Primo Levi e i colori del Lager

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Immagine presa dal web

Primo Levi è uno di quegli autori imprescindibili: da leggere per conoscere e per conoscerlo, da leggere per ricordare, da leggere per “guardare”. Partigiano, intellettuale, deportato e poi sopravvissuto, chimico, scrittore e soprattutto osservatore. I suoi occhi sono prima di tutto quelli di uno scienziato razionale che guarda il mondo da dietro gli occhiali di protezione in laboratorio – come richiede il suo lavoro – ma anche quelli di un autore legato ai particolari e capace di imbastire narrazioni che spaziano dal vissuto personale all’immaginazione (come accade ad esempio con i racconti). Tanti sono i dettagli che arricchiscono e attraversano le storie che Levi racconta, e quasi tutti hanno un minimo comune denominatore: i colori. Suona quasi strano immaginare come colorate due opere che, a posteriori, sono diventate il simbolo di quella che è stata l’atrocità della deportazione, eppure in Se questo è un uomo e La tregua le sfumature sono molteplici.

La sua opera d’esordio – rifiutata più volte prima di essere pubblicata definitivamente nel 1947 e poi, in versione più ampliata, nel 1958 – è un racconto memorialistico sulla permanenza dell’autore torinese a Monowitz, uno dei campi di concentramento “satellite” di Auschwitz. Se questo è un uomo doveva chiamarsi in realtà I sommersi e i salvati, ma il titolo venne modificato su ispirazione della preghiera ebraica della Shemà (traduzione: “Ascolta”), i cui versi riecheggiano anche nell’epigrafe contenuta a inizio romanzo (“Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case”). 

Primo Levi fu catturato dalla milizia fascista nel dicembre del 1943 e arrivò ad Auschwitz III nel febbraio 1944. La sua permanenza in quella fabbrica di morte durò all’incirca un anno, ma quel lasso di tempo fu sufficiente per generare in lui un senso di profonda disumanizzazione. Dei 650 ebrei arrivati al campo di concentramento insieme al chimico torinese, sopravvissero in venti: a posteriori – ma anche all’interno di Se questo è un uomo – Levi spiega che la sua resistenza fu da attribuire soprattutto alla sua mansione in laboratorio, una posizione privilegiata che gli permise di non soffrire troppo il freddo e la fame come invece capitò ad altri deportati. Furono proprio le sue vesti di chimico/scienziato a salvarlo, e questo suo fare razionale è anche il motore che muove i toni della sua scrittura. Il Lager – sempre scritto con la lettera maiuscola – è ricordato con un tale distacco da apparire quasi surreale, ma per l’autore torinese è solo in questo modo che quegli orrori possono essere compresi e raccontati. Tutto quello è avvenuto, tutto quello deve essere raccontato, tutto quello deve essere ricordato.

Il viaggio iniziale del chimico/scrittore verso il campo di concentramento, iniziato con i colori di una spettrale alba di neve, non è da considerarsi solamente un tragitto svolto durante il nero della notte, ma anche – e soprattutto – in un progressivo incedere nel buio dell’umanità operato dai tedeschi. 

E venne la notte, e fu una notte tale, che si conobbe che occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere. Tutti sentirono questo: nessuno dei guardiani, né italiani né tedeschi, ebbe animo di venire a vedere che cosa fanno gli uomini quando sanno di dover morire. [Se questo è un uomo, p. 13]

Le sue parole trasmettono l’idea di un percorso che rappresenta lo sbiadirsi di una vita normale per lasciare spazio alle lugubri tonalità che sembrano stridere fortemente con la “scritta vivamente illuminata” posta all’ingresso del Lager. Il nero è quello della notte che inghiotte con i suoi incubi, quello dei cattivi pensieri e dell’inferno, ma anche quello metaforico della “sopravvivenza” che va ricondotto alla “borsa nera”, l’economia di sussistenza che prescinde le regole e si affianca alla legalità del campo di concentramento. Levi è molto attento a presentarci la “borsa nera” come la borsa della miseria e della fame in cui ogni cosa, dal grasso nero delle scarpe agli inchiostri colorati, può rivelarsi utile per sperare di rimanere in vita. C’è chi vende il tabacco, chi le coperture d’oro dei denti, ma il motore che manda avanti questo mercato ufficioso (ma tollerato) è soprattutto il pane, la fonte primaria di sopravvivenza per tutti.

Infine, il Ka-Be è il principale cliente e ricettatore dei furti consumati in Buna: della zuppa destinata al Ka-Be, ben venti litri ogni giorno sono preventivati come fondo-furti per l’acquisto dagli specialisti degli articoli più svariati. C’è chi ruba tubo sottile di gomma, che viene utilizzato in Ka-Be per gli enteroclismi e le sonde gastriche; chi viene a offrire matite e inchiostri colorati, richiesti per la complicata contabilità della fureria del Ka-Be; e termometri, e vetreria, e reagenti chimici, che escono dai magazzini della Buna nelle tasche degli Häftlinge e trovano impiego nell’infermeria come materiale sanitario. [Se questo è un uomo, p. 77]

Altri riferimenti ai colori vengono fatti quando Primo Levi si trova a contatto con gli elementi naturali e deve descrivere ciò che stanno guardando i suoi occhi. Sebbene l’autore non compia generalmente approfondite descrizioni paesaggistiche, in alcune parti di Se questo è un uomo e La tregua il contesto è reso attraverso delle chiare tonalità di colore che, alle volte, suonano così belle da risultare quasi poetiche:

La luce del giorno svaniva con estrema lentezza, prima rosea, poi viola, poi grigia; seguì lo splendore argenteo di un tiepido plenilunio. [Se questo è un uomo, p. 241]

Leggendo in successione i due testi, appare impossibile non notare quanto l’ambiente intorno a lui si modifichi proprio in relazione al suo stato di prigionia o libertà. Se ne La tregua le tonalità sono più calde e ricche di verdi che denotano la presenza di vegetazione e natura, quelle presenti in Se questo è un uomo, invece, sembrano fredde e tendenti a descrivere prevalentemente un paesaggio che non ha nulla di vivo e che si confonde con il luogo di morte che è il Lager. Ne sono un esempio il “vortice di truci nubi sanguigne”, “il cielo bianco”, ma anche i paesaggi invernali che lui descrive attraverso la “neve azzurra e gelida dell’alba”, i “deformi ghiaccioli azzurri” e la “pianura […] bianca a perdita d’occhio”. Presi singolarmente (e decontestualizzati) questi colori non sembrano descrivere affatto la terribile esperienza della deportazione, piuttosto richiamano alla mente qualcosa di calmo. Ma questo è sicuramente un senso di tranquillità solo apparente: non solo sono accostati a una stagione fredda e pungente come l’inverno – temuta moltissimo dai deportati -, ma rappresentano anche un chiarore destinato a svanire, quasi schiacciato, sotto la pesantezza scura dell’esperienza all’interno del Lager. In questo luogo di privazione e assenza, i colori sono anche utilizzati per due opposte funzioni: omologare e differenziare. Da un lato ci sono i deportati nel loro vestito a righe, tutti simili a loro stessi, mentre dall’altro si trovano il tatuaggio “trapunto in segni azzurrognoli sotto l’epidermide” e, soprattutto, i triangoli colorati che permettevano alle SS di distinguere i prigionieri in categorie.

Abbiamo ben presto imparato che gli ospiti del Lager sono distinti in tre categorie: i criminali, i politici e gli ebrei. Tutti sono vestiti a righe, sono tutti Häftlinge, ma i criminali portano accanto al numero, cucito sulla giacca, un triangolo verde; i politici un triangolo rosso; gli ebrei, che costituiscono la grande maggioranza, portano la stella ebraica, rossa e gialla. Le SS ci sono, sì, ma poche, e fuori del campo, e si vedono relativamente di rado: i nostri padroni effettivi sono i triangoli verdi, i quali hanno mano libera su di noi, e inoltre quelli fra le due altre categorie che si prestano ad assecondarli: i quali non sono pochi. [Se questo è un uomo, p. 28]

Levi non si sofferma soltanto a delineare i colori indossati dalle persone che “abitano” il Lager, ma presta attenzione anche a quelli contenuti nella topografia di quest’ultimo. Un esempio può essere offerto dalla descrizione delle unità abitative, i Blocks:

I comuni Blocks di abitazione sono divisi in due locali; in uno (Tagesraum) vive il capobaracca con i suoi amici: v’è un lungo tavolo, sedie, panche; ovunque una quantità di strani oggetti dai colori vivaci, fotografie, ritagli di riviste, disegni, fiori finti, soprammobili; sulle pareti, grandi scritte, proverbi e poesiole inneggianti all’ordine, alla disciplina, all’igiene; in un angolo, una vetrina con gli attrezzi del Blockfrisör (barbiere autorizzato), i mestoli per distribuire la zuppa e due nerbi di gomma, quello pieno e quello vuoto, per mantenere la disciplina medesima. [Se questo è un uomo, pp. 27-28]

Lo scrittore, in questo caso, non specifica quali colori abbia davanti a sè; il suo ruolo è “soltanto” quello di un notevole osservatore che lascia al lettore il compito di immaginare dove si stia posando il suo sguardo. Ogni sfumatura degli oggetti sopra elencati si oppone nettamente al grigiore sovrastante del Lager, eppure tutti quanti sembrano essere il frutto di una scelta consapevole e ponderata: solo chi comandava poteva permettersi un tenore di vita del genere e, soprattutto, di essere qualcuno meritevole di avere dei ricordi e una “personalità”, ai prigionieri invece era destinata la completa spersonalizzazione (se non addirittura la sparizione):

In questo Ka-Be, parentesi di relativa pace, abbiamo imparato che la nostra personalità è fragile, è molto più in pericolo che non la nostra vita; e i savi antichi, invece di ammonirci «ricordati che devi morire», meglio avrebbero fatto a ricordarci questo maggior pericolo che ci minaccia. Se dall’interno del Lager un messaggio avesse potuto trapelare agli uomini liberi, sarebbe stato questo: fate di non subire nelle vostre case ciò che a noi viene inflitto qui. [Se questo è un uomo, p. 48]

In Se questo è un uomo e La tregua sono presenti anche dei riferimenti all’arte, e neppure quest’ultima è esente dai colori. Come mostra la descrizione del lavatoio del Lager presente nel primo romanzo, Levi nota l’esistenza di alcuni affreschi che, però, non fanno altro che suscitare un certo disappunto, se non soggezione e negatività:

Le pareti sono decorate da curiosi affreschi didascalici: vi si vede ad esempio lo Häftling buono, effigiato nudo fino alla cintola, in atto di insaponarsi diligentemente il cranio ben tosato e roseo, e lo Häftling cattivo, dal naso fortemente semitico e dal colorito verdastro, il quale, tutto infagottato negli abiti vistosamente macchiati, e col berretto in testa, immerge cautamente un dito nell’acqua del lavandino. Sotto al primo sta scritto: «So bist du rein» (così sei pulito), e sotto al secondo: «So gehst du ein» (così vai in rovina); e più in basso, in dubbio francese ma in caratteri gotici: «La propreté, c’est la sante». Sulla parete opposta campeggia un enorme pidocchio bianco rosso e nero, con la scritta: «Eine Laus, dein Tod» (un pidocchio è la tua morte), e il distico ispirato: Nach dem Abort, vor dem Essen, Hände waschen, nicht vergessen (Dopo la latrina, prima di mangiare, lavati le mani, non dimenticare). [Se questo è un uomo, p. 34]

Questa che descrive Levi non è un’arte compiuta per essere guardata e fruita, ma per rappresentare un “manuale di regole”; ecco perché sulle pareti capeggiano le contrapposizioni tra bene e male oppure tra buono e cattivo. Le due figure dipinte, in tale contesto, servono per far cogliere nell’immediatezza (ma anche a tutti, nella lingua universale delle immagini) cosa fare e non fare: l’azione giusta è rappresentata attraverso il tenue colore “roseo”, il gesto sbagliato con il dispregiativo “verdastro”. Parlando, invece, de La tregua, i rimandi all’arte sono soprattutto presenti in due occasioni: la prima ha come sfondo una delle tappe toccate dall’autore torinese durante il viaggio di ritorno, mentre la seconda rimanda all’episodio di uno spettacolo offerto dai russi dell’Armata Rossa, quelli passati alla storia come liberatori del campo di concentramento. Con i tedeschi in fuga e quasi ogni cosa trafugata, Primo Levi si ritrova a osservare l’evocativa platea di un teatro e gli affreschi che la costellano, alcune delle poche cose che le truppe tedesche non erano riuscite a portare via. 

Ma non avevano potuto asportare gli indimenticabili affreschi che ricoprivano le pareti interne: opere di qualche anonimo poeta-soldato, ingenue, forti e grezze. tre cavalieri giganti, armati di spade, elmi e mazze, fermi su un’altura, in atto di spingere lo sguardo per uno sterminato orizzonte di terre vergini da conquistare. Stalin, Lenin, Molotov, riprodotti con affetto reverente nelle intenzioni, con audacia sacrilega negli affetti, e riconoscibili precipuamente e rispettivamente per i baffoni la barbetta e gli occhiali. Un ragno immondo, al centro di una ragnatela grande come la parete: ha un ciuffo nero di traverso fra gli occhi, una svastica sulla groppa, e sotto sta scritto: «Morte agli invasori hitleriani». Un sodato sovietico in catene, alto e biondo, che leva una mano ammanettata a giudicare i suoi giudici: e questi, a centinaia, tutti contro uno, seduti sugli scanni di un tribunale-anfiteatro, sono degli schifosi uomini insetti, dalle facce gialle e grigie, adunche, travolte, macabre come teschi, e si ritraggono l’uno contro l’altro come lemuri che fuggano la luce, respinti nel nulla dal gesto profetico dell’eroe prigioniero. [La tregua, pp. 250-51]

L’attenzione rivolta alle caratteristiche fisiche – come i baffi o i volti grigi e gialli – si colgono anche nel capitolo de La tregua “Victory Day”, quando Levi si ritrova ad assistere allo spettacolo teatrale messo in piedi dai russi per i festeggiamenti della vittoria. Di questo momento l’autore scrive delle doti fantastiche e reverenziali di Galina, una ragazza “rossa in viso come un pomodoro”, oppure di Vanka Vstanka con il suo “viso impiastricciato di cipria bianca e rosea”. In questo contesto, a differenza della prigionia costantemente provata all’interno del Lager, Primo Levi riesce a sentire un senso di calore e libertà che sembrava aver dimenticato (ma che di certo non sarà facile da mantenere nell’animo). Tra tutte le sfumature citate finora, però, la più significativa – anche per spiegare profondamente una grossa parentesi del suo vissuto – rimane indubbiamente il grigio. Questo colore (ma anche non colore) è enormemente presente nei ricordi della sua permanenza nel Lager e si può concepire anche come rimando a numerosi altri elementi. A partire dal cibo, con il pane chiamato “il sacro blocchetto grigio”, passando per il “futuro grigio e inarticolato”, tutto ha questa tonalità, perfino il corpo che subisce una metamorfosi e il grigio addosso alle persone si confonde con il giallo della malattia:

Spingo vagoni, lavoro di pala, mi fiacco alla pioggia, tremo al vento; già il mio stesso corpo non è più mio: ho il ventre gonfio e le membra stecchite, il viso tumido al mattino e incavato a sera; qualcuno fra noi ha la pelle gialla, qualche altro grigia: quando non ci vediamo per tre o quattro giorni, stentiamo a riconoscerci l’un l’altro. [Se questo è un uomo, p. 32]

Anche i deportati e i soldati tedeschi sono descritti con lo stesso colore dallo scrittore: i primi sono visti come una “schiera grigia” o come tutti “grigi e identici”, mentre i secondi rappresentati con le parole “una sola grigia macchina”. Nonostante questo, le truppe tedesche e i “Kapos” non vogliono (e non devono) essere confusi con quella che ritengono essere una razza inferiore, proprio come dimostra questo stralcio preso dal capitolo “Esame di chimica”:

Per rientrare alla Bude, bisogna attraversare uno spiazzo ingombro di travi e di tralicci metallici accatastati. Il cavo d’acciaio di un argano taglia la strada, Alex lo afferra per scavalcarlo, Donnerwetter, ecco si guarda la mano nera di grasso viscido. Frattanto io l’ho raggiunto: senza odio e senza scherno, Alex strofina la mano sulla mia spalla, il palmo e il dorso, per nettarla, e sarebbe assai stupito, l’innocente bruto Alex, se qualcuno gli dicesse che alla stregua di questo suo atto io oggi lo giudico, lui e Pannwitz e gli innumerevoli che furono come lui, grandi e piccoli, in Auschwitz e ovunque. [Se questo è un uomo, pp. 96-97]

Ma il grigio è anche una presenza astratta e metaforica, come accade con la “zona grigia”, chiamata in questo modo perché in essa sfuma quel confine che vede il Lager non solo intorno a ogni deportato ma pure dentro, come se ognuno dei prigionieri non fosse solamente in lotta contro chi comanda, ma anche contro i suoi simili. Una lotta tra poveri che dimostra simultaneamente uno degli aspetti più agghiaccianti di quello che è stato il campo di concentramento: per i deportati era più semplice scegliere la via del conflitto intestino, anziché la ribellione agli aguzzini. Tra l’assenza e la presenza di luce, tra il bianco e il nero: la “zona grigia” è proprio lì, in quella parte debole che si lascia andare alla disumanità e diventa inevitabilmente un ingranaggio della macchina distruttiva del Lager.

Si entrava sperando almeno nella solidarietà dei compagni di sventura, ma gli alleati sperati, salvo casi speciali, non c’erano; c’erano invece mille monadi sigillate, e fra queste una lotta disperata, nascosta e continua. Questa rivelazione brusca, che si manifestava fin dalle prime ore di prigionia, spesso sotto la forma immediata di un’aggressione concentrica da parte di coloro in cui si sperava di ravvisare i futuri alleati, era talmente dura da far crollare subito la capacità di resistere. Per molti è stata mortale, indirettamente o anche direttamente: è difficile difendersi da un colpo a cui non si è preparati. [Se questo è un uomo, p. 25]

Meditate che questo è stato: Vi comando queste parole”, perché anche ciò che non deve più tornare ha delle sfumature che non possono essere dimenticate.

Per saperne di più:

se questo è un uomo

Titolo: Se questo è un uomo
Autore: Primo Levi
Editore: Einaudi
Lunghezza: 214 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Testimonianza sconvolgente sull’inferno dei Lager, libro della dignità e dell’abiezione dell’uomo di fronte allo sterminio di massa, “Se questo è un uomo” è un capolavoro letterario di una misura, di una compostezza già classiche. È un’analisi fondamentale della composizione e della storia del Lager, ovvero dell’umiliazione, dell’offesa, della degradazione dell’uomo, prima ancora della sua soppressione nello sterminio. Primo Levi, reduce da Auschwitz, pubblicò “Se questo è un uomo nel 1947”. Einaudi lo accolse nel 1958 nei “Saggi” e da allora viene continuamente ristampato ed è stato tradotto in tutto il mondo.
Per acquistarlo: clicca qui

la tregua

Titolo: La tregua
Autore: Primo Levi
Editore: Einaudi 
Lunghezza: 278 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: “La tregua”, seguito di “Se questo è un uomo”, è considerato da molti il capolavoro di Levi: diario del viaggio verso la libertà dopo l’internamento nel Lager nazista, questo libro, più che una semplice rievocazione biografica, è uno straordinario romanzo picaresco. L’avventura movimentata e struggente tra le rovine dell’Europa liberata – da Auschwitz attraverso la Russia, la Romania, l’Ungheria, l’Austria fino a Torino – si snoda in un itinerario tortuoso, punteggiato di incontri con persone appartenenti a civiltà sconosciute, e vittime della stessa guerra. L’epopea di un’umanità ritrovata dopo il limite estremo dell’orrore e della miseria.
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