“Fatherland”: buon 75esimo compleanno, Adolf Hitler!

Non erano ancora le sette, e Berlino era animata dalle possibilità che la giornata doveva ancora spegnere.

Fatherland è la storia di un’ucronia che ha come protagonista la Germania nazista del Reich, ma anche il racconto di un potere che si insinua nella mente di chi crediamo insospettabile e intoccabile. Se non sapete cosa sia l’ucronia, vi basti solo pensare a questo: Hitler non ha affatto perso la Seconda guerra mondiale come la storia ci ha insegnato, ma l’ha così vinta da essere diventato il capo dell’intera Europa. Questo romanzo del 1992 scritto da Robert Harris, infatti, oltre a essere stato definito da molti come un capolavoro del thriller fantapolitico, si pone anche come un enorme gioco di potere in cui l’aspetto più spiazzante è la presenza di un passato alternativo che ha reso “apparentemente” invincibile la Germania nazista dopo il secondo conflitto mondiale.

In quel periodo dell’anno era impossibile attraversare Berlino senza imbattersi in una prova del genere. Fra sei giorni sarebbe stato il compleanno di Hitler, il Führertag, festa nazionale, e tutte le bande musicali del Reich avrebbero partecipato alla parata.

Siamo nel 1964 e a Berlino si stanno organizzando i festeggiamenti per il 75° compleanno di Hitler, ancora in vita e a capo del suo Reich. Ma non solo: oltre a questa importante celebrazione sono anche in atto i preparativi per l’arrivo del presidente americano Joseph Kennedy (padre di John Fitzgerald), in città per la stipula di rapporti diplomatici con i tedeschi per porre fine alla temutissima “Guerra fredda”, descritta in questo romanzo come una tensione tra Germania e Giappone. Un avvenimento turpe, però, sconvolge il clima di distensione e di “festa” che sta vivendo Berlino in quei giorni, ovvero il ritrovamento, sulla riva di un lago, del corpo di un gerarca nazista morto in circostanze molto ambigue. Il protagonista del racconto, Xavier March, è anche colui che è chiamato a svolgere le indagini che riguardano l’assassinio: l’uomo ha un passato militare molto complesso, membro delle SS e anche investigatore, e un aspetto freddo e spigoloso che, però, sembra “sciogliersi” non appena fa la conoscenza della giornalista americana Charlotte Mcguire, sua alleata nel tortuoso percorso atto a scoprire la verità che si trova dietro al delitto di quello che, poi, verrà identificato come Buhler (ma anche a tutto ciò che esso nasconde).

Com’è strano, pensò più tardi March, vivere la tua vita nell’ignoranza del passato, del tuo mondo, di te stesso. Eppure era così facile! Tiravi avanti giorno per giorno, seguendo il percorso che altri avevano tracciato per te, senza alzare mai la testa… sempre avvolto nella loro logica… dalla culla alla tomba. Era una sorta di paura. Bene, addio a tutto. Era una bella cosa lasciarselo alle spalle.

Nel mondo ipotizzato da R. Harris, l’assetto politico vede gran parte dei territori europei occupati dal Reich e i “temuti” gerarchi si impegnano per mandarlo avanti: se Himmler e Göring sono morti, Goebbels, Hitler ed Heydrich, invece, fanno ancora parte del governo nazista. La particolarità di Fatherland, infatti, non sta solo nel fatto di aver inserito nel romanzo dei personaggi realmente esistiti (oltre ai nomi già citati si aggiungono anche quelli di Nebe, Kennedy e Globočnik), ma anche nel fatto di averne immaginato la prosecuzione della vita, soprattutto nel campo politico-militare (un aspetto a cui l’autore dedica delle spiegazioni nelle ultime due pagine del libro, al termine del romanzo). Questi personaggi non sono altro che un’intricata tela di corruzione e segreti, e quello più grande (come si può ben immaginare) riguarda proprio l’esistenza di un grandissimo e sterminato campo di concentramento, secretato perfino all’opinione pubblica, in cui è disseminata morte e distruzione. In questo contesto, Xavier March e Charlotte Mcguire, rappresentano la faccia pulita di un corpo completamente corrotto e degenerato in giochi di potere che minano qualsiasi rapporto di fiducia, sia nel contesto lavorativo che in quello familiare.

Quando leggeva il giornale, March seguiva un’abitudine precisa. Cominciava dalle ultime pagine, dalla verità. Se c’era scritto che Lipsia aveva battuto Colonia per quattro a zero in una partita di calcio, molto probabilmente era esatto; neppure il Partito aveva ancora inventato un sistema per riscrivere i risultati sportivi.

La trama di Fatherland sembra voler cancellare i carnefici e, allo stesso tempo, cerca di far sparire per sempre le vittime, perfino da quella memoria che per prima dovrebbe ricordarle. Tutti i tedeschi, alla fine, si chiedono dove siano finiti gli ebrei, come mai siano scomparsi così, il problema è che lo fanno senza alzare troppo la voce nel timore di farsi sentire da coloro che muovono i fili di quella che è la grande macchina della distruzione nazista. I documenti che, pian piano, Xavier e Charlotte portano alla luce attraverso le loro pericolose indagini non fanno altro che dimostrare una paradossale razionalità dietro alla follia della deportazione: orari dei treni, stazioni ferroviarie, città, ogni cosa sembra essere organizzata nel minimo dettaglio, ma senza destare troppo clamore e nella massima segretezza.

Nel corso della soluzione finale, gli ebrei dovranno essere portati, sotto una direzione appropriata e in modo appropriato, all’Est, per essere utilizzati come manodopera. Separati per sesso, gli ebrei in grado di lavorare saranno condotti in contingenti numerosi a costruire strade, e senza dubbio il loro numero diminuirà attraverso un processo di riduzione naturale.
Coloro che inevitabilmente resteranno e che senza dubbio costituiscono l’elemento più resistente dovranno essere trattati in modo appropriato, poiché rappresentano il risultato di una selezione naturale che, all’atto della liberazione, dovrà essere considerato come una cellula germinale di un nuovo sviluppo ebraico (Si vedano le lezioni della storia.)
Nel corso della realizzazione pratica della soluzione finale, l’Europa sarà rastrellata da ovest a est.

Come si può raggiungere la verità se le prove sono corrotte? Ma soprattutto: qual è il valore di questa verità se tutto il percorso fatto per possederla si è rivelato essere un mero gioco pilotato dall’alto? Questi sono i principali interrogativi a cui Fatherland cerca di trovare una soluzione. Una risposta però che, sulla scia di 1984 di Orwell, lascia la porta aperta a molti altri possibili scenari, soprattutto per quanto riguarda il finale:

March si tolse il berretto, lo lanciò sull’erba nello stesso modo in cui suo padre aveva avuto l’abitudine di lanciare pietre piatte sull’acqua del mare. Poi estrasse la pistola dalla cintura, si assicurò che fosse carica, e si avviò verso gli alberi silenziosi.

Persino l’episodio in cui March si immerge in una vasca sembra offrire l’immagine di una persona, sola e sopravvissuta, che tenta di togliersi di dosso lo “sporco” di un mondo troppo difficile da risanare.

Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. March era sott’acqua, tratteneva il respiro e contava. Ascoltava i suoni soffocati, vedeva sagome simili ad alghe che fluttuavano accanto a lui nell’oscurità. Quattordici. Quindici. Sedici… Risalì in superficie con un grido, inspirando aria e grondando acqua. Si riempì i polmoni diverse volte, prese un’enorme boccata di ossigeno, si immerse di nuovo. Questa volta arrivò fino a venticinque prima che il suo respiro esplodesse e risalì, facendo traboccare l’acqua sul pavimento. Sarebbe mai riuscito a sentirsi pulito? Poi restò immobile, le braccia penzolanti dai bordi della vasca, la testa rovesciata all’indietro e gli occhi fissi al soffitto, come un annegato.

Robert Harris, probabilmente in maniera ponderata, ha scelto di affiancare questa scena suggestiva ad una citazione proveniente da I sommersi e i salvati di Primo Levi, quasi nel tentativo di “personificare”, attraverso dei gesti, le sue parole a proposito di un atto reso ancora più disumano dal tentativo di cancellarlo dalla memoria storica. La presenza di Levi non riecheggia solamente in questo frammento, ma sembra fare capolino anche durante le descrizioni dei Lager presenti nei documenti ritrovati dai protagonisti. Ecco che, allora, la mente razionale del chimico e scrittore italiano si mescola inesorabilmente agli appunti sui “campi” scritti dai burocrati nazionalsocialisti all’interno di Fatherland, ma anche ai disegni e agli schemi che ne dovrebbero mostrare l’organizzazione:

Il campo. La prima cosa che mi colpisce è la grandezza dell’installazione che, secondo Hoess, misura quasi due chilometri per quattro. Il terreno è argilla gialliccia, simile a quello della Slesia orientale… un paesaggio desertico interrotto a tratti da verdi boschetti di alberi. Nel campo, a perdita d’occhio, vi sono centinaia di baracche di legno con i tetti coperti di carta catramata verde. In lontananza vedo piccoli gruppi di prigionieri in uniforme a strisce bianche e blu: alcuni trasportano assi, altri badili e picconi, e alcuni caricano grosse casse sui camion.

E’ impossibile non concordare con chi ha definito Fatherland un capolavoro: questo romanzo è a dir poco geniale, un giallo fantapolitico che lascia con il fiato sospeso dall’inizio alla fine. L’ho letto per necessità (a causa di una ricerca) e l’ho adorato per scelta, sebbene come genere non rientri affatto nelle mie abituali letture. Coinvolgente, frustrante e attualissimo (grazie anche all’ucronia): se mi chiedessero di descriverlo in tre aggettivi, userei senz’altro questi. Xavier March rappresenta il tipico “eroe” dalla morale immensa che lotta contro ogni corruzione per poter cambiare le cose, anche se questo lo porta a possedere quell’ingenuità tipica delle persone che si fidano troppo quando in realtà non dovrebbero farlo. Come già era accaduto con La svastica sul sole di P. K. Dick (per leggere la recensione, cliccate qui), consiglio Fatherland a coloro che sono affascinati dagli sviluppi storici del passato alternativo, ma anche a quelli che stanno cercando una lettura non scontata e adrenalinica: se siete amanti dei colpi di scena, di percorsi storici “al bivio”, di trame fitte e segreti che compaiono qua e là per scompaginare una storia che viene continuamente riscritta, non fatevi sfuggire questo romanzo. La storia che pensavate di sapere non sarà più la stessa.

Parole chiave:

  • Germania/USA: rappresentati fisicamente da Hitler (compresi tutti i suoi “fedelissimi” di Partito) e Kennedy, ma anche da Xavier March e Charlotte Mcguire, le antitesi di un mondo completamente alla rovescia.
  • Doppio gioco: il filo che lega tutta la trama dall’inizio alla fine e che crea degli scenari che il lettore non si aspetta, primo tra tutti la ragnatela di rapporti che coinvolgono lo stesso March, ma anche il “vaso di Pandora” che, inconsapevolmente, scoperchia non appena si ritrova tra le mani le carte che riguardano l’assassinio di Buhler.
  • Kripo: la “Kriminalpolizei” a cui appartiene il protagonista, l’organo che tutti si aspettano faccia rispettare leggi e giustizia, ma che invece si ritrova coinvolto in ogni sorta di affare “losco”.
  • Globus/Globočnik: uno dei personaggi più significativi del libro, forte e prepotente, il nemico che non è il vero nemico perché si rivela essere lui stesso una pedina nelle mani di un gioco di potere più grande di lui. 
  • Tradimento: il vero protagonista di questo romanzo, il motore che muove ogni tipo di relazione e dinamica. In Fatherland appare come qualcosa di inevitabile e che, apparentemente, riguarda proprio tutti: la famiglia, le amicizie, l’amore.

Voto: 5 segnalibri su 5

Fatherland - Robert Harris

Titolo: Fatherland
Autore: Robert Harris
Editore: Oscar Mondadori
Lunghezza: 347 pagine
Prezzo: 11 euro
Trama: 1964, la Germania ha vinto la guerra, l’Impero tedesco si estende dal Reno agli Urali, Hitler sta per compiere 75 anni, e il presidente americano Joseph Kennedy annuncia una visita a Berlino per negoziare la distensione. Ma l’Impero scricchiola. Il corpo di un gerarca nazista affiora da un lago. Xavier March è incaricato delle indagini.
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