Alla ricerca del piatto perduto: spaghetti al basilico con pomodori confit, capperi e pan grattato

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Valentina Zanotto

Ingredienti (per 2 persone):
250 g di spaghetti al basilico
3 pomodori ramati
1-2 cucchiaini di zucchero
20 g di pan grattato
20 capperi dissalati
Erbe aromatiche (salvia, rosmarino, basilico)
Olio e.v.o.
Sale q.b.

Preparazione:
Per prima cosa occuparsi dei pomodori, che dovranno essere infornati e cuocere per un po’ di tempo. Tagliarli a fette sottili (spesse 2-3 mm), quindi metterli su una teglia rivestita di carta da forno e “condirli” con le erbe aromatiche tagliuzzate, il sale, un filo d’olio e lo zucchero. Infornare a 160° per circa 40 minuti (tenendoli controllati).

Poco prima che la cottura dei pomodori sarà ultimata, portare a bollore dell’acqua salata e tuffare gli spaghetti al basilico.

Quando i pomodori saranno definitivamente pronti, ripassarli in padella con i capperi, un filo d’olio e, abbisogno, anche un mestolo di acqua di cottura. Una volta pronta anche la pasta, aggiungerla ai pomodori e amalgamare il tutto. Ultimare il piatto con una spolverata di pangrattato (meglio se spezzettato grossolanamente al coltello).

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro:

Dobbiamo, purtroppo, assassinarlo:
affonda il coltello nella sua polpa vivente,
è una rossa viscera, un sole fresco, profondo, inesauribile,
riempie le insalate del Cile, si sposa allegramente con la chiara cipolla,
e per festeggiare si lascia cadere l’olio,
figlio essenziale dell’ulivo, sui suoi emisferi socchiusi,
si aggiunge il pepe la sua fragranza,
il sale il suo magnetismo:
sono le nozze del giorno.

Se da una parte la pasta rappresenta uno degli alimenti più apprezzati e versatili in assoluto, dall’altra il pomodoro si rende protagonista di sughi che, seppure nella loro semplicità, sono comunque in grado di esaltare non poche ricette. Insomma, quando la pasta incontra il pomodoro non nasce solamente un’unione universalmente riconosciuta da tutti, ma anche poesia. A proposito di quest’ultima, come non pensare a Pablo Neruda? Scrittore sudamericano amante della buona tavola, dei piaceri della vita e autore di una vera e propria dichiarazione d’amore verso il pomodoro, pianta preziosa che si rende artefice di vita ed emozione. Ecco perché, per questa ricetta, ho pensato alle sue Poesie, ossia un sentiero di metafore e sensazioni che catturano tutti gli aspetti dell’esistenza e la tingono di diversi colori. Tra tutti, però, ho colto soprattutto il rosso: della passione, della lotta e, perché no, anche di questi spaghetti al pomodoro (cucinato nella gustosissima maniera confit).

Poesie

Titolo: Poesie
Autore: Pablo Neruda
Editore: Einaudi
Lunghezza: 150 pagine
Prezzo: 12,50 euro
Trama: Nato a Parral (Cile) nel 1904, morto a Santiago nel 1973, diplomatico di carriera, esule per lunghi anni, Pablo Neruda ha contrassegnato le diverse fasi del suo discorso di poeta con vitalità, irruenza, e con una ininterrotta tensione.
Questa raccolta, che uscí per la prima volta nel 1952, segna l’incontro tra la sua personalità e quella di Salvatore Quasimodo, l’uno e l’altro vigili, in quegli anni, ad una poesia che «testimoniasse» di una condizione dell’uomo calata nel reale. Oggi l’antologia poetica di Pablo Neruda, comprendente poesie di varie epoche e i brani più celebri del Canto general de Chile, ripropone un itinerario di vita e di sentimenti che, intessuto con la storia del nostro secolo, ci fa scoprire colorazioni forti e accese. 
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Alla ricerca del piatto perduto: Chicken “rosetta”

Chicken rosetta

Valentina Zanotto

Ingredienti (per un burger):
1 fetta di petto di pollo (piuttosto spessa)
1 uovo
2 cucchiai di latte
Semi di sesamo bianco q.b.
Pangrattato q.b.
Rucola
Scorza di limone
Pomodoro
1 panino (io ho utilizzato la rosetta)
Olio e.v.o.
Sale e pepe q.b.

Per la maionese allo zenzero:
1 uovo intero
1 tuorlo
Succo di limone
Zenzero (va bene anche in polvere)
Olio di semi q.b.

Preparazione:
Per prima cosa occuparsi della panatura del pollo. In un piatto mettere il pangrattato e i semi di sesamo (mescolandoli), nell’altro l’uovo fresco sbattuto, due cucchiai di latte, un pizzico di sale e di pepe. Passare il petto di pollo prima nelle uova, poi nel composto di pangrattato e semi di sesamo; ripetere così per una seconda volta. Non sarà necessario friggere il petto di pollo impanato, basterà scaldarlo qualche minuto per lato in una padella con un filo di olio.

Per la maionese allo zenzero mettere in un frullatore a immersione l’uovo, il tuorlo, il succo di limone, lo zenzero (un pezzetto privato della “buccia” se fresco, un cucchiaino se in polvere) e aggiungere a filo l’olio di semi. Per la buona riuscita della maionese è importante versare l’olio molto delicatamente, altrimenti rischierebbe di “impazzire”.

Tagliare una rosetta a metà e scaldarla per qualche istante su una piastra in modo da rendere croccante l’interno.

Per comporre la “chicken rosetta”: prima la parte sotto del pane, poi una manciata di rucola accompagnata con della scorza di limone, qualche fetta di pomodoro, il petto di pollo impanato e cotto in precedenza, infine un cucchiaio di maionese allo zenzero; chiudere con la parte sopra della rosetta e servire. Qualche patata al forno con la buccia renderanno questo panino ancora più gustoso.

Difficoltà:
Due forchette su tre (media)

Se fosse un libro:

Sa che cos’è un miracolo. Non è quello che disse Bakunin. Ma l’intrusione in questo nostro mondo di un altro mondo. Quasi sempre la nostra è una coesistenza pacifica, ma quando ci tocchiamo è il cataclisma. Come la chiesa, che odiamo, anche noi anarchici, crediamo in un altro mondo. Dove le rivoluzioni scoppiano spontaneamente e senza leader, e la disposizione dell’anima al consenso permette alle masse di agire insieme senza sforzo, automatiche come il corpo stesso. Eppure, señá, se mai una cosa simile succedesse in modo così perfetto, dovrei gridare al miracolo anch’io. Un miracolo anarchico. Come il suo amico. Anche lui è, esattamente e irreprensibilmente, la cosa contro cui noi combattiamo. In Messico il “privilegiado” è sempre, in una percentuale finita, redento… è uno del popolo. Non è miracoloso. Ma il suo amico, ammesso che non scherzi, per me è terrificante come un’apparizione della Madonna a un indiano.

Il classico fast food all’americana non poteva che essere abbinato a un romanziere americano. Di nomi ce ne sarebbero molti: da Philip Roth a Ernest Hemingway, da Don DeLillo a Francis Scott Fitzgerald, da Stephen King a Kurt Vonnegut; tra tutti, però, ho scelto Thomas Pynchon, personalità schiva e curiosa che ha dato origine a diversi acclamati romanzi, tra cui L’incanto del lotto 49. Se dovessi descrivere questo libro con un solo termine sarebbe “simbolico”, soprattutto per i significati nascosti e le strane allegorie che lo abitano. Il romanzo di Pynchon non è di facile lettura, e la storia della protagonista Oedipa – un nome non casuale, ma richiamo a Sofocle – è quasi un viaggio contorto nei meandri di un segreto che aspetta solo di trovare una soluzione definitiva (se mai ci fosse). Il lettore è trasportato all’interno di una trama indecifrabile come se dovesse lui stesso cercare una chiave interpretativa al “dramma” che sta leggendo, ma allo stesso tempo si perde. Non mancano sentimenti di paranoia e riferimenti all’Italia, per questo l’idea di una “chicken rosetta” che potesse abbracciare questi due diversi paesi.

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Titolo: L’incanto del lotto 49
Autore: Thomas Pynchon
Editore: Einaudi
Lunghezza: 174 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Oedipa Maas era una giovane casalinga californiana, laureata in letteratura inglese e moglie di un deejay radiofonico. Poi, un giorno, viene nominata esecutrice testamentaria, e tutto cambia. Una cospirazione mondiale, antica di secoli, getta la sua ombra sulla vita di tutti i giorni, sull’America solare e felice degli anni Sessanta, e lancia Oedipa sulla scia di un enigma impossibile. Torna a quarant’anni dalla pubblicazione questo romanzo cui si attribuisce la fondazione della letteratura post-moderna. Il romanzo è proposto in una nuova traduzione, firmata da Massimo Bocchiola.
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Alla ricerca del piatto perduto: Polpette di cavolfiore

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Valentina Zanotto

Ingredienti (per circa 30 polpette):
400 g di cavolfiore 
5 fette di pane in cassetta
1 uovo
50 g di formaggio grattugiato
100 g di pangrattato
1 filetto d’acciuga (facoltativo)
Olio e.v.o.
Olio di semi (per friggere) q.b.
Sale e pepe q.b.

Preparazione:
Prendere il cavolfiore già lessato in precedenza e schiacciarlo con una forchetta in modo da ottenere una sorta di “purea”, aggiungere il formaggio grattugiato e, se si vuole, anche un filetto di acciuga sminuzzato (per insaporire).

All’interno di un mixer mettere le fette di pane in cassetta (privato della crosta) e, una volta sbriciolato, unirlo al cavolfiore; aggiungere al composto anche l’uovo. Dare una bella mescolata (se il tutto risulterà troppo “bagnato” si può rimediare con una manciata di pangrattato) e aggiustare di sale e pepe.

Formare delle palline di circa 3-4 cm di diametro, passarle nel pangrattato e farle “riposare” qualche istante su un vassoio. Cominciare a friggere le polpette – poche alla volta – quando l’olio di semi avrà raggiunto la giusta temperatura, saranno pronte quando sulla loro superficie si formerà una leggera crosticina dorata. Servire ancora calde, se si vuole con qualche salsa.

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro:

Ogni mattina passano i camion per la raccolta dei cadaveri. Questa è la funzione principale del governo, che investe in quest’operazione piú che in qualsiasi altra cosa. Tutt’intorno alla città ci sono i forni crematori – i cosiddetti Centri di Trasformazione – e giorno e notte si vede il fumo che sale in cielo. Ma dato che le strade sono in casi cattivo stato e molte si trovano ridotte in macerie, il compito diventa sempre piú difficile. Gli uomini sono costretti a fermare i camion e andare a piedi a raccogliere i corpi, e questo rallenta considerevolmente il lavoro. Come se non bastasse, ci sono frequenti danni meccanici ai veicoli, seguiti dagli occasionali scoppi di risate di chi sta a guardare. Lanciare pietre agli uomini dei camion della morte è una comune occupazione tra i senzatetto. Anche se questi uomini sono armati e sono noti per aver puntato le loro mitragliatrici sulla folla, alcuni di questi lanciatori di sassi sono molto abili nel nascondersi, e le loro tattiche di «toccata e fuga» ottengono talvolta il risultato di paralizzare completamente la raccolta. Non c’è un motivo coerente dietro questi attacchi. Maturano nella rabbia, nel risentimento e nella noia, e poiché i raccoglitori di cadaveri sono gli unici dipendenti municipali a farsi vedere nei quartieri, diventano facili obiettivi. Si potrebbe dire che i sassi rappresentano il disgusto della gente nei confronti di un governo che non fa nulla per loro finché non sono morti. Ma questo discorso ci porterebbe troppo in là. I sassi sono un’espressione d’infelicità e basta. In città infatti non c’è posto per la politica, di nessun tipo. Le persone hanno troppa fame, sono troppo sconvolte, troppo in lotta le une contro le altre.

Le cucine autunnali si cominciano a riempire con le verdure tipiche del periodo, mentre fuori dalla finestra le giornate si accorciano sempre di più. Per questa ricetta ho pensato a Nel paese delle ultime cose di Paul Auster, probabilmente uno dei libri più emblematici dell’autore statunitense. Neanche a farlo apposta, in questo romanzo è proprio il buio ad essere l’elemento caratterizzante, non tanto per l’assenza di luce, piuttosto per l’atmosfera “apocalittica” che si respira all’interno della storia. Una ricetta povera di ingredienti come misera è l’esistenza delle persone immerse in questo paese distopico in cui gli oggetti e la vita non hanno nessun valore, tanto da sparire nell’indifferenza più totale. Ma anche nei posti più tristi, in fondo, sembra esserci un po’ di speranza, chissà che quest’ultima non si nasconda all’interno delle intenzioni della protagonista Anna Blume.

Nel paese delle ultime cose

Titolo: Nel paese delle ultime cose
Autore: Paul Auster
Editore: Einaudi
Lunghezza: 170 pagine
Prezzo: 10,50 euro
Trama: Immaginate un posto dove le persone (la nonna, il droghiere, il vicino di casa) e gli oggetti (le auto, lo spazzolino, la caffettiera, la gomma da cancellare) sono a rischio di estinzione. Una mattina ti alzi e non c’è più il postino o lo schiaccianoci. E non solo il tuo, ma quello di tutti. Qualsiasi rimasuglio diventa allora l’oggetto più prezioso del mondo, soprattutto per i “cacciatori di oggetti”, persone in grado di uccidere per accaparrarsi, che so, un mozzicone di matita. La prima edizione italiana di questo romanzo è stata pubblicata nel 1996 da Guanda.
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Alla ricerca del piatto perduto: Insalata autunnale

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Valentina Zanotto

Ingredienti (per 1 persona):
Una manciata di rucola
1/2 finocchio
1 spicchio di arancia
20 chicchi di melagrana
1 fettina di petto di pollo
2 cucchiai di farina
1 cucchiaio di crescenza
Sale e pepe q.b.
Olio e.v.o.

Preparazione:
Lavare accuratamente le verdure sotto l’acqua corrente. Prendere il finocchio e tagliarlo finemente (magari aiutandosi con un’affettatrice), quindi metterlo in una ciotola insieme alla rucola. Condire con un filo di olio, una grattata di sale e pepe, poi mescolare per bene. Sgranare la melagrana e tagliare a triangolini uno spicchio d’arancia, metterli da parte.

Passare il petto di pollo fatto a striscioline nella farina e cuocerlo in padella.

Per fare la salsa dressing alla crescenza basterà pochissimo: mettere un cucchiaio di formaggio in una ciotolina, un filo di olio e allungare con poca acqua (un dito sarà sufficiente), aggiustare di sale e pepe, quindi mescolare il composto fino a quando non si ottiene una cremina.

Ora che gli ingredienti sono pronti si può preparare il piatto: prendere la parte di rucola e finocchio, aggiungere il petto di pollo, mettere qua e là dei chicchi di melagrana e l’arancia a pezzetti, poi terminare l’insalata con qualche goccia di salsa dressing alla crescenza.

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro:

Udì bussare. Automaticamente, ancora sognando, la signora Bantry disse: «Avanti». La porta si aprì. Adesso doveva venire il rumore delle tendine che si aprivano.
Ma questo non accadde. Nella penombra grigia della stanza, risuonò isterica e strozzata la voce di Mary: «Oh, signora, signora, c’è un cadavere in biblioteca!».
Dopo di che, con un improvviso scoppio di singhiozzi, corse fuori della camera.
La signora Bantry balzò a sedere sul letto.
Poteva darsi che il suo sogno avesse preso una strana piega, oppure era realmente entrata nella camera Mary, gridando l’incredibile e fantastica notizia che c’era un cadavere in biblioteca?

Un piatto velocissimo e dai sentori autunnali. La melagrana è uno dei frutti che più amo in questo periodo e il suo gusto vale la “fatica” dello sgranarla per bene. Ho sempre desiderato integrarla in un piatto (e non semplicemente mangiarla come frutta a fine pasto), e un’insalata mi sembrava la cosa ideale per non disperdere troppo il suo sapore particolare a metà tra il dolce e l’aspro. Il libro a cui ho pensato di abbinare questa speciale “insalata autunnale” è un giallo di Agatha Christie, probabilmente uno dei più famosi della scrittrice: C’è un cadavere in biblioteca. In questo romanzo la storia lineare si mescola a quella nascosta tra le righe all’interno della narrazione, soprattutto in quegli indizi disseminati qua e là in una trama fatta di molteplici personaggi, indagini più o meno efficaci e descrizioni particolareggiate. Come insegna la granitica Miss Marple, mai fidarsi delle apparenze: anche la più “strana” delle insalate può essere gustosissima!

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Titolo: C’è un cadavere in biblioteca
Autore: Agatha Christie
Editore: Mondadori
Lunghezza: 177 pagine
Prezzo: 11,50 euro
Trama: St Mary Mead, una mattina come tante. Almeno fino a quando il colonnello Bantry e sua moglie Dolly vengono bruscamente svegliati da una cameriera terrorizzata, venuta ad annunciare che, nella biblioteca della villa, è stato trovato il cadavere di una sconosciuta in abito da sera, apparentemente assassinata. Nessuno degli abitanti della casa ha mai conosciuto la vittima, ma allora come spiegare il bizzarro ritrovamento? La polizia, subito interpellata, comincia le indagini, ma ancora una volta sarà la simpatica Miss Marple, con il suo occhio infallibile e la sua lucida capacità di far luce nei più tortuosi meandri dell’animo umano, a risolvere il caso.
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Alla ricerca del piatto perduto: Pomodori “imbottiti”

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Valentina Zanotto

Ingredienti (per 2 persone):
200 g di cous cous (anche precotto)

Acqua (o brodo vegetale, se lo avete)
6 pomodori
Sale e pepe q.b.
Olio e.v.o.
Qualche foglia di basilico

Preparazione:
Per prima cosa occuparsi della pulizia pomodori: tagliarli a un centimetro dal picciolo e poi svuotarli aiutandosi con un cucchiaio. Non buttare la polpa, ma metterla in una padella insieme a un filo d’olio e a qualche foglia di basilico perché sarà il sugo del cous cous (aggiustare di sale e pepe a piacimento). 

Per fare il cous cous basterà metterlo in un recipiente, mescolarlo con dell’olio e poi coprirlo con dell’acqua salata portata a bollore (o del brodo). Per evitare che il calore si disperda e che il cous cous non si gonfi bene, vi consiglio di coprirlo con un coperchio o avvolgerlo con della carta d’alluminio. Dovrà rimanere così, senza essere toccato, per 5-7 minuti, poi si potrà sgranare con una forchetta o con le mani. Una volta pronto, aggiungere il sugo ricavato dalla polpa dei pomodori e mescolare bene.

Riempire i pomodori con il cous cous (non dimenticare di “chiuderli” con la parte superiore) e adagiarli su una teglia foderata di carta forno, quindi cuocerli a 180° per una decina di minuti; saranno pronti quando la pelle comincerà a raggrinzire e ad ammorbidirsi. Servire caldi o anche tiepidi.

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro: 

Ted Barnes tornò a casa scuro in volto e tremante. Gettò il cappotto e il giornale sulla poltrona. «Un altro sciame», bofonchiò. «Un intero sciame! Era proprio sopra il tetto di Johnson. Stavano cercando di farlo scendere con una specie di lungo palo».
Lena prese il cappotto e lo ripose nello spogliatoio. «Sono proprio con- tenta che tu sia venuto subito a casa».
«Mi prende la tremarella quando ne vedo uno». Ted si lasciò cadere sul divano, frugandosi nelle tasche in cerca di una sigaretta. «Lo giuro su Dio, proprio non lo sopporto».
Si accese la sigaretta, soffiando tutto intorno fumo grigio. Le sue mani cominciavano a calmarsi. Si asciugò il sudore dal labbro superiore e strinse il nodo della cravatta. «Cosa c’è per cena?»
«Prosciutto». Lena si chinò su di lui per baciarlo.
«Come mai? È qualche ricorrenza?»
«No». Lena si diresse verso la porta della cucina. «È quel prosciutto olandese in scatola che ci ha regalato tua madre. Ho pensato che era ora di aprirla».
Ted la guardò sparire in cucina, snella e attraente nel suo grembiule chiaro di cotone stampato. Sospirò e si abbandonò contro lo schienale, tentando di rilassarsi. Il soggiorno tranquillo, Lena in cucina, il televisore acceso in un angolo, tutto ciò lo faceva sentire un po’ meglio. Si tolse le scarpe e le spinse via con un calcio. L’intero incidente era du- rato solo pochi minuti, ma a lui erano sembrati molto di più. Un’eternità… impalato sul marciapiede a guardare in alto verso il tetto di Johnson. La folla di persone vocianti, quel lungo palo. E… e quello, arroccato in cima al tetto, l’informe massa grigia che schivava l’estremità del palo, che strisciava di qua e di là per non farsi scacciare.
(I marziani arrivano a frotte)

Data l’imbottitura dei pomodori non potevo che scegliere un libro altrettanto “pieno” e straripante di situazioni e di personaggi: Tutti i racconti – 1954 di P. K. Dick; questo libro è letteralmente un miscuglio eterogeneo di tutti quei temi che poi prenderanno vita nei capolavori più famosi dell’autore (come La svastica sul sole, Ubik, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?). Tutti i testi contenuti in questa raccolta non mancano affatto di stupire per la loro stravaganza, e sicuramente non si discostano neanche molto dal mondo fantascientifico che si prefiggono di descrivere. La storia di P. K. Dick è singolare tanto quanto i suoi racconti. Autore molto spesso definito “allucinato” (soprattutto letteralmente vista la sua pesante dipendenza dalle droghe), nella sua professione è stato artefice sia di scritti geniali che di lavori pessimi, tutti quanti comunque venduti “per fama” e per sbarcare il lunario (ma anche per mantenere le mogli a cui doveva gli alimenti). I racconti di Dick rientrano sicuramente in quella parte di letteratura che è un must da leggere, anche solamente per farsi un’idea di quanto possa essere vasta e sconfinata la fantasia (a volte fin troppo reale) di una persona.

Tutti i racconti 1954

Titolo: Tutti i racconti 1954
Autore: Philip K. Dick
Editore: Fanucci
Lunghezza: 640 pagine
Prezzo: 14,36 euro
Trama: I racconti di Dick raccolti in questo volume furono pubblicati per la prima volta nel 1954, in un periodo in cui lo scrittore californiano stava affinando la sua ispirazione narrativa, in attesa di cimentarsi con i primi romanzi. L’autore esplora molteplici generi narrativi – il fantastico, la fantascienza, il gotico – come fosse un astronauta irrequieto della letteratura popolare, che si muove da un pianeta all’altro. Accanto all’esplorazione del fantastico, grazie alla quale l’autore amplia i confini del genere della fantascienza con un ricco ventaglio di scenari futuristici, si afferma l’esigenza di rimanere ancorato alla realtà contemporanea, raffigurata in molti racconti attraverso vicende quotidiane che vengono sconvolte da eventi sconcertanti e inimmaginabili, che irrompono nella vita di ogni giorno.
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Alla ricerca del piatto perduto: Spaghetti con crema di zucca, pancetta croccante e amaretti

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Valentina Zanotto

Ingredienti (per 4 persone):
320 g di “spaghetti”
300 g di zucca (già pulita)

1 cipolla bianca
1 bicchiere di acqua (da usare all’occorrenza)
80 g di ricotta
100 g di pancetta tagliata a cubetti;
10 amaretti
Sale e pepe q.b.
Olio e.v.o.
Rosmarino e salvia

Preparazione:
Tagliare la cipolla e farla stufare in un tegame insieme a un filo abbondante di olio, un rametto di rosmarino e qualche foglia di salvia. Unire la zucca pulita e tagliata a cubetti di media grandezza e quindi un bicchiere di acqua, che la aiuterà ad ammorbidirsi. La zucca sarà pronta quando la sua polpa sarà facile da schiacciare. A questo punto, metterla da parte e ridurla in crema aiutandosi con un minipimer, poi aggiungere anche la ricotta e amalgamare bene il tutto.

Intanto che si porta a bollore l’acqua salata per gli spaghetti, rosolare la pancetta in modo da renderla bella croccante e triturare anche gli amaretti (non importa se i pezzi saranno grossolani).

Scolare la pasta e “tuffarla” nella crema di zucca, quindi aggiungere anche la pancetta. Dare una mescolata e servire; come guarnizione una bella cascata di amaretti sbriciolati e un filo di olio.

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro:

Serata molto fresca, umida, inospitale, precocemente buia. Ero sceso dalla montagna giù per uno stradellino ripido, in parte argilloso e incassato tra due pareti, ed adesso mi trovavo, da solo, sulla riva del lago, tremando dal freddo. Da oltre i colli giungevano fumi di nebbia, la pioggia si era esaurita e, ormai cadevano soltanto poche gocce, deboli e scacciate dal vento.

L’autunno è alle porte e non c’è modo migliore per accoglierlo se non attraverso un appagante comfort food. Quando si pensa a tale stagione è inevitabile l’accostamento con la zucca, regina indiscussa delle tavole del periodo. Con questa semplice ricetta ho cercato di rendere giustizia a una “verdura” non solo versatilissima, ma anche molto buona e, in genere, riscuote molto successo: la dolcezza della sua polpa, accostata al gusto saporito della pancetta e agli amaretti, crea una combinazione che è impossibile non apprezzare (almeno per me). Detto ciò, sulla scia della fascinosa e colorata stagione autunnale – ma anche della ricetta -, il consiglio letterario che mi sento di dare in questo caso è Pellegrinaggio d’autunno, un libricino che raccoglie tre racconti giovanili di Hermann Hesse (autore che tutti conoscono per produzioni ben più maggiori come Siddharta o Narciso e Boccadoro). I temi di questi testi sono soprattutto la natura e la vita, quest’ultima indissolubilmente legata alla prima; sebbene le tematiche possano risultare banali o comuni, la particolarità sta proprio nel modo in cui esse sono raccontate: in tipico stile Hesse, con toni introspettivi e placidi, a cui si aggiunge anche una certa attenzione “sentimentale”. Magari non sarà celebre, ma Pellegrinaggio d’autunno è sicuramente una piccola chicca che merita di essere scoperta.

Pellegrinaggio d'autunno - H. Hesse

Titolo: Pellegrinaggio d’autunno
Autore: Hermann Hesse
Editore: Newton Compton
Lunghezza: 96 pagine
Prezzo: 6,90 euro
Trama: Questa raccolta comprende tre racconti ambientati in paesaggi suggestivi, dove impera la contemplazione di una natura bucolica e soleggiata. Lo stile è sommesso, pacato, di una calma che sembra denotare la giovinezza dell’autore, che si ispira ad un romanticismo dolce e nostalgico; soprattutto la precocità degli scritti si nota in alcuni dialoghi, poco spontanei, e forse in una punta di presunzione da parte di Hermann Hesse, caratteristica certo di ogni autore alle prime armi. La ricerca stilistica non è estenuante, come si può comprendere dalla presenza di termini ripetuti eccessivamente, o da una certa acerbità dei testi. Ma questi, che potrebbero essere solo difetti, diventano quasi dei pregi, perché ci mostrano un Hermann Hesse pieno di ardore giovanile, di passioni, di forti sentimenti che tramuta in sensazioni letterarie.
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Alla ricerca del piatto perduto: Frisella condita

Frisella condita

Valentina Zanotto

Ingredienti (per 4 persone):
8 friselle (io le ho scelte integrali)Ranocchi sulla luna e altri animali - P. Levi
are con il basilico spezzettato a mano, condire con dell’olio e.v.o. e dare una bella mescolata. L’ideale sarebbe lasciare insaporire le friselle per una mezz’oretta; se volete servirle in una maniera simpatica, utilizzate dei barattoli con chiusura ermetica.

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro:

Il luogo più interessante era il torrente, a cui mia madre ci portava tutte le mattine, a prendere il sole e a diguazzare nell’acqua limpida mentre lei lavorava a maglia all’ombra di un salice. Lo si poteva guadare senza pericolo da sponda a sponda, e albergava animali mai visti. Sul fondo, strisciavano insetti neri che sembravano grosse formiche […]. A mezz’aria si libravano libellule meravigliose, dai riflessi turchini, metallici; metallico e meccanico era anche il loro ronzio. Erano piccole macchine da guerra: a un tratto calavano come dardi su un’invisibile preda. Sui lembi di sabbia asciutta correvano scarabei verdi, agilissimi, e si aprivano le trappole coniche dei formicaleoni. [Dal racconto Ranocchi sulla luna, p. 113]

Molti animali, dalle strutture più diverse, ostentano colori vivaci e hanno carni di sapore disgustoso, oppure sono velenosi: ad esempio i pesci dorati e le coccinelle, o rispettivamente le vespe e certi serpenti. I colori vistosi servono come segnali e avviso, affinché i predatori li riconoscano da lontano e, ammaestrati da precedenti esperienze, si astengano dall’assalirli. Esiste un parallelo comportamento umano? In generale, l’uomo nocivo tende piuttosto a confondersi entro la maggioranza, per sottrarsi all’identificazione; ma non fa così quando è o si sente superiore alla legge. [Dal racconto Romanzi dettati dai grilli, p. 126]

Pochi ingredienti, sostituibili a seconda dei gusti e da preparare in poco tempo, proprio come quando si ha voglia di leggere qualcosa di ridotto e che può cambiare a seconda dell’ispirazione del momento. Come non pensare a una raccolta di racconti? In questo caso quelli contenuti in Ranocchi sulla luna (e altri animali), opera firmata Primo Levi e contenente un numeroso repertorio zoologico di fantasia e curiosità. Leggendo questi testi brevi si viene proiettati in un mondo di emozioni in cui non sono gli umani a parlare, ma le creature con le zampe. Ogni racconto impiega poco tempo di lettura – un po’ come la preparazione di queste friselle – ma ciascuno è in grado di trasmettere un messaggio unico e particolare. Da leggere, soprattutto per conoscere un “inedito” Primo Levi.

Ranocchi sulla luna

Titolo: Ranocchi sulla luna e altri animali
Autore: Primo Levi
Editore: Einaudi
Lunghezza: 234 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Gabbiani, giraffe, talpe, formiche, dromedari, elefanti, farfalle, scoiattoli, ragni, buoi, ranocchi, corvi, topi, chiocciole. Nelle pagine di Primo Levi gli animali non rappresentano una curiosità marginale o un divertimento accessorio, ma sono parte integrante del suo immaginario e della sua moralità: rappresentano un diverso modo di parlare delle scelte che ogni uomo deve affrontare. Primo Levi è affascinato dalle capacità con cui esseri d’ogni specie, compresi i parassiti, hanno risposto alle difficoltà dell’ambiente elaborando soluzioni ingegnose, quasi altrettante filosofie di vita. “Ci sono animali enormi e minuscoli, estremamente forti ed estremamente deboli, audaci e fuggitivi, veloci e lenti, astuti e sciocchi, splendidi e orrendi”, ma proprio uscendo dall’isola umana uno scrittore può scoprire una miniera di storie possibili, ricca di metafore, simboli, allegorie. Sino dalla fine degli anni Cinquanta Primo Levi ha dedicato loro racconti, articoli, interviste immaginarie e poesie, in cui ha messo a frutto l’acutezza delle sue osservazioni, e la curiosità di uno sguardo sorridente e pensoso, mai sentimentale o antropomorfo. L’insuperabile analista del “termitaio” del Lager si è rivelato anche un brillante zoologo ed etologo, capace di aprire al lettore orizzonti inconsueti.
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