CONSIGLI DI LETTURA

“La città smarrita nella neve”: un racconto di Italo Calvino

Marcovaldo è una raccolta di racconti – alcuni usciti sulle pagine dell’Unità – scritti da Italo Calvino e pubblicati per la prima volta nel 1963 in una collana di libri per ragazzi dell’editore Einaudi. Le stagioni in città, nonché sottotitolo delll’opera,  si riferisce alla struttura delle novelle che la compongono: ognuna associata a primavera, estate, autunno o inverno, e quindi al mutare della natura in relazione al contesto in cui abita il protagonista (Marcovaldo, appunto). In queste storie – che diversi critici hanno definito come delle vere e proprie favole contemporanee – non trova spazio solamente la bellezza delle cose semplici, ma anche la nostalgia nei confronti di un paesaggio che è difficile scoprire se si è inglobati nel grigiore del centro abitato. La città smarrita nella neve, breve testo sulla stagione invernale, è la storia di una fantastica trasformazione: da serbatoio di frenesia, caos e freddezza, la città – probabilmente quella di Torino – diventa un “foglio bianco”, quasi una tabula rasa, in cui immaginare nuove prospettive. È una sensazione effimera, che dura giusto il tempo di una lettura, ma in grado di donare alla vita di Marcovaldo un po’ di magia e spensieratezza. Le “cose di tutti i giorni spigolose e ostili”, la ditta Sbav e le malinconie quotidiane sono destinate a tornare, proprio come la coltre di neve che si scioglie e sparisce per lasciare posto, di nuovo, alla realtà.

Quel mattino lo svegliò il silenzio. Marcovaldo si tirò su dal letto col senso di qualcosa di strano nell’aria. Non capiva che ora era, la luce tra le stecche delle persiane era diversa da quella di tutte le ore del giorno e della notte. Aperse la finestra: la città non c’era più, era stata sostituita da un foglio bianco. Aguzzando lo sguardo, distinse, in mezzo al bianco, alcune linee quasi cancellate, che corrispondevano a quelle della vista abituale: le finestre e i tetti e i lampioni lì intorno, ma perdute sotto tutta la neve che c’era calata sopra nella notte.

– La neve! – gridò Marcovaldo alla moglie, ossia fece per gridare, ma la voce gli uscì attutita. Come sulle linee e sui colori e sulle prospettive, la neve era caduta sui rumori, anzi sulla possibilità stessa di far rumore; i suoni, in uno spazio imbottito, non vibravano.

Andò al lavoro a piedi; i tram erano fermi per la neve. Per strada, aprendosi lui stesso la sua pista, si sentì libero come non s’era mai sentito. Nelle vie cittadine ogni differenza tra marciapiedi e carreggiata era scomparsa, veicoli non ne potevano passare, e Marcovaldo, anche se affondava fino a mezza gamba ad ogni passo e si sentiva infiltrare la neve nelle calze, era diventato padrone di camminare in mezzo alla strada, di calpestare le aiuole, d’attraversare fuori delle linee prescritte, di avanzare a zig–zag.

Le vie e i corsi s’aprivano sterminate e deserte come candide gole tra rocce di montagne. La città nascosta sotto quel mantello chissà se era sempre la stessa o se nella notte l’avevano cambiata con un’altra? Chissà se sotto quei monticeli! bianchi c’erano ancora le pompe della benzina, le edicole, le fermate dei tram o se non c’erano che sacchi e sacchi di neve? Marcovaldo camminando sognava di perdersi in una città diversa: invece i suoi passi lo riportavano proprio al suo posto di lavoro di tutti i giorni, il solito magazzino, e, varcata la soglia, il manovale stupì di ritrovarsi tra quelle mura sempre uguali, come se il cambiamento che aveva annullato il mondo di fuori avesse risparmiato solo la sua ditta.

Lì ad aspettarlo, c’era una pala, alta più di lui. Il magazziniere–capo signor Viligelmo, porgendogliela, gli disse: – Davanti alla ditta la spalatura del marciapiede spetta a noi, cioè a te –. Marcovaldo imbracciò la pala e tornò a uscire.

Spalar neve non è un gioco, specie per chi si trova a stomaco leggero, ma Marcovaldo sentiva la neve come amica, come un elemento che annullava la gabbia di muri in cui era imprigionata la sua vita. E di gran lena si diede al lavoro, facendo volare gran palate di neve dal marciapiede al centro della via.

Anche il disoccupato Sigismondo era pieno di riconoscenza per la neve, perché essendosi arruolato quel mattino tra gli spalatori del Comune, aveva davanti finalmente qualche giorno di lavoro assicurato. Ma questo suo sentimento, anziché a vaghe fantasie come Marcovaldo, lo portava a calcoli ben precisi su quanti metri cubi di neve doveva spostare per sgomberare tanti metri quadrati; mirava insomma a mettersi in buona luce con il caposquadra; e – segreta sua ambizione – a far carriera.

Sigismondo si volta e cosa vede? Il tratto di carreggiata appena sgomberata tornava a ricoprirsi di neve sotto i disordinati colpi di pala d’un tizio che si affannava lì sul marciapiede. Gli prese quasi un accidente. Corse ad affrontarlo, puntandogli la sua pala colma di neve contro il petto.

– Ehi, tu! Sei tu che tiri quella neve lì?

– Eh? Cosa? – trasalì Marcovaldo, ma ammise: – Ah, forse sì.

– Be’, o te la riprendi subito con la tua paletta o te la faccio mangiare fino all’ultimo fiocco.

– Ma io devo spalare il marciapiede.

– E io la strada. E be’?

– Dove la metto?

– Sei del Comune?

– No. Della ditta Sbav.

Sigismondo gli insegnò ad ammucchiare la neve sul bordo e Marcovaldo gli ripulì tutto il suo tratto. Soddisfatti, a pale piantate nella neve, stettero a contemplare l’opera compiuta.

– Hai una cicca? – chiese Sigismondo.

Si stavano accendendo mezza sigaretta per uno, quando un’autospazzaneve percorse la via sollevando due grandi onde bianche che ricadevano ai lati. Ogni rumore quel mattino era solo un fruscio: quando i due alzarono lo sguardo, tutto il tratto che avevano pulito era di nuovo ricoperto di neve. –Che cos’è successo? È tornato a nevicare? – e levarono gli occhi al cielo. La macchina, ruotando i suoi spazzoloni, già girava alla svolta.

Marcovaldo imparò ad ammucchiare la neve in un muretto compatto. Se continuava a fare dei muretti così, poteva costruirsi delle vie per lui solo, vie che avrebbero portato dove sapeva solo lui, e in cui tutti gli altri si sarebbero persi. Rifare la città, ammucchiare montagne alte come case, che nessuno avrebbe potuto distinguere dalle case vere. O forse ormai tutte le case erano diventate di neve, dentro e fuori; tutta una città di neve con i monumenti e i campanili e gli alberi, una città che si poteva disfare a colpi di pala e rifarla in un altro modo.

Al bordo del marciapiede a un certo punto c’era un mucchio di neve ragguardevole. Marcovaldo già stava per livellarlo all’altezza dei suoi muretti, quando s’accorse che era un’automobile: la lussuosa macchina del presidente del consiglio d’amministrazione commendator Alboino, tutta ricoperta di neve. Visto che la differenza tra un’auto e un mucchio di neve era così poca, Marcovaldo con la pala si mise a modellare la forma d’una macchina. Venne bene: davvero tra le due non si riconosceva più qual era la vera. Per dare gli ultimi tocchi all’opera Marcovaldo si servì di qualche rottame che gli era capitato sotto la pala: un barattolo arrugginito capitava a proposito per modellare la forma d’un fanale; con un pezzo di rubinetto la portiera ebbe la sua maniglia.

Ci fu un gran sberrettamento di portieri, uscieri e fattorini, e il presidente commendator Alboino uscì dal portone. Miope ed efficiente, marciò deciso a raggiungere in fretta la sua macchina, afferrò il rubinetto che sporgeva, tirò, abbassò la testa e s’infilò nel mucchio di neve fino al collo.

Marcovaldo aveva già svoltato l’angolo e spalava nel cortile.

I ragazzi del cortile avevano fatto un uomo di neve. – Gli manca il naso! – disse uno di loro. – Cosa ci mettiamo? Una carota! – e corsero nelle rispettive cucine a cercare tra gli ortaggi.

Marcovaldo contemplava l’uomo di neve. «Ecco, sotto la neve non si distingue cosa è di neve e cosa è soltanto ricoperto. Tranne in un caso: l’uomo, perché si sa che io sono io e non questo qui».

Assorto nelle sue meditazioni, non s’accorse che dal tetto due uomini gridavano: – Ehi, monsù, si tolga un po’ di lì! – Erano quelli che fanno scendere la neve dalle tegole. E tutt’a un tratto, un carico di neve di tre quintali gli piombò proprio addosso.

I bambini tornarono col loro bottino di carote. – Oh! Hanno fatto un altro uomo di neve! – In mezzo al cortile c’erano due pupazzi identici, vicini.

– Mettiamogli il naso a tutti e due! – e affondarono due carote nelle teste dei due uomini di 13 neve.

Marcovaldo, più morto che vivo, sentì, attraverso l’involucro in cui era sepolto e congelato, arrivargli del cibo. E masticò.

– Mammamia! La carota è sparita! – I bambini erano molto spaventati.

II più coraggioso non si perse d’animo. Aveva un naso di ricambio: un peperone; e lo applicò all’uomo di neve. L’uomo di neve ingoiò anche quello.

Allora provarono a mettergli per naso un pezzo di carbone, di quelli a bacchettina. Marcovaldo lo sputò via con tutte le sue forze. – Aiuto! È vivo! È vivo! – I ragazzi scapparono.

In un angolo del cortile c’era una grata da cui usciva una nube di calore. Marcovaldo, con pesante passo d’uomo di neve, si andò a mettere lì. La neve gli si sciolse addosso, colò in rivoli sui vestiti: ne ricomparve un Marcovaldo tutto gonfio e intasato dal raffreddore.

Prese la pala, soprattutto per scaldarsi, e si mise al lavoro nel cortile. Aveva uno starnuto che s’era fermato in cima al naso, stava lì lì, e non si decideva a saltar fuori. Marcovaldo spalava, con gli occhi semichiusi, e lo starnuto restava sempre appollaiato in cima al suo naso. Tutt’a un tratto: l’« Aaaaah… » fu quasi un boato, e il: «.. Ciù! » fu più forte che lo scoppio d’una mina. Per lo spostamento d’aria, Marcovaldo fu sbatacchiato contro il muro.

Altro che spostamento: era una vera tromba d’aria che lo starnuto aveva provocato. Tutta la neve del cortile si sollevò, vortice come in una tormenta, e fu risucchiata in su, polverizzandosi nel cielo.

Quando Marcovaldo riaperse gli occhi dal suo tramortimento, il cortile era completamente sgombro, senza neppure un fiocco di neve. E agli occhi di Marcovaldo si ripresentò il cortile di sempre, i grigi muri, le casse del magazzino, le cose di tutti i giorni spigolose e ostili.

Una breve biografia dell’autore:

Italo Calvino
Immagine presa dal web

Italo Calvino nasce a Cuba il 15 ottobre del 1923 e a due anni si trasferisce in Italia stabilendosi a Torino. Durante il periodo della Seconda guerra mondiale, si unisce ai partigiani della Resistenza trovando nell’espressione anarchica e libertaria un punto di partenza per poter costruire il suo impegno politico e sociale. L’esperienza lo renderà un protagonista attivo anche nel primo dopoguerra: non solo attraverso la scrittura di quelle che saranno le sue prime pubblicazioni (Il sentiero dei nidi di ragno e Ultimo viene il corvo), ma anche dedicandosi al giornalismo con interventi su quotidiani e periodici culturali (primo tra tutti l’Unità, il quotidiano del PCI).

La mia vita in quest’ultimo anno è stato un susseguirsi di peripezie […] sono passato attraverso una inenarrabile serie di pericoli e di disagi; ho conosciuto la galera e la fuga, sono stato più volte sull’orlo della morte. Ma sono contento di tutto quello che ho fatto, del capitale di esperienze che ho accumulato, anzi avrei voluto fare di più.

Dopo la laurea in Lettere nel 1947 con una tesi su Joseph Conrad, Calvino comincia la sua collaborazione – dapprima nell’ufficio stampa – con la casa editrice Einaudi. Grazie alla frequentazione dell’Osteria Fratelli Menghi di Roma, noto punto di ritrovo culturale, e all’intensificazione delle sue attività letterarie, fa la conoscenza di importanti personalità dell’epoca: Cesare Pavese (che sarà suo grande amico e mastro), Elio Vittorini, Natalia Ginzburg, Delio Cantimori, Franco Venturi, Norberto Bobbio e Felice Balbo.

Nel 1964 si sposa con Esther Judith Singer e si trasferisce a Roma; in questo periodo si concentra soprattutto sui brevi racconti, quelli che poi sarebbero confluiti nelle Cosmicomiche (una raccolta di novelle fantastiche riferite all’universo, all’evoluzione al tempo e allo spazio). A Parigi, città dove Calvino decide di portare la famiglia nel 1968, diventa membro attivo del gruppo OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle). Qui, collabora con artisti come Roland Barthes, Claude Lévi-Strauss e  Raymond Queneau, del quale traduce I fiori blu. Tra viaggi, premi e conferenze, l’autore continua a dedicarsi instancabilmente anche alle pubblicazioni: non solamente i racconti, ma anche romanzi come Le città invisibili (1972), Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979) e Palomar (1983).

La maggior parte dei libri che ho scritto […] hanno origine dall’idea che sarebbe stato impossibile per me scrivere un libro di quel tipo.

Italo Calvino muore a Roma il 19 settembre del 1985 a causa di un’emorragia cerebrale causata da un’ictus; le Lezioni americane (ispirate a un ciclo di sei incontri che l’autore avrebbe dovuto tenere all’Università di Harvard) escono postume insieme a Sotto il sole giaguaro, La strada di San Giovanni e Prima che tu dica pronto.

Per saperne di più:

Marcovaldo

Titolo: Marcovaldo (ovvero Le stagioni in città)
Autore: Italo Calvino
Editore: Mondadori
Lunghezza: 190 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: In mezzo alla città di cemento e asfalto, Marcovaldo va in cerca della Natura. Ma esiste ancora, la Natura? Quella che egli trova è una Natura dispettosa, contraffatta, compromessa con la vita artificiale. Personaggio buffo e melanconico, Marcovaldo è il protagonista d’una serie di favole moderne, dove Italo Calvino va segnando, come in un suo block-notes segreto, avvenimenti impercettibili nella vita di una grande città industriale, quali possono essere il passaggio d’una nuvola carica di pioggia o l’arrivo mattutino d’uno sbuffo di vento. Quando le avventure di Marcovaldo hanno raggiunto un bel numero, seguendo come un colorato calendario l’alternarsi delle stagioni, Calvino le ha disposte in un libro. Partite come divagazioni comico-poetiche sul tema – ‘neorealistico’ per eccellenza – della più elementare lotta per la vita, le venti favole di Marcovaldo arrivano alla rappresentazione della più complicata realtà d’oggi, alla satira del ‘miracolo economico’ e della ‘civiltà del consumo’; ma sempre restano fedeli a una classica struttura narrativa: quella delle storielle a vignette dei giornalini per l’infanzia. Marcovaldo non è altro che un Fortunello contemporaneo, un Bonaventura all’incontrario, un Pampurio dei caseggiati popolari.
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