Appuntamento con l’autore: Jean Bruller alias Vercors

Vercors

Immagine presa dal web

Jean Bruller (26 febbraio 1902 – 10 giugno 1991) ha vissuto entrambi i conflitti mondiali, ma è stato soprattutto il secondo ad aver generato in lui un senso di profonda inquietudine. Fino a poco prima dello scoppio della guerra, infatti, in Francia era conosciuto maggiormente per le sue abilità come illustratore di libri per bambini e disegnatore satirico, due attività che ha sviluppato parallelamente al suo diploma in ingegneria elettrica presso l’École Bréguet di Parigi. Come vignettista, il suo successo più grande è stato sicuramente 21 recettes de mort violente (21 ricette per una morte violenta), un’opera grafica pubblicata a sue spese (e poi ristampata) in cui l’autore mescolava abilmente autoironia e vita privata. Per l’arte ha provato sempre un grande amore, ma l’elezione di Hitler a cancelliere della Germania nel 1932 ha cominciato a scatenare in lui anche un altro tipo di sentimento. A risvegliare definitivamente la sua coscienza sociale ci hanno pensato un sempre più opprimente Nazismo e i suoi assurdi dettami che mettevano al bando chiunque si dimostrasse dissidente o non conforme. Dapprima vicino al Comunismo – per reazione all’estrema destra che stava prendendo sempre più piede – e poi più consapevole di nessuna specifica appartenenza politica, per Jean Bruller inizia quella che si potrebbe definire una vera e propria “missione”. Se la maggior parte degli artisti decise di tacere di fronte a un nemico che stava pian piano limitando qualsiasi forma di espressione personale, Bruller optò invece per una forma resistenza un po’ più attiva, trasformandosi così nel suo alter ego di scrittore Vercors. 

Ma per l’autore di quel primo libro in corso di stampa, ci voleva un nome diverso da ogni altro, perché neppure i familiari potessero capire chi l’aveva scritto. Vercors piacque a Jean Bruller per la sonorità impressionante e perché al momento dell’invasione tedesca, egli si era trovato ai piedi del massiccio che così si chiama. Con i compagni aveva deciso che se i tedeschi avessero trovato l’Isère, al di là del quale erano giunti, si sarebbero imboscati sul Vercors per non venir fatti prigionieri. Il nome era diventato per lui da allora simbolo di libertà.

In questa veste inedita, l’artista francese non si ritrovava più a comunicare attraverso il disegno come in passato, ma con le parole, e questa sua nuova forma espressiva rappresentò per tanti la risposta più efficace a quanto stava accadendo in quegli anni difficili. Vercors era uno scrittore di guerra atipico, piuttosto diverso da quello che si sarebbe potuto immaginare: il clima teso e restrittivo lo obbligarono infatti ad agire nell’ombra, ma questo non fu un problema se si pensa che i migliori risultati li ottenne proprio nella sua attività segreta. Negli anni Quaranta, insieme al socio Pierre de Lescure, decise di collaborare per la rivista clandestina “La penseè libre”, ma il sodalizio terminò non appena la Gestapo arrivò a perquisire gli archivi e a distruggere ogni cosa. Questo gesto codardo non smorzò affatto le intenzioni di Vercors, piuttosto riuscì a rinsaldare dentro di lui la voglia di combattere in qualche modo quella macchina nazista che stava facendo sempre più danni: nel 1942, sulle ceneri del “Pensiero Libero”, creò “Éditions de Minuit”, una casa editrice specializzata in pubblicazioni di Resistenza (e che negli anni ha vantato autori come Samuel Beckett e Marguerite Duras). Tra i tanti racconti – Il cammino verso la stella e Le armi della notte solo per citarne alcuni -, il successo più grande (e inaspettato) Bruller lo ottenne con Il silenzio del mare.

Nacquero allora le Édition de Minuit. L’ex disegnatore Bruller conosceva alcune persone fidate nel ramo della tipografia. Propose a Pierre de Lescure di fondare una casa editrice totalmente clandestina che diventasse organo della Resistenza. Trovò i contatti, un piccolo tipografo – Georges Oudeville – d’accordo per lavorare la notte su di una pedalino in grado di stampare otto pagine alla volta; un’amica – Yvonne Paraf – che accettò d’imparare per l’occasione il mestiere della rilegatrice, avrebbe ricevuto a casa sua otto pagine la settimana, avrebbe lavorato anche lei da sola. Il silenzio del mare, 96 pagine in tutto, avrebbe richiesto dodici settimane di movimenti notturni.

L’eco di Le silence de la mer fu così potente da risuonare in tutta Europa, che intanto aveva eletto Vercors – autore a quell’epoca senza identità – a simbolo di una lotta al regime dittatoriale che si sperava potesse concludersi al più presto. Quest’opera preziosa e tradotta in molte lingue è un breve testo che racconta la tenacia di una Resistenza – quella di uno zio e di sua nipote – vissuta tra le mura di casa e osteggiata attraverso le armi del silenzio (che si rivela anche essere la parola più utilizzata in questo brano). A nulla servono i modi cordiali e pacati dell’ufficiale tedesco Werner von Ebrennac che “soggiorna” presso l’abitazione della famiglia francese, perché il male si annida proprio nel più placido degli animi. Quello che lui cerca fin dall’inizio è una sorta di contatto – che sia visivo o comunicativo -, ma ciò che ottiene è solamente un muro invalicabile. Se da una parte si trova il silenzio (impassibile) dei due francesi, dall’altra si pone sicuramente il fiume di parole che straripa dalla bocca dell’ufficiale: una serie di racconti e dettagli di vita che si “sciolgono” di fronte al calore di un camino ma che, paradossalmente, rimangono ancorati a un ambiente freddo come il ghiaccio. Il mare è senz’altro la metafora di questa occupazione forzata, diviso tra superficie e profondità (proprio come scrive Gabriela Bosco nell’introduzione per Einaudi), ossia tra qualcosa di tranquillo e qualcos’altro che invece lo è solo in apparenza. Come in climax ascendente, infatti, le parti che compongono il racconto manifestano anche la volontà di dimostrare le conseguenze che possono scaturire da una forma di protesta in cui le parole sono superflue, e l’ottava parte, con i modi dell’ufficiale che si trasformano in collerici, rappresenta proprio il punto di arrivo di questo processo. L’importanza de Il silenzio del mare non è da attribuire solamente al suo contesto storico, ma soprattutto al suo valore simbolico: così d’impatto da aver raggiunto per radio Charles De Gaulle, da essere stato paracadutato ai soldati come incitamento durante la guerra e da aver trovato spazio anche ai giorni nostri attraverso adattamenti teatrali e cinematografici.

Dal 1951, anno in cui il libro passò alla casa editrice Albin Michel, si sono susseguite traduzioni in decine di lingue. Molta fortuna ha avuto l’adattamento cinematografico del libro realizzato da Jean Pierre Melville (1947, interpreti: Nicole Stéphane, Howard Vernon nella parte dell’ufficiale, e Jean-Marie Robain). E una versione per il teatro, a cura dello stesso Vercors, venne messa in scena il 22 febbraio 1949 al Théatre Edouard VII per la regia di Jean Mercure, con buon successo di pubblico (interpreti: Christiane Barry, Pierre Blanchar nel ruolo di Werner von Ebrennac, e Constant Rémy).

Si racconta che l’idea per il racconto nacque in Bruller da un fatto accadutogli nella sua casa di famiglia a Villiers-sur-Morin, quando un ufficiale tedesco messo a presidio dell’abitazione si comportò allo stesso modo del protagonista della sua storia. Effettivamente sono molti i fatti storici e quotidiani ad aver ispirato lo scrittore, complice probabilmente anche il fatto che fosse proprio lo smascheramento e la denuncia di certe ingiustizie ad alimentare il suo desiderio di “raccontare”.  Un’episodio di vita è ciò che sta alla base anche de Le parole, un altro significativo racconto che Vercors ha scritto nel 1947 dopo la liberazione della Francia. 

L’ufficiale non aveva nemmeno spostato la testa. Voltava le spalle agli avvenimenti della vallata e preparava sulla tavolozza, con una sorta di vivacità controllata, un mélange di colori che dispose senza fretta interamente sull’oltremare: tonalità solida, tra il bruno e il verde, che il blu intenso faceva palpitare sulla tela come castagni durante un temporale. Il viso del pittore era un po’ corrugato, mosso da piccolissimi tic, da cui traspariva lo sforzo contenuto di una grande tensione interiore. Luc, inorridito, guardò in direzione del borgo, da dove salivano grida soffocate e dove tutto si confondeva – terrore, collera, supplica – disperazione – con altri rumori meno distinti, interrotti da colpi d’arma da fuoco, e da brevi raffiche.

Questo breve testo è un vero e proprio ritratto di storia che racconta un episodio taciuto per molto tempo e ritornato alla memoria solo diversi anni dopo, sul finire della Seconda guerra mondiale e con la riflessione sui danni – concreti e psicologici – causati da quest’ultima. Ma in questo testo non si parla solamente della distruzione del villaggio di Oradour sur Glane ad opera dei nazisti, ma anche dell’impotenza dell’uomo che, di fronte a certi atti barbarici, si scopre incapace di porre rimedio in alcun modo. Da una parte c’è l’artista della parola Luc e dall’altra l’ufficiale tedesco che si atteggia da pittore (fuori luogo). Il primo è un poeta ispirato, capace di scrivere di getto qualunque cosa, eppure quando si tratta di raccontare la crudeltà che sta guardando con i suoi occhi non trova modo di esprimersi. Questo “blocco” non è una strana forma di indifferenza, ma un trauma così grande da celare un grido di dolore. Le parole, infatti, è un titolo simbolico: rappresenta il silenzio assenso di una generazione incapace di dare risposta alla cattiveria dell’uomo, ma anche quella passività che ha portato tanti a pensare che certi fatti non si siano mai verificati veramente. Questi sentimenti riguardano anche il secondo personaggio cardine di questa storia, l’ufficiale tedesco. La sua insensibilità di fronte a ciò che stanno compiendo i suoi soldati è qualcosa di surreale: dipinge quella scena infernale come se fosse un artista en plein air e a ogni pennellata il quadro sembra prendere vita, come se entrambi si alimentassero a vicenda. L’arte non va mescolata alla guerra – viene scritto anche nel testo – eppure a volte il fare artistico sembra essere uno dei pochi linguaggi in grado di dare “forma” agli orrori che non riescono a essere elaborati completamente a parole. Osservare il dipinto che si sta creando sotto gli occhi di Luc, dell’ufficiale nazista e anche del lettore, significa anche essere “complici” silenziosi di quello che sta accadendo, e – proprio come accade nella storia – di guardarlo accadere senza fare nulla.

E poi non rimase altro che un fango nero, i chiarori dell’incendio e il silenzio. I due uomini piangevano, sui gradini della chiesa, aspettando il giorno.

Vercors morì il 10 giugno del 1991, dopo aver passato anni a descrivere le sue personali esperienze di vita, seppure in maniera centellinata attraverso brevi racconti (oltre ai già citati: La zattera della medusa, Animali snaturati, Il comandante del Prometeo). Verso la fine della sua carriera si dedicò alla messinscena di alcuni testi teatrali di Shakespeare, ma anche alla traduzione di importanti autori inglesi come Coleridge ed Edgar Allan Poe; si spense nell’isolamento della sua casa parigina a Île de la Cité e circondato dai quadri che lui aveva abilmente copiato da quelli di alcuni grandi artisti contemporanei (come Picasso, Braque e Monet). Fino alla fine non l’hanno mai abbandonato quel silenzio e quell’arte diventati simbolo di ogni sua pubblicazione.

Per saperne di più:

Il silenzio del mare.jpg

Titolo: Il silenzio del mare
Editore: Einaudi
Lunghezza: 46 pagine
Prezzo: 9,50 euro
Trama: Diffuso in Francia come libro clandestino sotto l’occupazione tedesca, nel 1942, “Il silenzio del mare” è una breve narrazione che si svolge tra le quattro mura di un salotto, ma è soprattutto la storia della muta resistenza che fu la prima forma di opposizione francese all’invasore tedesco. Tradotto in ventuno lingue è divenuto ovunque un racconto-simbolo della virtù eroica dell’intransigenza, che può sbocciare anche nel più umile degli esseri umani.
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