“Cercando Jonathan” di Davide Rossi

Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste, ecco tutto.

Quando un libro comincia con una citazione – in questo caso di Oscar Wilde – ci si aspetta come minimo che sia motivata da una trama che le conferisca un senso. E così è, per fortuna. La differenza tra vivere ed esistere si trova nel coraggio di saper agire fuori dagli schemi, nel portare avanti con convinzione le proprie idee. E Therry lo sa bene. Fin da piccola, secondogenita in una famiglia per bene, si è sempre contraddistinta per la sua tenacia e per il suo orgoglio, dandosi da fare presto per costruire la vita che voleva. Almeno, fino a quando non è intervenuto il destino a farle cambiare rotta.

Cercando disperatamente una ragione per non deprimersi al punto da tornare indietro e umiliarsi dicendo che era stato un semplice sfogo, non si era resa conto che aveva già raggiunto la stazione di Liverpool Street, ma invece di prendere la Central Line in direzione Bond Street era salita su un treno della Metropolitan Line. Tempo dopo, ripensando a quel momento, avrebbe realizzato quanto quella circostanza le avesse cambiato la vita.

Parlare del caso sarebbe come cercare di dare un senso al caos; le cose da dire sarebbero tante, e tutte quante avrebbero come conclusione l’indicibilità dell’esistenza. E se Theresina, quella sera di aprile, non avesse preso la Metropolitan Line? Che ne sarebbe della sua vita, ora, senza quell’incontro fortuito con la Funny Feeling di Jonathan? Il romanzo di Davide Rossi è una lettura che alimenta tanti pensieri ipotetici e fa del passato un concetto retroattivo su cui imbastire un gran numero di contro-storie. Come Ulisse con le sirene, quel pezzo è una melodia difficile da allontanare, complice anche il fatto che rappresenta il motivo per cui lei e il suo boyfriend hanno deciso di darsi una seconda possibilità. La scintilla che alimenta la trama è un incontro fortuito con il destino, che ha bussato alla porta proprio quando i due protagonisti stentano a crederci più. Il talento del ragazzo che tanto li aveva affascinati quella sera in metropolitana viene messo in discussione da un problema di plagio: il colpevole è Rob Madison, una rockstar al capolinea della sua carriera e per questo alla affannosa necessità di qualcosa che lo faccia rimanere in sella lungo la carreggiata del successo. Quella che ha tutta l’aria di essere una semplice questione di principio, si trasforma presto in un’avventura alla ricerca di se stessi e di un senso di giustizia che riguarda profondamente Therry, coinvolta in prima linea nella ricerca di Jonathan anche fino “in capo al mondo”.

Ho sempre sognato un’avventura come questa, Gab. È vero, il nostro scopo principale è cercare quel ragazzo soprattutto a causa della mia testardaggine, lo ammetto, ma il viaggio che stiamo per affrontare voglio che rimanga nei nostri cuori per sempre. Attraverseremo l’Europa da ovest a est per più di duemila miglia. Viaggiando vedremo il Belgio, la Germania, l’Austria, l’Ungheria e infine la Romania, dove dal porto di Costanza ci imbarcheremo per una crociera notturna sul Mar Nero. Poi raggiungeremo la Georgia e l’Azerbaigian, dalla cui meravigliosa capitale, Baku, navigheremo nuovamente per attraversare il Mar Caspio fino alle coste del Turkmenistan e di lì arriveremo a Tashkent, passando da Samarcanda. Hai presente la via della seta?

Lo zoom iniziale sulla Londra perennemente “in movimento” è un espediente che permette la presentazione dell’altro grande protagonista del libro: l’instancabile Jonathan, un ragazzo che a troppi giri di parole preferisce le note che escono da una chitarra. Jonathan non è un musicista come tanti, ma qualcuno che suona delle emozioni che gli fa scoprire la quotidianità. Lavora al KFC di Hackney Road, ma quella dietro al bancone è una vita che non lo entusiasma più, utile solamente a sbarcare il lunario; lui vuole vivere di musica, girare il mondo con la sua passione. Insomma: sogna di calcare i grandi palchi, ma per ora si accontenta di suonare per strada, in mezzo a quella gente che tutti i giorni lo ispira e che gli dimostra di apprezzare ciò che fa. La sua musica, però, si mescola anche a una storia personale piuttosto difficile, colpa di una guerra civile e religiosa che dal suo paese natio – Tashkent, in Uzbekistan – lo ha condotto lontano dagli affetti più cari.

Dopo i primi convenevoli, il giovane cominciò a raccontare della sfortunata esistenza del suo amico Jonathan Caldwell che in realtà, all’anagrafe di Tashkent, capitale uzbeka, rispondeva al nome di Andreij Beniskev.
Andreij aveva ventuno anni e dopo la morte dei suoi genitori per i primi focolai di quella che in seguito sarebbe diventata una guerra civile e religiosa tra l’Uzbekistan e il confinante stato del Kirghizistan, era stato letteralmente rapito dal coraggioso zio Nathan, anch’egli di origini uzbeke ma londinese di adozione da sempre. Nathan se lo era portato a Londra e lo aveva cresciuto a pane e musica, sua grande passione. A quanto pareva, lo stesso Jonathan aveva il rock nel sangue e lo zio era il suo primo fan, Purtroppo quest’ultimo era venuto a mancare l’anno precedente a causa di una brutta malattia, facendo sprofondare il giovane in una depressione figlia di incubi da cui non si era mai veramente liberato.

Nella caotica e luminosa capitale inglese (in cui ha fatto esperienza anche lo stesso autore) le vite di Therry e Gabriel si intrecciano a quelle di tanti altri ragazzi in cerca di un loro posto nel mondo, ma soprattutto a un susseguirsi di eventi al limite della normalità. Se il caso non sembra badare molto alle circostanze, la sfortuna invece fa lo strano scherzo di capitare quando meno la si vorrebbe. Basta una corrispondenza sbagliata, un tragitto diverso da quello di sempre, una parola non detta o, più semplicemente, una sensazione di sgomento che attraversa il corpo. Il destino, onnipresente in questa storia come un abile dirottatore dei fatti, si intromette continuamente tra i personaggi per manifestare la sua ineluttabile superiorità.

Le ombre si ritirarono e un sorriso dipinse il suo bellissimo volto, ma i conti col destino erano tutt’altro che saldati.

Sarebbe superficiale pensare al romanzo di Davide Rossi solamente come a un racconto d’amore e di ricerca personale. La miscellanea di elementi lo rendono un caleidoscopio narrativo fatto di eventi e voci del tutto imprevedibili (e, talvolta, addirittura spiazzanti). La storia – via via più diramata con lo scorrere delle pagine – carica il lettore di moltissime aspettative. Dal romance si passa al romanzo d’avventura, dal thriller si approda al drammatico, e ogni genere si mescola all’altro per creare un collage di sfaccettature che, tra alti e bassi, costruisce un mondo “altro” che viaggia a fianco della nostra realtà contemporanea e le restituisce gli accadimenti sotto un’altra prospettiva, un po’ più emozionale.

Sembrava tutto così perfetto: nel giro di pochi giorni sarebbe partita con Gabriel e Jonathan per una avventura che, a parer suo, sebbene avesse poche speranze di riuscita, avrebbe garantito a tutti loro delle emozioni e dei ricordi da condividere per sempre.
E allora perché si sentiva in quel modo?

“Funny Feeling” la canzone che fa da sfondo al libro, è un inno all’amore e alla vita, nonché palese manifestazione del talento di un ragazzo (Jonathan/Andreij) alla ricerca di un riscatto personale da un passato di cui vuole a tutti i costi rimettere insieme i pezzi. La sua musica ha il potere di unire le persone, di motivarle, ma anche di alimentare la loro voglia di correttezza. La stessa che convince Therry e Gabriel a intraprendere un viaggio ai limiti dell’impossibile.

Al telefono lei ne aveva solo accennato, sperando di convincerlo a seguirla in quella folle avventura, infondendo in lui l’entusiasmo che ora dopo ora lei stessa faticava a governare. Non si trattava soltanto di cercare Jonathan, il loro rapporto in primis avrebbe potuto trarre giovamento da un viaggio così fuori dagli schemi.

Il narratore onnisciente ci regala un’ampia prospettiva della storia. Eppure, la sensazione del lettore di avere sotto controllo ogni cosa è solo apparente: i colpi di scena sono costantemente dietro l’angolo, e la linearità degli eventi lascia ben presto spazio a una narrazione “irrequieta”. La musica, come la maggior parte delle grandi arti, diventa veicolo di emozioni e significati, trasformandosi anche in uno strumento in grado di descrivere storie che non sempre possono vantare un lieto fine. Di questo sono consapevoli anche i personaggi che si danno il cambio lungo la trama, alla perenne ricerca di un equilibrio lungo quel filo instabile che è la vita.

Meglio dare un calcio all’orgoglio che essere presi a calci dalla vita.

I colpi di scena non mancano, come anche l’attenzione per i dettagli (accuratamente studiati da Davide Rossi per conferire più realismo a una trama che, non bisogna affatto dimenticare, è comunque di pura immaginazione). È il caso dei “banditi fuorilegge” che sconvolgono i piani della coppia durante il viaggio in Uzbekistan: una disavventura che lascia il lettore con il fiato sospeso, ma anche con la curiosità di volerne sapere di più. Sebbene i passaggi siano rapidi, il cambio di voce dei protagonisti trasforma l’inconveniente in un accorgimento stimolante che contribuisce a mantenere vivo l’interesse. Il mistero è senza dubbio un ingrediente fondante del romanzo, e in quel frangente la sensazione di suspense è affidata al temerario Valentin (un altro dei tanti “angeli custodi” di Jonathan).

Risultava imperioso con il suo metro e novanta di statura racchiuso in un elegante doppiopetto di tweed. Chissà chi era Valentin, quante storie avrebbe potuto raccontare a quella giovane indomita che trasmetteva energia positiva a ogni sguardo che regalava.
Le disse unicamente di continuare a essere coraggiosa come aveva dimostrato, usando un vecchio proverbio di provenienza sconosciuta: “Osa fare ciò che non osi dire…”. Infine, se ne andò, dopo aver stretto la mano a Gab, a Jonathan e a una splendida, rinata Radmila.

L’estrema scorrevolezza è un altro dei motivi per cui questo testo si può definire una piacevole scoperta: i capitoli – composti da qualche pagina ciascuno – si leggono senza troppe pretese e con una scioltezza tale da alimentare la voglia di sapere cosa mai possa ancora succedere. Una lettura non si riduce solamente alla maniera in cui è scritta, ma anche alle sensazioni che è in grado di trasmettere e alle riflessioni che suscita; la creatura di Davide Rossi è un serbatoio di emozioni contrastanti che, pur collidenti, trovano comunque il modo di mantenere la loro integrità. Difficile dire chi tra Therry, Gabriel e Jonathan sia il protagonista preponderante della storia. Niente affatto un difetto, piuttosto una discreta costruzione narrativa che permette ai punti di vista di non essere mai gli stessi. Cercando Jonathan non è solo un buon romanzo (scritto da un autore emergente, ci tengo a specificarlo), ma anche un lavoro di documentazione che spazia dalle accurate informazioni geopolitiche ai fatti che sconvolgono il presente odierno. L’espediente che riporta in careggiata la storia, dirottata abilmente su altri fronti grazie a viaggi in territori lontani, è un colpo di scena ancora più incredibile dei precedenti, ma necessario per rimarcare ancora una volta la pericolosità delle ideologie estreme e umanamente dannose.

Adesso so che la ragione per cui Therry voleva aiutarmi a tutti i costi era figlia di un Karma che ha dell’incredibile.
La ragazza del bus, amico mio, era proprio lei.

Nonostante la vita sia sempre pronta a presentare il conto, quello che Theresina e Gab vogliono per Jonathan è un futuro carico di speranze e positività. La titanica impresa dei due, diventati ormai presenze necessarie nella vita del musicista, è sì fonte di gratitudine e affetto, ma anche una manifestazione del fatto che non è mai troppo tardi per sentirsi in famiglia, soprattutto non avendone mai avuta davvero una. Prima spettatori e poi amici, i due amanti sono per il ragazzo una sorta di guida motivazionale, la ragione per cui è necessario non rinunciare alla realizzazione dei propri sogni. Il finale – per certi aspetti un po’ “tirato” e sbrigativo – rimane comunque una grande celebrazione della vita in tutte le sue forme, da dedicare a quelle persone che hanno subito dei colpi bassi e vogliono a tutti i costi trovare un modo di rialzarsi.

Classificazione: 4 su 5.

Parole chiave

Therry: una donna dall’immensa voglia di vivere e dal coraggio sorprendente, sempre pronta a guardare il lato migliore in ogni situazione (anche la più difficile). È sicuramente il simbolo di questo testo, la promotrice di ogni azione o avventura per cercare Jonathan e restituirgli il suo talento “rubato”.
Colpi di scena: in Cercando Jonathan sono tanti e inaspettati, alcuni davvero difficili da credere. Nonostante si tratti di una storia puramente immaginata, la sensazione è quella di trovarci in una (triste) realtà che può comunque capitare.
Destino: impossibile mettersi contro i suoi piani prestabiliti. Il testo di Davide Rossi non è solamente il racconto di una ricerca, ma anche una amara consapevolezza di quanto il caso, a volte, sia proprio beffardo.
Famiglia: L’esistenza di Jonathan non è stata semplice, ma nella musica ha trovato la maniera di esprimersi e di dare voce ai suoi sentimenti. Eppure manca qualcosa, una nota suona stonata: la mancanza della sua cara sorella Radmila.
Funny Feeling: la canzone che fa da colonna sonora a Cercando Jonathan, che sembra quasi di sentire durante tutta la lettura. La “piacevole sensazione” è quella di un incontro fortuito e ispiratore destinato a durare per tutta la vita.

Per saperne di più

Cercando Jonathan

Pubblicato da Valentina Zanotto

Ho conseguito una laurea magistrale cum laude in Culture Moderne Comparate e precedentemente una in Lettere moderne. Ho creato "La Stanza 101" per scrivere di libri, autori e letteratura. A maggio ho pubblicato il mio primo libro (per Calibano, Prospero Editore): "Quando Hitler ha vinto la Seconda guerra mondiale".

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