Categoria: CONSIGLI DI LETTURA

“La zattera di ghiaccio” di Rudolfs Blaumanis

La zattera di ghiaccio (Sellerio Editore) conta solo 64 pagine, eppure in questa breve lunghezza è contenuta una storia tanto efficace quanto movimentata. Rudolfs Blaumanis – scrittore e drammaturgo lettone morto prematuramente a 45 anni – ambienta la tragica vicenda che scrive in un luogo che conosce alla perfezione e che lo ha visto nascere, quasi a raccontare tra le righe di un territorio che non è solo candido per la neve ma soprattutto insidioso per i suoi ghiacci perenni. Quello che leggiamo, come ci tiene a specificare la prefazione, è anche uno straordinario lavoro di “ribaltamento” delle circostanze: il resoconto di un naufragio partito non dal mare, bensì dalla terra. Al centro della trama c’è un gruppo di pescatori bloccato sull’orlo di una costa che affaccia sul mare di Bering, dove un lastrone di ghiaccio si è staccato ed è diretto alla deriva. Tutti quanti vivono un dramma che li lascia inermi e soli di fronte al gelo (soprattutto della notte), alla fame e alla sete, ma questa è anche una storia che descrive quanto possa essere fatale e amaro delle volte il destino quando si accanisce e si mette in combutta con la natura.

Ancora soffiava il vento da sud-ovest, e ancor più l’enorme lastra di ghiaccio, galleggiando, si spingeva in alto mare. Sul lastrone si trovavano quattordici pescatori e due cavalli. Intenti com’erano a scavare fori nel ghiaccio per calare le reti in acqua, nessuno di loro s’era accorto che il ghiaccio aveva cominciato a staccarsi. Si erano resi conto della disgrazia solo quando ormai non c’erano più possibilità di salvezza: un cavallo era scappato verso la riva, e Kārlēns, un ragazzetto di sedici anni, rincorrendolo con l’altro cavallo, l’aveva raggiunti proprio in un punto da cui si poteva vedere che il ghiaccio si era staccato.

Nonostante il racconto faccia parte della collana Il mare, quest’ultimo è quasi messo da parte per privilegiare altri elementi. La trama può essere paragonata a una sorta di cambiamento delle condizioni di stato: dal liquido si passa al solido, e di conseguenza il mare lascia il posto al ghiaccio. Insieme ai pescatori, il tempo che passa è spettatore inesorabile della tragedia che si sta compiendo, mentre la paura che abita i loro corpi è resa dall’autore con un calzante climax atto a rendere ancora più grave la loro situazione di “naufraghi”.

Il pallore dello spavento iniziale era svanito dai volti dei pescatori. Su tutti era dipinto in varie espressioni un intimo sgomento. I loro volti apparivano più lunghi, le ciglia strette e arrossate, e negli occhi di ciascuno tremolava e lampeggiava una fiammella che tradiva una muta disperazione. Tutti sapevano che, ad ogni istante che passava, si stavano allontanando sempre di più non solo dalla riva del mare, ma anche dalla vita.

Quella fredda zattera di ghiaccio è sia mamma che carnefice: da una parte li accoglie e li tiene attaccati a sé come con un “cordone ombelicale”, mentre dall’altra li ripudia nell’indifferenza più totale («Tutti fissavano sull’oscurità fitta, che come piombo pesava sulle spalle di tutti»). Quando comincia a frantumarsi, si frantumano un po’ anche le loro illusioni di sopravvivenza, e questo sconforto li porta verso una spietata e disumana selezione. 

La stessa vista disperata del giorno prima: onde scure con bianche creste di schiuma e più in alto nuvole grigie. La zattera di ghiaccio era diventata più piccola e più rotonda, dalla parte dove soffiava il vento ballonzolavano verdastre zolle di ghiaccio. I volti dei pescatori sembravano molto più vecchi del giorno precedente, e negli occhi di tutti si poteva leggere il terrore di spettri che chiedono sacrifici umani. 

La speranza si fa largo tra la rassegnazione generale solo quando una piccola barca arriva in soccorso dei pescatori, ma il problema è che non tutti – solo sette tra i dieci – potranno salire a bordo. Il naufragio che descrive Blaumanis è solo la punta dell’iceberg di tutta la storia, perché ciò che si nasconde al di sotto dell’evidenza è un repertorio di personalità che vivono quella disgrazia ognuna alla propria maniera. Anche se il clima è tendenzialmente pessimistico, il finale si libera di certo dall’idea di dare un taglio netto alla vicenda (la quale sembra finire piuttosto come il lettore vuole liberamente interpretarla). I personaggi si mischiano continuamente alle loro povere esistenze: non solo sembrano essere degli autori in mano all’autore-regista che li guida su quel palcoscenico che è la zattera di ghiaccio, ma tutti sono dipinti con così estremo realismo da rappresentare una “normalità” quasi spiazzante. 

il mare di ghiaccio
Immagine presa dal web

Se questo romanzo fosse un dipinto, sarebbe sicuramente Il naufragio della Speranza di Caspar Friedrich. Come già era accaduto con il romanzo di Blaumanis, dove la spiegazione della tragedia aveva lasciato spazio piuttosto alla “fisionomia” dei protagonisti, in questo caso il cuore del dipinto è l’ammasso di ghiaccio che seppellisce ogni elemento – persino la nave che non è visibile al primo colpo d’occhio. Sebbene nel quadro venga “raccontato” un fatto di cronaca, la storia è un riferimento che passa in secondo piano. Al suo posto prende il sopravvento la natura: la sua forza incontenibile domina nettamente sulla presenza umana, e visivamente è resa attraverso porzioni geometriche definite che tagliano l’opera come se tutte quelle parti fossero delle “zattere di ghiaccio” potenzialmente pericolose. Friedrich sembra lasciare allo spettatore due diversi registri di interpretazione: da una parte c’è il fallimento della spedizione polare della nave Speranza, mentre dall’altra c’è – ancora, se si pensa a La zattera di ghiaccio – la perdita della speranza (con la s minuscola) intesa come vero e proprio stato d’animo. Quella nube che squarcia il cielo al centro del dipinto non è solamente un proiettore puntato sulla scena della tragedia, ma soprattutto un monito che ha echi molto lontani:

“O frati”, dissi “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol,del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.
(Inferno, Canto XXVI)

Per saperne di più: 

La zattera di ghiaccio

Titolo: La zattera di ghiaccio
Autore: Rudolfs Blaumanis
Editore: Sellerio
Lunghezza: 64 pagine
Prezzo: 6,20 euro
Trama: Un gruppo di pescatori è a pesca sull’orlo ghiacciato d’una costa sul mare di Bering. Uno di loro, più distante perché cerca un cavallo che si è smarrito, scoprirà in quel bianco uniforme un segnale diverso: la terra su cui si trovano non è più tale, ma staccatasi dal resto, si è fatta zattera tra i ghiacci. Un’avventurosa novella di mare.
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“I miei sogni mi appartengono” di Mary Shelley

I miei sogni mi appartengono è una raccolta di epistole inedite – e straordinariamente raggruppate da L’Orma Editore – scritte da Mary Wollstonecraft Godwin, anche meglio conosciuta come Mary Shelley (Londra, 30 agosto 1797 – Londra, 1º febbraio 1851). Il sottotitolo Lettere della donna che reinventò la paura non deve affatto trarre in inganno: tutti conoscono l’autrice per il suo spaventoso Frankenstein, eppure in questi scritti sembra emergere un lato piuttosto inaspettato del suo carattere, quello “quasi” romantico e interamente devoto all’amore di Percy Bysshe Shelley, un uomo conosciuto quando già era sposato con Harriet Westbrook e con il quale condividerà una parte intensa della sua vita. 

Clifton, 27 luglio 1815. No, amore mio, non posso restare ancora lontana da te. Quindi, se non vorrai accordarmelo, verrò anche senza il tuo permesso. Sono stanca di questi giorni senza la speranza di vederti. […]

Mary era nata «dall’unione fisica e spirituale di due grandi menti: William Godwin, filosofo libertario, punto di riferimento per i democratici e i radicali inglesi, e Mary Wollstonecraft, prosatrice e saggista tra le prime e più influenti teoriche dei diritti delle donne», ma la sua “attrazione” verso Percy era qualcosa capace di dissestare anche l’opinione più “aperta”. Quelle parole, però, come le tante altre facenti riferimento alla loro incredibile storia, non fanno altro che rimarcare quanto il loro legame fosse qualcosa destinato inevitabilmente ad accadere. Le missive contenute in questo libricino sono la manifestazione dell’animo irrequieto e allo stesso tempo geniale della sua autrice, ma anche l’ennesima dimostrazione – semmai ce ne fosse bisogno – della sua bravura scrittoria (in grado di affacciarsi anche all’italiano). In questa piccola raccolta, entriamo in contatto con diverse sfumature dell’esistenza di Mary Shelley, suddivise rispettivamente in tre parti: “Romanzo di una giovinezza”, “Racconto di una tragedia”, “Ritratto di un’indipendenza”. 

Nella prima (la più lunga e ricca), come anticipato, viene narrata la relazione vissuta, non senza ostacoli, da Mary e Percy (ma anche dell’avventura che li proietterà all’interno di un vero e proprio triangolo amoroso insieme all’amico Thomas Jefferson Hogg). Lei appena quindicenne, lui padre di una bimba e ammogliato; queste premesse però non scoraggiano il nascere e il crescere di una passione fatta di pettegolezzi, incontri furtivi e sentiti scambi di lettere. Questa è anche la parte in cui si parla del mito di Frankenstein, probabilmente il secondo grande amore della vita di Mary Shelley e considerato alla stregua di un figlio: l’inaspettato successo, le critiche scaturite dalla sua effettiva “maternità”, l’esperienza gotica della Villa Diodati, ogni cosa che riguarda questo romanzo non è solamente una curiosità, ma un tassello in grado di trasformarlo in mito.

Durante questa avventurosa vacanza Mary cominciò a scrivere, un paio di mesi prima di compiere 19 anni, la sua opera più celebre, Frankenstein. Fu infatti un mese dopo questa lettera, proprio nella villa Diodati di Byron, luogo mitico sulle rive del lago Lemano dove aveva soggiornato anche Milton, che nacque l’idea e vennero scritte le prime pagine del romanzo. Era il 1816, quello che passò alla storia come “l’anno senza estate” (causato dall’irruzione del vulcano Tambora in Indonesia): dopo una serata di tempesta, passata a leggere ad alta voce storie di fantasmi tedesche, l’ospite sfidò la compagnia formata da Mary, Percy, Claire e John Polidori, il medico personale di Byron, a comporre una novella sul modello di quelle appena declamate. Chi avesse scritto il racconto più spaventoso avrebbe vinto. Da quella riunione di ingegni non nacque solamente Frankenstein ma anche The Vampyre, frutto della penna di Polidori, ossia la prima trattazione del mito del vampiro per come lo conosciamo.

“Racconto di una tragedia” e “Ritratto di un’indipendenza” riguardano invece la morte psicologica della Shelley e la sua conseguente rinascita: la prima dovuta alla prematura scomparsa del suo amato Percy, la seconda derivata dalla sua volontà di prestare eterna fedeltà al defunto marito e di cercare unico conforto nella scrittura. Ancora una volta l’aura gotica sembra non abbandonarla affatto, soprattutto nei giorni precedenti e conseguenti all’incidente per mare del compagno, paragonato a una inaspettata – ma sentita come un presagio – uscita di scena: «Sul palcoscenico della mia esistenza è calato il sipario e nessun piacere accompagna la ricostruzione delle scene che hanno preceduto l’evento che ha infranto ogni mia speranza, eppure provo la necessità di farlo e obbedisco a questo impulso che mi incalza.» 

Quella di Mary Shelly non è semplicemente una vita, ma quasi un poema epico fatto di esperienze avventurose, tragedie (non solo la morte di Percy, ma anche dei figli e della sorellastra per suicidio), incontri straordinari, fragilità e riconoscimenti (spesso tardivi). In questa “ambientazione” cupa che è la sua esistenza, però, qualcosa sembra comunque brillare: una consapevole libertà fatta di sogni che le appartenevano e gelosamente custoditi – colpa anche della società del tempo – nella parte più preziosa del suo essere.

Per saperne di più:

I miei sogni mi appartengono

Titolo: I miei sogni mi appartengono. Lettere della donna che reinventò la paura
Autore: Mary Shelley
Editore: L’Orma
Lunghezza: 62 pagine
Prezzo: 5 euro
Trama: Lettere come racconti mossi e coinvolgenti in cui narrare una vita che per intensità e personaggi indimenticabili fu davvero un romanzo. Mary Shelley, l’autrice di Frankenstein, viene qui colta nel vortice dei gloriosi anni del Romanticismo: si appassiona, soffre, sperimenta con l’esistenza e dipinge la luce accecante e le ombre vertiginose del cenacolo di amici geniali che decisero che la bellezza del mondo è inseparabile dalle sue verità.
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“Il cammino dell’arco” di P. Coelho

Qualche momento fa mi hai chiamato “maestro”. Ma che cos’è un maestro? La mia risposta è questa: non è chi insegna qualcosa, ma colui che sprona l’allievo a dare il meglio di sé, per rivelare una conoscenza già insita nel suo animo.

Il cammino dell’arco (2017, La nave di Teseo) di Paulo Coelho è un piccolo libro da leggere in una sola giornata, una favola illustrata in grado di scavare nell’animo umano e cogliere quella determinazione che, spesso, rimane nascosta per paura che gli altri la fraintendano con la troppa presunzione. La storia è semplice, ma ricca di insegnamenti: non è solo il racconto del maestro Tetsuya, il più grande arciere del paese ritiratosi ad una vita umile da falegname, ma anche la nostra, che come ogni bravo allievo cerchiamo di percorrere con coraggio ogni tappa della nostra esistenza. In questo racconto di formazione ci sono anche una serie di “istruzioni” per trasformare i momenti difficili in positive potenzialità. Così come fa il giovane ragazzo del villaggio, affascinato dalla bravura di Tetsuya dopo la sfida con uno straniero e desideroso che il grande maestro gli possa insegnare quello che viene chiamato “il cammino dell’arco”, una sorta di percorso di iniziazione che passa per dei punti fondamentali:

  • Gli alleati;
  • L’arco;
  • La freccia;
  • Il bersaglio;
  • La posizione;
  • Come incoccare la freccia;
  • Come impugnare l’arco;
  • Come tendere la corda;
  • Come guardare il bersaglio;
  • Il momento di scoccare;
  • La ripetizione;
  • Come osservare il volo della freccia;
  • L’arciere senza arco, senza freccia, senza bersaglio.

Tra prove personali e consapevolezza dei propri punti di forza, la lettura di questo libro diventa un modo per applicare i consigli che leggiamo ad ogni ambito della vita, non solo al contesto in cui siamo proiettati grazie a Coelho. Alla fine, lo dice anche il maestro Tetsuya, “la tecnica non è nulla se non si possiede anche il controllo su se stessi”, ecco perché è necessario conoscere anche il proprio corpo.

“Di sicuro, possedete abilità e autorevolezza,” disse Tetsuya. “Padroneggiate le postura, la tecnica e i segreti dell’arco, ma non sapete gestire le sensazioni della vostra mente.
“Siete un ottimo tiratore, quando le circostanze sono favorevoli; ma se vi trovate a scoccare in condizioni disagevoli, mancate il bersaglio. Poiché l’arciere non può scegliere il proprio campo di tiro, vi consiglio di perseverare nei vostri allenamenti e di prepararvi anche per le situazioni sfavorevoli.

“Il cammino dell’arco” mostra di cosa possiamo essere in grado, ma anche il lavoro che dobbiamo attuare su noi stessi per poter migliorare e raggiungere una nuova consapevolezza interiore. Se da una parte, infatti, il segreto di questo viaggio è la costanza, dall’altra non bisogna dimenticare affatto quanto fondamentale sia l’idea che non si smetta mai di imparare.

Non fermarti né per timore né per gioia: il cammino dell’arco è un cammino che non ha fine.

La storia di Coelho rappresenta senza dubbio e appieno il suo stile scrittorio: introspettivo, simbolico, quasi poetico; a metà tra L’Alchimista e Il manuale del guerriero della luce, questo è un testo capace di mescolare storia e citazioni, atmosfere orientali ed insegnamenti zen, teoria e pratica.

“E così mi insegnò a tirare e mi guidò nel cammino dell’arco. Mi presentò ai suoi alleati, mi obbligò a partecipare alle sfide e alle gare – e ben presto la mia fama si diffuse in tutto il paese. Quando ritenne che avessi imparato abbastanza, volle che gli consegnassi le frecce e il bersaglio, lasciandomi soltanto l’arco come ricordo. Disse che avrei dovuto sfuriate i suoi ragionamenti in un’attività che mi entusiasmasse davvero.

In poche pagine, ma davvero coinvolgenti dal punto di vista umano, lo scrittore brasiliano crea un “viaggio” che arriva direttamente al cuore e alla mente del lettore, una rilassante storia di valori in cui tutti possiamo essere un arciere alla caccia del proprio successo o della propria realizzazione personale, in qualsiasi ambito della vita.

Per saperne di più:

Il cammino dell'arco - P. Coelho
Titolo: Il cammino dell’arco
Autore: Paulo Coelho
Editore: La nave di Teseo
Lunghezza: 151 pagine
Prezzo: 14 euro
Trama: Tetsuya è il miglior arciere del paese, ma si è ritirato a vivere come un umile falegname in una valle remota. Un giorno, un altro arciere venuto da lontano lo rintraccia e si presenta a lui per confrontarsi col migliore di tutti. Tetsuya raccoglie la sfida, in cui dimostra allo straniero che non basta l’abilità tecnica per avere successo, con l’arco e nella vita. Un giovane del villaggio ha assistito al confronto, e implora Tetsuya di insegnargli il cammino dell’arco di cui ha tanto sentito parlare. Il maestro cede all’entusiasmo del giovane e decide di rivelargli i suoi segreti, che non faranno di lui soltanto un bravo arciere, ma soprattutto un grande uomo. Il ragazzo, attraverso una serie di consigli ed esempi, impara così a scegliere con cura gli alleati, a concentrarsi sul giusto obiettivo, a lavorare su di sé con costanza per migliorarsi, trovando la serenità anche nei momenti burrascosi.
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“Esercizi di stile” di R. Queneau

Sulla S, in un’ora di traffico. Un tipo di circa ventisei anni, cappello floscio con una cordicella al posto del nastro, collo troppo lungo, come se glielo avessero tirato. La gente scende. Il tizio in questione si arrabbia con un vicino. Gli rimprovera di spingerlo ogni volta che passa qualcuno. Tono lamentoso, con pretese di cattiveria. Non appena vede un posto libero, vi si butta. Due ore piú tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. È con un amico che gli dice: «Dovresti far mettere un bottone in piú al soprabito». Gli fa vedere dove (alla sciancratura) e perché.

Mettete un episodio di vita quotidiana, come può esserlo un viaggio sul tram e quello che si potrebbe chiamare “un piccolo incidente di percorso”, poi aggiungeteci novantanove modi diversi di raccontarlo: ecco che otterrete Esercizi di stile di Raymond Queneau, ossia un gioco di retorica che ha delle regole tutte sue e le sembianze di un testo che, pur partendo sempre dallo stesso punto, non è mai uguale a se stesso. Umberto Eco lo ha definito come un testo con un «effetto comico travolgente», quasi a sottolinearne la portata eccezionale, ma questo libro è anche in grado di rispondere alla richiesta del “non so cosa voglio leggere, ma so per certo che non voglio annoiarmi”. Queneau, infatti, non fa altro che dare prova delle sue abilità scrittorie e interpretative: passa dall’Ode alla Canzone, dal volgare ai francesismi, dal lipogramma allo stile geometrico-scientifico, creando così un’opera in cui la mente del lettore è continuamente stimolata da alti e bassi di stile, a volte anche comici. L’effetto che l’autore francese riesce a creare è sorprendente, e chi legge non può far altro che rimanere meravigliato pagina dopo pagina. Sebbene ci siano state diverse modifiche rispetto all’originale (parlo di tagli e aggiunte dovuti soprattutto alla sua intraducibilità in certi punti), Esercizi di stile riesce a presentarsi comunque come un piccolo tesoro di stili che ha una enorme capacità discorsiva. Questo testo ha visto la luce per la prima volta nel 1947, grazie alla pubblicazione della Gallimard, mentre in Italia è arrivato diversi anni dopo, nel 1983, quando la casa editrice Einaudi e le traduzioni di Eco hanno deciso di dargli il giusto spazio all’interno della narrativa contemporanea e, soprattutto, di farlo conoscere come un testo unico nel suo genere. Non mi resta altro che farvi leggere, in piccola parte, di cosa sto parlando.

Passato remoto:
Fu a mezzogiorno. Salirono sull’autobus, e fu subito ressa. Un giovin signore portò sul capo un cappello, che av- volse d’una treccia. Non fu nastro. Ebbe collo lunghissimo, e il vidi. E subito si dolse con un vicin, per gli urti che gl’inflisse. Come uno spazio scorse, libero, vi si diresse. E s’assise. Piú tardi il ritrovai, alla stazione che Lazzaro protesse. S’abbigliò di un mantello ed un famiglio, che l’affrontò, qualche motto gli disse, indi aggiungervi un bottone in più, d’uopo fu.

Esclamazioni:
Perbacco! Mezzogiorno! Ora di prendere l’autobus! quanta gente! quanta gente! che ressa! roba da matti queí tipi! e che crapa! e che collo! settantacinque centimetri! almeno! e il cordone! il cordone! mai visto cosí! il cordone! bestiale! ciumbia! il cordone! intorno al cappello! Un cordone! roba da matti! da matti ti dico! e guarda come bac- caglia! sí, il tipo cordonato! contro un vicino! cosa non gli dice! L’altro! gli avrebbe pestato i piedi! Qui finisce a cazzotti! sicuro! ah, no! ah, sí, sì! forza! dai! mena! staccagli il naso! dai di sinistro! cacchio! ma no! si sgonfia! ma guarda! con quel collo! con quel cordone! Va a buttarsi su un posto vuoto! ma sicuro! che tipo ! Ma no! giuro! no! non mi sbaglio! è proprio lui! laggiú! alla Cour de Rome! davanti alla Gare Saint-Lazare! che se ne va a spasso in lungo e in largo! con un altro tipo! e cosa gli racconta l’altro! che dovrebbe aggiungere un bottone! ma sí! un bottone al soprabito! Al suo soprabito!

Telegrafico:
BUS COMPLETO STOP TIZIO LUNGOCOLLO CAPPELLO TRECCIA APOSTROFA SCONOSCIUTO SENZA VALIDO PRETESTO STOP PROBLEMA CONCERNE ALLUCI TOCCATI TACCO PRESUMIBILMENTE AZIONE VOLONTARIA STOP TIZIO ABBAN- DONA DIVERBIO PER POSTO LIBERO STOP ORE DUE STAZIONE SAINTLAZARE TIZIO ASCOLTA CONSIGLI MODA INTER- LOCUTORE STOP SPOSTARE BOTTONE SEGUE LETTERA STOP.

Geometrico:
In un parallelepipedo, rettangolo generabile attraverso la linea retta d’equazione 84x + S = y, un omoide A che esibisca una calotta sferica attorniata da due sinusoidi, sopra una porzione cilindrica di lunghezza l > n, presenta un punto di contatto con un omoide triviale B. Dimostrare che questo punto di contatto è un punto di increspatura. Se l’omoide A incontra un omoide omologo C, allora il punto di contatto è un disco di raggio r < l. Determinare l’altezza h di questo punto di contatto in rapporto all’asse verticale dell’omoide A.

Per saperne di più:

Esercizi di stile - Raymond Queneau

Titolo: Esercizi di stile
Autore: Raymond Queneau
Editore: Einaudi
Lunghezza: 328 pagine
Prezzo: 13 euro
Trama: “Esercizi di stile” è un esilarante testo di retorica applicata, un’architettura combinatoria, un avvincente gioco enigmistico. Tutto vero, però è anche un manifesto letterario (anti-surrealista), è un tracciato di frammenti autobiografici, è la trascrizione di una serie di sogni realmente effettuati da Queneau. E perfino un testo politico, nonché un’autoparodia. Questo è quanto emerge dalle riflessioni che Stefano Bartezzaghi ha dedicato a questo libro-capolavoro. E la sua postfazione al volume diventa complementare alla classica introduzione di Umberto Eco, del quale si conserva anche la traduzione. In appendice, presentati per la prima volta in italiano, alcuni esercizi lasciati cadere nell’edizione definitiva, un indice preparatorio e l’introduzione, anch’essa inedita in Italia, scritta da Queneau per un’edizione del 1963.
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“La notte della svastica” di K. Burdekin

La notte della svastica di Katharine Burdekin è un libro che non potevo non citare nei consigli di lettura, soprattutto se amate quello strano genere che incrocia la distopia con l’ucronia. Qui infatti, oltre ad avere un mondo completamente “stravolto”, ci troviamo anche 700 anni dopo l’ascesa di Adolf Hitler che, non solo ha vinto la Seconda guerra mondiale e ha costruito un grandioso impero nazista, ma è arrivato addirittura a essere venerato come una sorta di divinità.

Hermann si unì al coro vibrante di possenti e roboanti voci maschili, ma le parole del Credo gli scivolavano incolori attraverso le orecchie e la mente. Erano troppo familiari. Non che fosse irreligioso: la grande cerimonia annuale della Liquefazione del Sangue, preclusa a tutti coloro che non erano Hitleriani germanici, lo emozionava ogni volta fino all’orgasmo, ma questa non era che una comune Funzione mensile, troppo familiare e noiosa per risvegliare entusiasmi particolari, specialmente nei momenti di contrarietà.

Una cosa è certa: nel mondo ucronico immaginato dalla Burdekin la Germania nazista ha vinto. Ma non solo, ora insieme al Giappone è occupata a spartirsi ogni fazzoletto di terra disponibile, anche al costo di estinguere totalmente il popolo ebreo e di intraprendere guerre su guerre (un po’ come, davvero, aveva deciso di fare Adolf Hitler nella sua campagna militare).

(..) In tutto il Sacro Impero Germanico in quell’anno del Signore Hitler 720, erano nati troppi bambini di sesso maschile. Era stata una tendenza graduale, naturalmente, ma adesso cominciava a destare serie preoccupazioni. Il grande disegno non era ancora concluso. Rimanevano ancora milioni di infedeli giapponesi da convertire, e milioni di sudditi delle razze sottomesse al Giappone che non avevano ancora avuto la possibilità di conoscere la luce. E ora, se le donne avessero smesso di riprodursi, chi avrebbe assicurato la continuità al Regno di Hitler?.

L’aspetto ucronico ha ancora più valore se pensiamo che questo romanzo (pubblicato con il nome maschile di Murray Constantine, e leggendo il romanzo se ne capisce anche il motivo) è stato scritto nel 1937, ovvero in un momento in cui la Germania poteva effettivamente vincere e prevalere su tutti. Parlando della forma, non aspettatevi una scrittura eccellente, ma considerate comunque La notte della svastica come un’opera degna di nota e che ha saputo ispirare perfino George Orwell con il suo 1984 (scritto circa dieci anni dopo). Oltre alla manipolazione del passato e alla sua alterazione (decisamente presente in quest’ultimo), un altro tema rivelante si coglie, soprattutto, nel culto della “maschilità”, ossia nella relegazione delle donne ai margini della scala sociale per essere usate come delle mere macchine da riproduzione al fine di mandare avanti la razza ariana. La regressione dell’umanità in una società misogina e patriarcale decisamente per eccesso, infatti, è ciò che accompagna il tragico viaggio nel mondo della Burdekin, insieme anche alla privazione e all’oppressione di ogni libertà. Questi discorsi non sono casuali, a maggior ragione se prendiamo in considerazione la biografia della stessa autrice: una donna anticonformista abbastanza nota negli anni Trenta e nella sua cerchia di letterati, ma anche una assidua frequentatrice degli stessi circoli che poi ospiteranno il grande Eric Arthur Blair (alias George Orwell) e, dunque, vedranno la vicinanza delle loro due intuitive opere.

Per saperne di più:

La notte della svastica

Titolo: La notte della svastica 
Autore: Katharine Burdekin
Editore: Editori Riuniti
Lunghezza: 220 pagine
Prezzo: 12,91 euro

Trama: Nel 1937, quattro anni dopo la presa del potere da parte del Nazismo, una donna inglese scrive un romanzo che in cui anticipa tanto i politici che il pubblico che è accaduto qualcosa di epocale rivelatore del male oscuro che stava dietro la civiltà europea.
Per acquistarlo: Purtroppo non è per niente facile trovare questo libro in vendita (se non pagandolo discretamente su eBay), ma vi assicuro che nelle biblioteche e in prestito, se siete interessati a leggerlo, c’è assolutamente.