“La svastica sul sole”: quando la Germania e il Giappone hanno vinto la Seconda guerra mondiale

Come sarebbe il mondo se la Seconda guerra mondiale fosse stata vinta dalla Germania e dal Giappone? Questo è l’interrogativo che sta alla base della realtà immaginata da P. K. Dick nel suo romanzo, del 1962, La svastica sul sole (anche conosciuto con il nome The Man in the High Castle o ancora L’uomo nell’alto castello). Un testo che, oltre a rappresentare un caposaldo della letteratura fantascientifica, ha anche dei risvolti piuttosto moderni che non smettono mai di stimolare il dibattito che contrappone history e science fiction. 

Bisognava prendersela con i tedeschi, per questa situazione. Per la loro tendenza ad azzannare bocconi più grossi di quanto potessero masticare. Dopo tutto erano riusciti a malapena a vincere la guerra, e tutt’a un tratto si erano lanciati alla conquista del sistema solare (..). E in definitiva avevano avuto successo con gli ebrei, con gli zingari e con gli studiosi della Bibbia. E gli slavi erano stati ricacciati indietro di duemila anni, fino alle loro terre d’origine in Asia. Fuori dall’Europa, con grande sollievo di tutti. (..) Ma l’Africa. Laggiù si erano semplicemente lasciati trascinare dall’entusiasmo, e c’era da ammirarli, anche se avrebbero fatto meglio ad avere un po’ più di pazienza e ad aspettare, per esempio, che fosse portato a termine il Progetto Terre da Coltivare. Ma laggiù i nazisti avevano mostrato dell’autentico genio, rivelando tutto il loro talento artistico. Il Mediterraneo chiuso, prosciugato, trasformato in terreno coltivabile per mezzo dell’energia atomica… che grande ardimento! (..) Per quanto riguarda la Soluzione Finale del Problema Africano, abbiamo quasi raggiunto i nostri obiettivi. Sfortunatamente, però… Eppure c’erano voluti duecento anni per liberarsi degli aborigeni americani, e la Germania, in Africa, ce l’aveva quasi fatta in quindici anni.

Hitler e l’Impero giapponese, infatti, hanno vinto il secondo conflitto mondiale e ora gli Stati Uniti sono divisi in tre parti: la costa orientale comandata dai tedeschi, al centro gli stati neutrali delle Montagne Rocciose e la costa occidentale sotto il controllo del Giappone. Questa spartizione territoriale rispecchia anche i personaggi principali che compaiono nella storia, tutti quanti distinti per idee politiche e nazionalità. Ci sono il funzionario giapponese Tagomi, l’orafo ebreo Frank Frink (in origine Fink, ma modificato per sfuggire alle persecuzioni), lo svedese Baynes (il Rudolf Wagener della missione “Dente di Leone”), la seducente Juliana Frink che abita negli stati delle Montagne Rocciose ed ex moglie di Frank, il mercante di oggetti storici (segretamente filo-nazista) Robert Childan e l’italiano Joe Cinnandella (che si rivelerà essere, in realtà, un sicario svizzero). La svastica sul sole è il racconto di una storia fitta e subdola, decisamente diversa da quella che ci è stata tramandata, in cui i giochi di potere dei nazisti creano un mondo del tutto inaspettato. Nel “cosa sarebbe successo se” presentatoci da Dick, infatti, il Reich non è capitolato sotto i colpi degli Alleati, piuttosto è dipinto come un territorio sterminato e “avanzato” in cui i nazisti non solo sono riusciti a eliminare tutti gli ebrei (proprio come nella peggiore delle ipotesi possibili), ma anche la popolazione nera dell’Africa, tramando allo stesso tempo un conflitto contro i giapponesi e la conquista dello spazio. 

E’ una deformazione della mia percezione ottica, di natura particolarmente sinistra. Un disturbo che distorce il mio senso spaziale. L’orizzonte deformato. Come un micidiale astigmatismo che colpisce senza preavviso.

In questo contesto distorto, gli Stati Uniti sono presentati come invasi e sottomessi a delle potenze vincitrici che tengono in mano un mondo ucronico e paradossale in cui i razzi che si occupano del trasporto delle persone convivono comunque con i retrogradi “taxi a pedali”. Queste “oscillazioni” avanti e indietro nel tempo riguardano diversi elementi nel testo: se da una parte, infatti, abbiamo queste innovazioni tecnologiche e l’espansione verso Marte a proiettarci verso una realtà futuristica, dall’altra, l’ancoraggio al passato viene riproposto, fin dall’inizio del romanzo, nella presenza di Robert Childan, un antiquario che possiede un negozio di Manufatti Artistici Americani precedenti alla Guerra. Ma non sempre le cose sono come sembrano: i manufatti che dovrebbero essere una testimonianza dell’originalità del passato, si rivelano essere piuttosto della paccottiglia rivenduta a dei collezionisti giapponesi ignari. P. K. Dick, con questi “piccoli” espedienti, non racconta solo il rapporto ambiguo tra realtà e illusione, ma prende come ispirazione il potere della scrittura di stravolgere ogni cosa, perfino la storia che sembra data per assodata. L’autore, infatti, porta su carta degli eventi manipolati e riscritti che fanno parte di un universo alternativo e che non hanno delle coordinate storiche ben precise, come nel caso de La cavalletta non si alzerà più, il “libro nel libro” di Abendsen citato nella storia e che, nel romanzo originale, prende il nome di The Grasshopper Lies Heavy. In questa sorta di metarappresentazione, le due diverse realtà si incontrano e si parlano attraverso i personaggi. 

«Lui sostiene che invece di un isolazionista come Bricker, nel 1940, dopo Roosevelt, sarebbe stato eletto Rexford Tugwell.» Il suo viso liscio rifletteva le luci del traffico e scintillava di animazione; i suoi occhi erano diventati più grandi e nel parlare gesticolava molto. «E sarebbe stato molto attivo nel continuare la politica anti-nazista di Roose-velt. Perciò la Germania avrebbe avuto paura di intervenire a favore del Giappone nel 1941. Non avrebbe rispettato gli accordi. Capisci?» Si voltò verso di lui, lo afferrò decisamente per la spalla e aggiunse, «E così la Germania e il Giappone avrebbero perso la guerra!»
Lui rise.
La ragazza lo fissò, cercando qualcosa sul suo volto – lui non riuscì a capire che cosa, anche perché doveva stare at- tento al traffico – e disse, «Non c’è niente da ridere. Sareb- be successo davvero così. Gli Stati Uniti avrebbero avuto la meglio sui giapponesi. E…»
 

Tutto questo non fa altro che spiazzare il lettore mettendolo nella condizione di pensare ad un mondo “sottosopra” – o meglio, nascosto tra le righe – in cui, lui stesso, avrebbe potuto vivere se la fantascienza fosse stata realtà. I tedeschi/nazisti possiedono sicuramente l’autorità per comandare il territorio che la vittoria della Seconda guerra mondiale ha loro “assegnato” (con l’aiuto di un P. K. Dick che non manca di etichettarli come i “cattivi” della situazione), ma ciò che emerge nel romanzo è che essi manchino dell’autorevolezza necessaria per manifestare la loro vera supremazia come vincenti. Il loro paese, infatti, appare quasi come un corpo malato, come malato è anche l’Hitler descritto nel romanzo: l’ideologia nazista è mandata avanti dai suoi fedelissimi, tutto questo in uno scenario in cui i tedeschi non hanno comunque il punto di vista privilegiato. Alla luce di questi aspetti, quello si coglie dalla lettura de La svastica sul sole, oltre alla narrazione ucronica che prescinde dalla storicità, è anche il tentativo di P. K. Dick di compiere una sorta di miscellanea di temi, sia dal punto di vista contenutistico sia simbolico, che ripercorrono anche la storia dei generi. Ecco quindi che lo scrittore “immaginato” Hawthorne Abendsen compare per richiamare anche un altro autore altrettanto importante, ma ben più reale: Nathaniel Hawthorne. 

«Devi essere un agente dell’SD» disse lei. «Che si spaccia per un camionista italiano. Non hai mai combattuto in Nord Africa, vero? Probabilmente sei venuto qui per uccidere Abendsen; non è così? So che è così. Credo di essere piuttosto stupida.» Si sentiva prosciugata, inaridita. 

In questo collage storico rientra anche la “questione ebraica” e il modo in cui P. K. Dick la affronta. L’autore, infatti, porta alla luce un mondo in cui, brutalmente, gli ebrei sono stati quasi completamente eliminati e il razzismo si è esteso anche alla cancellazione della popolazione nera dell’Africa. Frank Frink, in questo contesto, è sicuramente colui che incarna di più le problematiche dell’odio razziale che con Hitler ha avuto il suo culmine massimo con la deportazione. Ma le persecuzioni di cui parla Dick, alla fine, coinvolgono tutti, senza distinzioni. E probabilmente è questa la grande morale di The Man in the High Castle: qualunque siano le intenzioni e qualsiasi sia la posta in gioco, il male è sempre dietro l’angolo e, come tale, è costantemente pronto ad influenzare non solo gli eventi, ma anche le esistenze di tutti coloro che tocca. La svastica sul sole descrive uno scenario ipotetico, ma allo stesso tempo anche terribilmente reale in cui i protagonisti si muovono come delle marionette manovrate da dei giochi di potere molto più in alto di loro. L’ordine scricchiola continuamente e a tremare sono anche le fondamenta di una storia che assume i panni di una verità, a tratti scomoda e a tratti liberatoria, che muta a seconda del punto di vista con cui la si guarda. 

Come una rana strappata al fondo di uno stagno, pensò. La stringi nel pugno, le ordini di riferire che cosa c’è in fondo all’acqua. Ma qui la rana non ti prende nemmeno in giro; soffoca in silenzio, diventa pietra o argilla o minerale. Inerte. Torna alla rigida sostanza familiare nel suo mondo-tomba.
 Il metallo viene dalla terra, pensò mentre osservava. Da ciò che sta sotto: da quel regno che è il più basso e il più denso. Luogo di folletti e di caverne, umido, sempre buio. Il mondo yin, nel suo aspetto più malinconico. Il mondo dei cadaveri, del disfacimento, della rovina. Delle feci. Di tutto ciò che è morto, che è scivolato verso il basso e si è disintegra- to, strato dopo strato. Il mondo demoniaco dell’immutabile; il tempo-che-fu.

«La storia ci sfiora appena», scrive Dick ne La svastica sul sole. Eppure, una volta ultimata la lettura, il suo tocco è pesante sulle esistenze dei personaggi che abitano il romanzo. 

Parole chiave:

  • Autenticità/finzione: una dicotomia che attraversa tutto il romanzo e che non riguarda solamente la storia raccontata, ma anche gli stessi personaggi perché si rivelano essere diversi da quanto si era immaginato. Cosa è vero? E cosa, invece, è falso? La svastica sul soleinscena una trama che è la cancellazione della storia stessa, ma anche una possibile variante di come sarebbe potuta andare se certe cose non sarebbero successe o si fossero verificate diversamente.
  • Meta-romanzo: il “libro nel libro”, come accade con La cavalletta non si alzerà più di Abendsen, il romanzo citato nella storia. Quest’ultimo, infatti, è un libro che circola clandestinamente negli Stati Uniti e che racconta un mondo in cui si immagina che la Germania e il Giappone abbiano perso la guerra, creando l’effetto di una ucronia nell’ucronia stessa. Quello di Abendsen non è il solo libro citato: fondamentale per i protagonisti de La svastica sul sole è anche l’I Ching, il testo cinese sugli oracoli che viene consultato molto spesso come aiuto nelle loro scelte.
  • Potere: quello che muove la trama, le persone e il mondo intero. Ne La svastica sul sole, il potere è qualcosa di trasparente e subdolo che si infiltra in qualunque parte, anche dove sembra non ci sia oppure sembra ce ne sia già abbastanza.
  • Dente di leone: ovvero l’operazione di spionaggio tedesca ai danni dell’impero giapponese. L’equilibrio delle due superpotenze infatti, per tutta la lettura di questo romanzo, da l’idea di essere come un castello di carta che è destinato inesorabilmente a crollare.
  • Hawthorne: il nome di battesimo dello scrittore “Abendsen” citato nel testo e autore de La cavalletta non si alzerà più, ma anche quello di “Nathaniel Hawthorne”, ovvero uno dei primi autori del romance ottocentesco; probabilmente un finissimo riconoscimento da parte di P. K. Dick.

Voto: 4 segnalibri su 5

La svastica sul sole (P. K. Dick)

Titolo: La svastica sul sole
Autore: P. K. Dick
Editore: Fanucci
Lunghezza: 306 pagine
Prezzo: 9,90 euro
Trama: Stati Uniti d’America, 1962. La schiavitù è di nuovo legale, i pochi ebrei sopravvissuti si nascondono dietro falsi nomi, la California è asservita al Giappone. Vent’anni prima l’asse ha vinto la seconda guerra mondiale, e si è spartito l’America. Sul resto del mondo incombe una realtà da incubo: il credo della superiorità razziale ariana ha soffocato ogni volontà o possibilità di riscatto. L’Africa è ridotta a deserto, vittima di una soluzione radicale di sterminio, mentre l’Italia ha ottenuto solo le briciole dell’immenso potere dell’Europa. In questo scenario due libri segnano il destino collettivo, influenzando scelte e comportamenti: un testo antico, il millenario “I Ching”, e un romanzo moderno, un misterioso libro “underground” che minaccia di sovvertire l’ordine mondiale basato sul predominio assoluto dei vincitori. Si tratta di “La cavalletta non si alzerà più”, un best-seller vietato in tutti i paesi del Reich, che racconta una realtà in cui l’Asse non ha vinto la guerra ma è stato sconfitto dagli alleati.
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“Fahrenheit 451”: un fuoco che brucia e non scalda

«Se vi danno un foglio con le righe già tracciate, scrivete dall’altra parte»: con questa evocativa e reale (si capirà nella lettura il perché) citazione di J. R. Jiménez inizia Fahrenheit 451, un romanzo distopico scritto da Ray Bradbury (lo stesso di Cronache marziane) nel 1953 e che descrive, attraverso l’ambientazione in un futuro imprecisato, una società paradossale in cui leggere o possedere libri è considerato un reato.

Quindi, ora vede perché i libri sono odiati e temuti? Perché mostrano i pori sulla faccia della vita. La gente adattata vuole facce simili a lune di cera, senza pori e senza peli, dunque senza espressione. viviamo in un’epoca in cui i fiori cercano di vivere a spese di altri fiori, invece di crescere grazie alla pioggia e alla terra grassa. Persino i fuochi d’artificio, in tutta la loro bellezza, nascono dalla chimica della terra. Eppure noi pensiamo di poterci nutrire di fiori e fuochi artificiali, senza completare il ciclo che ci riporta alla realtà.

Il protagonista principale della storia è Guy Montag, un pompiere che vive una realtà grigia come il colore del metallo e “desolatamente” dominata da strane tecnologie (come i “segugi meccanici” che si occupano della sorveglianza e della ricerca delle persone). La civiltà, in questo romanzo, è descritta come qualcosa che va in pezzi e si sta sgretolando, un concetto che ricorda anche un altro grande romanzo distopico e con il quale è inevitabile fare dei parallelismi: 1984 di George Orwell. Se in quest’ultimo, però, la vita è sotto il prepotente controllo dell’occhio del “Grande Fratello” che non fa pensare autonomamente, in Fahrenheit 451, invece, l’occhio che vigila è soprattutto quello dei pompieri che, in una società imbottita di divertimenti artificiali, fanno il contrario di ciò per cui sono famosi: appiccano incendi, distruggono libri e annientano qualsiasi sprazzo di personalità.

Ogni uomo deve essere l’immagine degli altri, perché allora tutti sono felici, non ci sono montagne che li fanno tremare, cime con cui devono confrontarsi. Ecco perché un libro è come un’arma carica nella casa del vicino. Brucialo, togli le munizioni dell’arma. Entra nella mente dell’individuo.

Il tema del fuoco compare dall’inizio alla fine del libro come elemento detentore di accezioni positive e negative. Gli inceneritori e le fucine hanno il compito di distruggere qualsiasi libro o documento, mentre i pompieri danno fuoco a ogni cosa (e anche persona) ostacoli il credo della loro società: non è un caso che il loro slogan sia «Bruciali tutti e poi brucia le ceneri», ma anche che siano paragonati a dei freaks del fuoco che, attraverso gli incendi, compiono quasi degli eventi spettacolari per le persone che li osservano “allucinate”.

Voi siete come il circo che arriva nell’edificio segnalato e, di tanto in tanto, raduna la gente che vuole vedere lo spettacolo di un falò, ma ormai è uno spettacolino provinciale e non certo indispensabile per tenere in ordine le cose.

In Fahrenheit 451, il fuoco però non brucia solamente, ma è anche l’elemento purificatore che riscalda e dona nuova vita, proprio come accade a Guy Montag sul finire del romanzo: non solo l’uomo riesce a scappare lontano da quella società che tanto lo disgusta, ma ai confini della città incontra degli esuli capitanati da un certo Granger. Qui, con grande meraviglia, scopre che la memoria letteraria dell’umanità sembra essere in salvo: ciascuno di loro, infatti, ha memorizzato il frammento di un libro per tentare di “salvarlo” dalla cancellazione definitiva, ecco perché si sono definiti come «pezzi e bocconi di storia»). Il romanzo, in sostanza, è diviso in tre parti (o capitoli) che, come dei frammenti, si uniscono per formare un totale: “Il focolare e la salamandra”; “La sabbia e il setaccio”; “Divampante fulgore”. Ma non solo: questa struttura da modo di vedere e leggere Fahrenheit 451 come un percorso di crescita interiore proprio del protagonista Guy Montag. Parte dopo parte, infatti, quest’ultimo acquista sempre più consapevolezza di quello che sente dentro di sé e, come una fenice (citata anche nel testo), non solo risorge dalle ceneri, ma si ribella ai voleri di una società che non riconosce più come sua. In questo suo crescendo di sensazioni, cerca qualcuno con cui confidarsi e sentirsi “libero”, ma soprattutto qualcuno che, come lui, lotti per ribellarsi e riconosca nei libri uno strumento dal potere eccezionale. Clarisse (la “Beatrice” che gli ispira la ribellione) prima e Faber (l’amico professore) poi, infatti, rappresentano per Montag la salvezza e il punto di svolta, ponendosi praticamente all’opposto della moglie Mildred e del capo “incendiario” Beatty.

I libri erano solo uno dei ricettacoli in cui mettevamo le cose che avevamo paura di dimenticare. Non c’è niente di magico nelle pagine in sé, la magia è in quello che dicevano, nel come cucivano le toppe dell’universo per ricavarne un vestito adatto a noi.

I libri oltre a comparire con diverse citazioni e rimandi, vengono visti come gli elementi “umanizzati” che aiutano Guy Montag (e volendo anche lo stesso lettore) a mettere la testa “fuori dalla caverna”, proprio come accade nel mito di Platone. Tra questi sono citati I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, il Giulio Cesare di Shakespeare (che compare in uno scambio di citazioni letterarie tra Beatty e Montag e in cui, quest’ultimo, è quasi paragonato ad un Bruto che tradisce il “corpo” dei pompieri) e anche la Bibbia (evocativo il finale del libro in cui viene riportata una citazione dall’Apocalisse). Fahrenheit 451 è un libro straordinario, dal significato sorprendente: mentre si legge il romanzo è inevitabile provare un profondo senso di sconforto nell’immaginare come sarebbe potuto essere un mondo senza la libertà che può donare la lettura di un libro, sebbene il passato ci abbia già “regalato” episodi di questo tipo (si vedano ad esempio i famosi – purtroppo – roghi nazisti o gli incendi alle Biblioteche). Se siete curiosi di immergervi in un mondo in cui la distruzione dei libri è il tragico effetto di una terribile distorsione, lasciatevi conquistare da Fahrenheit 451. Nessun pentimento assicurato.

Parole chiave:

  • Specchio: non come elemento che compare fisicamente, ma come concetto che rimanda al “tema del doppio”. Montag è lo speculare di Beatty, mentre Clarisse, in un certo senso, rappresenta il doppio negativo di Mildred. La prima è una ragazza che si ostina a voler appartenere ad un mondo fatto di vita, rappresenta il cambiamento e il riferimento metaforico a tutto questo può essere riscontrato nel “dente di leone” che tiene tra le mani all’inizio del racconto, un fiore che simboleggia la libertà e la voglia di ricominciare. La seconda, invece, è la moglie di Montag (anche se non ricorda come): una donna completamente superficiale e assoggettata agli eventi che vive con delle protesi artificiali come la radiolina nell’orecchio o il teleschermo da guardare continuamente; la sua stanza sembra un mausoleo ed un regno tombale, mentre il suo corpo è paragonato a qualcosa che è morto o a un’effige sulla tomba.
  • Teatro: a partire dall’episodio in cui Montag declama dei versi assumendo la gestualità di un primo attore, fino ad arrivare alla sua fuga nel finale («palcoscenico con molti attori»), questo elemento si accosta al romanzo e lo arricchisce con degli spunti interessanti. Tra di essi ci sono anche dei riferimenti al “teatro dell’assurdo”, come ad esempio accade quando viene citata l’altissima velocità percorsa sulle strade (come se fosse una norma), il non rendersi conto dove si va oppure la legittima uccisione di animali durante la guida.
  • Vita: cercata dal protagonista Guy Montag, perseguita da Clarisse, ma anche presente negli stessi libri che, nel romanzo, vengono paragonati a delle vere e proprie persone con dei tratti fisici («occhi d’oro prima di scomparire»; «un cuore nel petto»).
  • Regolamento: quello imposto nella società pensata da Bradbury e che Beatty, il capo dei vigili del fuoco, vuole assolutamente far rispettare a tutti i costi, anche quello di uccidere. Esso è citato nel romanzo e ripercorre la storia che spiega il motivo per cui si è arrivati al punto di abolire ogni libro. In questo regolamento ci sono anche dei riferimenti inter-testuali: esordisce con la propaganda inglese nelle colonie dove vengono ripresi i margini della società e arriva perfino a definire i libri come qualcosa che va condensato e ridotto in modo tale che non scateni inutili discussioni tra le persone.
  • Fahrenheit 451: il titolo del libro e che fa riferimento a quella che Bradbury riteneva essere la temperatura di accensione della carta (per saperne di più, leggi qui).

Voto: 5 segnalibri su 5

Ray Bradbury - Fahrenheit 451.jpg

Titolo: Fahrenheit 451
Autore: Ray Bradbury
Editore: Mondadori
Lunghezza: 182 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Montag fa il pompiere in un mondo in cui ai pompieri non è richiesto di spegnere gli incendi, ma di accenderli: armati di lanciafiamme, fanno irruzione nelle case dei sovversivi che conservano libri e li bruciano. Così vuole la legge. Montag però non è felice della sua esistenza alienata, fra giganteschi schermi televisivi, una moglie che gli è indifferente e un lavoro di routine. Finché, dall’incontro con una ragazza sconosciuta, inizia per lui la scoperta di un sentimento e di una vita diversa, un mondo di luce non ancora offuscato dalle tenebre della imperante società tecnologica.
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Il mondo post apocalittico di “Dominant” e l’energia geotermica

Dominant è un libro scritto da Irene Grazzini (pubblicato nel 2017) che si aggiunge alla lunga lista del genere distopico. Il romanzo si può definire come una piacevole commistione tra i famosissimi Divergent e Hunger Games, eppure è capace di avere una propria personalità non risultando quindi “solo” una copia ben fatta.

«Claire seguì la professoressa Rania all’interno del Babylon. Era diviso in numerosi tubi, tutti identici tra loro, in cui potevano scorrere dal basso verso l’alto, e viceversa, i vagoni dei trenascensori. La torre era costituita da arcate di metallo e il soffitto del trenascensore decorato con Led multicolori per produrre l’effetto di un cielo. Claire non aveva mai visto il cielo, a essere sinceri, ne aveva soltanto sentito parlare. Da quando era nata, sopra la sua testa c’era sempre stata la Cupola a proteggerla.»

La protagonista principale della storia è Claire, una ragazza “Dominante” che ha vissuto per 16 anni, ovvero da quando è nata, sotto una Cupola completamente controllata in maniera geotermica. Lei non ha la minima idea di come sia il mondo esterno, almeno fino a quando non arriva l’audace Eleanor a insegnarglielo. Quest’ultima, infatti, oltre a incappare nella Dominante quasi per caso (oppure no?) dopo un’incursione dall’esterno, decide di stravolgere completamente la vita di Claire fino a mostrarle il lato giusto della verità. La Dominante deve aprire gli occhi, eppure c’è un problema: Eleanor non è affatto come le altre, ma una “Recessiva” che non solo è bollata come nemica giurata della City, ma anche decisamente diversa in fatto di caratteristiche fisiche.

«Carnagione chiara come alabastro. Capelli color dell’oro. Occhi verdi e chiari che brillavano sotto le sopracciglia appena accennate. Quella ragazza era una Recessiva!»

Denunciata per aver salvato una nemica, Claire è costretta a fuggire, ma quello che l’aspetta all’esterno della Cupola è a tratti spaventoso quanto inquietante: «solo bianco», ossia una distesa sterminata di gelo e neve in cui i Recessivi vivono e si sono saputi adattare per sopravvivere nelle difficoltà (nonostante a volte capiti che facciano delle incursioni nel mondo dei “Dominanti” per potersi accaparrare un po’ di calore, risorse o fonti di energia).

«Sopra la sua testa, immenso e incombente, c’era il cielo. Il cielo vero. Nero come la pece, invaso da tanti piccoli occhi luminosi che la fissavano malevoli dall’alto. E poi quella gelida falce d’argento, che sembrava sul punto di tagliarle la testa.»

Lontano dalla City, solo in apparenza calda e ospitale, Claire scopre che il vero senso di comunità si trova solamente in mezzo a Eleanor e ai Recessivi, ovvero in un mondo fatto di altruismo, gesti affettuosi e condivisione, qualcosa a cui lei non era affatto abituata circondata dai comfort e dalle tecnologie della Cupola.

«Così erano nate le Cupole e ciò che rappresentavano: enormi impianti per l’estrazione e lo sfruttamento di una nuova forma di energia. L’energia geotermica.»

Quello che più salta all’occhio leggendo questo romanzo è il rapporto che si instaura tra Claire ed Eleanor, un aspetto che mette in secondo piano perfino le ipotetiche storie d’amore tra la protagonista e il Dominante Jordan o il Recessivo Arthur. Dapprima appaiono come due scontrose nemiche, dal carattere inconciliabile, mentre poi, nel prosieguo della trama, il loro legame diventa così forte da portarle a sacrificarsi a vicenda pur di poter salvare l’una la vita dell’altra.

«Claire chiuse gli occhi. Pensò a come era la sua vita prima di incontrare Eleanor. Semplice, ordinata, sicura, perché ogni giorno sapeva cosa fare, cosa dire e persino cosa pensare. Eppure, anche se era all’interno di una cupola termica, era una vita fredda e priva di affetti.»

La storia non è altro che un alternarsi di segreti che emergono pian piano dagli indizi disseminati qua e là dalla stessa autrice, mentre le avventure coinvolgono prevalentemente una Claire che diventa sempre più consapevole del fatto che, in realtà, il nemico da combattere è sempre stato accanto a lei. Qualcuno che, non solo ha agito alle spalle di tutti creando due fazioni distinte e diverse, ma che ha portato anche a distinguere gli ultimi sopravvissuti sulla terra in persone gradite al sistema e no. Con i “Dominanti” da una parte (a cui è legata per appartenenza) e i “Recessivi” dall’altra (che ama come una famiglia), Claire riuscirà a portare alla luce i difetti di quella che credeva essere la “casta” perfetta? Questo è un romanzo da divorare letteralmente in pochissimi giorni, una lettura in grado di distinguersi dalle “ispirazioni” più famose. Il legame tra Eleanor e Claire è qualcosa che va ben oltre l’amicizia – e durante la lettura se ne capisce il motivo -, rappresentando addirittura IL rapporto che manda avanti l’intero romanzo. La scrittura della Grazzini è semplice, diretta e coinvolgente, resa ancora più particolare dalla presenza di termini e spiegazioni “scientifiche” che fanno dire “wow!” man mano lo si legge. Questo è assolutamente un libro-chicca per gli amanti del genere distopico: poche cose risultano prevedibili in questo romanzo, ecco perché i colpi di scena sono assicurati.

Parole chiave:

  • Eleanor/Claire: le protagoniste principali del romanzo, il cui legame che si instaura con il tempo supera anche le storie d’amore che sembrano accadere con Jordan e Arthur. Le due hanno caratteri decisamente discordi e spesso inconciliabili, questo probabilmente è causa del fatto che entrambe sono cresciute in due ambienti diversi e, come tali, le hanno portate a diversificarsi l’una dall’altra. Claire è razionale, ponderata, diligente e studiosa in modo promettente nella sua City, mentre Eleanor è istintiva, intrepida e all’apparenza dura e fredda come il ghiaccio in cui è costretta a vivere fuori dalla Cupola. Leggendo il romanzo, il lettore non può far altro che pensare quanto, in realtà, esse si compensino. Il destino le unirà prima e le separerà poi, ma troverà comunque il mondo di legarle in maniera indissolubile.
  • Energia: quella che si crea e si conserva nella Cupola, ma anche quella che i Recessivi tentano di rubare ed è all’origine di una vera e propria guerra tra le fazioni.
  • Amore/amicizia: i sentimenti che attraversano in modo coinvolgente tutto il romanzo e che appaiono costantemente uniti da un filo invisibile. Claire sembra essere prima legata a Jordan, poi ad Arthur, ma alla fine capisce cosa è importante davvero: la sua amicizia, speciale e profonda, con Eleanor.
  • Il sindaco Swan: il mostro invisibile che sembra tanto l’occhio del Grande Fratello in 1984 di Orwell, così meschino e subdolo da ingannare tutti, perfino se stesso.
  • Ispirazioni: quelle prese da Divergent e Hunger Games, ormai famose saghe post-apocalittiche. Il bello di Dominant, però, sta nel fatto che, pur assomigliando molto a queste letture, se ne distacca cercando una sua particolarità.

Voto: 5 segnalibri su 5

Irene Grazzini - Dominant

Titolo: Dominant
Autore: Irene Grazzini
Editore: Fanucci
Lunghezza: 219 pagine
Prezzo: 14,90 (versione cartacea); 4,99 (versione eBook)
Trama: Claire ha trascorso i suoi primi sedici anni sotto la Cupola, l’enorme barriera alimentata a energia geotermica che protegge la City dall’esterno, il Mondo di Fuori, una landa inospitale e pericolosa sconvolta dalla più violenta glaciazione di cui si abbia memoria. Claire è una Dominante, appartiene cioè a quella razza eletta cui spetta il merito di aver liberato la città dalla minaccia dei Recessivi. Ora il destino ha deciso di sconvolgerle l’esistenza, presentando alla porta del suo Loculo una ragazza sconosciuta, ferita, che ha bisogno di aiuto. Da quel giorno, la vita di Claire si trasforma in una fuga disperata e rocambolesca dai Vigilanti e dai loro terribili robot, i Mastini, perché quella ragazza misteriosa è una Recessiva, e aiutarla significa commettere il più grave dei reati, quello di alto tradimento. Attraverso un mondo inospitale, reso sterile dal ghiaccio e dall’odio, tra bufere di neve che sferzano enormi città e maestose rovine, Claire scoprirà che il confine tra giusto e sbagliato è più labile di quanto abbia mai creduto. Una trama avvincente, un viaggio sorprendente in un futuro forse non così lontano.
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“Non lasciarmi”: i cloni con un destino già scritto

“Commovente e visionario”: così è stato descritto Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro, un romanzo ucronico edito nel 2005 e meglio conosciuto con il titolo originale di Never let me go. La trama ci immerge fin da subito negli anni Novanta e in un mondo che sembra essersi proiettato completamente verso gli esperimenti genetici e il prolungamento della vita; Kathy, Ruth e Tommy, i protagonisti della storia, frequentano e crescono in un college di Hailsham, una scuola completamente isolata dagli stimoli esterni.

Tutto ciò potrà anche sembrare sciocco, ma dovete ricordare che per noi, in quel periodo della nostra vita, qualunque luogo al di là dei confini di Hailsham era un paese fantastico; possedevamo solo nozioni molto vaghe del mondo fuori, e di ciò che fosse o non fosse possibile in quel mondo.

C’è solo una particolarità: loro non sono affatto dei ragazzini “normali”, ma dei cloni che, proprio come il vento che indirizza i capelli e l’albero nell’evocativa fotografia di Laurence Dutton raffigurata in copertina, sono obbligati a seguire il destino che è stato riservato loro senza opporvisi, quello di diventare dei donatori di organi.

Voi siete… speciali. Il fatto di avere cura di voi stessi, di mantenervi sani dentro, è molto più importante per ognuno di voi di quanto lo sia per una come me.

La scuola, nel romanzo, svolge davvero un ruolo fondamentale: oltre a crescerli e a educarli al loro “scopo”, è anche il luogo in cui viene mostrata loro l’importanza della creatività. L’arte, in questo percorso di crescita che ricorda tanto un bildungsroman, è la sola cosa in grado di dimostrare la presenza di un’anima, ma rappresenta anche il biglietto da visita principale per poter essere accettati in quella sorta di società “panottica” dove i ragazzi vengono continuamente sorvegliati e ascoltati anche nelle loro più intime conversazioni (l’unico momento in cui sembrano essere liberi è quello del pranzo dove le voci, nella mensa, sembrano confondersi l’una con l’altra).

La maggior parte delle volte, la considerazione in cui ognuno di noi veniva tenuto a Hailsham, quanto si veniva apprezzati e rispettati, era determinato dal proprio livello di “creatività”.

Le tre parti in cui è strutturato Non lasciarmi rappresentano anche lo scorrere del tempo che attraversa le vite di Kathy, Ruth e Tommy, conducendoli lentamente dall’ingenuità dell’infanzia fino alla consapevolezza della loro età adulta. E’ proprio durante la loro fase intermedia, ovvero nel periodo in cui si trovano nei cottages lontani dalla sorveglianza dei loro insegnanti, che scoprono i primi turbamenti emozionali, ma anche la loro identità e la loro indole. La presenza del fattore empatico, ma anche di sentimenti quali la paura, la rabbia e la perdita, rappresenta forse l’aspetto più significativo di tutto il romanzo. Qui, infatti, l’interiorità non solo è affidata a dei cloni, ma il loro destino appare così inesorabilmente scritto da apparire tragico: la loro voglia di poter vivere normalmente rappresenta un desiderio che non può essere esaudito e l’unica ambizione a cui possono aspirare è prolungare il periodo prima di incominciare il percorso di donazione degli organi che li porterà a un lento deperimento fisico e psicologico. Kathy, Ruth e Tommy non sfuggono affatto alla loro condizione, e probabilmente è proprio questa loro “non ribellione” di fronte alla scadenza della vita che li rende più simili agli umani di quanto pensano. Non solo per quanto riguarda il loro corpo, ma anche (e soprattutto) per i dispiaceri che in un vissuto possono capitare: è il caso, per esempio, della storia d’amore che attraversa delicatamente tutta la storia e che riguarda Kathy e Tommy, separati inizialmente dalla mancanza di coraggio e dopo, quando finalmente possono lasciarsi andare ai loro sentimenti, da una fine ineluttabile.

Pensavo ai rifiuti, alla plastica che sventolava tra i rami, alla linea di strane cose intrappolate lungo il reticolato, e allora chiusi quasi gli occhi e immaginai che quello fosse il punto dove tutto ciò che avevo perduto dagli anni dell’infanzia era stato gettato a riva; adesso mi trovavo lì, e se avessi aspettato abbastanza, una minuscola figura sarebbe apparsa all’orizzonte in fondo al campo, e a poco a poco sarebbe diventata più grande, finché non mi fossi resa conto che era Tommy, e lui mi avrebbe fatto un cenno di saluto con la mano, forse mi avrebbe chiamata. La fantasia non andò mai al di là di questa immagine – non glielo permisi – e sebbene le lacrime mi rotolassero lungo le guance, non singhiozzavo né mi sentivo disperata. Aspettai un poco, poi tornai verso l’auto e mi allontanai, ovunque fossi diretta.

Se dovessi trovare una definizione per questo romanzo probabilmente sarebbe “tragicamente bello”, soprattutto per il modo delicato con cui Ishiguro ha deciso di raccontare la storia d’amore tra dei cloni perennemente ostacolati dalle circostanze esterne e dal destino che sembra remare contro i sentimenti, ma non contro la fine della “vita”. Ho sempre tifato per Tommy e Kathy fin dalle prime pagine, mentre ho detestato Ruth per il suo egoismo e per il suo carattere, a tratti decisamente lontano da quello che una amica dovrebbe avere. La storia incomincia come un grande diario («Mi chiamo Kathy H. Ho trentun anni, a da più di undici sono un’assistente. Sembra un periodo piuttosto lungo, lo so, ma a dire il vero loro vogliono che continui per altri otto mesi, fino alla fine di dicembre») e in un certo senso, con questa scelta, sembra che Ishiguro voglia farci entrare nel mondo segreto e chiuso di Hailsham come se fossimo degli ospiti con un permesso “speciale”, proprio come speciali appaiono i protagonisti attorno a cui si concentra e ruota tutta la trama. Il finale probabilmente è quello che più mi ha lasciato con l’amaro in bocca: se da un lato non mi ha affatto stupito, dall’altro speravo e pensavo dentro di me che il lieto fine sarebbe stata la cosa più giusta per una storia costellata continuamente da perdite e separazioni. Consiglio questo libro a chi vuole leggere una storia d’amore contrastata, ma anche a chi è alla ricerca di un romanzo che non è solo questo; sebbene l’inizio sia un po’ lento nel proseguimento della narrazione, la scrittura di Ishiguro appare ricca e articolata, per niente confusa. La trama è un susseguirsi di vicende che accompagnano il lettore nella crescita dei protagonisti – nel bene e nel male – anche se la predestinazione della vita fa pensare che, alla fine (almeno, in questo romanzo), sia il corpo a vincere decisamente sul sentimento.

Parole chiave:

  • Cloni: quello che sono Kathy, Ruth e Tommy; l’aspetto particolare è che il lettore non lo scopre subito dalle prime pagine, forse perché Ishiguro sceglie di lasciare una sorta di “normalità” durante tutta la prima parte della storia. Sono prima tre bambini, poi tre adolescenti e alla fine tre adulti; la vita li avvicina, li accumuna, li separa e poi li riunisce ancora una volta, ed il loro legame appare sempre centrale e profondo per tutta la trama, nonostante gli alti e bassi.
  • La “scuola”: Hailsham rappresenta fin dall’inizio di Non lasciarmi un meccanismo di controllo in cui tutti i ragazzi presenti hanno pochissimi momenti di libertà e vengono continuamente sorvegliati ed “educati” alle regole del luogo. Questo sistema è una sorta di micro-società in cui agli “alunni” viene offerto un surrogato di crescita e formazione, mentre il mondo esterno è dipinto come qualcosa di pericoloso da cui stare debitamente alla larga. Per quanto riguarda questo ultimo aspetto, è impossibile non pensare al simbolo che rappresenta il “bosco” (uno spazio esterno) per i ragazzi della scuola, ovvero un luogo proibito in cui non è possibile andare perché «si raccontavano ogni genere di storie terribili su quel luogo».
  • L’angolo dimenticato: si trova nel Norfolk ed è descritto come qualcosa di “fantastico” e importante per la trama stessa, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo della storia tra Kathy e Tommy. Esso non è altro che un negozio della nostalgia, della storia passata, poiché si dice che in quel luogo finiscano tutti gli oggetti smarriti del paese. E’ stato proprio durante il viaggio alla ricerca di una cassetta (a cui era molto affezionata Kathy) che i due ragazzi capiscono che tra loro c’è molto più di una semplice amicizia, piuttosto un legame profondo che, però, a causa di diversi fattori, sarà destinato a compiersi solo dopo molto tempo.
  • Varietà di generi: Non lasciarmi è, in primis, un romanzo, una distopia ed una ucronia, ma procedendo con la lettura si scopre anche essere molto altro: un diario, un flashback, un dramma, una ricerca di identità, un progetto scientifico, un romanzo di formazione, una storia d’amore delicatissima; tutto questo in 291 pagine.
  • Amore: compare all’inizio in maniera leggera, quasi sfumata, per poi occupare gran parte della trama verso la fine del romanzo. 

Voto: 4,5 segnalibri su 5

Non lasciarmi - Ishiguro

Titolo: Non lasciarmi
Autore: Kazuo Ishiguro
Editore: Einaudi
Lunghezza: 291 pagine
Prezzo: 13 euro
Trama: Kathy, Tommy e Ruth vivono in un collegio, Hailsham, immerso nella campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani, e crescono insieme ai compagni, accuditi da un gruppo di tutori, che si occupano della loro educazione. Fin dalla più tenera età nasce fra i tre bambini una grande amicizia. La loro vita, voluta e programmata da un’autorità superiore nascosta, sarà accompagnata dalla musica dei sentimenti, dall’intimità più calda al distacco più violento. Una delle responsabili del collegio, che i bambini chiamano semplicemente Madame, si comporta in modo strano con i piccoli. Anche gli altri tutori hanno talvolta reazioni eccessive quando i bambini pongono domande apparentemente semplici. Cosa ne sarà di loro in futuro? Che cosa significano le parole “donatore” e “assistente”? E perché i loro disegni e le loro poesie, raccolti da Madame in un luogo misterioso, sono così importanti? Non lasciarmi è prima di tutto una grande storia d’amore. È anche un romanzo politico e visionario, dove viene messa in scena un’utopia al rovescio che non vorremmo mai vedere realizzata. È uno di quei libri che agiscono sul lettore come lenti d’ingrandimento: facendogli percepire in modo intenso la fragilità e la finitezza di qualunque vita.
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La Chicago distopica di “Divergent”

Potrei dirgli che sono settimane che mi arrovello su cosa mi dirà il test attitudinale: Abneganti, Candidi, Eruditi, Pacifici o Intrepidi?

Divergent è un romanzo del 2011 scritto da Veronica Roth e il primo capitolo di una trilogia a cui si aggiungono anche Insurgent (2012) e Allegiant (2013). Da questi, successivamente, sono stati ricavati pure delle produzioni cinematografiche (uscite nelle sale tra il 2014 e il 2016) che, come i libri, hanno riscosso un grande successo di pubblico.
Il romanzo appartiene al genere “distopico” ed è ambientato nella Chicago post apocalittica di un futuro imprecisato in cui gli ultimi (o i primi) umani sopravvissuti hanno deciso di porre fine alle guerre intestine tra loro dividendosi in cinque diversi gruppi, chiamati “fazioni”. Ognuna di esse, come teste diverse di uno stesso corpo, possiede un determinato tipo di caratteristiche e richiama, a seconda della predisposizione naturale, una specifica tipologia di persone.

«I corridoi sono angusti, anche se la luce che entra dalle finestre crea un’illusione di spazio. Sono gli unici luoghi in cui le fazioni si mischiano.»

Ci sono i Candidi, che perseguono i valori della sincerità e dell’onestà poiché il loro obiettivo principale è quello di dire sempre il vero a tutti i costi; i Pacifici, coloro che coltivano la terra e vestono con toni accesi e vivaci (la loro filosofia di vita è quella di essere sempre in armonia con se stessi e con ciò che li circonda); gli Intrepidi, il gruppo dei coraggiosi che fa cose che nessuno farebbe (come saltare dai treni in corsa, combattere a corpo nudo o saltare da grattacieli attaccati a una fune); gli Eruditi, quelli che conoscono ogni cosa perché interessati alla sapienza; infine gli Abneganti: loro, oltre ad avere in mano il governo della città, sono chiamati anche “Rigidi” per via del forte altruismo che fa dimenticare loro stessi in favore degli altri (aiutano tutti, anche gli “Esclusi”, ossia quelli che vivono ai margini della società perché rifiutati dalle loro fazioni). L’appartenenza a uno di questi gruppi è sperimentata attraverso una sorta di seduta psicoanalitica che studia come reagisce l’inconscio se stimolato da determinati elementi. Una pratica indolore, ma sicuramente tanto singolare. Questo “test di iniziazione”, infatti, non solo è svolto tramite la somministrazione di un liquido e la stimolazione della mente per mezzo di elettrodi, ma è rivolto a tutti i sedicenni che sono chiamati a scegliere se unirsi a una nuova fazione oppure a rimanere con i propri affetti. Una tappa importante tanto quella che, all’interno del romanzo, viene chiamata “Cerimonia della scelta”: un evento ufficiale che sancisce definitivamente l’adesione al gruppo scelto attraverso un vero e proprio “patto di sangue”. 

«Nel cerchio più interno ci sono cinque coppe di metallo così grandi che ci starei tutta se mi rannicchiassi. ognuna contiene l’elemento simbolo di ogni fazione: pietre grigie per gli Abneganti, acqua per gli Eruditi, terra per i Pacifici, carboni ardenti per gli Intrepidi, vetro per i Candidi. (..) Lui mi porgerà un coltello, e io mi farò un taglio nella mano e lascerò gocciolare il sangue nella coppa della fazione che avrò scelto.»

I personaggi principali della vicenda e intorno a cui ruota prevalentemente la trama sono Beatrice e Tobias, chiamati anche “Tris” e “Quattro”. Questi due ragazzi, oltre a essere legati dal numero come una sorta di prolungamento l’una dell’altro, dimostrano fin da subito di capirsi e comprendersi a vicenda, passando però attraverso non poche difficoltà. Entrambi appartengono agli Intrepidi, ma non sempre ne condividono tutti gli aspetti; per questo si può dire che la loro vita di “superficie” all’interno del gruppo si mescola a quella segreta che vivono tra di loro e agli ideali che condividono.

«Penso che abbiamo fatto un errore» mi spiega dolcemente. «Abbiamo tutti cominciato a criticare le virtù delle altre fazioni nello sforzo di valorizzare la nostra. Io non voglio commettere lo stesso sbaglio: voglio essere coraggioso, e altruista, e intelligente, e gentile, e onesto.»

Lo spazio in cui si svolge Divergent è davvero interessante: la storia non è solo ambientata in uno scenario post apocalittico, ma anche in una città in cui la differenza centro-periferia si percepisce fortemente. Man mano che si raggiunge il cuore di Chicago, infatti, il lettore si trova spiazzato – e sovrastato – dalle descrizioni che fanno emergere soprattutto una sequenza di vetro, cemento e acciaio: le strade sono livellate, gli edifici numerosi, dappertutto ci sono binari sopraelevati e rotaie. Insomma, lo spazio è così ridotto e claustrofobico da sembrare tanto quello teorizzato da Piranesi nelle sue “Carceri d’invenzione”. In tutto questo alternarsi tra luoghi angusti e aperti si colloca anche la base degli Intrepidi, una sorta di caverna sotterranea in cui le ore notturne sembrano superare quelle diurne, mentre le pareti di roccia e i tunnel sono gli unici collegamenti con il mondo esterno.

«Cerco di guardare, oltre lui, il paesaggio che stiamo attraversando: un mare di edifici fatiscenti e abbandonati che, allontanandosi, si rimpiccioliscono sempre di più.»

Questo è un libro che non può non entusiasmare: nonostante sia lontano dai classici del genere distopico (parlo di Orwell o Huxley), riesce comunque a riprenderne le tematiche e perfino a “romanzarle”. La Roth si può dire che abbia creato un piacevole esempio moderno che segue questo filone, ma allo stesso tempo se ne distacca consapevolmente creando una storia fondata su degli elementi interessanti che sanno colpire l’attenzione del lettore fin dalle prime pagine. Ne sono un esempio la stessa divisione in fazioni, i simboli, ma anche gli scenari e i personaggi. Il suo modo di scrivere è molto semplice ed efficace, ma non per questo banale: le sue parole arrivano dirette al punto senza perdersi troppo in giri di parole “stordenti”, mentre ogni capitolo è un crescendo di azioni che porta a chiedersi continuamente come la storia si svilupperà e andrà a finire. Una cosa è sicura: Tris e Quattro coinvolgeranno anche voi nel loro mondo fatto di tatuaggi, paesaggi “spersonalizzati”, perdite e insidie nascoste.

Parole chiave:

  • Beatrice: non è solo il vero nome di Tris, ma anche un’intenzione, ossia colei che “ispira” (come accade a Dante) il cambiamento e la rivolta per ristabilire l’equilibrio.
  • Divergente: il titolo del libro, ma anche la stessa Beatrice, una persona non collocabile in una sola categoria come vuole e pretende la società, ma che possiede diverse caratteristiche. Essere divergente, nel mondo di Tris, è proibito, ecco perché la ragazza tenta in tutti i modi di nasconderlo.
  • Tatuaggio: qualcosa di importante sia per Tris che per Quattro, un linguaggio e un modo per descrivere ciò che sentono.
  • Paura: la società descritta nel romanzo gioca moltissimo su quest’ultima per poter mantenere saldo il controllo e l’equilibrio tra le fazioni (gli stessi Intrepidi svolgono delle prove che fanno immaginare le fobie più recondite per poterle affrontare e superare).
  • Caos/ordine: due elementi imprescindibili e costantemente presenti nel romanzo, il primo è rappresentato dagli Intrepidi e dal loro carattere esuberante, mentre il secondo è descritto dalle strutture delle stesse fazioni («Le strade ordinate degli Abneganti (..) nel caos degli Intrepidi»).

Voto: 4 segnalibri su 5

Divergent - Veronica Roth

Titolo: Divergent (Una scelta può cambiare il tuo destino)
Autore: Veronica Roth
Editore: De Agostini
Lunghezza: 478 pagine
Prezzo: 6,90 euro
Trama: La società distopica in cui vive Beatrice Prior è suddivisa in 5 fazioni, ognuna delle quali è consacrata a una virtù: sapienza, coraggio, amicizia, altruismo e onestà. Beatrice deve scegliere a quale unirsi, con il rischio di rinunciare alla propria famiglia. Prendere una decisione non è facile e il test che dovrebbe indirizzarla verso l’unica strada a lei adatta si rivela inconcludente: in lei non c’è un solo tratto dominante ma addirittura tre! Beatrice è una Divergente, e il suo segreto – se reso pubblico – le costerebbe la vita.
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