RECENSIONI

“La ragazza che levita”: Alice nel Paese degli Orrori

John Polidori, Mary Shelley, Bram Stoker, Horace Walpole, Ann Radcliffe. Quando si pensa al romanzo gotico, i primi nomi a cui si fa riferimento per inquadrarlo dal punto di vista letterario sono soprattutto questi. Il passaggio successivo è sicuramente quello di identificarlo anche attraverso le sue caratteristiche generali: atmosfere cupe, edifici diroccati, sotterranei tenebrosi, come pure qualsiasi altro elemento che possa suscitare nel lettore un senso di sublime e perturbante. Nell’immaginario comune, la classica trama della gothic fiction vede un castello, un’ambientazione medievale che riprende quello che è stato – per eccellenza – il secolo oscuro e buio lontano dalla modernità illuminata, e un tiranno che dovrebbe personificare il terrore. Così accadeva tra il 1700 e il 1800, ossia nel periodo di massima fioritura del genere che poi ha continuato a esistere – e resistere -, tra revival ed evoluzioni successive (Robert Louis Stevenson, Edgar Allan Poe e Arthur Conan Doyle, solo per fare qualche nome), sino ai giorni nostri.

Barbara Comyns (1907-1992) raccoglie letteralmente tutti questi elementi e prova a conferirgli una nuova accezione. Per coloro che si staranno chiedendo chi sia questa autrice, la risposta va cercata nella sua opera più famosa (e straordinariamente pubblicata, per la prima volta in Italia, da Safarà Editore con la traduzione di Cristina Pascotto), La ragazza che levita. Della Comyns si sa relativamente poco, se non che ha vissuto un’esistenza burrascosa costantemente in bilico tra eclettismo e  riconoscimenti molto tardivi. Tuttavia, le sue abilità scrittorie affiorano molto presto: inizia a scrivere e a illustrare storie già all’età di dieci anni, ma paradossalmente le prime pubblicazioni arrivano solamente dopo il secondo matrimonio e quando è ormai quarantenne. 

The Vet's Daughter
Immagine presa dal web

The Vet’s Daughter (questo il titolo originale dell’opera) è una storia immaginaria che racconta le vicende di Alice Rowlands, una ragazza che vive in una zona povera – quasi malfamata – di Londra insieme al padre-padrone, sempre troppo impegnato per via del suo lavoro come “veterinario”, e alla sua fragile madre. Già solamente leggendo le prime pagine del romanzo, il lettore viene avvolto da un ambiente casalingo così cupo da scatenare un senso di profondo disagio: la mobilia scura e consunta, l’odore pungente del cavolo bollito, il rumore inquietante degli animali tutt’altro che curati. Le gioie familiari vengono abbandonate lasciando spazio alla pesantezza, mentre l’esistenza è più uno scorrere passivo anziché qualcosa da vivere attivamente giorno per giorno. Lo stesso accade con la città (Scesi a Fulham Road. Più mi allontanavo e più intensa si faceva la bellezza). La differenza descrittiva tra centro e periferia – Nord e Sud, in questo caso – è così evidente che la percezione è quella di trovarsi in due mondi completamente diversi: il primo colorato e vitale, il secondo plumbeo e scialbo.

La giornata era quasi giunta al termine ed era stata come la maggior parte dei giorni che riuscivo a ricordare: tutti adombrati da mio padre e tutto un pulire gabbie di gatti e puzzo di cavolo, a fuggire le flatulenze e il profumo di mio padre. Cerano dei momenti di pace, e a volte il sole splendeva, là fuori. Così trascorrevano i giorni. Il mattino scendevo le scale di colore marrone scuro e trovavo mia madre che si muoveva frenetica, attenta a mantenersi sempre vicina ai muri. I suoi capelli spenti spuntavano fuori da una malconcia coda di cavallo, che assomigliava in realtà alla coda di un asino.

La ragazza che levita non è solo un romanzo gotico molto suggestivo, ma anche una favola macabra in cui tornano a galla – o si sollevano da terra, per stare in tema – un gran numero di concetti rilevanti. Prima di ogni altro, la questione femminile. Conoscere la protagonista è un po’ come approcciarsi alle donne del tempo e, di conseguenza, alla società a cui appartenevano: marginalizzate, ridotte all’effimero, sottovalutate, e (quasi) mai considerate nel loro potenziale. Così accadeva anche in famiglia: Alice – come prima era capitato alla madre – è costretta a subire le angherie del padre e della sua insopportabile matrigna, come pure a vedersi annullata qualsiasi forma di libertà (perfino quella basilare di vivere la sua giovane età come vorrebbe). Quella casa, oltre a trattenere un gran numero di ricordi dolorosi, significa per la ragazza non potersi difendere dal terrore e dalla violenza psicologica che costantemente la minacciano. Sono proprio la confusione e i sentimenti negativi a manifestare in lei – come una sorta di meccanismo di difesa – i suoi poteri occulti.

Talvolta la vita che conducevo mi sembrava talmente inutile e triste che immaginavo di vivere in un altro mondo. Allora tutti i tetri utensili marroni della cucina si trasformavano in grandiosi fiori esotici e mi ritrovavo in una sorta di giungla e, quando il pappagallo chiamava dalla sua prigione-gabinetto, non era più il pappagallo, ma un grande pavone bianco che gridava forte. E io vedevo enormi foglie, quasi nere, contro il cielo ardente, e i raggi del sole che vi brillavano attraverso erano simili a spade d’oro; e io potevo allungare le mani e sentirne il calore. Allora il profumo dei fiori, che assomigliava molto a quello delle peonie, arrivava alle mie narici, insieme a uno strano odore di terra umida.

Alice è una ragazza ingenua che cerca di guardare la vita sempre dal lato positivo: vorrebbe realizzare i suoi sogni, vivere la spensieratezza dei suoi anni, trovare un grande amore che le faccia mancare il respiro. E a un certo punto sembra anche riuscirci; la sua nuova vita la conduce nell’Hampshire, ma i problemi, insieme a un baule pieno di vestiti nuovi, viaggiano insieme a lei. La realtà è un’altra, non è perfetta come la sua immaginazione, e la ributta a terra facendole incassare un brutto colpo. Alice ha un modo (troppo) innocente per rapportarsi con il mondo e con le persone, sembra non voglia credere che esista la cattiveria. Eppure, è proprio quest’ultima che la fa continuamente inciampare in persone che la sfruttano per ciò che sa fare (soprattutto dopo aver palesato il suo “dono”) anziché adorarla per chi è. Il suo ritorno nella casa di famiglia è, per il padre, l’ennesima occasione per denigrarla e farla sentire un’esclusa: chi mai riuscirebbe a sentirsi etichettare come uno sciagurato incidente senza prima o poi cedere?

«Ci sono cose che dobbiamo dirci, e io le dirò adesso. La cosa più importante è che tu domani lascerai questa casa. Spero di non vederti mai più. Questo giovane Peebles sembra averti presa e, perdio, può tenerti! Non sei mai stata mia figlia. Lo sai che non sei stata capace di camminare prima di compiere due anni? Mi dava il voltastomaco vederti battere le mani sul tuo sedere invece di camminare come un bambino perbene. Guardati adesso, pallida e malaticcia come un pezzo di stoffa sbiadito, senza un filo di carne attorno all’osso. Ma nonostante tu sia una creatura miserevole e in nessun modo posso dirti mia figlia, ti ho mai lesinato nulla? Dimmelo!»

Lo scenario immaginato dalla Comyns è sì lugubre, ma anche inesorabilmente pessimistico, senza una via d’uscita se non quella che Alice riesce a realizzare ogni volta che si solleva in aria, quando si mette in una “bolla” e si distacca – anche solo momentaneamente – dalle persone che le arrecano sofferenza. L’idea de La ragazza che levita è stata elaborata dall’autrice mentre era in luna di miele con il marito, in circostanze felici e decisamente agli antipodi rispetto a quelle raccontate nella storia; quando il gotico suburbano incontra il realismo magico – questo uno dei commenti dei critici al testo – il risultato è inevitabilmente una lettura trascinante in grado di lasciare un unico e grande desiderio una volta conquistata l’ultima pagina: creare un varco che consenta ad Alice di fuggire da un mondo cattivo per raggiungere il “paese delle meraviglie” in cui tanto meriterebbe di abitare.

Parole chiave:

  • Favola nera: La ragazza che levita è un gotico familiare – molto diverso da quelli che si è abituati a leggere, perché molto più moderno e attuale – in cui si spera nel lieto fine. Molti lo hanno definito come un incrocio tra un testo di Flannery O’ Connor e Stephen King. 
  • Sogno: il “mondo” in cui Alice si rifugia per difendersi dalle ingiustizie che vive sulla propria pelle, lo stesso che però le fa scoprire di avere un potere straordinario e – purtroppo – scomodo. La sua levitazione la trasforma sciaguratamente in un freak (un fenomeno da baraccone) che può portare guadagno e popolarità.
  • Alice: come la protagonista dell’opera di Carroll. La Comyns, però, la distingue da quest’ultima creando un personaggio in negativo, non più in viaggio nel “Paese delle Meraviglie”, ma in una realtà fatta di disumanità e cattiveria.
  • Età Eduardiana: la scelta di ambientare il romanzo in questo periodo non è affatto casuale, piuttosto una mossa consapevole che, da un lato, vuole smascherare un’epoca fatta di soprusi, mentre dall’altra tenta di riproporre le ingiustizie che l’autrice ha vissuto personalmente su se stessa. 
  • Violenza: sia psicologica che fisica. È uno dei temi che compare più frequentemente nel testo.

Voto: 5 segnalibri su 5

La ragazza che levita

Titolo: La ragazza che levita
Autore: Barbara Comyns
Editore: Safarà Editore
Lunghezza: 149 pagine
Prezzo: 16 euro
Trama: Cresciuta nel sud di una Londra d’età edoardiana, Alice Rowlands desidera romanticismo e avventura, e la liberazione da una vita triste, restrittiva e solitaria. Suo padre, un sinistro veterinario, è brutale e sprezzante; la sua nuova ragazza sfacciata e lasciva; i pochi amici bizzarri e sfuggenti. Alice cerca rifugio nei ricordi di una madre perduta e nelle fantasie di un indistinto desiderio d’amore, e nella fioritura di ciò che lei percepisce come un potere occulto da nascondere a tutti i costi. Una serie di inesplicabili eventi la porterà a un epilogo di terribile trionfo, durante il quale sarà chiamata a svelare suo malgrado il suo eccezionale potere segreto.
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