, artisti, quadri, scrittori, opere letterarie e anche la fotografia.
  • Testimonianza: lo sfondo del romanzo che compare ai protagonisti come un ricordo di quanto è stato, soprattutto attraverso lettere e disegni.

Voto: 4 segnalibri su 5

La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo - Audrey Niffeneger

Titolo: La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo
Autore: Audrey Niffenegger
Editore: Oscar Mondadori
Lunghezza: 503 pagine
Prezzo: 11 euro
Trama: Clare incontra Henry per la prima volta quando ha sei anni e lui le appare come un adulto trentaseienne nel prato di casa. Lo incontra di nuovo quando lei ha vent’anni e lui ventotto. Sembra impossibile, ma è proprio così. Perché Henry DeTamble è il primo uomo affetto da cronoalterazione, uno strano disturbo per cui, a trentasei anni, comincia a viaggiare nel tempo. A volte sparisce per ritrovarsi catapultato nel suo passato o nel suo futuro. È così che incontra quella bambina destinata a diventare sua moglie quando di fatto l’ha già sposata, o sua figlia prima ancora che sia nata.
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“I pesci non chiudono gli occhi”: voce del verbo “mantenere”

Una storia che sa di cambiamenti, un modo di raccontarla – ritmico e a riprese – che ricorda tanto lo sciabordio delle onde di quel mare caro al protagonista: questo è I pesci non chiudono gli occhi, il romanzo di Erri De Luca scritto nel 2011 per Feltrinelli. Se da una parte i ricordi d’infanzia si intrecciano ai primi turbamenti emozionali, dall’altra troviamo un autore bambino che sembra voglia crescere più di quanto gli permetta di fare la sua età (e il suo corpo).

A dieci anni la modestia del mio corpo mi istigava a sparire. Camminavo inventando di essere invisibile. Mi tradivano i pantaloni blu e la canottiera bianca, per la strada camminavano da soli, senza me dentro, ma nessuno ci faceva caso. Di notte nudo sul letto potevo scomparire tutto intero.

Questa non è solo la vita di un ragazzino solitario che trova nei cruciverba un modo per isolarsi dal mondo esterno, ma anche quella di una ragazzina che, allo stesso modo, cerca il suo spazio nelle letture e nella scrittura. Nell’essere simili e allo stesso tempo totalmente differenti dai loro coetanei, ma anche così caratterialmente opposti tra di loro, entrambi riescono a trovare uno spiraglio per far coincidere e comunicare le loro rispettive solitudini.

“Che classe fai?” chiesi.
“Non sprechiamo tempo con le stupidaggini. Tu perché sei così?”
Tirai a indovinare e risposi: “Mi piace tutto quello che è scritto, i giornali, gli elenchi. So a memoria la lista delle consumazioni e i prezzi del bar. Leggo tutto”.
“Anch’io, ma questo non spiega perché non stai con loro,” e guardò verso un gruppetto che giocava a palla sulla sabbia.
“Non ci so stare, non mi piacciono i loro giochi. Il pomeriggio vado a nuotare o alla spiaggia dei pescatori a vedere la tirata delle reti. Un uomo che conosco mi porta qualche volta a pesca sulla barca. So remare un poco.”
“Io sono una scrittrice.”

Il loro contatto è molto di più di una affinità, è un prolungamento di corpi. Le mani del protagonista possono affrontare la pesca e il nuoto, i rebus fatti a penna, ma non reagiscono di fronte alle botte dei bulli. Quelle ferite, però, anziché intimidirlo, lo rendono più forte: la sua sembra una corazza che deve per forza essere scalfita, come una crisalide che si prepara a diventare farfalla. Il ragazzino non si è mai sentito realmente una “vittima”, ma da quella sfida impari ne esce comunque vincitore: quelle mani possono anche essere prese e strette, con tutto il suo stupore, nella profonda scoperta del verbo “mantenere” e di tutte le emozioni che esso comporta.

“Sì, mi sono accorto di avercelo. E’ cominciato dalla mano. La prima volta che me l’hai tenuta. Mantenere è il mio verbo preferito.”

Tra lui e la ragazzina c’è qualcosa che non ha una vera e propria definizione: non è desiderio, non si sa se è amore, ma sicuramente è crescita. Non tanto del corpo, ma di una consapevolezza interiore che porta il protagonista a voler osservare con i suoi occhi – letteralmente – quello che gli sta capitando, e cosa lo sta “cambiando”. Se, infatti, dai pescatori tanto citati nel romanzo (e che gli tengono compagnia) il protagonista assimila l’arte del solitario abbandono, dai pesci invece “impara” la pratica del non chiudere gli occhi, un gesto romantico a tutti gli effetti.

Era così bellissima vicina, le labbra appena aperte. Mi commuovono quelle di una donna, nude quando si accostano a baciare, si spogliano di tutto, dalle parole in giù.
“Chiudi quei benedetti occhi di pesce.”
“Ma non posso. Se tu vedessi quello che vedo io, non li potresti chiudere.”
“Da dove ti spuntano questi complimenti, piccolo giovanotto?”
“Che complimenti? Dico quello che vedo.”

Il bello de I pesci non chiudono gli occhi è la semplicità: dei ricordi, dei gesti, delle parole. Leggendolo si sentono la salsedine del mare, i granelli di sabbia sotto i piedi, il simpatico vociare napoletano, ma anche il profumo degli spaghetti aglio, olio e prezzemolo e delle uova al tegamino. Il viaggio a ritroso nella mente dell’autore è anche il nostro viaggio, come se in quelle immagini memoriali ci fossimo anche noi, magari proprio nascosti in quella cabina da spiaggia come il protagonista, in attesa del momento giusto per finire la lettura e abbandonare quell’atmosfera ovattata. Il risultato è un libro più da ascoltare e vivere, piuttosto che da leggere, qualcosa che si insinua nella mente e arriva al cuore. Cinque verticale, sei lettere: la soluzione è “tenere”. Per mano, sempre.

Capivo all’indietro quello che succedeva dentro i libri, quando uno si accorge della specialità di un’altra persona e concentra su quella l’esclusiva della sua attenzione. Capivo l’insistenza di isolarsi, starsene in due a parlare fitto. Non c’entrava per me il desiderio, quell’amore chiudeva con l’infanzia ma non smuoveva ancora nessun muscolo degli abbracci. Scintillava dentro, mi visitava il vuoto e me lo illuminava.

Parole chiave:

  • Dieci anni: l’età del protagonista nel romanzo, ma anche l’età in cui per lui sembra cambiare tutto. La sua mente viaggia e cresce, si sviluppa sempre di più in una personalità dalle mille sfaccettature, mentre il suo corpo rimane come incastrato in un involucro “fastidioso”.
  • Mantenere: un verbo citato tante volte nel romanzo, soprattutto nel suo significato più profondo. Non tanto come “uno stato che dura a lungo e in maniera inalterata” (in fondo, nulla dura per sempre), piuttosto come un letterale “tenere per mano”.
  • Papà: durante la lettura si avverte anche la mancanza della figura paterna del protagonista, emigrato in America in cerca di lavoro. Quella lontananza è il frutto di una scelta difficile e senza di lui il ragazzino teme di crescere “storto”, senza qualcuno a cui appoggiarsi.
  • Titolo: significativo, in grado di racchiudere in poche parole tutto il senso del romanzo. All’inizio il lettore non ne capisce il senso reale, ma poi comprende, e capisce che quella è una bellissima metafora.
  • Rebus: quelli che ama tanto fare il protagonista, rigorosamente a penna. 

Voto: 5 segnalibri su 5

I pesci non chiudono gli occhi - Erri de Luca

Titolo: I pesci non chiudono gli occhi
Autore: Erri De Luca
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 115 pagine
Trama: A dieci anni l’età si scrive per la prima volta con due cifre. È un salto in alto, in lungo e in largo, ma il corpo resta scarso di statura mentre la testa si precipita avanti. D’estate si concentra una fretta di crescere. Un uomo, cinquant’anni dopo, torna coi pensieri su una spiaggia dove gli accadde il necessario e pure l’abbondante. Le sue mani di allora, capaci di nuoto e non di difesa, imparano lo stupore del verbo mantenere, che è tenere per mano.
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“Bibury’s Sweet” di Giuliana Tunzi

Bibury’s sweet, il romanzo di Giuliana Tunzi ed edito nel 2017, è tanto leggero quanto giovane. Scritto con uno stile piuttosto sbarazzino, questo libro ci dice che non sono le difficoltà a fermarci, bensì la mancanza di volontà. “Un amore dolce e impossibile a due passi da Londra” recita il sottotitolo, e per un inguaribile romantico non c’è niente di più bello che leggere di un sentimento contrastato che però riesce a trovare il suo lieto fine. Ma chi riuscirà a contendersi il cuore dell’energica protagonista? Elizabeth/Liz, infatti, oltre a essere una responsabile pasticciera, è anche una ragazza dall’animo molto fragile, forse un po’ troppo provato dalle delusioni d’amore per poter credere che esista davvero la persona giusta.

Carter era esattamente tutto quello che volevo fino al giorno prima, mi sembrava d’aver preso la scelta giusta lasciandoci. Ora però ero confusa, e di certo non perché Jude mi era stato vicino. Non avevo cambiato idea su di lui, né lo vedevo con occhi diversi. Non volevo riaprire una porta che avevo chiuso, ecco tutto.

In un paesino nei pressi di Londra che ricorda tanto le atmosfere magiche della Stars Hollow di Gilmore Girls, si muovono e si intrecciano le vite di tutti i protagonisti: oltre a Liz, troviamo l’affidabile Alice, Carter, Jude, ma anche Becca e Aaron, tutti quanti impegnati a rendere il romanzo piacevolmente “movimentato”. Liz e Alice non sono solamente delle ottime amiche, ma soprattutto delle inseparabili colleghe di lavoro: insieme gestiscono la pasticceria “Bibury’s Sweet”, un negozietto di dolci fatti in casa che rappresenta una meta sicura – e pure un rifugio – per tutti gli abitanti della vivace cittadina.

Ormai abituate al gelido inverno inglese, camminammo fino al nostro negozietto, il “Bibury’s Sweet”. Lo so, un nome un po’ scontato, ma non lo era quando decidemmo di diventare socie e aprirlo. Era l’unica pasticceria del paese e ne eravamo molto fiere. Scegliemmo di tingere le pareti di rosa e di bianco, per ricordare i marshmallow, e arredammo gli interni solo ed esclusivamente con mobili antichi, per rendere giustizia al nostro paese, dove il tempo sembrava essersi fermato. Somigliava a una deliziosa sala da tè.

La routine viene decisamente sconvolta quando a Bibury approda il londinese Jude Oldem, così (apparentemente) altezzoso da portare con sé il fare poco socievole della Capitale. Ma il ragazzo è molto diverso dai pregiudizi che gli vengono etichettati addosso: sarà proprio il clima familiare in cui si ritrova a vivere dopo un breve trasferimento con la madre, infatti, a far emergere il lato più tenero del suo carattere, facendogli conquistare non solo l’affetto e la complicità delle persone, ma anche una rivalsa agli occhi di Liz per il suo legame con la difficile e capricciosa sorella Becca. “Mi sono ripromessa di odiarlo” sembra però dire orgogliosamente la protagonista, ma tra fuochi d’artificio, feste di ballo e gustose fette di torta, la ragazza dovrà rivedere un po’ i suoi piani. Alla fine, non si può resistere al fascino magnetico di chi pensiamo di detestare, né tantomeno siamo noi a decidere da cosa veniamo attirati.

Mi sedetti e rimasi in silenzio per il tempo che restò, imbarazzata da quanto era appena successo. Lo fissai di tanto in tanto, ma lui non mi guardò nemmeno un istante. Era rilassato, a suo agio. Mi odiava e pareva allo stesso tempo il contrario. Io stessa non sapevo cosa pensare.

In una trama che percorre tutte le sfumature dell’amicizia e dell’amore, la giovane protagonista si ritroverà faccia a faccia con dei sentimenti che mai avrebbe voluto provare, ma da cui inevitabilmente viene travolta. Cosa nascondono, però, Jude e la sua famiglia? Il segreto è sicuramente un altro elemento importante di questo romanzo. Magari la risposta si trova proprio nel prologo della storia, decisamente anomalo e spaventoso se pensiamo alla dolcezza d’insieme di Bibury’s Sweet. Se il lettore è diviso sin dall’inizio tra la “stabilità” di Carter e la loquacità di Jude, ben presto si renderà conto che il mistero non accompagnerà solamente il ragazzo londinese, ma molto di più, complice anche quell’incipit piuttosto curioso che pone tutta la trama – prettamente romantica – quasi sul piano di un thriller. 

Il rumore del trapano mi fece rinsavire, assordandomi. Aprii gli occhi e mi ritrovai legata a terra, mani e piedi. Un bavaglio mi impediva di urlare. Era tutto buio intorno, e dedussi di trovarmi ancora in quella casa stregata. Una mano mi afferrò dai piedi e mi trascinò sul pavimento freddo per un breve tratto. Ero ancora stordita e nella stanza regnava il buio, contrastato da poche lucine fioche. Eppure nell’ombra, intravidi l’uomo che mi aveva intrappolata.

Non bisogna dimenticare però che l’amore trionfa su tutto e, come un dolcetto o una fetta di torta, è in grado di mitigare gli animi di tutti. Ma quale sarà il prezzo che i due amanti dovranno pagare per uscire allo scoperto? La verità sa essere tanto generosa quanto crudele, proprio come questo libro dagli ingredienti un po’ dolci e un po’ amari.

Parole chiave:

  • Fiducia: in se stessi e negli altri; per quanto sia difficile “affidarsi” a qualcuno è il coraggio di lasciarsi andare (ancora) la migliore cura per i vecchi mostri del passato.
  • Amore/odio: i due sentimenti cardine del romanzo, mescolati come un “impasto” fatto di equivoci e personalità solo apparentemente contrastanti. Come in una ricetta, però, sono proprio gli ingredienti dosati nel modo giusto a rendere il risultato perfetto.
  • Maturazione: la cosa incredibile dei personaggi di Bibury’s Sweet è che non sono gli stessi dall’inizio alla fine. Maturano, si modificano in meglio, in primis Becca (che, detto sinceramente, avrei tanto voluto strozzare!).
  • Magia: non quella di Harry Potter, ma quella che avvolge la bellissima cittadina di Bibury e la anima di un’atmosfera speciale, così tanto da far desiderare al lettore a prendere cittadinanza lì.
  • Destino: più volte è chiamato in causa nel romanzo, quasi sempre per sfidarlo. È possibile vincere contro i fatti che sembrano remare contro i desideri dei protagonisti? Fortunatamente sì, soprattutto perché niente è scritto in maniera indelebile.    

Voto: 3,5 segnalibri su 5

Bibury's Sweet - Giuliana Tunzi

Titolo: Bibury’s Sweet
Autore: Giuliana Tunzi
Editore: Createspace Independent Pub
Lunghezza: 330 pagine
Trama: Dall’autrice di Empty, il potere, l’affascinante e tormentata storia d’amore tra Elizabeth Miller e Jude Oldem. A fare da cornice, la deliziosa pasticceria “Bibury’s Sweet” e la cittadina inglese di Bibury, tanto romantica quanto rumorosa, i cui abitanti fanno da coro, affatto tragico e invece spumeggiante e divertente, ad ogni avventura. Non lontano da una Londra lussureggiante e sfarzosa, peripezie d’ogni sorta e mille vicissitudini osteggiano l’amore segreto dei due protagonisti: riusciranno a vincere e ribaltare il loro ineluttabile destino?
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Philip Roth

Philip Roth
Immagine presa dal web

Nato a Newark nel 1933 da una famiglia ebrea di umili origini, Philip Milton Roth ha abbandonato presto il piccolo paese di provincia per inseguire le sue ambizioni culturali. Infatti, dopo aver conseguito una laurea in Letteratura inglese presso la Bucknell University nel 1954 e poi un master all’Università di Chicago nel 1955, ha cominciato a dedicarsi alla scrittura professionale che, con il tempo, gli ha fatto conquistare numerosi riconoscimenti prestigiosi (tra cui il Pulitzer nel 1998 per American Pastoral e il Premio Franz Kafka nel 2001), ma mai il premio Nobel a cui è stato candidato diverse volte. È inevitabile pensare a quanto tale notizia risulti “ingiusta” proprio oggi, giorno della sua morte, mentre poche settimane fail rinomato evento è stato cancellato a causa dell’ennesimo scandalo molestie e il tutto ha l’aria di essere il brutto scherzo di un destino che ha sbagliato le tempistiche. Ma la grandezza di Philip Roth è in grado di prescindere da tutto questo, a maggior ragione se si pensa a quanto sia stata influente la sua scrittura nella società contemporanea, quasi sempre perlustrata nel profondo e portata tra le pagine dei suoi romanzi nella sua forma più schietta. La realtà americana da una parte e il suo essere ebreo dall’altra, tra suoi scritti più importanti possiamo citare il suo esordio letterario Addio, Columbus e cinque racconti (1959), il capolavoro “scandaloso” Lamento di Portnoy (1969), la sperimentazione di satira politica La nostra gang (1971), fino ad arrivare ai recenti Pastorale americana (1997), Ho sposato un comunista (1998), La macchia umana (2000), che insieme formano una trilogia, poi ancora Il complotto contro l’America (2004) e Nemesi (2010).

Certo, i romanzi di Philip Roth non sono consolatori: che si tratti di vicende collettive o di piccoli drammi personali, le sue storie sono di una sincerità spietata. Lui stesso, d’altronde, ha sempre ritenuto che prendersi cura dei lettori non sia un dovere dello scrittore: la letteratura non è che un altro aspetto di una vita in cui ogni persona è chiamata a occuparsi di se stessa, senza che lo debbano fare altri al posto suo. (da Il Libraio)

La vita è senza dubbio l’elemento che più compare nei romanzi di Philip Roth: che si tratti della sua o di quella degli altri, in maniera centellinata o evidente, i cenni autobiografici sembrano essere un elemento inalienabile della sua scrittura, tant’è che sono frequenti nei suoi romanzi i riferimenti alle scene di vita quotidiana e alle storie che scorrono sotto gli occhi ogni giorno. Un attento osservatore della realtà, quindi, ma anche di una società che sembra riscrivere il presente in relazione a un passato che ripropone continuamente le stesse dinamiche: un esempio su tutti è l’estremizzazione descritta ne Il complotto contro l’America attraverso lo slogan “America First”, raccontata nel 2004 e ritornata inconsapevolmente (ma anche tristemente) in auge proprio in questi anni con Donald Trump. La fede ebraica – di cui andava orgoglioso – le analisi morali, le tematiche politico-sociali: questi gli argomenti che più spiccano nella sua produzione letteraria che consta più di trenta romanzi, tutti sapientemente pensati e frutto di un attività vista più come uno “sforzo”, una missione, piuttosto che come un hobby.

Nel 2010 in Why Write? avevo la convinzione che non avrei più potuto fare meglio. Credo che ogni talento, per quanto proficuo, abbia i suoi limiti. Non si può essere fruttuosi per sempre. Ho vissuto 50 anni in una stanza silenziosa come il fondo di una piscina, in preda ad emozioni contrastanti, in una tremenda solitudine. (dal New York Times)

Dopo aver dichiarato di aver dedicato una vita alla scrittura e alla ricerca del “meglio” che poteva fare, nel 2012 Roth ha ufficialmente annunciato il suo ritiro dalle scene della Narrativa contemporanea (con la disposizione che i suoi archivi venissero distrutti alla sua morte). Un’uscita che, oggi più che mai, ci fa sentire fortemente la mancanza della sua abile “penna” e della sua mordace franchezza. Quasi profetiche le parole rilasciate in una delle sue recenti interviste:

Ogni mattino al risveglio penso: Sono sopravvissuto un’altra notte. Vado a dormire sorridendo e mi sveglio sorridendo. È come un bel gioco d’azzardo, ogni giorno alzo la posta e vinco, vinco ancora. Sono ancora qui e mi illudo che possa durare per sempre. Vedremo quanto durerà la mia fortuna. (dal New York Times)

Per saperne di più:

Lasciar andare - P. Roth

Titolo: Lasciar andare
Editore: Einaudi
Lunghezza: 748 pagine
Prezzo: 24 euro
Trama: “In quel periodo ero sottotenente d’artiglieria, di stanza in un angolo desertico e sperduto dell’Oklahoma, e il mio unico legame col mondo dei sentimenti non era il mondo stesso, ma Henry James, che da qualche tempo avevo cominciato a leggere”. Congedato poco tempo prima dall’esercito, ancora scosso dalla recente morte della madre, libero dai vecchi legami e ansioso di crearsene nuovi, Gabe Wallach entra nell’orbita di Paul Herz, un compagno di studi, e di Libby, la malinconica moglie di Paul. Il desiderio di Gabe di mettere in relazione l’ordinato “mondo dei sentimenti” che ha conosciuto nei libri con il mondo reale si scontra prima con gli sforzi degli Herz di fare i conti con le difficoltà della vita adulta e poi con le sue stesse relazioni sentimentali. La volontà di Gabe di essere una persona seria, responsabile e generosa col prossimo viene messa alla prova dal rapporto con Martha Reganhart, una donna divorziata, madre di due bambini, vivace, senza peli sulla lingua. La complessa relazione di Gabe e Martha, e la spinta di Gabe a risolvere i problemi degli altri sono al centro di questo primo, ambizioso romanzo, di Philip Roth: ambientato negli anni Cinquanta, tra Chicago, New York e Iowa City, è il ritratto di un’America definita da vincoli sociali ed etici profondamente diversi da quelli di oggi.
Per aquistarlo: clicca qui 

Lamento a Portnoy - P. Roth

Titolo: Lamento di Portnoy
Editore: Einaudi
Lunghezza: 220 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Alex Portnoy ha trentrè anni ed è commissario aggiunto della Commissione per lo sviluppo delle risorse umane del Comune di New York. Nel lavoro è abile, intransigente, stimato. Il libro riporta il monologo di Alex che, dall’analista ripercorre la sua vita per capire perché è travolto dai desideri che ripugnano alla “mia coscienza e da una coscienza che ripugna ai miei desideri”.
Per acquistarlo: clicca qui 

Pastorale americana

Titolo: Pastorale americana
Editore: Einaudi
Lunghezza: 462 pagine
Prezzo: 14 euro

Trama: Seymour Levov è un ricco americano di successo: al liceo lo chiamano “lo Svedese”. Ciò che pare attenderlo negli anni Cinquanta è una vita di successi professionali e gioie familiari. Finché le contraddizioni del conflitto in Vietnam non coinvolgono anche lui e l’adorata figlia Merry, decisa a portare la guerra in casa, letteralmente. Un libro sull’amore e sull’odio per l’America, sul desiderio di appartenere a un sogno di pace, prosperità e ordine, sul rifiuto dell’ipocrisia e della falsità celate in quello stesso sogno.
Per acquistarlo: clicca qui 

Il complotto contro l'America - P. Roth

Titolo: Il complotto contro l’America
Editore: Einaudi
Lunghezza: 431 pagine
Prezzo: 13,50 euro
Trama: Quando l’eroe dell’aviazione Charles A. Lindebergh, rabbioso isolazionista e antisemita, sconfigge Franklin Roosevelt alle elezioni presidenziali del 1940, la paura invade ogni famiglia ebrea americana, soprattutto quella del piccolo Philip, investita dalla violenza del pogrom che si scatena. Roth parte da questo antefatto di fantastoria per raccontare cosa accadde a Newark alla sua famiglia, e a un milione di famiglie come la sua, durante i minacciosi anni Quaranta, quando i cittadini ebrei americani avevano buoni motivi per temere il peggio.
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Nemesi - P. Roth

Titolo: Nemesi
Editore: Einaudi
Lunghezza: 182 pagine
Prezzo: 11 euro
Trama: Al centro di “Nemesi” c’è un animatore di campo giochi vigoroso e solerte, Bucky Cantor, lanciatore di giavellotto e sollevatore di pesi ventitreenne che si dedica anima e corpo ai suoi ragazzi e vive con frustrazione l’esclusione dal teatro bellico a fianco dei suoi contemporanei a causa di un difetto della vista. Ponendo l’accento sui dilemmi che dilaniano Cantor e sulla realtà quotidiana cui l’animatore deve far fronte quando nell’estate del 1944 la polio comincia a falcidiare anche il suo campo giochi, Roth ci guida fra le più piccole sfaccettature di ogni emozione che una simile pestilenza può far scaturire: paura, panico, rabbia, confusione, sofferenza e dolore. Spostandosi fra le strade torride e maleodoranti di una Newark sotto assedio e l’immacolato campo estivo per ragazzi di Indian Hill, sulle vette delle Pocono Mountains – la cui “fresca aria montana era monda d’ogni sostanza inquinante” -, “Nemesi” mette in scena un uomo di polso e sani principi che, armato delle migliori intenzioni, combatte la sua guerra privata contro l’epidemia. Roth è di una tenera esattezza nel delineare ogni passaggio della discesa di Cantor verso la catastrofe, e non è meno esatto nel descrivere la condizione infantile.
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“La svastica sul sole”: quando la Germania e il Giappone hanno vinto la Seconda guerra mondiale

Come sarebbe il mondo se la Seconda guerra mondiale fosse stata vinta dalla Germania e dal Giappone? Questo è l’interrogativo che sta alla base della realtà immaginata da P. K. Dick nel suo romanzo, del 1962, La svastica sul sole (anche conosciuto con il nome The Man in the High Castle o ancora L’uomo nell’alto castello). Un testo che, oltre a rappresentare un caposaldo della letteratura fantascientifica, ha anche dei risvolti piuttosto moderni che non smettono mai di stimolare il dibattito che contrappone history e science fiction. 

Bisognava prendersela con i tedeschi, per questa situazione. Per la loro tendenza ad azzannare bocconi più grossi di quanto potessero masticare. Dopo tutto erano riusciti a malapena a vincere la guerra, e tutt’a un tratto si erano lanciati alla conquista del sistema solare (..). E in definitiva avevano avuto successo con gli ebrei, con gli zingari e con gli studiosi della Bibbia. E gli slavi erano stati ricacciati indietro di duemila anni, fino alle loro terre d’origine in Asia. Fuori dall’Europa, con grande sollievo di tutti. (..) Ma l’Africa. Laggiù si erano semplicemente lasciati trascinare dall’entusiasmo, e c’era da ammirarli, anche se avrebbero fatto meglio ad avere un po’ più di pazienza e ad aspettare, per esempio, che fosse portato a termine il Progetto Terre da Coltivare. Ma laggiù i nazisti avevano mostrato dell’autentico genio, rivelando tutto il loro talento artistico. Il Mediterraneo chiuso, prosciugato, trasformato in terreno coltivabile per mezzo dell’energia atomica… che grande ardimento! (..) Per quanto riguarda la Soluzione Finale del Problema Africano, abbiamo quasi raggiunto i nostri obiettivi. Sfortunatamente, però… Eppure c’erano voluti duecento anni per liberarsi degli aborigeni americani, e la Germania, in Africa, ce l’aveva quasi fatta in quindici anni.

Hitler e l’Impero giapponese, infatti, hanno vinto il secondo conflitto mondiale e ora gli Stati Uniti sono divisi in tre parti: la costa orientale comandata dai tedeschi, al centro gli stati neutrali delle Montagne Rocciose e la costa occidentale sotto il controllo del Giappone. Questa spartizione territoriale rispecchia anche i personaggi principali che compaiono nella storia, tutti quanti distinti per idee politiche e nazionalità. Ci sono il funzionario giapponese Tagomi, l’orafo ebreo Frank Frink (in origine Fink, ma modificato per sfuggire alle persecuzioni), lo svedese Baynes (il Rudolf Wagener della missione “Dente di Leone”), la seducente Juliana Frink che abita negli stati delle Montagne Rocciose ed ex moglie di Frank, il mercante di oggetti storici (segretamente filo-nazista) Robert Childan e l’italiano Joe Cinnandella (che si rivelerà essere, in realtà, un sicario svizzero). La svastica sul sole è il racconto di una storia fitta e subdola, decisamente diversa da quella che ci è stata tramandata, in cui i giochi di potere dei nazisti creano un mondo del tutto inaspettato. Nel “cosa sarebbe successo se” presentatoci da Dick, infatti, il Reich non è capitolato sotto i colpi degli Alleati, piuttosto è dipinto come un territorio sterminato e “avanzato” in cui i nazisti non solo sono riusciti a eliminare tutti gli ebrei (proprio come nella peggiore delle ipotesi possibili), ma anche la popolazione nera dell’Africa, tramando allo stesso tempo un conflitto contro i giapponesi e la conquista dello spazio. 

E’ una deformazione della mia percezione ottica, di natura particolarmente sinistra. Un disturbo che distorce il mio senso spaziale. L’orizzonte deformato. Come un micidiale astigmatismo che colpisce senza preavviso.

In questo contesto distorto, gli Stati Uniti sono presentati come invasi e sottomessi a delle potenze vincitrici che tengono in mano un mondo ucronico e paradossale in cui i razzi che si occupano del trasporto delle persone convivono comunque con i retrogradi “taxi a pedali”. Queste “oscillazioni” avanti e indietro nel tempo riguardano diversi elementi nel testo: se da una parte, infatti, abbiamo queste innovazioni tecnologiche e l’espansione verso Marte a proiettarci verso una realtà futuristica, dall’altra, l’ancoraggio al passato viene riproposto, fin dall’inizio del romanzo, nella presenza di Robert Childan, un antiquario che possiede un negozio di Manufatti Artistici Americani precedenti alla Guerra. Ma non sempre le cose sono come sembrano: i manufatti che dovrebbero essere una testimonianza dell’originalità del passato, si rivelano essere piuttosto della paccottiglia rivenduta a dei collezionisti giapponesi ignari. P. K. Dick, con questi “piccoli” espedienti, non racconta solo il rapporto ambiguo tra realtà e illusione, ma prende come ispirazione il potere della scrittura di stravolgere ogni cosa, perfino la storia che sembra data per assodata. L’autore, infatti, porta su carta degli eventi manipolati e riscritti che fanno parte di un universo alternativo e che non hanno delle coordinate storiche ben precise, come nel caso de La cavalletta non si alzerà più, il “libro nel libro” di Abendsen citato nella storia e che, nel romanzo originale, prende il nome di The Grasshopper Lies Heavy. In questa sorta di metarappresentazione, le due diverse realtà si incontrano e si parlano attraverso i personaggi. 

«Lui sostiene che invece di un isolazionista come Bricker, nel 1940, dopo Roosevelt, sarebbe stato eletto Rexford Tugwell.» Il suo viso liscio rifletteva le luci del traffico e scintillava di animazione; i suoi occhi erano diventati più grandi e nel parlare gesticolava molto. «E sarebbe stato molto attivo nel continuare la politica anti-nazista di Roose-velt. Perciò la Germania avrebbe avuto paura di intervenire a favore del Giappone nel 1941. Non avrebbe rispettato gli accordi. Capisci?» Si voltò verso di lui, lo afferrò decisamente per la spalla e aggiunse, «E così la Germania e il Giappone avrebbero perso la guerra!»
Lui rise.
La ragazza lo fissò, cercando qualcosa sul suo volto – lui non riuscì a capire che cosa, anche perché doveva stare at- tento al traffico – e disse, «Non c’è niente da ridere. Sareb- be successo davvero così. Gli Stati Uniti avrebbero avuto la meglio sui giapponesi. E…»
 

Tutto questo non fa altro che spiazzare il lettore mettendolo nella condizione di pensare ad un mondo “sottosopra” – o meglio, nascosto tra le righe – in cui, lui stesso, avrebbe potuto vivere se la fantascienza fosse stata realtà. I tedeschi/nazisti possiedono sicuramente l’autorità per comandare il territorio che la vittoria della Seconda guerra mondiale ha loro “assegnato” (con l’aiuto di un P. K. Dick che non manca di etichettarli come i “cattivi” della situazione), ma ciò che emerge nel romanzo è che essi manchino dell’autorevolezza necessaria per manifestare la loro vera supremazia come vincenti. Il loro paese, infatti, appare quasi come un corpo malato, come malato è anche l’Hitler descritto nel romanzo: l’ideologia nazista è mandata avanti dai suoi fedelissimi, tutto questo in uno scenario in cui i tedeschi non hanno comunque il punto di vista privilegiato. Alla luce di questi aspetti, quello si coglie dalla lettura de La svastica sul sole, oltre alla narrazione ucronica che prescinde dalla storicità, è anche il tentativo di P. K. Dick di compiere una sorta di miscellanea di temi, sia dal punto di vista contenutistico sia simbolico, che ripercorrono anche la storia dei generi. Ecco quindi che lo scrittore “immaginato” Hawthorne Abendsen compare per richiamare anche un altro autore altrettanto importante, ma ben più reale: Nathaniel Hawthorne. 

«Devi essere un agente dell’SD» disse lei. «Che si spaccia per un camionista italiano. Non hai mai combattuto in Nord Africa, vero? Probabilmente sei venuto qui per uccidere Abendsen; non è così? So che è così. Credo di essere piuttosto stupida.» Si sentiva prosciugata, inaridita. 

In questo collage storico rientra anche la “questione ebraica” e il modo in cui P. K. Dick la affronta. L’autore, infatti, porta alla luce un mondo in cui, brutalmente, gli ebrei sono stati quasi completamente eliminati e il razzismo si è esteso anche alla cancellazione della popolazione nera dell’Africa. Frank Frink, in questo contesto, è sicuramente colui che incarna di più le problematiche dell’odio razziale che con Hitler ha avuto il suo culmine massimo con la deportazione. Ma le persecuzioni di cui parla Dick, alla fine, coinvolgono tutti, senza distinzioni. E probabilmente è questa la grande morale di The Man in the High Castle: qualunque siano le intenzioni e qualsiasi sia la posta in gioco, il male è sempre dietro l’angolo e, come tale, è costantemente pronto ad influenzare non solo gli eventi, ma anche le esistenze di tutti coloro che tocca. La svastica sul sole descrive uno scenario ipotetico, ma allo stesso tempo anche terribilmente reale in cui i protagonisti si muovono come delle marionette manovrate da dei giochi di potere molto più in alto di loro. L’ordine scricchiola continuamente e a tremare sono anche le fondamenta di una storia che assume i panni di una verità, a tratti scomoda e a tratti liberatoria, che muta a seconda del punto di vista con cui la si guarda. 

Come una rana strappata al fondo di uno stagno, pensò. La stringi nel pugno, le ordini di riferire che cosa c’è in fondo all’acqua. Ma qui la rana non ti prende nemmeno in giro; soffoca in silenzio, diventa pietra o argilla o minerale. Inerte. Torna alla rigida sostanza familiare nel suo mondo-tomba.
 Il metallo viene dalla terra, pensò mentre osservava. Da ciò che sta sotto: da quel regno che è il più basso e il più denso. Luogo di folletti e di caverne, umido, sempre buio. Il mondo yin, nel suo aspetto più malinconico. Il mondo dei cadaveri, del disfacimento, della rovina. Delle feci. Di tutto ciò che è morto, che è scivolato verso il basso e si è disintegra- to, strato dopo strato. Il mondo demoniaco dell’immutabile; il tempo-che-fu.

«La storia ci sfiora appena», scrive Dick ne La svastica sul sole. Eppure, una volta ultimata la lettura, il suo tocco è pesante sulle esistenze dei personaggi che abitano il romanzo. 

Parole chiave:

  • Autenticità/finzione: una dicotomia che attraversa tutto il romanzo e che non riguarda solamente la storia raccontata, ma anche gli stessi personaggi perché si rivelano essere diversi da quanto si era immaginato. Cosa è vero? E cosa, invece, è falso? La svastica sul soleinscena una trama che è la cancellazione della storia stessa, ma anche una possibile variante di come sarebbe potuta andare se certe cose non sarebbero successe o si fossero verificate diversamente.
  • Meta-romanzo: il “libro nel libro”, come accade con La cavalletta non si alzerà più di Abendsen, il romanzo citato nella storia. Quest’ultimo, infatti, è un libro che circola clandestinamente negli Stati Uniti e che racconta un mondo in cui si immagina che la Germania e il Giappone abbiano perso la guerra, creando l’effetto di una ucronia nell’ucronia stessa. Quello di Abendsen non è il solo libro citato: fondamentale per i protagonisti de La svastica sul sole è anche l’I Ching, il testo cinese sugli oracoli che viene consultato molto spesso come aiuto nelle loro scelte.
  • Potere: quello che muove la trama, le persone e il mondo intero. Ne La svastica sul sole, il potere è qualcosa di trasparente e subdolo che si infiltra in qualunque parte, anche dove sembra non ci sia oppure sembra ce ne sia già abbastanza.
  • Dente di leone: ovvero l’operazione di spionaggio tedesca ai danni dell’impero giapponese. L’equilibrio delle due superpotenze infatti, per tutta la lettura di questo romanzo, da l’idea di essere come un castello di carta che è destinato inesorabilmente a crollare.
  • Hawthorne: il nome di battesimo dello scrittore “Abendsen” citato nel testo e autore de La cavalletta non si alzerà più, ma anche quello di “Nathaniel Hawthorne”, ovvero uno dei primi autori del romance ottocentesco; probabilmente un finissimo riconoscimento da parte di P. K. Dick.

Voto: 4 segnalibri su 5

La svastica sul sole (P. K. Dick)

Titolo: La svastica sul sole
Autore: P. K. Dick
Editore: Fanucci
Lunghezza: 306 pagine
Prezzo: 9,90 euro
Trama: Stati Uniti d’America, 1962. La schiavitù è di nuovo legale, i pochi ebrei sopravvissuti si nascondono dietro falsi nomi, la California è asservita al Giappone. Vent’anni prima l’asse ha vinto la seconda guerra mondiale, e si è spartito l’America. Sul resto del mondo incombe una realtà da incubo: il credo della superiorità razziale ariana ha soffocato ogni volontà o possibilità di riscatto. L’Africa è ridotta a deserto, vittima di una soluzione radicale di sterminio, mentre l’Italia ha ottenuto solo le briciole dell’immenso potere dell’Europa. In questo scenario due libri segnano il destino collettivo, influenzando scelte e comportamenti: un testo antico, il millenario “I Ching”, e un romanzo moderno, un misterioso libro “underground” che minaccia di sovvertire l’ordine mondiale basato sul predominio assoluto dei vincitori. Si tratta di “La cavalletta non si alzerà più”, un best-seller vietato in tutti i paesi del Reich, che racconta una realtà in cui l’Asse non ha vinto la guerra ma è stato sconfitto dagli alleati.
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“Fahrenheit 451”: un fuoco che brucia e non scalda

«Se vi danno un foglio con le righe già tracciate, scrivete dall’altra parte»: con questa evocativa e reale (si capirà nella lettura il perché) citazione di J. R. Jiménez inizia Fahrenheit 451, un romanzo distopico scritto da Ray Bradbury (lo stesso di Cronache marziane) nel 1953 e che descrive, attraverso l’ambientazione in un futuro imprecisato, una società paradossale in cui leggere o possedere libri è considerato un reato.

Quindi, ora vede perché i libri sono odiati e temuti? Perché mostrano i pori sulla faccia della vita. La gente adattata vuole facce simili a lune di cera, senza pori e senza peli, dunque senza espressione. viviamo in un’epoca in cui i fiori cercano di vivere a spese di altri fiori, invece di crescere grazie alla pioggia e alla terra grassa. Persino i fuochi d’artificio, in tutta la loro bellezza, nascono dalla chimica della terra. Eppure noi pensiamo di poterci nutrire di fiori e fuochi artificiali, senza completare il ciclo che ci riporta alla realtà.

Il protagonista principale della storia è Guy Montag, un pompiere che vive una realtà grigia come il colore del metallo e “desolatamente” dominata da strane tecnologie (come i “segugi meccanici” che si occupano della sorveglianza e della ricerca delle persone). La civiltà, in questo romanzo, è descritta come qualcosa che va in pezzi e si sta sgretolando, un concetto che ricorda anche un altro grande romanzo distopico e con il quale è inevitabile fare dei parallelismi: 1984 di George Orwell. Se in quest’ultimo, però, la vita è sotto il prepotente controllo dell’occhio del “Grande Fratello” che non fa pensare autonomamente, in Fahrenheit 451, invece, l’occhio che vigila è soprattutto quello dei pompieri che, in una società imbottita di divertimenti artificiali, fanno il contrario di ciò per cui sono famosi: appiccano incendi, distruggono libri e annientano qualsiasi sprazzo di personalità.

Ogni uomo deve essere l’immagine degli altri, perché allora tutti sono felici, non ci sono montagne che li fanno tremare, cime con cui devono confrontarsi. Ecco perché un libro è come un’arma carica nella casa del vicino. Brucialo, togli le munizioni dell’arma. Entra nella mente dell’individuo.

Il tema del fuoco compare dall’inizio alla fine del libro come elemento detentore di accezioni positive e negative. Gli inceneritori e le fucine hanno il compito di distruggere qualsiasi libro o documento, mentre i pompieri danno fuoco a ogni cosa (e anche persona) ostacoli il credo della loro società: non è un caso che il loro slogan sia «Bruciali tutti e poi brucia le ceneri», ma anche che siano paragonati a dei freaks del fuoco che, attraverso gli incendi, compiono quasi degli eventi spettacolari per le persone che li osservano “allucinate”.

Voi siete come il circo che arriva nell’edificio segnalato e, di tanto in tanto, raduna la gente che vuole vedere lo spettacolo di un falò, ma ormai è uno spettacolino provinciale e non certo indispensabile per tenere in ordine le cose.

In Fahrenheit 451, il fuoco però non brucia solamente, ma è anche l’elemento purificatore che riscalda e dona nuova vita, proprio come accade a Guy Montag sul finire del romanzo: non solo l’uomo riesce a scappare lontano da quella società che tanto lo disgusta, ma ai confini della città incontra degli esuli capitanati da un certo Granger. Qui, con grande meraviglia, scopre che la memoria letteraria dell’umanità sembra essere in salvo: ciascuno di loro, infatti, ha memorizzato il frammento di un libro per tentare di “salvarlo” dalla cancellazione definitiva, ecco perché si sono definiti come «pezzi e bocconi di storia»). Il romanzo, in sostanza, è diviso in tre parti (o capitoli) che, come dei frammenti, si uniscono per formare un totale: “Il focolare e la salamandra”; “La sabbia e il setaccio”; “Divampante fulgore”. Ma non solo: questa struttura da modo di vedere e leggere Fahrenheit 451 come un percorso di crescita interiore proprio del protagonista Guy Montag. Parte dopo parte, infatti, quest’ultimo acquista sempre più consapevolezza di quello che sente dentro di sé e, come una fenice (citata anche nel testo), non solo risorge dalle ceneri, ma si ribella ai voleri di una società che non riconosce più come sua. In questo suo crescendo di sensazioni, cerca qualcuno con cui confidarsi e sentirsi “libero”, ma soprattutto qualcuno che, come lui, lotti per ribellarsi e riconosca nei libri uno strumento dal potere eccezionale. Clarisse (la “Beatrice” che gli ispira la ribellione) prima e Faber (l’amico professore) poi, infatti, rappresentano per Montag la salvezza e il punto di svolta, ponendosi praticamente all’opposto della moglie Mildred e del capo “incendiario” Beatty.

I libri erano solo uno dei ricettacoli in cui mettevamo le cose che avevamo paura di dimenticare. Non c’è niente di magico nelle pagine in sé, la magia è in quello che dicevano, nel come cucivano le toppe dell’universo per ricavarne un vestito adatto a noi.

I libri oltre a comparire con diverse citazioni e rimandi, vengono visti come gli elementi “umanizzati” che aiutano Guy Montag (e volendo anche lo stesso lettore) a mettere la testa “fuori dalla caverna”, proprio come accade nel mito di Platone. Tra questi sono citati I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, il Giulio Cesare di Shakespeare (che compare in uno scambio di citazioni letterarie tra Beatty e Montag e in cui, quest’ultimo, è quasi paragonato ad un Bruto che tradisce il “corpo” dei pompieri) e anche la Bibbia (evocativo il finale del libro in cui viene riportata una citazione dall’Apocalisse). Fahrenheit 451 è un libro straordinario, dal significato sorprendente: mentre si legge il romanzo è inevitabile provare un profondo senso di sconforto nell’immaginare come sarebbe potuto essere un mondo senza la libertà che può donare la lettura di un libro, sebbene il passato ci abbia già “regalato” episodi di questo tipo (si vedano ad esempio i famosi – purtroppo – roghi nazisti o gli incendi alle Biblioteche). Se siete curiosi di immergervi in un mondo in cui la distruzione dei libri è il tragico effetto di una terribile distorsione, lasciatevi conquistare da Fahrenheit 451. Nessun pentimento assicurato.

Parole chiave:

  • Specchio: non come elemento che compare fisicamente, ma come concetto che rimanda al “tema del doppio”. Montag è lo speculare di Beatty, mentre Clarisse, in un certo senso, rappresenta il doppio negativo di Mildred. La prima è una ragazza che si ostina a voler appartenere ad un mondo fatto di vita, rappresenta il cambiamento e il riferimento metaforico a tutto questo può essere riscontrato nel “dente di leone” che tiene tra le mani all’inizio del racconto, un fiore che simboleggia la libertà e la voglia di ricominciare. La seconda, invece, è la moglie di Montag (anche se non ricorda come): una donna completamente superficiale e assoggettata agli eventi che vive con delle protesi artificiali come la radiolina nell’orecchio o il teleschermo da guardare continuamente; la sua stanza sembra un mausoleo ed un regno tombale, mentre il suo corpo è paragonato a qualcosa che è morto o a un’effige sulla tomba.
  • Teatro: a partire dall’episodio in cui Montag declama dei versi assumendo la gestualità di un primo attore, fino ad arrivare alla sua fuga nel finale («palcoscenico con molti attori»), questo elemento si accosta al romanzo e lo arricchisce con degli spunti interessanti. Tra di essi ci sono anche dei riferimenti al “teatro dell’assurdo”, come ad esempio accade quando viene citata l’altissima velocità percorsa sulle strade (come se fosse una norma), il non rendersi conto dove si va oppure la legittima uccisione di animali durante la guida.
  • Vita: cercata dal protagonista Guy Montag, perseguita da Clarisse, ma anche presente negli stessi libri che, nel romanzo, vengono paragonati a delle vere e proprie persone con dei tratti fisici («occhi d’oro prima di scomparire»; «un cuore nel petto»).
  • Regolamento: quello imposto nella società pensata da Bradbury e che Beatty, il capo dei vigili del fuoco, vuole assolutamente far rispettare a tutti i costi, anche quello di uccidere. Esso è citato nel romanzo e ripercorre la storia che spiega il motivo per cui si è arrivati al punto di abolire ogni libro. In questo regolamento ci sono anche dei riferimenti inter-testuali: esordisce con la propaganda inglese nelle colonie dove vengono ripresi i margini della società e arriva perfino a definire i libri come qualcosa che va condensato e ridotto in modo tale che non scateni inutili discussioni tra le persone.
  • Fahrenheit 451: il titolo del libro e che fa riferimento a quella che Bradbury riteneva essere la temperatura di accensione della carta (per saperne di più, leggi qui).

Voto: 5 segnalibri su 5

Ray Bradbury - Fahrenheit 451.jpg

Titolo: Fahrenheit 451
Autore: Ray Bradbury
Editore: Mondadori
Lunghezza: 182 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Montag fa il pompiere in un mondo in cui ai pompieri non è richiesto di spegnere gli incendi, ma di accenderli: armati di lanciafiamme, fanno irruzione nelle case dei sovversivi che conservano libri e li bruciano. Così vuole la legge. Montag però non è felice della sua esistenza alienata, fra giganteschi schermi televisivi, una moglie che gli è indifferente e un lavoro di routine. Finché, dall’incontro con una ragazza sconosciuta, inizia per lui la scoperta di un sentimento e di una vita diversa, un mondo di luce non ancora offuscato dalle tenebre della imperante società tecnologica.
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“Veronica, il musicista e l’introvabile nota” di Francesca E. Bianchi

“Un’intrigante sfida alla morale”: se dovessi descrivere in breve Veronica, il musicista e l’introvabile nota di Francesca E. Bianchi (edito nel 2017 da “Robin Edizioni”), userei proprio queste parole. Sin dall’inizio veniamo proiettati in un mondo in cui le vite dei giovani protagonisti si mescolano con il suono creato dal pianoforte. Tommaso ha sei anni, ma la sua tenera età non gli impedisce affatto di rimanere affascinato – e letteralmente catturato – da una musica che sente al di là delle mura di casa sua. Lui ancora non lo sa (o forse può solo cominciare ad immaginarlo), ma quella melodia, e soprattutto chi la suona, lo accompagneranno nel bene e nel male per tutta la vita, proprio come un sottofondo alla sua esistenza. Ma chi c’è dietro quel pianoforte che riesce ad arrivare fino a casa Roverni? La risposta è Veronica, una ragazzina di quattordici anni che ama i sandali di corda, i vestiti di colore bianco e la musica, tant’è che sarà proprio lei a dare le prime lezioni di piano al piccolo Tommaso, facendolo entrare in un mondo che alla fine non riuscirà più ad abbandonare.

Il mio reale obiettivo era solo quello di arrivare all’estate, andare in vacanza nella casa di campagna e trovare il coraggio di sedermi vicino a Veronica e suonare per lei. Volevo che fosse orgogliosa di me. Volevo che si innamorasse della mia musica e che provasse per me quello che io provavo per lei. Tutte le esibizioni e tutti i premi vinti durante quegli anni erano per me solo un motivo di conversazione, qualcosa di poco conto che mi doveva avvicinare al traguardo finale.

Galeotto fu il pianoforte e chi gli fece imparare a suonarlo, si potrebbe dire. E Veronica è quasi come un’incantatrice che, lezione dopo lezione, rende consapevole Tommaso della bravura che sta crescendo dentro di lui, sebbene inizialmente fatichi a rendersene conto. Il bambino diventa un ragazzo e il ragazzo si trasforma ben presto in un piccolo uomo: per questo in lui, oltre alla musica, si alimentano anche rabbia e impotenza, simbolo probabilmente del fatto che gli eventi cambiano e si evolvono, ma non come lui vorrebbe: soffre quando vede la “sua” Veronica con qualcun altro e la distanza appare come l’unica soluzione per dare tregua al suo stato d’animo. Ma questa scelta “suona” più come un “arrivederci” piuttosto che come un “addio”.

Fino a quel momento non avevo mai pensato seriamente alla sua età, ma quell’estate fui obbligato ad accorgermi che toccava i vent’anni e che non avrebbe mai badato ad un marmocchio come me.
Per tutta risposta, il giorno dopo, a lezione, iniziai a suonare. Suonavo per dimostrarle che io avevo qualcosa che quel ragazzo non aveva e non le avrebbe mai potuto dare: la musica. Lei fu piacevolmente sorpresa e mi ricoprì di complimenti non sapendo che quello che esprimevo con le mie note era solo rabbia. Rabbia e impotenza verso quel ragazzo che aveva qualcosa che io non potevo ricevere: il suo amore.

Tommaso abbandona presto la casa di campagna per la città e per le lezioni private con il maestro Luigi Bossola, ma nonostante questa lontananza fisica continua a essere acceso prepotentemente in lui l’affetto per una Veronica che non riesce affatto a dimenticare. Ogni scusa, però, è buona per ritornare al passato, soprattutto se quest’ultimo gli permette di vedere la ragazza e di ritrovare quel “contatto” che colma ogni sua mancanza. I protagonisti crescono e si evolvono insieme alla lettura: Tommaso si è sempre sentito più grande della sua età, ma questo non basta per trasformare i sentimenti di Veronica in qualcosa di caldo e autentico. Sembrano inafferrabili, quasi quanto quella nota di cui è alla ricerca ma che appare introvabile, e che non per niente è il titolo del romanzo.

Calpestavo l’erba cercando di convincermi che lui ormai era il passato e che i miei piedi avevano preso il posto dei suoi piedi, ma mi illudevo. Era diverso. Nessun passo mi avvicinava. Lei mi teneva sempre alla stessa distanza, oltre quella barriera che aveva alzato, e nonostante perseverassi nelle mie convinzioni non potevo non domandarmi cosa fosse stata per lei quella notte di Capodanno e se non la ritenesse solo un errore da cancellare dalla sua memoria.

Tommaso è nato per suonare e di questo ne è consapevole anche la sua prima maestra. Roverni diventa un nome importante nell’ambiente, un pianista di successo che esporta la sua arte e la sua “malinconia” in giro per le tournée. La sua fama, però, non riesce a far uscire Veronica dalla sua vita. Quasi come un’ossessione, infatti, nella testa di Tommaso non esiste altro volto che il suo: cerca il suo corpo e i suoi gesti nelle ragazze che incontra, ma tutte si rivelano essere solamente una brutta copia dell’originale. I due si attraggono e nello stesso tempo si respingono in un rapporto costantemente in bilico tra l’essere una calamita e una calamità, mentre ogni azione e gesto appare stonato o fuori tempo, come se i due non riuscissero affatto ad accordarsi l’uno all’altra. Le cose, però, sono destinate a cambiare, ed è proprio il destino che gioca con i protagonisti a mutare i loro ruoli: c’è una nuova nota che sembra suonare tra di loro.

Mi chiesi se non fosse una strega, capace con non so quale sortilegio, di farmi impazzire, cambiare la mia personalità, rendermi estraneo perfino a me stesso. Mi faceva vibrare l’anima, il cuore, la pelle, le mani.

Leggere Veronica, il musicista e l’introvabile nota è come guardare uno spartito: tra parole più o meno forti che rappresentano altrettante note gravi e acute, infatti, si sviluppano le storie e le esistenze dei protagonisti, coinvolti in alti e bassi che sfidano il concetto di normalità. Ma alla fine, cosa vuol dire la parola “normale”? La sfida di questo libro sta proprio nel tentativo di spiegare quanto non esistano concetti dati per assodati. Le cose non sono mai come sembrano e la storia che scrive Francesca E. Bianchi permette di comprendere prima di tutto che non ci sia niente di scontato, perfino nelle nostre convinzioni. Il protagonista Tommaso cresce e matura insieme alla lettura, e non è un caso che sia proprio un viaggio alla ricerca di se stesso (e al contempo di fuga) a gettargli luce su ogni cosa, ma anche a dargli la forza necessaria per affrontare un segreto che solo una scelta dettata dall’egoismo non ha voluto rivelargli. Questo è sicuramente un libro fuori dal comune, una lettura spiazzante che è in grado di far leva sulle nostre opinioni e di smantellarle una a una: tra citazioni sentite e una trama ponderata anche nel suo essere inaspettata, Veronica, il musicista e l’introvabile nota si inserisce sicuramente in quei romanzi che bisogna necessariamente leggere se si vuole aprire un confronto con noi stessi e i nostri princìpi, e da ultimo (ma non ultimo) rispondere alla domanda: si può soffrire per qualcuno che non è mai stato effettivamente nostro? 

Parole chiave:

  • Musica: Tommaso è un musicista e il pianoforte rappresenta una cartina di tornasole dei suoi stati d’animo. “L’arte nasce dalla sofferenza” si dice, e il protagonista sembra proprio farsi carico di questa frase attraverso la sua vita quasi sempre al limite, tra giusto e sbagliato.
  • Veronica: è un personaggio anomalo, quasi “disturbante”. Il lettore non sa se capirla o detestarla, ed i suoi comportamenti non aiutano affatto a prendere una scelta.
  • Segreti: punzecchiano il romanzo quasi a risvegliare il lettore dal torpore di una trama che sembra seguire la normalità. Una volta ultimata la lettura ci si chiede: anche io avrei fatto la stessa cosa?
  • Tematiche: questa non è solo la storia della vita di Tommaso e delle persone che la toccano, ma è anche una trama abitata da spunti di riflessione che ci fanno chiedere costantemente il nostro punto di vista. Che si tratti di semplici opinioni o di scelte di vita, è impossibile non lasciarsi trascinare all’interno della mente dei protagonisti.
  • Amore: ultimo, ma non per importanza. In Veronica, il musicista e l’introvabile nota è una componente importante, quasi fondamentale, soprattutto perché compare in tutte le sue sfumature: reale, familiare, puro, malato, amicale, profondo. Quanti tipi di amore esistono in una sola esistenza?

Voto: 5 segnalibri su 5

Veronica, il musicista e l'introvabile nota - Francesca E. Bianchi

Titolo: Veronica, il musicista e l’introvabile nota
Autore: Francesca E. Bianchi
Editore: Robin Edizioni
Lunghezza: 250 pagine
Prezzo: 14 euro
Trama: All’età di sei anni, dal dondolo nella casa di campagna dei suoi genitori, Tommaso scorge per la prima volta Veronica. L’incontro con questa giovane donna e la sua musica cambierà per sempre la sua vita e lo porterà a diventare precocemente un pianista di grande successo, capace di esibirsi in breve tempo sui più prestigiosi palchi nazionali e internazionali. La musica, i concerti e le tournée iniziano così a scorrere nella vita di Tommaso senza soluzione di continuità. Tuttavia nessuna nota, nessuna città e nessuna donna sembrano capaci di cancellare il ricordo indelebile di Veronica, dei suoi sandali di corda e dell’unica notte passata insieme. Inseguito da tale ricordo, Tommaso si troverà costretto a ritornare nella casa di campagna dei suoi genitori per affrontare una volta per tutte il suo passato e i suoi tormenti.
Per acquistarlo: clicca qui per la copia cartacea; clicca qui per il formato eBook

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“La lettera segreta”: un viaggio (d’amore) che sfida il destino

La lettera segreta di Chloé Duval è un romanzo del 2017, pubblicato da Garzanti, che ho scoperto “piacevolmente” per caso, proprio mentre ero alla ricerca di qualcosa di non troppo impegnativo da leggere. La trama è all’apparenza molto semplice, ma anche piuttosto intrigante: immaginate di ricevere nella cassetta delle lettere, come accade alla protagonista Flavie, una corrispondenza non destinata a voi; non la solita bolletta da pagare, ma qualcosa di importante che riguarda una dichiarazione d’amore non andata a buon fine. Ecco, cosa fareste? Probabilmente vorreste consegnarla subito al legittimo proprietario, comincereste a fare dei “film mentali” immaginando chissà quale scenario, vi informereste su luoghi e persone. Insomma, vi comportereste proprio come Flavie.

Il mistero racchiuso in quella lettera stuzzicava la mia curiosità storica e la mia immaginazione di romanziera, il cervello che cominciava già a costruire teorie e scenari… E se, malgrado tutto, lui non si fosse arreso? E se si fossero ritrovati? Oppure, al contrario, se non si fossero mai più visti? E se il destino e un capriccio della posta avessero separato per sempre due anime gemelle?
Delicatamente ripiegai la lettera, la infilai di nuovo nella busta e la deposi come un oggetto prezioso in un cassetto della scrivania. Poi spensi il computer, senza nemmeno aprire il file del romanzo.
Sapevo che quella sera sarebbe stato inutile. Non avrei scritto. La mia immaginazione volava verso altri cieli.
Verso le storia di Lili e del suo misterioso E.

Quella busta misteriosa e ingiallita dal tempo, infatti, proviene dal lontano 1971 ed è tutt’altro che positiva: parla di un’amore finito, quello tra Erwan e Amélie, ma soprattutto descrive l’inderogabilità del destino. Per ogni cosa, però, c’è una soluzione, e Flavie è disposta a tutto pur di trovarla, perfino a viaggiare nel sud della Francia nel tentativo di ricucire tutti gli sbagli e gli strappi causati da un ingiusto passato. In una storia in cui i sentimenti si mescolano al tempo, la professoressa (e anche scrittrice) Flavie non scopre solamente la sua voglia di mettere per iscritto quanto sta scoprendo attraverso il tenero Erwan, ma anche delle emozioni che temeva di non riuscire a provare più. É proprio l’affascinante Romaric, infatti, l’autore di questa piccola rinascita, una combinazione tra buone maniere e carattere deciso.

Lo guardai negli occhi, cercandovi conferma che i miei timori erano infondati, che quel gusto amaro in bocca non aveva ragione d’essere.
Che la nostra storia non sarebbe finita lì.
Ma, nel mio intimo, ero consapevole che lui non poteva farmi quella promessa. Che a volte nemmeno le migliori intenzioni erano sufficienti. Mi rendevo dolorosamente conto che ciascuno di noi si era costruito una vita che lo appagava e alla quale sarebbe stato difficile rinunciare: Rom aveva la fattoria, i cavalli, sua sorella e suo zio; io avevo la mia casa, i miei allievi, mio padre e le mie amiche. Due vite, due realtà diverse che ci separavano dopo averci avvicinati.

La storia di Erwan e Amélie si mescola con quella di Flavie e Romaric, ma entrambe riusciranno ad avere il loro lieto fine? Quello che è certo è che la protagonista sembra vivere costantemente tra passato ed immaginazione, cioè tra quello che la sua attività di insegnante di Storia e Geografia le ha dato per indole e quello che, invece, la sua mente da aspirante scrittrice di romanzi rosa le fa creare.

«La vostra storia mi ha appassionata. Ci pensavo di continuo, volevo sapere. Volevo anche scriverla, perché ero convinta che fosse bella, anche se mancava il lieto fine. E…» Esitai.
«Sì?» Insistette Erwan.

«Ebbene, confesso che mi vedevo già come l’artefice del vostro ricongiungimento. Sì, lo so, era un po’ presuntuoso da parte mia, ma non potevo impedirmi di sperare… Sperare di fare qualcosa di buono, di positivo. Rendere felici delle persone, una volta nella vita.»

In questo romanzo leggero e anche un po’ frizzante, il tempo non passa per curare e cancellare le ferite di un passato doloroso, piuttosto per rimarcare un ricordo che è ancora prepotentemente presente nella testa e nel cuore del caro Erwan, ma anche di una Flavie che non vuole cedere alle difficoltà del destino e delle distanze. Se l’attesa di 43 anni ci proietta un po’ nella paziente storia d’amore che vivono anche Florentino Ariza e Fermina Daza in L’amore ai tempi del colera, d’altra parte non bisogna affatto dimenticare la determinazione che conduce la protagonista alla ricerca di un amore per niente dimenticato, ma solo momentaneamente “in sospeso”. Sullo sfondo delle campagne francesi attraversate dalla brezza estiva, infatti, si muovono anche la speranza e la ricerca di un senso della vita che non sono destinati a durare quanto una “piccola vacanza”, ma per l’intera esistenza. In questo viaggio nel tempo, è proprio il “tempismo” a giocare un ruolo fondamentale: possono una famiglia appena conosciuta e una gita fuori porta lontana dalla quotidianità fare sentire se stessi e a casa? Flavie e questa lettura sembrano avere la risposta.

Parole chiave:

  • Amore: quello “paterno”, quello “amicale”, quello “familiare”, quello “speranzoso”, quello “eterno”. Insomma, presente in ogni sua forma e destinato ad avvolgere il lettore con il suo calore.  
  • Lavoro a maglia: Flavie è una “sferruzzatrice” appassionata e, come tale, il suo lavoro a maglia fatto in compagnia delle sue fidate amiche può essere paragonato alla storia di cui è protagonista. Filo dopo filo, gesto dopo gesto, la ragazza costruisce una trama fatta di speranza e sentimento.
  • Romanzo: quello che vorrebbe scrivere la protagonista Flavie, alla ricerca di una storia d’amore che la ispiri, e che, inconsapevolmente, vivrà anche sulla propria pelle. Ma, alla fine, riuscirà nel suo intento di mettere per iscritto tutto il turbinio di sentimenti che si troverà a vivere?
  • Passato/presente: una dicotomia che attraversa tutto il testo e che rivive nei personaggi di Erwan e Amélie. Entrambi, in un certo senso, rappresentano anche la proiezione di Flavie e Romaric, destinati a rivivere lo “sciagurato” destino, ma con il potere di poterlo anche cambiare.
  • Curiosità: è proprio quest’ultima a condurre Flavie nel viaggio che cambierà per sempre la sua vita. Se avesse ignorato quella lettera le cose sarebbero sicuramente diverse, ma è proprio la sua anima da “romanziera” a spingere la protagonista a cedere a quella corrispondenza che la sta chiamando dal passato per rimettere nel giusto posto tutti i tasselli.

Voto: 5 segnalibri su 5

La lettera segreta - C. Duval.jpg

Titolo: La lettera segreta
Autore: Chloé Duval
Editore: Garzanti
Lunghezza: 224 pagine
Prezzo: 16,90 euro
Trama: Può la lettera di uno sconosciuto cambiarti la vita? È quello che si chiede Flavie quando si vede recapitare una busta misteriosa datata 1971. Una busta arrivata con quarantatré anni di ritardo. Non ha idea di chi possa essere Lili, la destinataria. Eppure la curiosità è così forte che Flavie decide di aprirla. Il contenuto, scritto a mano in una calligrafia elegante, la sorprende: perché quelle righe le ricordano i romanzi che ama scrivere. Quelle righe nascondono una storia d’amore in cui un uomo supplica Lili di raggiungerlo e di sposarlo. Un uomo che si firma solo con E. Flavie non ha altri indizi. Non altre informazioni se non una richiesta fatta con il cuore che forse non è mai stata ascoltata. Forse quelle parole, perse nel vento, hanno modificato il destino di due persone per sempre. Flavie deve trovarle. Deve sapere se sono state divise tutti questi anni da una lettera mai arrivata. Perché ha bisogno di credere anche lei che possa esistere qualcosa più forte di tutto. Più forte del tempo, degli sbagli, delle scelte, degli imprevisti. Qualcosa che Flavie ha trovato solo nei romanzi, mai nella realtà. La ricerca la porta nel Sud della Francia, dove scopre che forse non tutto è perduto. Che forse è ancora possibile riannodare i fili spezzato del passato. Perché ci sono amori che non si possono dimenticare. Ci sono emozioni che cambiano ogni cosa. E Flavie, trascinata da quello che la lettera le ha rivelato, è pronta finalmente a viverle.
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“Il complotto contro l’America” e l’incubo in un francobollo

«La paura domina questi ricordi, un’eterna paura. Certo, nessuna infanzia è priva di terrori, eppure mi domando se da ragazzo avrei avuto meno paura se Lindbergh non fosse diventato presidente o se io stesso non fossi stato di origine ebraica.»

Sebbene Philip Roth abbia abbandonato presto il paese d’origine per diventare uno scrittore, in Il complotto contro l’America, Newark sembra ritornare come un fantasma per rimarcare un legame che non ha mai smesso di esistere. Che sia per rimandi a luoghi o a nomi, infatti, la vita quotidiana rappresenta un elemento molto importante per l’autore, soprattutto se pensiamo che in questo romanzo appare come una sorta di riscrittura sotto “false righe”. Non appena si legge la citazione soprastante, è impossibile non sentirsi spaesati e chiedersi di quale passato stia parlando esattamente l’autore.

«Lindbergh fu il primo celebre americano vivente che imparai ad odiare – proprio come il presidente Roosevelt fu il primo celebre americano vivente che mi insegnarono ad amare – e così la sua nomination da parte dei repubblicani come avversario di Roosevelt nel 1940 rappresentò l’attacco più violento che fosse mai stato sferrato contro quella ricca dotazione di sicurezza personale che io avevo dato per scontata come figlio americano di genitori americani in una scuola americana di una città americana in un’America in pace col mondo.»

Nel quartiere di Weeqhahic, a Newark appunto, vive un ragazzino ebreo di nome Philip che con la sua famiglia, tra discussioni e legami risanati, ha gli alti e bassi tipici di ogni giorno. Se non avessimo guardato la copertina e visto il titolo, staremmo sicuramente pensando di leggere una biografia dell’autore. Invece no: gli anni sono quelli della Seconda guerra mondiale e il momento descritto riguarda le elezioni presidenziali che vedono l’inattesa (e decisamente assurda) vittoria dell’aviatore anti-semita Charles Lindbergh. Se ancora non si fosse capito, Il complotto contro l’America è un’ucronia un po’ anomala: stavolta Hitler non si presenta come una “presenza” vincente (almeno, non ancora), piuttosto come un burattinaio che tiene in mano i fili e il destino di un’America che sembra sempre più vicina all’ideologia nazista. Quest’ultima, infatti, non è rappresentata dai suoi fedelissimi gerarchi come si potrebbe pensare, bensì da Charles Lindbergh, lo stesso aviatore che nel 1927 ha fatto l’eroica trasvolata in solitaria da New York a Parigi senza scali, ma che qui, inaspettatamente, si trasforma in un candidato politico di destra estrema.

«Anche se il ragazzone timido del Minnesota aveva tutt’altra vocazione, la straordinaria impresa aviatoria lo trasformò in personaggio pubblico amato dalla folla, esaltato dai media e osannato dai potenti. L’attenzione nei suoi confronti aumentò ancor più quando 1932 fu rapito e ucciso suo figlio di due anni in una vicenda che suscitò l’interesse morboso dei media nazionali e internazionali. Quel drammatico episodio provocò nell’aviatore il bisogno di credere in un’autorità forte e lo spinse ad abbandonare gli Stati Uniti verso l’Europa […]. Dall’Inghilterra Lindbergh visitò più volte il Terzo Reich, accolto come ospite d’onore dal gruppo dirigente nazista. […] Il bagno nelle idee naziste che percorrevano l’Europa degli anni Trenta indusse l’aviatore a farsene leale portabandiera. Lindbergh non solo ammirava Hitler di cui diceva «è sicuramente un grande uomo e credo che abbia fatto molto per il popolo tedesco», ma manifestava apertamente idee antisemite contro gli ebrei accusati di manovrare Franklin D. Roosevelt per indurlo a opporsi al Nazismo.»

Hitler non viene citato per le sue mire espansionistiche o per le vittorie senza precedenti (letteralmente), ma soprattutto per le idee subdole e inquietanti che coinvolgono delle figure insospettabili ed “eroiche”. L’intento di Philip Roth, in questo caso, è principalmente quello di raccontare il what if con una disarmante lucidità: ecco, quindi, che il passato alternativo e gli elementi ucronici non servono soltanto per creare una ambientazione storica fuori dal comune, ma anche per raccontare il punto di vista di una realtà ebraica presa di mira dal Nazismo e un contesto familiare continuamente sottoposto a degli scossoni da parte del mondo esterno. Dopo l’elezione di Lindbergh, infatti, una domanda comincia a serpeggiare tra gli ebrei di Newark: che ne sarà di loro e delle loro vite? Le risposte, più che portare certezze, sembrano piuttosto un crescendo di dubbi e inquietudini che nemmeno l’oceano che si frappone tra l’America e l’Europa martoriata dal Nazionalsocialismo sembra placare.

«[…] Per impedire una guerra in Europa è ormai troppo tardi. Ma non è troppo tardi per impedire all’America di partecipare a quella guerra. FDR sta ingannando la nazione. L’America sarà trascinata nella guerra da un presidente che falsamente promette la pace. La scelta è semplice. Votate per Lindbergh o votate per la guerra.»

La “distanza”, probabilmente, rappresenta il motivo per cui anche la questione ebraica viene trattata in maniera diversa: non ricordando ancora una volta i capisaldi della storia con le leggi razziali e la deportazione, ma lasciando tutto questo sullo sfondo e concentrandosi maggiormente sui risvolti familiari e sulle reazioni delle persone. Philip Roth, attraverso il suo romanzo, non vuole dare delle spiegazioni e trovare i motivi per cui sono successi certi fatti, piuttosto vuole osservare le reazioni che questi cambiamenti – lenti, graduali, terribili – apportano agli individui, come se in mano avesse una sorta di lente d’ingrandimento letteraria. Gli intenti di Lindbergh sono come “il bastone e la carota”, ossia un’alternanza di buone (all’apparenza) e cattive maniere. Se da una parte il Just Folks viene spacciato per un progetto benevolo il cui fine è l’integrazione della popolazione ebraica nella società (quando in realtà è tutto il contrario), dall’altra invece il culmine massimo della gravità viene raggiunto con l’uccisione del giornalista ebreo Walter Winchell. E i francobolli? Sotto la lente d’ingrandimento di Philip Roth c’è la sua famiglia, ma soprattutto il suo sé bambino che, come una spugna, assorbe le tensioni e le preoccupazioni che si scatenano attorno a lui. In questa quotidianità fatta di gesti comuni, ci sono i litigi tra suo padre e il fratello Sandy, le apprensioni tipiche di una madre, ma anche gli interessi e le passioni che, in un contesto di eccezionalità come quello che stanno vivendo tutti, fanno rimanere aggrappati alla “normalità”. Ecco che i francobolli di Philip rappresentano sì una distrazione, ma anche quella storia che sta cambiando e che nel suo mutare si affida a degli oggetti iconici.

«Era un incubo coi fiocchi, e riguardava la mia raccolta di francobolli. Era successo qualcosa. Il disegno su due serie di francobolli era orribilmente cambiato senza che io sapessi quando o come. […]
Quando aprivo l’album al Bicentenario di Washington del 1932 – dodici francobolli il cui valore andava dal mezzo cent marrone scuro al dieci cent giallo – rimanevo sbalordito. Sui francobolli Washington non c’era più. […]
E sulla faccia di ognuno di essi, sulle rupi, sui boschi, sui fiumi, sulle cime, sui geyser, sui burroni, sulle coste di granito, sulle acque profonde e sulle grandi cascate, su quanto di più verde, bianco e blu ci fosse in America, da conservare per sempre in queste riserve incorrotte, era stampata una svastica nera.»

L’espediente suggestivo a cui si affida Philip Roth in questo frangente è quello di personificare l’incubo nazista in uno strumento – il francobollo – che viene utilizzato non solo per arricchire una collezione, ma soprattutto come mezzo di diffusione e spostamento. Hitler e il Nazionalsocialismo, sotto tale punto di vista, rappresentano il male che, quasi alla stregua di un contagio, si sta diffondendo pericolosamente in Europa e in America, questo grazie anche al “portatore (in)sano” Lindbergh e ai suoi viaggi da un continente all’altro. Quello che è certo, dunque, è che Roth con Il complotto contro l’America non scrive un’ucronia in cui, al lettore, appare chiaro fin da subito di trovarsi in una diversa concezione della storia, piuttosto un’alterazione del tessuto familiare che lo vede protagonista in prima persona. Ciò che più sconvolge gli individui non è tanto la manipolazione del passato, ma soprattutto l’inaspettata consapevolezza che non esistono certezze, soltanto elementi destinati a mutare inevitabilmente sotto agli occhi. Philip Roth ci dice tutto questo attraverso una scrittura colloquiale (e familiare) in cui però, a volte, gli eventi sembrano confondersi e sfumarsi un po’ troppo tra di loro. Gli espedienti utilizzati da Roth sono geniali: la storia del francobollo in primis, ma anche il suo forte attaccamento con la realtà, mai abbandonato neppure per raccontare qualcosa di irreale e allo stesso tempo spaventoso. In questo romanzo, un po’ autobiografico e un po’ fantastico, Philip Roth prova a dare concretezza a tutti questi pensieri: se da una parte l’America ha vissuto un po’ sullo sfondo i pericoli della deportazione e dei crimini nazisti, dall’altra, invece, lo scrittore cerca di ammonirci sul fatto che gli spettri del passato possono sempre ritornare in ogni momento della storia, soprattutto se vengono a mancare le basi della democrazia.

Parole chiave:

  • Autobiografia: l’aspetto più particolare di questo romanzo, Philip Roth cerca di raccontarci dei fatti della sua vita (o comunque della sua quotidianità) all’interno di una storia palesemente “assurda”.
  • Ucronia: genere di narrativa (fantastica) che prevede il racconto di eventi che però non sono come quelli che la storia ci ha tramandato. In questo caso specifico, l’autore non solo ci racconta come le elezioni del 1940 in America videro protagonista l’aviatore Lindbergh (quando in realtà vennero vinte da Franklin Delano Roosevelt), ma ci dice anche come Hitler riesca a manovrare tutta questa situazione dall’alto e con un oceano di mezzo.
  • Nazismo: Il complotto contro l’America ce lo presenta come un male insanabile in grado di coprire tutto il mondo, proprio come viene sognato dal piccolo Philip con il francobollo. Qui, l’incubo della deportazione è solo qualcosa che aleggia nell’aria e non riguarda direttamente i protagonisti, ma Roth probabilmente vuole anche dirci che nessuno è al sicuro quando certe ideologie cominciano a serpeggiare pericolosamente nella società.
  • Protesi: un elemento molto particolare del romanzo che mi ha colpito per il suo significato. Quando il cugino di Philip, Alvin, ritorna dalla guerra, quest’ultimo è costretto a indossare una protesi per sopperire alla perdita della gamba: l’inserimento di un elemento “estraneo” sul corpo richiama, in un certo senso, anche l’operazione scrittoria di Philip Roth che, come un abile chirurgo, inserisce nella storia reale degli elementi fittizi che spiazzano il lettore.
  • Realtà/finzione: l’autore ne Il complotto contro l’America si divide continuamente tra questi due aspetti portando tra le pagine sia eventi e persone esistite sia situazioni inventate.

Voto: 5 segnalibri su 5

Il complotto contro l'America - P. Roth

Titolo: Il complotto contro l’America
Autore: Philip Roth
Editore: Einaudi
Lunghezza: 431 pagine
Prezzo: 13,50 euro
Trama: Quando l’eroe dell’aviazione Charles A. Lindebergh, rabbioso isolazionista e antisemita, sconfigge Franklin Roosevelt alle elezioni presidenziali del 1940, la paura invade ogni famiglia ebrea americana, soprattutto quella del piccolo Philip, investita dalla violenza del pogrom che si scatena. Roth parte da questo antefatto di fantastoria per raccontare cosa accadde a Newark alla sua famiglia, e a un milione di famiglie come la sua, durante i minacciosi anni Quaranta, quando i cittadini ebrei americani avevano buoni motivi per temere il peggio.
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“Edmund Brown” di Simone Toscano

Edmund Brown non è solamente il titolo del romanzo scritto da Simone Toscano, un autore emergente romano che ha deciso di buttarsi in questa avventura durante una giornata di maggio del 2014, ma è anche il nome del protagonista che prende vita attraverso la sua penna. Quest’ultimo, fin dalle prime righe, viene presentato come un ragazzo semplice, responsabile e legato a una normalità che lo fa vivere e lavorare come qualsiasi altra persona farebbe; insomma, nulla da obiettare, almeno fino a quando non si legge questa frase:

«Mi chiamo Edmund, ho trent’anni e ho un segreto.»

Edmund “sembra” condurre una vita tranquilla: le sue giornate si dividono tra il suo lavoro come barista al “BJ Restaurant Bar” di Castrol e i pranzi dalla tenera nonna Margaret a cui è molto legato. Ma l’apparenza inganna, e il lettore sembra accorgersene man mano che la trama evolve nel suo crescendo. Edmund – per gli amici soltanto Ed – nasconde qualcosa: fin da quando era un ragazzino, infatti, deve convivere con delle incontrollabili visioni di morte che vedono come protagonisti le persone che gli stanno accanto o coloro che sfiora semplicemente con un tocco.

«A volte ho dei lampi, vedo delle cose. Passo vicino a una persona, e ricevo dei flash dal futuro. Non è sempre chiaro, quello che so per certo è che posso vedere come morirà una persona.»

L’interrogativo che Simone Toscano ci propone è evidente: come sarebbe la nostra vita se un bel giorno scoprissimo di avere un “potere” simile a quello del suo protagonista? Riusciremmo a gestirlo senza esserne sopraffatti? Anche Edmund Brown se lo chiede: ci prova, sembra demordere, ma poi alla fine ci crede, comincia a convincersi che tutto questo possa essere in qualche modo utile. Passa dal percepirlo una maledizione a considerarlo un dono, qualcosa per aiutare le persone come una sorta di missione. Ma prima di arrivare a questo, vive un travaglio personale che lo fa dubitare di ogni cosa, perfino di se stesso. Il suo tormento parte da lontano, da un fatto che non può e non potrà mai lasciarsi alle spalle, ossia la morte prematura dei suoi genitori quando aveva solo dieci anni. Questa tragedia, però, non lo ha fermato né gli ha impedito di sorridere ancora: se da una parte, infatti, l’affetto della cara nonna lo ha sempre spronato a credere che le difficoltà fortifichino anziché abbattere, dall’altra la conoscenza dell’inaspettata (ed incredibile) Lisa gli darà la possibilità di amare ancora.

«Se in qualche strano modo, fossi a conoscenza dell’esatto momento in cui quel dato disastro avverrà e fossi l’unica a poter tentare di intervenire anche se questo potrebbe esporti a dei rischi e farti fare delle cose… diciamo così… delle cose che non credevi di poter mai fare… interverresti?»

Tutto ha origine quando Ed era ancora piccolo, tra i banchi di scuola, con la visione di morte che coinvolge un suo amichetto. Da lì comincia a capire che il suo corpo è diverso dagli altri, ha qualcosa in più: il suo “dono/maledizione”, così, cresce e si sviluppa insieme a lui portandolo in stati di trance che lo fanno entrare in contatto con cose che non vorrebbe affatto vedere. È giovane, ma non per questo non incontra malattie, incidenti e vecchiaia: se da un lato tutto questo lo spaventa così tanto da non volerlo rivelare a nessuno, dall’altro comincia a maturare in lui il pensiero di come usare (a suo favore e in favore degli altri) tutto ciò che gli accade. Vorrebbe tanto uscire allo scoperto, ma la paura di sembrare un folle è troppo grande. Cosa fare, però, se la morte riguarda proprio chi non dovrebbe affatto toccare? Ecco, allora, che il romanzo cambia il suo risvolto e la maledizione che da sempre lo ha accompagnato come un ospite indesiderato si trasforma in qualcosa in grado di poter salvare la vita di chi gli sta a cuore.

«Il mio era un dono, e non usarlo solamente per paura di quello che poteva mostrarmi era puro egoismo.»

Le persone che accompagnano il protagonista nel suo percorso, insieme alla nonna, sono Big Jym Rodd e Lisa, rispettivamente padre e figlia. Il primo, oltre ad essere il titolare del “BJ Restaurant Bar”, ossia il locale dove il protagonista lavora, è anche un uomo piuttosto burbero che non manca, però, di mostrare i suoi lati teneri. Come Edmund, anche lui ha subito delle perdite importanti e la tragedia della morte del figlio Carl è una cosa che lo ha angosciato così tanto da avergli fatto pensare anche al suicidio. Sarà Lisa, però, a dare a Edmund la spinta decisiva per cambiare fino a diventare una persona migliore e consapevole delle sue capacità. La sua presenza è come un segno a matita prima leggero e poi sempre più marcato: non solo acquisirà uno spazio sempre più grande nella trama, ma riuscirà a farsi largo perfino nel cuore tormentato di Ed.

«Sappiamo che dobbiamo morire dal momento in cui veniamo al mondo; sappiamo che le persone intorno a noi, quelle che fanno parte della nostra routine quotidiana, un giorno usciranno di scena. Ogni voce a noi nota un giorno smetterà di parlare. Ogni cuore smetterà di battere. Sappiamo tutto questo da sempre, eppure quando la morte arriva realmente restiamo stupiti, colpiti e sorpresi; abbiamo l’espressione di chi dice “Così non vale! Non era nei patti!” ma è nei patti da sempre.»

Ritornando all’inizio, è inevitabile sottolineare quanto già scritto: Edmund Brown non solo è un promettente romanzo dalla trama inaspettata e significativa, ma rappresenta anche il perfetto connubio tra fantascienza, thriller, bildungsroman, storia d’amore e legami solidi che non riguardano solamente il protagonista, ma anche le persone che ruotano attorno a lui. In un certo senso, non è un caso che sia un prete fuori dalle righe, ossia il Pastore Richard, a comprendere più di tutti il protagonista, addirittura prima ancora che si capisca lui stesso: è proprio l’aspetto anormale a mettersi nella condizione di accogliere quel potere fuori dal comune.

«Quel prete strano, amato e odiato dalla comunità, che usava un gergo esageratamente strambo, che sembrava un incrocio tra un moschettiere, uno squilibrato e Martin Lutero e che aveva quasi sempre gli occhi arrossati dall’alcool. Era come se quello sguardo potesse entrare dentro di me e finire per illuminare quello spazio della mia mente e della mia anima dove custodivo tutta la verità sul mio dono.»

Simone Toscano inserisce tutto questo (e altre tematiche) in una trama che è raccontata in maniera incalzante e decisa, senza troppi fronzoli, attraverso uno stile di scrittura semplice che, però, non manca di dividersi tra serietà e battute di spirito. Sicuramente è il finale quello che sorprende di più, quando anche l’azione subentra in una storia fatta di consapevolezza, redenzione e coraggio. Mi piace pensare a questo romanzo come a una sorta di traguardo personale: pur non conoscendo l’autore di persona, ho percepito nella sua scrittura un po’ della sua vita, quasi come se quel Edmund Brown: Capitolo 1 contenuto nella storia fosse anche un po’ il risultato della sua volontà, non solamente quella del protagonista.

«Lisa si voltò verso di me e mi chiese “Ed, ma il libro che stavi scrivendo? È…” “Uscirà il 10 gennaio, tesoro” la interruppi dolcemente. “E di cosa parlerà?” mi chiese curiosa. “Di me, del mio dono. E’ la storia della mia vita. E ci sei pure tu, biondina”.»

L’autore probabilmente non avrà lo stesso dono della sua “creatura” Ed, ma quello che sicuramente possiede è la capacità di aver dato origine a una storia in cui è impossibile non sentirsi coinvolti, a maggior ragione grazie all’ambientazione “straniera” che non crea un effetto di spaesamento, piuttosto di fascinazione. Se avete bisogno di leggere un romanzo che non vi aspettate e che vi fa chiedere di continuo “adesso chissà cosa succede?”, Edmund Brown sta chiamando anche voi. 

Parole chiave:

  • Destino: entra in gioco soprattutto per rendere Edmund sempre più consapevole di quello che può fare con il suo “dono”, soprattutto in relazione agli altri. Ma anche per il fatto che nel romanzo sembra proprio il destino a muovere gli avvenimenti dei personaggi.
  • Punizione/dono: il grande interrogativo che abita la mente di Edmund Brown. Fino a che punto una visione può essere considerata qualcosa di positivo o negativo? Nei suoi panni, avremmo reagito nella stessa maniera? Il bello di questo romanzo è anche quello di essere in grado di far riflettere il lettore sul suo livello di versatilità a certi “problemi”. Ma come spesso accade anche oggi, sono proprio quei problemi che tendiamo a classificare come “punizioni” a renderci speciali.
  • Divisione: leggendo il romanzo, sembra quasi ci sia una linea trasparente che divide in due la trama. Nella prima parte, infatti, il protagonista Ed si trova a fare i conti con qualcosa che sembra non volere, mentre nella seconda, complice anche l’appoggio delle persone che ha accanto, il suo “dono” diventa il motore che muove ogni suo gesto.
  • Temi: questo libro è in grado di convogliare su di sé un gran numero di tematiche, dalla morte alla malattia, dagli abusi agli inganni, dalla giustizia all’amore (in tutte le sue sfumature).
  • Metalibro: anche in questo caso, la presenza di un libro nel libro non fa altro che rendere la trama ancora più interessante. Se da una parte, infatti, Simone Toscano scrive di Edmund Brown, nello stesso modo anche Ed sente il bisogno di scrivere di se stesso con quel libro che prende vita una notte aprendo Word.

Voto: 5 segnalibri su 5

Edmund Brown - Simone Toscano

Titolo: Edmund Brown
Autore: Simone Toscano
Editore: Youcanprint Self-Publishing
Lunghezza: 160 pagine
Prezzo: 10 euro
Trama: Come vive un uomo costretto a sapere, a volte anche con decenni di anticipo, come e quando moriranno le altre persone? Com’è stare in ufficio, passare un documento al collega di fianco, e di colpo cadere in trance e vedere la morte futura di quell’uomo? Assistervi impotente, come in un orribile incubo. Prevedere come morirà il prossimo; se di una morte violenta, se di una malattia. Se ancora giovane, se molto vecchio. Come si può vivere con un oscuro segreto del genere senza impazzire? Senza cercare aiuto? Tutti cercano di non pensare alla morte, di ingannare le proprie esistenze con un giusto mix di impegni e felicità, cercando il più possibile di non pensare all’inevitabile momento in cui la fine arriverà per loro stessi o per le persone a loro care. Tutti, tranne Edmund Brown. Edmund Brown vive nella piccola comunità di Castrol, dove lavora come barista/barman alle dipendenze del burbero Jym Rodd. Ha 30 anni e convive con le agghiaccianti “visioni di morte” da quando era bambino. Ma la fragile barriera di normalità che ha costruito attorno al suo segreto sta per crollare.
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