CURIOSITA'

Ucronia: la narrazione del “se”

Il termine “ucronia” prende le mosse dal francese uchronie e da Charles Renouvier, il filosofo che per primo, nel 1857, ne teorizzò il concetto nel suo Uchronie, tableau historique apocryphe des révolutions de l’Empire romain et de la formation d’une fédération européenne, un testo pubblicato anonimamente sulla rivista Revue philosophique et religieuse e poi ripreso in mano circa vent’anni dopo, nel 1876, con un volume dal titolo decisamente più esteso, Uchronie (l’utopie dans l’histoire), esquisse historique apocryphe du développement de la civilisation européenne tel qu’il n’a pas été, tel qu’il aurait pu être. Il merito del lavoro di Renouvier non sta solamente nell’aver creato una fantasia in cui si mettono in relazione due diversi ideali di civiltà in un contesto contro-fattuale, ma soprattutto nel fatto di aver concepito e teorizzato, in maniera eloquente e voluta, la storia come un concetto “sostituibile”, ovvero come una serie di eventi che sono successi in un determinato modo ma che si sarebbero potuti verificare anche in un’altra maniera.

Per quanto riguarda la genealogia di “ucronia” bisogna piuttosto fare un salto temporale indietro e risalire all’età classica, precisamente all’epoca di Erodoto e Tito Livio, due famosi precursori della storiografia classica che ci hanno regalato, forse inconsapevolmente, i primi riferimenti alla pratica dell’immaginare degli scenari alternativi. Nelle sue Storie, scritte all’incirca tra il 440 a.C. e il 429 a.C, infatti, Erodoto si chiede quale sarebbe stato l’esito nel caso in cui gli Ateniesi di Temistocle, durante l’invasione dei persiani del 480 a.C, si fossero comportati diversamente nei confronti dell’esercito nemico comandato da Serse e non avessero resistito al loro attacco nello stretto di Salamina.

Se gli Ateniesi, atterriti dal pericolo che li minacciava, avessero abbandonato il loro paese oppure, senza lasciarlo e pur restandovi, si fossero arresi a Serse, nessuno avrebbe tentato di opporsi al re sul mare. E se nessuno si fosse opposto a Serse sul mare, ecco quello che sarebbe successo sulla terraferma. Anche se molte linee di mura fossero state gettate dai Peloponnesiaci da un capo all’altro dell’Istmo, gli Spartani, abbandonati dagli alleati (non per loro scelta, ma per necessità, dal momento che le loro città sarebbero state conquistate a una a una dalla flotta del barbaro), sarebbero rimasti isolati: e, una volta isolati, pur avendo compiuto imprese di grande valore, sarebbero periti gloriosamente. Tale sarebbe stata la loro sorte; oppure ancora prima, vedendo anche gli altri Greci passare dalla parte dei Persiani, avrebbero concluso un accordo con Serse.

Nonostante la premessa iniziale in cui, in un certo senso, Erodoto mette le mani avanti sulle ipotetiche critiche che potrebbero scaturire per quanto scritto nella sua opera («A questo punto sono costretto dalla necessità a esprimere un’opinione che risulterà invisa ai più»), l’autore si giustifica spiegando parimenti che vuole attuare non solo una deduzione logica, ma anche una operazione di sincerità e schiettezza («poiché mi sembra conforme alla verità, non mi asterrò dal farlo») che, però, a posteriori, ha anche la potenzialità di una vera e propria ipotesi contro-fattuale. 

Sulla scia di Erodoto, ma con una analisi un po’ più marcata, possiamo affermare lo stesso anche per quanto riguarda Tito Livio ed il suo Ab urbe condita, un’opera monumentale scritta all’incirca tra il 27 a. C. ed il 14 a. C, qualche secolo dopo le Storie. Dal paragrafo 17 al 19 del Libro IX, infatti, lo storico latino compie un lavoro di immaginazione che lo porta a chiedersi quale sarebbe stato l’esito di un ipotetico scontro tra l’impero macedone di Alessandro Magno e la Roma repubblicana, un evento che, in verità, non fu mai sul punto di accadere realmente se non come una eventualità astratta scaturita dalle congetture mentali dello stesso Tito Livio.

Ciò nonostante, l’aver menzionato un re e un generale tanto grande, mi riporta a considerazioni che tante volte ho fatto tra me e me, e non mi spiace ora valutare quale sarebbe stata la sorte della potenza romana se si fosse scontrata con Alessandro.

E’ l’autore latino stesso, proprio all’inizio del paragrafo, a precisare che quanto sta scrivendo non è altro che una “digressione”, ovvero una variazione del corso degli eventi che avrebbe come obiettivo la presa in considerazione di fatti mai accaduti in un gioco con la storia che ha come esito quello di divertire il lettore e, soprattutto, di stimolarne il lavoro mentale.

Si potrebbe rilevare che sin dall’inizio di quest’opera non ho cercato di evitare niente con tanta attenzione quanto il discostarmi da una trattazione ordinata degli eventi, e il cercare motivi di piacevole svago per i lettori e un po’ di riposo per la mia mente infarcendo questa ricerca storica con amene digressioni.

Questa concezione della storia si inserisce appieno nel discorso ucronico e si aggiunge alla lunga schiera di testi e romanzi in cui quest’ultimo diventa un elemento portante di quello che può essere chiamato un passato visto con lo “specchietto retrovisore”. Lo stesso si può dire anche della distinzione tra “ucronia” e “utopia” già accennata in precedenza. L’utopia, infatti, oltre a comparirein maniera palese nel sottotitolo dell’opera di Charles Renouvier (L’utopia nella storia), è anche stata soggetto di diversi studi e definizioni. Generalmente, “ucronia” e “utopia” differiscono l’una dall’altra sulla base delle nozioni di spazio tempo: se la prima ha come sostrato il fattore temporale (dal greco chrónos, ovvero “tempo”) e viene definita come «la sostituzione di avvenimenti immaginari a quelli reali di un determinato periodo o fatto storico», la seconda, invece, prende le basi da quello spaziale, anche se solo astrattamente, e il suo significato riguarda prettamente un luogo che non esiste e non trova riscontro nella realtà (outópos, “non luogo”).

Sulla base di queste considerazioni, alcuni studiosi sono arrivati a  concepire, non erroneamente, l’ucronia come una evoluzione traslata nello spazio dell’utopia, mentre solo recentemente, cioè a partire dagli anni ‘80 del Novecento, l’entrata in scena della fantascienza ha rimesso in discussione tale assetto, riclassificando i due termini come dei veri e propri sottogeneri del filone fantascientifico. Su un aspetto non ci sono dubbi: l’ucronia non è altro che un termine generico più ampio in grado di coprire tutte le narrative che non riguardano la nostra linea temporale, immaginando così non solamente un luogo diverso, ma anche un tempo completamente altro. Ecco che, in questo lavoro a ritroso, l’autore è visto come una sorta di demiurgo modellatore che costruisce la storia come avrebbe voluto immaginarla o, più semplicemente, come sarebbe potuta andare se certi fatti l’avessero “dirottata”.

Se nel mondo anglosassone si sono diffuse soprattutto le accezioni alternate/alternative history e counterfactual history, tralasciando il raro uchronia, in Italia sono prevalsi, invece, i termini “allostoria” o “fantastoria”, senza contare anche le varie traduzioni dall’inglese, come nel caso di “storia alternativa”. Nonostante tali declinazioni siano largamente accettate dagli appassionati della materia, alcune sono più pertinenti di altre. Questi concetti, solo in apparenza diversissimi tra loro, hanno prodotto, negli ultimi trenta anni, una mole molto ampia di testi e studi, studi critici e vere e proprie prospettive sul genere. Nella discussione che riguarda la storia alternativa, non appare dunque anomalo parlare anche di fenomeni quali la “teoria del caos” e i “mondi paralleli”, soprattutto se pensiamo al fatto che essi siano indissolubilmente congiunti al concetto di variazione della storia.

Almeno una volta nella vita e nella testa di ciascuno è nato il pensiero “cosa sarebbe successo se al posto di questa cosa avessi fatto quest’altra?”. Nel mondo filmico non sono pochi gli esempi che si potrebbero citare per descrivere questo fenomeno. Tra questi, si può inserire sicuramente The One, un film del 2001 diretto da James Wong, in cui il protagonista Gabriel Yulaw è un ex poliziotto che si ritrova a vivere in un mondo futuristico fatto di dimensioni parallele, ciascuna abitata da un suo doppio che si nutre della sua forza. Oppure, sempre dello stesso anno, il cult movie Donnie Darko (con la regia di Richard Kelly) in cui, in verità, la nozione di “mondi paralleli” è strettamente connessa all’espediente narrativo che dà inizio all’intera storia, ovvero al libro The Philosphy of Time Travel: quest’ultimo, infatti, è un volume che il protagonista Donnie riceve in dono dal suo professore e che, in poche parole, spiega come il tempo non scorra sempre in maniera lineare ma, alle volte, dia vita a degli “inceppamenti” e, quindi, alla creazione di veri e propri parallel worlds. Da qui la biforcazione temporale che porterà alla nascita di un mondo parallelo e di un altro reale nel quale il Donnie Darko vivo convivrà con quello deceduto proprio la sera in cui tutto il processo ha avuto inizio.

Anche per quanto riguarda la letteratura, i parallel words hanno avuto un notevole successo, e non solo in tempi recenti. Partendo, infatti, dal Candide (o dell’Ottimismo) di Voltaire, pubblicato nel 1759, in cui tale concetto è espresso in maniera filosofica attraverso una sorta di romanzo di formazione che si può riassumere con la frase «Se questo è il migliore dei mondi possibili, come saranno mai gli altri?», e passando per il Canto di Natale di Charles Dickens, romanzo breve del 1843, in cui l’ultimo dei tre spiriti che fanno visita al vecchio gli presenta due diverse realtà alternative, si può arrivare al contemporaneo, in cui i “mondi paralleli” sono i protagonisti dei viaggi che i personaggi compiono, per esempio, in Queste oscure materie (saga del 1996-2000) di Philip Pullman oppure La torre nera (2004) di Stephen King.

Per saperne di più:

Candido

Titolo: Candido
Autore: Voltaire
Editore: Einaudi
Lunghezza: 132 pagine
Prezzo: 10 euro
Trama: Attraverso la parabola del povero Candido, un inguaribile ottimista, il narratore continua a “portare uno sguardo rapido su tutti i secoli, tutti i paesi, e di conseguenza, su tutte le sciocchezze di questo piccolo globo”. Pubblicato a Ginevra nel 1759, e immediatamente ristampato a Parigi, Londra, Amsterdam e altre città d’Europa, Candido consente a Voltaire di perfezionare il nuovo genere letterario da lui creato, il conte philosophique. Le convulse e mirabolanti disavventure del protagonista offrono all’autore l’opportunità di dimostrare la vanità dell’ottimismo razionalista leibniziano, che vedeva realizzato nell’universo il migliore dei mondi possibili, nonché di sviluppare una straordinaria lezione di sopravvivenza alle catastrofi della natura e della storia.
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3 risposte a "Ucronia: la narrazione del “se”"

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