“I racconti di Canterbury”: le novelle colorite di Geoffrey Chaucer

Della vita di Chaucer si conosce ben poco: figlio di un mercante di vini, è nato probabilmente a Londra verso il 1343. La sua fortunata attività come diplomatico, garantita anche dal soggiorno presso la contessa dell’Ulster, gli ha permesso di svolgere missioni in Francia, nelle Fiandre, in Spagna e in Italia. Grazie alla permanenza in questi paesi entrò in contatto con le idee rinascimentali e gli scritti di Dante e Boccaccio, e quindi con le storie cortesi non più racchiuse entro i limiti del dogmatismo cristiano ma libere di rendere protagoniste le persone comuni e la lingua “volgare” (non a caso, Chaucer scelse l’inglese medio in un’epoca in cui si scriveva perlopiù in latino o in francese).

Quando ha coperto, per dodici anni, il ruolo di ispettore del dazio, si è scoperto uno scrittore molto prolifico: ha prodotto La leggenda delle donne eccellenti (poema epico che narra la storia di due amanti sullo sfondo dell’assedio di Troia), ma soprattutto I racconti di Canterbury, cominciato attorno al 1387 e considerato tutt’oggi il suo capolavoro per eccellenza. Il libro è una raccolta di 24 storie «vivide e realistiche» narrate in una gara di alcuni “cantastorie” – diversi per professione e ceto sociale – durante il pellegrinaggio verso la tomba di Tommaso Becket. Un espediente letterario che suona piuttosto familiare visto che probabilmente l’opera si ispira proprio al Decameron di Giovanni Boccaccio (serie di 100 racconti in prosa, scritti nel 1353, e narrati da dieci personaggi che si riuniscono in una villa di campagna vicino Firenze per sfuggire alla peste nera). Nonostante la “copiatura” di fondo, bisogna però riconoscere un punto di partenza diverso: mentre Boccaccio è solo un narratore esterno onniscente, Chaucer si inserisce come parte integrante delle figure esplicate nella locanda. Quasi sicuramente Chaucer plasmò i protagonisti dei racconti su persone realmente esistite: ne sono un esempio il locandiere – che porta il nome di un noto londinese del tempo – oppure la donna di Bath, il mercante, l’uomo di legge e il chierico (i cui ruoli sono all’attenzione di diversi studiosi). O ancora: se la cornice dei Canterbury Tales è “in movimento”, concentrata nel viaggio, mentre i novellatori sono di varia estrazione sociale (nobili, borghesi, chierici, agricoltori), le “situazioni” del Decameron sono invece sostanzialmente statiche, circoscritte nella dimensione del giardino dove i dieci giovani appartengono tutti a delle buone famiglie. Eppure, tra i due capolavori, sussiste anche un punto d’incontro. Si tratta della storia di Griselda, ultima novella del Decameron, ma narrata anche dallo stesso Chaucer nel Racconto del Chierico, e nota allo scrittore inglese attraverso la traduzione latina di Petrarca.

L’umiltà di cuore è di quattro specie: una è quando l’uomo si considera un nulla di fronte a Dio del cielo; l’altra, quando non disprezza nessun altro uomo; la terza è quando non si preoccupa anche se altri non lo tiene in nessun conto; la quarta è quando non gli dispiace umiliarsi. Anche l’umiltà di parola sta in quattro cose: nel parlar moderato, nella semplicità di parola, quando ciò che si dice con le labbra corrisponda a ciò che si pensa dentro il cuore, e infine quando si lodino le qualità d’un altro senza sminuirle. Anche l’umiltà di opere è in quattro modi: il primo è quando si pongano gli altri prima di sé; il secondo sta nello scegliere sempre il posto più basso, il terzo nell’accettare lietamente un buon consiglio; il quarto è di rallegrarsi sempre per la decisione dei propri superiori, di chi cioè sta più alto di grado. [Da Racconto del parroco]

I racconti sono molto apprezzati soprattutto per l’umorismo e i contenuti piuttosto licenziosi. Due aspetti che non solo consentono di comprendere la quotidianità dell’epoca, ma anche di contestualizzare gli interessi del vivere comune: molto lontani dalla purezza spirituale e ben direzionati verso il prestigio sociale e l’appagamento dei desideri fisici. La grande fortuna del poema si coglie anche dal cambio di strada operato dall’autore rispetto ai suoi precedenti: I racconti di Canterbury furono scritti perlopiù per un pubblico vasto, che aveva intenzione di leggerli e non di ascoltarli (le prime edizioni, addirittura, contenevano delle xilografie per rendere il testo ancora più accessibile). La grande attenzione di Chaucer è stata quella di aver disegnato un quadro fedele dell’Inghilterra tardo-medievale, dove le persone contemporanee all’autore vivevano in un periodo particolarmente duro: segnato dalla peste che aveva portato alla morte moltissime persone, dalla rivolta contadina che aveva determinato la crisi del sistema feudale e dal potere della Chiesa sempre più messo in discussione a causa delle sue pratiche disoneste.

Il prologo (composto da 858 versi) è una parte importante dell’opera. Qui vengono tratteggiati i caratteri dei pellegrini e viene raccontato il loro incontro da Tabard di Southwark, vicino a Londra. Dal narratore onnisciente (che tutto conosce) si passa a quello in prima persona, che vuole entrare in confidenza con il lettore e simultaneamente abbandona l’obiettività per narrare le vicende attraverso la sua visione personale. La cornice narrativa riguarda un gruppo assortito di 29 pellegrini, descritti in “senso sociale” per carattere e abbigliamento. A cominciare è il personaggio dell’Oste, un certo Harry Bailly e probabilmente Chaucer stesso, il quale propone una gara in cui ciascun pellegrino è invitato a raccontare quattro racconti, due per il viaggio d’andata e due per quello di ritorno. Chi racconterà la storia migliore, avrà come premio un pasto gratuito non appena tutti faranno ritorno alla locanda.

Chaucer disegna magistralmente il carattere dei pellegrini offrendo un mirabile affresco delle classi sociali del tempo, dalla borghesia mercantile, alla working class, alla peasantry (contadini), al clero, all’aristocrazia: è rappresentata la tripartizione della società medievale nelle tre classi degli “oratores” (coloro che pregano), “bellatores” (coloro che combattono) e “laboratores” (coloro che lavorano). Dopo il gruppo della nobiltà (il Cavaliere, il giovane Scudiero suo figlio e il loro Arciere) vengono i rappresentanti del clero (la Priora con la Suora cappellana e tre preti, il Monaco e il Frate), poi quelli della borghesia (il Mercante, lo Studente di Oxford, il Commissario di Giustizia, l’Allodiere; il Merciaio, il Falegname, il Tessitore, il Tintore, il Tappezziere, cioè i cinque cittadini appartenenti al gruppo livellatore di una stessa confraternita col loro Cuoco; il Marinaio, il Medico e la Comare di Bath), seguiti da due personaggi umili e virtuosi (il Parroco di campagna e il Contadino suo fratello) e infine da un gruppo, nel quale lo scrittore include ironicamente se stesso (il Mugnaio, l’Economo, il Fattore, il Cursore e l’Indulgenziere). [Da Wikipedia]

Le novelle raccontano storie molto significative sul piano culturale, e di questo ne sono manifestazione non solo i temi proposti (l’amore cortese, l’avarizia, il tradimento) ma anche l’ampia gamma di stili letterari (le favole sugli animali, i racconti osceni e satirici, i versi romantici, le omelie, i sermoni, le allegorie, le narrazioni moraleggianti). Un fatto curioso è rappresentato dai numerosi testi e autori a cui Chaucer ha attinto: Teseida, un altro poema epico di Giovanni Boccaccio; la Bibbia, Publio Ovidio Nasone; le storie cavalleresche di Gawain e il cavaliere verde.

Nonostante l’incompiutezza e alcune incertezze strutturali dovute perlopiù alla sequenza dei racconti, I racconti di Canterbury rimane una delle maggiori opere della letteratura mondiale (ancora oggi, seicento anni dopo la sua stesura). Innovativa ma allo stesso tempo radicata nella tradizione, reale e simultaneamente di una potenza fantasiosa: quest’opera racchiude un mondo che va ben oltre la letteratura inglese e varca i confini di moltissime opere sia italiane che straniere.

Fra i testi successivi che perpetuano questo genere si citano Cime tempestose dell’inglese Emily Brontë e i gialli di Arthur Conan Doyle, con Sherlock Holmes come protagonista. La tecnica è tuttora in uso, e molti libri di narrativa moderna e post-moderna la svolgono nelle forme più varie, come in Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Lo stesso dicasi per i film e le commedie. [Da Il libro della letteratura]

Per saperne di più, ecco una carrellata delle novelle che compongono l’opera (con un link che rimanda a una analisi mirata di ciascun racconto):

Il racconto del cavaliere

Il racconto del mugnaio

Il racconto del fattore

Il racconto del cuoco

Il racconto del sergente della legge

Il racconto della donna di Bath

Il racconto del frate

Il racconto dell’apparitore

Il racconto del chierico

Il racconto del mercante

Il racconto dello scudiero

Il racconto dell’allodiere

Il racconto del medico

Il racconto dell’indulgenziere

Il racconto del marinaio

Il racconto della madre priora

Il racconto intorno a sir Thopas

Il racconto intorno a Malibeo

Il racconto del monaco

Il racconto del cappellano delle monache

Il racconto della seconda monaca

Il racconto del famiglio del canonico

Il racconto dello spenditore

Il racconto del parroco

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