“Il canto di Natale”: siamo sempre in tempo per salvarci dallo Scrooge che c’è in noi

Non è mai troppo tardi per rendersi conto dei propri sbagli e per diventare più buoni, soprattutto a Natale, quando tutti i cuori sono ben disposti per accettare i sentimenti genuini e il perdono. Questo lo sa bene anche Scrooge, l’avido (e anche arido) protagonista de “Il canto di Natale” che da tutti è visto quasi come un orco e un mostro. Questo piccolo romanzo (o grande racconto, dipende dalle prospettive) è stato pubblicato da Charles Dickens proprio a ridosso delle festività natalizie, il 19 dicembre del 1843, probabilmente per convogliare tutte le sensazioni positive che questi giorni, da sempre, trascinano con sé e sugli altri. Non bisogna pensare ad “A Christmas Carol” come a qualcosa di sdolcinato e stucchevole, piuttosto come a un testo che è in grado di unire gli intenti morali, il contesto storico e gli elementi gotici, tutti mescolati all’interno di un “calderone” a opera dell’entusiasmante scrittura e dell’abile penna dello scrittore britannico.

«Mi sono proposto, in questo piccolo libro di Fantasmi, di risvegliare il Fantasma di un’Idea, che non metta i miei lettori in contrasto con se stessi, tra loro, con il periodo dell’anno o con me. Che possa infestare le loro case piacevolmente, e che nessuno senta il desiderio di scacciarlo.»

Il primo degli insegnamenti a cui si va incontro è anche il più classico dei detti: l’apparenza inganna. Ebenezer Grooge, infatti, non solo è un vecchio avaro e cattivo che ha perso ogni fiducia nel Natale, ma lo odia a tal punto da considerarlo una perdita di tempo e di soldi, a maggior ragione se si vede costretto a tenere chiusa la sua attività e a perdere, così, ogni possibilità di guadagno (del resto, non si fa nemmeno uno scrupolo nel far lavorare il suo impiegato pagandolo, per di più, una miseria).

«Al diavolo questo felice Natale! Che cos’è Natale per te se non il momento di pagare i conti mentre non hai un quattrino; un momento in cui ti ritrovi di un anno più vecchio ma neanche di un’ora più ricco; un momento per tirare il bilancio sui tuoi libri contabili e vedere che ogni singola voce risulta in perdita nel corso di tutta una dozzina di mesi? Se potessi realizzare il mio desiderio,” disse Scrooge sdegnato, “ogni idiota che se va in giro con “Felice Natale” sulle labbra verrebbe bollito insieme con il suo pudding natalizio e seppellito con un ramo di agrifoglio piantato nel cuore. Proprio così!”»

Dickens non lascia nulla al caso, nemmeno il nome del personaggio protagonista: se da una parte, infatti, il nome “Ebenezer” significa “pietra dell’aiuto” collegandosi in un certo senso al lavoro che il fantasma Jacob Marley compie nel percorso di redenzione dell’ex socio in affari, dall’altra invece, “Scrooge” trova nella traduzione italiana di “taccagno, tirchio e spilorcio” il corrispettivo perfetto per la descrizione del suo carattere. Dopo una rassegna degli episodi che descrivono, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, il carattere freddo e sgarbato di Scrooge, il lettore si ritrova proiettato nel vero e proprio nocciolo della trama, ossia nel momento in cui quest’ultimo riceve la visita dei tre Fantasmi che lo accompagnano, attraverso dei flashback, delle proiezioni in avanti e degli zoom sulla sua vita presente, in un viaggio fatto di ricordi e cordoglio in cui l’obiettivo primario è la ricerca di se stesso.

“Questo è un lato non lieve della mia penitenza”, proseguì il Fantasma. “Sono qui questa notte per avvertirti, per dirti che hai ancora una possibilità e una speranza di sfuggire alla mia sorte. Una possibilità e una speranza che ti sto procurando io, Ebenezer.”
“Per me sei sempre stato un buon amico,” disse Scrooge. “Grazie!”
“Sarai visitato,” riprese il Fantasma, “da Tre Spiriti.”

L’intento della visita di Jacob Marley è senz’altro altruistico: vuole tentare di salvare l’amico Scrooge dalla sua stessa fine, ossia quella di essere condannato a vagare per il mondo portando con sé il peso (letteralmente) di tutti quegli oggetti materiali che, in vita, lo hanno fatto essere troppo egoista. Ecco perché gli darà tre possibilità, personificate rispettivamente da tre diversi Spiriti, per potersi redimere e per cambiare il suo modo di essere. Se durante la visita del “Fantasma del Natale passato” Ebenezer Scrooge prova rimpianto per dei momenti difficili e tristi che ha vissuto nella sua infanzia, quando incontra il “Fantasma del Natale presente”, invece, i suoi pensieri sono rivolti principalmente a quelle persone che trovano comunque il modo di essere felici e grate, nonostante la povertà in cui sono costrette. Ma è soprattutto il “Fantasma del Natale futuro” a colpirlo di più, a maggior ragione perché quest’ultimo si presenta al protagonista come se fosse la figurazione della morte, con un cappuccio nero e le mani scheletriche. 

«Era tutto coperto da una sorta di manto nero come la notte, che gli nascondeva il capo, il viso, l’intera forma, e non lasciava nulla di visibile se non una mano tesa. Non fosse stato per quella sarebbe stato difficile distinguere la sua figura dalla notte, separarla dal buio che la circondava.»

Lo Spirito non parla, ma dai suoi inquietanti gesti Scrooge capisce quanto sarà triste e silenzioso il futuro che verrà nel caso continui a condurre una vita fatta di egoismo: nessuno piangerà il giorno della sua morte, nessuno lo andrà a trovare sulla sua tomba, tutti piuttosto saranno sollevati dall’essersi tolti di mezzo la sua avidità. Non riuscendo a concepire una vita simile, è proprio in questo momento che Ebenezer Grooge matura il suo cambiamento e capisce quanto sia sbagliato il suo atteggiamento nei confronti degli altri. Così, dopo un salto nel vuoto causato dal sogno dal quale si sveglia “spaventato” nel suo letto, capisce che deve rimediare ai suoi errori. È il giorno di Natale: quale momento migliore per creare un nuovo signor Scrooge sulle ceneri di quello vecchio?

«Onorerò il Natale nel mio cuore e mi adopererò per serbarlo lì tutto l’anno. Vivrò in quello Passato, nel Presente e nel Futuro. Gli Spiriti di tutti e tre agiranno dentro di me. Non sprecherò le lezioni che mi hanno insegnato.»

Questo racconto non solo mostra che anche nel più arido dei cuori c’è spazio per un po’ di amore, ma insiste sull’idea che, a prescindere dal ceto sociale e dalle ricchezze possedute, siano altri in realtà i valori da portare avanti nella vita. Ebenezer Scrooge, infatti, è proprio il simbolo di quell’esteriorità fine a se stessa che non porta da nessuna parte, se non alla solitudine e all’abbandono. Le morali che Dickens cerca di trasmettere con le sue parole sono tante, prima tra tutte che l’essere buoni non è mai uno spreco di tempo, piuttosto qualcosa che ci gratifica da dentro e ci permette di sentirci meglio con noi stessi. Non è un caso che lo scrittore scelga proprio il Natale come sfondo alla sua storia, ossia il periodo in cui siamo circondati dai nostri affetti più veri e sinceri, come non è un caso che sia proprio l’avido Scrooge a capire tutto questo, ovvero colui che più di tutti odia questo periodo fatto gesti affettuosi e parole dolci. Quello che rende geniale quest’opera di Dickens, però, non è solo il suo intento: unendo gli elementi gotici che arricchiscono l’atmosfera con i temi a lui cari, infatti, l’autore britannico riesce a creare un’opera in cui i problemi della povertà, dello sfruttamento minorile e delle città grigie e malfamate, sono trattati in maniera così delicata e fine da non sembrare nemmeno delle preoccupazioni reali. Leggendo questo libro, di una attualità disarmante, è impossibile non lasciarsi conquistare dalla scrittura di Charles Dickens (sempre “sul pezzo” e curata in ogni suo dettaglio, che sia ironico o più serio), ma soprattutto è impossibile non farsi scaldare il cuore da una storia in grado di unire l’importanza di certi valori con la consapevolezza che è proprio vero che a ogni nostro gesto corrisponde una conseguenza, piccola o grande che sia.

Parole chiave:

  • Scrooge: l’avido taccagno protagonista di questo splendido racconto, ma anche colui che dimostra che non è mai troppo tardi per migliorarsi. Tutti noi, chi più e chi meno, siamo stati “Scrooge” almeno una volta nella vita, la cosa importante, così scrive Dickens, è fermarsi appena in tempo, ovvero rendersi conto che sono le cose buone quelle da coltivare.
  • Egoismo: il “ciak azione!” principale de Il canto di Natale, la caratteristica che più inaridisce le persone e le svuota. Penso esista un egoismo buono e un altro cattivo: quello buono, o anche “sano”, può entrare in nostro soccorso salvandoci da qualcuno o qualcosa che ci fa del male; l’altro cattivo, invece, è l’egoismo fine a se stesso, quello sbagliato che ci fa “perdere” soltanto.
  • Fantasmi/Spiriti: ho trovato bellissima l’idea di affidare a degli elementi gotici le parole di una coscienza che andava un po’ rispolverata, come anche il fatto di aver reso moraleggiante quella che, a tutti gli effetti, è una storia di fantasmi.
  • Vita/morte: una delle tante dicotomie che si trovano in A Christmas Carol. Questo aspetto lo si nota soprattutto nella differenza tra le descrizioni delle persone che circondano il protagonista e Scrooge stesso: le prime radiose e felici, mentre il secondo burbero e accigliato. Un discorso simile si potrebbe fare anche per il contrasto “luce/buio”.
  • Fred: è il personaggio che, dopo Scrooge, mi ha colpito di più. E’ il nipote del protagonista, la sua famiglia, il simbolo dell’affetto che lo lega alla mamma e alla sorella, eppure non manca di essere trattato male e demotivato. Nonostante questo, il giovane ha sempre il sorriso stampato in faccia come a dire “non bisogna lasciarsi abbattere dalle difficoltà”.

Voto: 5 segnalibri su 5

Il canto di Natale - C. Dickens

Titolo: Il canto di Natale
Autore: Charles Dickens
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 117 pagine
Prezzo: 7 euro
Trama: È il più famoso tra i racconti natalizi scritti da Dickens, nel 1843. Un racconto che ha avuto la forza di attingere all’immaginario popolare e a sua volta plasmarlo con forza. Per esempio, il personaggio di Paperon de’ Paperoni in inglese si chiama Scrooge McDuck, lo stesso nome cioè dell'”avaro cattivo e senza cuore” di questo racconto dickensiano. Scrooge è talmente cattivo e avaro da rifiutare anche il calore del Natale, per lui solo una perdita di tempo e di soldi. Sarà il fantasma del suo ex socio Jacob Marley a visitarlo per primo. Poi lo visiteranno altri tre spiriti, che gli restituiranno in rapida sequenza la visione del suo Natale passato (di quando cioè lui era un bambino solo e triste), di quello presente (quello del suo contabile Cratchit e del figlio in predicato di morte per la mancanza di cure adeguate) e infine del Natale futuro, quello della sua morte, che verrà accolta con derisione e freddezza da tutti i suoi conoscenti. È in questo momento che il vecchio avaraccio si pente dei suoi comportamenti e cambia finalmente registro, ravvedendosi e celebrando in modo adeguato lo spirito del Natale, con generosità e trasporto per gli affetti familiari.
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“Il giardino dei Finzi-Contini” e il viaggio nel ricordo

Il giardino dei Finzi-Contini è sicuramente l’opera più famosa di Giorgio Bassani, scrittore e poeta nato a Bologna nel 1916 e morto a Roma (dopo una lunga malattia) nei primi mesi del 2000. Questo romanzo scritto nel 1962, oltre a essere stato inserito da diversi studiosi del genere nella corrente del “neorealismo”, è anche il racconto di un viaggio a ritroso nel passato in cui la voce narrante – che probabilmente va ricondotta allo stesso autore – prende per mano il lettore/spettatore accompagnandolo in un ricordo prevalentemente basato sulla nostalgia. La storia, infatti, incomincia proprio davanti alla tomba dei Finzi-Contini: lì il protagonista, oltre a rivivere attraverso dei flashback gli anni della sua giovinezza, si ritrova soprattutto a riflettere sul forte legame che lo ha avvicinato a quella famiglia.

La tomba era grande, massiccia, davvero imponente: una specie di tempio tra l’antico e l’orientale, come se ne vedeva nelle scenografie dell’Aida e del Nabucco in voga nei nostri teatri d’opera fino a pochi anni fa. In qualsiasi altro cimitero, l’attiguo Camposanto Comunale compreso, un sepolcro di tali pretese non avrebbe affatto stupito, ed anzi, confuso nella massa, sarebbe forse passato inosservato. Ma nel nostro era l’unico. E così, sebbene sorgesse assai lontano dal cancello d’ingresso, in fondo a un campo abbandonato dove da oltre mezzo secolo non veniva sepolto più nessuno, faceva spicco.

Il ricordo memoriale, poco a poco, introduce anche i personaggi di Micòl e Alberto, due fratelli che, come il protagonista, fanno parte della comunità ebraica ferrarese. I due sono dei Finzi-Contini e come tali hanno la “fortuna” di essere nati in una famiglia aristocratica che, però, vive quasi isolata dal resto della città ed è spesso vittima delle chiacchiere altrui per questa scelta. Micòl e Alberto, infatti, oltre a prendere delle lezioni private per proseguire gli studi e a fare parte di un circolo di tennis, abitano anche in una casa circondata da un giardino e da una cinta muraria che sono un po’ l’emblema di questo microcosmo in cui si trovano. Un isolamento che, vedendo gli anni in cui ci troviamo nella vicenda – ovvero il periodo che anticipa la Seconda guerra mondiale -, ha anche una forte eco con la ghettizzazione che da lì a poco, nel 1938, gli ebrei avrebbero vissuto tragicamente sulla loro pelle a opera delle “leggi razziali” (e poi con la deportazione). 

Il lungo periodo di tempo che seguì, fino ai fatali ultimi giorni dell’agosto del ’39, cioè fino alla vigilia dell’invasione nazista della Polonia della drôle de guerre, lo ricordo come una specie di lenta, progressiva discesa nell’imbuto senza fondo del Maelstrom.

Micòl, in particolare, esercita un fascino decisamente marcato sul protagonista, e questo appare chiaro fin dalle prime pagine del romanzo. Il primo incontro è avvenuto come una sorta di scena tra Romeo e Giulietta, quando la ragazza è affacciata al muro della sua casa e lui, in preda alla disperazione per la bocciatura in matematica, vaga per le vie della città alla ricerca di una scusa da poter raccontare ai suoi genitori. Questo sembra essere l’inizio di una amicizia che potrebbe diventare qualcosa di più, ma che una serie di imprevisti e di occasioni mancate prima, e la presenza di Malnate e l’inevitabile maturazione di lei poi, sembrano non far decollare nella direzione giusta.

Passai la notte successiva in grande agitazione. Mi addormentavo, mi svegliavo, mi riaddormentavo. E sempre riprendevo a sognare di lei. Sognavo per esempio di trovarmi, proprio come il primissimo giorno che avevo messo piede nel giardino, a guardarla mentre giocava a tennis con Alberto. Anche in sogno non l’abbandonavo con gli occhi un solo istante. Tornavo a dirmi che era splendida, così sudata e rossa, con quella ruga d’impegno e di decisione quasi feroce che le divideva verticalmente la fronte, tutta tesa come era nello sforzo di sconfiggere il sorridente, un po’ fiacco e annoiato fratello maggiore.

Il giardino dei Finzi-Contini, quindi, è anche la storia di un amore che nasce e si incrina piano piano, soprattutto dopo la partenza di Micòl per Venezia, avvenuta non a caso in inverno quasi come se il sopraggiungere di questa stagione significasse anche un definitivo raffreddamento dei loro sentimenti («Fu così a rinunciai a Micòl»). Sullo sfondo, però, rimane sempre il giardino, elemento centrale e imprescindibile di tutto il romanzo, luogo idilliaco in grado di vincere su tutto, perfino sui limiti temporali che vedono l’Italia sempre più vicina alla guerra. Ecco perché la storia d’amore che sembra nascere e non nascere tra il protagonista e la ragazza rappresenta anche ciò che arriva a sconvolgere, ma allo stesso tempo ad alimentare, questo piccolo mondo fatto di fantasie e desideri.

Fummo davvero molto fortunati, con la stagione. Per dieci o dodici giorni il tempo si mantenne perfetto, fermo in quella specie di magica sospensione, di immobilità dolcemente vitrea e luminosa che è particolare di certi nostri autunni.

L’epilogo del romanzo non è altro ciò che il lettore si immagina e di cui si fa consapevole andando avanti nella lettura, ovvero il triste destino della famiglia Finzi-Contini che non riesce a sopravvivere ai tragici eventi della deportazione e delle leggi razziali. La storia si conclude esattamente come era iniziata: con il ricordo di un passato che non può più tornare se non nella mente del protagonista, unico sopravvissuto alla vicenda e, come tale, colui che accompagna il lettore in questo lungo viaggio introspettivo. Quello che più mi è piaciuto di questo romanzo è stato il metodo di scrittura di Giorgio Bassani: così ricco e dettagliato da non lasciare nulla al caso, nemmeno la più semplice delle descrizioni. L’espediente del ricordo a partire da un “monumento memoriale” (come può essere una tomba) per imbastire l’intera storia è davvero evocativo, reso ancora più profondo dallo sfondo storico e simbolico in cui veniamo proiettati. L’io narrante è come se facesse una sorta di percorso di formazione, a partire dall’adolescenza fino ad arrivare all’età adulta, in cui l’amore non ricambiato di Micòl (di cui ne è consapevole solamente alla fine del romanzo) lo fa vivere in un limbo che gli fa credere che qualcosa sia sempre possibile. Probabilmente l’idea che vuole darci l’autore è quella che il protagonista, in realtà, stia vivendo un dormiveglia in cui, il rifiuto sonoro della ragazza, rappresenta lo strattone che lo riporta alla realtà. Bassani dimostra una grande sensibilità e con Il giardino dei Finzi-Contini tocca il lettore trasportandolo non solo a Ferrara, ma anche in quel giardino che ha dato adito a tante immaginazioni. Il triste epilogo dell’amore (e delle vite dei protagonisti) è forse la nota più dolente della storia, ma il libro non avrebbe avuto lo stesso impatto emozionale senza questa costruzione narrativa. Questo è un romanzo molto particolare sotto tanti punti di vista, primo tra tutti il fatto di saper descrivere, sotto un’altra e più romanzata sfumatura, gli anni difficili dell’Italia prima della guerra. Un must read, senza alcun dubbio.

Parole chiave:

  • Il giardino: lo scenario principale della vicenda, in cui avviene (e non avviene) tutto, ma anche il luogo che sembra non subire i cambiamenti spazio-temporali che, invece, attraversano inesorabilmente il mondo esterno. E’ proprio sulla soglia di quel “mondo” che il protagonista incontra per la prima volta Micòl, un mondo che però riesce a visitare solamente una decina di anni dopo da quel primo e furtivo approccio. 
  • Micòl: il principale oggetto dei desideri del narratore, ma anche la sua più grande illusione e delusione. La ragazza cresce e matura durante il romanzo, e di questo ne è amaramente consapevole anche il protagonista, il quale decide di rinunciare a lei e di mettersi il cuore in pace proprio quando intuisce la “freddezza” che la ragazza ha nei suoi confronti e anche il suo probabile legame con Malnate.
  • La comunità ebraica: lo sfondo attorno a cui si muove l’intera vicenda,  fondamentale soprattutto per capire le tragedie che vive la famiglia dei Finzi-Contini, vittima della deportazione, della guerra e anche del destino nefasto.
  • L’amore: per gran parte del romanzo è stato un sentimento quasi platonico e irreale che sembrava esistere solo nella mente del protagonista, complice anche il fatto che quest’ultimo ha peccato spesso di insicurezza nel non riuscire a cogliere certe occasioni. Solo verso la fine è la stessa Micòl a mettere in chiaro le cose: in realtà loro sono troppo simili per potersi trovare sotto quell’aspetto, ed ecco che il sogno di un amore per cui combattere si trasforma nella consapevolezza di ciò che non potrà mai essere.
  • Il passato: tutto il romanzo è impostato su questa condizione temporale, a partire dal flashback iniziale che ci proietta all’indietro verso una storia costruita sulla nostalgia. Quello de Il giardino dei Finzi-Contini, però, è un passato circolare che sembra continuamente tornare per riavvolgersi su se stesso, soprattutto nei ricordi, e questo lo dimostra anche la parte finale che, non a caso, ripete in un certo senso la scena iniziale.

Voto: 4 segnalibri su 5

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Titolo: Il giardino dei Finzi-Contini
Autore: Giorgio Bassani
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 214 pagine
Prezzo: 9,50 euro
Trama: Pochi romanzi italiani del Novecento sono entrati così profondamente nel cuore dei lettori come “Il giardino dei Finzi-Contini”, un libro che è riuscito a unire emozioni private e storia pubblica, convogliandole verso un assoluto coinvolgimento narrativo. Un narratore senza nome ci guida fra i suoi ricordi d’infanzia, nei suoi primi incontri con i figli dei Finzi-Contini, Alberto e Micòl, suoi coetanei resi irraggiungibili da un profondo divario sociale. Ma le leggi razziali, che calano sull’Italia come un nubifragio improvviso, avvicinano i tre giovani rendendo i loro incontri, col crescere dell’età, sempre più frequenti. Teatro di questi incontri, spesso e volentieri, è il vasto, magnifico giardino di casa Finzi-Contini, un luogo che si imbeve di sogni, attese e delusioni. Il protagonista, giorno dopo giorno, si trova sempre più coinvolto in un sentimento di tenero, contrastato amore per Micòl. Ma ormai la storia sta precipitando e un destino infausto sembra aprirsi come un baratro sotto i piedi della famiglia Finzi-Contini.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 8,07 euro)

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