Il Museo del Novecento: un percorso cronologico e artistico nel XX secolo

Il Museo del Novecento è una esposizione d’arte permanente sita nella centralissima Piazza del Duomo e ospitata nell’Arengario, l’edificio proprio a fianco di Palazzo Reale. La particolarità di questo museo non sta solamente nella sua suggestiva collocazione (resa ancora più affascinante dalle vetrate che giocano su una completa visibilità), ma soprattutto nell’enorme ricchezza artistica di cui si fa vanto e che consta circa 400 opere tra sculture, dipinti ed esperienze concettuali. La sua inquadratura temporale permette al Museo del Novecento di ospitare alcune delle opere più rappresentative di questo secolo. Il percorso incomincia con “Il Quarto stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo, un’opera del 1901 che per la sua grandezza (ben 560x283cm) occupa tutta una sala e accoglie il visitatore con i suoi marcati riferimenti storici. Forse non è un caso che la visita prenda avvio proprio a partire da questo dipinto: emblema del “divisionismo scientifico”, ma anche simbolo di una “frattura” (così come è definita nel cartello esplicativo) tra museo e fruizione e, soprattutto, tra chiarezza visiva e ricerca di senso. Questo salto artistico lo si coglie ancora di più percorrendo la rampa elicoidale che porta verso il vero e proprio nucleo del museo, diviso in sale e periodi artistici che diventano sempre più “astratti” a ogni piano in cui si sale. 

Kandinskij, Matisse, Picasso, Braque e Modigliani introducono la sala dedicata all’avanguardia internazionale. I loro nomi si fanno carico del movimento espressionista, cubista e astrattista, ossia di quelle forme artistiche sviluppatesi in prevalenza all’inizio del XX – il 1907, anno in cui Georges Braque realizza “Port Miou”, può essere considerato il punto di partenza – e che hanno cominciato a lavorare sulla scomposizione della forma in una direzione sempre più anti-naturalistica. L’allestimento prende una piega “ribelle” non appena si entra in contatto con il Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti e compagni. Qui, le opere di Giacomo Balla, Fortunato Depero, Gino Severini, Carlo Carrà e Ardengo Soffici “circondano” – letteralmente – quello che è il simbolo delle ideologie del movimento e delle tematiche di cui si fa portatore: “Forme uniche della continuità nello spazio”. Questa scultura di Umberto Boccioni infatti, oltre a rappresentare il senso di fluidità e di movimento di un corpo, è anche posizionata al centro della sala per garantire allo spettatore una fruizione a 360°, quasi come se a muoversi insieme all’opera ci fosse anche lui. 

Alberto Burri, Emilio Vedova, Giuseppe Capogrossi, Gastone Novelli, Tancredi, Carla Accardi e Osvaldo Licini sono, invece, gli altri autorevoli nomi che compaiono lungo il viaggio espositivo. Per gli anni Cinquanta e Sessanta spiccano senz’altro Piero Manzoni – con la sua celebre “Merda d’artista” -, Enrico Castellani e Agostino Bonalumi, protagonisti anche nel 1959 quando insieme decideranno di fondare la rivista d’arte Azimuth. 

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Valentina Zanotto

Il percorso cronologico, nel Museo del Novecento, si accompagna all’alternanza tra sale monografiche e collettive. Tra le prime si possono citare quelle dedicate a Giorgio de Chirico, Giorgio Morandi, Arturo Martini e Fausto Melotti, in cui gli spazi sono interamente organizzati per mettere al centro della scena proprio le loro opere in una sorta di “biografia artistica”. La più significativa, però, è sicuramente quella in cui il protagonista è Lucio Fontana, situata all’ ultimo piano del Palazzo dell’Arengario e introdotta da un simbolico Neon che si affaccia sul Duomo sovrastando lo spettatore nel suo sguardo sulla piazza. Questo gioco di visibilità sembra ritornare anche nelle sue tele tagliate e bucate: non solo “ferite” attraverso un gesto istintivo – eppure tanto meditato -, ma soprattutto emblema di uno squarcio di luce nel buio e viceversa.

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Valentina Zanotto

Una nota di merito va anche alla parte del museo che ospita l’Arte Cinetica e Programmata, la pittura analitica e la Pop Art italiana. In queste sale spiccano di certo le installazioni ambientali – delle stanze dotate di effetti ottici – dove lo spettatore è completamente avvolto dai dei veri e propri giochi di luce e colori che non solo stimolano gli occhi ma anche il suo senso di “stabilità”. Una volta arrivati alla conclusione di questo percorso appare chiara una cosa: dire di aver visitato Il Museo del Novecento è riduttivo, affermare di averlo attraversato, invece, sembra quasi avvicinarsi di più all’intento di questa esposizione. Camminare lungo le sale e salire i diversi piani che lo compongono, infatti, è sinonimo di viaggiare lungo una linea temporale in grado di offrire un panorama artistico complessivo del XX secolo, un compito non semplice dal punto di vista concettuale – eppure riuscitissimo -, come lo stesso si può dire di quello organizzativo. Le vetrate che si vedono da fuori, ma poi anche la rampa circolare all’interno che ricorda tanto un vortice, offrono al visitatore un senso di visibilità e avvolgimento che poi si trasmette anche in tutta la collezione. Un senso di trascinamento in cui appare difficile non farsi coinvolgere.

Per ulteriori informazioni, visitate il sito ufficiale della mostra. Se invece volete vedere altre fotografie scattate al Museo del Novecento potete visitare il mio profilo Instagram.

2 pensieri su “Il Museo del Novecento: un percorso cronologico e artistico nel XX secolo

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