11 aprile 1961: il mondo scopre l’orrore della Shoah

L’11 aprile del 1961 si apriva a Gerusalemme il processo al gerarca nazista Aldolf Eichmann, un evento mediatico che tutto d’un tratto ha dato spazio a 112 sopravvissuti chiamati alla sbarra proprio per rappresentare quelli che l’accusa definì “i sei milioni di accusatori”. L’obiettivo non era solo quello di puntare i riflettori su un fatto tragico che rischiava di ignorare i soprusi commessi, ma anche di riscattare tutte le memorie private lasciate nella latenza in modo da creare una rete di testimonianze mai vista.

Una sorta di terapia collettiva, la definisce la storica Hanna Yablonka, che per prima ha avuto accesso agli archivi del processo, su cui si basa il suo saggio Lo stato d’Israele contro Adolf Eichmann. «In quel momento, la Shoah da un insieme di informazioni, è diventata conoscenza. Fino ad allora la storia veniva raccontata principalmente attraverso i documenti rinvenuti nel dopoguerra.» [da “I guardiani dell’imputato Eichmann”, la Repubblica]

Con il processo a Eichmann – diversamente da quanto era accaduto a Norimberga appena conclusa la Seconda guerra mondiale, dove si era interrogato i carnefici e non le vittime – i veri soggetti erano i sopravvissuti. Una voce molto critica nei confronti di questo tipo di “spettacolarizzazione” fu quella di Hannah Arendt (filosofa tedesca, allieva di Heidegger e poi trasferitasi negli Stati Uniti), che in quell’occasione era in veste di reporter del The New York Times; l’esperienza del processo sfociò poi in The Eichmann Trial (La banalità del male), testo originariamente nato “a puntate”. La polemica della Arendt non riguardava tanto la figura di Eichmann (priva di giustificazioni), ma l’uso mediatico di quel momento, quasi creato ad hoc per ottenere degli obiettivi politici; primo tra tutti: innestare la tragedia dell’Olocausto nella grande narrazione del popolo di Israele, fatta di alti e bassi.

Anche Gunther Anders – che sposò Hannah Arendt nel 1929 e da cui si separò nel 1937 – si è occupato di questo maldestro tentativo dell’orrore di farla franca, anche se con un taglio nettamente più filosofico. Noi figli di Eichmann (1964) raccoglie due lettere scritte al figlio dell’ideatore della Soluzione Finale: la prima dopo la condanna a morte di suo padre in Israele, la seconda venticinque anni dopo, in seguito a una risposta mai arrivata. 

“Infatti è vero – era questo che affermava la mia regola – che col crescere della grandezza degli effetti diminuisce la nostra facoltà di immaginazione e di responsabilità, che questa facoltà s’inceppa del tutto dopo il superamento di una certa grandezza massima”, come tornando sui propri passi: sembra che l’incepparsi del senso di responsabilità avvenga dopo il compiersi di qualcosa al di là di una certa misura, a prescindere dal grado di responsabilità di chi l’ha concepito o attuato. Tuttavia, prosegue Anders, “l’esperienza stessa del nostro inceppamento rappresenta ancora una chance, una positiva opportunità morale; essa può mettere in moto un meccanismo d’inibizione. Nello choc del nostro inceppamento risiede una forza ammonitrice. Infatti è grazie a esso che ci rendiamo conto che ormai abbiamo raggiunto quell’ultima stazione di confine, oltre la quale la via della responsabilità e la via della spietatezza si biforcano irrimediabilmente.”

Attraverso una lunga indagine, l’autore non solo “scagiona” il figlio di Eichmann dalla sua parentela, ma lo dispensa anche dal dolore che (non) dovrebbe sentire; è impossibile provare un lutto per qualcuno che non si stima e Eichmann, avendo dimostrato apertamente di disprezzare la vita umana, non può godere di nessun tipo di affetto, neppure quello della famiglia. Eichmann figlio è vittima di una doppia perdita: la prima è quella causata dal padre, la seconda invece è dovuta al suo essere comunque figlio di chi ideò la Soluzione Finale (e quindi dell’essere moralmente coinvolto). Anders si lascia andare anche a delle riflessioni sul mostruoso – un concetto simbolo della condizione moderna che, se non adeguatamente tenuto a bada, è un fantasma destinato a ritornare – e sulla tecnologia, che ha contribuito ad alimentarlo: non è mostruoso solamente lo sterminio atto nei confronti di sei milioni di persone, ma anche chi l’ha compiuto e chi l’ha tenuto all’oscuro all’intera opinione pubblica.

Secondo Annette Wieviorka, storica francese specialista di ebraismo, con il processo di Eichmann si inaugura L’era del testimone (1999), epoca in cui tutt’ora viviamo e che pone al centro della sua indagine proprio il “sopravvissuto” come vittima di grandi drammi storici in grado di plasmare anche  le nostre narrazioni collettive. Questo capovolgimento paradigmatico dona un nuovo statuto al testimone: non solo per il suo ruolo attivo nella vicenda (si trovava dove si sono svolti gli eventi), ma anche perché è colui che più di altri poteva dare spiegazione ed interpretazione dei fatti a una comunità.

L’era del testimone si riferisce al periodo che va dalla fine del processo fino ai giorni nostri; una serie di anni in cui la caratteristica discorsiva principale è l’irruzione della testimonianza privata nella sfera pubblica. I libri simbolo di questa tendenza testimoniale sono sostanzialmente tre: il Diario di Anna Frank, le Memorie di Primo Levi (con La tregua, Se questo è un uomo, I sommersi e i salvati) e La notte di Elie Wiesel; tutti quanti accumunati dalla pubblicazione tardiva e dalla scarsa ricezione dal punto di vista editoriale (un aspetto decisamente diverso dal modo di fare d’oggi). Solo per fare un esempio: Se questo è un uomo di Primo Levi è stato rifiutato da Einaudi nel 1946, quindi pubblicato da una casa editrice minore nel 1947 e poi finalmente stampato da Einaudi nel 1958. Certo, nel clima di restaurazione dell’immediato dopoguerra era abbastanza comprensibile che nessuno fosse interessato a soffermarsi su tragedie ulteriori. Eppure, questa ritrosia fa molto riflettere. Soprattutto in un mondo come il nostro, dove i concetti di “ricordo” e “oblio” tendono spesso a confondersi.

«Con il processo Eichmann si è iniziato a parlare in prima persona singolare: quando Martin Foldi dal banco dei testimoni racconta la separazione ad Auschwitz dalla figlia, che indossa un cappotto rosso, e di come la vide per l’ultima volta come un puntino rosso in lontananza che non riuscì a raggiungere, il pubblico israeliano si trova di fronte all’aspetto esistenziale della Shoah, al suo impatto sulla vita degli individui.» [da “I guardiani dell’imputato Eichmann”, la Repubblica]

TI PROPONGO DELLE LETTURE A TEMA

La banalità del male

L’era del testimone

Noi figli di Eichmann

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