“Dracula”: un moderno romanzo del terrore

Dracula è un ricettacolo di temi che aspettano solamente di essere scoperti e portati in superficie. Pubblicato nel 1897, il capolavoro di Bram Stoker è senza dubbio considerato il primo romanzo moderno della letteratura inglese, e un testo in cui il tema del gotico compare prepotentemente per poter dare una diversa chiave di lettura al terrore. Non è un caso che la prima edizione del libro avesse in copertina proprio un castello: l’autore, probabilmente, non voleva solo riprendere l’abitazione in cui aveva ambientato la sua storia, ma anche rendere omaggio a quella che è stata la nascita della gothic fiction, ovvero Horace Walpole con il suo Il castello di Otranto.

La popolazione della Transilvania è composta di quattro diverse etnie: i Sassoni al sud, e mescolati a loro i Valacchi, discendenti dei Daci; i Magiari ad ovest; ad est e a nord gli Szekely. È tra questi ultimi che mi sto dirigendo, un popolo che vanta discendenza da Attila e dagli Unni. Può ben essere, giacché quando i Magiari conquistarono il paese nell’XI secolo vi trovarono gli Unni già stanziati. Da quanto ho letto, ogni superstizione è annidata lì, racchiusa nel ferro di cavallo dei Carpazi, quasi fosse il centro d’un vortice dell’immaginazione. Se così fosse, il mio soggiorno promette d’esser molto interessante. (Ricordarsi di chiedere al Conte ogni possibile informazione in merito.) 

Il romanzo si apre con il viaggio del protagonista Jonathan Harker verso la Transilvania, una zona dell’Europa dell’Est che non è nemmeno individuabile nelle mappe. Il suo superiore lo ha “spedito” lì per incontrare il conte Dracula, un uomo dalle sembianze vampiresche (fisico pallido e longilineo, denti aguzzi, alito maleodorante) che è interessato ad acquistare casa a Londra. Ma questo viaggio, molto presto, sembra trasformarsi in qualcosa in più: è un trasferimento nel passato, è un contatto con delle superstizioni arcaiche, è un ritorno al Medioevo, è un incontro con il sublime. Sarebbe banale ridurre Dracula a una storia in cui si scontrano bene e male, perché Stoker cerca di concentrare al suo interno tutto quello che è il suo bagaglio personale e immaginario. Tra le varie interpretazioni del romanzo c’è quella dell’imperial gothic, un tema molto caro allo stesso autore vista la sua origine irlandese. Se da una parte il viaggio di Harker rappresenta un po’ l’uomo occidentale che si muove verso le colonie, dall’altra inscrive la reazione di uno scrittore che realmente si ritrova ad essere colonizzato dall’Impero inglese e per questo elabora una storia in cui – sovvertendo questa posizione – il vampiro vuole invadere Londra. Da qui anche l’opinione di molti studiosi nel considerare Dracula un forte emblema della razza: il vampiro non solo si nutre di sangue, ma quel sangue è come se rappresentasse nello stesso tempo anche tutte le vittime di cui si è cibato, facendosi portatore, di conseguenza, anche della contaminazione tra un corpo e l’altro.

Volgendomi indietro ho scorto, stagliata contro il cielo, la sagoma irta di Castel Dracula; eravamo infatti ai piedi del colle, così erto sopra di noi, che la cerchia dei Carpazi sembrava assai più bassa di esso. Vedevamo l’edificio in tutta la sua grandiosità, appollaiato in cima a un rapidissimo precipizio di trecento metri, e un’enorme distanza sembrava dividerlo dai versanti dei monti adiacenti da ogni lato. C’era qualcosa di selvaggio e inquietante in quel luogo. Ci giungeva all’orecchio il remoto ululare dei lupi. Erano lontani, ma quel suono, sebbene giungesse attutito dalla neve, era foriero di terrori.

Il romanzo è strutturato come se fosse una grande raccolta espitolare, ma le lettere non sono l’unico linguaggio comunicativo che compare in Dracula: scrittura stenografica e dattilografica, contratti, telegrammi, ritagli di giornale e registrazioni fonografiche, infatti, costellano tutta la storia proiettandola nell’età moderna e rendendola, nello stesso tempo, enormemente polifonica. Questo contesto riguarda anche i personaggi, tutti in qualche modo legati al positivismo e al sapere scientifico. Se da una parte, infatti, Jonathan Harker e John Seward rappresentano rispettivamente la legge e la scienza medica (e che uniti a Mina e Lucy formano quella che è stata definita “squadra della luce”, nonché i protagonisti principali della storia), dall’altra l’universo iper tecnologico con cui si entra in contatto ci proietta all’interno di libro che sembra quasi ossessionato dai media in generale.

Quando saremo sposati potrò essere utile a Jonathan, e se sarò abbastanza brava potrò stenografare tutto quello che dice e poi batterlo a macchina; sto facendo anche molta pratica di dattilografia.

Il vampiro è il personaggio clou del romanzo, eppure ne è allo stesso tempo grande assente. Il conte Dracula è più un pensiero che si insinua nei corpi e nelle menti delle persone piuttosto che una presenza in carne ed ossa, e questo lo si capisce soprattutto quando nella storia fanno il loro ingresso il dottor John Seward, il suo paziente Renfield e (più avanti) il professore Abraham Van Helsing. Con loro non “entra in gioco” solamente la medicina, ma anche la follia. Seward, infatti, è uno psichiatra e il manicomio in cui presta lavoro, in questo contesto, è un luogo simbolico che fa soprattutto riferimento al disagio mentale che abita la mente di Renfield. Tra quest’ultimo e il conte Dracula, infatti, c’è un legame che va ben oltre il contatto fisico: è un rapporto di sudditanza dove Renfield è totalmente soggiogato al vampiro, come se tra i due ci fosse una sorta di comunicazione telepatica.

Improvvisamente si è spalancata la porta, e il mio paziente si è precipitato dentro, col viso sconvolto dall’agitazione. Sono rimasto allibito, perché il fatto che un paziente entri di sua iniziativa nello studio del direttore è cosa mai accaduta prima. Senza esitare un attimo si è diretto verso di me. Aveva in mano un coltello e, rendendomi conto che era pericoloso, ho cercato di frapporre il tavolo tra di noi. Ma era troppo svelto e troppo forte per me; prima che riuscissi a recuperare il controllo già mi aveva colpito tagliandomi seriamente il polso sinistro. Prima che colpisse di nuovo, tuttavia, gli ho sferrato un pugno col destro, ed è caduto steso a terra. […] Quando gli infermieri sono accorsi, e abbiamo rivolto a lui la nostra attenzione, quel che stava facendo mi ha dato la nausea: bocconi sul pavimento, leccava, come un cane, il sangue gocciolato dalla ferita del mio polso.

La minaccia del conte Dracula, però, non si inscrive solamente nel suo tentativo di “vampirizzare” e condurre il male, ma anche nell’estrema attenzione – se così si può definire – per il genere femminile. Prima nel sogno (quello in cui ad essere concupito da delle fanciulle è Jonathan Harker) e poi con Lucy e Mary, le donne si dividono tra l’essere l’anello debole al diventare, invece, delle vere e proprie cacciatrici sessuali. Effettivamente, l’aspetto onirico è molto importante in Dracula, complice anche il fatto che il romanzo è contemporaneo alla nascita della psicanalisi (e quindi all’aspetto notturno dell’inconscio e della mente umana).

Di notte mi sono di nuovo svegliata, e ho trovato Lucy seduta sul letto, addormentata, che indicava la finestra. Mi sono alzata in silenzio, ho scostato la pensa e guardato fuori. C’era un chiaro di luna splendente, e mare e cielo erano soffusi di luce – immersi in un unico grande mistero – uno splendore al di là di ogni parola. Tra me e la luna svolazzava un grosso pipistrello, avanti e indietro, descrivendo grandi cerchi concentrici.

Dracula è il simbolo di un intero genere letterario. Stoker pubblica questo libro quando il gotico ha già più di un secolo, però riesce comunque a riprodurne tutti gli stereotipi, insistendo maggiormente sull’aspetto “terrificante”. A terrorizzare però, in questo caso, non è qualcosa che si prefigura in una persona, ma in un insieme di idee che trovano realizzazione negli effetti psicologici, culturali e politici che l’autore è stato in grado di portare in vita attraverso le parole. Anche se il vampiro non c’è (o meglio, si manifesta nella sua assenza), Stoker ha comunque l’accortezza di renderlo costantemente presente nelle storie – scritte o raccontate – dei suoi personaggi, ed è probabilmente questo l’aspetto che rende singolare questo romanzo: la “paranoia” di non sapere cosa o chi il vampiro stia cercando.

Che razza di uomo è questi, o che specie di creatura è sotto sembianze umane? Il terrore di questo luogo orribile mi sovrasta; sono in preda alla paura, a una paura schiacciante, e per me non c’è scampo; sono accerchiato da terrori ai quali non oso neppure pensare.

Parole chiave:

  • Vampiro: il protagonista assente del romanzo, ma riuscito a diventare comunque un “mito”. Il primo è stato quello elaborato da John William Polidori; quello di Stoker prende anche le sembianze dal principe Vlad Tepes, un crociato realmente esistito in epoca medievale e soprannominato proprio Dracula per via della sua appartenenza all’ordine del dragone.
  • Quincey: è un personaggio che ha il ruolo di “prolungamento”. La sua perdita, infatti, segna allo stesso tempo un nuovo inizio attraverso la nascita del figlio di Mina e Jonathan, quasi come se il tutto fosse un passaggio di testimone.
  • Bram Stoker: autore e scrittore; probabilmente una delle figure più interessanti del suo secolo. E’ stato anche direttore artistico del più grande teatro della Londra del tempo e impresario di Henry Irving, famoso attore shakespeariano (e l’ombra di Shakespeare, con le sue inquietudini, è presente anche in Dracula: «e anche con la storia dello spettro del padre di Amleto»).
  • Scrittura: è più importante addirittura dei fatti, Dracula non è solamente un romanzo, ma anche un resoconto di quanto accade a ciascun personaggio. La forma del diario e delle lettere sostituisce la voce e proietta la storia su un piano in cui la necessità sembra quella di non perdere proprio nessun dettaglio.
  • Magia: all’interno del romanzo è presente anche un certa terminologia “magica”, ma anche elementi irrazionali come le credenze e le usanze citate all’inizio del libro.

Voto: 4 segnalibri su 5

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Titolo: Dracula
Autore: Bram Stoker
Editore: Mondadori
Lunghezza: 569 pagine
Prezzo: 10,50 euro
Trama: Mi stava vicino, lo vedevo da sopra la spalla, ma nello specchio non si rifletteva! In Transilvania per concludere la vendita di una casa londinese al Conte Dracula, discendente di un’antichissima casata locale, il giovane agente immobiliare Jonathan Harker scopre che il suo cliente è una creatura di mistero e orrore… Dracula, archetipo delle infinite storie di vampiri narrate dalla letteratura e dal cinema, mette in scena l’eterna lotta tra il Bene e il Male, ma anche tra la ragione e l’istinto, tra le pulsioni più inconfessabili e il perbenismo non solo vittoriano. Una storia scaturita dall’inconscio ed entrata in tutti i nostri incubi.
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“Il ritratto ovale”: un racconto breve e del terrore di Edgar Allan Poe

Parlare di tutti I racconti dell’incubo e del terrore di Poe in una sola recensione pareva una impresa titanica solo a pensarla, molto più fattibile era andare a colpo sicuro e sceglierne uno in particolare, perché no il preferito. Dopo un’ardua decisione, alla fine la scelta è caduta proprio su Il ritratto ovale, un testo in grado di mescolare atmosfere macabre e arte. Questo racconto datato 1842, infatti, oltre a essere relativamente breve, è anche sorprendentemente significativo e inquietante (in senso buono, ovviamente). Se state pensando a una storia ambientata di notte o perlomeno al buio illuminato solamente da delle tremolanti candele, state pensando bene. Poe non ci pensa due volte: incomincia questo racconto non solo con un forte richiamo al sublime che si inscrive nella commistione tra “malinconia e splendore” (e che si coglie fin dalle prime righe), ma prosegue anche con delle ricche descrizioni che non fanno altro che rendere questa storia ancora più suggestiva. 

«Ci stabilimmo in una delle stanze più piccole e arredate meno sontuosamente. Si trovava in una remota torretta della costruzione. I suoi ornamenti erano ricchi, ma rovinati ed antiquati. I muri erano rivestiti d’arazzi e decorati con trofei araldici, vari e multiformi, insieme con un numero insolitamente grande di quadri moderni molto vivaci in cornici riccamente arabescate d’oro. Per questi dipinti, che pendevano non solo dalle superficie principali dei muri ma in moltissimi recessi che l’architettura bizzarra del castello aveva inventato – per questi quadri, il mio delirio incipiente, forse, mi aveva fatto provare profondo interesse; cosicché comandai a Pedro di chiudere le pesanti imposte della stanza – poiché era già notte, – di accendere i bracci di un alto candelabro che stava al capezzale del mio letto, e aprire completamente le cortine di velluto nero ornate di frange che nascondevano il letto stesso.»

L’ambientazione che caratterizza Il ritratto ovale è quella che accompagna ogni romanzo gotico, ovvero un castello (abbandonato) e una notte all’apparenza tranquilla. Qui, in un luogo imprecisato delle Alpi e in un tempo che possiamo ricondurre all’Ottocento, riposano un viaggiatore ferito e il suo servitore Pedro, amico premuroso. Mentre il “valletto” si addormenta rapidamente, il primo decide di trascorrere il tempo sfogliando un libretto in cui “sono narrate” le storie dei quadri che ricoprono le pareti dell’intero castello. La lettura avviene alla luce di un candelabro, ma è proprio quando quest’ultimo viene spostato per fare più luce che succede il fattaccio sconvolgente: in un angolo della stanza che non aveva notato prima, infatti, il viaggiatore scopre il ritratto di una giovane donna che lo fa rimanere letteralmente a bocca aperta. 

«Ma l’azione produsse un effetto del tutto imprevisto. Le luci delle numerose candele (ce ne erano molte) ora andavano a cadere in una nicchia della stanza che fino a quel momento era stata messa in ombra profonda da una colonnina del letto. Vidi così in piena luce un quadro passato del tutto inosservato prima. Era il ritratto di una giovinetta quasi sul punto di divenire donna.»

Leggendo il libretto, il protagonista scopre che la donna dipinta «così bene da sembrare viva» non era altro che la moglie del pittore: quest’ultimo, proprio per la sua bellezza, aveva deciso di farle un ritratto, conducendola però nella stanza più buia e fredda del castello, in cima alla torre. Il delirio è soprattutto ciò che caratterizza la storia di questo artista sui generis, ma in un certo senso anche del protagonista/viaggiatore: se il secondo è catturato dai dipinti che lo circondano, il primo è così preso dalla sua follia creatrice da dimenticarsi della moglie che, ad ogni pennellata in cerca della perfezione, deperisce e si consuma. E’ solo nel momento di dare l’ultimo tocco a quel dipinto così vivo che il pittore si accorge della tragedia: la moglie è morta, quasi come se la sua vita fosse spirata direttamente sulla tela.

«E allora fu data la pennellata, e la sfumatura fu posta; e, per un attimo, il pittore rimase estasiato davanti all’opera che aveva compiuto; ma subito dopo, perso ancora nella contemplazione, divenne tremante e molto pallido, e atterrito, gridando con una voce forte, “Questa è davvero la Vita stessa!” si voltò improvvisamente a osservare la sua amata: Era morta!»

Quello che più colpisce di questa storia è senz’altro il modo in cui Poe decide di rendere a parole l’attrazione che il protagonista prova per il dipinto, un po’ sulla scia di quello che sarà, qualche anno dopo, Il ritratto di Dorian Gray di O. Wilde (1890). Il viaggiatore ne è letteralmente stregato: sottolinea per ben due volte – e in due diverse parti del racconto – quanto il fascino di quel “ritratto ovale” lo faccia rimanere con gli occhi fissi quasi come se fosse in trance. Quel quadro, per lui, parla senza le parole, è magnetico e vivo, e per questo vuole cercare con insistenza la sua storia all’interno di quel libro che si è ritrovato tra le mani. Il punto centrale di tutto, sicuramente, è il legame che questo racconto ha con il “doppio”, soprattutto dal punto di vista dei protagonisti che abitano la storia. Se nella prima parte, infatti, i personaggi in primo piano sono il viaggiatore ferito e il suo servo Pedro, nella seconda, invece, questi ultimi sono sostituiti dalle figure del pittore e di sua moglie, tutto questo in un’ambientazione in cui la vita e la morte sono continuamente messe in discussione. Il ritratto, a maggior ragione verso la fine, è chiamato “persona viva”, e forse è proprio questo il motivo per cui il racconto può essere considerato anche la storia di una ossessione e di una follia che si personificano, purtroppo tragicamente, nell’amore per l’arte.

Il ritratto ovale

Immagine presa dal web

Parole chiave:

  • Vita/Morte: un legame che unisce con un filo invisibile tutto il racconto, soprattutto nella storia tra il pittore e la moglie. Il quadro è un oggetto inanimato ma paradossalmente vivo, mentre invece la donna dipinta (che dovrebbe essere piena di vitalità) è qualcosa destinata a morire al tocco di ogni pennellata sulla tela.
  • Castello: senza questo elemento, probabilmente, la storia non avrebbe avuto lo stesso impatto sul lettore. Poe, con questo, dimostra che possono bastare anche poche ambientazioni (come ad esempio anche la stanza abbandonata in cui soggiornano gli ospiti) per rendere una semplice storia non così scontata come può sembrare.
  • Doppio: il classico tema dei racconti gotici e quello che rende questa storia ancora più suggestiva. Due sono le parti in cui è divisa la vicenda (la prima che occupa il viaggiatore e Pedro; la seconda che riguarda il pittore e la moglie), due sono i protagonisti che occupano “la scena” ogni volta. Ma il doppio si riferisce anche allo stesso quadro e quindi alla donna che, da modella, prende vita sulla tela, oppure ancora alla storia che ogni dipinto ha come riferimento nel libro che il viaggiatore sfoglia e legge nel suo letto alla luce del candelabro.
  • Arte: la pittura, in questo racconto, compare come un espediente per rimarcare quanto essa, molto spesso, sia legata alla follia. L’ispirazione artistica, qui, non solo è descritta come un’ossessione che conduce alla pazzia, ma appare addirittura come una “rivale” della moglie per la conquista dell’attenzione del pittore/marito.

Voto: 5 segnalibri su 5

Tutti i racconti, le poesie e «Gordon Pym» - Poe

Titolo: Tutti i racconti, le poesie e «Gordon Pym»
Autore: Edgar Allan Poe
Editore: Newton Compton
Lunghezza: 982 pagine
Prezzo: 14.90 euro
Trama: Castelli diroccati, paesaggi foschi, misteriose presenze. Eroi solitari e introversi, donne diafane e sensitive che si aggirano in luoghi spettrali. Situazioni paradossali, talvolta grottesche, casi straordinari, apparizioni d’incubo e di sogno: le storie stregate di Poe sono metafore delle nostre stesse più profonde inquietudini, esplorazioni negli oscuri meandri della  psicologia umana, negli orrori malcelati di una condizione esistenziale lacerata, contraddittoria, enigmatica. La continua allusività analogica e simbolizzante, l’oniricità ossessiva e visionaria, le suggestioni “gotiche” e romantiche sono costantemente sostenute dalla ricerca di idealità assolute, da un lucido e articolato dominio complessivo dettato da una  straordinaria abilità stilistica e tecnica, da una logica compositiva e combinatoria di stampo razionalista che si dilata, nelle poesie attraverso una stupefacente varietà di intrecci strofici e metrici e una continua fluidità ritmico-musicale, fino all’istrionismo e alla mistificazione.
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