“Disturbi di luminosità”: luce e buio di una “una qualunque chiunque”

Tempo fa ho visitato una mostra interamente incentrata sulla follia (se volete entrare nel dettaglio, ne ho scritto qui). All’interno di questa esposizione – oltre a dipinti, sculture e oggetti di vario genere – si trovava anche una stanza completamente buia che, improvvisamente, veniva “illuminata” dai volti di decine di malati psichiatrici che abbagliavano letteralmente il visitatore con le loro espressioni stranite e fuori luogo. Ecco, le sensazioni provate quel giorno in quella sala, sono state le stesse identiche sensazioni percepite durante la lettura di Disturbi di luminosità (2018, Gaffi Editore): stranezza e “disagio”, dalla prima all’ultima pagina. Mai avrei pensato che, a distanza di tempo, quell’esperienza potesse “servirmi” per immergermi meglio all’interno di questo libro che, della follia e di ciò che le orbita intorno, ha molto da raccontare. Come primo punto mi preme di dire una cosa: leggere Disturbi di luminosità non è stato semplice, l’autrice Ilaria Palomba sembra dare libero sfogo alla casualità – di parole, di ricordi, di voci -, eppure, all’interno di questo caos, tutto pare avere comunque una logica. Del resto, anche la pazzia ha le sue regole.

I corridoi si allungano. I led sfavillano. Si accendono e spengono. Le porte si aprono e chiudono. Un miliardo di palline rosse si dividono in due e ancora in due e ancora e ancora e ancora.

Il romanzo è come un grande interruttore che si accende e si spegne sopra una storia complicata, quella di una ragazza (senza nome e senza identità) che ha subito una violenza carnale e del suo disturbo borderline che non le pone un freno. Come bene fa intendere il titolo, la luminosità è un concetto chiave che veste come un abito su misura tutto il percorso del lettore: che sia per mezzo di flash(back), di abbagli improvvisi o di chiarori persistenti, non c’è un momento in cui la luce – e anche il suo opposto – non compare come sintomo di una follia in grado di scavare nel profondo della psiche umana. Probabilmente questo è l’aspetto più significativo di tutto il romanzo, e la dicotomia che lo accompagna non fa altro che rinforzarne il messaggio. Solitamente la pazzia è ricondotta all’allucinazione, una condizione di disagio mentale che ha nella radice la particella “lux”, ma tutti – compresa la letteratura – ci insegnano che a intimorire di più sono soprattutto il buio e l’oscurità. Eppure qui, è proprio la luce a spaventare: non tanto per la sua intensità accecante, ma per la sua capacità di mettere “in chiaro” pezzi di vita destinati altrimenti a rimanere nell’ombra.

Li conosci, i mostri? Ecco, vieni, te li presento: i loro nomi sono Insonnia, Avidità e Paranoia. I mostri, amico mio, stanno aspettando che infili le dita nel fondo della terra. Stanno aspettando di sfilarti le dita come fossero collant.

La pazzia è vista come uno spettacolo teatrale in cui a entrare in scena sono dei mostri: si mescola alla finzione, ma anche alle presenze fantasmali e alla morte, ponendo questa storia sul piano del racconto del terrore capace di risvegliare delle strane e terribili creature interiori («Quando entro in una cattedrale gotica sento di entrare in un corpo. Le crepe si spalancano alla luce. Le vetrate innondano la pelle. Sento la possibilità del perdono. Ho voglia di inginocchiarmi e fare ammenda. Ma lei mi trascina via.»). Il lettore, con Disturbi di luminosità, diventa letteralmente “spettatore” di una seduta psicoanalitica in cui la paziente è accompagnata nel suo viaggio a ritroso nei ricordi da quello che nel testo viene chiamato l’Oracolo. Ciò che dovrebbe aiutare a fare ordine, però, paradossalmente crea ancora più confusione: la scrittura riproduce questo stato d’animo, ricreando in un certo senso la destabilità tipica di un insufficiente mentale (così come viene scritto nel romanzo).

I tagli, gli abusi di sostanze, le relazioni tormentate, i tentativi di suicidio, dipendono da quella cosa successa a dodici anni. Non è tanto il fatto che ti abbia presa con la forza, quanto l’abbandono. Il giorno dopo faceva lo stesso con un’altra, dice l’Oracolo.

L’obiettivo di questo testo sembra anche quello di scardinare ogni categoria e ordine prestabilito, proprio come racconta l’immagine raffigurata in copertina: la gabbia aperta non sta solo a indicare le restrizioni che vengono abolite, ma anche il fiume di parole che annega il lettore una volta che quest’ultimo entra in contatto con il “flusso di coscienza” della protagonista. La prigionia mentale si lascia andare a un grande monologo pieno di ricordi, violenze, esperienze oltre il limite e rivelazioni; mentre il cigolio insistente delle altalene che si sente di continuo è solo l’inizio di un viaggio verso l’inferno delle esperienze vissute dalla ragazza. Ad ascoltarla però c’è un fedele psichiatra, ma anche noi. 

Li dimensioni si smembravano in un frantumo di specchi. Ogni cosa era me e io ero in tutto. Uno squarcio di muro era una stanza. Ogni stanza era un lacerto di me. E gli altri, ricordavano una Morte sconosciuta. Ogni Morte la mia morte. La sua morte. La nostra. Non finiva mai questo morire e non morire mai. Forse era questo la giovinezza, un finire infinitamente.
Mi sarebbe piaciuto rimanerci per sempre, dimenticare il tempo, i prometeici studi, i volti famigliari. Perdermi agognavo, tra le fauci del sottomondo.

Disturbi di luminosità, oltre a ciò, è un grande serbatoio di rimandi: Joyce, McGrath, Pasolini, Dostoevskij, Orwell e Bauman, infatti, sono solo alcuni dei riferimenti intertestuali che costellano il romanzo e lo rendono unico nel suo genere. Come singolari sono anche le citazioni che aprono la storia, tematicamente collegate tra loro ed esplicative non solo per concepire, ancora una volta, quel rapporto fondante tra luce/buio, ma anche la genealogia di un disagio mentale che coinvolge, come in un rapporto simbiotico, l’intera esistenza.

Dissipa tu la montagna che m’impedisce
di vederti o di avanzare; nulla si può
dissipare che già non si sia sfiaccato. Dissipa
tu se tu vuoi questa mia debole vita che
s’incanta ad ogni passaggio di debole
bellezza; dissipa tu se tu vuoi questo mio
incantarsi, – dissipa tu se tu vuoi la mia
eterna ricerca del bello e del buono e dei
parassiti.
(Amelia Rosselli, La libellula)

Una coscienza antica abita dentro una
buia sala da banchetti accanto al soffitto
di una mente il cui pavimento si muove
in diecimila scarafaggi quando entra
un raggio di sole.
(Sarah Kane, Psicosi delle 4,48)

Da una parte Amelia Rosselli, che con la sua “libellula” esprime tutte le fragilità di una persona depressa (anche attraverso la ripetizione di quel Dissipa tu che ritorna ritmicamente come il battito d’ali dell’insetto); dall’altra Sarah Kane, i cui versi privi di speranza suonano quasi come un testamento pre-mortem: le parole di entrambe sono depositarie di un seme di follia che sembra crescere a dismisura e prendere ancora più forza non appena si entra nel vortice onirico delle storie narrate all’interno del diario-romanzo. Nonostante tutto esiste la bellezza, viene scritto, però anche quella ha un prezzo: diventare “una qualunque chiunque” e perdere così lo status di unicità che dava la malattia. Ma questo è abbastanza per essere salvati?

Parole chiave:

  • Capitolo “zero”: inizio sui generis, quasi come se la “terapia” dell’Oracolo fosse una tabula rasa da cui ripartire da capo.
  • Pomeriggio al cinema di Anna Corsini: racconto presente alla fine di Disturbi di luminosità e probabilmente omaggio a Franco Basaglia, celebre psichiatra che ha dato un nuovo volto ai trattamenti delle malattie mentali e alla concezione dei pazienti stessi: non più considerati alla stregua di cavie a cui sottoporre “cure” debilitanti e invasive (come l’elettroshock), ma esseri umani.
  • Lui, Lei, Narciso: i personaggi che, insieme all’Oracolo, abitano il romanzo e accompagnano la ragazza nel suo viaggio di ricordi luminosi e non. “Lui” rappresenta la salvezza, la redenzione; “Lei” è l’alter ego crudele; mentre “Narciso” dovrebbe manifestare quella superficialità che non fa rendere conto di cosa si ha tra le mani.
  • Dostoevskij: tra tutti i riferimenti intertestuali, quello che più mi è piaciuto è stato il collegamento al “sottomondo-sottosuolo” dostoevskijano, un luogo buio e profondo proprio come la psiche umana.
  • Non luogo: l’ambientazione di questo romanzo è ovunque ma anche da nessuna parte. La libertà che offre un viaggio e la possibilità di vedere diverse città, in questo caso, si scontra con i limiti di una mente che rende schiava e relega l’individuo entro i confini del suo “disagio” (anche in questo caso c’è un’altra significativa citazione, quella a George Orwell: «La libertà è schiavitù»).

Voto: 4 segnalibri su 5

Disturbi di luminosità

Titolo: Disturbi di luminosità
Autore: Ilaria Palomba
Editore: Gaffi Editore
Lunghezza: 130 pagine
Prezzo: 15 euro
Trama: “Disturbi di luminosità” è un’autofiction scritta con la tecnica del flusso di coscienza, ogni cosa si svolge nella mente di una donna che non ha nome. La protagonista soffre di un disturbo borderline di personalità scaturito da uno stupro. È spesso accompagnata da Lui, un personaggio amato e tanto odiato, proprio quanto tutto ciò la circonda; L’Oracolo, un terapeuta mistico che la segue durante il suo vaneggiare nell’incubo tra vita e morte; e Lei, una doppelgänger malefica, una sua doppia e simile; per poi arrivare a Narciso, un narcisista manipolatore, anch’esso vacillante tra amore e odio. La narrazione avviene tra una città e l’altra: Roma, Dublino, Parigi, Berlino, Bari, in un susseguirsi di fughe. Fughe dai luoghi ma anche da sé stessa, rapita in un baratro di eterni ritorni e incurabili voragini. Ma le ferite sono anche feritoie. La scrittura stessa presenta tale ambivalenza, un fiume che muta forma tra le mani – si piega – mi piega. Un fiume che straripa dagli argini per ritornare alla siccità, all’aridità di un cuore assediato da ripetute violenze e abbandoni. La tortura, la droga, i rapporti promiscui, l’autolesionismo, i tentativi di suicidio sono solo un grido che lamenta l’assenza d’amore, di certezze, di futuro, in un sociale che implode. Le ragioni sono scritte nell’ultima pagina e nessuno può conoscere la fine se non legge il libro per intero, dice L’Oracolo. Con un racconto di Anna Corsini.
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“Fatherland”: buon 75esimo compleanno, Adolf Hitler!

Non erano ancora le sette, e Berlino era animata dalle possibilità che la giornata doveva ancora spegnere.

Fatherland è la storia di un’ucronia che ha come protagonista la Germania nazista del Reich, ma anche il racconto di un potere che si insinua nella mente di chi crediamo insospettabile e intoccabile. Se non sapete cosa sia l’ucronia, vi basti solo pensare a questo: Hitler non ha affatto perso la Seconda guerra mondiale come la storia ci ha insegnato, ma l’ha così vinta da essere diventato il capo dell’intera Europa. Questo romanzo del 1992 scritto da Robert Harris, infatti, oltre a essere stato definito da molti come un capolavoro del thriller fantapolitico, si pone anche come un enorme gioco di potere in cui l’aspetto più spiazzante è la presenza di un passato alternativo che ha reso “apparentemente” invincibile la Germania nazista dopo il secondo conflitto mondiale.

In quel periodo dell’anno era impossibile attraversare Berlino senza imbattersi in una prova del genere. Fra sei giorni sarebbe stato il compleanno di Hitler, il Führertag, festa nazionale, e tutte le bande musicali del Reich avrebbero partecipato alla parata.

Siamo nel 1964 e a Berlino si stanno organizzando i festeggiamenti per il 75° compleanno di Hitler, ancora in vita e a capo del suo Reich. Ma non solo: oltre a questa importante celebrazione sono anche in atto i preparativi per l’arrivo del presidente americano Joseph Kennedy (padre di John Fitzgerald), in città per la stipula di rapporti diplomatici con i tedeschi per porre fine alla temutissima “Guerra fredda”, descritta in questo romanzo come una tensione tra Germania e Giappone. Un avvenimento turpe, però, sconvolge il clima di distensione e di “festa” che sta vivendo Berlino in quei giorni, ovvero il ritrovamento, sulla riva di un lago, del corpo di un gerarca nazista morto in circostanze molto ambigue. Il protagonista del racconto, Xavier March, è anche colui che è chiamato a svolgere le indagini che riguardano l’assassinio: l’uomo ha un passato militare molto complesso, membro delle SS e anche investigatore, e un aspetto freddo e spigoloso che, però, sembra “sciogliersi” non appena fa la conoscenza della giornalista americana Charlotte Mcguire, sua alleata nel tortuoso percorso atto a scoprire la verità che si trova dietro al delitto di quello che, poi, verrà identificato come Buhler (ma anche a tutto ciò che esso nasconde).

Com’è strano, pensò più tardi March, vivere la tua vita nell’ignoranza del passato, del tuo mondo, di te stesso. Eppure era così facile! Tiravi avanti giorno per giorno, seguendo il percorso che altri avevano tracciato per te, senza alzare mai la testa… sempre avvolto nella loro logica… dalla culla alla tomba. Era una sorta di paura. Bene, addio a tutto. Era una bella cosa lasciarselo alle spalle.

Nel mondo ipotizzato da R. Harris, l’assetto politico vede gran parte dei territori europei occupati dal Reich e i “temuti” gerarchi si impegnano per mandarlo avanti: se Himmler e Göring sono morti, Goebbels, Hitler ed Heydrich, invece, fanno ancora parte del governo nazista. La particolarità di Fatherland, infatti, non sta solo nel fatto di aver inserito nel romanzo dei personaggi realmente esistiti (oltre ai nomi già citati si aggiungono anche quelli di Nebe, Kennedy e Globočnik), ma anche nel fatto di averne immaginato la prosecuzione della vita, soprattutto nel campo politico-militare (un aspetto a cui l’autore dedica delle spiegazioni nelle ultime due pagine del libro, al termine del romanzo). Questi personaggi non sono altro che un’intricata tela di corruzione e segreti, e quello più grande (come si può ben immaginare) riguarda proprio l’esistenza di un grandissimo e sterminato campo di concentramento, secretato perfino all’opinione pubblica, in cui è disseminata morte e distruzione. In questo contesto, Xavier March e Charlotte Mcguire, rappresentano la faccia pulita di un corpo completamente corrotto e degenerato in giochi di potere che minano qualsiasi rapporto di fiducia, sia nel contesto lavorativo che in quello familiare.

Quando leggeva il giornale, March seguiva un’abitudine precisa. Cominciava dalle ultime pagine, dalla verità. Se c’era scritto che Lipsia aveva battuto Colonia per quattro a zero in una partita di calcio, molto probabilmente era esatto; neppure il Partito aveva ancora inventato un sistema per riscrivere i risultati sportivi.

La trama di Fatherland sembra voler cancellare i carnefici e, allo stesso tempo, cerca di far sparire per sempre le vittime, perfino da quella memoria che per prima dovrebbe ricordarle. Tutti i tedeschi, alla fine, si chiedono dove siano finiti gli ebrei, come mai siano scomparsi così, il problema è che lo fanno senza alzare troppo la voce nel timore di farsi sentire da coloro che muovono i fili di quella che è la grande macchina della distruzione nazista. I documenti che, pian piano, Xavier e Charlotte portano alla luce attraverso le loro pericolose indagini non fanno altro che dimostrare una paradossale razionalità dietro alla follia della deportazione: orari dei treni, stazioni ferroviarie, città, ogni cosa sembra essere organizzata nel minimo dettaglio, ma senza destare troppo clamore e nella massima segretezza.

Nel corso della soluzione finale, gli ebrei dovranno essere portati, sotto una direzione appropriata e in modo appropriato, all’Est, per essere utilizzati come manodopera. Separati per sesso, gli ebrei in grado di lavorare saranno condotti in contingenti numerosi a costruire strade, e senza dubbio il loro numero diminuirà attraverso un processo di riduzione naturale.
Coloro che inevitabilmente resteranno e che senza dubbio costituiscono l’elemento più resistente dovranno essere trattati in modo appropriato, poiché rappresentano il risultato di una selezione naturale che, all’atto della liberazione, dovrà essere considerato come una cellula germinale di un nuovo sviluppo ebraico (Si vedano le lezioni della storia.)
Nel corso della realizzazione pratica della soluzione finale, l’Europa sarà rastrellata da ovest a est.

Come si può raggiungere la verità se le prove sono corrotte? Ma soprattutto: qual è il valore di questa verità se tutto il percorso fatto per possederla si è rivelato essere un mero gioco pilotato dall’alto? Questi sono i principali interrogativi a cui Fatherland cerca di trovare una soluzione. Una risposta però che, sulla scia di 1984 di Orwell, lascia la porta aperta a molti altri possibili scenari, soprattutto per quanto riguarda il finale:

March si tolse il berretto, lo lanciò sull’erba nello stesso modo in cui suo padre aveva avuto l’abitudine di lanciare pietre piatte sull’acqua del mare. Poi estrasse la pistola dalla cintura, si assicurò che fosse carica, e si avviò verso gli alberi silenziosi.

Persino l’episodio in cui March si immerge in una vasca sembra offrire l’immagine di una persona, sola e sopravvissuta, che tenta di togliersi di dosso lo “sporco” di un mondo troppo difficile da risanare.

Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. March era sott’acqua, tratteneva il respiro e contava. Ascoltava i suoni soffocati, vedeva sagome simili ad alghe che fluttuavano accanto a lui nell’oscurità. Quattordici. Quindici. Sedici… Risalì in superficie con un grido, inspirando aria e grondando acqua. Si riempì i polmoni diverse volte, prese un’enorme boccata di ossigeno, si immerse di nuovo. Questa volta arrivò fino a venticinque prima che il suo respiro esplodesse e risalì, facendo traboccare l’acqua sul pavimento. Sarebbe mai riuscito a sentirsi pulito? Poi restò immobile, le braccia penzolanti dai bordi della vasca, la testa rovesciata all’indietro e gli occhi fissi al soffitto, come un annegato.

Robert Harris, probabilmente in maniera ponderata, ha scelto di affiancare questa scena suggestiva ad una citazione proveniente da I sommersi e i salvati di Primo Levi, quasi nel tentativo di “personificare”, attraverso dei gesti, le sue parole a proposito di un atto reso ancora più disumano dal tentativo di cancellarlo dalla memoria storica. La presenza di Levi non riecheggia solamente in questo frammento, ma sembra fare capolino anche durante le descrizioni dei Lager presenti nei documenti ritrovati dai protagonisti. Ecco che, allora, la mente razionale del chimico e scrittore italiano si mescola inesorabilmente agli appunti sui “campi” scritti dai burocrati nazionalsocialisti all’interno di Fatherland, ma anche ai disegni e agli schemi che ne dovrebbero mostrare l’organizzazione:

Il campo. La prima cosa che mi colpisce è la grandezza dell’installazione che, secondo Hoess, misura quasi due chilometri per quattro. Il terreno è argilla gialliccia, simile a quello della Slesia orientale… un paesaggio desertico interrotto a tratti da verdi boschetti di alberi. Nel campo, a perdita d’occhio, vi sono centinaia di baracche di legno con i tetti coperti di carta catramata verde. In lontananza vedo piccoli gruppi di prigionieri in uniforme a strisce bianche e blu: alcuni trasportano assi, altri badili e picconi, e alcuni caricano grosse casse sui camion.

E’ impossibile non concordare con chi ha definito Fatherland un capolavoro: questo romanzo è a dir poco geniale, un giallo fantapolitico che lascia con il fiato sospeso dall’inizio alla fine. L’ho letto per necessità (a causa di una ricerca) e l’ho adorato per scelta, sebbene come genere non rientri affatto nelle mie abituali letture. Coinvolgente, frustrante e attualissimo (grazie anche all’ucronia): se mi chiedessero di descriverlo in tre aggettivi, userei senz’altro questi. Xavier March rappresenta il tipico “eroe” dalla morale immensa che lotta contro ogni corruzione per poter cambiare le cose, anche se questo lo porta a possedere quell’ingenuità tipica delle persone che si fidano troppo quando in realtà non dovrebbero farlo. Come già era accaduto con La svastica sul sole di P. K. Dick (per leggere la recensione, cliccate qui), consiglio Fatherland a coloro che sono affascinati dagli sviluppi storici del passato alternativo, ma anche a quelli che stanno cercando una lettura non scontata e adrenalinica: se siete amanti dei colpi di scena, di percorsi storici “al bivio”, di trame fitte e segreti che compaiono qua e là per scompaginare una storia che viene continuamente riscritta, non fatevi sfuggire questo romanzo. La storia che pensavate di sapere non sarà più la stessa.

Parole chiave:

  • Germania/USA: rappresentati fisicamente da Hitler (compresi tutti i suoi “fedelissimi” di Partito) e Kennedy, ma anche da Xavier March e Charlotte Mcguire, le antitesi di un mondo completamente alla rovescia.
  • Doppio gioco: il filo che lega tutta la trama dall’inizio alla fine e che crea degli scenari che il lettore non si aspetta, primo tra tutti la ragnatela di rapporti che coinvolgono lo stesso March, ma anche il “vaso di Pandora” che, inconsapevolmente, scoperchia non appena si ritrova tra le mani le carte che riguardano l’assassinio di Buhler.
  • Kripo: la “Kriminalpolizei” a cui appartiene il protagonista, l’organo che tutti si aspettano faccia rispettare leggi e giustizia, ma che invece si ritrova coinvolto in ogni sorta di affare “losco”.
  • Globus/Globočnik: uno dei personaggi più significativi del libro, forte e prepotente, il nemico che non è il vero nemico perché si rivela essere lui stesso una pedina nelle mani di un gioco di potere più grande di lui. 
  • Tradimento: il vero protagonista di questo romanzo, il motore che muove ogni tipo di relazione e dinamica. In Fatherland appare come qualcosa di inevitabile e che, apparentemente, riguarda proprio tutti: la famiglia, le amicizie, l’amore.

Voto: 5 segnalibri su 5

Fatherland - Robert Harris

Titolo: Fatherland
Autore: Robert Harris
Editore: Oscar Mondadori
Lunghezza: 347 pagine
Prezzo: 11 euro
Trama: 1964, la Germania ha vinto la guerra, l’Impero tedesco si estende dal Reno agli Urali, Hitler sta per compiere 75 anni, e il presidente americano Joseph Kennedy annuncia una visita a Berlino per negoziare la distensione. Ma l’Impero scricchiola. Il corpo di un gerarca nazista affiora da un lago. Xavier March è incaricato delle indagini.
Per acquistarloclicca qui (al prezzo di 7,99 euro)

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“1984”: Big Brother is watching you

Eric Arthur Blair, il vero nome di George Orwell, ha scritto Nineteen Eighty Four nel 1949, poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale e in un periodo ancora piuttosto provato dai danni causati dai regimi totalitari. In questo romanzo, la storia non è affatto un elemento da sottovalutare, piuttosto assume un’importanza rilevante per tutti quei riferimenti che permettono di fare dei parallelismi tra quanto è davvero accaduto e quanto, invece, è stato immaginato dalla mente dell’autore. La propaganda, la spersonalizzazione dell’individuo, la polizia segreta, il culto della personalità e l’odio, infatti, sono solo alcuni degli elementi che avvicinano 1984 a quella parte buia del Novecento, e che Orwell cerca di riportare alla luce con una storia sia distopica sia dispotica. Sebbene lo scrittore, fin dalle prime righe, ci getti in una temporalità ambigua, non è difficile, per il lettore, distinguere in quell’occhio vigilante del “Grande Fratello” un potere dittatoriale, subdolo e spietato.

LA GUERRA È PACE
LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ
L’IGNORANZA È FORZA

Prese dalla tasca una moneta da venticinque centesimi. Anche qui, in caratteri chiari e netti, erano incisi gli stessi slogan. Sul rovescio, la testa del Grande Fratello, i cui occhi anche qui parevano seguirvi. E lo steso valeva per i francobolli, le copertine dei libri, gli stendardi, i manifesti, i pacchetti di sigarette. Quegli occhi vi seguivano ovunque e ovunque vi avvolgeva la stessa voce. Nella veglia o nel sonno, al lavoro o a tavola, in casa o fuori, a letto o in bagno, non c’era scampo. Nulla vi apparteneva, se non quei pochi centimetri cubi che avevate dentro il cranio.

Nel romanzo, il mondo – o meglio, quello che ne resta – è totalmente in mano a dei teleschermi che tutto guardano e tutto controllano. Non ci sono più continenti o identità, ma solo tre grandi super potenze in perenne guerra tra loro: Oceania, Eurasia ed Estasia. Tre sono anche le parti in cui è diviso questo libro, una sorta di macro capitoli che racchiudono, in un crescendo di esasperazione, ogni forna di repressione e negatività.

Era una luminosa e fredda giornata d’aprile, e gli orologi battevano tredici colpi. Winston Smith, tentando di evitare le terribili raffiche di vento col mento affondato nel petto, scivolò in fretta dietro le porte di vetro degli Appartamenti Vittoria: non così in fretta, tuttavia, da impedire che una folata di polvere sabbiosa entrasse con lui. L’ingresso emanava un lezzo di cavolo bollito e di vecchi e logori stoini. A una delle estremità era attaccato un manifesto a colori, troppo grande per poter essere messo all’interno. Vi era raffigurato solo un volto enorme, grande più di un metro, il volto di un uomo di circa quarantacinque anni, con folti baffi neri e lineamenti severi ma belli.

Protagonista di questo contesto è Winston Smith, un uomo che “sopravvive” in una Londra ingrigita dal potere del Grande Fratello, così è chiamato il “carceriere” che vigila e guida le esistenze di tutti, “colui” che non si vede ma c’è. Il modello temporale adottato da Orwell è quello dell’assurdità: il romanzo si apre con tredici colpi d’orologio, proiettando la storia in un presente astorico e in un mondo paradossale che ha anche stravolto la nozione di tempo così come la conosciamo. 

Giorno dopo giorno, anzi quasi minuto dopo minuto, il passato veniva aggiornato. In tal modo si poteva dimostrare, prove documentarie alla mano, che ogni previsione fatta dal Partito era stata giusta; nello stesso tempo, non si permetteva che restasse traccia di notizie o opinioni in contrasto con le esigenze del momento. La storia era un palinsesto che poteva essere raschiato e riscritto tutte le volte che si voleva. In nessun caso era possibile, una volta portata a termine l’opera, dimostrare che una qualsiasi falsificazione avesse avuto luogo.

Per poter funzionare, questo controllo capillare ha bisogno di alcuni significativi elementi: il bipensiero, la semplificazione del linguaggio e, soprattutto, la falsificazione del passato. Winston Smith, infatti, lavora in quello che viene chiamato “Ministero della Verità” e il suo compito è l’alterazione sistematica degli eventi successi per adeguarli al presente: non solo viene meno il rapporto causa-effetto, ma la storia diventa una sorta di narrazione continuamente alterabile e su cui non si può fare più nessun affidamento. Questo non solo per quanto riguarda la cronaca, ma anche per la fotografia (il mezzo che più di tutti dovrebbe archiviare la realtà così come è) e per i libri (riscritti e scartati a seconda del genere).

Tutto svaniva nella nebbia. Il passato veniva cancellato, la cancellazione dimenticata, e la menzogna diventava verità. Una volta sola in vita sua aveva posseduto (dopo che l’evento si era verificato, ed era questo che contava) la prova materiale e incontrovertibile di un atto di falsificazione. L’aveva tenuta stretta fra le dita per ben trenta secondi doveva essere stato il 1973 o, in ogni caso, quando lui e Katharine si erano separati, anche se la data veramente rilevante risaliva a sette, forse otto anni prima.

Cosa accade in questo scenario? C’è il tentativo di ribellione di Winston Smith. La sua “sfida al sistema” prende le mosse da alcune scelte particolari, prima tra tutte la scrittura di un diario. Niente di tecnologico come si potrebbe pensare in un mondo dominato da macchine e dispositivi elettronici, ma ancora su carta e penna, attraverso un vecchio quaderno che rappresenta non solo uno sfogo personale, ma anche – e soprattutto – il recupero dell’individualità del protagonista. Questo diario è per Winston una sorta di seduta psicoanalitica, un resoconto della sua esistenza che mira a non andare perduta definitivamente come invece accade con i fatti della storia. Quella che, però, dovrebbe essere un’esperienza liberatoria, si trasforma invece nell’inizio della sua fine, ossia nell’inaspettato assoggettamento orchestrato dal Grande Fratello stesso. In questa ribellione prende posto anche un altro importante personaggio del romanzo: la lasciva Julia che, con il suo corpo, non solo attrae Winston Smith trasportandolo in un mondo di sensazioni altrimenti represse, ma si pone anche come nemica di questa Londra regimentata. La loro relazione sfida le leggi; la sessualità all’interno di 1984, infatti, è la stessa che si incontra in molti altri romanzi distopici: senza piacere, affetto o desiderio – giudicati inutili -, ma vista solamente con fini procreativi. 

Era di notte, sempre di notte, che vi venivano a prendere. La cosa migliore era uccidersi prima che vi arrestassero, e certamente molti lo facevano: diverse sparizioni misteriose erano in realtà altrettanti suicidi. Ci voleva però un coraggio disperato per uccidersi in un mondo in cui era impossibile procurarsi un’arma da fuoco o un veleno rapido e sicuro. Pensò, provando una sorta di stupore, all’inutilità biologica del dolore e della paura, e al tradimento del corpo, che puntualmente si immobilizza in un’accidia mortale tutte le volte in cui è necessario produrre uno sforzo straordinario. Avrebbe potuto ridurre al silenzio la ragazza dai capelli neri solo se avesse agito con sufficiente rapidità, ma era stato proprio il carattere estremo del pericolo in cui versava a sottrargli ogni energia. Lo colpì il pensiero che nei momenti di crisi non si combatte tanto contro un nemico esterno, quanto contro il proprio corpo.

Tutto sembra incominciare con un sogno disperato e folle, e quel Ci incontreremo là dove non c’è tenebra fa ben sperare in un sovvertimento del sistema. Il fatto che sia possibile cambiare le cose è un’idea concreta per gran parte del romanzo e Winston Smith appare come l’eroe in grado di farsi carico di questa difficile guerra al potere. L’incontro con O’Brien, in questo contesto, è un evento “illuminante” che sembra scoperchiare un mondo fatto di luce e libertà. Quest’ultimo, però, si rivela essere tutt’altro: non è affatto l’agente rivoluzionario seguace del sovversivo Goldstein che tutti credono, piuttosto un affiliato al Grande Fratello che, fin dall’inizio, ha ordito la rieducazione di Winston e Julia. Quello che ci sta trasmettendo George Orwell con questo romanzo è un messaggio assolutamente pessimistico e impotente: è il potere ad avere prodotto la trasgressione dei due protagonisti, ed è sempre il potere a tirare le redini di ogni loro azione o pensiero. Non c’è niente di autentico, nemmeno l’anima che pensiamo inalienabile. I due protagonisti prima vengono traditi e poi si tradiscono a vicenda: la temutissima “Stanza 101” è per loro una tortura psicologica in grado di scavare nel profondo dei loro esseri, ma anche un luogo in cui l’identità viene demolita e resa inerme.

«Che cosa c’è nella stanza 101?»
Il volto di O’Brien non mutò espressione. La sua risposta fu secca:
«Lo sai quello che c’è nella stanza 101, Winston. Tutti sanno che cosa c’è nella stanza 101.»
Alzò un dito in direzione dell’uomo in camice bianco. Era chiaro che la seduta era terminata. Un ago penetrò nel braccio di Winston, che quasi all’istante cadde in un sonno profondo.

Le bugie di O’Brien che fanno credere a Winston Smith di essere un membro della ribellione contro i Socing – tanto da affidargli addirittura il proibitissimo e segreto libro (Teoria e prassi del collettivismo oligarchico) del nemico numero uno del partito Emmanuel Goldstein -, si mescolano inevitabilmente a quelle perpetrate nei confronti degli eventi. In un certo senso, l’intento di Orwell è quello di materializzare nel suo romanzo tutti i modelli passati di potere per crearne uno nuovo che si incarni nella centralità dell’occhio, quasi come se questo passato ritornasse in una forma virtuale ed invasiva che non solo penetra nella vita privata, ma soprattutto buca la tela della storia riscrivendosi sotto un’altra forma. Lo scrittore non fa altro che prendere l’avanzamento tecnologico registrato dal progresso e dall’umanità per dimostrare quanto esso sia fallace e distorto perché produttore di un futuro che è solo apparentemente migliore. In una realtà che cancella le tracce del passato che è stato, ma anche l’identità delle persone, come si fa a trovare un motivo per poter  (soprav)vivere? Smith rinuncia a se stesso, a Julia, alla veridicità delle leggi matematiche («Tu devi dirmi che 2 + 2 = 5»), approdando così nella sconfitta e nello sconforto più totali. Arrivati alla fine di 1984 c’è solo un pensiero che occupa la mente del lettore: Winston Smith non è affatto l’eroe che pensava di essere, Winston Smith è un morto in vita che si è arreso al suo destino.

Alzò lo sguardo verso quel volto enorme. Ci aveva messo quarant’anni per capire il sorriso che si celava dietro quei baffi neri. Che crudele, vana inettitudine! Quale volontario e ostinato esilio da quel petto amoroso! due lacrime maleodoranti di gin gli sgocciolarono ai lati del naso. Ma tutto era a posto adesso, tutto era a posto, la lotta era finita. Era riuscito a trionfare su se stesso. Ora amava il Grande Fratello.

Curiosità. George Orwell è stato senz’altro lungimirante: ha ricordato ciò che è stato, ma ha anticipato anche ciò che sarebbe potuto essere. Basta poco per rendersi conto che l’intertestualità di cui è rivestito il suo romanzo è assolutamente straordinaria, e per capire che ogni frase rimanda inevitabilmente anche a qualcos’altro. Certo, 1984 è una grande lente d’ingrandimento che porta alla luce l’esagerazione dei regimi totalitari, ma pochi sanno che il suo successo è da attribuire soprattutto ad un altro romanzo scritto alcuni anni prima (nel 1937): sto parlando di Swastika Night di Katharine Burdekin (per leggere quanto ho scritto di questo testo in un articolo precedente, clicca qui). La scrittrice, infatti, oltre ad essere stata una donna anticonformista abbastanza nota negli anni Trenta e nella sua cerchia di letterati, era anche una assidua frequentatrice degli stessi circoli che ospiteranno George Orwell. Quest’ultimo non hai mai citato la scrittrice come sua fonte d’ispirazione, ma la vicinanza tra i due testi risulta davvero incredibile: prescindendo dalle differenze che riguardano per lo più le forme lessicali e di scrittura – il romanzo di Orwell è molto più elaborato -, sono tante piuttosto le coincidenze che li accomunano. In primis la “Londra” capitale dell’Oceania in 1984 e il protagonista di nazionalità inglese per quanto riguarda Svastika Night, oppure ancora gli slogan da una parte e le leggi fondamentali della società hitleriana dall’altra. Ma sulla base di cosa George Orwell ha plasmato la società londinese di 1984? Per rispondere a questa domanda bisogna fare un salto indietro fino 1791, quando il filosofo e giurista Jeremy Bentham progettò il Panopticon. Questo carcere ideale si fondava su due caratteristiche fondamentali: la visibilità e l’autodisciplina, favorite dalla struttura completamente aperta e iper sorvegliata. L’idea di Bentham, sostanzialmente, era quella di istituire un meccanismo per cui non servivano le punizioni corporali, ma la costante osservazione e la “paura” che arrivasse la punizione per un comportamento sbagliato. Niente violenza quindi, ciò che scoraggiava il carcerato a disubbidire era il fatto di non avere mai la certezza se qualcuno lo stesso osservando o meno. Eccolo, il Grande Fratello.

Parole chiave:

  • Distopia/Ucronia: è facile pensare a Nineteen Eighty-Four come al romanzo distopico per eccellenza. Un po’ meno scontato, invece, è considerare che il futuro in esso descritto, ossia un incerto 1984, per la nostra contemporaneità non rappresenti altro che un passato accaduto diversamente da quanto previsto, proiettando così tutta la trama sul livello di una ipotetica storia alternativa. Il futuro non troppo lontano di Orwell, appunto perché è già così abbondantemente alle nostre spalle, non rispecchia più qualcosa che potrebbe essere ancora perché considera una temporalità lontana e avanti a noi (come poteva essere quando l’autore lo ha scritto), ma qualcosa di già successo.
  • Fermacarte: una sfera di vetro con al centro un piccolo corallo. Questo oggetto, comprato nella bottega di un rigattiere poco fuori il centro della città, ha per Winston Smith un grande valore “affettivo”; di per sé non serve a niente, ma in una società completamente funzionalizzata come quella di 1984 rappresenta qualcosa di “diverso”, una sorta di microcosmo e di occhio attraverso cui il protagonista ricostruisce la sua sfera intima e privata.
  • Passato, presente e futuro: le tre temporalità che vengono sovvertite nel romanzo. Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato, recita lo slogan del partito e 1984 si può dire sia – oltre a tante altre cose – anche un grande apparato dell’oblio. I cosiddetti “buchi della memoria” servono anche a questo: a cancellare i ricordi, a mostrare quanto la memoria sia fallibile. Se il passato viene riscritto, il futuro non può essere altro che una costruzione tenuta insieme dai progetti del potere.
  • Due minuti d’odio: Orwell con il suo romanzo ci dice anche che non esistono lotte e alleanze reali, anche quelle scritte e rivalutate a seconda delle circostanze. In tale contesto, l’unico modello possibile è quello della paura, e la “guerra” serve solamente per indurre i cittadini a coalizzarsi contro un nemico comune: Goldstein.
  • La stanza 101: il luogo della tortura psicologica in cui Winston Smith e Julia vengono messi di fronte alle loro paure più grandi, una stanza accecante che rappresenta la soluzione alla ribellione del protagonista. Senza alcun dubbio il simbolo di 1984.

Voto: 5 segnalibri su 5

1984 - G. Orwell

Titolo: 1984
Autore: George Orwell
Editore: Mondadori
Lunghezza: 333 pagine
Prezzo: 14 euro
Trama: L’azione si svolge in un futuro prossimo del mondo (l’anno 1984) in cui il potere si concentra in tre immensi superstati: Oceania, Eurasia ed Estasia. Al vertice del potere politico in Oceania c’è il Grande Fratello, onnisciente e infallibile, che nessuno ha visto di persona ma di cui ovunque sono visibili grandi manifesti. Il Ministero della Verità, nel quale lavora il personaggio principale, Smith, ha il compito di censurare libri e giornali non in linea con la politica ufficiale, di alterare la storia e di ridurre le possibilità espressive della lingua. Per quanto sia tenuto sotto controllo da telecamere, Smith comincia a condurre un’esistenza “sovversiva”. Scritto nel 1949, il libro è considerato una delle più lucide rappresentazioni del totalitarismo.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 10,50 euro)

Sono affiliata ad Amazon e negli articoli ho aggiunto dei rimandi proprio a questo sito. Per ogni acquisto che farete seguendo i riferimenti che ho messo (oppure partendo da questo link generico), percepirò una commissione del 10% (massimo), ricavato che servirà per mantenere il mio sito o acquistare libri. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro supporto.

L’effetto farfalla raccontato da Ray Bradbury

L’effetto farfalla, scientificamente parlando, prende le basi dalla “teoria del caos”, ipotizzata ufficialmente negli anni Settanta dal fisico Edward Lorenz e basata sull’idea che anche il disordine abbia le sue regole. Sostanzialmente, l’opinione è quella secondo cui dietro la semplicità e l’apparenza di un ordine prestabilito si trovi nascosto qualcosa di inconoscibile per cui non solo un evento vicino può avere conseguenze anche lontane, ma che variando le condizioni iniziali di un certo sistema quest’ultimo si evolverà quasi certamente in maniera inaspettata. Ma da dove deriva a sua volta questo pensiero? Per dare risposta a questa domanda bisogna tornare indietro al 1952 e citare il romanzo A Sound of Thunder di Ray Bradbury, un testo breve – ma veramente significativo – che ha avuto notevoli influenze culturali. Basti pensare a The Butterfly Effect, un film di fantascienza del 2004 diretto da Eric Bress e J. Mackye Gruber, che si apre con la celebre frase, offerta da una voce fuori campo, «Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo»; ma anche al meno conosciuto Il risveglio del tuono di Peter Hyams del 2005. 

FRANCE-LIBYA/

Immagine presa dal web

Ritornando al romanzo di Bradbury, invece, è proprio la camminata non prevista di un cacciatore su una Terra di milioni di anni fa (avvenuta durante un safari indietro nel tempo) ad aver portato alla creazione di un nuovo futuro diverso da quello previsto. Molti conoscono l’autore statunitense soprattutto per Fahrenheit 451 o Cronache marziane, poco per i suoi racconti, altrettanto interessanti da essere considerati ciò che di nascosto si trova sotto la punta dell’iceberg-mondo fantascientifico da lui narrato. Rumore di tuono è proprio tra questi, ma per “immergerci” meglio in questo testo, ecco alcune citazioni e la trama.

La scritta sul muro sembrò baluginare, come sotto una pellicola d’acqua calda in movimento. Eckels si sentì battere le palpebre sulla fissità degli occhi, e in quella momentanea oscurità la scritta arse:

SAFARI NEL TEMPO, INC.
SAFARI IN QUALUNQUE ANNO DEL PASSATO.
VOI SCEGLIETE L’ANIMALE.
NOI VI PORTIAMO LÀ.
VOI SPARATE.

Un muco caldo si raggrumò nella gola di Eckels, che inghiottì per mandarlo giù. I muscoli attorno alla sua bocca formarono un sorriso, mentre tendeva lentamente la mano nell’aria, e in quella mano sventolava un assegno di diecimila dollari verso l’uomo seduto alla scrivania.

Nel 2055 il mondo non è affatto come ci si potrebbe aspettare; oltre al nuovo presidente americano Keith, per i cacciatori che hanno nostalgia del passato esiste la possibilità di fare dei viaggi nel tempo per uccidere animali estinti. Ovviamente non in maniera gratuita, ma con un cospicuo pagamento che ammonta a 10.000 dollari. Uno dei personaggi di questo racconto è Eckels: non si accontenta di uccidere animaletti semplici, vuole un T Rex, una grandiosa uccisione per soddisfare le sue enormi manie di protagonismo. In teoria non ci sarebbe nulla in contrario, l’unica regola è che l’animale sia già destinato alla morte per non rischiare di modificare in maniera irrimediabile il futuro. Ma Bradbury non fa tutto semplice, anzi, inserisce degli elementi che fanno capire quanto sia azzardato giocare con il destino e il tempo, entità misteriose e ingestibili. Eckels vuole fare di testa sua, poco gli importa delle regole e delle guide: non solo ha un incontro-scontro con un T Rex che non dovrebbe morire in quel momento, ma cammina sulla “passerella” su cui è severamente vietato mettere piede. Queste due azioni, apparentemente insignificanti, sono destinate però ad avere enormi conseguenze, d’altronde – ci fa capire Bradbury – non si scherza con ciò che è più grande di noi, soprattutto se sfugge a qualsiasi controllo. Dopo aver cercato di salvare il salvabile – ma senza troppo successo – Eckels e le guide ritornano al loro tempo presente. Il mondo sembra come prima, apparentemente. Il protagonista, nonostante il racconto sia breve, riesce a mostrarsi in tutto il suo peggio: è una persona arrogante ed egoista, e questo lo dimostra anche quando si rifiuta di pulire gli stivali completamente sporchi di fango a causa di quanto successo durante il safari. Neanche a farlo apposta, è proprio sulla suola che si nasconde la variazione della storia. Là dove sembrava esserci solo acqua mista a terra, infatti, in realtà c’è una farfalla, proveniente non solo da quel delicato e suscettibile passato, ma anche morta prima del suo tempo. Però ormai è troppo tardi, il mondo non è più lo stesso.

Incastrata nel fango, emettendo un luccichio verde, dorato e nero, c’era una farfalla, molto bella, e molto morta.
«Non una cosa così piccola! Non una farfalla!» gridò Eckels.
La farfalla cadde sul pavimento, una cosa squisita, una piccola cosa che poteva sconvolgere gli equilibri e distruggere una fila di piccoli esseri e poi di grandi esseri e poi di giganteschi esseri, attraverso gli anni e il Tempo. La mente di Eckels vorticava. Non poteva aver cambiato le cose. Uccidere una farfalla non poteva essere così importante! No? […]
Non si mosse. Gli occhi chiusi, aspettò, tremando. Sentì Travis respirare forte nella stanza. Sentì Travis spostare il fucile, alzare la sicura, puntare l’arma.
Poi, un rumore di tuono.

Per saperne di più:

Ray Bradbury - Cento racconti

Titolo: Cento racconti. Autoantologia 1943-1980
Autore: Ray Bradbury
Editore: Mondadori
Lunghezza: 1372 pagine
Prezzo: 24 euro
Trama: «I racconti sono qui. Ce ne sono cento, quasi quarant’anni della mia vita. Contengono metà delle verità sgradevoli sospettate a mezzanotte e metà di quelle gradevoli riscoperte a mezzogiorno». Con queste parole Ray Bradbury ha suggellato la sua prima imponente antologia di racconti, uscita nel 1980 da Knopf con il titolo «The stories of Ray Bradbury». Scelte e ordinate dall’autore, queste cento storie disegnano un percorso affascinante nella produzione di Bradbury, scrittore poliedrico e al tempo stesso fedelissimo alle sue passioni e all’idea di arte come suprema forma di felicità. Tra i racconti campeggia, anzitutto, la fantascienza – una “fantascienza umanistica” che diventa riflessione morale sul presente, di cui mette in luce le contraddizioni – ma non solo: accanto alle storie ambientate nello spazio troviamo quelle dedicate a una stirpe americana di vampiri, racconti di dinosauri, avventure di viaggiatori nel tempo, robot che si fingono esseri umani, zombie, scheletri, adolescenti assassini, fenomeni da baraccone. L’intero continente del fantastico è battuto palmo a palmo sullo sfondo di quella provincia americana delle small towns di cui Bradbury è stato impareggiabile cantore, feroce e nostalgico insieme.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 20,40 euro)
Per leggere solo Rumore di tuono: clicca qui

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“La manutenzione dei sensi”: quando la montagna diventa cura e casa per i sentimenti

La passione per le montagne m’era venuta da ragazzo guardando una piccola foto in bianco e nero con i bordi seghettati, dove c’era mio padre.

Che Franco Faggiani, prima di essere scrittore e giornalista, sia anche un grande appassionato di montagna e fotografia lo si capisce dal suo romanzo La manutenzione dei sensi, pubblicato nel 2018 per Fazi Editore. Se da una parte, infatti, la storia ci proietta tra i monti piemontesi – intorno a Cesana Torinese – attraverso un percorso fatto di sentieri, radure e lunghe camminate, dall’altra, piuttosto, ci regala dei particolari che sembrano quasi dei fermo-immagine scattati sulle vite dei due protagonisti principali, Leonardo e Martino. Ma procediamo con ordine. In mezzo a tutto questo c’è un cambio di vita, non solo la voglia di staccare la spina, ma proprio la volontà di fare tabula rasa e ricominciare da zero, altrove.

Avevo deciso di comprare quel che rimaneva di quella vecchia baita dopo una notte insonne, passata a rimuginare idee e a ridare un contorno a ricordi quasi sbiaditi che salivano a casaccio dal fondo di quella macchina del tempo che viaggia solo a ritroso qual è la memoria; a considerare che la nostra vita, la mia e quella di Martino, non era più compatibile con Milano. Invece di scorrere fluida, si avvitava con spirali sempre più soffocanti e minacciose, preludio di tempeste.

Leonardo Guerrieri è uno scrittore affermato, un marito e anche un padre. La vita, però, decide di metterlo a dura prova quando sua moglie Chiara muore improvvisamente nel sonno a causa di un ictus, lontano da casa; il fatto che non sia riuscito ad abbracciarla un’ultima volta è un peso che Leonardo esterna nel suo essere un po’ freddo e distaccato. L’uomo ha bisogno di essere “salvato”, ne è consapevole lui stesso, ma anche Nina, la figlia che per grinta e indipendenza ricorda tanto la madre. Sarà proprio lei ad andare in orfanotrofio (lo stesso in cui prestava volontariato sua mamma) e a ritornare a casa con Martino Rochard, un ragazzino di otto anni da tenere in affido momentaneo. La sensazione è che Nina abbia già capito tutto, consapevole di quanto i due possano dare e imparare l’uno dall’altro, soprattutto perché lei, come medico osteopata, è quasi sempre in viaggio all’estero.

A parte la difficile convivenza delle prime settimane, qualche scaramuccia intensa ma di breve durata su faccende quotidiane come il disordine sovrano, il rifiuto della doccia, la TV lasciata sempre accesa e cose simili, e un conseguente distacco comportamentale («io faccio così, tu fai come ti pare»), fino al termine delle scuole elementari tutto era andato avanti senza scosse particolari. A dire la verità anche senza emozioni significative, di quelle che lasciano per qualche istante con il fiato sospeso per la sorpresa o che regalano evidenti segni positivi di cui tener conto. Sembravamo due vecchie zitelle che convivono la casa per farsi compagnia, che magari si sopportano con qualche sommesso mugugno e con quella latente ma terribile paura di rimanere sole. Il quieto vivere.

L’inizio non è affatto semplice: Leonardo è diffidente, ancora piuttosto provato dalla perdita della moglie, mentre Martino è introverso, taciturno, preferisce il distacco al contatto fisico, ma dentro di sé sembra avere un mondo inesplorato da scoprire pian piano. Insieme decidono di abbandonare il grigiore e il trambusto di Milano per la montagna e una baita interamente ristrutturata, un luogo che presto si trasformerà in casa e rifugio. Lì impereranno ad ascoltare la natura, a svolgere i mestieri manuali, a riconoscere gli animali, ad apprezzare la solitudine, ma anche a stare insieme e a trovare nella “convivenza” un sinonimo di famiglia.

L’isolamento a noi piaceva. molto. Lo consideravamo protettivo, rassicurante. Martino aveva trovato quella parte di mondo più consona alla sua indole, e io avevo soddisfatto un desiderio rimasto troppo a lungo in sospeso. Facevamo entrambi quel che ci piaceva fare, eravamo come ci piaceva essere. Vivevamo defilati, comunque liberi e con quanto ci serviva davvero. questo ci teneva a distanza da numerosi problemi. Molte cose, che in città sembravano indispensabili, qui, immersi nei boschi, spesso si erano rivelate superflue, ingombranti o, peggio ancora, inutili. Non avevamo mai molta gente intorno, ma non ci sentivamo per niente soli.

Questa non è solo la storia di Leonardo e Martino e del loro vivere insieme, ma anche della loro capacità di affrontare una perdita e una malattia. Sì, perché Martino ha quella che viene chiamata “sindrome di Asperger”, una condizione che nel romanzo viene descritta più come una ricchezza piuttosto che come un limite: basti pensare al modo in cui viene percepita dal ragazzo – quasi fosse una notizia buffa -, ma soprattutto a come essa sia accostata a grandi nomi della storia e della cultura. Questa passerella di personalità geniali ha un solo scopo: la sindrome non è una malattia debilitante (come tanti potrebbero credere), un’etichetta da appiccicare addosso a Martino, ma un incentivo al meglio e allo sfogo della sua creatività. 

Darwin, Newton, Hitchcock, Bertrand Russel, Bobby Fischer, Mozart, Spielberg, Temple Grandin, Vernon Smith, Satoshi Tajiri, Alan Turing […]
Mi aveva guardato con una certa compassione, poi aveva ripreso: «Storie affascinanti, esaltanti. Vede, tutti questi personaggi, ma potrei dargliene un nuovo e assai lungo elenco, sono o sono stati indubbiamente dei geni. Con una cosa in comune: la sindrome di Asperger.»

La vita va avanti anche se il passato l’ha fortemente segnata: ha tutta l’aria di essere una frase fatta, eppure è l’ineluttabile verità di questa storia. Leonardo e Martino hanno bisogno della stessa vicinanza da cui sembrano fuggire, della stessa rassicurazione che le perdite hanno tolto loro, si somigliano nel loro essere diversi e allo stesso tempo si differenziano dalle persone che li circondano. Leggere la “Manutenzione dei sensi” non solo vi trasporterà in una storia bella – nel vero e proprio senso del termine – e sorprendente, ma vi farà comprendere anche l’intenzione del titolo: l’importanza di “aggiustarsi” e la capacità di mantenere questo stato d’essere per il bene di se stessi e delle persone che si ama, senza avere paura dei cambiamenti. Se state pensando a qualcosa di triste, abbandonate all’istante questo pensiero. Uno dei motivi per cui ho amato questo romanzo è stato il modo in cui è stato scritto, la maestria con cui l’autore ha unito la serietà al riso, come se la trama fosse composta dai tornanti e dai saliscendi tipici di quella montagna che è anche raffigurata in copertina. Franco Faggiani è come se portasse con sé il lettore in una camminata fino alla cima: ci saranno momenti toccanti e difficili, ma anche momenti più leggeri e spensierati; la fine del romanzo rappresenta quella vetta che regala consapevolezza e un panorama da togliere il fiato, insieme a una nuova dimensione nel mondo proprio come è successo ai due protagonisti. Non bisogna avere paura di cambiare e migliorarsi, perché Leonardo e Martino non l’hanno avuta. 

Ero rimasto lì ancora un po’, a osservare il profilo ormai netto delle montagne che giravano tutt’intorno, la frastagliata linea di confine del nostro mondo. Quello che distillava nostalgia allo stato puro ogni volta che ce ne allontanavamo. A molti quel profilo dava l’idea di una barriera opprimente, perfino ostile. Per noi costituiva un susseguirsi di protezioni. Sapevamo bene che bastava salirle per vedere orizzonti sconfinati e inventare nuovi cammini. Un privilegio da condividere con chi si ama, o con chi, in sintonia, fa almeno un po’ di strada insieme a noi. Avrei voluto avere con me Chiara. fisicamente. Però, se così fosse stato, non ci sarebbe stato Martino. Perché, come diceva Augusto, è così che vanno le cose.

Parole chiave:

  • Montagna: è lo sfondo principale di tutta la storia, il simbolo della rinascita e della riscoperta di sé stessi. La montagna è le camminate, i sentieri da percorrere, il camino acceso e il tempo che cambia, gli animali che lasciano impronte e diventano un gioco tra “padre e figlio”: non solo un luogo, ma soprattutto una passione. Leonardo sceglie di abbandonare il caos della grande città non per promuovere la sua asocialità, ma per ritrovare quella parte che, dopo la perdita della moglie, era venuta meno. Questo trasferimento, però, ha anche un altro proposito: il recupero dei gesti più intimi e semplici, come gli abbracci.
  • Sindrome di Asperger: la condizione – non malattia – di cui “soffre” Martino, ma che il ragazzo (e le persone che ha intorno) trasformano in qualcosa di unico che va ben oltre le difficoltà.
  • Solitudine: Leonardo e Martino amano stare e vivere da soli, nel loro mondo fatto di cose semplici e non superflue. Questo non rappresenta un ostacolo, ma un vero e proprio stile di vita: sono selettivi, scelgono da chi farsi circondare, e non a caso sono tutte persone autentiche.
  • Padre e figlio: questa è anche la storia di come la famiglia non debba essere vista solo in maniera tradizionale, attraverso il legame di sangue, ma anche con gli occhi rivolti al mondo delle adozioni («La famiglia è quell’insieme di persone con cui uno vive una parte del tempo migliore della propria vita.»). Tra Leonardo e Martino c’è un rapporto profondo, un sentimento che sembra non avere un nome, ma che i due riescono a far comunicare attraverso i gesti, le parole centellinate (mai di troppo) e i silenzi. 
  • Destino: la vita toglie, come è successo con Chiara, ma riesce anche a donare, con Martino. All’inizio, per Leonardo, è stato piuttosto difficile rendersene conto, la tragedia lo aveva portato a vedere un mondo completamente al buio. Poi, però, Martino è arrivato a fare luce.

Voto: 5 segnalibri su 5

La manutenzione dei sensi - F. Faggiani.jpg

Titolo: La manutenzione dei sensi
Autore: Franco Faggiani
Editore: Fazi
Lunghezza: 250 pagine
Prezzo: 16 euro
Trama: A un incrocio tra casualità e destino si incontrano Leonardo Guerrieri, vedovo cinquantenne, un passato brillante e un futuro alla deriva, e Martino Rochard, un ragazzino taciturno che affronta in solitudine le proprie instabilità. Leonardo e Martino hanno origini ed età diverse, ma lo stesso carattere appartato. Il ragazzo, in affido temporaneo, non chiede, non pretende, non racconta; se ne sta per i fatti suoi e non disturba mai. Alle medie, però, a Martino, ormai adolescente, viene diagnosticata la sindrome di Asperger. Per allontanarsi dalle sabbie mobili dell’apatia che sta per risucchiare entrambi, Guerrieri decide di lasciare Milano e traslocare in una grande casa, lontana e isolata, in mezzo ai boschi e ai prati d’alta quota, nelle Alpi piemontesi. Sarà proprio nel silenzio della montagna, osservando le nuvole in cielo e portando al pascolo gli animali, che il ragazzo troverà se stesso e il padre una nuova serenità. A contatto con le cose semplici e le persone genuine, anche grazie all’amicizia con il burbero Augusto, un anziano montanaro di antica saggezza, padre e figlio si riscopriranno più vivi, coltivando con forza le rispettive passioni e inclinazioni. Una storia positiva è al centro di questo romanzo che trabocca di umanità e sensibilità autentiche e che contiene una riflessione sul labile confine che divide la normalità dalla diversità. Un romanzo sul cambiamento, la paternità, la giovinezza, in cui padre e figlio ritroveranno la loro dimensione più vera proprio a contatto con la natura, riappropriandosi di valori irrinunciabili come la semplicità e la bellezza.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 13,60 euro)

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“Il caffè dei piccoli miracoli”: la ragazza con la borsa rossa

Il caffè dei piccoli miracoli è l’ultimo romanzo scritto da Nicolas Barreau, un autore francese che ormai da diversi anni esporta le sue commedie “in rosa” (La ricetta del vero amore, Gli ingredienti segreti dell’amore o Parigi è sempre una buona idea solo per citarne alcune) in giro per il mondo. Edito da Feltrinelli nel 2017, questa è la storia dell’inguaribile sognatrice Eleonore Delacourt – o più semplicemente Nelly – e del suo legame con il destino, un rapporto che vive e si sviluppa essenzialmente tra Parigi e Venezia (non a caso, le due città romantiche per eccellenza).

Da che ricordava, Nelly aveva sempre avuto paura. Paura che dietro le tende si nascondesse qualcuno pronto a farle del male, paura del buio, paura quando qualcuno ritardava, paura di essere abbandonata, paura di sbagliare un compito, paura dei ladri, paura di rimanere bloccata in ascensore, paura di aprire troppo il proprio cuore, paura di restare senza soldi, paura quando il telefono squillava in piena notte, paura che qualcuno si ammalasse all’improvviso, paura che un’onda gigantesca risucchiasse qualcuno, paura che succedesse qualcosa di brutto.

Ma per quale motivo tutta questa fragilità? Nelly, alla fine e non si sa come, riesce ad avere simultaneamente la testa tra le nuvole e i piedi saldamente ancorati a terra (letteralmente): non solo odia volare per una terribile tragedia che l’ha colpita, ma ha deciso di avere come stile di vita la lentezza, trovata in quella “dromologia” che approfondisce come assistente di filosofia all’università della Sorbonne di Parigi. 

Quando, a diciott’anni, Nelly si era trasferita a Parigi per studiare (si era iscritta a Filosofia e Italiano), aveva scoperto con gioia e un pizzico di soddisfazione che un filosofo francese – benché in un contesto diverso – si mostrava estremamente scettico all’idea di volare su un aereo. Quel filosofo era Paul Virilio, e i suoi concetti di immobilità e dromologia l’avevano conquistata all’istante.

Nella capitale francese, però, la 25enne Nelly ha incontrato sia gioie che dolori: se da un lato le soddisfazioni come studiosa e ricercatrice non tardano ad arrivare, dall’altro l’amore non corrisposto per il suo professore la getta in uno sconforto tale che solo un segno del destino a cui tanto si affida può farla ritornare in carreggiata. E’ proprio la lentezza che persegue a penalizzarla, fermamente convinta che sia meglio starsene ferma in attesa che gli eventi capitino piuttosto che andarseli a cercare. Ma spesso, si sa, sono proprio le convinzioni a fregare le persone, e lo stesso accade anche a Nelly, inevitabilmente travolta dall’ultima delle notizie che avrebbe voluto sentire e che riguarda proprio il suo grande amore – o forse è semplicemente disperata ammirazione – Daniel Beuchamps. 

Sarebbe stato logico che un giorno lei e Daniel Beauchamps fossero diventati una coppia. Aveva creduto fermamente che il tempo avrebbe lavorato per loro, aveva aspettato la sua occasione con tutta la pazienza di questo mondo. E poi era arrivata quell’italiana, che per inciso era anche fidanzata, ed era bastato un unico stramaledetto temporale per accendere la scintilla nel professore! La vita era ingiusta, punto. Non era necessario aver studiato filosofia per rendersene conto.

Ma quel destino bussa presto alla porta della ragazza, e ha le sembianze di una scritta – Omnia vincit amor – contenuta in un libro particolarmente importante per lei. I libri, del resto, sono sempre stati una parte integrante della vita di Nelly, non solo per merito della madre, ma anche della nonna che, come eredità “emozionale”, le ha lasciato dei volumi che contengono molto più di quanto hanno scritto nelle loro pagine. Ciò accade anche quando, in cerca di conforto, la ragazza riprende tra le mani un vecchio scatolone che contiene ricordi e testi impolverati. Solo uno, però, differisce dagli altri: cosa si nasconde dietro quel Validità dieci giorni di Toddi? La risposta a questa domanda può dargliela solo un viaggio a Venezia, una partenza improvvisa che sembra tanto una follia, ma che alla fine si rivelerà essere tutto ciò che Nelly stava cercando (e molto di più).

No, non poteva essere una coincidenza. Tra quel vecchio romanzo e l’anello doveva esserci un legame. E tra l’uno e l’altro si nascondeva una storia in cui sua nonna aveva avuto un ruolo. Ma quale? Cos’era successo nel maggio 1952 a Venezia?
“Venezia,” mormorò Nelly tra sé, e a un tratto le sembrò una parola magica che poteva cambiare tutto. Era davvero in un caso che dopo anni avesse trovato quel libro proprio ora, in un momento in cui aveva perso la bussola e aveva bisogno di coordinate? O invece era il segno che tanto tempo prima mamie aveva promesso di darle ridendo indulgente nella cucina di casa? Nelly giocherellò pensierosa con l’anello.
Strano, pensò. Strano. Strano. Strano.
E poi dentro di lei germogliò un pensiero che crebbe diventando sempre più grande, finché lo formulò a voce alta.
“Dovrei andare a Venezia,” disse Nelly.

Tra suggestive descrizioni artistiche che fanno venire voglia di partire anche al lettore e i tipici cliché dell’italiano visto con gli occhi dello straniero, l’autore onnisciente ci conduce – in maniera simpatica – in un percorso di ricerca in cui si può immaginare tutto e anche il suo contrario. Complice una borsa rossa e un incontro fortuito, infatti, la protagonista si ritroverà a fare i conti non solo con i segni del destino, ma anche con dei sentimenti che mai avrebbe pensato di provare lontano da casa. Tra una “calle” e l’altra, Nelly si apre alla vita e cerca di abbandonare definitivamente le sue insicurezze: in fondo, le paure non sono poi così grandi se al proprio fianco si ha una persona in grado di sgretolarle pian piano. Se da un lato la trama scorre un po’ veloce (anche contro gli stessi dettami di Paul Virilio) dall’altra invece il romanticismo d’altri tempi si mescola a una commedia rosa che si pone quasi sul piano del sogno e della magia piuttosto che della realtà. Ma tutto si permette, quando si tratta d’amore. A un certo punto, il tempo sembra perfino annullarsi, se non per ricordare a Nelly che la sua vacanza a Venezia, città rivelatrice e piena di sorprese, sta per concludersi. Ogni cosa, però, riconduce ancora una volta a quel libro a cui tutto ha dato inizio: lì, passato e presente si incontrano e due voci distinte (quelle della protagonista e della nonna Claire) dialogano tra loro come se fossero l’una il prolungamento dell’altra. Entrambe le storie d’amore sembrano procedere sugli stessi passi, ma il destino – sempre lui – pare avere in serbo destinazioni diverse.

Parole chiave:

  • Libri: svolgono un ruolo centrale nella storia e rappresentano il filo conduttore attraverso cui si muovono i personaggi. Interessante e suggestiva è anche la citazione a una delle librerie più famose di Venezia, un luogo da segnare assolutamente come promemoria in una visita alla città lagunare («La libreria Acqua Alta, in una piccola corte alla fine di calle Lunga Santa Maria Formosa, era un’incantevole baraonda in cui si sarebbe potuto rovistare per ore, e il proprietario un uomo gentile e affabile.»).
  • Arte: Il caffè dei piccoli miracoli è anche un piacevole viaggio nella cultura, complice la ricchezza di Venezia e gli interessi della protagonista. Certe descrizioni sono così evocative da riuscire perfino a immaginarle; segnatevi il nome “Flora”, la ninfa della “Primavera” del Botticelli, perché nulla è lasciato al caso, e se leggerete il romanzo ne capirete il motivo.
  • Tempo: in questo libro, passato, presente e futuro sembrano continuamente intrecciarsi, quasi nel tentativo di recuperare il giusto ordine. Se il passato è rappresentato dalla nonna Claire e dal suo “parlare” attraverso un libro, il presente e il futuro sembrano essere in mano alla stessa Nelly, l’unica in grado di ottenere delle risposte a quegli interrogativi che l’hanno fatta allontanare da Parigi.
  • Parigi/Venezia: l’asse su cui si sviluppa la storia, due città romantiche che offrono a Nelly spunti e stimoli diversi. Nella capitale francese, infatti, la ragazza sembra più orientata sul “dimenticare” (complice anche una cocente delusione), nella città italiana, invece, la parola d’ordine è più “ricominciare”.
  • Filosofia: quella studiata da Nelly nel suo dottorato di ricerca, ma anche di vita. Questo libro, però, ci dice che le convinzioni sono pronte ad essere completamente sbaragliate.

Voto: 3,5 segnalibri su 5

Il caffè dei piccoli miracoli - N. Barreau.jpg

Titolo: Il caffè dei piccoli miracoli
Autore: Nicolas Barreau
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 236 pagine 
Prezzo: 15 euro
Trama: Eléonore Delacourt ha venticinque anni e ama la lentezza. Invece di correre, passeggia. Invece di agire d’impulso, riflette. Invece di dichiarare il suo amore al professore di Filosofia alla Sorbonne, sogna. E non salirebbe mai e poi mai su un aereo, in nessuna circostanza. Timida e inguaribilmente romantica, Nelly adora i vecchi libri, crede nei presagi, piccoli messaggeri del destino, diffida degli uomini troppo belli e non è certo coraggiosa come l’adorata nonna bretone con cui è cresciuta, che le ha lasciato in eredità l’oggetto a lei più caro: un anello di granati con dentro una scritta in latino, “Amor vincit omnia”. Sicuramente, Nelly non è il tipo di persona che di punto in bianco ritira tutti i propri risparmi, compra una costosissima borsa rossa e in una fredda mattina di gennaio lascia Parigi in fretta e furia per saltare su un treno. Un treno diretto a Venezia. Ma a volte nella vita le cose, semplicemente, accadono. Cose come una brutta tosse e una delusione d’amore ancora più brutta. Cose come una frase enigmatica trovata dentro un vecchio libro della nonna, con accanto una certa citazione in latino.
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“Niente di nuovo sul fronte occidentale”: le speranze di una generazione che vanno in frantumi

Si possono contare sulle dita di due mani i libri che sono stati davvero in grado di descrivere le atrocità dei conflitti mondiali, e Niente di nuovo sul fronte occidentale (titolo originale: Im Westen nichts Neues) è tra questi. Scritta dall’autore tedesco Erich Maria Remarque (nato proprio il 22 giugno, ma del 1898), quest’opera datata 1929 non descrive solamente una guerra disumana – la prima, come tutte – vista dalla prospettiva di un ragazzino diciottenne, ma anche il crollo delle aspettative di un’intera generazione che aveva riposto nello “scontro” e nel combattimento un tentativo di riscatto nei confronti di un mondo che stava radicalmente cambiando sotto ai loro occhi.

Dovevano essere per noi diciottenni tutori e guide all’età virile, condurci al mondo del lavoro, al dovere, alla culture e al progresso; insomma all’avvenire. Noi li prendevamo in giro e talvolta facevamo loro dei piccoli scherzi, ma in fondo credevamo a ciò che ci dicevano. Al concetto dell’autorità di cui erano rivestiti, si univa nelle nostre menti un’idea di maggior saggezza, di più umano sapere. Ma il primo morto che vedemmo mandò in frantumi questa convinzione.

Questo libro è “enigmatico” già a partire dalle curiosità che lo riguardano. Niente di nuovo sul fronte occidentale, infatti, non solo fu pubblicato dall’autore sotto pseudonimo per onorare la madre e le origini della famiglia (il vero nome, in realtà, sarebbe Erich Paul Remark), ma durante il periodo nazista venne addirittura messo al bando e bruciato – insieme a molte altre opere – perché additato di propagandare ideali del tutto contrari al regime dittatoriale; un allontanamento riservato anche a Remarque, che più volte venne accusato di avere delle origini ebree-francesi e di nascondere la sua vera identità. Del resto, poco di eroico è stato scritto in questo libro, piuttosto la cronaca di una disfatta anti-patriottica che condannava in toto la guerra e le sue crudeltà. Forse è anche per questo che l’autore faticò molto prima di riuscire a trovare un editore disposto a pubblicare il romanzo: in quel periodo, chi mai avrebbe avuto il coraggio di mandare alle stampe e diffondere un racconto con delle opinioni simili?

In dieci settimane ci addestrarono alla vita militare, e in questo periodo ci trasformarono più profondamente che non in dieci anni di scuola. Imparammo che un bottone è più importante che quattro volumi di Schopenhauer. […] Con i nostri giovani occhi aperti vedemmo come il classico concetto di patria, che ben diversamente ci era stato insegnato dai nostri maestri, si realizzava per il momento in una rinuncia alla personalità, cosa che mai si sarebbe osato imporre alla più umile persona di servizio. Saluto, attenti, passo di parata, presentat’arm, fianco dest’, fianco sinist’, battere i tacchi, sgridate a mille piccole torture. Ci eravamo figurati diversamente il nostro compito e scoprimmo che ci stavano preparando all’eroismo come cavalli da circo; ma finimmo con l’abituarci.

La storia è anti-eroica, ma anche autobiografica: Remarque, infatti, partito come volontario durante la Prima guerra mondiale a soli 18 anni, al ritorno tradusse le delusioni e le ferite interiori di quell’esperienza proprio dentro questo romanzo e con le sembianze di Paul Braumër, studente arruolatosi anche sotto le pressioni del suo insegnante Kantorek. Questa è un’opera singolare e commovente a cui poi l’autore ne fece seguire altre dal tema simile, tra cui La via del ritorno, il cui protagonista è proprio Tjaden, l’unico che riuscirà a sopravvivere al primo conflitto mondiale raccontato in Niente di nuovo sul fronte occidentale.

Questo libro non vuol essere né un atto d’accusa né una confessione. Esso non è che il tentativo di raffigurare una generazione la quale – anche se sfuggì alle granate – venne distrutta dalla guerra.

Quello che ne è derivato non è solo il racconto di una tragedia annunciata, ma anche la cronaca di una vita di guerra piuttosto difficile e impersonale in cui ogni oggetto è utile per la sopravvivenza e gli affetti si trasformano in qualcosa di non indispensabile: alla fine, sarebbe una ferita doppia perdere un soldato e anche un amico, proprio come è capitato al protagonista. Giorno dopo giorno, l’esperienza bellica appare proprio tutto il contrario di quello che è stato inculcato a delle menti giovani e probabilmente ancora decisamente fragili, incapaci di uccidere e così vulnerabili da essere uccisi.

Per me il fronte è un orribile gorgo. Mentre si è ancora lontani, là dove le acque sono ancora tranquille, già si sente che assorbe, che attira, con una forza lenta, invincibile, che distrugge senza fatica ogni tua resistenza. A nessuno la terra è amica quanto al fante. Quando egli vi si aggrappa, lungamente, violentemente; quando col volto e con le membra in lei si affonda nell’angoscia mortale del fuoco, allora essa è il suo unico amico, gli è fratello, gli è madre; nel silenzio di lei egli soffoca il suo terrore e i suoi gridi, nel suo rifugio protettore essa lo accoglie, poi lo lascia andare, perché viva e corra per altri dieci secondi, e poi lo abbraccia di nuovo, e spesso per sempre. Terra, terra, terra.

Nel mondo della trincea non c’è tempo per abbassare la guardia, ma in quei momenti di lontananza e abbandono la “vecchia” vita che si è lasciato – e che potrebbe non tornare più – bussa prepotentemente alla porta di tutti, soprattutto del protagonista, quasi come se fosse un ricordo nostalgico destinato a sfumare in nebbia. Quel sogno di diventare scrittore, quella camera piena di libri, i testi di scuola, non sono solo la materializzazione della speranza giovanile di Paul Braumër, ma anche il simbolo di un futuro che è stato sostituito dall’incertezza del domani.

Nella mia camera, dietro il tavolo, c’è un sofà di cuoio scuro: mi siedo.
Alle pareti sono fissate con puntine molte immagini che ho ritagliato un tempo da riviste illustrate, e cartoline e disegni che mi erano piaciuti. Nell’angolo c’è una piccola stufa di ferro. Sullo scaffale di fronte lo scaffale con i miei libri.
Qui ho vissuto prima di diventare un soldato. Quei libri me li sono comperati uno a uno con il denaro che guadagnavo dando ripetizioni. Molti sono d’occasione, per esempio i classici; ogni volume, legato in rigida tela azzurra, mi costava un marco e venti. […] Uno comparto del mio scaffale è occupato dai miei libri di scuola. Non sono molto ben conservati, anzi sono molto sgualciti; certe pagine sono strappate, si sa bene per quale uso. Sotto, sono ammucchiati quaderni, carte, lettere, disegni, abbozzi. Voglio cercare di ricordare nei dettagli la vita di allora.

Se da una parte c’è la brutalità, dall’altra si cela invece la casualità (nefasta): che si tratti di contadini, studenti o operai, giovani o vecchi, con una famiglia o senza, la morte non guarda in faccia a nessuno, tantomeno se il conflitto è agli sgoccioli e i tedeschi prossimi alla resa. E’ proprio quando dal Comando Supremo arriva un bollettino che recita “Niente di nuovo sul fronte occidentale” che tutto accade. Paul Braumër abbassa la guardia e il destino lo coglie in fallo, ma la morte appare più come una liberazione piuttosto che come una punizione, la vittoria della libertà sulla prigionia delle trincee e del conflitto. Il finale di questo testo senza tempo è ciò che il lettore – proiettato in una realtà in cui la speranza si spegne pian piano – si immagina:

Paul Braumër cadde nell’ottobre 1918, in una giornata così calma e silenziosa su tutto il fronte, che il bollettino del Comando Supremo si limitava a queste parole: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Era caduto con la testa in avanti e giaceva sulla terra, come se dormisse. Quando lo voltarono si vide che non doveva aver sofferto a lungo: il suo volto aveva un’espressione così serena, quasi che fosse contento di finire così.

Scritto con sensibilità ed emozione, senza dimenticare il peso dell’argomento, questo romanzo non è solo il ricordo di un’esperienza vissuta in prima persona, ma anche il resoconto delle conseguenze di quella che è stata la dura e logorante battaglia in trincea. Qua e là nella trama emergono le abitudini di questo tipo di combattimento, le paure, ma soprattutto il trauma che ha accompagnato la maggior parte dei reduci riusciti a ritornare a casa. C’è tanto da riflettere con Niente di nuovo sul fronte occidentale, e l’amaro che lascia in bocca ne è la dimostrazione: nessuna guerra è giusta, tantomeno quella che gioca sulle speranze e sull’avvenire delle persone. Neanche credere nella bellezza di un futuro migliore è una salvezza.

Parole chiave:

  • Trincea: una “guerra di posizione”, ma anche un luogo in cui le vite e i timori dei soldati si incontrano e si confrontano. 
  • Compagni: alcuni sono gli amici di scuola di Paul Braumër, come Kropp e Müller, mentre altri compaiono nel romanzo, da “veterani”, quasi a dare un sfumatura di esperienza a questa guerra che miete vittime su vittime. Durante la lettura vengono richiamati continuamente ricordi ed esperienze vissuti da tutti.
  • Propaganda: quella in favore della guerra, fatta da chi vedeva in quest’ultima un modo per manifestare l’orgoglio patriottico (come l’insegnante di Braumër), ma anche quella a sfavore. Tutto il romanzo si può leggere, infatti, come un lungo racconto antibellico che trova solo nel finale la sua unica soluzione.
  • Avventura: la guerra non ha nulla di romantico e idealistico, come credono i protagonisti, è solo una sfida a chi resiste di più. «Gli attacchi si alternano ai contrattacchi e, poco a poco, sul terreno devastato, tra le trincee, si ammucchiano i morti.»
  • Film: da questo romanzo è stato tratto anche un film per la televisione, uscito nel 1979 e diretto da Delbert Mann.

Voto: 5 segnalibri su 5

Niente di nuovo sul fronte occidentale - Remarque

Titolo: Niente di nuovo sul fronte occidentale
Autore: Erich Maria Remarque
Editore: Neri Pozza
Lunghezza: 207 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Kantorek è il professore di Bäumer, Kropp, Müller e Leer, diciottenni tedeschi quando la voce dei cannoni della Grande Guerra tuona già da un capo all’altro dell’Europa. Ometto severo, vestito di grigio, con un muso da topo, dovrebbe essere una guida all’età virile, al mondo del lavoro, alla cultura e al progresso. Nelle ore di ginnastica, invece, fulmina i ragazzi con lo sguardo e tiene così tanti discorsi sulla patria in pericolo e sulla grandezza del servire lo Stato che l’intera classe, sotto la sua guida, si reca compatta al comando di presidio ad arruolarsi come volontari. Una volta al fronte, gli allievi di Kantorek – da Albert Kropp, il più intelligente della scuola a Paul Bäumer, il poeta che vorrebbe scrivere drammi – non tardano a capire di non essere affatto “la gioventù di ferro” chiamata a difendere la Germania in pericolo. La scoperta che il terrore della morte è più forte della grandezza del servire lo Stato li sorprende il giorno in cui, durante un assalto, Josef Behm – un ragazzotto grasso e tranquillo della scuola, arruolatosi per non rendersi ridicolo -, viene colpito agli occhi e, impazzito dal dolore, vaga tra le trincee prima di essere abbattuto a fucilate. Nel breve volgere di qualche mese, i ragazzi di Kantorek si sentiranno “gente vecchia”, spettri, privati non soltanto della gioventù ma di ogni radice, sogno, speranza.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 10,20 euro)

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