“Il giardino dei Finzi-Contini” e il viaggio nel ricordo

Il giardino dei Finzi-Contini è sicuramente l’opera più famosa di Giorgio Bassani, scrittore e poeta nato a Bologna nel 1916 e morto a Roma (dopo una lunga malattia) nei primi mesi del 2000. Questo romanzo scritto nel 1962, oltre a essere stato inserito da diversi studiosi del genere nella corrente del neorealismo, è anche il racconto di un viaggio a ritroso nel passato in cui la voce narrante – che probabilmente va ricondotta allo stesso autore – prende per mano il lettore accompagnandolo in un ricordo prevalentemente basato sulla nostalgia. Sarà un caso l’affinità con Proust? Certamente no. Le tematiche della Recherche prussiana sono state per l’autore italiano, oltreché uno spunto, anche un ottimo supporto per una storia dal flusso memoriale decisamente intenso.

La tomba era grande, massiccia, davvero imponente: una specie di tempio tra l’antico e l’orientale, come se ne vedeva nelle scenografie dell’Aida e del Nabucco in voga nei nostri teatri d’opera fino a pochi anni fa. In qualsiasi altro cimitero, l’attiguo Camposanto Comunale compreso, un sepolcro di tali pretese non avrebbe affatto stupito, ed anzi, confuso nella massa, sarebbe forse passato inosservato. Ma nel nostro era l’unico. E così, sebbene sorgesse assai lontano dal cancello d’ingresso, in fondo a un campo abbandonato dove da oltre mezzo secolo non veniva sepolto più nessuno, faceva spicco.

La storia incomincia proprio davanti alla tomba dei Finzi-Contini: lì, il protagonista, oltre a rivivere attraverso dei flashback gli anni della sua giovinezza, si ritrova a riflettere sul forte legame che lo ha avvicinato a quella famiglia. La reminiscenza introduce anche i personaggi di Micòl e Alberto, due fratelli che, come il narratore, fanno parte della comunità ebraica ferrarese. I due sono dei Finzi-Contini e come tali hanno la “fortuna” di essere nati in una famiglia aristocratica che vive quasi isolata dal resto della città, ma spesso vittima dei pettegolezzi altrui per via di tale scelta. I due ragazzi, oltre a prendere delle lezioni private per proseguire gli studi e a fare parte di un circolo di tennis, abitano anche in una casa circondata da un giardino e da una cinta muraria che sono un po’ l’emblema del loro microcosmo. Gli anni in cui ci troviamo nella vicenda sono quelli che anticipano la Seconda guerra mondiale e l’isolamento è il preludio della ghettizzazione forzata che da lì a poco, nel 1938, gli ebrei avrebbero vissuto tragicamente sulla propria pelle attraverso le “leggi razziali” (e poi con la deportazione). 

Il lungo periodo di tempo che seguì, fino ai fatali ultimi giorni dell’agosto del ’39, cioè fino alla vigilia dell’invasione nazista della Polonia della drôle de guerre, lo ricordo come una specie di lenta, progressiva discesa nell’imbuto senza fondo del Maelstrom.

Micòl esercita un fascino marcato sul protagonista, e questo appare chiaro fin dalle prime pagine del romanzo. Il loro primo incontro ha un non so che di shakespeariano: come una rivisitazione in chiave moderna della scena tra Romeo e Giulietta, lei è affacciata al muro della sua casa, mentre lui, in preda alla disperazione per la bocciatura in matematica, vaga per le vie della città alla ricerca di una scusa da poter raccontare ai suoi genitori. Questo sembra essere l’inizio di una amicizia che potrebbe diventare qualcosa di più, ma gli imprevisti e le occasioni perdute – unitamente alla “scomoda” presenza di Malnate – non fanno mai decollare la storia nella direzione giusta.

Passai la notte successiva in grande agitazione. Mi addormentavo, mi svegliavo, mi riaddormentavo. E sempre riprendevo a sognare di lei. Sognavo per esempio di trovarmi, proprio come il primissimo giorno che avevo messo piede nel giardino, a guardarla mentre giocava a tennis con Alberto. Anche in sogno non l’abbandonavo con gli occhi un solo istante. Tornavo a dirmi che era splendida, così sudata e rossa, con quella ruga d’impegno e di decisione quasi feroce che le divideva verticalmente la fronte, tutta tesa come era nello sforzo di sconfiggere il sorridente, un po’ fiacco e annoiato fratello maggiore.

Il loro rapporto nasce e si incrina piano piano. La partenza di Micòl per Venezia, avvenuta in inverno quasi a rimarcare un raffreddamento dei sentimenti («Fu così che rinunciai a Micòl»), sancisce anche la definitiva rottura tra i due. Sullo sfondo, però,  rimane sempre il giardino, elemento centrale e imprescindibile di tutto il romanzo, luogo idilliaco in grado di vincere su tutto, perfino sui limiti temporali che vedono l’Italia sempre più vicina alla guerra. Ciò che nasce e non nasce è un sentimento che va ben oltre quella casa, e arriva addirittura ad alimentare un piccolo mondo fatto di fantasie e desideri.

Fummo davvero molto fortunati, con la stagione. Per dieci o dodici giorni il tempo si mantenne perfetto, fermo in quella specie di magica sospensione, di immobilità dolcemente vitrea e luminosa che è particolare di certi nostri autunni.

L’epilogo del romanzo è ciò che il lettore si immagina e presagisce, complice un destino storico che, attraverso gli eventi della deportazione, si accanisce sulla famiglia Finzi-Contini e sui loro progetti di vita. La storia si conclude esattamente come era iniziata: con il ricordo di un passato che non può più tornare se non nella mente del protagonista, unico vero sopravvissuto della vicenda e, come tale, colui che accompagna il lettore in questo lungo viaggio introspettivo. La scrittura di Giorgio Bassani è così ricca e dettagliata da non lasciare nulla al caso, nemmeno la più semplice delle descrizioni. Il ricordo a partire da un “monumento memoriale” – come può essere una tomba – è un espediente simbolico reso ancora più significativo dallo sfondo in cui è inserito: un periodo carico di contraddizioni e atrocità, ma a cui Bassani guarda comunque con profondo rispetto, quasi a volerlo descrivere nelle sue zone di luce e di ombra. L’io narrante è una sorta di guida occupata a seguire un percorso di formazione che incomincia con l’adolescenza e si conclude nell’età adulta, dove l’amore non ricambiato di Micòl (di cui si ha certezza solamente al termine del romanzo) proietta il narratore in un limbo dove ogni cosa sembra sempre possibile. L’idea che vuole restituirci l’autore è quella di un dormiveglia in cui, il rifiuto sonoro della ragazza, rappresenta lo strattone che riporta il protagonista alla realtà. Bassani, nonostante gli eventi nefasti, dimostra grande sensibilità e accortezza, e con la storia tocca il lettore trasportandolo non solo a Ferrara, ma anche in quel giardino che ha dato adito a tante immaginazioni. Il triste epilogo dell’amore – e delle vite dei protagonisti – è forse la nota più dolente della trama, ma senza questa costruzione narrativa il libro non avrebbe avuto sicuramente lo stesso impatto emozionale. Il giardino dei Finzi-Contini è un romanzo molto particolare sotto tanti punti di vista: non solo per la sua capacità di descrivere sogni, speranze e disillusioni, ma anche per l’abile modo di raccontare, sotto un’altra e più romanzata sfumatura, gli anni difficili dell’Italia prima della guerra. Un must read, senza alcun dubbio.

Classificazione: 4 su 5.

PAROLE CHIAVE

  • Il giardino: è il luogo che fa da cornice al primo incontro tra Micòl e il protagonista, e lo scenario principale della vicenda, in cui tutto avviene (e non avviene). A differenza di quanto succede nel mondo esterno, questo spazio non sembra subire cambiamenti spazio-temporali. 
  • Micòl: il principale oggetto dei desideri del narratore, ma anche la sua più grande illusione. La ragazza cresce e matura durante il romanzo, e di questo ne è amaramente consapevole anche il narratore, che decide di rinunciare a lei proprio quando intuisce la “freddezza” della ragazza nei suoi confronti e anche il suo probabile legame con Malnate.
  • La comunità ebraica: lo sfondo attorno a cui si muove l’intera vicenda,  fondamentale soprattutto per capire le tragedie che vive la famiglia dei Finzi-Contini, vittima della deportazione, della guerra e anche del destino nefasto.
  • L’amore: per gran parte del romanzo è un sentimento quasi platonico che sembrava materializzarsi solo nella mente del protagonista, complice anche la sua “incapacità” a cogliere certe occasioni. È la stessa Micòl a mettere in chiaro le cose: in realtà loro sono troppo simili per potersi trovare sotto quell’aspetto, ed ecco che il sogno di un amore per cui combattere si trasforma nella consapevolezza di ciò che non potrà mai essere.
  • Il passato: tutto il romanzo è impostato su questa condizione temporale, a partire dal flashback iniziale che ci proietta all’indietro verso una storia costruita sulla nostalgia. Quello de Il giardino dei Finzi-Contini, però, è un passato circolare che sembra continuamente riavvolgersi su se stesso, soprattutto nei ricordi, e questo lo dimostra anche la fine del romanzo che replica, in un certo senso, la scena iniziale.

PER SAPERNE DI PIÙ

Il giardino dei Finzi-Contini

Titolo: Il giardino dei Finzi-Contini
Autore: Giorgio Bassani
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 214 pagine
Prezzo: 9,50 euro
Trama: Pochi romanzi italiani del Novecento sono entrati così profondamente nel cuore dei lettori come “Il giardino dei Finzi-Contini”, un libro che è riuscito a unire emozioni private e storia pubblica, convogliandole verso un assoluto coinvolgimento narrativo. Un narratore senza nome ci guida fra i suoi ricordi d’infanzia, nei suoi primi incontri con i figli dei Finzi-Contini, Alberto e Micòl, suoi coetanei resi irraggiungibili da un profondo divario sociale. Ma le leggi razziali, che calano sull’Italia come un nubifragio improvviso, avvicinano i tre giovani rendendo i loro incontri, col crescere dell’età, sempre più frequenti. Teatro di questi incontri, spesso e volentieri, è il vasto, magnifico giardino di casa Finzi-Contini, un luogo che si imbeve di sogni, attese e delusioni. Il protagonista, giorno dopo giorno, si trova sempre più coinvolto in un sentimento di tenero, contrastato amore per Micòl. Ma ormai la storia sta precipitando e un destino infausto sembra aprirsi come un baratro sotto i piedi della famiglia Finzi-Contini.
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Pubblicato da Valentina Zanotto

Ho conseguito una laurea magistrale cum laude in Culture Moderne Comparate e precedentemente una in Lettere moderne. Ho creato "La Stanza 101" per scrivere di libri, autori e letteratura. A maggio ho pubblicato il mio primo libro (per Calibano, Prospero Editore): "Quando Hitler ha vinto la Seconda guerra mondiale".

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