La leggenda di Halloween: dolcetto o scherzetto?

L’origine di Halloween è un “problema” ancora tutt’oggi, soprattutto tra quelli convinti che questa festa sia una tradizione prettamente americana. La verità è che in America ci è arrivata solo per importazione dall’Europa, anche se va riconosciuto che nel continente a stelle e strisce ormai rappresenta uno dei momenti più attesi e sentiti dell’anno. “All Hallows’ Eve Day” (letteralmente “la notte di Ogni Santi” e che poi è stato contratto in Halloween) coincide infatti con la ricorrenza cristiana che viene festeggiata il 1º novembre e anche con quella che, nell’Irlanda dei Celti, veniva chiamata “Samhain”. Ma cosa era il momento dello Samhain? Nella tradizione celtica rappresentava semplicemente la fine dell’estate, ossia la chiusura di un ciclo di produttività dato da mesi dediti alla pastorizia e al lavoro nei campi. Per capire meglio l’importanza di questo evento bisogna pensarlo come a una sorta di Capodanno in cui terminava la stagione calda e luminosa (l’estate) e ci si addentrava in quella fredda e buia (l’inverno), quest’ultima passata prevalentemente in casa a raccontarsi storie e leggende di vario genere. Lo Samhain era un momento di transizione, e come ogni rituale che si rispetti si rivestiva in automatico anche di poteri magici, tra questi la credenza che tra il mondo dei vivi e quello dei morti scattasse un corto circuito e avvenisse una sorta di contatto. Non è un caso probabilmente che l’argomento principale dei racconti fossero proprio i defunti: così come la natura stava morendo e deperendo intorno agli uomini, allora diventava lecito parlare dei morti e di ciò che si stava riposando sotto terra, creando così una sorta di fusione tra aldilà e mondo terreno.

I limiti che separano un anno dall’altro diventano limitati. Rappresenta un periodo di viaggi interni e profondi. I semi sono sotto terra. Si festeggiava il festival celtico di Samhain. In Grecia Persefone era già nell’inframondo e in Egitto Osiride si era già ritirato nel mondo dei morti. I romani dedicavano questa notte a Ecate. I celti celebravano l’anno nuovo e l’inizio dell’oscurità. È il momento in cui gli umani possono stabilire un vincolo con l’aldilà. La linea che separava il mondo dei morti da quello dei vivi diventava quasi impercettibile. Per questa ragione si invitavano i famigliari defunti e si scacciavano gli spiriti nocivi. (Laboratorio di scrittura e magia, Patricia Sánchez-Cutillas)

Questo “ritorno” dei morti tra i vivi era vissuto in diversi modi, ma il più celebre – e conosciuto ancora oggi – vedeva il rinnovo dello storico patto attraverso la frase “dolcetto o scherzetto”. Durante questi giorni, infatti, era usanza posizionare fiaccole e cibo fuori dalle abitazioni in modo che le anime dei defunti non fossero tentate di fare scherzi ai viventi. Da una parte c’era quella che nella leggenda prendeva il nome di soul cake (torta dell’anima) per cui ogni fetta corrispondeva una preghiera per un morto; dall’altra invece si trovava il gioco ludico del travestimento che doveva servire a scacciare gli spiriti maligni dalla città. A questi si aggiungeva poi anche la leggenda di Jack O’Lantern e della storia che ha portato all’usanza della zucca intagliata e illuminata dalla luce di una candela. 

Halloween è quindi una festa nata in Europa che, però, rappresenta per molti la festa simbolo dell’America: ma come è arrivata negli Stati Uniti? Verso la metà del XIX secolo l’Irlanda, a seguito di una malattia che devastò le coltivazioni di patate, fu investita da una terribile carestia; per sfuggire alla povertà molte persone decisero di abbandonare l’isola e di tentare la fortuna negli Stati Uniti. Qui le comunità irlandesi mantennero vive le tradizioni e i costumi della propria patria, tra cui Halloween, che ben presto si diffuse tra il popolo americano, e il cui simbolo è una zucca nella quale sono intagliati gli occhi, il naso e la bocca. (Tutti in festa: antropologia della cerimonialità, Laura Bonato)

Si racconta che nella notte di Ognissanti il fabbro irlandese Stingy Jack fece un incontro molto particolare: alla fine di una serata piena di alcool, infatti, s’imbatté nel Diavolo desideroso di impossessarsi della sua anima. Nonostante il suo stato d’ebbrezza, l’uomo riuscì a dimostrarsi comunque il più furbo tra i due, riuscendo nell’impresa di ricevere l’ultimo desiderio di una bevuta. Il Diavolo decise di agevolare l’ubriacone trasformandosi in una moneta, ma quel gesto altruista diventò anche la sua condanna, tant’è che si ritrovò imprigionato dal furbo Jack che lo infilò nel suo portafoglio in compagnia di un crocefisso d’argento (un simbolo religioso che gli impediva di riacquisire la sua forma originale). A questo punto al Diavolo rimase solo un’unica alternativa, non senza un certo disappunto: posticipare nel tempo la presa dell’anima dell’uomo sperando di essere più fortunato negli anni a venire. Ripresentandosi nuovamente nella notte di Ognissanti, la furbizia di Jack non mancò ancora una volta di manifestarsi “incastrando” il suo infernale nemico all’interno di un albero sul quale aveva inciso una croce e su cui il Diavolo era salito per poter prendere una mela. All’ennesima umiliazione, i due arrivarono all’accordo di lasciarsi in pace a vicenda; la serenità di Jack, però, non durò a lungo e il suo brutto vizio di bere non gli lasciò scampo. Arrivato all’Inferno, luogo a cui era stato destinato dopo una vita passata tra peccati e provocazioni, il “padrone di casa” pensò di dargli il ben servito cacciandolo e condannandolo a vagare in cerca di un luogo in cui potesse finalmente trovare riposo. Il Diavolo, però, vedendo che l’uomo doveva percorrere una strada completamente buia, decise di aiutarlo lanciandogli un tizzone ardente in modo che potesse illuminarsi la via. Per chissà quale curiosa ragione, Jack aveva con sé una rapa, e all’occorrenza decise di inciderla e trasformarla in una sorta di lanterna. Non ci è dato sapere se l’uomo sia mai riuscito a trovare la sua destinazione, ma da allora Jack O’Lantern viene rappresentato proprio con una zucca su cui c’è intagliato un volto.

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Immagine presa dal web

Ad Halloween si legano poi altre declinazioni, come ad esempio quella dell’esercito dei morti. Per capire meglio questo concetto bisogna fare una piccola premessa: al XII secolo risale anche “l’invenzione” del Purgatorio, ossia quello spazio intermedio tra la dimora definitiva (Inferno o Paradiso) e il mondo dei vivi. Un aspetto non di poco conto se si pensa che, a partire da quel momento, anche la letteratura ecclesiastico-religiosa cominciava ad ammettere l’esistenza di leggende che riguardavano proprio i defunti, una tra tutte quella della “Familia Harlechini” o “Masnada Infernale”. In questa storia sono molti gli aspetti particolari, soprattutto i riferimenti di cui si fa portatrice. Herle King (quello che poi sarebbe diventato Arlecchino nella Commedia dell’Arte) non era altro che il capo di questo esercito che compariva in momenti e spazi precisi: durante la notte o anche a mezzogiorno, ossia il momento della giornata in cui non viene proiettata alcuna ombra, e all’interno di una foresta, il luogo irrazionale e barbaro per eccellenza. Se da una parte questi temi letterari sono convertititi tutti in quella che è stata chiamata “materia bretone”, dall’altra ha permesso di interpretare il Medioevo anche come espressione di un periodo tenebroso in cui il ritorno dei morti portava non solo a uno sconvolgimento della società, ma anche all’idea che quest’ultimo potesse decidere se rendersi responsabile di abbondanze o carestie. Certe storie avevano un impatto enorme sulla popolazione: ciò che a quei tempi permeava all’interno delle menti come vera e propria convinzione, oggi invece è diventata leggenda risultando, perciò, affascinante per chiunque ne entri in contatto.

Un libro per Halloween:

Paese d'ottobre

Titolo: Paese d’ottobre
Autore: Ray Bradbury
Editore: Mondadori
Lunghezza: 330 pagine
Prezzo: 10 euro
Trama: Mentre creava le “Cronache marziane”, Bradbury scrisse anche una serie di novelle ambientate nei luoghi della sua infanzia, le piccole cittadine dell’immutabile Middle West agricolo. E a queste ‘cronache terrestri’ diede il titolo di “Paese d’ottobre”, perché in ottobre la luce del sole declina facendo sfumare gli oggetti quotidiani tra le ombre ed è allora che, dietro le apparenze più comuni, ci è dato di vedere il fatto straordinario che spalanca la possibilità di realtà misteriose e di mondi diversi, nascosti dietro la facciata sonnacchiosa della provincia americana.
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Consiglio di lettura: “I miei sogni mi appartengono” di Mary Shelley

I miei sogni mi appartengono è una raccolta di epistole inedite – e straordinariamente raggruppate da L’Orma Editore – scritte da Mary Wollstonecraft Godwin, anche meglio conosciuta come Mary Shelley (Londra, 30 agosto 1797 – Londra, 1º febbraio 1851). Il sottotitolo Lettere della donna che reinventò la paura non deve affatto trarre in inganno: tutti conoscono l’autrice per il suo spaventoso Frankenstein, eppure in questi scritti sembra emergere un lato piuttosto inaspettato del suo carattere, quello “quasi” romantico e interamente devoto all’amore di Percy Bysshe Shelley, un uomo conosciuto quando già era sposato con Harriet Westbrook e con il quale condividerà una parte intensa della sua vita. 

Clifton, 27 luglio 1815. No, amore mio, non posso restare ancora lontana da te. Quindi, se non vorrai accordarmelo, verrò anche senza il tuo permesso. Sono stanca di questi giorni senza la speranza di vederti. […]

Mary era nata «dall’unione fisica e spirituale di due grandi menti: William Godwin, filosofo libertario, punto di riferimento per i democratici e i radicali inglesi, e Mary Wollstonecraft, prosatrice e saggista tra le prime e più influenti teoriche dei diritti delle donne», ma la sua “attrazione” verso Percy era qualcosa capace di dissestare anche l’opinione più “aperta”. Quelle parole, però, come le tante altre facenti riferimento alla loro incredibile storia, non fanno altro che rimarcare quanto il loro legame fosse qualcosa destinato inevitabilmente ad accadere. Le missive contenute in questo libricino sono la manifestazione dell’animo irrequieto e allo stesso tempo geniale della sua autrice, ma anche l’ennesima dimostrazione – semmai ce ne fosse bisogno – della sua bravura scrittoria (in grado di affacciarsi anche all’italiano). In questa piccola raccolta, entriamo in contatto con diverse sfumature dell’esistenza di Mary Shelley, suddivise rispettivamente in tre parti: “Romanzo di una giovinezza”, “Racconto di una tragedia”, “Ritratto di un’indipendenza”. 

Nella prima (la più lunga e ricca), come anticipato, viene narrata la relazione vissuta, non senza ostacoli, da Mary e Percy (ma anche dell’avventura che li proietterà all’interno di un vero e proprio triangolo amoroso insieme all’amico Thomas Jefferson Hogg). Lei appena quindicenne, lui padre di una bimba e ammogliato; queste premesse però non scoraggiano il nascere e il crescere di una passione fatta di pettegolezzi, incontri furtivi e sentiti scambi di lettere. Questa è anche la parte in cui si parla del mito di Frankenstein, probabilmente il secondo grande amore della vita di Mary Shelley e considerato alla stregua di un figlio: l’inaspettato successo, le critiche scaturite dalla sua effettiva “maternità”, l’esperienza gotica della Villa Diodati, ogni cosa che riguarda questo romanzo non è solamente una curiosità, ma un tassello in grado di trasformarlo in mito.

Durante questa avventurosa vacanza Mary cominciò a scrivere, un paio di mesi prima di compiere 19 anni, la sua opera più celebre, Frankenstein. Fu infatti un mese dopo questa lettera, proprio nella villa Diodati di Byron, luogo mitico sulle rive del lago Lemano dove aveva soggiornato anche Milton, che nacque l’idea e vennero scritte le prime pagine del romanzo. Era il 1816, quello che passò alla storia come “l’anno senza estate” (causato dall’irruzione del vulcano Tambora in Indonesia): dopo una serata di tempesta, passata a leggere ad alta voce storie di fantasmi tedesche, l’ospite sfidò la compagnia formata da Mary, Percy, Claire e John Polidori, il medico personale di Byron, a comporre una novella sul modello di quelle appena declamate. Chi avesse scritto il racconto più spaventoso avrebbe vinto. Da quella riunione di ingegni non nacque solamente Frankenstein ma anche The Vampyre, frutto della penna di Polidori, ossia la prima trattazione del mito del vampiro per come lo conosciamo.

“Racconto di una tragedia” e “Ritratto di un’indipendenza” riguardano invece la morte psicologica della Shelley e la sua conseguente rinascita: la prima dovuta alla prematura scomparsa del suo amato Percy, la seconda derivata dalla sua volontà di prestare eterna fedeltà al defunto marito e di cercare unico conforto nella scrittura. Ancora una volta l’aura gotica sembra non abbandonarla affatto, soprattutto nei giorni precedenti e conseguenti all’incidente per mare del compagno, paragonato a una inaspettata – ma sentita come un presagio – uscita di scena: «Sul palcoscenico della mia esistenza è calato il sipario e nessun piacere accompagna la ricostruzione delle scene che hanno preceduto l’evento che ha infranto ogni mia speranza, eppure provo la necessità di farlo e obbedisco a questo impulso che mi incalza.» 

Quella di Mary Shelly non è semplicemente una vita, ma quasi un poema epico fatto di esperienze avventurose, tragedie (non solo la morte di Percy, ma anche dei figli e della sorellastra per suicidio), incontri straordinari, fragilità e riconoscimenti (spesso tardivi). In questa “ambientazione” cupa che è la sua esistenza, però, qualcosa sembra comunque brillare: una consapevole libertà fatta di sogni che le appartenevano e gelosamente custoditi – colpa anche della società del tempo – nella parte più preziosa del suo essere.

Per saperne di più:

I miei sogni mi appartengono

Titolo: I miei sogni mi appartengono. Lettere della donna che reinventò la paura
Autore: Mary Shelley
Editore: L’Orma
Lunghezza: 62 pagine
Prezzo: 5 euro
Trama: Lettere come racconti mossi e coinvolgenti in cui narrare una vita che per intensità e personaggi indimenticabili fu davvero un romanzo. Mary Shelley, l’autrice di Frankenstein, viene qui colta nel vortice dei gloriosi anni del Romanticismo: si appassiona, soffre, sperimenta con l’esistenza e dipinge la luce accecante e le ombre vertiginose del cenacolo di amici geniali che decisero che la bellezza del mondo è inseparabile dalle sue verità.
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L’effetto farfalla raccontato da Ray Bradbury

L’effetto farfalla, scientificamente parlando, prende le basi dalla “teoria del caos”, ipotizzata ufficialmente negli anni Settanta dal fisico Edward Lorenz e basata sull’idea che anche il disordine abbia le sue regole. Sostanzialmente, l’opinione è quella secondo cui dietro la semplicità e l’apparenza di un ordine prestabilito si trovi nascosto qualcosa di inconoscibile per cui non solo un evento vicino può avere conseguenze anche lontane, ma che variando le condizioni iniziali di un certo sistema quest’ultimo si evolverà quasi certamente in maniera inaspettata. Ma da dove deriva a sua volta questo pensiero? Per dare risposta a questa domanda bisogna tornare indietro al 1952 e citare il romanzo A Sound of Thunder di Ray Bradbury, un testo breve – ma veramente significativo – che ha avuto notevoli influenze culturali. Basti pensare a The Butterfly Effect, un film di fantascienza del 2004 diretto da Eric Bress e J. Mackye Gruber, che si apre con la celebre frase, offerta da una voce fuori campo, «Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo»; ma anche al meno conosciuto Il risveglio del tuono di Peter Hyams del 2005. 

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Immagine presa dal web

Ritornando al romanzo di Bradbury, invece, è proprio la camminata non prevista di un cacciatore su una Terra di milioni di anni fa (avvenuta durante un safari indietro nel tempo) ad aver portato alla creazione di un nuovo futuro diverso da quello previsto. Molti conoscono l’autore statunitense soprattutto per Fahrenheit 451 o Cronache marziane, poco per i suoi racconti, altrettanto interessanti da essere considerati ciò che di nascosto si trova sotto la punta dell’iceberg-mondo fantascientifico da lui narrato. Rumore di tuono è proprio tra questi, ma per “immergerci” meglio in questo testo, ecco alcune citazioni e la trama.

La scritta sul muro sembrò baluginare, come sotto una pellicola d’acqua calda in movimento. Eckels si sentì battere le palpebre sulla fissità degli occhi, e in quella momentanea oscurità la scritta arse:

SAFARI NEL TEMPO, INC.
SAFARI IN QUALUNQUE ANNO DEL PASSATO.
VOI SCEGLIETE L’ANIMALE.
NOI VI PORTIAMO LÀ.
VOI SPARATE.

Un muco caldo si raggrumò nella gola di Eckels, che inghiottì per mandarlo giù. I muscoli attorno alla sua bocca formarono un sorriso, mentre tendeva lentamente la mano nell’aria, e in quella mano sventolava un assegno di diecimila dollari verso l’uomo seduto alla scrivania.

Nel 2055 il mondo non è affatto come ci si potrebbe aspettare; oltre al nuovo presidente americano Keith, per i cacciatori che hanno nostalgia del passato esiste la possibilità di fare dei viaggi nel tempo per uccidere animali estinti. Ovviamente non in maniera gratuita, ma con un cospicuo pagamento che ammonta a 10.000 dollari. Uno dei personaggi di questo racconto è Eckels: non si accontenta di uccidere animaletti semplici, vuole un T Rex, una grandiosa uccisione per soddisfare le sue enormi manie di protagonismo. In teoria non ci sarebbe nulla in contrario, l’unica regola è che l’animale sia già destinato alla morte per non rischiare di modificare in maniera irrimediabile il futuro. Ma Bradbury non fa tutto semplice, anzi, inserisce degli elementi che fanno capire quanto sia azzardato giocare con il destino e il tempo, entità misteriose e ingestibili. Eckels vuole fare di testa sua, poco gli importa delle regole e delle guide: non solo ha un incontro-scontro con un T Rex che non dovrebbe morire in quel momento, ma cammina sulla “passerella” su cui è severamente vietato mettere piede. Queste due azioni, apparentemente insignificanti, sono destinate però ad avere enormi conseguenze, d’altronde – ci fa capire Bradbury – non si scherza con ciò che è più grande di noi, soprattutto se sfugge a qualsiasi controllo. Dopo aver cercato di salvare il salvabile – ma senza troppo successo – Eckels e le guide ritornano al loro tempo presente. Il mondo sembra come prima, apparentemente. Il protagonista, nonostante il racconto sia breve, riesce a mostrarsi in tutto il suo peggio: è una persona arrogante ed egoista, e questo lo dimostra anche quando si rifiuta di pulire gli stivali completamente sporchi di fango a causa di quanto successo durante il safari. Neanche a farlo apposta, è proprio sulla suola che si nasconde la variazione della storia. Là dove sembrava esserci solo acqua mista a terra, infatti, in realtà c’è una farfalla, proveniente non solo da quel delicato e suscettibile passato, ma anche morta prima del suo tempo. Però ormai è troppo tardi, il mondo non è più lo stesso.

Incastrata nel fango, emettendo un luccichio verde, dorato e nero, c’era una farfalla, molto bella, e molto morta.
«Non una cosa così piccola! Non una farfalla!» gridò Eckels.
La farfalla cadde sul pavimento, una cosa squisita, una piccola cosa che poteva sconvolgere gli equilibri e distruggere una fila di piccoli esseri e poi di grandi esseri e poi di giganteschi esseri, attraverso gli anni e il Tempo. La mente di Eckels vorticava. Non poteva aver cambiato le cose. Uccidere una farfalla non poteva essere così importante! No? […]
Non si mosse. Gli occhi chiusi, aspettò, tremando. Sentì Travis respirare forte nella stanza. Sentì Travis spostare il fucile, alzare la sicura, puntare l’arma.
Poi, un rumore di tuono.

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Ray Bradbury - Cento racconti

Titolo: Cento racconti. Autoantologia 1943-1980
Autore: Ray Bradbury
Editore: Mondadori
Lunghezza: 1372 pagine
Prezzo: 24 euro
Trama: «I racconti sono qui. Ce ne sono cento, quasi quarant’anni della mia vita. Contengono metà delle verità sgradevoli sospettate a mezzanotte e metà di quelle gradevoli riscoperte a mezzogiorno». Con queste parole Ray Bradbury ha suggellato la sua prima imponente antologia di racconti, uscita nel 1980 da Knopf con il titolo «The stories of Ray Bradbury». Scelte e ordinate dall’autore, queste cento storie disegnano un percorso affascinante nella produzione di Bradbury, scrittore poliedrico e al tempo stesso fedelissimo alle sue passioni e all’idea di arte come suprema forma di felicità. Tra i racconti campeggia, anzitutto, la fantascienza – una “fantascienza umanistica” che diventa riflessione morale sul presente, di cui mette in luce le contraddizioni – ma non solo: accanto alle storie ambientate nello spazio troviamo quelle dedicate a una stirpe americana di vampiri, racconti di dinosauri, avventure di viaggiatori nel tempo, robot che si fingono esseri umani, zombie, scheletri, adolescenti assassini, fenomeni da baraccone. L’intero continente del fantastico è battuto palmo a palmo sullo sfondo di quella provincia americana delle small towns di cui Bradbury è stato impareggiabile cantore, feroce e nostalgico insieme.
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Consiglio di lettura: “Il cammino dell’arco” di P. Coelho

Qualche momento fa mi hai chiamato “maestro”. Ma che cos’è un maestro? La mia risposta è questa: non è chi insegna qualcosa, ma colui che sprona l’allievo a dare il meglio di sé, per rivelare una conoscenza già insita nel suo animo.

Il cammino dell’arco (2017, La nave di Teseo) di Paulo Coelho è un piccolo libro da leggere in una sola giornata, una favola illustrata in grado di scavare nell’animo umano e cogliere quella determinazione che, spesso, rimane nascosta per paura che gli altri la fraintendano con la troppa presunzione. La storia è semplice, ma ricca di insegnamenti: non è solo il racconto del maestro Tetsuya, il più grande arciere del paese ritiratosi ad una vita umile da falegname, ma anche la nostra, che come ogni bravo allievo cerchiamo di percorrere con coraggio ogni tappa della nostra esistenza. In questo racconto di formazione ci sono anche una serie di “istruzioni” per trasformare i momenti difficili in positive potenzialità. Così come fa il giovane ragazzo del villaggio, affascinato dalla bravura di Tetsuya dopo la sfida con uno straniero e desideroso che il grande maestro gli possa insegnare quello che viene chiamato “il cammino dell’arco”, una sorta di percorso di iniziazione che passa per dei punti fondamentali:

  • Gli alleati;
  • L’arco;
  • La freccia;
  • Il bersaglio;
  • La posizione;
  • Come incoccare la freccia;
  • Come impugnare l’arco;
  • Come tendere la corda;
  • Come guardare il bersaglio;
  • Il momento di scoccare;
  • La ripetizione;
  • Come osservare il volo della freccia;
  • L’arciere senza arco, senza freccia, senza bersaglio.

Tra prove personali e consapevolezza dei propri punti di forza, la lettura di questo libro diventa un modo per applicare i consigli che leggiamo ad ogni ambito della vita, non solo al contesto in cui siamo proiettati grazie a Coelho. Alla fine, lo dice anche il maestro Tetsuya, “la tecnica non è nulla se non si possiede anche il controllo su se stessi”, ecco perché è necessario conoscere anche il proprio corpo.

“Di sicuro, possedete abilità e autorevolezza,” disse Tetsuya. “Padroneggiate le postura, la tecnica e i segreti dell’arco, ma non sapete gestire le sensazioni della vostra mente.
“Siete un ottimo tiratore, quando le circostanze sono favorevoli; ma se vi trovate a scoccare in condizioni disagevoli, mancate il bersaglio. Poiché l’arciere non può scegliere il proprio campo di tiro, vi consiglio di perseverare nei vostri allenamenti e di prepararvi anche per le situazioni sfavorevoli.

“Il cammino dell’arco” mostra di cosa possiamo essere in grado, ma anche il lavoro che dobbiamo attuare su noi stessi per poter migliorare e raggiungere una nuova consapevolezza interiore. Se da una parte, infatti, il segreto di questo viaggio è la costanza, dall’altra non bisogna dimenticare affatto quanto fondamentale sia l’idea che non si smetta mai di imparare.

Non fermarti né per timore né per gioia: il cammino dell’arco è un cammino che non ha fine.

La storia di Coelho rappresenta senza dubbio e appieno il suo stile scrittorio: introspettivo, simbolico, quasi poetico; a metà tra L’Alchimista e Il manuale del guerriero della luce, questo è un testo capace di mescolare storia e citazioni, atmosfere orientali ed insegnamenti zen, teoria e pratica.

“E così mi insegnò a tirare e mi guidò nel cammino dell’arco. Mi presentò ai suoi alleati, mi obbligò a partecipare alle sfide e alle gare – e ben presto la mia fama si diffuse in tutto il paese. Quando ritenne che avessi imparato abbastanza, volle che gli consegnassi le frecce e il bersaglio, lasciandomi soltanto l’arco come ricordo. Disse che avrei dovuto sfuriate i suoi ragionamenti in un’attività che mi entusiasmasse davvero.

In poche pagine, ma davvero coinvolgenti dal punto di vista umano, lo scrittore brasiliano crea un “viaggio” che arriva direttamente al cuore e alla mente del lettore, una rilassante storia di valori in cui tutti possiamo essere un arciere alla caccia del proprio successo o della propria realizzazione personale, in qualsiasi ambito della vita.

Per saperne di più:

Il cammino dell'arco - P. Coelho
Titolo: Il cammino dell’arco
Autore: Paulo Coelho
Editore: La nave di Teseo
Lunghezza: 151 pagine
Prezzo: 14 euro
Trama: Tetsuya è il miglior arciere del paese, ma si è ritirato a vivere come un umile falegname in una valle remota. Un giorno, un altro arciere venuto da lontano lo rintraccia e si presenta a lui per confrontarsi col migliore di tutti. Tetsuya raccoglie la sfida, in cui dimostra allo straniero che non basta l’abilità tecnica per avere successo, con l’arco e nella vita. Un giovane del villaggio ha assistito al confronto, e implora Tetsuya di insegnargli il cammino dell’arco di cui ha tanto sentito parlare. Il maestro cede all’entusiasmo del giovane e decide di rivelargli i suoi segreti, che non faranno di lui soltanto un bravo arciere, ma soprattutto un grande uomo. Il ragazzo, attraverso una serie di consigli ed esempi, impara così a scegliere con cura gli alleati, a concentrarsi sul giusto obiettivo, a lavorare su di sé con costanza per migliorarsi, trovando la serenità anche nei momenti burrascosi.
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Consiglio di lettura: “Esercizi di stile” di R. Queneau

Sulla S, in un’ora di traffico. Un tipo di circa ventisei anni, cappello floscio con una cordicella al posto del nastro, collo troppo lungo, come se glielo avessero tirato. La gente scende. Il tizio in questione si arrabbia con un vicino. Gli rimprovera di spingerlo ogni volta che passa qualcuno. Tono lamentoso, con pretese di cattiveria. Non appena vede un posto libero, vi si butta. Due ore piú tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. È con un amico che gli dice: «Dovresti far mettere un bottone in piú al soprabito». Gli fa vedere dove (alla sciancratura) e perché.

Mettete un episodio di vita quotidiana, come può esserlo un viaggio sul tram e quello che si potrebbe chiamare “un piccolo incidente di percorso”, poi aggiungeteci novantanove modi diversi di raccontarlo: ecco che otterrete Esercizi di stile di Raymond Queneau, ossia un gioco di retorica che ha delle regole tutte sue e le sembianze di un testo che, pur partendo sempre dallo stesso punto, non è mai uguale a se stesso. Umberto Eco lo ha definito come un testo con un «effetto comico travolgente», quasi a sottolinearne la portata eccezionale, ma questo libro è anche in grado di rispondere alla richiesta del “non so cosa voglio leggere, ma so per certo che non voglio annoiarmi”. Queneau, infatti, non fa altro che dare prova delle sue abilità scrittorie e interpretative: passa dall’Ode alla Canzone, dal volgare ai francesismi, dal lipogramma allo stile geometrico-scientifico, creando così un’opera in cui la mente del lettore è continuamente stimolata da alti e bassi di stile, a volte anche comici. L’effetto che l’autore francese riesce a creare è sorprendente, e chi legge non può far altro che rimanere meravigliato pagina dopo pagina. Sebbene ci siano state diverse modifiche rispetto all’originale (parlo di tagli e aggiunte dovuti soprattutto alla sua intraducibilità in certi punti), Esercizi di stile riesce a presentarsi comunque come un piccolo tesoro di stili che ha una enorme capacità discorsiva. Questo testo ha visto la luce per la prima volta nel 1947, grazie alla pubblicazione della Gallimard, mentre in Italia è arrivato diversi anni dopo, nel 1983, quando la casa editrice Einaudi e le traduzioni di Eco hanno deciso di dargli il giusto spazio all’interno della narrativa contemporanea e, soprattutto, di farlo conoscere come un testo unico nel suo genere. Non mi resta altro che farvi leggere, in piccola parte, di cosa sto parlando.

Passato remoto:
Fu a mezzogiorno. Salirono sull’autobus, e fu subito ressa. Un giovin signore portò sul capo un cappello, che av- volse d’una treccia. Non fu nastro. Ebbe collo lunghissimo, e il vidi. E subito si dolse con un vicin, per gli urti che gl’inflisse. Come uno spazio scorse, libero, vi si diresse. E s’assise. Piú tardi il ritrovai, alla stazione che Lazzaro protesse. S’abbigliò di un mantello ed un famiglio, che l’affrontò, qualche motto gli disse, indi aggiungervi un bottone in più, d’uopo fu.

Esclamazioni:
Perbacco! Mezzogiorno! Ora di prendere l’autobus! quanta gente! quanta gente! che ressa! roba da matti queí tipi! e che crapa! e che collo! settantacinque centimetri! almeno! e il cordone! il cordone! mai visto cosí! il cordone! bestiale! ciumbia! il cordone! intorno al cappello! Un cordone! roba da matti! da matti ti dico! e guarda come bac- caglia! sí, il tipo cordonato! contro un vicino! cosa non gli dice! L’altro! gli avrebbe pestato i piedi! Qui finisce a cazzotti! sicuro! ah, no! ah, sí, sì! forza! dai! mena! staccagli il naso! dai di sinistro! cacchio! ma no! si sgonfia! ma guarda! con quel collo! con quel cordone! Va a buttarsi su un posto vuoto! ma sicuro! che tipo ! Ma no! giuro! no! non mi sbaglio! è proprio lui! laggiú! alla Cour de Rome! davanti alla Gare Saint-Lazare! che se ne va a spasso in lungo e in largo! con un altro tipo! e cosa gli racconta l’altro! che dovrebbe aggiungere un bottone! ma sí! un bottone al soprabito! Al suo soprabito!

Telegrafico:
BUS COMPLETO STOP TIZIO LUNGOCOLLO CAPPELLO TRECCIA APOSTROFA SCONOSCIUTO SENZA VALIDO PRETESTO STOP PROBLEMA CONCERNE ALLUCI TOCCATI TACCO PRESUMIBILMENTE AZIONE VOLONTARIA STOP TIZIO ABBAN- DONA DIVERBIO PER POSTO LIBERO STOP ORE DUE STAZIONE SAINTLAZARE TIZIO ASCOLTA CONSIGLI MODA INTER- LOCUTORE STOP SPOSTARE BOTTONE SEGUE LETTERA STOP.

Geometrico:
In un parallelepipedo, rettangolo generabile attraverso la linea retta d’equazione 84x + S = y, un omoide A che esibisca una calotta sferica attorniata da due sinusoidi, sopra una porzione cilindrica di lunghezza l > n, presenta un punto di contatto con un omoide triviale B. Dimostrare che questo punto di contatto è un punto di increspatura. Se l’omoide A incontra un omoide omologo C, allora il punto di contatto è un disco di raggio r < l. Determinare l’altezza h di questo punto di contatto in rapporto all’asse verticale dell’omoide A.

Per saperne di più:

Esercizi di stile - Raymond Queneau

Titolo: Esercizi di stile
Autore: Raymond Queneau
Editore: Einaudi
Lunghezza: 328 pagine
Prezzo: 13 euro
Trama: “Esercizi di stile” è un esilarante testo di retorica applicata, un’architettura combinatoria, un avvincente gioco enigmistico. Tutto vero, però è anche un manifesto letterario (anti-surrealista), è un tracciato di frammenti autobiografici, è la trascrizione di una serie di sogni realmente effettuati da Queneau. E perfino un testo politico, nonché un’autoparodia. Questo è quanto emerge dalle riflessioni che Stefano Bartezzaghi ha dedicato a questo libro-capolavoro. E la sua postfazione al volume diventa complementare alla classica introduzione di Umberto Eco, del quale si conserva anche la traduzione. In appendice, presentati per la prima volta in italiano, alcuni esercizi lasciati cadere nell’edizione definitiva, un indice preparatorio e l’introduzione, anch’essa inedita in Italia, scritta da Queneau per un’edizione del 1963.
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Consiglio di lettura: “La notte della svastica” di K. Burdekin

La notte della svastica di Katharine Burdekin è un libro che non potevo non citare nei consigli di lettura, soprattutto se amate quello strano genere che incrocia la distopia con l’ucronia. Qui infatti, oltre ad avere un mondo completamente “stravolto”, ci troviamo anche 700 anni dopo l’ascesa di Adolf Hitler che, non solo ha vinto la Seconda guerra mondiale e ha costruito un grandioso impero nazista, ma è arrivato addirittura a essere venerato come una sorta di divinità.

«Hermann si unì al coro vibrante di possenti e roboanti voci maschili, ma le parole del Credo gli scivolavano incolori attraverso le orecchie e la mente. Erano troppo familiari. Non che fosse irreligioso: la grande cerimonia annuale della Liquefazione del Sangue, preclusa a tutti coloro che non erano Hitleriani germanici, lo emozionava ogni volta fino all’orgasmo, ma questa non era che una comune Funzione mensile, troppo familiare e noiosa per risvegliare entusiasmi particolari, specialmente nei momenti di contrarietà.»

Una cosa è certa: nel mondo ucronico immaginato dalla Burdekin la Germania nazista ha vinto. Ma non solo, ora insieme al Giappone è occupata a spartirsi ogni fazzoletto di terra disponibile, anche al costo di estinguere totalmente il popolo ebreo e di intraprendere guerre su guerre (un po’ come, davvero, aveva deciso di fare Adolf Hitler nella sua campagna militare).

«(..) In tutto il Sacro Impero Germanico in quell’anno del Signore Hitler 720, erano nati troppi bambini di sesso maschile. Era stata una tendenza graduale, naturalmente, ma adesso cominciava a destare serie preoccupazioni. Il grande disegno non era ancora concluso. Rimanevano ancora milioni di infedeli giapponesi da convertire, e milioni di sudditi delle razze sottomesse al Giappone che non avevano ancora avuto la possibilità di conoscere la luce. E ora, se le donne avessero smesso di riprodursi, chi avrebbe assicurato la continuità al Regno di Hitler?».

L’aspetto ucronico ha ancora più valore se pensiamo che questo romanzo (pubblicato con il nome maschile di Murray Constantine, e leggendo il romanzo se ne capisce anche il motivo) è stato scritto nel 1937, ovvero in un momento in cui la Germania poteva effettivamente vincere e prevalere su tutti. Parlando della forma, non aspettatevi una scrittura eccellente, ma considerate comunque La notte della svastica come un’opera degna di nota e che ha saputo ispirare perfino George Orwell con il suo 1984 (scritto circa dieci anni dopo). Oltre alla manipolazione del passato e alla sua alterazione (decisamente presente in quest’ultimo), un altro tema rivelante si coglie, soprattutto, nel culto della “maschilità”, ossia nella relegazione delle donne ai margini della scala sociale per essere usate come delle mere macchine da riproduzione al fine di mandare avanti la razza ariana. La regressione dell’umanità in una società misogina e patriarcale decisamente per eccesso, infatti, è ciò che accompagna il tragico viaggio nel mondo della Burdekin, insieme anche alla privazione e all’oppressione di ogni libertà. Questi discorsi non sono casuali, a maggior ragione se prendiamo in considerazione la biografia della stessa autrice: una donna anticonformista abbastanza nota negli anni Trenta e nella sua cerchia di letterati, ma anche una assidua frequentatrice degli stessi circoli che poi ospiteranno il grande Eric Arthur Blair (alias George Orwell) e, dunque, vedranno la vicinanza delle loro due intuitive opere.

Per saperne di più:

La notte della svastica

Titolo: La notte della svastica 
Autore: Katharine Burdekin
Editore: Editori Riuniti
Lunghezza: 220 pagine
Prezzo: 12,91 euro

Trama: Nel 1937, quattro anni dopo la presa del potere da parte del Nazismo, una donna inglese scrive un romanzo che in cui anticipa tanto i politici che il pubblico che è accaduto qualcosa di epocale rivelatore del male oscuro che stava dietro la civiltà europea.
Per acquistarlo: Purtroppo non è per niente facile trovare questo libro in vendita (se non pagandolo discretamente su eBay), ma vi assicuro che nelle biblioteche e in prestito, se siete interessati a leggerlo, c’è assolutamente.