Alla ricerca del piatto perduto: Spaghetti con crema di zucca, pancetta croccante e amaretti

Spaghetti con crema di zucca, pancetta croccante e amaretti.JPG

Valentina Zanotto

Ingredienti (per 4 persone):
320 g di “spaghetti”
300 g di zucca (già pulita)

1 cipolla bianca
1 bicchiere di acqua (da usare all’occorrenza)
80 g di ricotta
100 g di pancetta tagliata a cubetti;
10 amaretti
Sale e pepe q.b.
Olio e.v.o.
Rosmarino e salvia

Preparazione:
Tagliare la cipolla e farla stufare in un tegame insieme a un filo abbondante di olio, un rametto di rosmarino e qualche foglia di salvia. Unire la zucca pulita e tagliata a cubetti di media grandezza e quindi un bicchiere di acqua, che la aiuterà ad ammorbidirsi. La zucca sarà pronta quando la sua polpa sarà facile da schiacciare. A questo punto, metterla da parte e ridurla in crema aiutandosi con un minipimer, poi aggiungere anche la ricotta e amalgamare bene il tutto.

Intanto che si porta a bollore l’acqua salata per gli spaghetti, rosolare la pancetta in modo da renderla bella croccante e triturare anche gli amaretti (non importa se i pezzi saranno grossolani).

Scolare la pasta e “tuffarla” nella crema di zucca, quindi aggiungere anche la pancetta. Dare una mescolata e servire; come guarnizione una bella cascata di amaretti sbriciolati e un filo di olio.

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro:
L’autunno è alle porte e non c’è modo migliore per accoglierlo se non attraverso un appagante comfort food. Quando si pensa a tale stagione è inevitabile l’accostamento con la zucca, regina indiscussa delle tavole del periodo. Con questa semplice ricetta ho cercato di rendere giustizia a una “verdura” non solo versatilissima, ma anche molto buona e che mi piace tantissimo: la dolcezza della sua polpa, accostata al gusto saporito della pancetta e agli amaretti, crea una combinazione che è impossibile non apprezzare (almeno per me). Detto ciò, su scia della fascinosa e colorata stagione autunnale – ma anche della ricetta -, il consiglio letterario che mi sento di dare in questo caso è Pellegrinaggio d’autunno, un libricino che raccoglie tre racconti giovanili di Hermann Hesse (autore che tutti conoscono per produzioni ben più maggiori come Siddharta o Narciso e Boccadoro). I temi di questi brevi testi sono soprattutto la natura e la vita, quest’ultima indissolubilmente legata alla prima; sebbene le tematiche possano risultare banali o comuni, la particolarità sta proprio nel modo in cui esse sono raccontate: in tipico stile Hesse, con toni introspettivi e placidi, a cui si aggiunge anche una certa attenzione “sentimentale”. Magari non sarà celebre, ma Pellegrinaggio d’autunno è una piccola chicca che merita di essere scoperta.

Serata molto fresca, umida, inospitale, precocemente buia. Ero sceso dalla montagna giù per uno stradellino ripido, in parte argilloso e incassato tra due pareti, ed adesso mi trovavo, da solo, sulla riva del lago, tremando dal freddo. Da oltre i colli giungevano fumi di nebbia, la pioggia si era esaurita e, ormai cadevano soltanto poche gocce, deboli e scacciate dal vento.

Pellegrinaggio d'autunno - H. Hesse

Titolo: Pellegrinaggio d’autunno
Autore: Hermann Hesse
Editore: Newton Compton
Lunghezza: 96 pagine
Prezzo: 6,90 euro
Trama: Questa raccolta comprende tre racconti ambientati in paesaggi suggestivi, dove impera la contemplazione di una natura bucolica e soleggiata. Lo stile è sommesso, pacato, di una calma che sembra denotare la giovinezza dell’autore, che si ispira ad un romanticismo dolce e nostalgico; soprattutto la precocità degli scritti si nota in alcuni dialoghi, poco spontanei, e forse in una punta di presunzione da parte di Hermann Hesse, caratteristica certo di ogni autore alle prime armi. La ricerca stilistica non è estenuante, come si può comprendere dalla presenza di termini ripetuti eccessivamente, o da una certa acerbità dei testi. Ma questi, che potrebbero essere solo difetti, diventano quasi dei pregi, perché ci mostrano un Hermann Hesse pieno di ardore giovanile, di passioni, di forti sentimenti che tramuta in sensazioni letterarie.
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Un giorno al Vittoriale

La prima volta che ho visitato il Vittoriale degli Italiani ero alle superiori, ma poco mi ricordo di quell’uscita, se non che fosse una di quelle gite obbligate dal programma scolastico e quindi “una noia mortale mista all’opportunità di non stare sui libri per un giorno”. La seconda, invece, è stata poco tempo fa, durante un giro sul lago per far fronte alla calura estiva (ma non proprio andato a buon fine). In questa occasione ho realizzato una riflessione: è proprio vero che certe cose le si apprezza di più quando non si è costretti a capirle, o meglio, quando si ha la giusta maturità per comprenderle. In pratica: ogni cosa ha il suo tempo. Questo per dire che mai avrei pensato che dare una seconda possibilità al Vittoriale si potesse rivelare una nuova occasione per entrare in contatto con un mondo – quello Dannunziano – davvero interessante e “appariscente”. 

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Valentina Zanotto

Molti pensano che il Vittoriale descriva solamente la “casa” di Gabriele D’Annunzio, quella che viene chiamata anche “Prioria”. Invece no: Vittoriale è tutto, cioè l’intero complesso (di circa 9 ettari) formato da edifici, giardini, piazze e monumenti edificati proprio dal Vate in un periodo compreso tra il 1921 e il 1938. La particolarità di questo luogo sta certamente nel suo sembrare una piccola città situata sulle colline bresciane di Gardone Riviera. La presenza di alcuni elementi singolari non fa altro che “spettacolarizzare” tutto l’insieme, proprio come accade con la “nave militare Puglia”, una vera e propria imbarcazione situata nei giardini del Vittoriale e con la prua rivolta “simbolicamente” verso l’adriatico; a questa si aggiungono il “Mausoleo degli Eroi” con la tomba del poeta, un parco adornato da statue e piccole cascate che costeggiano la limonaia e il frutteto, ma anche raccolte di cimeli e percorsi che rendono la visita di quello spazio ancora più suggestiva. Ciò che, però, aveva tutta l’aria di essere la sua personalissima dimora, oggi invece si è trasformata in un vero e proprio museo a cielo aperto visitato ogni anno da migliaia di persone. A dirla tutta, D’Annunzio inizialmente aveva concepito questo luogo come una sorta di “casa vacanze”: le sue intenzioni, infatti, erano quelle di rimanere a Gardone solo per un breve periodo, giusto il tempo di trovare l’ispirazione e la tranquillità adeguate per terminare il componimento poetico del Notturno. Ciò viene spiegato anche da lui stesso in un frammento di lettera destinato alla moglie Maria Hardouin:

Ho trovato qui sul Garda una vecchia villa appartenuta al defunto dottor Thode. È piena di bei libri. Il giardino è dolce, con le sue pergole e le sue terrazze in declivio. E la luce calda mi fa sospirare verso quella di Roma. Rimarrò qui qualche mese, per licenziare finalmente il Notturno.

Prima di ospitare D’Annunzio, questa villa era appartenuta a Henry Thode, un critico d’arte tedesco a cui lo stato italiano aveva confiscato la residenza come risarcimento dei danni causati dalla Germania durante la Prima guerra mondiale. Le influenze del vecchio proprietario risultano visibili ancora oggi: non solo negli oggetti “artistici” di arredamento, ma soprattutto nella collezione di circa 30.000 libri che occupano quasi tutte le stanze della casa. Del complesso del Vittoriale, la Prioria è sicuramente lo spazio più simbolico ed evocativo, e questo lo dimostrano anche tutte le sale che la compongono. Più che una semplice visita a un importante monumento della storia e della letteratura italiane, entrare in questa casa è un vero e proprio viaggio iniziatico nel mondo e nella mente di Gabriele D’Annunzio. La sua personalità eclettica è manifesta già a partire dall’ingresso, diviso in due “entrate” a seconda che alla porta vi fossero ospiti graditi o meno (amici o visite ufficiali): la Stanza del mascheraio da una parte e l’Oratorio Dalmata dall’altra.

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Valentina Zanotto

La Stanza del mascheraio è così chiamata per via dei versi scritti sopra una delle pareti: Al visitatore / Teco porti lo specchio di Narciso? / Questo è piombato vetro. O Mascheraio. / Aggiusta la tue maschere / Al tuo viso ma pensa che / sei vetro contro acciaio. Che fossero delle parole destinate a delle persone invise al poeta è cosa certa, ma che tra queste ultime si potesse annoverare anche Benito Mussolini è una curiosità che pochi sanno. Questo, infatti, fu il messaggio che lo accolse, nel 1925, al suo ingresso al Vittoriale, una visita che non solo gli costò due ore di attesa, ma che sembrò anche mostrare quanto fosse “piccola” la sua personalità al confronto di quella del Vate.

Altre due stanze interessanti sono lo Scrittoio del Monco e l’Officina, entrambe ancora ricchissime di elementi simbolici. La prima era una sorta di saletta adibita al disbrigo della corrispondenza e che deve il suo nome alla scultura di una mano tagliata collocata sull’architrave della porta d’ingresso, accompagnata dalla citazione latina Recisa quiescit (“Tagliata riposa”). D’Annunzio non lasciava nulla al caso e queste due immagini accostate insieme dovevano significare solo una cosa: il poeta non poteva rispondere alle lettere di tutti quanti – soprattutto a quelle “scomode” -, perciò si era inventato di essere senza una mano e impossibilitato a scrivere. Ovviamente nulla di più falso, ma la sua simpatica storiella aveva il compito di allontanare i suoi tanti creditori (almeno per un po’). L’Officina, invece, era lo studio del poeta, un luogo solenne a cui si accedeva per mezzo di tre gradini che obbligavano il visitatore ad abbassarsi come a inchinarsi al cospetto del suo “genio”. All’interno, oltre a dei calchi della Nike di Samotracia e delle metope equestri, si trova anche un busto della celebre musa del Vate, l’attrice Eleonora Duse; il velo che le copre dolcemente il capo disegnando le sue forme doveva servire a non distrarre troppo lo scrittore durante la sua attività.

Completano la Prioria: La Stanza del Lebbroso, quella del Giglio, il Corridoio della Via Crucis, la Sala della reliquie e della Cheli (la zona da pranzo sul cui tavolo si trova il carapace di una tartaruga morta per indigestione nei giardini del Vittoriale e, in quel contesto, usata come monito per i commensali), la Veranda dell’Apollino, il Bagno Blu, la Zambracca, la Stanza della Musica e la Sala del mappamondo, quest’ultima una vera e propria biblioteca con circa 6.000 volumi dei circa 33.000 complessivi.

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Valentina Zanotto

Gabriele D’Annunzio aveva certamente una mente eclettica, ma anche piuttosto “complessata”. Entrare nella sua abitazione non significava solo prestare attenzione a ogni minimo dettaglio, ma soprattutto accostarsi a una personalità che non mancava di registrare qualche nota problematica, come ad esempio il suo essere ipocondriaco e fotofobico (una condizione, quest’ultima, spiegata anche dall’oscurità generale che avvolge la Prioria). Il carattere – diviso tra sacro e profano – del poeta lo si coglie in ogni oggetto che occupa la sua casa un po’ “sopra le righe”. Anche se indebitato fino al collo, D’Annunzio è riuscito a creare un luogo in cui nessun elemento è lasciato al caso e le sue passioni (in primis Dante e Michelangelo) sono continuamente riproposte e riportate in vita. Ma non solo: egli aveva progettato un’esistenza che sarebbe dovuta andare ben oltre la sua Prioria attraverso il progetto dello Schifamondo, un edificio affiancato a quello “ufficiale” che sarebbe dovuto diventare la nuova residenza del Vate, ma mai ultimato perché interrotto dalla sua morte (avvenuta il 1° marzo del 1938, quando il poeta venne ritrovato dai suoi domestici riverso sullo scrittoio che anticipava la sua stanza da letto). Oltre al Vittoriale, non bisogna affatto dimenticare il suo enorme lascito culturale. D’Annunzio è stato uno dei maggiori esponenti del decadentismo italiano ed europeo: sulle ceneri della crisi sociale e umana in atto, infatti, lo scrittore fa del “mito dell’estetismo” una cifra importante del suo essere, nonché un aspetto caratterizzante della sua produzione letteraria. Dotato di una personalità smisurata e poliedrica, quello dannunziano è stato uno stile in grado di toccare diverse forme espressive (anche il giornalismo mondano). Tra tutte, però, lo scrittore ha sempre preferito la poesia lirica, probabilmente l’unica in grado di dare “giustizia” al suo desiderio di meditazione ed eleganza. Attorno a quest’ultima si può dire ruoti la maggior parte delle sue opere letterarie, un tripudio di emulazione, classicismo, ma anche di forte innovazione. Impossibile non cogliere nelle sue opere la vastità dei suoi interessi culturali, soprattutto la singolare capacità di farsi carico – e quindi di rielaborare – le tendenze letterarie e filosofiche con cui entra in contatto. Si può dire tutto di D’Annunzio, ma non che non fosse una personalità in grado di unire l’eccentricità con la continua esplorazione. Qui di seguito vi lascio una selezione delle opere più significative del poeta/scrittore italiano, mentre a questo link l’elenco completo. 

Titolo: Il piacere (acquistabile qui al prezzo di 8,25 euro)
Trama: Pubblicato nel 1889, questo romanzo affonda le proprie radici nella società decadente di fine secolo. Ambientato a Roma, narra gli amori e le avventure mondane del giovane Andrea Sperelli. Poeta, pittore, ma soprattutto raffinato artefice di piacere, Andrea è però tormentato dal ricordo di una relazione complicata, troncata bruscamente, che non riesce a dimenticare.

Il piacere - D'Annunzio

Titolo: Notturno (acquistabile qui al prezzo di 7,65 euro)
Trama: Amore, morte e dolore sono i temi di questa intensa confessione lirica, scritta quando, in seguito a una grave ferita di guerra, D’Annunzio è costretto a indossare una benda su entrambi gli occhi, che lo condanna a una temporanea cecità e a una immobilità pressoché totale. Eppure il poeta non rinuncia a scrivere. In una sorta di divinazione, annota su sottili strisce di carta “Visioni immense affluenti dal cervello all’occhio ferito, trasformazioni verbali della musica”. Cosi s’intrecciano i ricordi dell’infanzia e della madre, l’esaltazione eroica delle imprese di guerra, il rimpianto per i compagni morti valorosamente, l’affetto per la figlia Renata e il presente della malattia. Un’opera sorprendente, che ci rivela un D’Annunzio commosso, ripiegato su se stesso, lontano dalla tensione superomistica delle liriche e dei romanzi.

Notturno - G. D'Annunzio

Titolo: Primo vere (acquistabile qui al prezzo di 18,70 euro)
Trama: “Primo vere”, qui riproposto nell’edizione del 1879, segnò il noviziato poetico del sedicenne d’Annunzio. Ottenne numerosi consensi e il plauso di Giuseppe Chiarini che riconosceva al giovane “attitudini alla poesia non comuni”. Inoltre, vi si scorgono motivi caratteristici del d’Annunzio più maturo.

Primo vere - G. D'Annunzio

Titolo: Le vergini delle rocce (acquistabile qui al prezzo di 7,41 euro)
Trama: L’aristocratico musicista Claudio Cantelmo abbandona Roma e si ritira nella sua antica dimora nell’Agro romano per sfuggire alla dominante meschinità dell’Italia post-risorgimentale e piccolo-borghese. In cerca di una donna adatta al suo rango, con cui condividere il suo disegno e generare il futuro Re di Roma, si imbatte in tre sorelle: Violante, avvenente e sensuale; Anatolia, piena di generosa energia; la dolce e fragile Massimilla, vocata alla monacazione. Ispirato dall’opera del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche e dal tema del superuomo, Le vergini delle rocce con il suo culto del “dominatore” provoca nella coscienza del lettore moderno un misto di ilarità e sdegno, ma finisce inconsapevolmente col negare il superomismo, creando un eroe perplesso fino allo scacco, vittima della sua stessa follia.

Le vergini delle rocce - G. D'Annunzio

Titolo: Alcyone (acquistabile qui al prezzo di 6,23)
Trama: Alcyone è una raccolta di liriche di Gabriele D’Annunzio pubblicata nel 1903, composta tra il 1899 e il 1903 ed è considerato il terzo libro delle Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi. Alcyone comprende 88 liriche, ordinate secondo un criterio strutturale che non ricalca l’ordine cronologico della composizione. Tra la prima (La tregua) e l’ultima (Il commiato) si delinea l’ideale percorso narrativo di un’estate di poesia (nel senso di una raccolta composta d’estate e che ha per tema l’estate, sia dal punto di vista della stagione fisica che della maturità poetica dell’autore). Nello schema qui proposto risulta evidenziata la simmetria ritmica con cui il poeta ha suddiviso la raccolta. Dopo il proemio de La tregua – che ha la funzione di istituire un collegamento fra Alcyone e i precedenti libri delle Laudi, dedicati all’impegno eroico (Maia) e civile (Elettra) – Il fanciullo apre una serie di sette ballate cui fanno seguito cinque sezioni, ciascuna aperta da una lirica con titolo latino cui segue un ditirambo, vero cardine della struttura poetica. Ai ditirambi sono destinati i cambiamenti di stagione e di approccio al mito, vero tema cardine dell’intero poema dannunziano. Attenzione: la posizione e il carattere di ogni titolo ne rappresentano il valore strutturale; la forma di questo elenco va osservata quindi attentamente, per avere una prima idea sulla concezione strutturale della raccolta.

Alcyone - G. D'Annunzio

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Alla ricerca del piatto perduto: Frisella condita

 

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Valentina Zanotto

Ingredienti (per 4 persone):
8 friselle (io le ho scelte integrali)
5 pomodori ramati ben maturi
20 capperi
5 filetti d’acciuga
Qualche foglia di basilico
2 bicchiere di acqua
Sale q.b.
Olio e.v.o.

Preparazione:
Prendere le friselle e romperle a pezzi (meglio ancora se si hanno delle friselle già rotte e di cui non si sa cosa fare), quindi metterle in un recipiente piuttosto capiente e versarci sopra “a giro” i due bicchieri di acqua. Aggiustare di sale.

Fare a tocchetti i pomodori, tagliare a metà i capperi e sminuzzare i filetti di acciuga. Una volta che tutti gli ingredienti sono pronti, unirli ai pomodori. Completare con il basilico spezzettato a mano, condire con dell’olio e.v.o. e dare una bella mescolata. L’ideale sarebbe lasciare insaporire le friselle per una mezz’oretta; se volete servirle in una maniera simpatica, utilizzate dei barattoli con chiusura ermetica.

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro:

Il luogo più interessante era il torrente, a cui mia madre ci portava tutte le mattine, a prendere il sole e a diguazzare nell’acqua limpida mentre lei lavorava a maglia all’ombra di un salice. Lo si poteva guadare senza pericolo da sponda a sponda, e albergava animali mai visti. Sul fondo, strisciavano insetti neri che sembravano grosse formiche […]. A mezz’aria si libravano libellule meravigliose, dai riflessi turchini, metallici; metallico e meccanico era anche il loro ronzio. Erano piccole macchine da guerra: a un tratto calavano come dardi su un’invisibile preda. Sui lembi di sabbia asciutta correvano scarabei verdi, agilissimi, e si aprivano le trappole coniche dei formicaleoni. [Dal racconto Ranocchi sulla luna, p. 113]

Molti animali, dalle strutture più diverse, ostentano colori vivaci e hanno carni di sapore disgustoso, oppure sono velenosi: ad esempio i pesci dorati e le coccinelle, o rispettivamente le vespe e certi serpenti. I colori vistosi servono come segnali e avviso, affinché i predatori li riconoscano da lontano e, ammaestrati da precedenti esperienze, si astengano dall’assalirli. Esiste un parallelo comportamento umano? In generale, l’uomo nocivo tende piuttosto a confondersi entro la maggioranza, per sottrarsi all’identificazione; ma non fa così quando è o si sente superiore alla legge. [Dal racconto Romanzi dettati dai grilli, p. 126]

Pochi ingredienti, sostituibili a seconda dei gusti e da preparare in poco tempo: come quando si ha voglia di leggere qualcosa di breve e che può cambiare a seconda dell’ispirazione del momento. Come non pensare a una raccolta di racconti? In questo caso quelli contenuti in Ranocchi sulla luna (e altri animali), opera firmata Primo Levi e contenente un numeroso repertorio zoologico di fantasia e curiosità. Leggendo questi testi brevi si viene proiettati in un mondo di emozioni in cui non sono gli umani a parlare, ma le creature con le zampe. Ogni racconto impiega poco tempo di lettura – un po’ come la preparazione di queste friselle – ma ciascuno è in grado di trasmettere un messaggio unico e particolare. Da leggere, soprattutto per conoscere un “inedito” Primo Levi.

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Titolo: Ranocchi sulla luna e altri animali
Autore: Primo Levi
Editore: Einaudi
Lunghezza: 234 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Gabbiani, giraffe, talpe, formiche, dromedari, elefanti, farfalle, scoiattoli, ragni, buoi, ranocchi, corvi, topi, chiocciole. Nelle pagine di Primo Levi gli animali non rappresentano una curiosità marginale o un divertimento accessorio, ma sono parte integrante del suo immaginario e della sua moralità: rappresentano un diverso modo di parlare delle scelte che ogni uomo deve affrontare. Primo Levi è affascinato dalle capacità con cui esseri d’ogni specie, compresi i parassiti, hanno risposto alle difficoltà dell’ambiente elaborando soluzioni ingegnose, quasi altrettante filosofie di vita. “Ci sono animali enormi e minuscoli, estremamente forti ed estremamente deboli, audaci e fuggitivi, veloci e lenti, astuti e sciocchi, splendidi e orrendi”, ma proprio uscendo dall’isola umana uno scrittore può scoprire una miniera di storie possibili, ricca di metafore, simboli, allegorie. Sino dalla fine degli anni Cinquanta Primo Levi ha dedicato loro racconti, articoli, interviste immaginarie e poesie, in cui ha messo a frutto l’acutezza delle sue osservazioni, e la curiosità di uno sguardo sorridente e pensoso, mai sentimentale o antropomorfo. L’insuperabile analista del “termitaio” del Lager si è rivelato anche un brillante zoologo ed etologo, capace di aprire al lettore orizzonti inconsueti.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 10,20 euro)

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L’effetto farfalla raccontato da Ray Bradbury

L’effetto farfalla, scientificamente parlando, prende le basi dalla “teoria del caos”, ipotizzata ufficialmente negli anni Settanta dal fisico Edward Lorenz e basata sull’idea che anche il disordine abbia le sue regole. Sostanzialmente, l’opinione è quella secondo cui dietro la semplicità e l’apparenza di un ordine prestabilito si trovi nascosto qualcosa di inconoscibile per cui non solo un evento vicino può avere conseguenze anche lontane, ma che variando le condizioni iniziali di un certo sistema quest’ultimo si evolverà quasi certamente in maniera inaspettata. Ma da dove deriva a sua volta questo pensiero? Per dare risposta a questa domanda bisogna tornare indietro al 1952 e citare il romanzo A Sound of Thunder di Ray Bradbury, un testo breve – ma veramente significativo – che ha avuto notevoli influenze culturali. Basti pensare a The Butterfly Effect, un film di fantascienza del 2004 diretto da Eric Bress e J. Mackye Gruber, che si apre con la celebre frase, offerta da una voce fuori campo, «Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo»; ma anche al meno conosciuto Il risveglio del tuono di Peter Hyams del 2005. 

FRANCE-LIBYA/

Immagine presa dal web

Ritornando al romanzo di Bradbury, invece, è proprio la camminata non prevista di un cacciatore su una Terra di milioni di anni fa (avvenuta durante un safari indietro nel tempo) ad aver portato alla creazione di un nuovo futuro diverso da quello previsto. Molti conoscono l’autore statunitense soprattutto per Fahrenheit 451 o Cronache marziane, poco per i suoi racconti, altrettanto interessanti da essere considerati ciò che di nascosto si trova sotto la punta dell’iceberg-mondo fantascientifico da lui narrato. Rumore di tuono è proprio tra questi, ma per “immergerci” meglio in questo testo, ecco alcune citazioni e la trama.

La scritta sul muro sembrò baluginare, come sotto una pellicola d’acqua calda in movimento. Eckels si sentì battere le palpebre sulla fissità degli occhi, e in quella momentanea oscurità la scritta arse:

SAFARI NEL TEMPO, INC.
SAFARI IN QUALUNQUE ANNO DEL PASSATO.
VOI SCEGLIETE L’ANIMALE.
NOI VI PORTIAMO LÀ.
VOI SPARATE.

Un muco caldo si raggrumò nella gola di Eckels, che inghiottì per mandarlo giù. I muscoli attorno alla sua bocca formarono un sorriso, mentre tendeva lentamente la mano nell’aria, e in quella mano sventolava un assegno di diecimila dollari verso l’uomo seduto alla scrivania.

Nel 2055 il mondo non è affatto come ci si potrebbe aspettare; oltre al nuovo presidente americano Keith, per i cacciatori che hanno nostalgia del passato esiste la possibilità di fare dei viaggi nel tempo per uccidere animali estinti. Ovviamente non in maniera gratuita, ma con un cospicuo pagamento che ammonta a 10.000 dollari. Uno dei personaggi di questo racconto è Eckels: non si accontenta di uccidere animaletti semplici, vuole un T Rex, una grandiosa uccisione per soddisfare le sue enormi manie di protagonismo. In teoria non ci sarebbe nulla in contrario, l’unica regola è che l’animale sia già destinato alla morte per non rischiare di modificare in maniera irrimediabile il futuro. Ma Bradbury non fa tutto semplice, anzi, inserisce degli elementi che fanno capire quanto sia azzardato giocare con il destino e il tempo, entità misteriose e ingestibili. Eckels vuole fare di testa sua, poco gli importa delle regole e delle guide: non solo ha un incontro-scontro con un T Rex che non dovrebbe morire in quel momento, ma cammina sulla “passerella” su cui è severamente vietato mettere piede. Queste due azioni, apparentemente insignificanti, sono destinate però ad avere enormi conseguenze, d’altronde – ci fa capire Bradbury – non si scherza con ciò che è più grande di noi, soprattutto se sfugge a qualsiasi controllo. Dopo aver cercato di salvare il salvabile – ma senza troppo successo – Eckels e le guide ritornano al loro tempo presente. Il mondo sembra come prima, apparentemente. Il protagonista, nonostante il racconto sia breve, riesce a mostrarsi in tutto il suo peggio: è una persona arrogante ed egoista, e questo lo dimostra anche quando si rifiuta di pulire gli stivali completamente sporchi di fango a causa di quanto successo durante il safari. Neanche a farlo apposta, è proprio sulla suola che si nasconde la variazione della storia. Là dove sembrava esserci solo acqua mista a terra, infatti, in realtà c’è una farfalla, proveniente non solo da quel delicato e suscettibile passato, ma anche morta prima del suo tempo. Però ormai è troppo tardi, il mondo non è più lo stesso.

Incastrata nel fango, emettendo un luccichio verde, dorato e nero, c’era una farfalla, molto bella, e molto morta.
«Non una cosa così piccola! Non una farfalla!» gridò Eckels.
La farfalla cadde sul pavimento, una cosa squisita, una piccola cosa che poteva sconvolgere gli equilibri e distruggere una fila di piccoli esseri e poi di grandi esseri e poi di giganteschi esseri, attraverso gli anni e il Tempo. La mente di Eckels vorticava. Non poteva aver cambiato le cose. Uccidere una farfalla non poteva essere così importante! No? […]
Non si mosse. Gli occhi chiusi, aspettò, tremando. Sentì Travis respirare forte nella stanza. Sentì Travis spostare il fucile, alzare la sicura, puntare l’arma.
Poi, un rumore di tuono.

Per saperne di più:

Ray Bradbury - Cento racconti

Titolo: Cento racconti. Autoantologia 1943-1980
Autore: Ray Bradbury
Editore: Mondadori
Lunghezza: 1372 pagine
Prezzo: 24 euro
Trama: «I racconti sono qui. Ce ne sono cento, quasi quarant’anni della mia vita. Contengono metà delle verità sgradevoli sospettate a mezzanotte e metà di quelle gradevoli riscoperte a mezzogiorno». Con queste parole Ray Bradbury ha suggellato la sua prima imponente antologia di racconti, uscita nel 1980 da Knopf con il titolo «The stories of Ray Bradbury». Scelte e ordinate dall’autore, queste cento storie disegnano un percorso affascinante nella produzione di Bradbury, scrittore poliedrico e al tempo stesso fedelissimo alle sue passioni e all’idea di arte come suprema forma di felicità. Tra i racconti campeggia, anzitutto, la fantascienza – una “fantascienza umanistica” che diventa riflessione morale sul presente, di cui mette in luce le contraddizioni – ma non solo: accanto alle storie ambientate nello spazio troviamo quelle dedicate a una stirpe americana di vampiri, racconti di dinosauri, avventure di viaggiatori nel tempo, robot che si fingono esseri umani, zombie, scheletri, adolescenti assassini, fenomeni da baraccone. L’intero continente del fantastico è battuto palmo a palmo sullo sfondo di quella provincia americana delle small towns di cui Bradbury è stato impareggiabile cantore, feroce e nostalgico insieme.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 20,40 euro)
Per leggere solo Rumore di tuono: clicca qui

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Alla ricerca del piatto perduto: Spaghettini con funghi champignon e crema di ricotta

Spaghettini con champignon e crema di ricotta.JPG

Valentina Zanotto

Ingredienti (per 4 persone)
320 g di “spaghettini”
250 g di funghi champignon freschi
1 spicchio di aglio
2-3 ciuffi di prezzemolo
Sale e pepe q.b.
Olio e.v.o.

Per la crema di ricotta:
150 g di ricotta
20 g di parmigiano
Sale e pepe q.b.

Preparazione:
Pulire i funghi champignon con cura (privandoli della “pellicina” sul cappello e della terra sul gambo) e tagliarli a fettine; quindi porli in una padella in cui si è fatto imbiondire lo spicchio d’aglio con l’olio e.v.o. Farli insaporire per bene mescolandoli di tanto in tanto e solo a fine cottura aggiungere il prezzemolo tagliato finemente (una volta che l’aglio avrà fatto il suo dovere, si può togliere; se invece siete amanti del suo sapore, vi suggerisco di cuocere i funghi con l’aglio sminuzzato).

Per fare la crema, mettere in una terrina la ricotta, il parmigiano, il sale e il pepe, poi frullare il tutto con il minipimer. A piacere si può aggiungere anche mezzo mestolo di acqua di cottura. Una volta che il composto avrà la consistenza di una crema, metterlo da parte.

Portare a bollore l’acqua salata e buttare gli “spaghettini”. Scolarli al dente e rovesciarli nella padella in cui, precedentemente, sono stati cotti i funghi. Farli saltare per amalgamarli, quindi aggiungere anche la crema di ricotta continuando a mescolare la pasta (il tutto a fuoco spento). Impiattare e servire gli spaghettini ancora caldi.

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro:

Aveva visto i camosci saltare i precipizi in piena corsa, uno dietro l’altro eseguendo l’identica sequenza di passi nello slancio da una sponda all’altra. Il loro salto era un rammendo tra due bordi, un punto di sutura sopra il vuoto. C’entrava l’invidia per la superiorità della bestia, da cacciatore ammetteva la bassezza che inventa l’espediente, l’agguato da lontano. Senza certezza di inferiorità manca la spinta a mettersi all’altezza.
Diverso è il pescatore, che non invidia nessuna abilità del pesce, vuole invece sconfiggerle. È predatore che cattura in massa, non insegue un esemplare solo, tranne Achab in Moby Dick. Né carica la bestia sulle spalle. Il pescatore è opposto.

Anche se all’apparenza sembrerebbe una ricetta autunnale, i funghi champignon ci dicono che possiamo cucinare questo piatto anche nel periodo estivo (e se la giornata è stata “buttata giù” da un po’ di pioggia o da un temporale tanto meglio, questo comfort food è pronto per arrivare in soccorso). I funghi, generalmente, mi fanno pensare alla montagna, a qualche sentiero coperto di foglie oppure a una camminata all’ombra degli alberi. Ecco perché ho pensato di abbinare i miei “spaghettini” a un romanzo in cui questo tortuoso paesaggio si mescola all’introspezione e alla poesia. Il peso della farfalla di Erri De Luca è un racconto – ma anche una favola – in cui natura e uomo si incontrano e si scontrano: sullo sfondo proprio la montagna di un camoscio e di un cacciatore che vuole ucciderlo.

Il peso della farfalla - Erri De Luca

Titolo: Il peso della farfalla
Autore: Erri De Luca
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 70 pagine
Prezzo: 7 euro
Trama: Il re dei camosci è un animale ormai stanco. Solitario e orgoglioso, da anni ha imposto al branco la sua supremazia. Forse è giunto il tempo che le sue corna si arrendano a quelle di un figlio più deciso. E novembre, tempo di duelli: è il tempo delle femmine. Dalla valle sale l’odore dell’uomo, dell’assassino di sua madre. Anche l’uomo, quell’uomo, era in là negli anni, e gran parte della sua vita era passata a cacciare di frodo le bestie in montagna. E anche quell’uomo porta, impropriamente, il nome di “re dei camosci” – per quanti ne aveva uccisi. Ha una Trecento magnum e una pallottola da undici grammi: non lasciava mai la bestia ferita, l’abbatteva con un solo colpo. Erri De Luca spia l’imminenza dello scontro, di un duello che sembra contenere tutti i duelli. Lo fa entrando in due solitudini diverse: quella del grande camoscio fermo sotto l’immensa e protettiva volta del cielo e quella del cacciatore, del ladro di bestiame, che non ha mai avuto una vera storia da raccontare per rapire l’attenzione delle donne, per vincere la sua battaglia con gli altri uomini. “In ogni specie sono i solitari a tentare esperienze nuove,” dice De Luca. E qui si racconta, per l’appunto, di questi due animali che si fronteggiano da una distanza sempre meno sensibile, fino alla pietà di un abbraccio mortale.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 5,95 euro)

Sono affiliata ad Amazon e negli articoli ho aggiunto dei rimandi proprio a questo sito. Per ogni acquisto che farete seguendo i riferimenti che ho messo (oppure partendo da questo link generico), percepirò una commissione del 10% (massimo), ricavato che servirà per mantenere il mio sito o acquistare libri. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro supporto.

Alla ricerca del piatto perduto: Mafalde corte con pesto di pomodori secchi, fiori di zucchina e Feta

Mafalde corte con pesto di pomodori secchi, fiori di zucchina e Feta.JPG

Valentina Zanotto

Ingredienti (per 4 persone):
320 g di “Mafalde corte” (io le ho prese integrali)

15-20 fiori di zucchina
20 g di formaggio Feta
Olio e.v.o. e sale q.b.

Per il pesto di pomodori secchi:
1 vasetto di pomodori secchi (da sgocciolare)
5 noci
Un bicchiere scarso di acqua
Qualche foglia di basilico
Olio e.v..o.

Preparazione:
Lavare i fiori di zucchina e privarli del pistillo interno, quindi tagliarli a striscioline e farli scottare velocemente in padella con un filo di olio e un pizzico di sale (salvarne qualcuno intero per la decorazione del piatto).

Per fare il pesto, mettere in un recipiente dai bordi abbastanza alti una confezione di pomodori secchi (se sott’olio scolarli bene), qualche gheriglio di noce, un filo abbondante di olio e.v.o., mezzo bicchiere di acqua e delle foglie di basilico: frullare tutto con il minipimer fino a ottenere un composto liscio e omogeneo.

Cuocere le “Mafalde corte” in acqua salata e scolarla al dente, poi buttarla nella stessa padella dei fiori di zucchina per insaporirla un po’. Aggiungere anche il pesto di pomodorini secchi e mescolare bene. Come ultimo tocco, servire il piatto di pasta con della Feta sbriciolata sopra e un fiore di zucchina lasciato per intero.

Grado di difficoltà:
Due forchette su tre (media)

Se fosse un libro:

Lui tornerà ad essere un estraneo dopo che avrete fuso le vostre vite in una sola, vi siete confidati i segreti più nascosti e avrete abbattuto il muro di qualunque pudore. Sarete due estranei anche se conoscete il ritmo del vostro sonno, i vostri odori, le vostre abitudini. Due estranei che si conoscono meglio di chiunque altro e le cui vite non si incroceranno mai più se non per caso.

Personalmente adoro i pomodori secchi, la Feta e i fiori di zucchina, per questo ci tenevo troppo a fare un piatto che unisse questi ingredienti e, allo stesso tempo, risultasse leggero per l’estate che avanza pian piano. Il risultato non solo è stato una pasta saporita e “colorata”, ma anche una ricetta poco “ingombrante” in caso faccia troppo caldo per mettersi ai fornelli. Immagino di mangiare questo piatto con uno sciabordio di onde come sottofondo; ecco perché ho pensato al più famoso tra i libri di Alessandro Baricco, Oceano mare. Questo romanzo è delicato ma allo stesso elaborato, mentre le sue frasi sono così suggestive e profonde da incantare il lettore come hanno fatto le sirene con Ulisse. Una “Mafalda” tirerà sicuramente l’altra, lo stesso vale per le pagine, e se siete come me vi ritroverete a leggere i libri di Baricco tutti di seguito.

Oceano mare - A. Baricco

Titolo: Oceano mare
Autore: 
Alessandro Baricco
Editore:
Feltrinelli
Lunghezza:
9 euro
Prezzo:
224 pagine
Trama:
 “Oceano mare” racconta del naufragio di una fregata della marina francese, molto tempo fa, in un oceano. Gli uomini a bordo cercheranno di salvarsi su una zattera. Sul mare si incontreranno le vicende di strani personaggi. Come il professore Bartleboom che cerca di stabilire dove finisce il mare, o il pittore Plasson che dipinge solo con acqua marina, e tanti altri individui in cerca di sé, sospesi sul bordo dell’oceano, col destino segnato dal mare. E sul mare si affaccia anche la locanda Almayer, dove le tante storie confluiscono. Usando il mare come metafora esistenziale, Baricco narra dei suoi surreali personaggi, spaziando in vari registri stilistici.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 7,65 euro)

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Alla ricerca del piatto perduto: Crema di zucchine con fiocchi di Burrata e gamberi marinati

Crema di zucchine con fiocchi di Burrata e gamberi marinati.JPG

Valentina Zanotto

Ingredienti (per 2 persone):
2 zucchine (o anche una piuttosto grossa)

1/2 cipolla di Tropea
Brodo vegetale
10 gamberi
1 confezione di burrata
Succo e scorza di limone
Sale e pepe q.b.
Olio e.v.o.

Preparazione:
Cominciare a pulire i gamberi sotto l’acqua corrente facendo attenzione a privarli del guscio e dell’intestino interno. Una volta pronti, metterli in una pirofila a marinare con dell’olio, del sale, del pepe e un po’ di scorza e succo di limone.

In una padella, fare appassire la cipolla di Tropea insieme a un filo di olio, poi aggiungere la zucchina tagliata a tocchi (anche grossolani). Aggiustare di sale e di pepe, quindi coprire i pezzi di verdura con un paio di mestoli di brodo vegetale fino a che si saranno ben ammorbiditi (si sfalderanno a toccarli). Come ultimo passaggio, ridurre le zucchine in crema aiutandosi con un minipimer (se risulterà troppo asciutta si può sempre aggiungere del brodo).

Far saltare velocemente sul fuoco i gamberi insieme al loro “sughetto” di marinatura.

Una volta che tutti gli ingredienti sono pronti si può comporre il piatto: mettere la crema di zucchine in una fondina, aggiungere qua e là dei piccoli fiocchi di burrata “stracciati” con le mani e poi i gamberi. Guarnire il tutto con una grattata di pepe e della scorza di limone.

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro:

È facile capire come nel mondo esista sempre qualcuno che attende qualcun altro, che ci si trovi in un deserto o in una grande città. E quando questi due esseri s’incontrano e i loro sguardi s’incrociano, tutto il passato e tutto il futuro non hanno più alcuna importanza. Esistono solo quel momento e quella straordinaria certezza che tutte le cose, sotto il sole, sono state scritte dalla stessa mano, la mano che risveglia l’Amore e che ha creato un’anima gemella per chiunque lavori, si riposi e cerchi i propri tesori sotto il sole, perché se tutto ciò non esistesse non avrebbero più alcun senso i sogni dell’umanità.

La dolcezza delle zucchine, la golosità della burrata e la delicatezza dei gamberi. Oltre ad essere particolarmente estivo, questo piatto mi sembra anche il giusto “premio” per una giornata in cui si cerca un po’ di conforto. Bisogna sapersi ascoltare e, ogni tanto, cedere ai propri desideri: lo dice anche Santiago de L’Alchimista, il libro di Paulo Coelho (acquistabile qui al prezzo di 11,05 euro), costantemente alla ricerca della propria leggenda personale. Se poi ci aggiungete anche un po’ di pepe e di scorza di limone, questo romanzo è anche in grado di regalare la giusta dose di avventure.

L'Alchimista - P. Coelho

Titolo: L’Alchimista
Autore:
Paulo Coelho
Editore:
Bompiani
Lunghezza:
217 pagine
Prezzo:
13 euro
Trama: 
Impara ad ascoltare il tuo cuore: è l’insegnamento che scaturisce da questa favola spirituale e magica. Alle frontiere tra il racconto da mille e una notte e l’apologo sapienziale, “L’alchimista” è la storia di una iniziazione. Ne è protagonista Santiago, un giovane pastorello andaluso il quale, alla ricerca di un tesoro sognato, intraprende quel viaggio avventuroso, insieme reale e simbolico, che al di là dello stretto di Gibilterra e attraverso tutto il deserto nordafricano lo porterà fino all’Egitto delle piramidi. E sarà proprio durante il viaggio che il giovane, grazie all’incontro con il vecchio alchimista, salirà tutti i gradini della scala sapienziale: nella sua progressione sulla sabbia del deserto e, insieme, nella conoscenza di sé, scoprirà l’anima del mondo, l’amore e il linguaggio universale, imparerà a parlare al sole e al vento e infine compirà la sua leggenda personale. Il miraggio, qui, non è più solo la mitica pietra filosofale dell’alchimia, ma il raggiungimento di una concordanza totale con il mondo, grazie alla comprensione di quei “segni”, di quei segreti che è possibile captare solo riscoprendo un linguaggio universale fatto di coraggio, di fiducia e di saggezza che da tempo gli uomini hanno dimenticato.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 11,05 euro)

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