Alla ricerca del piatto perduto: Involtini leggeri con salmone, zucchine e robiola

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Valentina Zanotto

Ingredienti (per 2 persone):
2 zucchine
200 g di salmone affumicato a fette
50 g di robiola (o un altro formaggio spalmabile)
Ciuffi di erba cipollina
Succo di limone
Pepe rosa in grani e sale q.b.
Olio e.v.o 

Preparazione:
Affettare finemente le zucchine nella sua lunghezza (meglio se con una affettatrice o uno strumento apposito) e disporre le strisce ottenute all’interno di una pirofila in cui, precedentemente, sono stati aggiunti un cucchiaio d’olio e.v.o, del sale e il succo di limone. Lasciarle marinare per circa 10 minuti spennellandole di tanto in tanto.

In una ciotola mettere la robiola, un filo di olio e del pepe rosa spezzettato, quindi mescolare energicamente con un cucchiaio per amalgamare e rendere “cremoso” il tutto.

Scaldare una griglia e cuocere le zucchine. Poi trasferirle in un piatto per lasciarle intiepidire.

A questo punto si può comporre il piatto: prendere le zucchine, spalmare su un lato la crema di robiola, aggiungere una fetta di salmone affumicato (nel caso sia troppo grande si può piegare su se stessa o tagliarla a metà) e arrotolare il tutto. Per tenere chiusi gli involtini si possono usare dei ciuffi di erba cipollina.

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro:

Mi pareva di avere riaperto una stanza, un armadio dimenticati, e d’averci trovata dentro la vita di un altro, una vita futile, piena di rischi. Era questo che avevo scordato. Non tanto Cate, non i poveri piaceri di un tempo. Ma il giovane che viveva quei giorni, il giovane temerario che sfuggiva alle cose credendo che dovessero ancora accadere, ch’era già uomo e si guardava sempre intorno se la vita giungesse davvero, questo giovane mi sbalordiva. Che cosa c’era di comune tra me e lui? Che cosa avevo fatto per lui? Quelle sere banali e focose, quei rischi casuali, quelle speranze familiari come un letto o una finestra – tutto pareva il ricorso di un paese lontano, di una vita agitata, che ci si chiede ripensandoci come abbiamo potuto gustarla e tradirla così.

Una ricetta leggera e piuttosto veloce da realizzare a cui ho deciso di abbinare un libro quasi all’opposto: La casa in collina di Cesare Pavese. Nonostante la loro estrema diversità, il piatto e il romanzo sembrano però richiamarsi sotto certi aspetti. Da una parte abbiamo un ritorno all’estate, una voglia di allontanarsi per un attimo dalla freddura autunnale, mentre dall’altra la malinconia tipica di un autore che di certi sentimenti ne ha fatto la sua cifra stilistica. Corrado, il protagonista de La casa in collina, non condivide gli ideali del Nazifascismo, ma allo stesso tempo si sente “inadeguato” anche nel ruolo di partigiano. Si ritira in “campagna”, in una casa che diventa rifugio, eppure c’è sempre qualcosa che non va: la guerra lontana e simultaneamente vicina, la morte, il sacrificio, e tutti questi elementi si impongono nella narrazione come se fossero delle bombe scagliate direttamente nella mente del protagonista (e quindi anche nella nostra). Il lavoro di Pavese, in un certo senso, è quello di trasformare la complessità in qualcosa di semplice – ma non frivolo -, e lo stesso ho cercato di fare anche io con questo piatto. Per quei giorni in cui ci si vuole sentire “fuori da tutto”, un po’ come Corrado.

La casa in collina

Titolo: La casa in collina
Autore: Cesare Pavese
Editore: Einaudi
Lunghezza: 180 pagine
Prezzo: 11 euro
Trama: La storia di una solitudine individuale di fronte all’impegno civile e storico; la contraddizione da risolvere tra vita in campagna e vita in città, nel caos della guerra; il superamento dell’egoismo attraverso la scoperta che ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione. “Ora che ho visto cos’è la guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: “E dei caduti che facciamo? Perché sono morti?” Io non saprei cosa rispondere. Non adesso almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero”. La grande intuizione delle ultime pagine de “La casa in collina” sarà ripresa e portata alle estreme conseguenze artistiche e morali nell’altro grande libro di Cesare Pavese, “La luna e i falò”.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 9,35 euro)

Sono affiliata ad Amazon e negli articoli ho aggiunto dei rimandi proprio a questo sito. Per ogni acquisto che farete seguendo i riferimenti che ho messo (oppure partendo da questo link generico), percepirò una commissione del 10% (massimo), ricavato che servirà per mantenere il mio sito o acquistare libri. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro supporto.

“Dracula”: un moderno romanzo del terrore

Dracula è un ricettacolo di temi che aspettano solamente di essere scoperti e portati in superficie. Pubblicato nel 1897, il capolavoro di Bram Stoker è senza dubbio considerato il primo romanzo moderno della letteratura inglese, e un testo in cui il tema del gotico compare prepotentemente per poter dare una diversa chiave di lettura al terrore. Non è un caso che la prima edizione del libro avesse in copertina proprio un castello: l’autore, probabilmente, non voleva solo riprendere l’abitazione in cui aveva ambientato la sua storia, ma anche rendere omaggio a quella che è stata la nascita della gothic fiction, ovvero Horace Walpole con il suo Il castello di Otranto.

La popolazione della Transilvania è composta di quattro diverse etnie: i Sassoni al sud, e mescolati a loro i Valacchi, discendenti dei Daci; i Magiari ad ovest; ad est e a nord gli Szekely. È tra questi ultimi che mi sto dirigendo, un popolo che vanta discendenza da Attila e dagli Unni. Può ben essere, giacché quando i Magiari conquistarono il paese nell’XI secolo vi trovarono gli Unni già stanziati. Da quanto ho letto, ogni superstizione è annidata lì, racchiusa nel ferro di cavallo dei Carpazi, quasi fosse il centro d’un vortice dell’immaginazione. Se così fosse, il mio soggiorno promette d’esser molto interessante. (Ricordarsi di chiedere al Conte ogni possibile informazione in merito.) 

Il romanzo si apre con il viaggio del protagonista Jonathan Harker verso la Transilvania, una zona dell’Europa dell’Est che non è nemmeno individuabile nelle mappe. Il suo superiore lo ha “spedito” lì per incontrare il conte Dracula, un uomo dalle sembianze vampiresche (fisico pallido e longilineo, denti aguzzi, alito maleodorante) che è interessato ad acquistare casa a Londra. Ma questo viaggio, molto presto, sembra trasformarsi in qualcosa in più: è un trasferimento nel passato, è un contatto con delle superstizioni arcaiche, è un ritorno al Medioevo, è un incontro con il sublime. Sarebbe banale ridurre Dracula a una storia in cui si scontrano bene e male, perché Stoker cerca di concentrare al suo interno tutto quello che è il suo bagaglio personale e immaginario. Tra le varie interpretazioni del romanzo c’è quella dell’imperial gothic, un tema molto caro allo stesso autore vista la sua origine irlandese. Se da una parte il viaggio di Harker rappresenta un po’ l’uomo occidentale che si muove verso le colonie, dall’altra inscrive la reazione di uno scrittore che realmente si ritrova ad essere colonizzato dall’Impero inglese e per questo elabora una storia in cui – sovvertendo questa posizione – il vampiro vuole invadere Londra. Da qui anche l’opinione di molti studiosi nel considerare Dracula un forte emblema della razza: il vampiro non solo si nutre di sangue, ma quel sangue è come se rappresentasse nello stesso tempo anche tutte le vittime di cui si è cibato, facendosi portatore, di conseguenza, anche della contaminazione tra un corpo e l’altro.

Volgendomi indietro ho scorto, stagliata contro il cielo, la sagoma irta di Castel Dracula; eravamo infatti ai piedi del colle, così erto sopra di noi, che la cerchia dei Carpazi sembrava assai più bassa di esso. Vedevamo l’edificio in tutta la sua grandiosità, appollaiato in cima a un rapidissimo precipizio di trecento metri, e un’enorme distanza sembrava dividerlo dai versanti dei monti adiacenti da ogni lato. C’era qualcosa di selvaggio e inquietante in quel luogo. Ci giungeva all’orecchio il remoto ululare dei lupi. Erano lontani, ma quel suono, sebbene giungesse attutito dalla neve, era foriero di terrori.

Il romanzo è strutturato come se fosse una grande raccolta espitolare, ma le lettere non sono l’unico linguaggio comunicativo che compare in Dracula: scrittura stenografica e dattilografica, contratti, telegrammi, ritagli di giornale e registrazioni fonografiche, infatti, costellano tutta la storia proiettandola nell’età moderna e rendendola, nello stesso tempo, enormemente polifonica. Questo contesto riguarda anche i personaggi, tutti in qualche modo legati al positivismo e al sapere scientifico. Se da una parte, infatti, Jonathan Harker e John Seward rappresentano rispettivamente la legge e la scienza medica (e che uniti a Mina e Lucy formano quella che è stata definita “squadra della luce”, nonché i protagonisti principali della storia), dall’altra l’universo iper tecnologico con cui si entra in contatto ci proietta all’interno di libro che sembra quasi ossessionato dai media in generale.

Quando saremo sposati potrò essere utile a Jonathan, e se sarò abbastanza brava potrò stenografare tutto quello che dice e poi batterlo a macchina; sto facendo anche molta pratica di dattilografia.

Il vampiro è il personaggio clou del romanzo, eppure ne è allo stesso tempo grande assente. Il conte Dracula è più un pensiero che si insinua nei corpi e nelle menti delle persone piuttosto che una presenza in carne ed ossa, e questo lo si capisce soprattutto quando nella storia fanno il loro ingresso il dottor John Seward, il suo paziente Renfield e (più avanti) il professore Abraham Van Helsing. Con loro non “entra in gioco” solamente la medicina, ma anche la follia. Seward, infatti, è uno psichiatra e il manicomio in cui presta lavoro, in questo contesto, è un luogo simbolico che fa soprattutto riferimento al disagio mentale che abita la mente di Renfield. Tra quest’ultimo e il conte Dracula, infatti, c’è un legame che va ben oltre il contatto fisico: è un rapporto di sudditanza dove Renfield è totalmente soggiogato al vampiro, come se tra i due ci fosse una sorta di comunicazione telepatica.

Improvvisamente si è spalancata la porta, e il mio paziente si è precipitato dentro, col viso sconvolto dall’agitazione. Sono rimasto allibito, perché il fatto che un paziente entri di sua iniziativa nello studio del direttore è cosa mai accaduta prima. Senza esitare un attimo si è diretto verso di me. Aveva in mano un coltello e, rendendomi conto che era pericoloso, ho cercato di frapporre il tavolo tra di noi. Ma era troppo svelto e troppo forte per me; prima che riuscissi a recuperare il controllo già mi aveva colpito tagliandomi seriamente il polso sinistro. Prima che colpisse di nuovo, tuttavia, gli ho sferrato un pugno col destro, ed è caduto steso a terra. […] Quando gli infermieri sono accorsi, e abbiamo rivolto a lui la nostra attenzione, quel che stava facendo mi ha dato la nausea: bocconi sul pavimento, leccava, come un cane, il sangue gocciolato dalla ferita del mio polso.

La minaccia del conte Dracula, però, non si inscrive solamente nel suo tentativo di “vampirizzare” e condurre il male, ma anche nell’estrema attenzione – se così si può definire – per il genere femminile. Prima nel sogno (quello in cui ad essere concupito da delle fanciulle è Jonathan Harker) e poi con Lucy e Mary, le donne si dividono tra l’essere l’anello debole al diventare, invece, delle vere e proprie cacciatrici sessuali. Effettivamente, l’aspetto onirico è molto importante in Dracula, complice anche il fatto che il romanzo è contemporaneo alla nascita della psicanalisi (e quindi all’aspetto notturno dell’inconscio e della mente umana).

Di notte mi sono di nuovo svegliata, e ho trovato Lucy seduta sul letto, addormentata, che indicava la finestra. Mi sono alzata in silenzio, ho scostato la pensa e guardato fuori. C’era un chiaro di luna splendente, e mare e cielo erano soffusi di luce – immersi in un unico grande mistero – uno splendore al di là di ogni parola. Tra me e la luna svolazzava un grosso pipistrello, avanti e indietro, descrivendo grandi cerchi concentrici.

Dracula è il simbolo di un intero genere letterario. Stoker pubblica questo libro quando il gotico ha già più di un secolo, però riesce comunque a riprodurne tutti gli stereotipi, insistendo maggiormente sull’aspetto “terrificante”. A terrorizzare però, in questo caso, non è qualcosa che si prefigura in una persona, ma in un insieme di idee che trovano realizzazione negli effetti psicologici, culturali e politici che l’autore è stato in grado di portare in vita attraverso le parole. Anche se il vampiro non c’è (o meglio, si manifesta nella sua assenza), Stoker ha comunque l’accortezza di renderlo costantemente presente nelle storie – scritte o raccontate – dei suoi personaggi, ed è probabilmente questo l’aspetto che rende singolare questo romanzo: la “paranoia” di non sapere cosa o chi il vampiro stia cercando.

Che razza di uomo è questi, o che specie di creatura è sotto sembianze umane? Il terrore di questo luogo orribile mi sovrasta; sono in preda alla paura, a una paura schiacciante, e per me non c’è scampo; sono accerchiato da terrori ai quali non oso neppure pensare.

Parole chiave:

  • Vampiro: il protagonista assente del romanzo, ma riuscito a diventare comunque un “mito”. Il primo è stato quello elaborato da John William Polidori; quello di Stoker prende anche le sembianze dal principe Vlad Tepes, un crociato realmente esistito in epoca medievale e soprannominato proprio Dracula per via della sua appartenenza all’ordine del dragone.
  • Quincey: è un personaggio che ha il ruolo di “prolungamento”. La sua perdita, infatti, segna allo stesso tempo un nuovo inizio attraverso la nascita del figlio di Mina e Jonathan, quasi come se il tutto fosse un passaggio di testimone.
  • Bram Stoker: autore e scrittore; probabilmente una delle figure più interessanti del suo secolo. E’ stato anche direttore artistico del più grande teatro della Londra del tempo e impresario di Henry Irving, famoso attore shakespeariano (e l’ombra di Shakespeare, con le sue inquietudini, è presente anche in Dracula: «e anche con la storia dello spettro del padre di Amleto»).
  • Scrittura: è più importante addirittura dei fatti, Dracula non è solamente un romanzo, ma anche un resoconto di quanto accade a ciascun personaggio. La forma del diario e delle lettere sostituisce la voce e proietta la storia su un piano in cui la necessità sembra quella di non perdere proprio nessun dettaglio.
  • Magia: all’interno del romanzo è presente anche un certa terminologia “magica”, ma anche elementi irrazionali come le credenze e le usanze citate all’inizio del libro.

Voto: 4 segnalibri su 5

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Titolo: Dracula
Autore: Bram Stoker
Editore: Mondadori
Lunghezza: 569 pagine
Prezzo: 10,50 euro
Trama: Mi stava vicino, lo vedevo da sopra la spalla, ma nello specchio non si rifletteva! In Transilvania per concludere la vendita di una casa londinese al Conte Dracula, discendente di un’antichissima casata locale, il giovane agente immobiliare Jonathan Harker scopre che il suo cliente è una creatura di mistero e orrore… Dracula, archetipo delle infinite storie di vampiri narrate dalla letteratura e dal cinema, mette in scena l’eterna lotta tra il Bene e il Male, ma anche tra la ragione e l’istinto, tra le pulsioni più inconfessabili e il perbenismo non solo vittoriano. Una storia scaturita dall’inconscio ed entrata in tutti i nostri incubi.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 8,92 euro)

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La leggenda di Halloween: dolcetto o scherzetto?

L’origine di Halloween è un “problema” ancora tutt’oggi, soprattutto tra quelli convinti che questa festa sia una tradizione prettamente americana. La verità è che in America ci è arrivata solo per importazione dall’Europa, anche se va riconosciuto che nel continente a stelle e strisce ormai rappresenta uno dei momenti più attesi e sentiti dell’anno. “All Hallows’ Eve Day” (letteralmente “la notte di Ogni Santi” e che poi è stato contratto in Halloween) coincide infatti con la ricorrenza cristiana che viene festeggiata il 1º novembre e anche con quella che, nell’Irlanda dei Celti, veniva chiamata “Samhain”. Ma cosa era il momento dello Samhain? Nella tradizione celtica rappresentava semplicemente la fine dell’estate, ossia la chiusura di un ciclo di produttività dato da mesi dediti alla pastorizia e al lavoro nei campi. Per capire meglio l’importanza di questo evento bisogna pensarlo come a una sorta di Capodanno in cui terminava la stagione calda e luminosa (l’estate) e ci si addentrava in quella fredda e buia (l’inverno), quest’ultima passata prevalentemente in casa a raccontarsi storie e leggende di vario genere. Lo Samhain era un momento di transizione, e come ogni rituale che si rispetti si rivestiva in automatico anche di poteri magici, tra questi la credenza che tra il mondo dei vivi e quello dei morti scattasse un corto circuito e avvenisse una sorta di contatto. Non è un caso probabilmente che l’argomento principale dei racconti fossero proprio i defunti: così come la natura stava morendo e deperendo intorno agli uomini, allora diventava lecito parlare dei morti e di ciò che si stava riposando sotto terra, creando così una sorta di fusione tra aldilà e mondo terreno.

I limiti che separano un anno dall’altro diventano limitati. Rappresenta un periodo di viaggi interni e profondi. I semi sono sotto terra. Si festeggiava il festival celtico di Samhain. In Grecia Persefone era già nell’inframondo e in Egitto Osiride si era già ritirato nel mondo dei morti. I romani dedicavano questa notte a Ecate. I celti celebravano l’anno nuovo e l’inizio dell’oscurità. È il momento in cui gli umani possono stabilire un vincolo con l’aldilà. La linea che separava il mondo dei morti da quello dei vivi diventava quasi impercettibile. Per questa ragione si invitavano i famigliari defunti e si scacciavano gli spiriti nocivi. (Laboratorio di scrittura e magia, Patricia Sánchez-Cutillas)

Questo “ritorno” dei morti tra i vivi era vissuto in diversi modi, ma il più celebre – e conosciuto ancora oggi – vedeva il rinnovo dello storico patto attraverso la frase “dolcetto o scherzetto”. Durante questi giorni, infatti, era usanza posizionare fiaccole e cibo fuori dalle abitazioni in modo che le anime dei defunti non fossero tentate di fare scherzi ai viventi. Da una parte c’era quella che nella leggenda prendeva il nome di soul cake (torta dell’anima) per cui ogni fetta corrispondeva una preghiera per un morto; dall’altra invece si trovava il gioco ludico del travestimento che doveva servire a scacciare gli spiriti maligni dalla città. A questi si aggiungeva poi anche la leggenda di Jack O’Lantern e della storia che ha portato all’usanza della zucca intagliata e illuminata dalla luce di una candela. 

Halloween è quindi una festa nata in Europa che, però, rappresenta per molti la festa simbolo dell’America: ma come è arrivata negli Stati Uniti? Verso la metà del XIX secolo l’Irlanda, a seguito di una malattia che devastò le coltivazioni di patate, fu investita da una terribile carestia; per sfuggire alla povertà molte persone decisero di abbandonare l’isola e di tentare la fortuna negli Stati Uniti. Qui le comunità irlandesi mantennero vive le tradizioni e i costumi della propria patria, tra cui Halloween, che ben presto si diffuse tra il popolo americano, e il cui simbolo è una zucca nella quale sono intagliati gli occhi, il naso e la bocca. (Tutti in festa: antropologia della cerimonialità, Laura Bonato)

Si racconta che nella notte di Ognissanti il fabbro irlandese Stingy Jack fece un incontro molto particolare: alla fine di una serata piena di alcool, infatti, s’imbatté nel Diavolo desideroso di impossessarsi della sua anima. Nonostante il suo stato d’ebbrezza, l’uomo riuscì a dimostrarsi comunque il più furbo tra i due, riuscendo nell’impresa di ricevere l’ultimo desiderio di una bevuta. Il Diavolo decise di agevolare l’ubriacone trasformandosi in una moneta, ma quel gesto altruista diventò anche la sua condanna, tant’è che si ritrovò imprigionato dal furbo Jack che lo infilò nel suo portafoglio in compagnia di un crocefisso d’argento (un simbolo religioso che gli impediva di riacquisire la sua forma originale). A questo punto al Diavolo rimase solo un’unica alternativa, non senza un certo disappunto: posticipare nel tempo la presa dell’anima dell’uomo sperando di essere più fortunato negli anni a venire. Ripresentandosi nuovamente nella notte di Ognissanti, la furbizia di Jack non mancò ancora una volta di manifestarsi “incastrando” il suo infernale nemico all’interno di un albero sul quale aveva inciso una croce e su cui il Diavolo era salito per poter prendere una mela. All’ennesima umiliazione, i due arrivarono all’accordo di lasciarsi in pace a vicenda; la serenità di Jack, però, non durò a lungo e il suo brutto vizio di bere non gli lasciò scampo. Arrivato all’Inferno, luogo a cui era stato destinato dopo una vita passata tra peccati e provocazioni, il “padrone di casa” pensò di dargli il ben servito cacciandolo e condannandolo a vagare in cerca di un luogo in cui potesse finalmente trovare riposo. Il Diavolo, però, vedendo che l’uomo doveva percorrere una strada completamente buia, decise di aiutarlo lanciandogli un tizzone ardente in modo che potesse illuminarsi la via. Per chissà quale curiosa ragione, Jack aveva con sé una rapa, e all’occorrenza decise di inciderla e trasformarla in una sorta di lanterna. Non ci è dato sapere se l’uomo sia mai riuscito a trovare la sua destinazione, ma da allora Jack O’Lantern viene rappresentato proprio con una zucca su cui c’è intagliato un volto.

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Immagine presa dal web

Ad Halloween si legano poi altre declinazioni, come ad esempio quella dell’esercito dei morti. Per capire meglio questo concetto bisogna fare una piccola premessa: al XII secolo risale anche “l’invenzione” del Purgatorio, ossia quello spazio intermedio tra la dimora definitiva (Inferno o Paradiso) e il mondo dei vivi. Un aspetto non di poco conto se si pensa che, a partire da quel momento, anche la letteratura ecclesiastico-religiosa cominciava ad ammettere l’esistenza di leggende che riguardavano proprio i defunti, una tra tutte quella della “Familia Harlechini” o “Masnada Infernale”. In questa storia sono molti gli aspetti particolari, soprattutto i riferimenti di cui si fa portatrice. Herle King (quello che poi sarebbe diventato Arlecchino nella Commedia dell’Arte) non era altro che il capo di questo esercito che compariva in momenti e spazi precisi: durante la notte o anche a mezzogiorno, ossia il momento della giornata in cui non viene proiettata alcuna ombra, e all’interno di una foresta, il luogo irrazionale e barbaro per eccellenza. Se da una parte questi temi letterari sono convertititi tutti in quella che è stata chiamata “materia bretone”, dall’altra ha permesso di interpretare il Medioevo anche come espressione di un periodo tenebroso in cui il ritorno dei morti portava non solo a uno sconvolgimento della società, ma anche all’idea che quest’ultimo potesse decidere se rendersi responsabile di abbondanze o carestie. Certe storie avevano un impatto enorme sulla popolazione: ciò che a quei tempi permeava all’interno delle menti come vera e propria convinzione, oggi invece è diventata leggenda risultando, perciò, affascinante per chiunque ne entri in contatto.

Un libro per Halloween:

Paese d'ottobre

Titolo: Paese d’ottobre
Autore: Ray Bradbury
Editore: Mondadori
Lunghezza: 330 pagine
Prezzo: 10 euro
Trama: Mentre creava le “Cronache marziane”, Bradbury scrisse anche una serie di novelle ambientate nei luoghi della sua infanzia, le piccole cittadine dell’immutabile Middle West agricolo. E a queste ‘cronache terrestri’ diede il titolo di “Paese d’ottobre”, perché in ottobre la luce del sole declina facendo sfumare gli oggetti quotidiani tra le ombre ed è allora che, dietro le apparenze più comuni, ci è dato di vedere il fatto straordinario che spalanca la possibilità di realtà misteriose e di mondi diversi, nascosti dietro la facciata sonnacchiosa della provincia americana.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 8,50 euro)

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Alla ricerca del piatto perduto: Insalata autunnale

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Valentina Zanotto

Ingredienti (per 1 persona):
Una manciata di rucola
1/2 finocchio
1 spicchio di arancia
20 chicchi di melagrana
1 fettina di petto di pollo
2 cucchiai di farina
1 cucchiaio di crescenza
Sale e pepe q.b.
Olio e.v.o.

Preparazione
Lavare accuratamente le verdure sotto l’acqua corrente. Prendere il finocchio e tagliarlo finemente (magari aiutandosi con un’affettatrice), quindi metterlo in una ciotola insieme alla rucola. Condire con un filo di olio, una grattata di sale e pepe, poi mescolare per bene. Sgranare la melagrana e tagliare a triangolini uno spicchio d’arancia, metterli da parte.

Passare il petto di pollo fatto a striscioline nella farina e cuocerlo in padella.

Per fare la salsa dressing alla crescenza basterà pochissimo: mettere un cucchiaio di formaggio in una ciotolina, un filo di olio e allungare con poca acqua (un dito sarà sufficiente), aggiustare di sale e pepe, quindi mescolare il composto fino a quando non si ottiene una cremina.

Ora che gli ingredienti sono pronti si può preparare il piatto: prendere la parte di rucola e finocchio, aggiungere il petto di pollo, mettere qua e là dei chicchi di melagrana e l’arancia a pezzetti, poi terminare l’insalata con qualche goccia di salsa dressing alla crescenza.

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro:
Un piatto velocissimo e dai sentori autunnali. La melagrana è uno dei frutti che più amo in questo periodo e il suo gusto vale la “fatica” dello sgranarla per bene. Ho sempre desiderato integrarla in un piatto (e non semplicemente mangiarla come frutta a fine pasto), e un’insalata mi sembrava la cosa ideale per non disperdere troppo il suo sapore particolare a metà tra il dolce e l’aspro. Il libro a cui ho pensato di abbinare questa speciale “insalata autunnale” è un giallo di Agatha Christie, probabilmente uno dei più famosi della scrittrice: C’è un cadavere in biblioteca. In questo romanzo la storia lineare si mescola a quella nascosta tra le righe all’interno della narrazione, soprattutto in quegli indizi disseminati qua e là in una trama fatta di molteplici personaggi, indagini più o meno efficaci e descrizioni particolareggiate. Come insegna la granitica Miss Marple, mai fidarsi delle apparenze: anche la più “strana” delle insalate può essere gustosissima!

Udì bussare. Automaticamente, ancora sognando, la signora Bantry disse: «Avanti». La porta si aprì. Adesso doveva venire il rumore delle tendine che si aprivano.
Ma questo non accadde. Nella penombra grigia della stanza, risuonò isterica e strozzata la voce di Mary: «Oh, signora, signora, c’è un cadavere in biblioteca!».
Dopo di che, con un improvviso scoppio di singhiozzi, corse fuori della camera.
La signora Bantry balzò a sedere sul letto.
Poteva darsi che il suo sogno avesse preso una strana piega, oppure era realmente entrata nella camera Mary, gridando l’incredibile e fantastica notizia che c’era un cadavere in biblioteca?

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Titolo: C’è un cadavere in biblioteca
Autore: Agatha Christie
Editore: Mondadori
Lunghezza: 177 pagine
Prezzo: 11,50 euro
Trama: St Mary Mead, una mattina come tante. Almeno fino a quando il colonnello Bantry e sua moglie Dolly vengono bruscamente svegliati da una cameriera terrorizzata, venuta ad annunciare che, nella biblioteca della villa, è stato trovato il cadavere di una sconosciuta in abito da sera, apparentemente assassinata. Nessuno degli abitanti della casa ha mai conosciuto la vittima, ma allora come spiegare il bizzarro ritrovamento? La polizia, subito interpellata, comincia le indagini, ma ancora una volta sarà la simpatica Miss Marple, con il suo occhio infallibile e la sua lucida capacità di far luce nei più tortuosi meandri dell’animo umano, a risolvere il caso.
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Consiglio di lettura: “I miei sogni mi appartengono” di Mary Shelley

I miei sogni mi appartengono è una raccolta di epistole inedite – e straordinariamente raggruppate da L’Orma Editore – scritte da Mary Wollstonecraft Godwin, anche meglio conosciuta come Mary Shelley (Londra, 30 agosto 1797 – Londra, 1º febbraio 1851). Il sottotitolo Lettere della donna che reinventò la paura non deve affatto trarre in inganno: tutti conoscono l’autrice per il suo spaventoso Frankenstein, eppure in questi scritti sembra emergere un lato piuttosto inaspettato del suo carattere, quello “quasi” romantico e interamente devoto all’amore di Percy Bysshe Shelley, un uomo conosciuto quando già era sposato con Harriet Westbrook e con il quale condividerà una parte intensa della sua vita. 

Clifton, 27 luglio 1815. No, amore mio, non posso restare ancora lontana da te. Quindi, se non vorrai accordarmelo, verrò anche senza il tuo permesso. Sono stanca di questi giorni senza la speranza di vederti. […]

Mary era nata «dall’unione fisica e spirituale di due grandi menti: William Godwin, filosofo libertario, punto di riferimento per i democratici e i radicali inglesi, e Mary Wollstonecraft, prosatrice e saggista tra le prime e più influenti teoriche dei diritti delle donne», ma la sua “attrazione” verso Percy era qualcosa capace di dissestare anche l’opinione più “aperta”. Quelle parole, però, come le tante altre facenti riferimento alla loro incredibile storia, non fanno altro che rimarcare quanto il loro legame fosse qualcosa destinato inevitabilmente ad accadere. Le missive contenute in questo libricino sono la manifestazione dell’animo irrequieto e allo stesso tempo geniale della sua autrice, ma anche l’ennesima dimostrazione – semmai ce ne fosse bisogno – della sua bravura scrittoria (in grado di affacciarsi anche all’italiano). In questa piccola raccolta, entriamo in contatto con diverse sfumature dell’esistenza di Mary Shelley, suddivise rispettivamente in tre parti: “Romanzo di una giovinezza”, “Racconto di una tragedia”, “Ritratto di un’indipendenza”. 

Nella prima (la più lunga e ricca), come anticipato, viene narrata la relazione vissuta, non senza ostacoli, da Mary e Percy (ma anche dell’avventura che li proietterà all’interno di un vero e proprio triangolo amoroso insieme all’amico Thomas Jefferson Hogg). Lei appena quindicenne, lui padre di una bimba e ammogliato; queste premesse però non scoraggiano il nascere e il crescere di una passione fatta di pettegolezzi, incontri furtivi e sentiti scambi di lettere. Questa è anche la parte in cui si parla del mito di Frankenstein, probabilmente il secondo grande amore della vita di Mary Shelley e considerato alla stregua di un figlio: l’inaspettato successo, le critiche scaturite dalla sua effettiva “maternità”, l’esperienza gotica della Villa Diodati, ogni cosa che riguarda questo romanzo non è solamente una curiosità, ma un tassello in grado di trasformarlo in mito.

Durante questa avventurosa vacanza Mary cominciò a scrivere, un paio di mesi prima di compiere 19 anni, la sua opera più celebre, Frankenstein. Fu infatti un mese dopo questa lettera, proprio nella villa Diodati di Byron, luogo mitico sulle rive del lago Lemano dove aveva soggiornato anche Milton, che nacque l’idea e vennero scritte le prime pagine del romanzo. Era il 1816, quello che passò alla storia come “l’anno senza estate” (causato dall’irruzione del vulcano Tambora in Indonesia): dopo una serata di tempesta, passata a leggere ad alta voce storie di fantasmi tedesche, l’ospite sfidò la compagnia formata da Mary, Percy, Claire e John Polidori, il medico personale di Byron, a comporre una novella sul modello di quelle appena declamate. Chi avesse scritto il racconto più spaventoso avrebbe vinto. Da quella riunione di ingegni non nacque solamente Frankenstein ma anche The Vampyre, frutto della penna di Polidori, ossia la prima trattazione del mito del vampiro per come lo conosciamo.

“Racconto di una tragedia” e “Ritratto di un’indipendenza” riguardano invece la morte psicologica della Shelley e la sua conseguente rinascita: la prima dovuta alla prematura scomparsa del suo amato Percy, la seconda derivata dalla sua volontà di prestare eterna fedeltà al defunto marito e di cercare unico conforto nella scrittura. Ancora una volta l’aura gotica sembra non abbandonarla affatto, soprattutto nei giorni precedenti e conseguenti all’incidente per mare del compagno, paragonato a una inaspettata – ma sentita come un presagio – uscita di scena: «Sul palcoscenico della mia esistenza è calato il sipario e nessun piacere accompagna la ricostruzione delle scene che hanno preceduto l’evento che ha infranto ogni mia speranza, eppure provo la necessità di farlo e obbedisco a questo impulso che mi incalza.» 

Quella di Mary Shelly non è semplicemente una vita, ma quasi un poema epico fatto di esperienze avventurose, tragedie (non solo la morte di Percy, ma anche dei figli e della sorellastra per suicidio), incontri straordinari, fragilità e riconoscimenti (spesso tardivi). In questa “ambientazione” cupa che è la sua esistenza, però, qualcosa sembra comunque brillare: una consapevole libertà fatta di sogni che le appartenevano e gelosamente custoditi – colpa anche della società del tempo – nella parte più preziosa del suo essere.

Per saperne di più:

I miei sogni mi appartengono

Titolo: I miei sogni mi appartengono. Lettere della donna che reinventò la paura
Autore: Mary Shelley
Editore: L’Orma
Lunghezza: 62 pagine
Prezzo: 5 euro
Trama: Lettere come racconti mossi e coinvolgenti in cui narrare una vita che per intensità e personaggi indimenticabili fu davvero un romanzo. Mary Shelley, l’autrice di Frankenstein, viene qui colta nel vortice dei gloriosi anni del Romanticismo: si appassiona, soffre, sperimenta con l’esistenza e dipinge la luce accecante e le ombre vertiginose del cenacolo di amici geniali che decisero che la bellezza del mondo è inseparabile dalle sue verità.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 4,25 euro)

Sono affiliata ad Amazon e negli articoli ho aggiunto dei rimandi proprio a questo sito. Per ogni acquisto che farete seguendo i riferimenti che ho messo (oppure partendo da questo link generico), percepirò una commissione del 10% (massimo), ricavato che servirà per mantenere il mio sito o acquistare libri. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro supporto.

Alla ricerca del piatto perduto: Pomodori “imbottiti”

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Valentina Zanotto

Ingredienti (per 2 persone):
200 g di cous cous (anche precotto)

Acqua (o brodo vegetale, se lo avete)
6 pomodori
Sale e pepe q.b.
Olio e.v.o.
Qualche foglia di basilico

Preparazione:
Per prima cosa occuparsi della pulizia pomodori: tagliarli a un centimetro dal picciolo e poi svuotarli aiutandosi con un cucchiaio. Non buttare la polpa, ma metterla in una padella insieme a un filo d’olio e a qualche foglia di basilico perché sarà il sugo del cous cous (aggiustare di sale e pepe a piacimento). 

Per fare il cous cous basterà metterlo in un recipiente, mescolarlo con dell’olio e poi coprirlo con dell’acqua salata portata a bollore (o del brodo). Per evitare che il calore si disperda e che il cous cous non si gonfi bene, vi consiglio di coprirlo con un coperchio o avvolgerlo con della carta d’alluminio. Dovrà rimanere così, senza essere toccato, per 5-7 minuti, poi si potrà sgranare con una forchetta o con le mani. Una volta pronto, aggiungere il sugo ricavato dalla polpa dei pomodori e mescolare bene.

Riempire i pomodori con il cous cous (non dimenticare di “chiuderli” con la parte superiore) e adagiarli su una teglia foderata di carta forno, quindi cuocerli a 180° per una decina di minuti; saranno pronti quando la pelle comincerà a raggrinzire e ad ammorbidirsi. Servire caldi o anche tiepidi.

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro:
Data l’imbottitura dei pomodori non potevo che scegliere un libro altrettanto “pieno” e straripante di situazioni e di personaggi: Tutti i racconti – 1954 di P. K. Dick; questo libro è letteralmente un miscuglio eterogeneo di tutti quei temi che poi prenderanno vita nei capolavori più famosi dell’autore (come La svastica sul sole, Ubik, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?). I brevi testi contenuti in questa raccolta non mancano affatto di stupire per la loro “fantasia” un po’ fuori dagli schemi. P. K. Dick è un autore piuttosto allucinato, anche letteralmente: la sua dipendenza dalle droghe lo ha portato a essere artefice sia di scritti geniali che di lavori pessimi che gli servivano solamente per vendere e sbarcare il lunario (e le mogli a cui doveva gli alimenti non lo aiutavano affatto nel compito). Questi racconti però meritano di essere letti, anche solamente per farsi un’idea di quanto possa essere vasta e sconfinata la fantasia (a volte fin troppo reale) di una persona.  

Ted Barnes tornò a casa scuro in volto e tremante. Gettò il cappotto e il giornale sulla poltrona. «Un altro sciame», bofonchiò. «Un intero sciame! Era proprio sopra il tetto di Johnson. Stavano cercando di farlo scendere con una specie di lungo palo».
Lena prese il cappotto e lo ripose nello spogliatoio. «Sono proprio con- tenta che tu sia venuto subito a casa».
«Mi prende la tremarella quando ne vedo uno». Ted si lasciò cadere sul divano, frugandosi nelle tasche in cerca di una sigaretta. «Lo giuro su Dio, proprio non lo sopporto».
Si accese la sigaretta, soffiando tutto intorno fumo grigio. Le sue mani cominciavano a calmarsi. Si asciugò il sudore dal labbro superiore e strinse il nodo della cravatta. «Cosa c’è per cena?»
«Prosciutto». Lena si chinò su di lui per baciarlo.
«Come mai? È qualche ricorrenza?»
«No». Lena si diresse verso la porta della cucina. «È quel prosciutto olandese in scatola che ci ha regalato tua madre. Ho pensato che era ora di aprirla».
Ted la guardò sparire in cucina, snella e attraente nel suo grembiule chiaro di cotone stampato. Sospirò e si abbandonò contro lo schienale, tentando di rilassarsi. Il soggiorno tranquillo, Lena in cucina, il televisore acceso in un angolo, tutto ciò lo faceva sentire un po’ meglio. Si tolse le scarpe e le spinse via con un calcio. L’intero incidente era du- rato solo pochi minuti, ma a lui erano sembrati molto di più. Un’eternità… impalato sul marciapiede a guardare in alto verso il tetto di Johnson. La folla di persone vocianti, quel lungo palo. E… e quello, arroccato in cima al tetto, l’informe massa grigia che schivava l’estremità del palo, che strisciava di qua e di là per non farsi scacciare.
(I marziani arrivano a frotte)

Tutti i racconti 1954

Titolo: Tutti i racconti 1954
Autore: Philip K. Dick
Editore: Fanucci
Lunghezza: 640 pagine
Prezzo: 14,36 euro
Trama: I racconti di Dick raccolti in questo volume furono pubblicati per la prima volta nel 1954, in un periodo in cui lo scrittore californiano stava affinando la sua ispirazione narrativa, in attesa di cimentarsi con i primi romanzi. L’autore esplora molteplici generi narrativi – il fantastico, la fantascienza, il gotico – come fosse un astronauta irrequieto della letteratura popolare, che si muove da un pianeta all’altro. Accanto all’esplorazione del fantastico, grazie alla quale l’autore amplia i confini del genere della fantascienza con un ricco ventaglio di scenari futuristici, si afferma l’esigenza di rimanere ancorato alla realtà contemporanea, raffigurata in molti racconti attraverso vicende quotidiane che vengono sconvolte da eventi sconcertanti e inimmaginabili, che irrompono nella vita di ogni giorno.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 13,75 euro)

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“Disturbi di luminosità”: storia di “una qualunque chiunque”

Tempo fa ho visitato una mostra interamente incentrata sulla follia (se volete entrare nel dettaglio, ne ho scritto qui). All’interno di questa esposizione – oltre a dipinti, sculture e oggetti di vario genere – si trovava anche una stanza completamente buia che, improvvisamente, veniva “illuminata” dai volti di decine di malati psichiatrici che abbagliavano letteralmente il visitatore con le loro espressioni stranite e fuori luogo. Ecco, le sensazioni provate quel giorno in quella sala, sono state le stesse identiche sensazioni percepite durante la lettura di Disturbi di luminosità (2018, Gaffi Editore): stranezza e “disagio”, dalla prima all’ultima pagina. Mai avrei pensato che, a distanza di tempo, quell’esperienza potesse “servirmi” per immergermi meglio all’interno di questo libro che, della follia e di ciò che le orbita intorno, ha molto da raccontare. Come primo punto mi preme di dire una cosa: leggere Disturbi di luminosità non è stato semplice, l’autrice Ilaria Palomba sembra dare libero sfogo alla casualità – di parole, di ricordi, di voci -, eppure, all’interno di questo caos, tutto pare avere comunque una logica. Del resto, anche la pazzia ha le sue regole.

I corridoi si allungano. I led sfavillano. Si accendono e spengono. Le porte si aprono e chiudono. Un miliardo di palline rosse si dividono in due e ancora in due e ancora e ancora e ancora.

Il romanzo è come un grande interruttore che si accende e si spegne sopra una storia complicata, quella di una ragazza (senza nome e senza identità) che ha subito una violenza carnale e del suo disturbo borderline che non le pone un freno. Come bene fa intendere il titolo, la luminosità è un concetto chiave che veste come un abito su misura tutto il percorso del lettore: che sia per mezzo di flash(back), di abbagli improvvisi o di chiarori persistenti, non c’è un momento in cui la luce – e anche il suo opposto – non compare come sintomo di una follia in grado di scavare nel profondo della psiche umana. Probabilmente questo è l’aspetto più significativo di tutto il romanzo, e la dicotomia che lo accompagna non fa altro che rinforzarne il messaggio. Solitamente la pazzia è ricondotta all’allucinazione, una condizione di disagio mentale che ha nella radice la particella “lux”, ma tutti – compresa la letteratura – ci insegnano che a intimorire di più sono soprattutto il buio e l’oscurità. Eppure qui, è proprio la luce a spaventare: non tanto per la sua intensità accecante, ma per la sua capacità di mettere “in chiaro” pezzi di vita destinati altrimenti a rimanere nell’ombra.

Li conosci, i mostri? Ecco, vieni, te li presento: i loro nomi sono Insonnia, Avidità e Paranoia. I mostri, amico mio, stanno aspettando che infili le dita nel fondo della terra. Stanno aspettando di sfilarti le dita come fossero collant.

La pazzia è vista come uno spettacolo teatrale in cui a entrare in scena sono dei mostri: si mescola alla finzione, ma anche alle presenze fantasmali e alla morte, ponendo questa storia sul piano del racconto del terrore capace di risvegliare delle strane e terribili creature interiori («Quando entro in una cattedrale gotica sento di entrare in un corpo. Le crepe si spalancano alla luce. Le vetrate innondano la pelle. Sento la possibilità del perdono. Ho voglia di inginocchiarmi e fare ammenda. Ma lei mi trascina via.»). Il lettore, con Disturbi di luminosità, diventa letteralmente “spettatore” di una seduta psicoanalitica in cui la paziente è accompagnata nel suo viaggio a ritroso nei ricordi da quello che nel testo viene chiamato l’Oracolo. Ciò che dovrebbe aiutare a fare ordine, però, paradossalmente crea ancora più confusione: la scrittura riproduce questo stato d’animo, ricreando in un certo senso la destabilità tipica di un insufficiente mentale (così come viene scritto nel romanzo).

I tagli, gli abusi di sostanze, le relazioni tormentate, i tentativi di suicidio, dipendono da quella cosa successa a dodici anni. Non è tanto il fatto che ti abbia presa con la forza, quanto l’abbandono. Il giorno dopo faceva lo stesso con un’altra, dice l’Oracolo.

L’obiettivo di questo testo sembra anche quello di scardinare ogni categoria e ordine prestabilito, proprio come racconta l’immagine raffigurata in copertina: la gabbia aperta non sta solo a indicare le restrizioni che vengono abolite, ma anche il fiume di parole che annega il lettore una volta che quest’ultimo entra in contatto con il “flusso di coscienza” della protagonista. La prigionia mentale si lascia andare a un grande monologo pieno di ricordi, violenze, esperienze oltre il limite e rivelazioni; mentre il cigolio insistente delle altalene che si sente di continuo è solo l’inizio di un viaggio verso l’inferno delle esperienze vissute dalla ragazza. Ad ascoltarla però c’è un fedele psichiatra, ma anche noi. 

Li dimensioni si smembravano in un frantumo di specchi. Ogni cosa era me e io ero in tutto. Uno squarcio di muro era una stanza. Ogni stanza era un lacerto di me. E gli altri, ricordavano una Morte sconosciuta. Ogni Morte la mia morte. La sua morte. La nostra. Non finiva mai questo morire e non morire mai. Forse era questo la giovinezza, un finire infinitamente.
Mi sarebbe piaciuto rimanerci per sempre, dimenticare il tempo, i prometeici studi, i volti famigliari. Perdermi agognavo, tra le fauci del sottomondo.

Disturbi di luminosità, oltre a ciò, è un grande serbatoio di rimandi: Joyce, McGrath, Pasolini, Dostoevskij, Orwell e Bauman, infatti, sono solo alcuni dei riferimenti intertestuali che costellano il romanzo e lo rendono unico nel suo genere. Come singolari sono anche le citazioni che aprono la storia, tematicamente collegate tra loro ed esplicative non solo per concepire, ancora una volta, quel rapporto fondante tra luce/buio, ma anche la genealogia di un disagio mentale che coinvolge, come in un rapporto simbiotico, l’intera esistenza.

Dissipa tu la montagna che m’impedisce
di vederti o di avanzare; nulla si può

dissipare che già non si sia sfiaccato. Dissipa
tu se tu vuoi questa mia debole vita che
s’incanta ad ogni passaggio di debole
bellezza; dissipa tu se tu vuoi questo mio
incantarsi, – dissipa tu se tu vuoi la mia
eterna ricerca del bello e del buono e dei
parassiti.
(Amelia Rosselli, La libellula)

Una coscienza antica abita dentro una
buia sala da banchetti accanto al soffitto
di una mente il cui pavimento si muove
in diecimila scarafaggi quando entra
un raggio di sole.
(Sarah Kane, Psicosi delle 4,48)

Da una parte Amelia Rosselli, che con la sua “libellula” esprime tutte le fragilità di una persona depressa (anche attraverso la ripetizione di quel Dissipa tu che ritorna ritmicamente come il battito d’ali dell’insetto); dall’altra Sarah Kane, i cui versi privi di speranza suonano quasi come un testamento pre-mortem: le parole di entrambe sono depositarie di un seme di follia che sembra crescere a dismisura e prendere ancora più forza non appena si entra nel vortice onirico delle storie narrate all’interno del diario-romanzo. Nonostante tutto esiste la bellezza, viene scritto, però anche quella ha un prezzo: diventare “una qualunque chiunque” e perdere così lo status di unicità che dava la malattia. Ma questo è abbastanza per essere salvati?

Parole chiave:

  • Capitolo “zero”: inizio sui generis, quasi come se la “terapia” dell’Oracolo fosse una tabula rasa da cui ripartire da capo.
  • Pomeriggio al cinema di Anna Corsini: racconto presente alla fine di Disturbi di luminosità e probabilmente omaggio a Franco Basaglia, celebre psichiatra che ha dato un nuovo volto ai trattamenti delle malattie mentali e alla concezione dei pazienti stessi: non più considerati alla stregua di cavie a cui sottoporre “cure” debilitanti e invasive (come l’elettroshock), ma esseri umani.
  • Lui, Lei, Narciso: i personaggi che, insieme all’Oracolo, abitano il romanzo e accompagnano la ragazza nel suo viaggio di ricordi luminosi e non. “Lui” rappresenta la salvezza, la redenzione; “Lei” è l’alter ego crudele; mentre “Narciso” dovrebbe manifestare quella superficialità che non fa rendere conto di cosa si ha tra le mani.
  • Dostoevskij: tra tutti i riferimenti intertestuali, quello che più mi è piaciuto è stato il collegamento al “sottomondo-sottosuolo” dostoevskijano, un luogo buio e profondo proprio come la psiche umana.
  • Non luogo: l’ambientazione di questo romanzo è ovunque ma anche da nessuna parte. La libertà che offre un viaggio e la possibilità di vedere diverse città, in questo caso, si scontra con i limiti di una mente che rende schiava e relega l’individuo entro i confini del suo “disagio” (anche in questo caso c’è un’altra significativa citazione, quella a George Orwell: «La libertà è schiavitù»).

Voto: 4 segnalibri su 5

Disturbi di luminosità

Titolo: Disturbi di luminosità
Autore: Ilaria Palomba
Editore: Gaffi Editore
Lunghezza: 130 pagine
Prezzo: 15 euro
Trama: “Disturbi di luminosità” è un’autofiction scritta con la tecnica del flusso di coscienza, ogni cosa si svolge nella mente di una donna che non ha nome. La protagonista soffre di un disturbo borderline di personalità scaturito da uno stupro. È spesso accompagnata da Lui, un personaggio amato e tanto odiato, proprio quanto tutto ciò la circonda; L’Oracolo, un terapeuta mistico che la segue durante il suo vaneggiare nell’incubo tra vita e morte; e Lei, una doppelgänger malefica, una sua doppia e simile; per poi arrivare a Narciso, un narcisista manipolatore, anch’esso vacillante tra amore e odio. La narrazione avviene tra una città e l’altra: Roma, Dublino, Parigi, Berlino, Bari, in un susseguirsi di fughe. Fughe dai luoghi ma anche da sé stessa, rapita in un baratro di eterni ritorni e incurabili voragini. Ma le ferite sono anche feritoie. La scrittura stessa presenta tale ambivalenza, un fiume che muta forma tra le mani – si piega – mi piega. Un fiume che straripa dagli argini per ritornare alla siccità, all’aridità di un cuore assediato da ripetute violenze e abbandoni. La tortura, la droga, i rapporti promiscui, l’autolesionismo, i tentativi di suicidio sono solo un grido che lamenta l’assenza d’amore, di certezze, di futuro, in un sociale che implode. Le ragioni sono scritte nell’ultima pagina e nessuno può conoscere la fine se non legge il libro per intero, dice L’Oracolo. Con un racconto di Anna Corsini.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 12,75 euro)

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