RECENSIONI

“L’agente segreto”: una storia distruttiva

L’agente segreto (1907) è uno dei romanzi più tardivi di Joseph Conrad (Cuore di tenebra era stato pubblicato cinque anni prima, nel 1902), ma non per questo poco riuscito. Oltre a essere un testo piuttosto profetico riguardo il rapporto tra Terrorismo e Stato, la storia prende ispirazione dall’attacco anarchico al Greenwich Park avvenuto nel 1894. Il dinamitardo di Stevenson e A Girl Among The Anarchists di Ellen e Lydia Rossetti rappresentano un chiaro esempio di quanto la letteratura di fine Ottocento fosse già piuttosto pregna di “testi terroristici”, ma con The Secret Agent si arriva all’apice della narrazione in cui si mescolano plot e “complotto” in una maniera completamente nuova e diversa.

«Ho paura tuttavia che dovrò sciuparvi la festa. È saltato in aria un uomo a Greenwich Park questa mattina.»

La natura innovativa della narrazione di Conrad è riassumibile nella sua rottura con il classico romanzo di spionaggio: se nella letteratura precedente, infatti, il terrorista era solitamente il folle isolato che minava all’ordine stravolgendolo completamente nell’interno, con L’agente segreto, invece, non è chiaro fino in fondo quale sia la parte buona o quella cattiva, ponendo tutta la storia su un’indicibilità tra terrorismo e contro-terrorismo. L’autore non sta solo parodiando il punto di vista rivoluzionario, ma sta anche mostrando al lettore la simmetria tra i rappresentanti dell’ordine e quelli del disordine: ne è un esempio l’Ambasciata sovietica, dove la legge – rappresentata dal vice ispettore Vladimir – è potentemente collusa con l’azione sovversiva e quindi scevra da qualsiasi forma di integrità. Lo sporco dei personaggi si confonde inesorabilmente con l’uggiosità e la lordura che abitano anche la città di Londra, eppure, in questo scenario quasi nefasto, si inserisce anche uno spiraglio di denuncia politica e sociale: in che modo il potere può riscattarsi una volta che è stato toccato dall’amoralità?

«Non sarò mai arrestato. Il gioco non è all’altezza di nessuno di quei poliziotti. Affrontare un uomo come me, richiede del vero eroismo senza speranza di gloria alcuna.»

L’abilità di Conrad non sta solamente nel creare un libro che da molti è stato considerato “un precursore” della letteratura moderna, ma anche un testo in grado di scandagliare le problematicità dell’uomo in rapporto con il pericoloso. Ne L’Agente segreto la trama ruota attorno a un grandissimo vuoto: l’assenza dell’attentato, che non è mai totalmente rappresentato, ma descritto attraverso narrazioni indirette quali notizie giornalistiche o testimonianze personali. Questa mancanza è anche il focus dell’intero testo, soprattutto perché Conrad, da bravo scrittore e “studioso”, coniuga il suo testo, oltreché nella Storia, anche all’interno di un periodo di avanguardia culturale – un decostruzionismo basato essenzialmente sul carattere distruttivo dell’opera d’arte, come accade con il Dadaismo e il Futurismo – in cui anche il linguaggio è reso al minimo e composto sul “nulla”. Ma dietro questo nulla riesce  sempre e comunque a nascondersi un indicibile orrore.

La vetrina conteneva fotografie di ballerine più o meno svestite; non ben identificati pacchetti di involucri che facevano pensare a confezioni medicinali; buste chiuse di carta gialla, molto sottili, e con il prezzo di due scellini e sei pence marcato in grosse cifre nere; qualche numero di vecchi fumetti francesi che penzolavano da una cordicella come fossero stati stesi ad asciugare; un bricco sbiadito di porcellana celeste, uno scrigno di legno nero, bottigliette di inchiostro e vecchi timbri; alcuni libri con titoli che alludevano indecenti; qualche copia di giornale sconosciuto stampato alla meglio, con titoli quali La Torcia, o Il Gong, titoli stimolanti.

Adolf Verloc, il protagonista della vicenda, ha una doppia vita: apparentemente gestisce un negozio di cianfrusaglie (perlopiù a sfondo erotico) a Londra, ma ufficialmente è una spia al servizio dell’Ambasciata russa e della polizia britannica. Dovrebbe essere un uomo spavaldo e sicuro di sé, eppure la sua natura da inetto non solo gli compromette il lavoro da agente segreto, ma anche la sua relazione con Winnie, una donna che si è unita in matrimonio a lui non per amore, ma semplicemente “per comodità”. Il fatto è che Winnie è più legata al fratello Stevie – affetto da un ritardo mentale – piuttosto che al marito, e la tensione che si instaura tra i due è un sentimento che si rende “palpabile” già fin dalle prime pagine del libro. Il rapporto tra i due coniugi non è la sola miccia pronta a saltare in aria da un momento all’altro, ma è certamente accompagnata anche dalla vicenda che ruota attorno al povero e ingenuo Stevie. Il suo ruolo marginale (e simultaneamente essenziale) descrive il carattere “degenerativo” dell’intera trama; i cerchi concentrici che disegna costantemente sui fogli di carta non simboleggiano solamente la confusione labirintica di Londra – a maggior ragione in quegli anni, in cui gli anarchici la occupavano realmente -, ma anche il turbinio psicologico in cui sono coinvolti i personaggi stessi a partire da quello che viene definito l’Attentato. In realtà, questi segni, rappresentano il modello dominante dell’intero romanzo: un vorticoso percorso in cui le situazioni sono destinate a ritornare e a ripetersi senza che ci sia un effettivo raggiungimento di una soluzione.

Mr. Verloc, alzandosi con pesante riluttanza dal divano, aprì la porta verso la cucina per lasciare entrare un po’ d’aria, rivelando così la presenza dell’innocente Stevie, seduto buono e tranquillo ad un tavolo di legno, intento a disegnare circoli, circoli, innumerevoli circoli, concentrici, eccentrici, un vortice impazzito di circoli, che attraverso una molteplicità intricata o curve ripetute, uniformità di forme, e una confusione di linee intersecatesi tra loro, suggeriva una riproduzione del caos cosmico, il simbolismo di un’arte folle che tenta l’inconcepibile.

I riferimenti a Lombroso («Se leggi Lombroso…») e a Freud sono la cartina di tornasole di un mondo destinato a deflagrare su se stesso. Se il romanzo può essere definito un capostipite del genere “dello spionaggio”, è certo anche che da quest’ultimo si differenzi soprattutto per la grande crisi a cui viene sottoposto il concetto di verità. Quella de L’agente segreto è una storia in cui la matassa dei misteri non si sbroglia affatto, anzi è destinata ad attorcigliarsi ancora di più, annodandosi addirittura su se stessa. Ciò che mette in scena Conrad è una tragedia pubblica che ha delle ripercussioni potenti anche sulla sfera privata: la dimensione personale e collettiva interagiscono tra di loro su un terreno comune che coinvolge e sconvolge soprattutto l’innocenza di Stevie, come anche l’intimità della casa dei Verloc. Quello che dovrebbe essere un luogo di protezione inviolabile da qualunque estraneo, infatti, si rivela essere in realtà immischiato con la morte e la corruzione: succede con la vetrina costellata da fotografie di donne svestite o libri indecenti, e pure con il retro del negozio che si scopre essere null’altro che un ritrovo per gli anarchici locali. 

Chiuse la porta alle loro spalle con violenza trattenuta, girò la chiave, tirò il paletto. Non era soddisfatto dei suoi amici. Alla luce della filosofia dinamitarda di Mr. Vladimir apparivano disperatamente futili. Poiché la parte di Mr. Verloc nella politica rivoluzionaria era stata fino ad allora quella di osservare, non poteva tutto ad un tratto, che fosse in casa propria o in più vaste riunioni prendere l’iniziativa dell’azione. Doveva stare attento.

Quello che più colpisce di questo testo è sicuramente il modo in cui l’autore  racconta vicende, situazioni e personaggi. Urge una premessa fondamentale: per Joseph Conrad, l’inglese – lingua in cui è stato scritto L’agente segreto – era addirittura un idioma appreso, non ufficiale, che veniva sicuramente dopo il polacco – suo per appartenenza familiare – e il francese. Detto questo, è inverosimile pensare a come abilmente abbia reso sensazioni quali lo smarrimento, l’inquietudine, la degenerazione o, addirittura, la concitazione della metropoli britannica in relazione ai suoi abitanti. La suspense che si sente soprattutto nella centralità del romanzo è qualcosa che non può passare inosservata, a maggior ragione se si considera che è proprio quella a conferire il suo maggiore successo. Il personaggio cardine? Non me ne voglia il protagonista, ma Winnie Verloc è un brulicante serbatoio di melodramma e follia in cui si riflette la disperazione tipica di chi non riesce a trovare una via d’uscita. Eppure la sua afflizione conserva sempre una punta di assoluta razionalità: la critica l’ha definita l’unica vera anarchica della storia, e come non condividere questa posizione se la sua compostezza collide fortemente con l’impreparazione di chi l’anarchia dovrebbe rappresentarla davvero. La radiografia della società ipotizzata da Conrad ha un esito catastrofista e ineluttabile: non è un caso che sia proprio la figura del Professore a comparire per ultima nel testo, quasi a dire “è così che deve andare a finire”.

È intanto l’incorruttibile Professore camminava a sua volta, distogliendo gli occhi dalla folla odiosa dell’umanità. Non aveva futuro. Nè lo volev. Egli era forte. Con il pensiero accarezzava immagini di rovina e distruzione. Camminava fragile, insignificante, trascurato e miserabile… e terribile nella semplicità della sua idea, che si appellava alla follia e alla disperazione per la rigenerazione del mondo. Nessuno lo guardava. Passava oltre, insospettato e malefico, come la peste nella strada affollata di esseri umani. 

Curiosità. 1) Ellen e Lydia Rossetti, oltre ad aver scritto nel 1903 A Girl Among The Anarchists (“Una ragazza tra gli anarchici”, con lo pseudonimo di Isabel Meredith), sono anche state le editrici della rivista The Torch, “La Torcia”, non solo citata da Joseph Conrad nel primo capitolo de L’agente segreto, ma addirittura esposta nella vetrina del signor Verloc ed “eletta” a un punto riferimento totale per tutto il testo. 2) Il fallito attentato a Greenwich da parte di Martial Bourdin ha un grosso impatto sulla stampa dell’epoca: colpire quel luogo significava minare nel profondo il simbolo della scienza, ma soprattutto – a partire dal 1880, quando una conferenza a Washington ha deciso di fissare il meridiano 0 – anche l’emblema del “tempo pubblico e uniforme”. Ecco perché, con l’attacco alle Torri Gemelle, il romanzo di Conrad è stato visto da molti come incredibilmente profetico, ossia un grande anticipatore di quello che è stato un colpo basso al cuore del tempo del moderno. 3) Io ho scritto questa recensione basandomi sull’edizione integrale dei “Grandi Tascabili Economici Newton”; non so che edizione abbiate in mano, ma evitate di leggere la prefazione (almeno fino a quando avete ultimato la lettura) perché nel saggio critico di Walter Mauro viene rivelato lo svolgersi integrale dei fatti. Per di più, in questa versione ho riscontrato diversi refusi.

Parole chiave:

  • 15 febbraio 1894: la storia che racconta Joseph Conrad prende le mosse proprio da questo giorno, quando Martial Bourdin muore accidentalmente in un fallito attentato all’osservatorio di Greenwich. L’evento storico e la storia familiare raccontata nel libro (Martial Bourdin come Stevie, la sorella dell’attentatore come Mrs. Verloc) si intrecciano profondamente producendo delle analogie davvero interessanti e che si sbrogliano nel corso delle pagine.
  • Il professore: personaggio inquietante e significativo, simbolo puro della morte; gira tutto il tempo per Londra con una bomba addosso e senza mostrare il minimo timore per quello che potrebbe accadere. È un “detonatore vivente” che manifesta la sua potenza nell’ipotetica ed eventuale autodistruzione.
  • Psicologia: L’Agente segreto è prima di tutto un romanzo in cui genere spionistico e giallo si mescolano, ma anche una accurata analisi psicologica dei personaggi che lo compongono.
  • Luce e ombra: la dicotomia che si insinua nel romanzo, un contrasto che il lettore coglie negli eventi e nei personaggi, soprattutto nel nucleo famigliare degli stessi signori Verloc. In questa battaglia, però, solo uno degli elementi è destinato a vincere: un’ombra che annerisce l’intera Londra nella più totale indifferenza.
  • Terrorismo: Conrad coglie il carattere “prismatico” del terrorismo, descrivendolo come qualcosa che non ha solo una faccia ma più volti. Sceglie questo tema anche per una ragione storicamente concreta: verso la fine del XIX secolo in Europa, il terrorismo ha conosciuto una così forte impennata da diventare quasi fenomeno endemico (che da quegli anni si è prolungato fino ad oggi).

Voto: 4 segnalibri su 5

L'agente segreto

Titolo: L’agente segreto
Autore: Joseph Conrad
Editore: Giunti 
Lunghezza: 384 pagine
Prezzo: 8 euro
Trama: Londra 1894: Verloc conduce una vita tranquilla insieme alla moglie Winnie con cui gestisce un piccolo negozio; con loro vive anche Stevie, fratello minore di Winnie. Solo una facciata di apparente normalità perché Verloc ha qualcosa da nascondere. Da anni lavora come agente segreto per il governo del suo paese che lo ha incaricato di infiltrarsi in un gruppo di anarchici e di organizzare un attentato. Costretto ad agire nel silenzio, convince Stevie ad aiutarlo, senza immaginare che questa scelta metterà in moto una serie di conseguenze drammatiche… Anarchici e terroristi, servizi segreti e ambasciate, storie misteriose e drammi umani si dipanano in una trama avvincente che trae ispirazione da un episodio realmente accaduto. Un capolavoro della spy story inglese che si trasforma in un fosco racconto psicologico.
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