“Il caffè dei piccoli miracoli”: la ragazza con la borsa rossa

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Valentina Zanotto

Il caffè dei piccoli miracoli è l’ultimo romanzo scritto da Nicolas Barreau, un autore francese che ormai da diversi anni esporta le sue commedie “in rosa” (La ricetta del vero amore, Gli ingredienti segreti dell’amore o Parigi è sempre una buona idea solo per citarne alcune) in giro per il mondo. Edito da Feltrinelli nel 2017, questa è la storia dell’inguaribile sognatrice Eleonore Delacourt – o più semplicemente Nelly – e del suo legame con il destino, un rapporto che vive e si sviluppa essenzialmente tra Parigi e Venezia (non a caso, le due città romantiche per eccellenza).

Da che ricordava, Nelly aveva sempre avuto paura. Paura che dietro le tende si nascondesse qualcuno pronto a farle del male, paura del buio, paura quando qualcuno ritardava, paura di essere abbandonata, paura di sbagliare un compito, paura dei ladri, paura di rimanere bloccata in ascensore, paura di aprire troppo il proprio cuore, paura di restare senza soldi, paura quando il telefono squillava in piena notte, paura che qualcuno si ammalasse all’improvviso, paura che un’onda gigantesca risucchiasse qualcuno, paura che succedesse qualcosa di brutto.

Ma per quale motivo tutta questa fragilità? Nelly, alla fine e non si sa come, riesce ad avere simultaneamente la testa tra le nuvole e i piedi saldamente ancorati a terra (letteralmente): non solo odia volare per una terribile tragedia che l’ha colpita, ma ha deciso di avere come stile di vita la lentezza, trovata in quella “dromologia” che approfondisce come assistente di filosofia all’università della Sorbonne di Parigi. 

Quando, a diciott’anni, Nelly si era trasferita a Parigi per studiare (si era iscritta a Filosofia e Italiano), aveva scoperto con gioia e un pizzico di soddisfazione che un filosofo francese – benché in un contesto diverso – si mostrava estremamente scettico all’idea di volare su un aereo. Quel filosofo era Paul Virilio, e i suoi concetti di immobilità e dromologia l’avevano conquistata all’istante.

Nella capitale francese, però, la 25enne Nelly ha incontrato sia gioie che dolori: se da un lato le soddisfazioni come studiosa e ricercatrice non tardano ad arrivare, dall’altro l’amore non corrisposto per il suo professore la getta in uno sconforto tale che solo un segno del destino a cui tanto si affida può farla ritornare in carreggiata. E’ proprio la lentezza che persegue a penalizzarla, fermamente convinta che sia meglio starsene ferma in attesa che gli eventi capitino piuttosto che andarseli a cercare. Ma spesso, si sa, sono proprio le convinzioni a fregare le persone, e lo stesso accade anche a Nelly, inevitabilmente travolta dall’ultima delle notizie che avrebbe voluto sentire e che riguarda proprio il suo grande amore – o forse è semplicemente disperata ammirazione – Daniel Beuchamps. 

Sarebbe stato logico che un giorno lei e Daniel Beauchamps fossero diventati una coppia. Aveva creduto fermamente che il tempo avrebbe lavorato per loro, aveva aspettato la sua occasione con tutta la pazienza di questo mondo. E poi era arrivata quell’italiana, che per inciso era anche fidanzata, ed era bastato un unico stramaledetto temporale per accendere la scintilla nel professore! La vita era ingiusta, punto. Non era necessario aver studiato filosofia per rendersene conto.

Ma quel destino bussa presto alla porta della ragazza, e ha le sembianze di una scritta – Omnia vincit amor – contenuta in un libro particolarmente importante per lei. I libri, del resto, sono sempre stati una parte integrante della vita di Nelly, non solo per merito della madre, ma anche della nonna che, come eredità “emozionale”, le ha lasciato dei volumi che contengono molto più di quanto hanno scritto nelle loro pagine. Ciò accade anche quando, in cerca di conforto, la ragazza riprende tra le mani un vecchio scatolone che contiene ricordi e testi impolverati. Solo uno, però, differisce dagli altri: cosa si nasconde dietro quel Validità dieci giorni di Toddi? La risposta a questa domanda può dargliela solo un viaggio a Venezia, una partenza improvvisa che sembra tanto una follia, ma che alla fine si rivelerà essere tutto ciò che Nelly stava cercando (e molto di più).

No, non poteva essere una coincidenza. Tra quel vecchio romanzo e l’anello doveva esserci un legame. E tra l’uno e l’altro si nascondeva una storia in cui sua nonna aveva avuto un ruolo. Ma quale? Cos’era successo nel maggio 1952 a Venezia?
“Venezia,” mormorò Nelly tra sé, e a un tratto le sembrò una parola magica che poteva cambiare tutto. Era davvero in un caso che dopo anni avesse trovato quel libro proprio ora, in un momento in cui aveva perso la bussola e aveva bisogno di coordinate? O invece era il segno che tanto tempo prima mamie aveva promesso di darle ridendo indulgente nella cucina di casa? Nelly giocherellò pensierosa con l’anello.
Strano, pensò. Strano. Strano. Strano.
E poi dentro di lei germogliò un pensiero che crebbe diventando sempre più grande, finché lo formulò a voce alta.
“Dovrei andare a Venezia,” disse Nelly.

Tra suggestive descrizioni artistiche che fanno venire voglia di partire anche al lettore e i tipici cliché dell’italiano visto con gli occhi dello straniero, l’autore onnisciente ci conduce – in maniera simpatica – in un percorso di ricerca in cui si può immaginare tutto e anche il suo contrario. Complice una borsa rossa e un incontro fortuito, infatti, la protagonista si ritroverà a fare i conti non solo con i segni del destino, ma anche con dei sentimenti che mai avrebbe pensato di provare lontano da casa. Tra una “calle” e l’altra, Nelly si apre alla vita e cerca di abbandonare definitivamente le sue insicurezze: in fondo, le paure non sono poi così grandi se al proprio fianco si ha una persona in grado di sgretolarle pian piano. Se da un lato la trama scorre un po’ veloce (anche contro gli stessi dettami di Paul Virilio) dall’altra invece il romanticismo d’altri tempi si mescola a una commedia rosa che si pone quasi sul piano del sogno e della magia piuttosto che della realtà. Ma tutto si permette, quando si tratta d’amore. A un certo punto, il tempo sembra perfino annullarsi, se non per ricordare a Nelly che la sua vacanza a Venezia, città rivelatrice e piena di sorprese, sta per concludersi. Ogni cosa, però, riconduce ancora una volta a quel libro a cui tutto ha dato inizio: lì, passato e presente si incontrano e due voci distinte (quelle della protagonista e della nonna Claire) dialogano tra loro come se fossero l’una il prolungamento dell’altra. Entrambe le storie d’amore sembrano procedere sugli stessi passi, ma il destino – sempre lui – pare avere in serbo destinazioni diverse.

Parole chiave:

  • Libri: svolgono un ruolo centrale nella storia e rappresentano il filo conduttore attraverso cui si muovono i personaggi. Interessante e suggestiva è anche la citazione a una delle librerie più famose di Venezia, un luogo da segnare assolutamente come promemoria in una visita alla città lagunare («La libreria Acqua Alta, in una piccola corte alla fine di calle Lunga Santa Maria Formosa, era un’incantevole baraonda in cui si sarebbe potuto rovistare per ore, e il proprietario un uomo gentile e affabile.»).
  • Arte: Il caffè dei piccoli miracoli è anche un piacevole viaggio nella cultura, complice la ricchezza di Venezia e gli interessi della protagonista. Certe descrizioni sono così evocative da riuscire perfino a immaginarle; segnatevi il nome “Flora”, la ninfa della “Primavera” del Botticelli, perché nulla è lasciato al caso, e se leggerete il romanzo ne capirete il motivo.
  • Tempo: in questo libro, passato, presente e futuro sembrano continuamente intrecciarsi, quasi nel tentativo di recuperare il giusto ordine. Se il passato è rappresentato dalla nonna Claire e dal suo “parlare” attraverso un libro, il presente e il futuro sembrano essere in mano alla stessa Nelly, l’unica in grado di ottenere delle risposte a quegli interrogativi che l’hanno fatta allontanare da Parigi.
  • Parigi/Venezia: l’asse su cui si sviluppa la storia, due città romantiche che offrono a Nelly spunti e stimoli diversi. Nella capitale francese, infatti, la ragazza sembra più orientata sul “dimenticare” (complice anche una cocente delusione), nella città italiana, invece, la parola d’ordine è più “ricominciare”.
  • Filosofia: quella studiata da Nelly nel suo dottorato di ricerca, ma anche di vita. Questo libro, però, ci dice che le convinzioni sono pronte ad essere completamente sbaragliate.

Voto: 3,5 segnalibri su 5

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Titolo: Il caffè dei piccoli miracoli
Autore: Nicolas Barreau
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 236 pagine 
Prezzo: 15 euro
Trama: Eléonore Delacourt ha venticinque anni e ama la lentezza. Invece di correre, passeggia. Invece di agire d’impulso, riflette. Invece di dichiarare il suo amore al professore di Filosofia alla Sorbonne, sogna. E non salirebbe mai e poi mai su un aereo, in nessuna circostanza. Timida e inguaribilmente romantica, Nelly adora i vecchi libri, crede nei presagi, piccoli messaggeri del destino, diffida degli uomini troppo belli e non è certo coraggiosa come l’adorata nonna bretone con cui è cresciuta, che le ha lasciato in eredità l’oggetto a lei più caro: un anello di granati con dentro una scritta in latino, “Amor vincit omnia”. Sicuramente, Nelly non è il tipo di persona che di punto in bianco ritira tutti i propri risparmi, compra una costosissima borsa rossa e in una fredda mattina di gennaio lascia Parigi in fretta e furia per saltare su un treno. Un treno diretto a Venezia. Ma a volte nella vita le cose, semplicemente, accadono. Cose come una brutta tosse e una delusione d’amore ancora più brutta. Cose come una frase enigmatica trovata dentro un vecchio libro della nonna, con accanto una certa citazione in latino.
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“Il sentiero dei profumi” e le fragranze che diventano un linguaggio comunicativo

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Valentina Zanotto

Cristina Caboni ha pubblicato Il sentiero dei profumi (per Garzanti) nel 2014, ma io ho scoperto questo libro solo qualche tempo fa, frugando come solito tra gli scaffali della libreria, incuriosita proprio da quella copertina che mi ricordava altri testi simili e che mi erano particolarmente piaciuti.

La vita mi ha messo alla prova. Ma con l’iris ritrovo la fiducia. La vaniglia mi fa sentire protetta. Perché i profumi sono la mia strada.

Per Elena Rossini i profumi non sono solamente delle fragranze da spruzzare sul corpo, ma soprattutto un sentiero da seguire e in cui credere, a differenza delle persone di cui, invece, non si fida più. La ragazza ha un passato difficile che l’ha segnata nel suo rapporto con gli altri, ma anche una vita decisamente “impegnativa”. Elena, infatti, discende da una antica famiglia di profumiere e comincia ad accostarsi a quest’arte grazie alla nonna, la persona che veramente l’ha cresciuta e da cui è stata abbandonata dalla madre perché il suo nuovo marito, Maurice, non l’ha voluta riconoscere come figlia. Come se non bastasse, pure il suo presente fatica a trovare la giusta direzione, soprattutto dopo aver scoperto che il suo compagno Matteo – con cui immaginava e progettava un futuro – l’ha tradita con un’altra donna. 

L’odio è un sentimento molto complesso. Si odia ciò che si desidera intensamente e non si può più possedere, si odia ciò che non si comprende, quello che sembra troppo distante. Odio e amore sono troppo vicini, i loro contorni sfumati, non hanno confini chiari.

A Elena non resta altro che rifugiarsi a Parigi dall’unica persona che per lei c’è sempre stata, la sua migliore amica Monique. Neanche a farlo apposta, sarà proprio lei ad aiutarla a riprendersi e – involontariamente – a farle conoscere anche Cail, un uomo affascinante e misterioso che, con la stessa delicatezza delle rose che ama coltivare, non solo entrerà nella vita di Elena fino a darle il giusto ordine, ma nello stesso tempo le farà capire anche cosa lasciarsi alle spalle.

Pepe nero. Allerta i sensi, raduna la forza interiore. Insegna che quando la strada sembra perduta, spesso è solo smarrita.

Per tutto il romanzo si susseguono delle evocative fragranze che sembra quasi di poter sentire attraverso la lettura. Elena è una ragazza con il dono (o il “naso”, come viene scritto nel libro) di capire quale sia il profumo perfetto per ciascuna persona, per questo lavora come profumiera e infonde fiducia a coloro che si affidano a lei. Le fragranze sono per lei un linguaggio in cui esprimersi, da preferire anche alle parole: sono rari, infatti, i dialoghi in cui lei lascia trasparire le sue emozioni e quanto prova, al contrario i riferimenti all’arte della profumeria sono davvero numerosi e molto spesso rappresentano un’espediente per poter costruire tutte le vicende che accadono. 

A differenza delle parole, gli odori arrivano dritti ai sensi delle persone. E’ l’olfatto il primo dei sensi in assoluto, perché si annida negli oscuri recessi dell’anima primordiale e reagisce alle sollecitazioni secondo una serie di archetipi olfattivi nati con l’uomo. E’ emozione pura.

Se da una parte le fragranze spingono Elena a scoprire la ricetta del “profumo perfetto” – appartenente alla sua famiglia e alle sue origini – dall’altra rappresentano anche una delle poche parti del romanzo davvero coinvolgenti e stimolanti (sebbene un po’ ripetitive se si pensa ai momenti di “consulenza” che la ragazza ha con le persone che invocano l’aiuto del suo “naso”). Leggendo il romanzo, appare chiaro fin da subito il carattere difficile e piuttosto “burbero” (ma sì, mettiamoci anche odioso) della protagonista: nonostante la sua straordinaria bravura con le essenze, Elena ha la “cattiva” abitudine di trattare male chi le sta intorno, un aspetto che può essere parzialmente giustificato dal passato le pesa dentro come un macigno, ma che a lungo andare nella lettura la dipinge quasi come una ragazza insoddisfatta e poco grata. La storia, a tratti, sembra anche quasi “irreale”: certo, ci troviamo in un romanzo rosa in cui ogni cosa può realizzarsi, ma leggere significa anche “sperare” in un risvolto di realtà, mentre in questo caso, più che altro, ci si chiede solamente come possa essere possibile che accadano certe cose. Insomma, alcune situazioni sono poco chiare e spingono più all’incredulità piuttosto che all’appagamento per l’esito positivo della storia, come ad esempio accade con la partenza di Monique o il rapporto con Cail. Il sentiero dei profumi si può leggere come il lungo racconto di un amore che ha tante sfaccettature: quello per i profumi, quello per la famiglia (qualunque essa sia), quello per i nuovi rapporti, ma è anche un romanzo che ha disatteso le mie aspettative: sulla scia de Il linguaggio segreto dei fiori &co, speravo che quella “magia” potesse ripetersi ancora, replicando anche l’atmosfera fatta di significati nascosti e poetici, ma così non è stato. Nulla da togliere al modo in cui è scritto, ma come storia – e lo dico con rammarico – purtroppo non ci siamo. 

Parole chiave:

  • Profumo: o meglio “i profumi”, gli elementi centrali di tutto il romanzo e attorno a cui ruota l’intera storia. Aiutano Elena a diventare più forte e indipendente, a cercare la sua anima, ma rappresentano anche una cornice che circonda la sua vita, proprio come le descrizioni delle fragranze che si trovano all’inizio di ogni capitolo e danno forma alle vicende che poi verranno raccontate. Il sentiero dei profumi insegna che il “profumo perfetto” esiste davvero, ed è quello che ci descrive e ci veste in maniera unica, pensato su ciò che vogliamo dire e trasmettere, per nulla lasciato al caso: «il profumo è il sentiero. Percorrerlo significa trovare la propria anima».
  • Monique: l’amica di Elena che tutte vorrebbero avere. E’ una donna determinata, forte e premurosa, un personaggio che non può non piacere fin dall’inizio. L’aiuta in diversi momenti, ma soprattutto a capire che il suo “naso” è un dono che deve sfruttare per far felice se stessa e le persone che la circondano.
  • Parigi/Firenze: le due città in cui si svolge la vicenda e che si incontrano per tutto il romanzo. Rappresentano il passato e il presente di Elena, ma si incrociano continuamente diventando dei pezzi di cuore in cui ritrova la sua vita.
  • Dizionario dei profumi: un piccolo scrigno di fragranze che si trova alla fine del libro e che arricchisce il romanzo con delle descrizioni che avvicinano ulteriormente il lettore a questo mondo, soprattutto perché ogni profumo ha una sua nota personale e una propria storia da trasmettere.
  • Delusione: ce ne sarebbero di cose da dire su questo punto, ma mi limito solamente a rinnovare il mio dispiacere per non aver trovato il libro che speravo di leggere. Mi auguro che qualcun altro possa riuscire ad apprezzarlo meglio di me.

Voto: 2 segnalibri su 5

Il sentiero dei profumi - Cristina Caboni

Titolo: Il sentiero dei profumi
Autore: Cristina Caboni
Editore: Garzanti
Lunghezza: 392 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Elena non si fida di nessuno. Ha perso ogni certezza e non crede più nell’amore. Solo quando crea i suoi profumi riesce ad allontanare tutte le insicurezze. Solo avvolta dalle essenze dei fiori, dei legni e delle spezie sa come sconfiggere le sue paure. I profumi sono il suo sentiero verso il cuore delle persone. Parlano dei pensieri più profondi, delle speranze più nascoste: l’iris regala fiducia, la mimosa dona la felicità, la vaniglia protegge, la ginestra aiuta a non darsi per vinti mai. Ed Elena da sempre ha imparato a essere forte. Dal giorno in cui la madre se n’è andata via, abbandonandola quando era solo una ragazzina in cerca di affetto e carezze. Da allora ha potuto contare solo su sé stessa. Da allora ha chiuso le porte delle sue emozioni. Adesso che ha ventisei anni il destino continua a metterla alla prova, ma il suo dono speciale le indica la strada da seguire. Una strada che la porta a Parigi in una delle maggiori botteghe della città, dove le fragranze si preparano ancora secondo l’antica arte dei profumieri. Le sue creazioni in poco tempo conquistano tutti. Elena ha un modo unico di capire ed esaudire i desideri: è in grado di realizzare il profumo giusto per riconquistare un amore perduto, per superare la timidezza, per ritrovare la serenità. Ma non è ancora riuscita a creare l’essenza per fare pace con il suo passato, per avere il coraggio di perdonare. C’è un’unica persona che ha la chiave per entrare nelle pieghe della sua anima e guarire le sue ferite: Cail.
Per acquistarlo:clicca qui (al prezzo di 8,95 euro)

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“La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo”: quando causa ed effetto si confondono

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Valentina Zanotto

La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo (in lingua originale: The Time Traveler’s Wife) è un romanzo pubblicato nel 2003 e scritto da Audrey Niffeneger, già autrice delle graphic novel The Three Incestuos Sisters e The adventuress. Henry DeTamble, il protagonista della storia, ha un’irregolarità genetica: suo malgrado, infatti, si ritrova a viaggiare nel tempo e a ripercorrere così diversi momenti della sua vita. E’ proprio durante una di queste “perlustrazioni temporali” che l’uomo conosce l’artista Clare Abshire, incontrata quando ancora era una bambina e per questo inconsapevole del peso della sua scomoda malattia.

Innanzitutto credo che c’entri il cervello. Credo che viaggiare somigli molto a un attacco epilettico, perché tende a succedere quando sono stressato, e ci sono elementi scatenanti che sono fisici, come le luci abbaglianti.

Punto cruciale della trama è il diciottesimo compleanno della ragazza, quando i due riescono a incontrarsi finalmente nel tempo presente per entrambi. C’è solo un problema: lei conosce ogni aspetto della vita del ventottenne Henry, ma lui, al contrario, sembra non sappia nulla di quella di Clare, colpa ancora una volta di quei viaggi temporali che recano più svantaggi che vantaggi. Ma se c’è una cosa che questo libro insegna è proprio la perseveranza, soprattutto quella di un amore sincero che è in grado di sfidare tempo e distanze.

«Sarebbe buffo» dice. «Io avrei tutti questi ricordi di esperienze che tu non faresti mai. Sarebbe come.. Be’, è come stare con qualcuno che soffre di amnesia. Infatti è così che mi sento da quando siamo arrivati qui.»
Rido. «Allora nel futuro tu potrai guardarmi vacillare dentro ogni ricordo fino a quando non li avrò collezionati tutti. Fino a che non avrò la collezione completa.»

La rarissima malattia genetica di cui soffre Henry si può dire sia il motore portante dell’intero romanzo. Viene chiamata in diversi modi, ma tutti quanti riconducono inevitabilmente a un grande difetto: si parla di “schizofrenia”, di “menomazione” (un termine che rievoca anche certi personaggi del teatro beckettiano), ma soprattutto porta il protagonista a essere una «persona cronologicamente disorientata». I viaggi temporali di Henry sfuggono a qualsiasi controllo e capitano quando meno se li aspetta; è incapace di capire dove andrà, per quanto resterà in un determinato posto e, addirittura, di portare dei vestiti con sé. Insomma, un vero disagio più che un particolare dono. La sua unica certezza è che la causa scatenante di ogni suo viaggio temporale è lo stress, per questo deve cercare qualsiasi espediente pur di rimanere ancorato al presente il più possibile («Le cose diventano un po’ circolari quando si è nei miei panni, causa ed effetto si confondono.»). Inutile dire che i protagonisti indiscussi del romanzo sono proprio Clare ed Henry. I due infatti, oltre a conoscersi sin dall’infanzia – sebbene in una maniera un po’ strana -, attraversano tutta la storia passandosi di volta in volta il ruolo di narratore in prima persona. Clare è essenzialmente un’artista che lavora sulla nostalgia: se da una parte crea sculture mettendo insieme diversi pezzi di materiali, dall’altra invece tenta di fermare il tempo che le sfugge con Henry proprio attraverso quell’arte che tanto ama fare. Entrambi portano sui loro corpi, sia esternamente che internamente, i segni dei traumi che hanno vissuto, come se le rispettive difficoltà fossero una sorta di documento personale della loro esistenza. Neanche a farlo apposta, Henry è proprio un bibliotecario: non solo ha a che fare con i libri, ma anche con gli archivi, i luoghi del “passato” per eccellenza.

Ho una cicatrice nel punto in cui mi ha sfiorato. (..) Un momento prima stavo guardando noi mentre entravamo nel camion e il momento dopo ero in ospedale. Quasi completamente illeso, in stato di shock. (..) Così, la mamma è morta e io no.

La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo è un romanzo molto originale che è in grado di rispecchiare la temporalità disordinata del protagonista della vicenda. La storia, infatti, non segue una linearità standard, piuttosto compie continui salti narrativi che ricreano nel lettore lo stesso stato di alienazione che è costretto a vivere Henry a causa della sua patologia. Le varie citazioni artistiche e letterarie, come anche le date e i fatti storici, rappresentano sicuramente un tocco in più a questa storia: oltre che a servire come una sorta di “certezza” in un racconto interamente bombardato dagli spiazzanti viaggi nel tempo, hanno il merito di dare un senso logico a una trama di per sé completamente irrazionale. Il romanzo è veramente lungo – forse l’unico aspetto negativo della lettura – e una “sfoltita” alle pagine non sarebbe stata male, ma questo è un difetto davvero misero considerando la particolarità dei fatti riportati e la maniera delicata con cui sono stati raccontati. La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo è la storia di una continua attesa e anche di un amore che supera il tempo e le distanze materiali, una lettura che va ben oltre il romantico e arriva a toccare il pensiero che la fisicità, in realtà, non conta poi molto se al primo posto si mettono dei sentimenti profondi.

Parole chiave:

  • Tempo: La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo è un romanzo che fa del “tempo” un tema centrale. Quest’ultimo non solo attraversa tutte le vicende, ma anche gli stessi protagonisti, come se l’intera storia non seguisse il normale senso lineare, ma fosse intervallata da rimandi in avanti e indietro che fanno ritornare a ritroso nel passato e proiettano anche verso il futuro. A questo proposito, è davvero evocativa la parte finale del libro in cui c’è una citazione tratta dall’Odissea in cui Clare è paragonata a una Penelope che aspetta il suo Omero. 
  • Trauma: quello che vivono Clare ed Henry sulla propria pelle, ma anche quello evocato dai fatti storici realmente accaduti (la nonna della protagonista che perde il fratello nella Seconda guerra mondiale; il riferimento alla tragedia delle Torri Gemelle: «un grattacielo bianco in fiamme. Un aeroplano, come un giocattolo, che lentamente vola contro la seconda torre bianca.»)
  • “Chiarezza”: una parola che rimanda al nome della stessa “Clare” e al nome della figlia che quest’ultima, dopo non poche difficoltà, riesce ad avere. La piccola, infatti, si chiama “Alba” e il suo nome è stato scelto consultando sia il “Dizionario dei nomi”, sia l’Oxford English Dictionary («Nome di alcune città rase al suolo dell’antica Italia»; «Una bianca città. Una fortezza impenetrabile su una bianca collina.»)
  • Arte: nel romanzo ci sono diversi riferimenti a questo argomento. Vengono citati, infatti, artisti, quadri, scrittori, opere letterarie e anche la fotografia.
  • Testimonianza: lo sfondo del romanzo che compare ai protagonisti come un ricordo di quanto è stato, soprattutto attraverso lettere e disegni.

Voto: 4 segnalibri su 5

La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo - Audrey Niffeneger

Titolo: La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo
Autore: Audrey Niffenegger
Editore: Oscar Mondadori
Lunghezza: 503 pagine
Prezzo: 11 euro
Trama: Clare incontra Henry per la prima volta quando ha sei anni e lui le appare come un adulto trentaseienne nel prato di casa. Lo incontra di nuovo quando lei ha vent’anni e lui ventotto. Sembra impossibile, ma è proprio così. Perché Henry DeTamble è il primo uomo affetto da cronoalterazione, uno strano disturbo per cui, a trentasei anni, comincia a viaggiare nel tempo. A volte sparisce per ritrovarsi catapultato nel suo passato o nel suo futuro. È così che incontra quella bambina destinata a diventare sua moglie quando di fatto l’ha già sposata, o sua figlia prima ancora che sia nata.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 9,35 euro)

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“Quanto ti ho odiato”: quando l’odio è solo un’apparenza

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Valentina Zanotto

Perdere la testa e finire per innamorarsi della persona che meno si sopporta al mondo: oltre a rappresentare uno dei cliché più sfruttati dalla letteratura e dalla cinematografia, è anche il motore portante della trama di Quanto ti ho odiato, il romanzo scritto da Kody Keplinger ed edito nel 2015.

«Forse odiavo Wesley Rush, ma lui aveva in mano la chiave per la mia fuga, e in quel momento lo volevo.. avevo bisogno di lui.»

Bianca Piper, la protagonista della storia, è una ragazza di diciassette anni che frequenta una scuola che sembra non badare minimante a lei, forse è un po’ troppo cinica e intelligente per essere accostata a tutte le altre ragazze della sua età, ma di certo non si sente bella come loro, o almeno così pensa lei. Le stanno strette tante cose, soprattutto certe persone, ed è anche per questo che non vede l’ora di finire la superiori per potersi trasferire a New York, cominciare il college e, insieme a questo, anche una nuova vita. Ogni tanto, tra una lezione e l’altra, con le sue amiche fidate Casey e Jessica, frequenta il pub “Nest” ed è proprio lì che, una sera, succede un “fattaccio” che scombussola le sue già fragili convinzioni.

Wesley sospirò. «Bene. Non sei stata per niente collaborativa, sai. Quindi voglio essere sincero con te. Devo riconoscerlo: sei più sveglia e testarda della maggior parte delle ragazze con cui parlo. Ma se sono qui non è solamente per scambiare battute argute». Spostò l’attenzione sulla pista da ballo. «A dire la verità, ho bisogno del tuo aiuto. Sai, le tue amiche sono fiche. E tu, cara, sei la DUFF».
«E che significa?»
«Sta per Designated Ugly Fat Friends, ovvero la tipa bruttina e cicciottella prescelta dal gruppo di amiche», spiegò lui. «Senza offesa, ma sei tu».

Ed eccolo qui, Wesley Rush: il “donnaiolo” della scuola che tutte vogliono e da cui Bianca Piper, invece, vuole tenersi a debita distanza. Quello che, però, non riesce ad ammettere a se stessa è che quel ragazzo sembra rappresentare la sua unica via di “salvezza”, la distrazione che la distoglie da una famiglia che si sta sgretolando e da un padre che rifugge nell’alcool il peso della sua separazione con la moglie. Così, dopo una Coca Cola Cherry gettata addosso per il nomignolo di DUFF e diverse frasi al veleno, Bianca finisce per baciare proprio il suo acerrimo nemico, scoprendo con enorme sorpresa (e rammarico) che quell’incontro ravvicinato le è anche piuttosto piaciuto. Nonostante sia consapevole che il ragazzo sia tristemente famoso per non rifiutare quasi nessuna di quelle che gli si avvicinano, Bianca vede in lui la persona giusta con cui evadere da un mondo troppo stretto, non pensando che anche Wesley, come lei, ha una vita piuttosto difficile da affrontare.

«Tranquilla.» L’auto stava rallentando leggermente. «Sul serio, hai ragione. E anche la nonna. Solo che non avrei mai voluto che Amy mi vedesse così.»
Non riuscii a trattenermi e allungai una mano verso quella di Wesley, stretta alla leva del cambio. La pelle era calda e morbida, e sentii il battito regolare che pulsava sotto il mio palmo. Dimenticai la mia stupida macchina e il litigio con Casey. L’unica cosa che volevo era vedere Wesley tornare a sorridere. Mi sarei accontentata anche del sorrisetto impertinente. Detestavo che l’idea di perdere il rispetto della sorella lo facesse soffrire. Volevo consolarlo.
Tenevo a lui.
Oddio. Davvero tenevo a lui?

Wesley e Bianca, alla fine, da “nemici con benefici” si ritrovano a essere legati più di quanto potessero immaginare: se il primo, infatti, si rivela essere quello che mai la ragazza avrebbe creduto, ovvero una persona dolce e brava ad ascoltare i suoi problemi, lei, invece, rappresenta per Wesley colei che ha sempre desiderato, scoprendosi anche particolarmente geloso di Toby Tucker, il ragazzo che incarna la perfezione, da sempre, per la Piper.

Ti penso più di quanto qualsiasi uomo con un briciolo di dignità ammetterebbe mai, e sono follemente geloso di Tucker: una cosa che non avrei mai pensato di dire. Voltare pagina è impossibile. Nessuna mi tiene sulle spine come fai tu. Nessuna mi fa venire voglia di umiliarmi scrivendo lettere zuccherose come questa. Solo tu. Ma so di essere nel giusto. So che mi ami, anche se esci con Tucker. Puoi raccontarti tutte le bugie che vuoi, ma la realtà ti scoverà. E io rimarrò in attesa di quel momento.. che ti piaccia o no.
Con amore,
Wesley.

Storia d’amore (scontata) a parte, quello che più colpisce di questo romanzo è certamente il modo ironico e diretto con cui Kody Keplinger costruisce una trama fatta di battute simpatiche, momenti leggeri e parti serie, tutte amalgamate perfettamente in un libro che si legge, senza troppe pretese, in pochissimo tempo. Il punto centrale è rappresentato sicuramente dal modo in cui comincia il rapporto tra Bianca e Wesley: non solo per un semplice sfogo, ma soprattutto per l’incontrarsi di due mondi, apparentemente diversi, che si ritrovano a fuggire dalle stesse cose e a riconoscere, l’uno nell’altra, ciò di cui hanno bisogno. Leggendo il libro, è bello vedere quanto il loro legame cresca pagina dopo pagina, fino a quasi diventare imprescindibile e reale, come una qualsiasi storia fatta di supporto, parole che non devono essere necessariamente dette per essere pensate, ma anche litigi e riavvicinamenti.

Nonostante i miei sforzi per non farlo, sorrisi. Non era neanche lontanamente perfetto, ma, ehi, neppure io lo ero. Eravamo entrambi piuttosto incasinati. Tuttavia, in un certo senso, questo rendeva tutto più eccitante. Sì, era folle e contorta, ma era la verità, no? Scappare è impossibile, quindi perché non accettarla?
Wesley mi prese la mano e intrecciò le dita alle mie. «Sei bellissima stasera, Bianca.»

Sebbene Bianca abbia due amiche che le stanno sempre vicino (pur avendo chiaramente interessi diversi) il loro rapporto sembra quasi essere messo in secondo piano quando le tre si ritrovano a litigare per una stupida incomprensione (e anche per una storia passata che ha lasciato troppo il segno). Ma l’amicizia, si sa, se è vera e sincera riesce a superare qualsiasi cosa, anche l’orgoglio e i segreti. Se dovessi descrivere questo romanzo in poche parole, lo definirei come “una romanticheria pungente”: capace di divertire, ma anche di far pensare, non mancando certo di far sognare con una storia d’amore un po’ fuori dagli schemi (e senza cose troppe melense). Insomma, Quanto ti ho odiato è un libro simpatico, piacevole e scritto in una maniera “colloquiale”, una lettura leggera da fare in quei momenti in cui non si sta cercando qualcosa di troppo impegnativo.

Parole chiave:

  • Odio/amore: questo romanzo ci insegna che tra i due sentimenti c’è un confine molto sottile. Bianca non sopporta Wesley perché lo crede quello che in realtà non è, ma spesso l’apparenza inganna.
  • DUFF: la parola che dà inizio a tutto e muove l’intera trama. Letteralmente indica la “Designated Ugly Fat Friends”, ovvero la ragazza bruttina tra il gruppo di amiche. È un’etichetta che Wesley Rush mette addosso a Bianca Piper e che quest’ultima, forse spinta dai problemi che gli pesano addosso, odia terribilmente.
  • Orgoglio: allontana Bianca dalle sue amiche, ma anche Bianca dallo stesso Wesley. Per fortuna, basta trovare il coraggio di abbatterlo, per riuscire a risolvere le cose.
  • I problemi famigliari: Bianca ha un padre alcolizzato e una madre sfuggente, senza contare il fatto che sono prossimi al divorzio; Wesley, invece, ha una famiglia pressoché assente e che lo crede interessato solo a una vita frivola. Entrambi si trovano per il fatto di avere gli stessi “scheletri nell’armadio” da cui fuggire.
  • Libro/film: da questo romanzo è stato ricavato anche un film (“L’A.S.S.O. nella manica”) che, però, non rispecchia molto quanto scritto dalla Keplinger a causa di certe incongruenze a livello di trama, personaggi e legami (però vi consiglio di guardarlo allo stesso perché, come il romanzo, è davvero tanto simpatico).

Voto: 4 segnalibri su 5

Quanto ti ho odiato - K. Keplinger

Titolo: Quanto ti ho odiato
Autore: Kody Keplinger
Editore: Newton Compton
Lunghezza: 278 pagine
Prezzo: 9,90 euro
Trama: Bianca Piper ha diciassette anni, è cinica ma leale e sa benissimo di non essere la più carina tra le sue amiche. D’altronde sa anche di essere più sveglia e intelligente rispetto a molte sue coetanee, che si lasciano incantare dal fascino di ragazzi come Wesley Rush, il più corteggiato e viscido della scuola. Bianca infatti detesta Wesley. Ma dato che le cose in famiglia non vanno granché bene e Bianca è alla disperata ricerca di una distrazione, un giorno si ritrova a baciare proprio Wesley. E… scopre che le piace! Tanto che, sempre più desiderosa di fuggire dai propri problemi familiari, finisce per farci sesso e per ricorrere a questo “diversivo” ogni volta che qualcosa va storto. Ma quando viene fuori che Wesley è bravo ad ascoltare e che anche la sua, di vita, è più scombinata del previsto, Bianca intuisce che la situazione le sta sfuggendo di mano e si rende conto con terrore che potrebbe essersi innamorata proprio del nemico.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 4,99 euro)

Sono affiliata ad Amazon e negli articoli ho aggiunto dei rimandi proprio a questo sito. Per ogni acquisto che farete seguendo i riferimenti che ho messo (oppure partendo da questo link generico), percepirò una commissione del 10% (massimo), ricavato che servirà per mantenere il mio sito o acquistare libri. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro supporto.

“Il giardino dei Finzi-Contini” e il viaggio nel ricordo

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Valentina Zanotto

Il giardino dei Finzi-Contini è sicuramente l’opera più famosa di Giorgio Bassani, scrittore e poeta nato a Bologna nel 1916 e morto a Roma (dopo una lunga malattia) nei primi mesi del 2000. Questo romanzo scritto nel 1962, oltre a essere stato inserito da diversi studiosi del genere nella corrente del “neorealismo”, è anche il racconto di un viaggio a ritroso nel passato in cui la voce narrante – che probabilmente va ricondotta allo stesso autore – prende per mano il lettore/spettatore accompagnandolo in un ricordo prevalentemente basato sulla nostalgia. La storia, infatti, incomincia proprio davanti alla tomba dei Finzi-Contini: lì il protagonista, oltre a rivivere attraverso dei flashback gli anni della sua giovinezza, si ritrova soprattutto a riflettere sul forte legame che lo ha avvicinato a quella famiglia.

La tomba era grande, massiccia, davvero imponente: una specie di tempio tra l’antico e l’orientale, come se ne vedeva nelle scenografie dell’Aida e del Nabucco in voga nei nostri teatri d’opera fino a pochi anni fa. In qualsiasi altro cimitero, l’attiguo Camposanto Comunale compreso, un sepolcro di tali pretese non avrebbe affatto stupito, ed anzi, confuso nella massa, sarebbe forse passato inosservato. Ma nel nostro era l’unico. E così, sebbene sorgesse assai lontano dal cancello d’ingresso, in fondo a un campo abbandonato dove da oltre mezzo secolo non veniva sepolto più nessuno, faceva spicco.

Il ricordo memoriale, poco a poco, introduce anche i personaggi di Micòl e Alberto, due fratelli che, come il protagonista, fanno parte della comunità ebraica ferrarese. I due sono dei Finzi-Contini e come tali hanno la “fortuna” di essere nati in una famiglia aristocratica che, però, vive quasi isolata dal resto della città ed è spesso vittima delle chiacchiere altrui per questa scelta. Micòl e Alberto, infatti, oltre a prendere delle lezioni private per proseguire gli studi e a fare parte di un circolo di tennis, abitano anche in una casa circondata da un giardino e da una cinta muraria che sono un po’ l’emblema di questo microcosmo in cui si trovano. Un isolamento che, vedendo gli anni in cui ci troviamo nella vicenda – ovvero il periodo che anticipa la Seconda guerra mondiale -, ha anche una forte eco con la ghettizzazione che da lì a poco, nel 1938, gli ebrei avrebbero vissuto tragicamente sulla loro pelle a opera delle “leggi razziali” (e poi con la deportazione). 

Il lungo periodo di tempo che seguì, fino ai fatali ultimi giorni dell’agosto del ’39, cioè fino alla vigilia dell’invasione nazista della Polonia della drôle de guerre, lo ricordo come una specie di lenta, progressiva discesa nell’imbuto senza fondo del Maelstrom.

Micòl, in particolare, esercita un fascino decisamente marcato sul protagonista, e questo appare chiaro fin dalle prime pagine del romanzo. Il primo incontro è avvenuto come una sorta di scena tra Romeo e Giulietta, quando la ragazza è affacciata al muro della sua casa e lui, in preda alla disperazione per la bocciatura in matematica, vaga per le vie della città alla ricerca di una scusa da poter raccontare ai suoi genitori. Questo sembra essere l’inizio di una amicizia che potrebbe diventare qualcosa di più, ma che una serie di imprevisti e di occasioni mancate prima, e la presenza di Malnate e l’inevitabile maturazione di lei poi, sembrano non far decollare nella direzione giusta.

Passai la notte successiva in grande agitazione. Mi addormentavo, mi svegliavo, mi riaddormentavo. E sempre riprendevo a sognare di lei. Sognavo per esempio di trovarmi, proprio come il primissimo giorno che avevo messo piede nel giardino, a guardarla mentre giocava a tennis con Alberto. Anche in sogno non l’abbandonavo con gli occhi un solo istante. Tornavo a dirmi che era splendida, così sudata e rossa, con quella ruga d’impegno e di decisione quasi feroce che le divideva verticalmente la fronte, tutta tesa come era nello sforzo di sconfiggere il sorridente, un po’ fiacco e annoiato fratello maggiore.

Il giardino dei Finzi-Contini, quindi, è anche la storia di un amore che nasce e si incrina piano piano, soprattutto dopo la partenza di Micòl per Venezia, avvenuta non a caso in inverno quasi come se il sopraggiungere di questa stagione significasse anche un definitivo raffreddamento dei loro sentimenti («Fu così a rinunciai a Micòl»). Sullo sfondo, però, rimane sempre il giardino, elemento centrale e imprescindibile di tutto il romanzo, luogo idilliaco in grado di vincere su tutto, perfino sui limiti temporali che vedono l’Italia sempre più vicina alla guerra. Ecco perché la storia d’amore che sembra nascere e non nascere tra il protagonista e la ragazza rappresenta anche ciò che arriva a sconvolgere, ma allo stesso tempo ad alimentare, questo piccolo mondo fatto di fantasie e desideri.

Fummo davvero molto fortunati, con la stagione. Per dieci o dodici giorni il tempo si mantenne perfetto, fermo in quella specie di magica sospensione, di immobilità dolcemente vitrea e luminosa che è particolare di certi nostri autunni.

L’epilogo del romanzo non è altro ciò che il lettore si immagina e di cui si fa consapevole andando avanti nella lettura, ovvero il triste destino della famiglia Finzi-Contini che non riesce a sopravvivere ai tragici eventi della deportazione e delle leggi razziali. La storia si conclude esattamente come era iniziata: con il ricordo di un passato che non può più tornare se non nella mente del protagonista, unico sopravvissuto alla vicenda e, come tale, colui che accompagna il lettore in questo lungo viaggio introspettivo. Quello che più mi è piaciuto di questo romanzo è stato il metodo di scrittura di Giorgio Bassani: così ricco e dettagliato da non lasciare nulla al caso, nemmeno la più semplice delle descrizioni. L’espediente del ricordo a partire da un “monumento memoriale” (come può essere una tomba) per imbastire l’intera storia è davvero evocativo, reso ancora più profondo dallo sfondo storico e simbolico in cui veniamo proiettati. L’io narrante è come se facesse una sorta di percorso di formazione, a partire dall’adolescenza fino ad arrivare all’età adulta, in cui l’amore non ricambiato di Micòl (di cui ne è consapevole solamente alla fine del romanzo) lo fa vivere in un limbo che gli fa credere che qualcosa sia sempre possibile. Probabilmente l’idea che vuole darci l’autore è quella che il protagonista, in realtà, stia vivendo un dormiveglia in cui, il rifiuto sonoro della ragazza, rappresenta lo strattone che lo riporta alla realtà. Bassani dimostra una grande sensibilità e con Il giardino dei Finzi-Contini tocca il lettore trasportandolo non solo a Ferrara, ma anche in quel giardino che ha dato adito a tante immaginazioni. Il triste epilogo dell’amore (e delle vite dei protagonisti) è forse la nota più dolente della storia, ma il libro non avrebbe avuto lo stesso impatto emozionale senza questa costruzione narrativa. Questo è un romanzo molto particolare sotto tanti punti di vista, primo tra tutti il fatto di saper descrivere, sotto un’altra e più romanzata sfumatura, gli anni difficili dell’Italia prima della guerra. Un must read, senza alcun dubbio.

Parole chiave:

  • Il giardino: lo scenario principale della vicenda, in cui avviene (e non avviene) tutto, ma anche il luogo che sembra non subire i cambiamenti spazio-temporali che, invece, attraversano inesorabilmente il mondo esterno. E’ proprio sulla soglia di quel “mondo” che il protagonista incontra per la prima volta Micòl, un mondo che però riesce a visitare solamente una decina di anni dopo da quel primo e furtivo approccio. 
  • Micòl: il principale oggetto dei desideri del narratore, ma anche la sua più grande illusione e delusione. La ragazza cresce e matura durante il romanzo, e di questo ne è amaramente consapevole anche il protagonista, il quale decide di rinunciare a lei e di mettersi il cuore in pace proprio quando intuisce la “freddezza” che la ragazza ha nei suoi confronti e anche il suo probabile legame con Malnate.
  • La comunità ebraica: lo sfondo attorno a cui si muove l’intera vicenda,  fondamentale soprattutto per capire le tragedie che vive la famiglia dei Finzi-Contini, vittima della deportazione, della guerra e anche del destino nefasto.
  • L’amore: per gran parte del romanzo è stato un sentimento quasi platonico e irreale che sembrava esistere solo nella mente del protagonista, complice anche il fatto che quest’ultimo ha peccato spesso di insicurezza nel non riuscire a cogliere certe occasioni. Solo verso la fine è la stessa Micòl a mettere in chiaro le cose: in realtà loro sono troppo simili per potersi trovare sotto quell’aspetto, ed ecco che il sogno di un amore per cui combattere si trasforma nella consapevolezza di ciò che non potrà mai essere.
  • Il passato: tutto il romanzo è impostato su questa condizione temporale, a partire dal flashback iniziale che ci proietta all’indietro verso una storia costruita sulla nostalgia. Quello de Il giardino dei Finzi-Contini, però, è un passato circolare che sembra continuamente tornare per riavvolgersi su se stesso, soprattutto nei ricordi, e questo lo dimostra anche la parte finale che, non a caso, ripete in un certo senso la scena iniziale.

Voto: 4 segnalibri su 5

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Titolo: Il giardino dei Finzi-Contini
Autore: Giorgio Bassani
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 214 pagine
Prezzo: 9,50 euro
Trama: Pochi romanzi italiani del Novecento sono entrati così profondamente nel cuore dei lettori come “Il giardino dei Finzi-Contini”, un libro che è riuscito a unire emozioni private e storia pubblica, convogliandole verso un assoluto coinvolgimento narrativo. Un narratore senza nome ci guida fra i suoi ricordi d’infanzia, nei suoi primi incontri con i figli dei Finzi-Contini, Alberto e Micòl, suoi coetanei resi irraggiungibili da un profondo divario sociale. Ma le leggi razziali, che calano sull’Italia come un nubifragio improvviso, avvicinano i tre giovani rendendo i loro incontri, col crescere dell’età, sempre più frequenti. Teatro di questi incontri, spesso e volentieri, è il vasto, magnifico giardino di casa Finzi-Contini, un luogo che si imbeve di sogni, attese e delusioni. Il protagonista, giorno dopo giorno, si trova sempre più coinvolto in un sentimento di tenero, contrastato amore per Micòl. Ma ormai la storia sta precipitando e un destino infausto sembra aprirsi come un baratro sotto i piedi della famiglia Finzi-Contini.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 8,07 euro)

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Il mondo post apocalittico di “Dominant” e l’energia geotermica

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Valentina Zanotto

Dominant è un libro scritto da Irene Grazzini e pubblicato nel 2017 che si aggiunge alla lunga lista del genere distopico. Il romanzo, infatti, si può definire come una piacevole commistione tra i famosissimi Divergent e Hunger Games: eppure, nonostante questo, è capace di avere una propria personalità non risultando quindi “solo” una copia ben fatta.

«Claire seguì la professoressa Rania all’interno del Babylon. Era diviso in numerosi tubi, tutti identici tra loro, in cui potevano scorrere dal basso verso l’alto, e viceversa, i vagoni dei trenascensori. La torre era costituita da arcate di metallo e il soffitto del trenascensore decorato con Led multicolori per produrre l’effetto di un cielo. Claire non aveva mai visto il cielo, a essere sinceri, ne aveva soltanto sentito parlare. Da quando era nata, sopra la sua testa c’era sempre stata la Cupola a proteggerla.»

La protagonista principale della storia è Claire, una ragazza “Dominante” che ha vissuto per 16 anni, ovvero da quando è nata, sotto una Cupola controllata in maniera geotermica. In pratica, non ha la minima idea di come sia il mondo esterno, almeno fino a quando non arriva l’audace Eleanor a insegnarglielo. Quest’ultima, infatti, incappa nella Dominante quasi per caso (oppure no?), dopo essere stata ferita durante un’incursione dall’esterno, fino a stravolgerle completamente la vita, o meglio, fino a farle capire di “aprire gli occhi” perché si trova sul lato sbagliato della verità. C’è solo un problema: Eleanor è una “Recessiva” e, in quanto tale, bollata come nemica giurata della City, allontanata da essa e, soprattutto, decisamente diversa in fatto di caratteristiche fisiche.

«Carnagione chiara come alabastro. Capelli color dell’oro. Occhi verdi e chiari che brillavano sotto le sopracciglia appena accennate. Quella ragazza era una Recessiva!»

Denunciata per aver salvato una nemica, Claire è costretta a fuggire, ma quello che l’aspetta all’esterno della Cupola è a tratti spaventoso e a tratti inquietante: «solo bianco», una distesa di gelo e neve in cui vivono i Recessivi e si sono saputi adattare per sopravvivere nelle difficoltà, nonostante a volte capiti che facciano delle incursioni nel mondo dei “Dominanti” per potersi accaparrare (giustamente, ci sarebbe da dire) un po’ di calore, risorse o fonti di energia.

«Sopra la sua testa, immenso e incombente, c’era il cielo. Il cielo vero. Nero come la pece, invaso da tanti piccoli occhi luminosi che la fissavano malevoli dall’alto. E poi quella gelida falce d’argento, che sembrava sul punto di tagliarle la testa.»

Lontano dalla City, solo in apparenza calda e ospitale, Claire scopre che il vero senso di comunità si trova solamente in mezzo a Eleanor e ai Recessivi, ovvero in un mondo fatto di altruismo, gesti affettuosi e condivisione, qualcosa a cui lei non era affatto abituata circondata dai comfort e dalle tecnologie della Cupola.

«Così erano nate le Cupole e ciò che rappresentavano: enormi impianti per l’estrazione e lo sfruttamento di una nuova forma di energia. L’energia geotermica.»

Quello che più salta all’occhio leggendo questo romanzo è il rapporto che si instaura tra Claire ed Eleanor, un aspetto che mette in secondo piano perfino le ipotetiche storie d’amore tra la protagonista e il Dominante Jordan o il Recessivo Arthur. Dapprima appaiono come due scontrose nemiche, dal carattere inconciliabile, mentre poi, nel proseguire della trama, il loro legame diventa così forte da portarle a sacrificarsi pur di poter salvare la vita dell’altra.

«Claire chiuse gli occhi. Pensò a come era la sua vita prima di incontrare Eleanor. Semplice, ordinata, sicura, perché ogni giorno sapeva cosa fare, cosa dire e persino cosa pensare. Eppure, anche se era all’interno di una cupola termica, era una vita fredda e priva di affetti.»

La storia non è altro che un alternarsi di segreti che emergono pian piano dagli indizi disseminati qua e là dalla stessa autrice, mentre le avventure coinvolgono prevalentemente una Claire che diventa sempre più consapevole del fatto che, in realtà, il nemico da combattere è sempre stato accanto a lei. Qualcuno che, non solo ha agito alle spalle di tutti creando due fazioni distinte e diverse, ma che ha portato anche a distinguere gli ultimi sopravvissuti sulla terra in persone gradite al sistema e no. Con i “Dominanti” da una parte (a cui è legata per appartenenza) e i “Recessivi” dall’altra (che ama come una famiglia), Claire riuscirà a portare alla luce i difetti di quella che credeva essere la “casta” perfetta? Questo è un romanzo da divorare letteralmente in pochissimi giorni, una lettura in grado di distinguersi dalle “ispirazioni” più famose. Il legame tra Eleanor e Claire è qualcosa che va ben oltre l’amicizia – e durante la lettura se ne capisce il motivo -, rappresentando addirittura IL rapporto che manda avanti l’intero romanzo. La scrittura della Grazzini è semplice, diretta e coinvolgente, resa ancora più particolare dalla presenza di termini e spiegazioni “scientifiche” che fanno dire “wow!” man mano lo si legge. Questo è assolutamente un libro-chicca per gli amanti del genere distopico: poche cose risultano prevedibili in questo romanzo, ecco perché i colpi di scena sono assicurati.

Parole chiave:

  • Eleanor/Claire: le protagoniste principali del romanzo, il cui legame che si instaura con il tempo supera anche le storie d’amore che sembrano accadere con Jordan e Arthur. Le due hanno caratteri decisamente discordi e spesso inconciliabili, questo probabilmente è causa del fatto che entrambe sono cresciute in due ambienti diversi e, come tali, le hanno portate a diversificarsi l’una dall’altra. Claire è razionale, ponderata, diligente e studiosa in modo promettente nella sua City, mentre Eleanor è istintiva, intrepida e all’apparenza dura e fredda come il ghiaccio in cui è costretta a vivere fuori dalla Cupola. Leggendo il romanzo, il lettore non può far altro che pensare quanto, in realtà, esse si compensino. Il destino le unirà prima e le separerà poi, ma troverà comunque il mondo di legarle in maniera indissolubile.
  • Energia: quella che si crea e si conserva nella Cupola, ma anche quella che i Recessivi tentano di rubare ed è all’origine di una vera e propria guerra tra le fazioni.
  • Amore/amicizia: i sentimenti che attraversano in modo coinvolgente tutto il romanzo e che appaiono costantemente uniti da un filo invisibile. Claire sembra essere prima legata a Jordan, poi ad Arthur, ma alla fine capisce cosa è importante davvero: la sua amicizia, speciale e profonda, con Eleanor.
  • Il sindaco Swan: il mostro invisibile che sembra tanto l’occhio del Grande Fratello in 1984 di Orwell, così meschino e subdolo da ingannare tutti, perfino se stesso.
  • Ispirazioni: quelle prese da Divergent e Hunger Games, ormai famose saghe post-apocalittiche. Il bello di Dominant, però, sta nel fatto che, pur assomigliando molto a queste letture, se ne distacca cercando una sua particolarità.

Voto: 5 segnalibri su 5

Irene Grazzini - Dominant

Titolo: Dominant
Autore: Irene Grazzini
Editore: Fanucci
Lunghezza: 219 pagine
Prezzo: 14,90 (versione cartacea); 4,99 (versione eBook)
Trama: Claire ha trascorso i suoi primi sedici anni sotto la Cupola, l’enorme barriera alimentata a energia geotermica che protegge la City dall’esterno, il Mondo di Fuori, una landa inospitale e pericolosa sconvolta dalla più violenta glaciazione di cui si abbia memoria. Claire è una Dominante, appartiene cioè a quella razza eletta cui spetta il merito di aver liberato la città dalla minaccia dei Recessivi. Ora il destino ha deciso di sconvolgerle l’esistenza, presentando alla porta del suo Loculo una ragazza sconosciuta, ferita, che ha bisogno di aiuto. Da quel giorno, la vita di Claire si trasforma in una fuga disperata e rocambolesca dai Vigilanti e dai loro terribili robot, i Mastini, perché quella ragazza misteriosa è una Recessiva, e aiutarla significa commettere il più grave dei reati, quello di alto tradimento. Attraverso un mondo inospitale, reso sterile dal ghiaccio e dall’odio, tra bufere di neve che sferzano enormi città e maestose rovine, Claire scoprirà che il confine tra giusto e sbagliato è più labile di quanto abbia mai creduto. Una trama avvincente, un viaggio sorprendente in un futuro forse non così lontano.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 12,66 euro)

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“Non lasciarmi”: i cloni con un destino già scritto

Non lasciarmi - Ishiguro (foto)

Valentina Zanotto

“Commovente e visionario”: così è stato descritto Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro, un romanzo ucronico edito nel 2005 e meglio conosciuto con il titolo originale di Never let me go. La trama ci immerge fin da subito negli anni Novanta e in un mondo che sembra essersi proiettato completamente verso gli esperimenti genetici e il prolungamento della vita, mentre Kathy, Ruth e Tommy, i protagonisti della storia, frequentano e crescono in un college di Hailsham, una scuola completamente isolata dagli stimoli esterni.

Tutto ciò potrà anche sembrare sciocco, ma dovete ricordare che per noi, in quel periodo della nostra vita, qualunque luogo al di là dei confini di Hailsham era un paese fantastico; possedevamo solo nozioni molto vaghe del mondo fuori, e di ciò che fosse o non fosse possibile in quel mondo.

C’è solo una particolarità: loro non sono affatto dei ragazzini “normali”, ma dei cloni che, proprio come il vento che indirizza i capelli e l’albero nell’evocativa fotografia di Laurence Dutton raffigurata in copertina, sono obbligati a seguire il destino che è stato riservato loro senza opporvisi: quello di diventare dei donatori di organi.

Voi siete… speciali. Il fatto di avere cura di voi stessi, di mantenervi sani dentro, è molto più importante per ognuno di voi di quanto lo sia per una come me.

La scuola, in questo caso, svolge davvero un ruolo fondamentale: oltre a crescerli e ad educarli al loro “scopo”, è anche il luogo in cui viene mostrata loro l’importanza della creatività. L’arte, in questo percorso di crescita che ricorda tanto un bildungsroman, è la sola cosa che, da una parte, può dimostrare la presenza di un’anima, mentre dall’altra rappresenta il biglietto da visita principale per poter essere accettati in quella sorta di società “panottica” dove i ragazzi vengono continuamente sorvegliati ed ascoltati anche nelle loro più intime conversazioni (l’unico momento in cui sembrano essere liberi è quello del pranzo dove le voci, nella mensa, sembrano confondersi l’una con l’altra).

La maggior parte delle volte, la considerazione in cui ognuno di noi veniva tenuto a Hailsham, quanto si veniva apprezzati e rispettati, era determinato dal proprio livello di “creatività”.

Le tre parti in cui è strutturato Non lasciarmi rappresentano anche lo scorrere del tempo che attraversa le vite di Kathy, Ruth e Tommy e li conduce lentamente dall’ingenuità dell’infanzia fino alla consapevolezza della loro età adulta. E’ proprio durante la loro fase intermedia, ovvero nel periodo in cui si trovano nei cottages lontani dalla sorveglianza dei loro insegnanti, che scoprono i primi turbamenti emozionali, ma anche la loro identità e la loro indole. La presenza del fattore empatico, ma anche di sentimenti quali la paura, la rabbia e la perdita, rappresenta forse l’aspetto più importante di tutto il romanzo. Qui, infatti, l’interiorità è affidata a dei cloni e il loro appare come un destino già scritto, decisamente tragico: la loro voglia di poter vivere normalmente rappresenta un desiderio che non può essere esaudito e l’unica ambizione a cui possono aspirare è prolungare il periodo prima di incominciare il percorso di donazione degli organi che li porterà a un lento deperimento fisico e psicologico. Kathy, Ruth e Tommy non sfuggono affatto alla loro condizione, e probabilmente è proprio questa loro “non ribellione” di fronte alla scadenza della vita che li rende più simili agli umani di quanto pensano. Non solo per quanto riguarda il loro corpo, ma anche (e soprattutto) per i dispiaceri che in un vissuto possono capitare: è il caso, per esempio, della storia d’amore che attraversa delicatamente tutta la storia e che riguarda Kathy e Tommy, separati inizialmente dalla mancanza di coraggio e dopo, quando finalmente possono lasciarsi andare ai loro sentimenti, da una fine già scritta e inesorabile.

Pensavo ai rifiuti, alla plastica che sventolava tra i rami, alla linea di strane cose intrappolate lungo il reticolato, e allora chiusi quasi gli occhi e immaginai che quello fosse il punto dove tutto ciò che avevo perduto dagli anni dell’infanzia era stato gettato a riva; adesso mi trovavo lì, e se avessi aspettato abbastanza, una minuscola figura sarebbe apparsa all’orizzonte in fondo al campo, e a poco a poco sarebbe diventata più grande, finché non mi fossi resa conto che era Tommy, e lui mi avrebbe fatto un cenno di saluto con la mano, forse mi avrebbe chiamata. La fantasia non andò mai al di là di questa immagine – non glielo permisi – e sebbene le lacrime mi rotolassero lungo le guance, non singhiozzavo né mi sentivo disperata. Aspettai un poco, poi tornai verso l’auto e mi allontanai, ovunque fossi diretta.

Se dovessi trovare una definizione per questo romanzo probabilmente sarebbe “tragicamente bello”, soprattutto per il modo delicato con cui Ishiguro ha deciso di raccontare la storia d’amore tra dei cloni, perennemente ostacolati dalle circostanze esterne e dal destino che sembra remare contro i sentimenti, ma non contro la fine della “vita”. Ho sempre tifato per Tommy e Kathy fin dalle prime pagine, mentre ho detestato Ruth per il suo egoismo e per il suo carattere, a tratti decisamente lontano da quello che una amica dovrebbe avere (anche se devo riconoscerle una rivalsa nell’ultima parte del romanzo). La storia incomincia come un grande diario («Mi chiamo Kathy H. Ho trentun anni, a da più di undici sono un’assistente. Sembra un periodo piuttosto lungo, lo so, ma a dire il vero loro vogliono che continui per altri otto mesi, fino alla fine di dicembre») e in un certo senso, con questa scelta, sembra che Ishiguro voglia farci entrare nel mondo segreto e chiuso di Hailsham come se fossimo degli ospiti con un permesso “speciale”, proprio come speciali appaiono i protagonisti attorno a cui si concentra e ruota tutta la trama. Il finale probabilmente è quello che più mi ha lasciato con l’amaro in bocca: se da un lato non mi ha affatto stupito, dall’altro speravo e pensavo dentro di me che il lieto fine sarebbe stata la cosa più giusta per una storia costellata continuamente da perdite e separazioni. Consiglio questo libro a chi voglia leggere una storia d’amore contrastata, ma anche un romanzo che non è solo questo; sebbene l’inizio sia un po’ lento nel proseguimento della narrazione, la scrittura di Ishiguro appare ricca e articolata, per niente confusa. La trama è un susseguirsi di vicende che accompagnano il lettore nella crescita dei protagonisti, nel bene e nel male, anche se l’aspetto più triste di tutti l’ho riscontrato nella predestinazione della vita e nella consapevolezza che, alla fine (o, almeno, in questo romanzo), è il corpo a vincere decisamente sul sentimento.

Parole chiave:

  • Cloni: quello che sono Kathy, Ruth e Tommy; l’aspetto particolare è che il lettore non lo scopre subito dalle prime pagine, forse perché Ishiguro sceglie di lasciare una sorta di “normalità” durante tutta la prima parte della storia. Sono prima tre bambini, poi tre adolescenti e alla fine tre adulti; la vita li avvicina, li accumuna, li separa e poi li riunisce ancora una volta, ed il loro legame appare sempre centrale e profondo per tutta la trama, nonostante gli alti e bassi.
  • La “scuola”: Hailsham rappresenta fin dall’inizio di Non lasciarmi un meccanismo di controllo in cui tutti i ragazzi presenti hanno pochissimi momenti di libertà e vengono continuamente sorvegliati ed “educati” alle regole del luogo. Questo sistema è una sorta di micro-società in cui agli “alunni” viene offerto un surrogato di crescita e formazione, mentre il mondo esterno è dipinto come qualcosa di pericoloso da cui stare debitamente alla larga. Per quanto riguarda questo ultimo aspetto, è impossibile non pensare al simbolo che rappresenta il “bosco” (uno spazio esterno) per i ragazzi della scuola, ovvero un luogo proibito in cui non è possibile andare perché «si raccontavano ogni genere di storie terribili su quel luogo».
  • L’angolo dimenticato: si trova nel Norfolk ed è descritto come qualcosa di “fantastico” e importante per la trama stessa, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo della storia tra Kathy e Tommy. Esso non è altro che un negozio della nostalgia, della storia passata, poiché si dice che in quel luogo finiscano tutti gli oggetti smarriti del paese. E’ stato proprio durante il viaggio alla ricerca di una cassetta (a cui era molto affezionata Kathy) che i due ragazzi capiscono che tra loro c’è molto più di una semplice amicizia, piuttosto un legame profondo che, però, a causa di diversi fattori, sarà destinato a compiersi solo dopo molto tempo.
  • Varietà di generi: Non lasciarmi è, in primis, un romanzo, una distopia ed una ucronia, ma procedendo con la lettura si scopre anche essere molto altro: un diario, un flashback, un dramma, una ricerca di identità, un progetto scientifico, un romanzo di formazione, una storia d’amore delicatissima; tutto questo in 291 pagine.
  • Amore: compare all’inizio in maniera leggera, quasi sfumata, per poi occupare gran parte della trama verso la fine del romanzo. 

Voto: 4,5 segnalibri su 5

Non lasciarmi - Ishiguro

Titolo: Non lasciarmi
Autore: Kazuo Ishiguro
Editore: Einaudi
Lunghezza: 291 pagine
Prezzo: 13 euro
Trama: Kathy, Tommy e Ruth vivono in un collegio, Hailsham, immerso nella campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani, e crescono insieme ai compagni, accuditi da un gruppo di tutori, che si occupano della loro educazione. Fin dalla più tenera età nasce fra i tre bambini una grande amicizia. La loro vita, voluta e programmata da un’autorità superiore nascosta, sarà accompagnata dalla musica dei sentimenti, dall’intimità più calda al distacco più violento. Una delle responsabili del collegio, che i bambini chiamano semplicemente Madame, si comporta in modo strano con i piccoli. Anche gli altri tutori hanno talvolta reazioni eccessive quando i bambini pongono domande apparentemente semplici. Cosa ne sarà di loro in futuro? Che cosa significano le parole “donatore” e “assistente”? E perché i loro disegni e le loro poesie, raccolti da Madame in un luogo misterioso, sono così importanti? Non lasciarmi è prima di tutto una grande storia d’amore. È anche un romanzo politico e visionario, dove viene messa in scena un’utopia al rovescio che non vorremmo mai vedere realizzata. È uno di quei libri che agiscono sul lettore come lenti d’ingrandimento: facendogli percepire in modo intenso la fragilità e la finitezza di qualunque vita.
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