“1984”: Big Brother is watching you

Eric Arthur Blair, il vero nome di George Orwell, ha scritto Nineteen Eighty Four nel 1949, poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale e in un periodo ancora piuttosto provato dai danni causati dai regimi totalitari. In questo romanzo, la storia non è affatto un elemento da sottovalutare, piuttosto assume un’importanza rilevante per tutti quei riferimenti che permettono di fare dei parallelismi tra quanto è davvero accaduto e quanto, invece, è stato immaginato dalla mente dell’autore. La propaganda, la spersonalizzazione dell’individuo, la polizia segreta, il culto della personalità e l’odio, infatti, sono solo alcuni degli elementi che avvicinano 1984 a quella parte buia del Novecento, e che Orwell cerca di riportare alla luce con una storia sia distopica sia dispotica. Sebbene lo scrittore, fin dalle prime righe, ci getti in una temporalità ambigua, non è difficile, per il lettore, distinguere in quell’occhio vigilante del “Grande Fratello” un potere dittatoriale, subdolo e spietato.

LA GUERRA È PACE
LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ
L’IGNORANZA È FORZA

Prese dalla tasca una moneta da venticinque centesimi. Anche qui, in caratteri chiari e netti, erano incisi gli stessi slogan. Sul rovescio, la testa del Grande Fratello, i cui occhi anche qui parevano seguirvi. E lo steso valeva per i francobolli, le copertine dei libri, gli stendardi, i manifesti, i pacchetti di sigarette. Quegli occhi vi seguivano ovunque e ovunque vi avvolgeva la stessa voce. Nella veglia o nel sonno, al lavoro o a tavola, in casa o fuori, a letto o in bagno, non c’era scampo. Nulla vi apparteneva, se non quei pochi centimetri cubi che avevate dentro il cranio.

Nel romanzo, il mondo – o meglio, quello che ne resta – è totalmente in mano a dei teleschermi che tutto guardano e tutto controllano. Non ci sono più continenti o identità, ma solo tre grandi super potenze in perenne guerra tra loro: Oceania, Eurasia ed Estasia. Tre sono anche le parti in cui è diviso questo libro, una sorta di macro capitoli che racchiudono, in un crescendo di esasperazione, ogni forna di repressione e negatività.

Era una luminosa e fredda giornata d’aprile, e gli orologi battevano tredici colpi. Winston Smith, tentando di evitare le terribili raffiche di vento col mento affondato nel petto, scivolò in fretta dietro le porte di vetro degli Appartamenti Vittoria: non così in fretta, tuttavia, da impedire che una folata di polvere sabbiosa entrasse con lui. L’ingresso emanava un lezzo di cavolo bollito e di vecchi e logori stoini. A una delle estremità era attaccato un manifesto a colori, troppo grande per poter essere messo all’interno. Vi era raffigurato solo un volto enorme, grande più di un metro, il volto di un uomo di circa quarantacinque anni, con folti baffi neri e lineamenti severi ma belli.

Protagonista di questo contesto è Winston Smith, un uomo che “sopravvive” in una Londra ingrigita dal potere del Grande Fratello, così è chiamato il “carceriere” che vigila e guida le esistenze di tutti, “colui” che non si vede ma c’è. Il modello temporale adottato da Orwell è quello dell’assurdità: il romanzo si apre con tredici colpi d’orologio, proiettando la storia in un presente astorico e in un mondo paradossale che ha anche stravolto la nozione di tempo così come la conosciamo. 

Giorno dopo giorno, anzi quasi minuto dopo minuto, il passato veniva aggiornato. In tal modo si poteva dimostrare, prove documentarie alla mano, che ogni previsione fatta dal Partito era stata giusta; nello stesso tempo, non si permetteva che restasse traccia di notizie o opinioni in contrasto con le esigenze del momento. La storia era un palinsesto che poteva essere raschiato e riscritto tutte le volte che si voleva. In nessun caso era possibile, una volta portata a termine l’opera, dimostrare che una qualsiasi falsificazione avesse avuto luogo.

Per poter funzionare, questo controllo capillare ha bisogno di alcuni significativi elementi: il bipensiero, la semplificazione del linguaggio e, soprattutto, la falsificazione del passato. Winston Smith, infatti, lavora in quello che viene chiamato “Ministero della Verità” e il suo compito è l’alterazione sistematica degli eventi successi per adeguarli al presente: non solo viene meno il rapporto causa-effetto, ma la storia diventa una sorta di narrazione continuamente alterabile e su cui non si può fare più nessun affidamento. Questo non solo per quanto riguarda la cronaca, ma anche per la fotografia (il mezzo che più di tutti dovrebbe archiviare la realtà così come è) e per i libri (riscritti e scartati a seconda del genere).

Tutto svaniva nella nebbia. Il passato veniva cancellato, la cancellazione dimenticata, e la menzogna diventava verità. Una volta sola in vita sua aveva posseduto (dopo che l’evento si era verificato, ed era questo che contava) la prova materiale e incontrovertibile di un atto di falsificazione. L’aveva tenuta stretta fra le dita per ben trenta secondi doveva essere stato il 1973 o, in ogni caso, quando lui e Katharine si erano separati, anche se la data veramente rilevante risaliva a sette, forse otto anni prima.

Cosa accade in questo scenario? C’è il tentativo di ribellione di Winston Smith. La sua “sfida al sistema” prende le mosse da alcune scelte particolari, prima tra tutte la scrittura di un diario. Niente di tecnologico come si potrebbe pensare in un mondo dominato da macchine e dispositivi elettronici, ma ancora su carta e penna, attraverso un vecchio quaderno che rappresenta non solo uno sfogo personale, ma anche – e soprattutto – il recupero dell’individualità del protagonista. Questo diario è per Winston una sorta di seduta psicoanalitica, un resoconto della sua esistenza che mira a non andare perduta definitivamente come invece accade con i fatti della storia. Quella che, però, dovrebbe essere un’esperienza liberatoria, si trasforma invece nell’inizio della sua fine, ossia nell’inaspettato assoggettamento orchestrato dal Grande Fratello stesso. In questa ribellione prende posto anche un altro importante personaggio del romanzo: la lasciva Julia che, con il suo corpo, non solo attrae Winston Smith trasportandolo in un mondo di sensazioni altrimenti represse, ma si pone anche come nemica di questa Londra regimentata. La loro relazione sfida le leggi; la sessualità all’interno di 1984, infatti, è la stessa che si incontra in molti altri romanzi distopici: senza piacere, affetto o desiderio – giudicati inutili -, ma vista solamente con fini procreativi. 

Era di notte, sempre di notte, che vi venivano a prendere. La cosa migliore era uccidersi prima che vi arrestassero, e certamente molti lo facevano: diverse sparizioni misteriose erano in realtà altrettanti suicidi. Ci voleva però un coraggio disperato per uccidersi in un mondo in cui era impossibile procurarsi un’arma da fuoco o un veleno rapido e sicuro. Pensò, provando una sorta di stupore, all’inutilità biologica del dolore e della paura, e al tradimento del corpo, che puntualmente si immobilizza in un’accidia mortale tutte le volte in cui è necessario produrre uno sforzo straordinario. Avrebbe potuto ridurre al silenzio la ragazza dai capelli neri solo se avesse agito con sufficiente rapidità, ma era stato proprio il carattere estremo del pericolo in cui versava a sottrargli ogni energia. Lo colpì il pensiero che nei momenti di crisi non si combatte tanto contro un nemico esterno, quanto contro il proprio corpo.

Tutto sembra incominciare con un sogno disperato e folle, e quel Ci incontreremo là dove non c’è tenebra fa ben sperare in un sovvertimento del sistema. Il fatto che sia possibile cambiare le cose è un’idea concreta per gran parte del romanzo e Winston Smith appare come l’eroe in grado di farsi carico di questa difficile guerra al potere. L’incontro con O’Brien, in questo contesto, è un evento “illuminante” che sembra scoperchiare un mondo fatto di luce e libertà. Quest’ultimo, però, si rivela essere tutt’altro: non è affatto l’agente rivoluzionario seguace del sovversivo Goldstein che tutti credono, piuttosto un affiliato al Grande Fratello che, fin dall’inizio, ha ordito la rieducazione di Winston e Julia. Quello che ci sta trasmettendo George Orwell con questo romanzo è un messaggio assolutamente pessimistico e impotente: è il potere ad avere prodotto la trasgressione dei due protagonisti, ed è sempre il potere a tirare le redini di ogni loro azione o pensiero. Non c’è niente di autentico, nemmeno l’anima che pensiamo inalienabile. I due protagonisti prima vengono traditi e poi si tradiscono a vicenda: la temutissima “Stanza 101” è per loro una tortura psicologica in grado di scavare nel profondo dei loro esseri, ma anche un luogo in cui l’identità viene demolita e resa inerme.

«Che cosa c’è nella stanza 101?»
Il volto di O’Brien non mutò espressione. La sua risposta fu secca:
«Lo sai quello che c’è nella stanza 101, Winston. Tutti sanno che cosa c’è nella stanza 101.»
Alzò un dito in direzione dell’uomo in camice bianco. Era chiaro che la seduta era terminata. Un ago penetrò nel braccio di Winston, che quasi all’istante cadde in un sonno profondo.

Le bugie di O’Brien che fanno credere a Winston Smith di essere un membro della ribellione contro i Socing – tanto da affidargli addirittura il proibitissimo e segreto libro (Teoria e prassi del collettivismo oligarchico) del nemico numero uno del partito Emmanuel Goldstein -, si mescolano inevitabilmente a quelle perpetrate nei confronti degli eventi. In un certo senso, l’intento di Orwell è quello di materializzare nel suo romanzo tutti i modelli passati di potere per crearne uno nuovo che si incarni nella centralità dell’occhio, quasi come se questo passato ritornasse in una forma virtuale ed invasiva che non solo penetra nella vita privata, ma soprattutto buca la tela della storia riscrivendosi sotto un’altra forma. Lo scrittore non fa altro che prendere l’avanzamento tecnologico registrato dal progresso e dall’umanità per dimostrare quanto esso sia fallace e distorto perché produttore di un futuro che è solo apparentemente migliore. In una realtà che cancella le tracce del passato che è stato, ma anche l’identità delle persone, come si fa a trovare un motivo per poter  (soprav)vivere? Smith rinuncia a se stesso, a Julia, alla veridicità delle leggi matematiche («Tu devi dirmi che 2 + 2 = 5»), approdando così nella sconfitta e nello sconforto più totali. Arrivati alla fine di 1984 c’è solo un pensiero che occupa la mente del lettore: Winston Smith non è affatto l’eroe che pensava di essere, Winston Smith è un morto in vita che si è arreso al suo destino.

Alzò lo sguardo verso quel volto enorme. Ci aveva messo quarant’anni per capire il sorriso che si celava dietro quei baffi neri. Che crudele, vana inettitudine! Quale volontario e ostinato esilio da quel petto amoroso! due lacrime maleodoranti di gin gli sgocciolarono ai lati del naso. Ma tutto era a posto adesso, tutto era a posto, la lotta era finita. Era riuscito a trionfare su se stesso. Ora amava il Grande Fratello.

Curiosità. George Orwell è stato senz’altro lungimirante: ha ricordato ciò che è stato, ma ha anticipato anche ciò che sarebbe potuto essere. Basta poco per rendersi conto che l’intertestualità di cui è rivestito il suo romanzo è assolutamente straordinaria, e per capire che ogni frase rimanda inevitabilmente anche a qualcos’altro. Certo, 1984 è una grande lente d’ingrandimento che porta alla luce l’esagerazione dei regimi totalitari, ma pochi sanno che il suo successo è da attribuire soprattutto ad un altro romanzo scritto alcuni anni prima (nel 1937): sto parlando di Swastika Night di Katharine Burdekin (per leggere quanto ho scritto di questo testo in un articolo precedente, clicca qui). La scrittrice, infatti, oltre ad essere stata una donna anticonformista abbastanza nota negli anni Trenta e nella sua cerchia di letterati, era anche una assidua frequentatrice degli stessi circoli che ospiteranno George Orwell. Quest’ultimo non hai mai citato la scrittrice come sua fonte d’ispirazione, ma la vicinanza tra i due testi risulta davvero incredibile: prescindendo dalle differenze che riguardano per lo più le forme lessicali e di scrittura – il romanzo di Orwell è molto più elaborato -, sono tante piuttosto le coincidenze che li accomunano. In primis la “Londra” capitale dell’Oceania in 1984 e il protagonista di nazionalità inglese per quanto riguarda Svastika Night, oppure ancora gli slogan da una parte e le leggi fondamentali della società hitleriana dall’altra. Ma sulla base di cosa George Orwell ha plasmato la società londinese di 1984? Per rispondere a questa domanda bisogna fare un salto indietro fino 1791, quando il filosofo e giurista Jeremy Bentham progettò il Panopticon. Questo carcere ideale si fondava su due caratteristiche fondamentali: la visibilità e l’autodisciplina, favorite dalla struttura completamente aperta e iper sorvegliata. L’idea di Bentham, sostanzialmente, era quella di istituire un meccanismo per cui non servivano le punizioni corporali, ma la costante osservazione e la “paura” che arrivasse la punizione per un comportamento sbagliato. Niente violenza quindi, ciò che scoraggiava il carcerato a disubbidire era il fatto di non avere mai la certezza se qualcuno lo stesso osservando o meno. Eccolo, il Grande Fratello.

Parole chiave:

  • Distopia/Ucronia: è facile pensare a Nineteen Eighty-Four come al romanzo distopico per eccellenza. Un po’ meno scontato, invece, è considerare che il futuro in esso descritto, ossia un incerto 1984, per la nostra contemporaneità non rappresenti altro che un passato accaduto diversamente da quanto previsto, proiettando così tutta la trama sul livello di una ipotetica storia alternativa. Il futuro non troppo lontano di Orwell, appunto perché è già così abbondantemente alle nostre spalle, non rispecchia più qualcosa che potrebbe essere ancora perché considera una temporalità lontana e avanti a noi (come poteva essere quando l’autore lo ha scritto), ma qualcosa di già successo.
  • Fermacarte: una sfera di vetro con al centro un piccolo corallo. Questo oggetto, comprato nella bottega di un rigattiere poco fuori il centro della città, ha per Winston Smith un grande valore “affettivo”; di per sé non serve a niente, ma in una società completamente funzionalizzata come quella di 1984 rappresenta qualcosa di “diverso”, una sorta di microcosmo e di occhio attraverso cui il protagonista ricostruisce la sua sfera intima e privata.
  • Passato, presente e futuro: le tre temporalità che vengono sovvertite nel romanzo. Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato, recita lo slogan del partito e 1984 si può dire sia – oltre a tante altre cose – anche un grande apparato dell’oblio. I cosiddetti “buchi della memoria” servono anche a questo: a cancellare i ricordi, a mostrare quanto la memoria sia fallibile. Se il passato viene riscritto, il futuro non può essere altro che una costruzione tenuta insieme dai progetti del potere.
  • Due minuti d’odio: Orwell con il suo romanzo ci dice anche che non esistono lotte e alleanze reali, anche quelle scritte e rivalutate a seconda delle circostanze. In tale contesto, l’unico modello possibile è quello della paura, e la “guerra” serve solamente per indurre i cittadini a coalizzarsi contro un nemico comune: Goldstein.
  • La stanza 101: il luogo della tortura psicologica in cui Winston Smith e Julia vengono messi di fronte alle loro paure più grandi, una stanza accecante che rappresenta la soluzione alla ribellione del protagonista. Senza alcun dubbio il simbolo di 1984.

Voto: 5 segnalibri su 5

1984 - G. Orwell

Titolo: 1984
Autore: George Orwell
Editore: Mondadori
Lunghezza: 333 pagine
Prezzo: 14 euro
Trama: L’azione si svolge in un futuro prossimo del mondo (l’anno 1984) in cui il potere si concentra in tre immensi superstati: Oceania, Eurasia ed Estasia. Al vertice del potere politico in Oceania c’è il Grande Fratello, onnisciente e infallibile, che nessuno ha visto di persona ma di cui ovunque sono visibili grandi manifesti. Il Ministero della Verità, nel quale lavora il personaggio principale, Smith, ha il compito di censurare libri e giornali non in linea con la politica ufficiale, di alterare la storia e di ridurre le possibilità espressive della lingua. Per quanto sia tenuto sotto controllo da telecamere, Smith comincia a condurre un’esistenza “sovversiva”. Scritto nel 1949, il libro è considerato una delle più lucide rappresentazioni del totalitarismo.
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2 pensieri su ““1984”: Big Brother is watching you

  1. questoscuroscrutare ha detto:

    Bellissima recensione, molto attenta e dettagliata, affatto superficiale nei contenuti: il tipo di analisi che preferisco.
    Se ti interessa il genere, il libro che fece da fondamenta a 1984 e ispirò Orwell fu “We” di Zamyatin 🙂
    Grazie ancora per la bella recensione. Mi hai regalato 10 minuti piacevolissimi in un lungo viaggio. A presto!

    Piace a 1 persona

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