DAL MONDO DELLA LETTERATURA

Virginia Woolf e le sue “fasi” di scrittura

Virginia Woolf si può considerare una delle più grandi scrittrici d’avanguardia del Novecento. Tanti critici l’hanno affiancata a Marcel Proust e James Joyce, ma di entrambi lei stessa aveva delle opinioni notevolmente discordanti: il primo lo amava per la psicologia con cui delineava i personaggi all’interno dei suoi testi e per la spiccata interiorità, il secondo invece lo aborriva ritenendolo detentore di «vortici di oscenità» (si racconta addirittura che un’amica le portò da visionare l’Ulysses pensando che potesse ritenerlo un capolavoro, ma la Woolf lo glissò così rapidamente da non lasciare spazio a ripensamenti).

Ho terminato l’Ulisse e mi sembra un colpo mancato. Genio ne ha, direi, ma di una purezza inferiore. Il libro è prolisso. È torbido. È pretenzioso. È plebeo, non solo nel senso di ovvio, ma nel senso letterario. Uno scrittore di classe, voglio dire, rispetta troppo la scrittura per ammettere le trovate, le sorprese, le bravure. Mi ricorda continuamente un collegiale inesperto, pieno di spirito e di ingegno, ma talmente conscio di sé, talmente egocentrico che perde la testa, diventa stravagante, manierato, chiassoso, smanioso, desta pietà nelle persone benevole, e in quelle severe semplice noia; e si spera che gli anni lo guariscano; ma poiché Joyce ne ha quaranta sembra poco probabile.

L’esperienza critica a cui si avvicinò sin da giovanissima la condusse a meditare sulla letteratura e a concepirla come un’attività che necessitasse di un “cambiamento di rotta”: il romanzo tradizionale ottocentesco non corrispondeva più all’ambiente culturale del Novecento, ancora meno all’essere umano di cui raccontava. Il suo modo di scrivere ha sperimentato il mutamento di un pensiero che sembrava ormai aver messo radici profonde all’interno di una società destinata irrimediabilmente alla staticità, e allo stesso tempo ha riflettuto i sentimenti come se fosse uno specchio rivolto verso il mondo. Virginia Woolf raccontava molto di sé attraverso i suoi personaggi, ma soprattutto portava alla luce la sua vita. Scrivere per lei significava rapportarsi costantemente con la realtà quotidiana e sociale in cui si trovava. Si metteva a nudo, ma non totalmente: come la luna custodiva gelosamente dentro di sé un lato che non mostrava facilmente agli altri (probabilmente lo stesso che poi l’ha condotta a una morte precoce). Equamente divisa tra l’essere una romanziera forte e una persona fragile, la Woolf si può dire abbia disseminato nei suoi testi diverse fasi di scrittura, un po’ quasi come le epoche vissute dalla protagonista del suo Orlando.

Scrittura come varco per i suoi deliri, per le sue buie crisi depressive e maniacali. A questa corrispondono soprattutto i suoi esordi (La crociera, Notte e giorno): non solo ancora fissi notevolmente nella tradizione, ma anche scritti più come una sorta di esercitazione piuttosto che come il frutto di un lavoro da scrittrice vera e propria.

Scrittura come aspetto intimista dell’esistenza. È questo il caso de La camera di Giacobbe, un testo ispirato e dedicato al fratello Thoby scomparso prematuramente e a cui ha attinto per certi frammenti-ricordo. Verso gli anni Venti del Novecento, la Woolf elaborò una visione della vita che la condusse a scegliere come principale espressione scrittoria proprio il monologo interiore, forse per cercare un senso di maggiore “fluidità” all’interno dei testi. I suoi personaggi, in questa fase, raramente sono racchiusi entro contorni fissi, piuttosto sono avvolti da un senso di mistero che li fa apparire al lettore quasi come delle entità che vanno ben oltre il “carne ed ossa”. A questo periodo appartengono Gita al faro (considerato il suo capolavoro) e La signora Dalloway. Leggendo questi romanzi ci si accorge come l’autrice abbia scelto consapevolmente l’interiorità proprio per scandagliare e sezionare a fondo ciascun personaggio, evidenziandone soprattutto ricordi, desideri e sogni (un modello che ha attinto da Proust). Intorno al 1924, la sua ribellione contro il romanzo tradizionale la portò a prendere sempre più coscienza del suo talento femminile, il che le permise anche di fare di piccoli elementi di realtà quotidiana qualcosa di eccezionale. «Virginia decise di scrivere secondo quanto lei, donna e “sopraffatta dalla poesia della vita”, sentiva la vita: “un alone luminoso avvolgente la coscienza”, senza più farsi ricattare, per sfide concorrenziali di parità con l’uomo, dai modelli maschili di romanzo.» Il personaggio di Clarissa Dalloway è stato indubbiamente la massima espressione di questo pensiero: una protagonista creativa e femminile tesa a tessere rapporti sociali e a vivere la sua esistenza senza remore, ma contrapposta comunque alla morte (da sempre anche compagna instancabile della Woolf) e incarnata nella figura del reduce di guerra Septimus Warren Smith. Questo romanzo riveste per la Woolf una enorme importanza: non è solo un prolungamento della sua “voce” – in cui persona, autrice e personaggio corrispondono -, ma anche un resoconto dei pensieri che hanno occupato la sua vita: «ma a me piace passare dall’una all’altra stanza illuminata; tale è per me il mio cervello, stanze illuminate; e le passeggiate nei campi sono i corridoi».

Scrittura come sradicamento dalla rigida connessione sociale tra identità sessuale e ruolo. L’emblema di questa fase è sicuramente Orlando, testo ispiratole da Vita Sackville-West (aristocratica lesbica di cui si era invaghita) e che racconta in maniera brillante la vita di un personaggio, prima uomo e poi donna, in grado di “traslare” nel tempo e di attraversare diversi secoli di cultura e storia inglese.

Scrittura puramente femminista. Il femminismo è attecchito nella Woolf su dolori preesistenti, come i sensi di oppressione e di esclusione vissuti nella società patriarcale a cui è stata costretta fin da ragazzina. Una stanza tutta per sé (1929) affonda le sue radici in due conferenze dal titolo “Le donne e la narrativa”, tenute proprio dalla scrittrice a delle studentesse di Cambridge nel 1928. Il suo intervento era mirato a suggerir loro di acquisire velocemente una indipendenza economica e una “camera propria”, non solo nel senso letterale del termine, ma anche come metafora della ricerca di un metodo per poter esprimere al meglio la personalità. A queste speciali lezioni corrispondevano anche temi quali i limiti della cultura e della creatività femminile in contrapposizione alla morale maschile, ma anche le problematiche della letteratura “rosa” in generale. Secondo la Woolf bisognava scrivere da donne ma dimenticandosi di esserlo, insomma: si doveva scrivere con una mente “androgina” (come aveva sostenuto Samuel Taylor Coleridge, citato per giunta nel saggio come grande ispiratore).

Scrittura “chiusa” e che racconta soprattutto gli spazi mentali. L’incubo del Nazismo e della guerra (passata e imminente) hanno portato Virginia Woolf ad abbandonare la lirica aperta per soffermarsi soprattutto su personaggi ben distinti e individuali, quelli raccontati ne Le onde. È uno dei suoi romanzi più sperimentali, complice anche il fatto che è strutturato sotto forma di soliloquio. I protagonisti sono solo apparentemente distinti l’uno dall’altro, perché il loro isolamento, invero, è ciò che li rende una sorta di comunità. L’onda è l’elemento naturale che più caratterizza questo periodo, ma anche l’individuo stesso: unico e simultaneamente inseparabile con il resto dell’umanità; simbolo dello scorrere della vita, del tempo e della morte.

Scrittura pacificista coinvolta dai fatti brutali della guerra. Sebbene stimolata da numerosi accadimenti esterni, la Woolf non ha mai scritto libri che raccontassero di fatti storici. In questo fase si possono inserire Tre ghinee (ancora imperniato di riferimenti all’esclusione sociale femminile e al rigido controllo patriarcale) e Fra gli atti (che racconta, con nostalgia, la civiltà rurale inglese che si rapporta agli inevitabili mutamenti che avverranno dopo la guerra).

«Non faccio che udire voci e so che questa volta non ne uscirò. Ho lottato ma non ce la faccio più». Virginia Woolf è morta suicida il 28 marzo del 1941, e anche nei suoi deliri non ha mancato fino all’ultimo della lucidità che l’ha contraddistinta. Gli anni della guerra, fatti di fascismi, maschilismo e aggressività hanno fatto un pò calare il sipario sulla sua scrittura, ma l’ondata di fervente femminismo (che ha riguardato soprattutto le lotte per avere il voto politico, l’accesso alle università, l’importanza della carriera e di una indipendenza economica) ha avuto eco anche nelle battaglie degli anni Settanta del Novecento per strappare via definitivamente via quei cerotti di oppressione che avevano relegato le donne in un angolo per fin troppo tempo. Impossibile non considerare Virginia Woolf come madre spirituale dell’attivismo femminile di oggi, senza dimenticare affatto il suo ruolo da brillante autrice: non solo dotata di grande sensibilità scrittoria, ma anche in grado di evolvere il suo approccio alla parola a seconda dei tempi e delle circostanze.

Per saperne di più

Diario di una scrittrice
La copertina

Titolo: Diario di una scrittrice
Autore: Virginia Woolf; G. De Carlo (traduttore)
Editore: Minimum Fax
Lunghezza: 489 pagine
Prezzo: 18 euro
Trama: Nel 1941, dopo aver dato alla letteratura del Novecento alcune delle sue opere più belle, Virginia Woolf si toglie la vita annegandosi nel fiume Ouse. Nel 1958 Leonard Woolf decide di raccogliere in volume una selezione tratta dai diari della moglie, incentrata su tutto ciò che riguarda lo scrivere e la sua attività di romanziera e critica letteraria. Ne esce un testo affascinante e ricco di sfaccettature: nella sua quotidiana “mezz’ora dopo il tè” dedicata al diario, che considera al tempo stesso un modo per esercitarsi e un messaggio diretto alla se stessa di domani, la Woolf intreccia riflessioni legate ai testi che sta scrivendo o leggendo, appunti di carattere stilistico o strutturale, descrizioni di luoghi, amici ed eventi pubblici o privati, ma anche le amare considerazioni su un mondo lacerato dalla guerra, l’alternarsi tra sfiducia e orgoglio per il proprio lavoro e gli accenni alla tortura delle crisi nervose, sempre più frequenti col passare degli anni. A metà strada fra letteratura e vita, queste pagine offrono la rappresentazione penetrante di un’autrice simbolo e della sua epoca. Il volume raccoglie gli interventi critici di Valeria Parrella (su “Orlando”), di Elena Stancanelli (su “La signora Dalloway”) e di Carola Susani (su “Gita al faro”).
Per acquistarlo: clicca qui

2 pensieri riguardo “Virginia Woolf e le sue “fasi” di scrittura

    1. Io la sto approfondendo solo ultimamente, ed è una fonte continua di scoperte. È un peccato che “Diario di una scrittrice” sia difficile da reperire, perché quel testo sarebbe un bellissimo punto di partenza per cominciare a conoscere Virginia Woolf. 😊

      "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...