L’effetto farfalla raccontato da Ray Bradbury

L’effetto farfalla, scientificamente parlando, prende le basi dalla “teoria del caos”, ipotizzata ufficialmente negli anni Settanta dal fisico Edward Lorenz e basata sull’idea che anche il disordine abbia le sue regole. Sostanzialmente, l’opinione è quella secondo cui dietro la semplicità e l’apparenza di un ordine prestabilito si trovi nascosto qualcosa di inconoscibile per cui non solo un evento vicino può avere conseguenze anche lontane, ma che variando le condizioni iniziali di un certo sistema quest’ultimo si evolverà quasi certamente in maniera inaspettata. Ma da dove deriva a sua volta questo pensiero? Per dare risposta a questa domanda bisogna tornare indietro al 1952 e citare il romanzo A Sound of Thunder di Ray Bradbury, un testo breve – ma veramente significativo – che ha avuto notevoli influenze culturali. Basti pensare a The Butterfly Effect, un film di fantascienza del 2004 diretto da Eric Bress e J. Mackye Gruber, che si apre con la celebre frase, offerta da una voce fuori campo, «Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo»; ma anche al meno conosciuto Il risveglio del tuono di Peter Hyams del 2005. 

FRANCE-LIBYA/

Immagine presa dal web

Ritornando al romanzo di Bradbury, invece, è proprio la camminata non prevista di un cacciatore su una Terra di milioni di anni fa (avvenuta durante un safari indietro nel tempo) ad aver portato alla creazione di un nuovo futuro diverso da quello previsto. Molti conoscono l’autore statunitense soprattutto per Fahrenheit 451 o Cronache marziane, poco per i suoi racconti, altrettanto interessanti da essere considerati ciò che di nascosto si trova sotto la punta dell’iceberg-mondo fantascientifico da lui narrato. Rumore di tuono è proprio tra questi, ma per “immergerci” meglio in questo testo, ecco alcune citazioni e la trama.

La scritta sul muro sembrò baluginare, come sotto una pellicola d’acqua calda in movimento. Eckels si sentì battere le palpebre sulla fissità degli occhi, e in quella momentanea oscurità la scritta arse:

SAFARI NEL TEMPO, INC.
SAFARI IN QUALUNQUE ANNO DEL PASSATO.
VOI SCEGLIETE L’ANIMALE.
NOI VI PORTIAMO LÀ.
VOI SPARATE.

Un muco caldo si raggrumò nella gola di Eckels, che inghiottì per mandarlo giù. I muscoli attorno alla sua bocca formarono un sorriso, mentre tendeva lentamente la mano nell’aria, e in quella mano sventolava un assegno di diecimila dollari verso l’uomo seduto alla scrivania.

Nel 2055 il mondo non è affatto come ci si potrebbe aspettare; oltre al nuovo presidente americano Keith, per i cacciatori che hanno nostalgia del passato esiste la possibilità di fare dei viaggi nel tempo per uccidere animali estinti. Ovviamente non in maniera gratuita, ma con un cospicuo pagamento che ammonta a 10.000 dollari. Uno dei personaggi di questo racconto è Eckels: non si accontenta di uccidere animaletti semplici, vuole un T Rex, una grandiosa uccisione per soddisfare le sue enormi manie di protagonismo. In teoria non ci sarebbe nulla in contrario, l’unica regola è che l’animale sia già destinato alla morte per non rischiare di modificare in maniera irrimediabile il futuro. Ma Bradbury non fa tutto semplice, anzi, inserisce degli elementi che fanno capire quanto sia azzardato giocare con il destino e il tempo, entità misteriose e ingestibili. Eckels vuole fare di testa sua, poco gli importa delle regole e delle guide: non solo ha un incontro-scontro con un T Rex che non dovrebbe morire in quel momento, ma cammina sulla “passerella” su cui è severamente vietato mettere piede. Queste due azioni, apparentemente insignificanti, sono destinate però ad avere enormi conseguenze, d’altronde – ci fa capire Bradbury – non si scherza con ciò che è più grande di noi, soprattutto se sfugge a qualsiasi controllo. Dopo aver cercato di salvare il salvabile – ma senza troppo successo – Eckels e le guide ritornano al loro tempo presente. Il mondo sembra come prima, apparentemente. Il protagonista, nonostante il racconto sia breve, riesce a mostrarsi in tutto il suo peggio: è una persona arrogante ed egoista, e questo lo dimostra anche quando si rifiuta di pulire gli stivali completamente sporchi di fango a causa di quanto successo durante il safari. Neanche a farlo apposta, è proprio sulla suola che si nasconde la variazione della storia. Là dove sembrava esserci solo acqua mista a terra, infatti, in realtà c’è una farfalla, proveniente non solo da quel delicato e suscettibile passato, ma anche morta prima del suo tempo. Però ormai è troppo tardi, il mondo non è più lo stesso.

Incastrata nel fango, emettendo un luccichio verde, dorato e nero, c’era una farfalla, molto bella, e molto morta.
«Non una cosa così piccola! Non una farfalla!» gridò Eckels.
La farfalla cadde sul pavimento, una cosa squisita, una piccola cosa che poteva sconvolgere gli equilibri e distruggere una fila di piccoli esseri e poi di grandi esseri e poi di giganteschi esseri, attraverso gli anni e il Tempo. La mente di Eckels vorticava. Non poteva aver cambiato le cose. Uccidere una farfalla non poteva essere così importante! No? […]
Non si mosse. Gli occhi chiusi, aspettò, tremando. Sentì Travis respirare forte nella stanza. Sentì Travis spostare il fucile, alzare la sicura, puntare l’arma.
Poi, un rumore di tuono.

Per saperne di più:

Ray Bradbury - Cento racconti

Titolo: Cento racconti. Autoantologia 1943-1980
Autore: Ray Bradbury
Editore: Mondadori
Lunghezza: 1372 pagine
Prezzo: 24 euro
Trama: «I racconti sono qui. Ce ne sono cento, quasi quarant’anni della mia vita. Contengono metà delle verità sgradevoli sospettate a mezzanotte e metà di quelle gradevoli riscoperte a mezzogiorno». Con queste parole Ray Bradbury ha suggellato la sua prima imponente antologia di racconti, uscita nel 1980 da Knopf con il titolo «The stories of Ray Bradbury». Scelte e ordinate dall’autore, queste cento storie disegnano un percorso affascinante nella produzione di Bradbury, scrittore poliedrico e al tempo stesso fedelissimo alle sue passioni e all’idea di arte come suprema forma di felicità. Tra i racconti campeggia, anzitutto, la fantascienza – una “fantascienza umanistica” che diventa riflessione morale sul presente, di cui mette in luce le contraddizioni – ma non solo: accanto alle storie ambientate nello spazio troviamo quelle dedicate a una stirpe americana di vampiri, racconti di dinosauri, avventure di viaggiatori nel tempo, robot che si fingono esseri umani, zombie, scheletri, adolescenti assassini, fenomeni da baraccone. L’intero continente del fantastico è battuto palmo a palmo sullo sfondo di quella provincia americana delle small towns di cui Bradbury è stato impareggiabile cantore, feroce e nostalgico insieme.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 20,40 euro)
Per leggere solo Rumore di tuono: clicca qui

Sono affiliata ad Amazon e negli articoli ho aggiunto dei rimandi proprio a questo sito. Per ogni acquisto che farete seguendo i riferimenti che ho messo (oppure partendo da questo link generico), percepirò una commissione del 10% (massimo), ricavato che servirà per mantenere il mio sito o acquistare libri. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro supporto.

Il colpo dello “Strega”

Premio Strega

Un po’ di storia. «Cominciarono, nell’inverno e nella primavera 1944, a radunarsi amici, giornalisti, scrittori, artisti, letterati, gente di ogni partito unita nella partecipazione di un tema doloroso nel presente e incerto nel futuro. Poi, dopo il 4 giugno, finito l’incubo, gli amici continuarono a venire: è proprio un tentativo di ritrovarsi untiti per far fronte alla disperazione e alla dispersione. Prendiamo tutti coraggio da questo sentirci insieme. Spero che sarà per ognuno un vivido affettuoso ricordo». Così ha scritto Maria Bellonci, una delle ideatrici dello Strega, per raccontare le origini di questo Premio, come se quest’ultimo fosse una favola che al posto del “C’era una volta” prende le mosse da un “Cominciarono”. Sulla scia del Decameron di Boccaccio, in cui dieci giovani si rifugiarono in campagna a raccontare storie per distrarsi – e rifugiarsi – dalla peste, anche gli “amici della domenica” (così chiamati), decisero di far fronte ai tempi duri della Seconda guerra mondiale riunendosi in un gruppo culturale. Era il 1944 e gli intellettuali non potevano ancora immaginarlo, ma quell’incontro informale a casa Bellonci è all’origine di un premio che, a distanza di oltre settant’anni, è diventato il prestigioso riconoscimento che tutti conoscono. Ma perché “Strega”? La risposta è semplice: dal famoso liquore, ma anche in onore di Guido Alberti, l’imprenditore che, insieme alla sua famiglia, fu uno dei primi “sponsor” del concorso e ne contribuì alla diffusione.

Curiosità. Come ogni concorso che si rispetti, anche lo Strega ha le sue polemiche: nel 1986 toccò alla scelta – discussa – di assegnare il premio al romanzo postumo di Maria Bellonci; nel 1989 all’uscita di scena della casa editrice Adelphi (una esclusione volontaria che perdura tuttora); mentre in tempi più recenti alla decisione di prestare attenzione anche alla piccola editoria per non escluderla totalmente dal toto-nomi e non farla “travolgere” così dalla grandi come Mondadori o Einaudi (tante volte vincitrici). Il primo posto al Premio Strega (ma anche la sola selezione dei finalisti) non rappresenta solamente un grosso prestigio personale per l’autore, ma anche un notevole flusso di introiti: è stato calcolato, infatti, che il testo vincitore arrivi addirittura a quintuplicare le vendite, per non parlare del conseguente accrescimento della fama dello scrittore del libro. Soltanto Paolo Volponi ha vinto per ben due volte il Premio Strega, nel 1965 con La macchina mondiale e nel 1991 con La strada per Roma, mentre le votazioni hanno sempre stabilito la vittoria di un solo autore, senza parità. Solo nel 2006 c’è stata un’eccezione: accanto a Caos calmo di Sandro Veronesi, è stata premiata anche la Costituzione Italiana, sebbene in maniera “onoraria” e al di fuori della competizione. Inutile ricordare quanto alcune opere premiate rappresentino – anche a distanza di anni – dei capisaldi intramontabili della letteratura italiana, solo per citarne alcune: L’isola di Arturo di Elsa Morante, Il gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, La ragazza di Bube di Carlo Cassola, La chiave a stella di Primo Levi o Il nome della Rosa di Umberto Eco.

Da qualche ora sono stati ufficialmente resi pubblici i nomi dei cinque finalisti del Premio Strega 2018, il prestigioso riconoscimento assegnato, dal 1947, a un autore o autrice meritevole – il primo fu Ennio Flaiano con Tempo di uccidere – che abbia pubblicato un libro entro i limiti preposti dal concorso (il 1º aprile dell’anno precedente e il 31 marzo dell’anno in corso). Circa due mesi fa, la selezione aveva portato a una griglia di dodici nomi, ridotti poi a cinque super-finalisti nella serata del 13 giugno. Il prossimo appuntamento è fissato per il 5 luglio, data in cui le votazioni sanciranno definitivamente il vincitore dell’ambito premio. 

Helena Janeczek, 256 voti, autrice de La ragazza con la Leica (Guanda); Marco Balzano, 243 voti, con Resto qui (Einaudi); Sandra Petrignani, 200 voti, con La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg (Neri Pozza); Lia Levi, 173 voti, con Questa sera è già domani (e/o); Carlo D’Amicis, 151 voti, con Il gioco (Mondadori). (dal Corriere della Sera)

Nella cinquina anche tre donne, un fatto che non ha mancato di suscitare la soddisfazione di molti: è ormai dal 2003, cioè da Vita di Melania Mazzucco, che una autrice manca la vetta del prestigioso Strega. Prima di lei, solo altre nove: Elsa Morante con l’Isola di Arturo (1957), Natalia Ginzburg con Lessico famigliare (1963), Anna Maria Ortese con Poveri e semplici (1967), Lalla Romano con Le parole tra noi leggere (1969), Fausta Cialente con Le quattro ragazze Wieselberger (1976), Maria Bellonci con Rinascimento privato (1986), Mariateresa Di Lascia con Passaggio in ombra (1995), Dacia Maraini con Buio (1999) e Margaret Mazzantini con Non ti muovere (2002). 

Non va dimenticato che il numero dei votanti ha ormai raggiunto un totale di ben 660 aventi diritto, e che non è semplice prevedere il risultato finale.
Ci si chiede, ad esempio, se da qui al 5 luglio arriveranno le tradizionali polemiche, finora assenti. E se quest’anno una scrittrice tornerà a imporsi allo Strega (l’ultima volta è accaduto nel 2003, con Melania Gaia Mazzucco). In questa edizione sono ben 3 le autrici in cinquina. A proposito di statistiche, in tre delle ultime quattro edizioni ha vinto un autore della casa editrice Einaudi. Quest’anno toccherà ad altri editori?
(da Il Libraio)

Tra i preferiti dei “bookmaker” La ragazza con la Leica della Janeczek e Resto qui di Balzano, ma non si escludono colpi di scena. Una cosa è certa: vincitrice o vincitore, casa editrice affermata o indipendente (ebbene sì, quest’anno il Premio Strega si distingue anche per questo) ci si augura che vengano premiati il migliore e – soprattutto – il talento, il resto, come sempre, lo faranno il “mercato” e i lettori.

Titolo: La ragazza con la Leica (acquistabile qui al prezzo di 15,30 euro)
Autore: Helena Janeczek
Trama: Il 1° agosto 1937 una sfilata piena di bandiere rosse attraversa Parigi. È il corteo funebre per Gerda Taro, la prima fotografa caduta su un campo di battaglia. Proprio quel giorno avrebbe compiuto ventisette anni. Robert Capa, in prima fila, è distrutto: erano stati felici insieme, lui le aveva insegnato a usare la Leica e poi erano partiti tutti e due per la Guerra di Spagna. Nella folla seguono altri che sono legati a Gerda da molto prima che diventasse la ragazza di Capa: Ruth Cerf, l’amica di Lipsia, con cui ha vissuto i tempi più duri a Parigi dopo la fuga dalla Germania; Willy Chardack, che si è accontentato del ruolo di cavalier servente da quando l’irresistibile ragazza gli ha preferito Georg Kuritzkes, impegnato a combattere nelle Brigate Internazionali. Per tutti Gerda rimarrà una presenza più forte e viva della celebrata eroina antifascista: Gerda li ha spesso delusi e feriti, ma la sua gioia di vivere, la sua sete di libertà sono scintille capaci di riaccendersi anche a distanza di decenni. Basta una telefonata intercontinentale tra Willy e Georg, che si sentono per tutt’altro motivo, a dare l’avvio a un romanzo caleidoscopico, costruito sulle fonti originali, del quale Gerda è il cuore pulsante. È il suo battito a tenere insieme un flusso che allaccia epoche e luoghi lontani, restituendo vita alle istantanee di questi ragazzi degli anni Trenta alle prese con la crisi economica, l’ascesa del nazismo, l’ostilità verso i rifugiati che in Francia colpiva soprattutto chi era ebreo e di sinistra, come loro. Ma per chi l’ha amata, quella giovinezza resta il tempo in cui, finché Gerda è vissuta, tutto sembrava ancora possibile.

La ragazza con la Leica - H. Janeczek

Titolo: Resto qui (acquistabile qui al prezzo di 15,30)
Autore: Marco Balzano
Trama: L’acqua ha sommerso ogni cosa: solo la punta del campanile emerge dal lago. Sul fondale si trovano i resti del paese di Curon. Siamo in Sudtirolo, terra di confini e di lacerazioni: un posto in cui nemmeno la lingua materna è qualcosa che ti appartiene fino in fondo. Quando Mussolini mette al bando il tedesco e perfino i nomi sulle lapidi vengono cambiati, allora, per non perdere la propria identità, non resta che provare a raccontare. Trina è una giovane madre che alla ferita della collettività somma la propria: invoca di continuo il nome della figlia, scomparsa senza lasciare traccia. Da allora non ha mai smesso di aspettarla, di scriverle, nella speranza che le parole gliela possano restituire. Finché la guerra viene a bussare alla porta di casa, e Trina segue il marito disertore sulle montagne, dove entrambi imparano a convivere con la morte. Poi il lungo dopoguerra, che non porta nessuna pace. E così, mentre il lettore segue la storia di questa famiglia e vorrebbe tendere la mano a Trina, all’improvviso si ritrova precipitato a osservare, un giorno dopo l’altro, la costruzione della diga che inonderà le case e le strade, i dolori e le illusioni, la ribellione e la solitudine. Una storia civile e attualissima, che cattura fin dalla prima pagina.

Resto qui - M. Balzano

Titolo: La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg (acquistabile qui al prezzo di 15,30 euro)
Autore: Sandra Petrignani
Trama: Dalla nascita palermitana alla formazione torinese, fino al definitivo trasferimento a Roma, Sandra Petrignani ripercorre la vita di una grande protagonista del panorama culturale italiano. Ne segue le tracce visitando le case che abitò, da quella siciliana di nascita alla torinese di via Pallamaglio – la casa di “Lessico famigliare” – all’appartamento dell’esilio a quello romano in Campo Marzio, di fronte alle finestre di Italo Calvino. Incontra diversi testimoni, in alcuni casi ormai centenari, della sua avventura umana, letteraria, politica, e ne rilegge sistematicamente l’opera fin dai primi esercizi infantili. Un lavoro di studio e ricerca che restituisce una scrittrice complessa e per certi aspetti sconosciuta, cristallizzata com’è sempre stata nelle pagine autobiografiche, ma reticenti, dei suoi libri più famosi. Accanto a Natalia – così la chiamavano tutti, semplicemente per nome – si muovono prestigiosi intellettuali che furono suoi amici e compagni di lavoro: Calvino appunto, Giulio Einaudi e Cesare Pavese, Elsa Morante e Alberto Moravia, Adriano Olivetti e Cesare Garboli, Carlo Levi e Lalla Romano e tanti altri. Perché la Ginzburg non è solo l’autrice di un libro-mito o la voce – corsara quanto quella di Pasolini – di tanti appassionati articoli che facevano opinione e suscitavano furibonde polemiche. Narratrice, saggista, commediografa, infine parlamentare, Natalia è una “costellazione” e la sua vicenda s’intreccia alla storia del nostro paese (dalla grande Torino antifascista dove quasi per caso, in un sottotetto, nacque la casa editrice Einaudi, fino al progressivo sgretolarsi dei valori resistenziali e della sinistra). Un destino romanzesco e appassionante il suo: unica donna in un universo maschile a condividere un potere editoriale e culturale che in Italia escludeva completamente la parte femminile. E donna vulnerabile, e innamorata di uomini problematici. A cominciare dai due mariti: l’eroe e cofondatore della Einaudi, Leone Ginzburg, che sacrificò la vita per la patria, lasciandola vedova con tre figli in una Roma ancora invasa dai tedeschi, e l’affascinante, spiritoso anglista e melomane Gabriele Baldini che la traghettò verso una brillante mondanità: uomini fuori dall’ordinario ai quali ha dedicato nei suoi libri indimenticabili ritratti.

La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg - Sandra Petrignani

Titolo: Questa sera è già domani (acquistabile qui al prezzo di 14,40 euro)
Autore: Lia Levi
Trama: Genova. Una famiglia ebraica negli anni delle Leggi Razziali. Un figlio genio mancato, una madre delusa e rancorosa, un padre saggio ma non abbastanza determinato, un nonno bizzarro, zii incombenti, cugini che scompaiono e riappaiono. Quanto possono incidere i risvolti personali nel momento in cui è la Storia a sottoporti i suoi inesorabili dilemmi? E possibile desiderare di restare comunque nella terra dove ci sono le tue radici o è urgente fuggire? Se sì, dove? Esisterà un paese realmente disponibile all’accoglienza? Alla tragedia che muove dall’alto i fili dei diversi destini si vengono a intrecciare i dubbi, le passioni, le debolezze, gli slanci e i tradimenti dell’eterno dispiegarsi della commedia umana. Una vicenda di disperazione e coraggio realmente accaduta, ma completamente reinventata, che attraverso il filtro delle misteriose pieghe dell’anima ci riporta a un tragico recente passato.

Questa sera è già domani - L. Levi

Titolo: Il gioco (acquistabile qui al prezzo di 17 euro)
Autore: Carlo D’Amicis
Trama: La cosa più affascinante del sesso non è il sesso, ma tutto ciò che gli ruota attorno: in una sola parola, la vita. È per questo che Leonardo, Eva e Giorgio, dovendo parlare di sesso, raccontano le rispettive esistenze (audaci e innocenti allo stesso tempo) a un intervistatore che vorrebbe scrivere un libro sul piacere, e che invece si ritrova in continuazione a fare i conti con il loro dolore. Del resto, nel gioco erotico, tutto è così terribilmente intrecciato: non solo il piacere e il dolore, ma anche la trasgressione e le regole, la libertà e il possesso, l’eccitazione e la noia, l’io e la maschera. Quelle che i nostri eroi indossano in questo romanzo corrispondono ai tre ruoli chiave del gioco: Leonardo (nome in codice: Mister Wolf) è il bull, maschio alfa che applica al sesso seriale la disciplina e la meticolosità degli antichi samurai, Eva (la First Lady) è la sweet, regina e schiava del desiderio maschile, Giorgio (il Presidente) è il cuckold, tradito consenziente che sguazza nella sua impotenza ma non rinuncerebbe mai a manovrare i fili. Insieme formano il triangolo più classico e scabroso dell’intera geometria erotica, quello in cui l’ossessione maschile di possedere e offrire l’oggetto del proprio desiderio s’incastra con l’aspirazione della donna ad appartenere, finalmente, solo a se stessa. Recitano dei ruoli, Mister Wolf, la First Lady e il Presidente. Ma quanto più il corpo è il loro abito di scena, tanto più la loro anima si denuda, rivelando ai nostri occhi l’umanità struggente, tenera, e talvolta esilarante, di tre protagonisti fuori dagli schemi, eppure così simili a ciascuno di noi.

Il gioco - C. D'Amicis

Sono affiliata ad Amazon e negli articoli ho aggiunto dei rimandi proprio a questo sito. Per ogni acquisto che farete seguendo i riferimenti che ho messo (oppure partendo da questo link generico), percepirò una commissione del 10% (massimo), ricavato che servirà per mantenere il mio sito o acquistare libri. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro supporto.

Scrittrici femminili e pseudonimi maschili

Donne che scrivono

Immagine presa dal web

Per molto tempo alle donne è stato impedito di coltivare qualsiasi talento, vuoi per motivi legati a una società troppo maschilista e patriarcale, vuoi per pregiudizi di altro genere. Il fatto che non potessero nemmeno pubblicare dei libri non fa altro che dimostrare quanto anche la letteratura non abbia fatto loro degli sconti: vittime, carnefici, provocanti, ma quasi mai protagoniste in primo piano. Anche Virginia Woolf, in Una stanza tutta per sé, ha provato a parlare di tutto questo: oltre a rimarcare i difetti di un’epoca che ha precluso alle donne di mostrare ogni possibile lato artistico (se non in segreto e nascondendosi), l’autrice inglese ha insistito su un aspetto importante che fino ad allora, in quel sistema chiuso e di genere, era sfuggito a tutti, ossia la prospettiva femminile. Presa molto alla larga, infatti, la Woolf ha cercato di rivendicare lo spazio “rosa” della cultura, un posto per una mente inespressa e potenzialmente in continuo movimento, ma anche una voce che potesse alzarsi dopo secoli di silenzio e sudditanza. Perché vi sto dicendo queste cose? La risposta è semplice: oggi voglio parlarvi di quelle scrittrici che hanno visto le difficoltà di vivere della propria penna, ma anche solo provato il pregiudizio della propria società (compresa questa). Se da una parte, infatti, alcune autrici sono state costrette a “farsi valere” usando degli pseudonimi maschili, dall’altro lato è capitato pure che la scelta sia stata quella di mantenere un legame di genere utilizzando solamente un soprannome. In entrambi i casi, però, mascherare la propria origine rappresentava un tentativo di difesa nei confronti di un’epoca che le rifiutava in quanto esseri pensanti, ma anche come una sfida verso quei poteri forti che imponevano sempre più certi canoni. Questo anche tuttora. A partire da J. K. Rowling che, purtroppo, ha dimostrato quanto il successo dipenda dal nome, fino a passare per Jane Austen e Harper Lee, ecco una serie di scrittrici che hanno fatto dei loro pseudonimi (soprattutto maschili) un punto di forza.

– Currer Bell, Ellis Bell e Acton Bell sono i nomi maschili scelti rispettivamente da Charlotte, Emily e Anne Brönte, utilizzati soprattutto per sfuggire ai pregiudizi e ai mores dell’epoca ottocentesca. Con questi pseudonimi scrissero Jane Eyre, Cime tempestose e La signora di Wildfell Hall, dei romanzi che ebbero un grande successo di critica per i loro temi e il loro linguaggio e che ancora oggi rappresentano dei capisaldi della letteratura. Paradossalmente, il fratello minore Branwell Brontë fu proprio colui che meno riuscì a godere del successo del suo status maschile: adombrato dal successo delle sorelle, infatti, visse una carriera culturale mediocre e ai margini, quasi in competizione con il mito femminile che Charlotte, Emily e Anne si erano costruite.

– Harper Lee all’anagrafe è Nelle Harper Lee, ma eliminando il primo nome poteva dare l’impressione di essere un uomo. Se da una parte, infatti, ha pubblicato Il buio oltre la siepe (1960) in un’epoca in cui i più grandi scrittori erano maschi, dall’altra ha preferito anche evitare che quel “Nelle”, nome preso da quello della nonna “Ellen” scritto al contrario, fosse continuamente storpiato e pronunciato male (per scrupolo: “Nell” e non “Nellie”).

– J. K. Rowling rappresenta uno degli esempi più recenti, ma anche il più controverso. La famosa scrittrice di Harry Potter, infatti, si è creata la vita alternativa e maschile di Robert Galbraith proprio per sfuggire dalla famosissima saga che le ha valso un successo planetario: l’intento era quello di dare origine a qualcosa di diverso, peccato però che il primo impatto è stato un flop (almeno fino a quando non ha rivelato di essere lei sotto un’altra veste).

– George Eliot era lo pseudonimo di Mary Anne Evans, autrice britannica famosa soprattutto per Middlemarch, Il mulino sulla floss e Il velo dissolto. Come compagna di un uomo sposato, usò lo pseudonimo maschile soprattutto per rivendicare il suo ruolo sociale, ma anche per equiparare le sue opere alla stregua della grande letteratura del tempo e per non farle cadere nel preconcetto che le voleva etichettare come “minori”.

– Louisa May Alcott, la scrittrice di Piccole donne, era anche conosciuta con lo pseudonimo maschile di A. M. Barnard con il quale scrisse storie appassionanti ed amorose che però non mancavano di avere dei colpi di scena (ne sono un esempio A Long Fatal Love Chase e Pauline’s Passion and Punishment).

– Mary Shelley o anche Mary Wollstonecraft Godwin è stata un’autrice che ha lasciato il segno, soprattutto con il suo Frankenstein, un romanzo innovativo e sconvolgente che l’Ottocento faticò a concepire come scritto da una donna. Per tutti questi pregiudizi, ma anche per i riconoscimenti che tardavano ad arrivare, la Shelley fu costretta a pubblicare le sue opere in forma anonima o attraverso il nome del marito (Percey Shelley).

– Katharine Burdekin è un esempio poco conosciuto, ma non per questo non significativo: capace di ispirare anche George Orwell (un altro scrittore in incognito perché il suo vero nome era Eric Arthur Blair), ha pubblicato Swastica Night nel 1937 con lo pseudonimo maschile di Murray Costantine.

– Ann Radcliffe o anche Ann Ward è stata di certo una scrittrice carismatica e straordinaria: considerata la regina del romanzo gotico ed horror, non fece quasi nulla per nascondersi, se non firmandosi provocatoriamente in anonimo giusto perché il XIX secolo non vedeva di buon occhio le donne che scrivevano di storie cruenti, castelli maledetti e figure sublimi (elementi prettamente maschili). I misteri di Udolpho rappresentano sicuramente il suo migliore romanzo e la sua importanza ancora oggi è così grande da vantare influenze persino su Jane Austen, Byron e Charles Dickens.

– Jane Austen descrive alla perfezione l’innovazione della sua epoca, soprattutto per il suo spirito sempre sopra le righe. Ha saputo scrivere di rapporti di società e d’amore con la stessa facilità con cui si compila una lista della spesa, ma con l’arguzia e la simpatia tipiche solamente di una mente geniale come la sua. La Austen non ha usato un vero e proprio pseudonimo maschile, ma dal primo all’ultimo romanzo vide in A Lady una firma con cui portare alla ribalta tutto il genere femminile e combattere quelle costrizioni che vedevano nella donna un essere incapace a fare certe cose. Ci pensò il fratello, dopo la sua morte, a renderle giustizia.

– Nora Roberts è un altro esempio recente come quello di J. K. Rowling: è considerata la regina americana del “genere rosa”, ma con il nome maschile di J.D. Robb ha potuto anche far fronte alla curiosità di cimentarsi in generi notoriamente meno femminili (come quello giallo e fantascientifico) con cui ha dato origine alla fortunata serie di In Death.

Sono affiliata ad Amazon e negli articoli ho aggiunto dei rimandi proprio a questo sito. Per ogni acquisto che farete seguendo i riferimenti che ho messo (oppure partendo da questo link generico), percepirò una commissione del 10% (massimo), ricavato che servirà per mantenere il mio sito o acquistare libri. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro supporto.