“Il sentiero dei profumi” e le fragranze che diventano un linguaggio comunicativo

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Valentina Zanotto

Cristina Caboni ha pubblicato Il sentiero dei profumi (per Garzanti) nel 2014, ma io ho scoperto questo libro solo qualche tempo fa, frugando come solito tra gli scaffali della libreria, incuriosita proprio da quella copertina che mi ricordava altri testi simili e che mi erano particolarmente piaciuti.

La vita mi ha messo alla prova. Ma con l’iris ritrovo la fiducia. La vaniglia mi fa sentire protetta. Perché i profumi sono la mia strada.

Per Elena Rossini i profumi non sono solamente delle fragranze da spruzzare sul corpo, ma soprattutto un sentiero da seguire e in cui credere, a differenza delle persone di cui, invece, non si fida più. La ragazza ha un passato difficile che l’ha segnata nel suo rapporto con gli altri, ma anche una vita decisamente “impegnativa”. Elena, infatti, discende da una antica famiglia di profumiere e comincia ad accostarsi a quest’arte grazie alla nonna, la persona che veramente l’ha cresciuta e da cui è stata abbandonata dalla madre perché il suo nuovo marito, Maurice, non l’ha voluta riconoscere come figlia. Come se non bastasse, pure il suo presente fatica a trovare la giusta direzione, soprattutto dopo aver scoperto che il suo compagno Matteo – con cui immaginava e progettava un futuro – l’ha tradita con un’altra donna. 

L’odio è un sentimento molto complesso. Si odia ciò che si desidera intensamente e non si può più possedere, si odia ciò che non si comprende, quello che sembra troppo distante. Odio e amore sono troppo vicini, i loro contorni sfumati, non hanno confini chiari.

A Elena non resta altro che rifugiarsi a Parigi dall’unica persona che per lei c’è sempre stata, la sua migliore amica Monique. Neanche a farlo apposta, sarà proprio lei ad aiutarla a riprendersi e – involontariamente – a farle conoscere anche Cail, un uomo affascinante e misterioso che, con la stessa delicatezza delle rose che ama coltivare, non solo entrerà nella vita di Elena fino a darle il giusto ordine, ma nello stesso tempo le farà capire anche cosa lasciarsi alle spalle.

Pepe nero. Allerta i sensi, raduna la forza interiore. Insegna che quando la strada sembra perduta, spesso è solo smarrita.

Per tutto il romanzo si susseguono delle evocative fragranze che sembra quasi di poter sentire attraverso la lettura. Elena è una ragazza con il dono (o il “naso”, come viene scritto nel libro) di capire quale sia il profumo perfetto per ciascuna persona, per questo lavora come profumiera e infonde fiducia a coloro che si affidano a lei. Le fragranze sono per lei un linguaggio in cui esprimersi, da preferire anche alle parole: sono rari, infatti, i dialoghi in cui lei lascia trasparire le sue emozioni e quanto prova, al contrario i riferimenti all’arte della profumeria sono davvero numerosi e molto spesso rappresentano un’espediente per poter costruire tutte le vicende che accadono. 

A differenza delle parole, gli odori arrivano dritti ai sensi delle persone. E’ l’olfatto il primo dei sensi in assoluto, perché si annida negli oscuri recessi dell’anima primordiale e reagisce alle sollecitazioni secondo una serie di archetipi olfattivi nati con l’uomo. E’ emozione pura.

Se da una parte le fragranze spingono Elena a scoprire la ricetta del “profumo perfetto” – appartenente alla sua famiglia e alle sue origini – dall’altra rappresentano anche una delle poche parti del romanzo davvero coinvolgenti e stimolanti (sebbene un po’ ripetitive se si pensa ai momenti di “consulenza” che la ragazza ha con le persone che invocano l’aiuto del suo “naso”). Leggendo il romanzo, appare chiaro fin da subito il carattere difficile e piuttosto “burbero” (ma sì, mettiamoci anche odioso) della protagonista: nonostante la sua straordinaria bravura con le essenze, Elena ha la “cattiva” abitudine di trattare male chi le sta intorno, un aspetto che può essere parzialmente giustificato dal passato le pesa dentro come un macigno, ma che a lungo andare nella lettura la dipinge quasi come una ragazza insoddisfatta e poco grata. La storia, a tratti, sembra anche quasi “irreale”: certo, ci troviamo in un romanzo rosa in cui ogni cosa può realizzarsi, ma leggere significa anche “sperare” in un risvolto di realtà, mentre in questo caso, più che altro, ci si chiede solamente come possa essere possibile che accadano certe cose. Insomma, alcune situazioni sono poco chiare e spingono più all’incredulità piuttosto che all’appagamento per l’esito positivo della storia, come ad esempio accade con la partenza di Monique o il rapporto con Cail. Il sentiero dei profumi si può leggere come il lungo racconto di un amore che ha tante sfaccettature: quello per i profumi, quello per la famiglia (qualunque essa sia), quello per i nuovi rapporti, ma è anche un romanzo che ha disatteso le mie aspettative: sulla scia de Il linguaggio segreto dei fiori &co, speravo che quella “magia” potesse ripetersi ancora, replicando anche l’atmosfera fatta di significati nascosti e poetici, ma così non è stato. Nulla da togliere al modo in cui è scritto, ma come storia – e lo dico con rammarico – purtroppo non ci siamo. 

Parole chiave:

  • Profumo: o meglio “i profumi”, gli elementi centrali di tutto il romanzo e attorno a cui ruota l’intera storia. Aiutano Elena a diventare più forte e indipendente, a cercare la sua anima, ma rappresentano anche una cornice che circonda la sua vita, proprio come le descrizioni delle fragranze che si trovano all’inizio di ogni capitolo e danno forma alle vicende che poi verranno raccontate. Il sentiero dei profumi insegna che il “profumo perfetto” esiste davvero, ed è quello che ci descrive e ci veste in maniera unica, pensato su ciò che vogliamo dire e trasmettere, per nulla lasciato al caso: «il profumo è il sentiero. Percorrerlo significa trovare la propria anima».
  • Monique: l’amica di Elena che tutte vorrebbero avere. E’ una donna determinata, forte e premurosa, un personaggio che non può non piacere fin dall’inizio. L’aiuta in diversi momenti, ma soprattutto a capire che il suo “naso” è un dono che deve sfruttare per far felice se stessa e le persone che la circondano.
  • Parigi/Firenze: le due città in cui si svolge la vicenda e che si incontrano per tutto il romanzo. Rappresentano il passato e il presente di Elena, ma si incrociano continuamente diventando dei pezzi di cuore in cui ritrova la sua vita.
  • Dizionario dei profumi: un piccolo scrigno di fragranze che si trova alla fine del libro e che arricchisce il romanzo con delle descrizioni che avvicinano ulteriormente il lettore a questo mondo, soprattutto perché ogni profumo ha una sua nota personale e una propria storia da trasmettere.
  • Delusione: ce ne sarebbero di cose da dire su questo punto, ma mi limito solamente a rinnovare il mio dispiacere per non aver trovato il libro che speravo di leggere. Mi auguro che qualcun altro possa riuscire ad apprezzarlo meglio di me.

Voto: 2 segnalibri su 5

Il sentiero dei profumi - Cristina Caboni

Titolo: Il sentiero dei profumi
Autore: Cristina Caboni
Editore: Garzanti
Lunghezza: 392 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Elena non si fida di nessuno. Ha perso ogni certezza e non crede più nell’amore. Solo quando crea i suoi profumi riesce ad allontanare tutte le insicurezze. Solo avvolta dalle essenze dei fiori, dei legni e delle spezie sa come sconfiggere le sue paure. I profumi sono il suo sentiero verso il cuore delle persone. Parlano dei pensieri più profondi, delle speranze più nascoste: l’iris regala fiducia, la mimosa dona la felicità, la vaniglia protegge, la ginestra aiuta a non darsi per vinti mai. Ed Elena da sempre ha imparato a essere forte. Dal giorno in cui la madre se n’è andata via, abbandonandola quando era solo una ragazzina in cerca di affetto e carezze. Da allora ha potuto contare solo su sé stessa. Da allora ha chiuso le porte delle sue emozioni. Adesso che ha ventisei anni il destino continua a metterla alla prova, ma il suo dono speciale le indica la strada da seguire. Una strada che la porta a Parigi in una delle maggiori botteghe della città, dove le fragranze si preparano ancora secondo l’antica arte dei profumieri. Le sue creazioni in poco tempo conquistano tutti. Elena ha un modo unico di capire ed esaudire i desideri: è in grado di realizzare il profumo giusto per riconquistare un amore perduto, per superare la timidezza, per ritrovare la serenità. Ma non è ancora riuscita a creare l’essenza per fare pace con il suo passato, per avere il coraggio di perdonare. C’è un’unica persona che ha la chiave per entrare nelle pieghe della sua anima e guarire le sue ferite: Cail.
Per acquistarlo:clicca qui (al prezzo di 8,95 euro)

Sono affiliata ad Amazon e negli articoli ho aggiunto dei rimandi proprio a questo sito. Per ogni acquisto che farete seguendo i riferimenti che ho messo (oppure partendo da questo link generico), percepirò una commissione del 10% (massimo), ricavato che servirà per mantenere il mio sito o acquistare libri. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro supporto.

“La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo”: quando causa ed effetto si confondono

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Valentina Zanotto

La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo (in lingua originale: The Time Traveler’s Wife) è un romanzo pubblicato nel 2003 e scritto da Audrey Niffeneger, già autrice delle graphic novel The Three Incestuos Sisters e The adventuress. Henry DeTamble, il protagonista della storia, ha un’irregolarità genetica: suo malgrado, infatti, si ritrova a viaggiare nel tempo e a ripercorrere così diversi momenti della sua vita. E’ proprio durante una di queste “perlustrazioni temporali” che l’uomo conosce l’artista Clare Abshire, incontrata quando ancora era una bambina e per questo inconsapevole del peso della sua scomoda malattia.

Innanzitutto credo che c’entri il cervello. Credo che viaggiare somigli molto a un attacco epilettico, perché tende a succedere quando sono stressato, e ci sono elementi scatenanti che sono fisici, come le luci abbaglianti.

Punto cruciale della trama è il diciottesimo compleanno della ragazza, quando i due riescono a incontrarsi finalmente nel tempo presente per entrambi. C’è solo un problema: lei conosce ogni aspetto della vita del ventottenne Henry, ma lui, al contrario, sembra non sappia nulla di quella di Clare, colpa ancora una volta di quei viaggi temporali che recano più svantaggi che vantaggi. Ma se c’è una cosa che questo libro insegna è proprio la perseveranza, soprattutto quella di un amore sincero che è in grado di sfidare tempo e distanze.

«Sarebbe buffo» dice. «Io avrei tutti questi ricordi di esperienze che tu non faresti mai. Sarebbe come.. Be’, è come stare con qualcuno che soffre di amnesia. Infatti è così che mi sento da quando siamo arrivati qui.»
Rido. «Allora nel futuro tu potrai guardarmi vacillare dentro ogni ricordo fino a quando non li avrò collezionati tutti. Fino a che non avrò la collezione completa.»

La rarissima malattia genetica di cui soffre Henry si può dire sia il motore portante dell’intero romanzo. Viene chiamata in diversi modi, ma tutti quanti riconducono inevitabilmente a un grande difetto: si parla di “schizofrenia”, di “menomazione” (un termine che rievoca anche certi personaggi del teatro beckettiano), ma soprattutto porta il protagonista a essere una «persona cronologicamente disorientata». I viaggi temporali di Henry sfuggono a qualsiasi controllo e capitano quando meno se li aspetta; è incapace di capire dove andrà, per quanto resterà in un determinato posto e, addirittura, di portare dei vestiti con sé. Insomma, un vero disagio più che un particolare dono. La sua unica certezza è che la causa scatenante di ogni suo viaggio temporale è lo stress, per questo deve cercare qualsiasi espediente pur di rimanere ancorato al presente il più possibile («Le cose diventano un po’ circolari quando si è nei miei panni, causa ed effetto si confondono.»). Inutile dire che i protagonisti indiscussi del romanzo sono proprio Clare ed Henry. I due infatti, oltre a conoscersi sin dall’infanzia – sebbene in una maniera un po’ strana -, attraversano tutta la storia passandosi di volta in volta il ruolo di narratore in prima persona. Clare è essenzialmente un’artista che lavora sulla nostalgia: se da una parte crea sculture mettendo insieme diversi pezzi di materiali, dall’altra invece tenta di fermare il tempo che le sfugge con Henry proprio attraverso quell’arte che tanto ama fare. Entrambi portano sui loro corpi, sia esternamente che internamente, i segni dei traumi che hanno vissuto, come se le rispettive difficoltà fossero una sorta di documento personale della loro esistenza. Neanche a farlo apposta, Henry è proprio un bibliotecario: non solo ha a che fare con i libri, ma anche con gli archivi, i luoghi del “passato” per eccellenza.

Ho una cicatrice nel punto in cui mi ha sfiorato. (..) Un momento prima stavo guardando noi mentre entravamo nel camion e il momento dopo ero in ospedale. Quasi completamente illeso, in stato di shock. (..) Così, la mamma è morta e io no.

La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo è un romanzo molto originale che è in grado di rispecchiare la temporalità disordinata del protagonista della vicenda. La storia, infatti, non segue una linearità standard, piuttosto compie continui salti narrativi che ricreano nel lettore lo stesso stato di alienazione che è costretto a vivere Henry a causa della sua patologia. Le varie citazioni artistiche e letterarie, come anche le date e i fatti storici, rappresentano sicuramente un tocco in più a questa storia: oltre che a servire come una sorta di “certezza” in un racconto interamente bombardato dagli spiazzanti viaggi nel tempo, hanno il merito di dare un senso logico a una trama di per sé completamente irrazionale. Il romanzo è veramente lungo – forse l’unico aspetto negativo della lettura – e una “sfoltita” alle pagine non sarebbe stata male, ma questo è un difetto davvero misero considerando la particolarità dei fatti riportati e la maniera delicata con cui sono stati raccontati. La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo è la storia di una continua attesa e anche di un amore che supera il tempo e le distanze materiali, una lettura che va ben oltre il romantico e arriva a toccare il pensiero che la fisicità, in realtà, non conta poi molto se al primo posto si mettono dei sentimenti profondi.

Parole chiave:

  • Tempo: La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo è un romanzo che fa del “tempo” un tema centrale. Quest’ultimo non solo attraversa tutte le vicende, ma anche gli stessi protagonisti, come se l’intera storia non seguisse il normale senso lineare, ma fosse intervallata da rimandi in avanti e indietro che fanno ritornare a ritroso nel passato e proiettano anche verso il futuro. A questo proposito, è davvero evocativa la parte finale del libro in cui c’è una citazione tratta dall’Odissea in cui Clare è paragonata a una Penelope che aspetta il suo Omero. 
  • Trauma: quello che vivono Clare ed Henry sulla propria pelle, ma anche quello evocato dai fatti storici realmente accaduti (la nonna della protagonista che perde il fratello nella Seconda guerra mondiale; il riferimento alla tragedia delle Torri Gemelle: «un grattacielo bianco in fiamme. Un aeroplano, come un giocattolo, che lentamente vola contro la seconda torre bianca.»)
  • “Chiarezza”: una parola che rimanda al nome della stessa “Clare” e al nome della figlia che quest’ultima, dopo non poche difficoltà, riesce ad avere. La piccola, infatti, si chiama “Alba” e il suo nome è stato scelto consultando sia il “Dizionario dei nomi”, sia l’Oxford English Dictionary («Nome di alcune città rase al suolo dell’antica Italia»; «Una bianca città. Una fortezza impenetrabile su una bianca collina.»)
  • Arte: nel romanzo ci sono diversi riferimenti a questo argomento. Vengono citati, infatti, artisti, quadri, scrittori, opere letterarie e anche la fotografia.
  • Testimonianza: lo sfondo del romanzo che compare ai protagonisti come un ricordo di quanto è stato, soprattutto attraverso lettere e disegni.

Voto: 4 segnalibri su 5

La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo - Audrey Niffeneger

Titolo: La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo
Autore: Audrey Niffenegger
Editore: Oscar Mondadori
Lunghezza: 503 pagine
Prezzo: 11 euro
Trama: Clare incontra Henry per la prima volta quando ha sei anni e lui le appare come un adulto trentaseienne nel prato di casa. Lo incontra di nuovo quando lei ha vent’anni e lui ventotto. Sembra impossibile, ma è proprio così. Perché Henry DeTamble è il primo uomo affetto da cronoalterazione, uno strano disturbo per cui, a trentasei anni, comincia a viaggiare nel tempo. A volte sparisce per ritrovarsi catapultato nel suo passato o nel suo futuro. È così che incontra quella bambina destinata a diventare sua moglie quando di fatto l’ha già sposata, o sua figlia prima ancora che sia nata.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 9,35 euro)

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“I pesci non chiudono gli occhi”: voce del verbo “mantenere”

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Valentina Zanotto

Una storia che sa di cambiamenti, un modo di raccontarla – ritmico e a riprese – che ricorda tanto lo sciabordio delle onde di quel mare caro al protagonista: questo è I pesci non chiudono gli occhi, il romanzo di Erri De Luca scritto nel 2011 per Feltrinelli. Se da una parte i ricordi d’infanzia si intrecciano ai primi turbamenti emozionali, dall’altra troviamo un autore bambino che sembra voglia crescere più di quanto gli permetta di fare la sua età (e il suo corpo).

A dieci anni la modestia del mio corpo mi istigava a sparire. Camminavo inventando di essere invisibile. Mi tradivano i pantaloni blu e la canottiera bianca, per la strada camminavano da soli, senza me dentro, ma nessuno ci faceva caso. Di notte nudo sul letto potevo scomparire tutto intero.

Questa non è solo la vita di un ragazzino solitario che trova nei cruciverba un modo per isolarsi dal mondo esterno, ma anche quella di una ragazzina che, allo stesso modo, cerca il suo spazio nelle letture e nella scrittura. Nell’essere simili e allo stesso tempo totalmente differenti dai loro coetanei, ma anche così caratterialmente opposti tra di loro, entrambi riescono a trovare uno spiraglio per far coincidere e comunicare le loro rispettive solitudini.

“Che classe fai?” chiesi.
“Non sprechiamo tempo con le stupidaggini. Tu perché sei così?”
Tirai a indovinare e risposi: “Mi piace tutto quello che è scritto, i giornali, gli elenchi. So a memoria la lista delle consumazioni e i prezzi del bar. Leggo tutto”.
“Anch’io, ma questo non spiega perché non stai con loro,” e guardò verso un gruppetto che giocava a palla sulla sabbia.
“Non ci so stare, non mi piacciono i loro giochi. Il pomeriggio vado a nuotare o alla spiaggia dei pescatori a vedere la tirata delle reti. Un uomo che conosco mi porta qualche volta a pesca sulla barca. So remare un poco.”
“Io sono una scrittrice.”

Il loro contatto è molto di più di una affinità, è un prolungamento di corpi. Le mani del protagonista possono affrontare la pesca e il nuoto, i rebus fatti a penna, ma non reagiscono di fronte alle botte dei bulli. Quelle ferite, però, anziché intimidirlo, lo rendono più forte: la sua sembra una corazza che deve per forza essere scalfita, come una crisalide che si prepara a diventare farfalla. Il ragazzino non si è mai sentito realmente una “vittima”, ma da quella sfida impari ne esce comunque vincitore: quelle mani possono anche essere prese e strette, con tutto il suo stupore, nella profonda scoperta del verbo “mantenere” e di tutte le emozioni che esso comporta.

“Sì, mi sono accorto di avercelo. E’ cominciato dalla mano. La prima volta che me l’hai tenuta. Mantenere è il mio verbo preferito.”

Tra lui e la ragazzina c’è qualcosa che non ha una vera e propria definizione: non è desiderio, non si sa se è amore, ma sicuramente è crescita. Non tanto del corpo, ma di una consapevolezza interiore che porta il protagonista a voler osservare con i suoi occhi – letteralmente – quello che gli sta capitando, e cosa lo sta “cambiando”. Se, infatti, dai pescatori tanto citati nel romanzo (e che gli tengono compagnia) il protagonista assimila l’arte del solitario abbandono, dai pesci invece “impara” la pratica del non chiudere gli occhi, un gesto romantico a tutti gli effetti.

Era così bellissima vicina, le labbra appena aperte. Mi commuovono quelle di una donna, nude quando si accostano a baciare, si spogliano di tutto, dalle parole in giù.
“Chiudi quei benedetti occhi di pesce.”
“Ma non posso. Se tu vedessi quello che vedo io, non li potresti chiudere.”
“Da dove ti spuntano questi complimenti, piccolo giovanotto?”
“Che complimenti? Dico quello che vedo.”

Il bello de I pesci non chiudono gli occhi è la semplicità: dei ricordi, dei gesti, delle parole. Leggendolo si sentono la salsedine del mare, i granelli di sabbia sotto i piedi, il simpatico vociare napoletano, ma anche il profumo degli spaghetti aglio, olio e prezzemolo e delle uova al tegamino. Il viaggio a ritroso nella mente dell’autore è anche il nostro viaggio, come se in quelle immagini memoriali ci fossimo anche noi, magari proprio nascosti in quella cabina da spiaggia come il protagonista, in attesa del momento giusto per finire la lettura e abbandonare quell’atmosfera ovattata. Il risultato è un libro più da ascoltare e vivere, piuttosto che da leggere, qualcosa che si insinua nella mente e arriva al cuore. Cinque verticale, sei lettere: la soluzione è “tenere”. Per mano, sempre.

Capivo all’indietro quello che succedeva dentro i libri, quando uno si accorge della specialità di un’altra persona e concentra su quella l’esclusiva della sua attenzione. Capivo l’insistenza di isolarsi, starsene in due a parlare fitto. Non c’entrava per me il desiderio, quell’amore chiudeva con l’infanzia ma non smuoveva ancora nessun muscolo degli abbracci. Scintillava dentro, mi visitava il vuoto e me lo illuminava.

Parole chiave:

  • Dieci anni: l’età del protagonista nel romanzo, ma anche l’età in cui per lui sembra cambiare tutto. La sua mente viaggia e cresce, si sviluppa sempre di più in una personalità dalle mille sfaccettature, mentre il suo corpo rimane come incastrato in un involucro “fastidioso”.
  • Mantenere: un verbo citato tante volte nel romanzo, soprattutto nel suo significato più profondo. Non tanto come “uno stato che dura a lungo e in maniera inalterata” (in fondo, nulla dura per sempre), piuttosto come un letterale “tenere per mano”.
  • Papà: durante la lettura si avverte anche la mancanza della figura paterna del protagonista, emigrato in America in cerca di lavoro. Quella lontananza è il frutto di una scelta difficile e senza di lui il ragazzino teme di crescere “storto”, senza qualcuno a cui appoggiarsi.
  • Titolo: significativo, in grado di racchiudere in poche parole tutto il senso del romanzo. All’inizio il lettore non ne capisce il senso reale, ma poi comprende, e capisce che quella è una bellissima metafora.
  • Rebus: quelli che ama tanto fare il protagonista, rigorosamente a penna. 

Voto: 5 segnalibri su 5

I pesci non chiudono gli occhi - Erri de Luca

Titolo: I pesci non chiudono gli occhi
Autore: Erri De Luca
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 115 pagine
Trama: A dieci anni l’età si scrive per la prima volta con due cifre. È un salto in alto, in lungo e in largo, ma il corpo resta scarso di statura mentre la testa si precipita avanti. D’estate si concentra una fretta di crescere. Un uomo, cinquant’anni dopo, torna coi pensieri su una spiaggia dove gli accadde il necessario e pure l’abbondante. Le sue mani di allora, capaci di nuoto e non di difesa, imparano lo stupore del verbo mantenere, che è tenere per mano.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 6,80 euro)

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Spazio agli scrittori emergenti: “Bibury’s Sweet” di Giuliana Tunzi

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Valentina Zanotto

Bibury’s sweet, il romanzo di Giuliana Tunzi ed edito nel 2017, è tanto leggero quanto giovane. Scritto con uno stile piuttosto sbarazzino, questo libro ci dice che non sono le difficoltà a fermarci, bensì la mancanza di volontà. “Un amore dolce e impossibile a due passi da Londra” recita il sottotitolo, e per un inguaribile romantico non c’è niente di più bello che leggere di un sentimento contrastato che però riesce a trovare il suo lieto fine. Ma chi riuscirà a contendersi il cuore dell’energica protagonista? Elizabeth/Liz, infatti, oltre a essere una responsabile pasticciera, è anche una ragazza dall’animo molto fragile, forse un po’ troppo provato dalle delusioni d’amore per poter credere che esista davvero la persona giusta.

Carter era esattamente tutto quello che volevo fino al giorno prima, mi sembrava d’aver preso la scelta giusta lasciandoci. Ora però ero confusa, e di certo non perché Jude mi era stato vicino. Non avevo cambiato idea su di lui, né lo vedevo con occhi diversi. Non volevo riaprire una porta che avevo chiuso, ecco tutto.

In un paesino nei pressi di Londra che ricorda tanto le atmosfere magiche della Stars Hollow di Gilmore Girls, si muovono e si intrecciano le vite di tutti i protagonisti: oltre a Liz, troviamo l’affidabile Alice, Carter, Jude, ma anche Becca e Aaron, tutti quanti impegnati a rendere il romanzo piacevolmente “movimentato”. Liz e Alice non sono solamente delle ottime amiche, ma soprattutto delle inseparabili colleghe di lavoro: insieme gestiscono la pasticceria “Bibury’s Sweet”, un negozietto di dolci fatti in casa che rappresenta una meta sicura – e pure un rifugio – per tutti gli abitanti della vivace cittadina.

Ormai abituate al gelido inverno inglese, camminammo fino al nostro negozietto, il “Bibury’s Sweet”. Lo so, un nome un po’ scontato, ma non lo era quando decidemmo di diventare socie e aprirlo. Era l’unica pasticceria del paese e ne eravamo molto fiere. Scegliemmo di tingere le pareti di rosa e di bianco, per ricordare i marshmallow, e arredammo gli interni solo ed esclusivamente con mobili antichi, per rendere giustizia al nostro paese, dove il tempo sembrava essersi fermato. Somigliava a una deliziosa sala da tè.

La routine viene decisamente sconvolta quando a Bibury approda il londinese Jude Oldem, così (apparentemente) altezzoso da portare con sé il fare poco socievole della Capitale. Ma il ragazzo è molto diverso dai pregiudizi che gli vengono etichettati addosso: sarà proprio il clima familiare in cui si ritrova a vivere dopo un breve trasferimento con la madre, infatti, a far emergere il lato più tenero del suo carattere, facendogli conquistare non solo l’affetto e la complicità delle persone, ma anche una rivalsa agli occhi di Liz per il suo legame con la difficile e capricciosa sorella Becca. “Mi sono ripromessa di odiarlo” sembra però dire orgogliosamente la protagonista, ma tra fuochi d’artificio, feste di ballo e gustose fette di torta, la ragazza dovrà rivedere un po’ i suoi piani. Alla fine, non si può resistere al fascino magnetico di chi pensiamo di detestare, né tantomeno siamo noi a decidere da cosa veniamo attirati.

Mi sedetti e rimasi in silenzio per il tempo che restò, imbarazzata da quanto era appena successo. Lo fissai di tanto in tanto, ma lui non mi guardò nemmeno un istante. Era rilassato, a suo agio. Mi odiava e pareva allo stesso tempo il contrario. Io stessa non sapevo cosa pensare.

In una trama che percorre tutte le sfumature dell’amicizia e dell’amore, la giovane protagonista si ritroverà faccia a faccia con dei sentimenti che mai avrebbe voluto provare, ma da cui inevitabilmente viene travolta. Cosa nascondono, però, Jude e la sua famiglia? Il segreto è sicuramente un altro elemento importante di questo romanzo. Magari la risposta si trova proprio nel prologo della storia, decisamente anomalo e spaventoso se pensiamo alla dolcezza d’insieme di Bibury’s Sweet. Se il lettore è diviso sin dall’inizio tra la “stabilità” di Carter e la loquacità di Jude, ben presto si renderà conto che il mistero non accompagnerà solamente il ragazzo londinese, ma molto di più, complice anche quell’incipit piuttosto curioso che pone tutta la trama – prettamente romantica – quasi sul piano di un thriller. 

Il rumore del trapano mi fece rinsavire, assordandomi. Aprii gli occhi e mi ritrovai legata a terra, mani e piedi. Un bavaglio mi impediva di urlare. Era tutto buio intorno, e dedussi di trovarmi ancora in quella casa stregata. Una mano mi afferrò dai piedi e mi trascinò sul pavimento freddo per un breve tratto. Ero ancora stordita e nella stanza regnava il buio, contrastato da poche lucine fioche. Eppure nell’ombra, intravidi l’uomo che mi aveva intrappolata.

Non bisogna dimenticare però che l’amore trionfa su tutto e, come un dolcetto o una fetta di torta, è in grado di mitigare gli animi di tutti. Ma quale sarà il prezzo che i due amanti dovranno pagare per uscire allo scoperto? La verità sa essere tanto generosa quanto crudele, proprio come questo libro dagli ingredienti un po’ dolci e un po’ amari.

Parole chiave:

  • Fiducia: in se stessi e negli altri; per quanto sia difficile “affidarsi” a qualcuno è il coraggio di lasciarsi andare (ancora) la migliore cura per i vecchi mostri del passato.
  • Amore/odio: i due sentimenti cardine del romanzo, mescolati come un “impasto” fatto di equivoci e personalità solo apparentemente contrastanti. Come in una ricetta, però, sono proprio gli ingredienti dosati nel modo giusto a rendere il risultato perfetto.
  • Maturazione: la cosa incredibile dei personaggi di Bibury’s Sweet è che non sono gli stessi dall’inizio alla fine. Maturano, si modificano in meglio, in primis Becca (che, detto sinceramente, avrei tanto voluto strozzare!).
  • Magia: non quella di Harry Potter, ma quella che avvolge la bellissima cittadina di Bibury e la anima di un’atmosfera speciale, così tanto da far desiderare al lettore a prendere cittadinanza lì.
  • Destino: più volte è chiamato in causa nel romanzo, quasi sempre per sfidarlo. È possibile vincere contro i fatti che sembrano remare contro i desideri dei protagonisti? Fortunatamente sì, soprattutto perché niente è scritto in maniera indelebile.    

Voto: 3,5 segnalibri su 5

Bibury's Sweet - Giuliana Tunzi

Titolo: Bibury’s Sweet
Autore: Giuliana Tunzi
Editore: Createspace Independent Pub
Lunghezza: 330 pagine
Trama: Dall’autrice di Empty, il potere, l’affascinante e tormentata storia d’amore tra Elizabeth Miller e Jude Oldem. A fare da cornice, la deliziosa pasticceria “Bibury’s Sweet” e la cittadina inglese di Bibury, tanto romantica quanto rumorosa, i cui abitanti fanno da coro, affatto tragico e invece spumeggiante e divertente, ad ogni avventura. Non lontano da una Londra lussureggiante e sfarzosa, peripezie d’ogni sorta e mille vicissitudini osteggiano l’amore segreto dei due protagonisti: riusciranno a vincere e ribaltare il loro ineluttabile destino?
Per acquistarlo:clicca qui per la copia cartacea (al prezzo di 10,54 euro) oppure clicca qui per il formato eBook (al prezzo di 3 euro)

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Appuntamento con l’autore: Philip Roth

Philip Roth

Immagine presa dal web

Nato a Newark nel 1933 da una famiglia ebrea di umili origini, Philip Milton Roth ha abbandonato presto il piccolo paese di provincia per inseguire le sue ambizioni culturali. Infatti, dopo aver conseguito una laurea in Letteratura inglese presso la Bucknell University nel 1954 e poi un master all’Università di Chicago nel 1955, ha cominciato a dedicarsi alla scrittura professionale che, con il tempo, gli ha fatto conquistare numerosi riconoscimenti prestigiosi (tra cui il Pulitzer nel 1998 per American Pastoral e il Premio Franz Kafka nel 2001), ma mai il premio Nobel a cui è stato candidato diverse volte. È inevitabile pensare a quanto tale notizia risulti “ingiusta” proprio oggi, giorno della sua morte, mentre poche settimane fail rinomato evento è stato cancellato a causa dell’ennesimo scandalo molestie e il tutto ha l’aria di essere il brutto scherzo di un destino che ha sbagliato le tempistiche. Ma la grandezza di Philip Roth è in grado di prescindere da tutto questo, a maggior ragione se si pensa a quanto sia stata influente la sua scrittura nella società contemporanea, quasi sempre perlustrata nel profondo e portata tra le pagine dei suoi romanzi nella sua forma più schietta. La realtà americana da una parte e il suo essere ebreo dall’altra, tra suoi scritti più importanti possiamo citare il suo esordio letterario Addio, Columbus e cinque racconti (1959), il capolavoro “scandaloso” Lamento di Portnoy (1969), la sperimentazione di satira politica La nostra gang (1971), fino ad arrivare ai recenti Pastorale americana (1997), Ho sposato un comunista (1998), La macchia umana (2000), che insieme formano una trilogia, poi ancora Il complotto contro l’America (2004) e Nemesi (2010).

Certo, i romanzi di Philip Roth non sono consolatori: che si tratti di vicende collettive o di piccoli drammi personali, le sue storie sono di una sincerità spietata. Lui stesso, d’altronde, ha sempre ritenuto che prendersi cura dei lettori non sia un dovere dello scrittore: la letteratura non è che un altro aspetto di una vita in cui ogni persona è chiamata a occuparsi di se stessa, senza che lo debbano fare altri al posto suo. (da Il Libraio)

La vita è senza dubbio l’elemento che più compare nei romanzi di Philip Roth: che si tratti della sua o di quella degli altri, in maniera centellinata o evidente, i cenni autobiografici sembrano essere un elemento inalienabile della sua scrittura, tant’è che sono frequenti nei suoi romanzi i riferimenti alle scene di vita quotidiana e alle storie che scorrono sotto gli occhi ogni giorno. Un attento osservatore della realtà, quindi, ma anche di una società che sembra riscrivere il presente in relazione a un passato che ripropone continuamente le stesse dinamiche: un esempio su tutti è l’estremizzazione descritta ne Il complotto contro l’America attraverso lo slogan “America First”, raccontata nel 2004 e ritornata inconsapevolmente (ma anche tristemente) in auge proprio in questi anni con Donald Trump. La fede ebraica – di cui andava orgoglioso – le analisi morali, le tematiche politico-sociali: questi gli argomenti che più spiccano nella sua produzione letteraria che consta più di trenta romanzi, tutti sapientemente pensati e frutto di un attività vista più come uno “sforzo”, una missione, piuttosto che come un hobby.

Nel 2010 in Why Write? avevo la convinzione che non avrei più potuto fare meglio. Credo che ogni talento, per quanto proficuo, abbia i suoi limiti. Non si può essere fruttuosi per sempre. Ho vissuto 50 anni in una stanza silenziosa come il fondo di una piscina, in preda ad emozioni contrastanti, in una tremenda solitudine. (dal New York Times)

Dopo aver dichiarato di aver dedicato una vita alla scrittura e alla ricerca del “meglio” che poteva fare, nel 2012 Roth ha ufficialmente annunciato il suo ritiro dalle scene della Narrativa contemporanea (con la disposizione che i suoi archivi venissero distrutti alla sua morte). Un’uscita che, oggi più che mai, ci fa sentire fortemente la mancanza della sua abile “penna” e della sua mordace franchezza. Quasi profetiche le parole rilasciate in una delle sue recenti interviste:

Ogni mattino al risveglio penso: Sono sopravvissuto un’altra notte. Vado a dormire sorridendo e mi sveglio sorridendo. È come un bel gioco d’azzardo, ogni giorno alzo la posta e vinco, vinco ancora. Sono ancora qui e mi illudo che possa durare per sempre. Vedremo quanto durerà la mia fortuna. (dal New York Times)

Vi lascio una selezione di romanzi che, in un certo senso, rappresentano un affresco delle più interessanti “sfumature” di Philip Roth; se volete consultare la bibliografia completa pubblicata da Einaudi, cliccate qui.

Lasciar andare (acquistabile qui al prezzo di 20,40 euro)
Trama: “In quel periodo ero sottotenente d’artiglieria, di stanza in un angolo desertico e sperduto dell’Oklahoma, e il mio unico legame col mondo dei sentimenti non era il mondo stesso, ma Henry James, che da qualche tempo avevo cominciato a leggere”. Congedato poco tempo prima dall’esercito, ancora scosso dalla recente morte della madre, libero dai vecchi legami e ansioso di crearsene nuovi, Gabe Wallach entra nell’orbita di Paul Herz, un compagno di studi, e di Libby, la malinconica moglie di Paul. Il desiderio di Gabe di mettere in relazione l’ordinato “mondo dei sentimenti” che ha conosciuto nei libri con il mondo reale si scontra prima con gli sforzi degli Herz di fare i conti con le difficoltà della vita adulta e poi con le sue stesse relazioni sentimentali. La volontà di Gabe di essere una persona seria, responsabile e generosa col prossimo viene messa alla prova dal rapporto con Martha Reganhart, una donna divorziata, madre di due bambini, vivace, senza peli sulla lingua. La complessa relazione di Gabe e Martha, e la spinta di Gabe a risolvere i problemi degli altri sono al centro di questo primo, ambizioso romanzo, di Philip Roth: ambientato negli anni Cinquanta, tra Chicago, New York e Iowa City, è il ritratto di un’America definita da vincoli sociali ed etici profondamente diversi da quelli di oggi.

Lasciar andare - P. Roth

Lamento di Portnoy (acquistabile qui al prezzo di 10,56 euro)
Trama: Alex Portnoy ha trentrè anni ed è commissario aggiunto della Commissione per lo sviluppo delle risorse umane del Comune di New York. Nel lavoro è abile, intransigente, stimato. Il libro riporta il monologo di Alex che, dall’analista ripercorre la sua vita per capire perché è travolto dai desideri che ripugnano alla “mia coscienza e da una coscienza che ripugna ai miei desideri”.

Lamento a Portnoy - P. Roth

Pastorale americana (acquistabile qui al prezzo di 7,50 euro)
Trama: Seymour Levov è un ricco americano di successo: al liceo lo chiamano “lo Svedese”. Ciò che pare attenderlo negli anni Cinquanta è una vita di successi professionali e gioie familiari. Finché le contraddizioni del conflitto in Vietnam non coinvolgono anche lui e l’adorata figlia Merry, decisa a portare la guerra in casa, letteralmente. Un libro sull’amore e sull’odio per l’America, sul desiderio di appartenere a un sogno di pace, prosperità e ordine, sul rifiuto dell’ipocrisia e della falsità celate in quello stesso sogno.

Pastorale americana

Il complotto contro l’America (acquistabile qui al prezzo di 11,47 euro)
Trama: Quando l’eroe dell’aviazione Charles A. Lindebergh, rabbioso isolazionista e antisemita, sconfigge Franklin Roosevelt alle elezioni presidenziali del 1940, la paura invade ogni famiglia ebrea americana, soprattutto quella del piccolo Philip, investita dalla violenza del pogrom che si scatena. Roth parte da questo antefatto di fantastoria per raccontare cosa accadde a Newark alla sua famiglia, e a un milione di famiglie come la sua, durante i minacciosi anni Quaranta, quando i cittadini ebrei americani avevano buoni motivi per temere il peggio.

Il complotto contro l'America - P. Roth

Nemesi (acquistabile qui al prezzo di 10,27)
Trama: Al centro di “Nemesi” c’è un animatore di campo giochi vigoroso e solerte, Bucky Cantor, lanciatore di giavellotto e sollevatore di pesi ventitreenne che si dedica anima e corpo ai suoi ragazzi e vive con frustrazione l’esclusione dal teatro bellico a fianco dei suoi contemporanei a causa di un difetto della vista. Ponendo l’accento sui dilemmi che dilaniano Cantor e sulla realtà quotidiana cui l’animatore deve far fronte quando nell’estate del 1944 la polio comincia a falcidiare anche il suo campo giochi, Roth ci guida fra le più piccole sfaccettature di ogni emozione che una simile pestilenza può far scaturire: paura, panico, rabbia, confusione, sofferenza e dolore. Spostandosi fra le strade torride e maleodoranti di una Newark sotto assedio e l’immacolato campo estivo per ragazzi di Indian Hill, sulle vette delle Pocono Mountains – la cui “fresca aria montana era monda d’ogni sostanza inquinante” -, “Nemesi” mette in scena un uomo di polso e sani principi che, armato delle migliori intenzioni, combatte la sua guerra privata contro l’epidemia. Roth è di una tenera esattezza nel delineare ogni passaggio della discesa di Cantor verso la catastrofe, e non è meno esatto nel descrivere la condizione infantile.

Nemesi - P. Roth

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“La svastica sul sole”: quando la Germania e il Giappone hanno vinto la Seconda guerra mondiale

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Valentina Zanotto

Come sarebbe il mondo se la Seconda guerra mondiale fosse stata vinta dalla Germania e dal Giappone? Questo è l’interrogativo che sta alla base della realtà immaginata da P. K. Dick nel suo romanzo, del 1962, La svastica sul sole (anche conosciuto con il nome The Man in the High Castle o ancora L’uomo nell’alto castello). Un testo che, oltre a rappresentare un caposaldo della letteratura fantascientifica, ha anche dei risvolti piuttosto moderni che non smettono mai di stimolare il dibattito che contrappone history e science fiction. 

Bisognava prendersela con i tedeschi, per questa situazione. Per la loro tendenza ad azzannare bocconi più grossi di quanto potessero masticare. Dopo tutto erano riusciti a malapena a vincere la guerra, e tutt’a un tratto si erano lanciati alla conquista del sistema solare (..). E in definitiva avevano avuto successo con gli ebrei, con gli zingari e con gli studiosi della Bibbia. E gli slavi erano stati ricacciati indietro di duemila anni, fino alle loro terre d’origine in Asia. Fuori dall’Europa, con grande sollievo di tutti. (..) Ma l’Africa. Laggiù si erano semplicemente lasciati trascinare dall’entusiasmo, e c’era da ammirarli, anche se avrebbero fatto meglio ad avere un po’ più di pazienza e ad aspettare, per esempio, che fosse portato a termine il Progetto Terre da Coltivare. Ma laggiù i nazisti avevano mostrato dell’autentico genio, rivelando tutto il loro talento artistico. Il Mediterraneo chiuso, prosciugato, trasformato in terreno coltivabile per mezzo dell’energia atomica… che grande ardimento! (..) Per quanto riguarda la Soluzione Finale del Problema Africano, abbiamo quasi raggiunto i nostri obiettivi. Sfortunatamente, però… Eppure c’erano voluti duecento anni per liberarsi degli aborigeni americani, e la Germania, in Africa, ce l’aveva quasi fatta in quindici anni.

Hitler e l’Impero giapponese, infatti, hanno vinto il secondo conflitto mondiale e ora gli Stati Uniti sono divisi in tre parti: la costa orientale comandata dai tedeschi, al centro gli stati neutrali delle Montagne Rocciose e la costa occidentale sotto il controllo del Giappone. Questa spartizione territoriale rispecchia anche i personaggi principali che compaiono nella storia, tutti quanti distinti per idee politiche e nazionalità. Ci sono il funzionario giapponese Tagomi, l’orafo ebreo Frank Frink (in origine Fink, ma modificato per sfuggire alle persecuzioni), lo svedese Baynes (il Rudolf Wagener della missione “Dente di Leone”), la seducente Juliana Frink che abita negli stati delle Montagne Rocciose ed ex moglie di Frank, il mercante di oggetti storici (segretamente filo-nazista) Robert Childan e l’italiano Joe Cinnandella (che si rivelerà essere, in realtà, un sicario svizzero). La svastica sul sole è il racconto di una storia fitta e subdola, decisamente diversa da quella che ci è stata tramandata, in cui i giochi di potere dei nazisti creano un mondo del tutto inaspettato. Nel “cosa sarebbe successo se” presentatoci da Dick, infatti, il Reich non è capitolato sotto i colpi degli Alleati, piuttosto è dipinto come un territorio sterminato e “avanzato” in cui i nazisti non solo sono riusciti a eliminare tutti gli ebrei (proprio come nella peggiore delle ipotesi possibili), ma anche la popolazione nera dell’Africa, tramando allo stesso tempo un conflitto contro i giapponesi e la conquista dello spazio. 

E’ una deformazione della mia percezione ottica, di natura particolarmente sinistra. Un disturbo che distorce il mio senso spaziale. L’orizzonte deformato. Come un micidiale astigmatismo che colpisce senza preavviso.

In questo contesto distorto, gli Stati Uniti sono presentati come invasi e sottomessi a delle potenze vincitrici che tengono in mano un mondo ucronico e paradossale in cui i razzi che si occupano del trasporto delle persone convivono comunque con i retrogradi “taxi a pedali”. Queste “oscillazioni” avanti e indietro nel tempo riguardano diversi elementi nel testo: se da una parte, infatti, abbiamo queste innovazioni tecnologiche e l’espansione verso Marte a proiettarci verso una realtà futuristica, dall’altra, l’ancoraggio al passato viene riproposto, fin dall’inizio del romanzo, nella presenza di Robert Childan, un antiquario che possiede un negozio di Manufatti Artistici Americani precedenti alla Guerra. Ma non sempre le cose sono come sembrano: i manufatti che dovrebbero essere una testimonianza dell’originalità del passato, si rivelano essere piuttosto della paccottiglia rivenduta a dei collezionisti giapponesi ignari. P. K. Dick, con questi “piccoli” espedienti, non racconta solo il rapporto ambiguo tra realtà e illusione, ma prende come ispirazione il potere della scrittura di stravolgere ogni cosa, perfino la storia che sembra data per assodata. L’autore, infatti, porta su carta degli eventi manipolati e riscritti che fanno parte di un universo alternativo e che non hanno delle coordinate storiche ben precise, come nel caso de La cavalletta non si alzerà più, il “libro nel libro” di Abendsen citato nella storia e che, nel romanzo originale, prende il nome di The Grasshopper Lies Heavy. In questa sorta di metarappresentazione, le due diverse realtà si incontrano e si parlano attraverso i personaggi. 

«Lui sostiene che invece di un isolazionista come Bricker, nel 1940, dopo Roosevelt, sarebbe stato eletto Rexford Tugwell.» Il suo viso liscio rifletteva le luci del traffico e scintillava di animazione; i suoi occhi erano diventati più grandi e nel parlare gesticolava molto. «E sarebbe stato molto attivo nel continuare la politica anti-nazista di Roose-velt. Perciò la Germania avrebbe avuto paura di intervenire a favore del Giappone nel 1941. Non avrebbe rispettato gli accordi. Capisci?» Si voltò verso di lui, lo afferrò decisamente per la spalla e aggiunse, «E così la Germania e il Giappone avrebbero perso la guerra!»
Lui rise.
La ragazza lo fissò, cercando qualcosa sul suo volto – lui non riuscì a capire che cosa, anche perché doveva stare at- tento al traffico – e disse, «Non c’è niente da ridere. Sareb- be successo davvero così. Gli Stati Uniti avrebbero avuto la meglio sui giapponesi. E…»
 

Tutto questo non fa altro che spiazzare il lettore mettendolo nella condizione di pensare ad un mondo “sottosopra” – o meglio, nascosto tra le righe – in cui, lui stesso, avrebbe potuto vivere se la fantascienza fosse stata realtà. I tedeschi/nazisti possiedono sicuramente l’autorità per comandare il territorio che la vittoria della Seconda guerra mondiale ha loro “assegnato” (con l’aiuto di un P. K. Dick che non manca di etichettarli come i “cattivi” della situazione), ma ciò che emerge nel romanzo è che essi manchino dell’autorevolezza necessaria per manifestare la loro vera supremazia come vincenti. Il loro paese, infatti, appare quasi come un corpo malato, come malato è anche l’Hitler descritto nel romanzo: l’ideologia nazista è mandata avanti dai suoi fedelissimi, tutto questo in uno scenario in cui i tedeschi non hanno comunque il punto di vista privilegiato. Alla luce di questi aspetti, quello si coglie dalla lettura de La svastica sul sole, oltre alla narrazione ucronica che prescinde dalla storicità, è anche il tentativo di P. K. Dick di compiere una sorta di miscellanea di temi, sia dal punto di vista contenutistico sia simbolico, che ripercorrono anche la storia dei generi. Ecco quindi che lo scrittore “immaginato” Hawthorne Abendsen compare per richiamare anche un altro autore altrettanto importante, ma ben più reale: Nathaniel Hawthorne. 

«Devi essere un agente dell’SD» disse lei. «Che si spaccia per un camionista italiano. Non hai mai combattuto in Nord Africa, vero? Probabilmente sei venuto qui per uccidere Abendsen; non è così? So che è così. Credo di essere piuttosto stupida.» Si sentiva prosciugata, inaridita. 

In questo collage storico rientra anche la “questione ebraica” e il modo in cui P. K. Dick la affronta. L’autore, infatti, porta alla luce un mondo in cui, brutalmente, gli ebrei sono stati quasi completamente eliminati e il razzismo si è esteso anche alla cancellazione della popolazione nera dell’Africa. Frank Frink, in questo contesto, è sicuramente colui che incarna di più le problematiche dell’odio razziale che con Hitler ha avuto il suo culmine massimo con la deportazione. Ma le persecuzioni di cui parla Dick, alla fine, coinvolgono tutti, senza distinzioni. E probabilmente è questa la grande morale di The Man in the High Castle: qualunque siano le intenzioni e qualsiasi sia la posta in gioco, il male è sempre dietro l’angolo e, come tale, è costantemente pronto ad influenzare non solo gli eventi, ma anche le esistenze di tutti coloro che tocca. La svastica sul sole descrive uno scenario ipotetico, ma allo stesso tempo anche terribilmente reale in cui i protagonisti si muovono come delle marionette manovrate da dei giochi di potere molto più in alto di loro. L’ordine scricchiola continuamente e a tremare sono anche le fondamenta di una storia che assume i panni di una verità, a tratti scomoda e a tratti liberatoria, che muta a seconda del punto di vista con cui la si guarda. 

Come una rana strappata al fondo di uno stagno, pensò. La stringi nel pugno, le ordini di riferire che cosa c’è in fondo all’acqua. Ma qui la rana non ti prende nemmeno in giro; soffoca in silenzio, diventa pietra o argilla o minerale. Inerte. Torna alla rigida sostanza familiare nel suo mondo-tomba.
 Il metallo viene dalla terra, pensò mentre osservava. Da ciò che sta sotto: da quel regno che è il più basso e il più denso. Luogo di folletti e di caverne, umido, sempre buio. Il mondo yin, nel suo aspetto più malinconico. Il mondo dei cadaveri, del disfacimento, della rovina. Delle feci. Di tutto ciò che è morto, che è scivolato verso il basso e si è disintegra- to, strato dopo strato. Il mondo demoniaco dell’immutabile; il tempo-che-fu.

«La storia ci sfiora appena», scrive Dick ne La svastica sul sole. Eppure, una volta ultimata la lettura, il suo tocco è pesante sulle esistenze dei personaggi che abitano il romanzo. 

Parole chiave:

  • Autenticità/finzione: una dicotomia che attraversa tutto il romanzo e che non riguarda solamente la storia raccontata, ma anche gli stessi personaggi perché si rivelano essere diversi da quanto si era immaginato. Cosa è vero? E cosa, invece, è falso? La svastica sul soleinscena una trama che è la cancellazione della storia stessa, ma anche una possibile variante di come sarebbe potuta andare se certe cose non sarebbero successe o si fossero verificate diversamente.
  • Meta-romanzo: il “libro nel libro”, come accade con La cavalletta non si alzerà più di Abendsen, il romanzo citato nella storia. Quest’ultimo, infatti, è un libro che circola clandestinamente negli Stati Uniti e che racconta un mondo in cui si immagina che la Germania e il Giappone abbiano perso la guerra, creando l’effetto di una ucronia nell’ucronia stessa. Quello di Abendsen non è il solo libro citato: fondamentale per i protagonisti de La svastica sul sole è anche l’I Ching, il testo cinese sugli oracoli che viene consultato molto spesso come aiuto nelle loro scelte.
  • Potere: quello che muove la trama, le persone e il mondo intero. Ne La svastica sul sole, il potere è qualcosa di trasparente e subdolo che si infiltra in qualunque parte, anche dove sembra non ci sia oppure sembra ce ne sia già abbastanza.
  • Dente di leone: ovvero l’operazione di spionaggio tedesca ai danni dell’impero giapponese. L’equilibrio delle due superpotenze infatti, per tutta la lettura di questo romanzo, da l’idea di essere come un castello di carta che è destinato inesorabilmente a crollare.
  • Hawthorne: il nome di battesimo dello scrittore “Abendsen” citato nel testo e autore de La cavalletta non si alzerà più, ma anche quello di “Nathaniel Hawthorne”, ovvero uno dei primi autori del romance ottocentesco; probabilmente un finissimo riconoscimento da parte di P. K. Dick.

Voto: 4 segnalibri su 5

La svastica sul sole (P. K. Dick)

Titolo: La svastica sul sole
Autore: P. K. Dick
Editore: Fanucci
Lunghezza: 306 pagine
Prezzo: 9,90 euro
Trama: Stati Uniti d’America, 1962. La schiavitù è di nuovo legale, i pochi ebrei sopravvissuti si nascondono dietro falsi nomi, la California è asservita al Giappone. Vent’anni prima l’asse ha vinto la seconda guerra mondiale, e si è spartito l’America. Sul resto del mondo incombe una realtà da incubo: il credo della superiorità razziale ariana ha soffocato ogni volontà o possibilità di riscatto. L’Africa è ridotta a deserto, vittima di una soluzione radicale di sterminio, mentre l’Italia ha ottenuto solo le briciole dell’immenso potere dell’Europa. In questo scenario due libri segnano il destino collettivo, influenzando scelte e comportamenti: un testo antico, il millenario “I Ching”, e un romanzo moderno, un misterioso libro “underground” che minaccia di sovvertire l’ordine mondiale basato sul predominio assoluto dei vincitori. Si tratta di “La cavalletta non si alzerà più”, un best-seller vietato in tutti i paesi del Reich, che racconta una realtà in cui l’Asse non ha vinto la guerra ma è stato sconfitto dagli alleati.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 7,43 euro)

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“Fahrenheit 451”: un fuoco che brucia e non scalda

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Valentina Zanotto

«Se vi danno un foglio con le righe già tracciate, scrivete dall’altra parte»: con questa evocativa e reale (si capirà nella lettura il perché) citazione di J. R. Jiménez inizia Fahrenheit 451, un romanzo distopico scritto da Ray Bradbury (lo stesso di Cronache marziane) nel 1953 e che descrive, attraverso l’ambientazione in un futuro imprecisato, una società paradossale in cui leggere o possedere libri è considerato un reato.

Quindi, ora vede perché i libri sono odiati e temuti? Perché mostrano i pori sulla faccia della vita. La gente adattata vuole facce simili a lune di cera, senza pori e senza peli, dunque senza espressione. viviamo in un’epoca in cui i fiori cercano di vivere a spese di altri fiori, invece di crescere grazie alla pioggia e alla terra grassa. Persino i fuochi d’artificio, in tutta la loro bellezza, nascono dalla chimica della terra. Eppure noi pensiamo di poterci nutrire di fiori e fuochi artificiali, senza completare il ciclo che ci riporta alla realtà.

Il protagonista principale della storia è Guy Montag, un pompiere che vive una realtà grigia come il colore del metallo e “desolatamente” dominata da strane tecnologie (come i “segugi meccanici” che si occupano della sorveglianza e della ricerca delle persone). La civiltà, in questo romanzo, è descritta come qualcosa che va in pezzi e si sta sgretolando, un concetto che ricorda anche un altro grande romanzo distopico e con il quale è inevitabile fare dei parallelismi: 1984 di George Orwell. Se in quest’ultimo, però, la vita è sotto il prepotente controllo dell’occhio del “Grande Fratello” che non fa pensare autonomamente, in Fahrenheit 451, invece, l’occhio che vigila è soprattutto quello dei pompieri che, in una società imbottita di divertimenti artificiali, fanno il contrario di ciò per cui sono famosi: appiccano incendi, distruggono libri e annientano qualsiasi sprazzo di personalità.

Ogni uomo deve essere l’immagine degli altri, perché allora tutti sono felici, non ci sono montagne che li fanno tremare, cime con cui devono confrontarsi. Ecco perché un libro è come un’arma carica nella casa del vicino. Brucialo, togli le munizioni dell’arma. Entra nella mente dell’individuo.

Il tema del fuoco compare dall’inizio alla fine del libro come elemento detentore di accezioni positive e negative. Gli inceneritori e le fucine hanno il compito di distruggere qualsiasi libro o documento, mentre i pompieri danno fuoco a ogni cosa (e anche persona) ostacoli il credo della loro società: non è un caso che il loro slogan sia «Bruciali tutti e poi brucia le ceneri», ma anche che siano paragonati a dei freaks del fuoco che, attraverso gli incendi, compiono quasi degli eventi spettacolari per le persone che li osservano “allucinate”.

Voi siete come il circo che arriva nell’edificio segnalato e, di tanto in tanto, raduna la gente che vuole vedere lo spettacolo di un falò, ma ormai è uno spettacolino provinciale e non certo indispensabile per tenere in ordine le cose.

In Fahrenheit 451, il fuoco però non brucia solamente, ma è anche l’elemento purificatore che riscalda e dona nuova vita, proprio come accade a Guy Montag sul finire del romanzo: non solo l’uomo riesce a scappare lontano da quella società che tanto lo disgusta, ma ai confini della città incontra degli esuli capitanati da un certo Granger. Qui, con grande meraviglia, scopre che la memoria letteraria dell’umanità sembra essere in salvo: ciascuno di loro, infatti, ha memorizzato il frammento di un libro per tentare di “salvarlo” dalla cancellazione definitiva, ecco perché si sono definiti come «pezzi e bocconi di storia»). Il romanzo, in sostanza, è diviso in tre parti (o capitoli) che, come dei frammenti, si uniscono per formare un totale: “Il focolare e la salamandra”; “La sabbia e il setaccio”; “Divampante fulgore”. Ma non solo: questa struttura da modo di vedere e leggere Fahrenheit 451 come un percorso di crescita interiore proprio del protagonista Guy Montag. Parte dopo parte, infatti, quest’ultimo acquista sempre più consapevolezza di quello che sente dentro di sé e, come una fenice (citata anche nel testo), non solo risorge dalle ceneri, ma si ribella ai voleri di una società che non riconosce più come sua. In questo suo crescendo di sensazioni, cerca qualcuno con cui confidarsi e sentirsi “libero”, ma soprattutto qualcuno che, come lui, lotti per ribellarsi e riconosca nei libri uno strumento dal potere eccezionale. Clarisse (la “Beatrice” che gli ispira la ribellione) prima e Faber (l’amico professore) poi, infatti, rappresentano per Montag la salvezza e il punto di svolta, ponendosi praticamente all’opposto della moglie Mildred e del capo “incendiario” Beatty.

I libri erano solo uno dei ricettacoli in cui mettevamo le cose che avevamo paura di dimenticare. Non c’è niente di magico nelle pagine in sé, la magia è in quello che dicevano, nel come cucivano le toppe dell’universo per ricavarne un vestito adatto a noi.

I libri oltre a comparire con diverse citazioni e rimandi, vengono visti come gli elementi “umanizzati” che aiutano Guy Montag (e volendo anche lo stesso lettore) a mettere la testa “fuori dalla caverna”, proprio come accade nel mito di Platone. Tra questi sono citati I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, il Giulio Cesare di Shakespeare (che compare in uno scambio di citazioni letterarie tra Beatty e Montag e in cui, quest’ultimo, è quasi paragonato ad un Bruto che tradisce il “corpo” dei pompieri) e anche la Bibbia (evocativo il finale del libro in cui viene riportata una citazione dall’Apocalisse). Fahrenheit 451 è un libro straordinario, dal significato sorprendente: mentre si legge il romanzo è inevitabile provare un profondo senso di sconforto nell’immaginare come sarebbe potuto essere un mondo senza la libertà che può donare la lettura di un libro, sebbene il passato ci abbia già “regalato” episodi di questo tipo (si vedano ad esempio i famosi – purtroppo – roghi nazisti o gli incendi alle Biblioteche). Se siete curiosi di immergervi in un mondo in cui la distruzione dei libri è il tragico effetto di una terribile distorsione, lasciatevi conquistare da Fahrenheit 451. Nessun pentimento assicurato.

Parole chiave:

  • Specchio: non come elemento che compare fisicamente, ma come concetto che rimanda al “tema del doppio”. Montag è lo speculare di Beatty, mentre Clarisse, in un certo senso, rappresenta il doppio negativo di Mildred. La prima è una ragazza che si ostina a voler appartenere ad un mondo fatto di vita, rappresenta il cambiamento e il riferimento metaforico a tutto questo può essere riscontrato nel “dente di leone” che tiene tra le mani all’inizio del racconto, un fiore che simboleggia la libertà e la voglia di ricominciare. La seconda, invece, è la moglie di Montag (anche se non ricorda come): una donna completamente superficiale e assoggettata agli eventi che vive con delle protesi artificiali come la radiolina nell’orecchio o il teleschermo da guardare continuamente; la sua stanza sembra un mausoleo ed un regno tombale, mentre il suo corpo è paragonato a qualcosa che è morto o a un’effige sulla tomba.
  • Teatro: a partire dall’episodio in cui Montag declama dei versi assumendo la gestualità di un primo attore, fino ad arrivare alla sua fuga nel finale («palcoscenico con molti attori»), questo elemento si accosta al romanzo e lo arricchisce con degli spunti interessanti. Tra di essi ci sono anche dei riferimenti al “teatro dell’assurdo”, come ad esempio accade quando viene citata l’altissima velocità percorsa sulle strade (come se fosse una norma), il non rendersi conto dove si va oppure la legittima uccisione di animali durante la guida.
  • Vita: cercata dal protagonista Guy Montag, perseguita da Clarisse, ma anche presente negli stessi libri che, nel romanzo, vengono paragonati a delle vere e proprie persone con dei tratti fisici («occhi d’oro prima di scomparire»; «un cuore nel petto»).
  • Regolamento: quello imposto nella società pensata da Bradbury e che Beatty, il capo dei vigili del fuoco, vuole assolutamente far rispettare a tutti i costi, anche quello di uccidere. Esso è citato nel romanzo e ripercorre la storia che spiega il motivo per cui si è arrivati al punto di abolire ogni libro. In questo regolamento ci sono anche dei riferimenti inter-testuali: esordisce con la propaganda inglese nelle colonie dove vengono ripresi i margini della società e arriva perfino a definire i libri come qualcosa che va condensato e ridotto in modo tale che non scateni inutili discussioni tra le persone.
  • Fahrenheit 451: il titolo del libro e che fa riferimento a quella che Bradbury riteneva essere la temperatura di accensione della carta (per saperne di più, leggi qui).

Voto: 5 segnalibri su 5

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Titolo: Fahrenheit 451
Autore: Ray Bradbury
Editore: Mondadori
Lunghezza: 182 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Montag fa il pompiere in un mondo in cui ai pompieri non è richiesto di spegnere gli incendi, ma di accenderli: armati di lanciafiamme, fanno irruzione nelle case dei sovversivi che conservano libri e li bruciano. Così vuole la legge. Montag però non è felice della sua esistenza alienata, fra giganteschi schermi televisivi, una moglie che gli è indifferente e un lavoro di routine. Finché, dall’incontro con una ragazza sconosciuta, inizia per lui la scoperta di un sentimento e di una vita diversa, un mondo di luce non ancora offuscato dalle tenebre della imperante società tecnologica.
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