Consiglio di lettura: “Esercizi di stile” di R. Queneau

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Valentina Zanotto

Sulla S, in un’ora di traffico. Un tipo di circa ventisei anni, cappello floscio con una cordicella al posto del nastro, collo troppo lungo, come se glielo avessero tirato. La gente scende. Il tizio in questione si arrabbia con un vicino. Gli rimprovera di spingerlo ogni volta che passa qualcuno. Tono lamentoso, con pretese di cattiveria. Non appena vede un posto libero, vi si butta. Due ore piú tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. È con un amico che gli dice: «Dovresti far mettere un bottone in piú al soprabito». Gli fa vedere dove (alla sciancratura) e perché.

Mettete un episodio di vita quotidiana, come può esserlo un viaggio sul tram e quello che si potrebbe chiamare “un piccolo incidente di percorso”, poi aggiungeteci novantanove modi diversi di raccontarlo: ecco che otterrete Esercizi di stile di Raymond Queneau, ossia un gioco di retorica che ha delle regole tutte sue e le sembianze di un testo che, pur partendo sempre dallo stesso punto, non è mai uguale a se stesso. Umberto Eco lo ha definito come un testo con un «effetto comico travolgente», quasi a sottolinearne la portata eccezionale, ma questo libro è anche in grado di rispondere alla richiesta del “non so cosa voglio leggere, ma so per certo che non voglio annoiarmi”. Queneau, infatti, non fa altro che dare prova delle sue abilità scrittorie e interpretative: passa dall’Ode alla Canzone, dal volgare ai francesismi, dal lipogramma allo stile geometrico-scientifico, creando così un’opera in cui la mente del lettore è continuamente stimolata da alti e bassi di stile, a volte anche comici. L’effetto che l’autore francese riesce a creare è sorprendente, e chi legge non può far altro che rimanere meravigliato pagina dopo pagina. Sebbene ci siano state diverse modifiche rispetto all’originale (parlo di tagli e aggiunte dovuti soprattutto alla sua intraducibilità in certi punti), Esercizi di stile riesce a presentarsi comunque come un piccolo tesoro di stili che ha una enorme capacità discorsiva. Questo testo ha visto la luce per la prima volta nel 1947, grazie alla pubblicazione della Gallimard, mentre in Italia è arrivato diversi anni dopo, nel 1983, quando la casa editrice Einaudi e le traduzioni di Eco hanno deciso di dargli il giusto spazio all’interno della narrativa contemporanea e, soprattutto, di farlo conoscere come un testo unico nel suo genere. Non mi resta altro che farvi leggere, in piccola parte, di cosa sto parlando.

Passato remoto:
Fu a mezzogiorno. Salirono sull’autobus, e fu subito ressa. Un giovin signore portò sul capo un cappello, che av- volse d’una treccia. Non fu nastro. Ebbe collo lunghissimo, e il vidi. E subito si dolse con un vicin, per gli urti che gl’inflisse. Come uno spazio scorse, libero, vi si diresse. E s’assise. Piú tardi il ritrovai, alla stazione che Lazzaro protesse. S’abbigliò di un mantello ed un famiglio, che l’affrontò, qualche motto gli disse, indi aggiungervi un bottone in più, d’uopo fu.

Esclamazioni:
Perbacco! Mezzogiorno! Ora di prendere l’autobus! quanta gente! quanta gente! che ressa! roba da matti queí tipi! e che crapa! e che collo! settantacinque centimetri! almeno! e il cordone! il cordone! mai visto cosí! il cordone! bestiale! ciumbia! il cordone! intorno al cappello! Un cordone! roba da matti! da matti ti dico! e guarda come bac- caglia! sí, il tipo cordonato! contro un vicino! cosa non gli dice! L’altro! gli avrebbe pestato i piedi! Qui finisce a cazzotti! sicuro! ah, no! ah, sí, sì! forza! dai! mena! staccagli il naso! dai di sinistro! cacchio! ma no! si sgonfia! ma guarda! con quel collo! con quel cordone! Va a buttarsi su un posto vuoto! ma sicuro! che tipo ! Ma no! giuro! no! non mi sbaglio! è proprio lui! laggiú! alla Cour de Rome! davanti alla Gare Saint-Lazare! che se ne va a spasso in lungo e in largo! con un altro tipo! e cosa gli racconta l’altro! che dovrebbe aggiungere un bottone! ma sí! un bottone al soprabito! Al suo soprabito!

Telegrafico:
BUS COMPLETO STOP TIZIO LUNGOCOLLO CAPPELLO TRECCIA APOSTROFA SCONOSCIUTO SENZA VALIDO PRETESTO STOP PROBLEMA CONCERNE ALLUCI TOCCATI TACCO PRESUMIBILMENTE AZIONE VOLONTARIA STOP TIZIO ABBAN- DONA DIVERBIO PER POSTO LIBERO STOP ORE DUE STAZIONE SAINTLAZARE TIZIO ASCOLTA CONSIGLI MODA INTER- LOCUTORE STOP SPOSTARE BOTTONE SEGUE LETTERA STOP.

Geometrico:
In un parallelepipedo, rettangolo generabile attraverso la linea retta d’equazione 84x + S = y, un omoide A che esibisca una calotta sferica attorniata da due sinusoidi, sopra una porzione cilindrica di lunghezza l > n, presenta un punto di contatto con un omoide triviale B. Dimostrare che questo punto di contatto è un punto di increspatura. Se l’omoide A incontra un omoide omologo C, allora il punto di contatto è un disco di raggio r < l. Determinare l’altezza h di questo punto di contatto in rapporto all’asse verticale dell’omoide A.

Per saperne di più:

Esercizi di stile - Raymond Queneau

Titolo: Esercizi di stile
Autore: Raymond Queneau
Editore: Einaudi
Lunghezza: 328 pagine
Prezzo: 13 euro
Trama: “Esercizi di stile” è un esilarante testo di retorica applicata, un’architettura combinatoria, un avvincente gioco enigmistico. Tutto vero, però è anche un manifesto letterario (anti-surrealista), è un tracciato di frammenti autobiografici, è la trascrizione di una serie di sogni realmente effettuati da Queneau. E perfino un testo politico, nonché un’autoparodia. Questo è quanto emerge dalle riflessioni che Stefano Bartezzaghi ha dedicato a questo libro-capolavoro. E la sua postfazione al volume diventa complementare alla classica introduzione di Umberto Eco, del quale si conserva anche la traduzione. In appendice, presentati per la prima volta in italiano, alcuni esercizi lasciati cadere nell’edizione definitiva, un indice preparatorio e l’introduzione, anch’essa inedita in Italia, scritta da Queneau per un’edizione del 1963.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 11,05 euro)
Per consultare Esercizi di stile in PDF: clicca qui

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Incipit: un amore a prima “lettura”

Virgolette

Immagine presa dal web

L’incipit, solitamente, è considerato il “biglietto da visita” di un libro, l’elemento che, con qualche frase, è in grado di invogliare a proseguire nella lettura oppure di farla abbandonare definitivamente. E’ un patto di fiducia che l’autore del libro stipula con il lettore, come a dirgli “fidati di me e di quello che sto scrivendo”. E’ un percorso, più o meno tortuoso, in cui, a occhi bendati, siamo a fianco dell’autore-conducente. E’ un viaggio per chissà dove, chissà quando e per chissà quanto tempo. E’ una fiamma che può divampare in un grosso incendio, ma anche ritornare a essere un semplice mozzicone bruciato. E’ una fotografia sgranata che si mette a fuoco pian piano, parola dopo parola. Ed è anche la parte più importante di tutto il romanzo, se non la più complicata, che può nascere da una semplice ispirazione oppure arrivare solamente dopo la scrittura di tutto il resto del manoscritto. Io stessa, nel momento di acquistare un libro, butto istintivamente un occhio su quelle righe iniziali che inaugurano il primo capitolo: o ne vengo conquistata subito oppure lo ripongo sullo scaffale, raramente ci sono ripensamenti. Ecco, allora, una serie di citazioni che riguardano alcuni degli incipit più belli (e famosi) che ho incontrato. Una cosa di sicuro è certa: con certe “frasi” bisogna avere a che fare almeno una volta nella vita (almeno, così penso io). Queste sono quelle che ho scelto io, aspetto di leggere le vostre nei commenti.

•  L’amore ai tempi del colera di Gabriel García Márquez:

Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati. Il dottor Juvenal Urbino lo sentì non appena entrato nella casa ancora in penombra, dove si era recato d’urgenza a occuparsi di un caso che per lui aveva smesso di essere urgente già da molti anni. Il rifugiato antillano Jeremiah de Saint-Amour, invalido di guerra, fotografo di bambini e suo avversario di scacchi più compassionevole, si era messo in salvo dai tormenti della memoria con un suffumigio di cianuro d’oro. 

L'amore ai tempi del colera - G. G. Marquez

Dracula di Bram Stoker:

Diario di Jonathan Harker 
(Stenografato)
3 maggio, Bistrita. Ho lasciato Monaco il 1 maggio, alle 8.35 di sera, raggiungendo Vienna il giorno dopo, di prima mattina. Saremmo dovuti arrivare alle 6.46, ma il treno aveva un’ora di ritardo. Budapest mi sembra un luogo meraviglioso, almeno da quanto ho potuto vedere dal treno, e per quel poco che ho passeggiato per le strade. Non mi sono avventurato troppo lontano dalla stazione, poiché eravamo arrivati in ritardo e quindi il treno sarebbe ripartito appena possibile. Ne ho ricevuto l’impressione che ormai stessimo lasciando l’Occidente per entrare in Oriente. Il più occidentale tra gli splendidi porti sul Danubio, che qui è di nobile ampiezza e profondità, ci ha riportati alle tradizioni della dominazione turca.

Dracula - Bram Stoker

Frankenstein (o il moderno Prometeo) di Mary Shelley:

Alla Signora Saville, Inghilterra
Pietroburgo, 11 dicembre 17–

Ti rallegrerai nell’apprendere che nessun disastro ha accompagnato l’inizio di un’impresa alla quale tu guardavi con tanti cattivi presentimenti. Sono arrivato qui ieri, e la prima preoccupazione è stata di rassicurarti, cara sorella, sul fatto che sto bene e che nutro fiducia crescente nel buon esito di questa impresa. Sono già molto più a nord di Londra, e mentre cammino per le strade di Pietroburgo sento una fredda brezza di settentrione che mi sfiora le guance, mi rinvigorisce i nervi e mi riempie di gioia. Puoi capire questo mio sentimento?

Frankenstein by Mary Shelley

1984 di George Orwell:

Era una luminosa e fredda giornata d’aprile, e gli orologi battevano tredici colpi. Winston Smith, tentando di evitare le terribili raffiche di vento col mento affondato nel petto, scivolò in fretta dietro le porte di vetro degli Appartamenti Vittoria: non così in fretta, tuttavia, da impedire che una folata di polvere sabbiosa entrasse con lui.
L’ingresso emanava un lezzo di cavolo bollito e di vecchi e logori stoini. A una delle estremità era attaccato un manifesto a colori, troppo grande per poter essere messo all’interno. Vi era raffigurato solo un volto enorme, grande più di un metro, il volto di un uomo di circa quarantacinque anni, con folti baffi neri e lineamenti severi ma belli.

1984 - Orwell

Cuore di tenebra di Joseph Conrad:

La Nellie, una iolla da crociera, girò sull’ancora senza il minimo fluttuare delle vele e si fermò. La marea si era alzata, il vento era quasi calmo e, poiché dovevamo discendere il fiume, non ci restava che fermarci all’ancora e attendere il riflusso.
L’ultimo tratto del Tamigi si stendeva davanti a noi come il principio di un interminabile corso d’acqua. Al largo, cielo e mare erano saldati senza una giuntura e nello spazio luminoso le vele conciate delle barche che salivano con la marea sembravano immobili fastelli rossi di tele appuntite tra luccicori di aste verniciate.

Cuore di tenebra - Conrad

 

La metamorfosi di Franz Kafka:

Gregor Samsa svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto in un enorme insetto immondo. Riposava sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un poco il capo vedeva il suo ventre arcuato, bruno e diviso in tanti segmenti ricurvi, in cima a cui la coperta da letto, vicina a scivolar giù tutta, si manteneva a fatica.

La metamorfosi - Kafka

Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway:

Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un’altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana.

Il vecchio e il mare - E. Hemingway

Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson:

Il signor Utterson, il legale, era una persona dall’aspetto ruvido, mai illuminato da un sorriso; gelido, reticente, impacciato nel conversare, riluttante al sentimento, esile, allampanato, malmesso, tetro. Nonostante tutto queste sue caratteristiche, pero`, sapeva trasmettere a chi gli era vicino qualcosa di amabile. Fra amici, specie quando il vino gli andava a genio, nel suo sguardo baluginava un senso di umanità profonda.

Dr. Jekyll and Mr. Hyde - R. L- Stevenson

Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen:

È verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie. Per quanto al suo primo apparire nel vicinato si sappia ben poco dei sentimenti e delle opinioni di quest’uomo, tale verità è così radicata nella mente delle famiglie dei dintorni, da considerarlo legittima proprietà dell’una o dell’altra delle loro figlie.

Orgoglio e pregiudizio - J- Austen

Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde:

L’artista è il creatore di cose belle. Rivelare l’arte senza rivelare l’artista è il fine dell’arte. Chi può incarnare in una forma nuova, o in una materia diversa, le proprie sensazioni della bellezza, è un critico. Tanto la suprema quanto la infima forma di critica sono una specie di autobiografia. Coloro che scorgono cattive intenzioni nelle belle cose, sono corrotti, senza essere interessanti. Questo è un difetto. Quanti scorgono buone intenzioni nelle belle cose sono spiriti raffinati. Per essi c’è speranza. Eletti son gli uomini ai quali le belle cose richiamano soltanto la bellezza.

Il ritratto di Dorian Gray - O. WIlde

Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry:

Un tempo lontano, quando avevo sei anni, in un libro sulle foreste primordiali, intitolato “Storie vissute della natura”, vidi un magnifico disegno. Rappresentava un serpente boa nell’atto di inghiottire un animale.

Il piccolo principe - A. De Saint Exupery

Fahrenheit 451 di Ray Bradbury:

Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia.

Fahrenheit 451 - Ray Bradbury

Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello:

«Che fai?» mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio.
«Niente,» le risposi, «mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino.»
Mia moglie sorrise e disse:
«Credevo ti guardassi da che parte ti pende.»
Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:
«Mi pende? A me? Il naso?»
E mia moglie, placidamente:
«Ma sí, caro. Guàrdatelo bene: ti pende verso destra.»

Uno, nessuno e centomila - L. Pirandello

Moby Dick di Herman Melville:

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. E’ un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.

Moby Dick - H. Melville

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