Appuntamento con l’autore: Emily Brontë

Emily Bronte

Immagine presa dal web

Autrice di un solo romanzo, Cime Tempestose, ma ricordata come “la più famosa” tra le sue sorelle: questa è Emily Jane Brontë, nata a Thornton il 30 luglio del 1818 da Patrick e Maria Branwell. In origine, il cognome del padre era Brunty (o Branty), ma la sua grande ammirazione per Nelson, nominato appunto duca di Brontë da Ferdinando di Borbone per il ruolo avuto durante la repressione della rivoluzione napoletana, lo portò a cambiarlo per replicare quello dell’ammiraglio. Dopo aver intrapreso la carriera da curato ed essere diventato reverendo di Haworth, Patrick Brontë decide di stabilirsi nella cittadina insieme alla sua famiglia per prestare al meglio il suo servizio. Emily era l’ultima di sei figli (o la quinta, secondo altre fonti): la particolarità della sua numerosa famiglia non stava solamente in un saldo “legame fraterno” – contribuito dalla poca differenza d’età -, ma anche nel loro essere così “letterariamente” indissolubili da risultare una cosa sola pure per i critici impegnati a costruire le loro biografie. Impossibile, perciò, parlare di uno dei fratelli Brontë senza nominare anche gli altri, soprattutto Charlotte e Anne. Emily, però, è la più sofferente e “gotica” tra tutti, probabilmente senza volerlo. Il dolore che trascina con sé e nella sua scrittura è causato dai dispiaceri di una vita che non le ha riservato molte soddisfazioni, se non post mortem: prima la scomparsa prematura della madre, poi lo spettro della tubercolosi – la terribile malattia che colpirà anche lei a soli trent’anni e decimerà la sua famiglia -, passando anche attraverso la dipendenza dall’alcool e dall’oppio del fratello minore Branwell. Nonostante questo, l’educazione non è mai mancata in casa Brontë, soprattutto se consideriamo l’importanza attribuita dal padre alla cultura. Quest’ultimo, infatti, non solo iscrive i suoi ragazzi alla biblioteca “iniziandoli” anche al culto dei libri e delle riviste, ma si affida anche a capacissimi maestri laddove ce ne fosse stato il bisogno, come ad esempio nel caso del disegno e della musica. Nel 1842, insieme alla sorella Charlotte, Emily si trasferisce a Bruxelles per guadagnarsi da vivere con la professione di insegnante: lontano dalla sua cittadina, però, la ragazza dura solo qualche mese e ben presto prova nostalgia delle brughiere che l’hanno cresciuta. I frutti della sua predisposizione non tardano ad arrivare: il suo approccio all’attività scrittoria nasce e cresce quasi per gioco, quando il padre regala a Branwell dei soldatini di legno e la sorella li trasforma in personaggi che attraversano storie tormentate e passionali. Tra le sue letture preferite ci sono Walter Scott, Wordsworth, Shakespeare, ma soprattutto i romanzi gotici, dei riferimenti che le torneranno utili nel 1845, anno in cui comincerà la stesura del suo famosissimo Wuthering Heights. 

La libertà era il soffio delle narici di Emily; senza di essa moriva. Il cambiamento dalla sua casa a una scuola, e dalla sua vita molto silenziosa, molto reclusa, ma senza restrizioni e senza artifici, a una routine disciplinata  […] era quel che non riuscì a sopportare. La sua natura si dimostrò qui troppo forte per la sua fermezza.                                

Se fosse possibile descrivere Emily Brontë in poche e semplici parole, probabilmente sarebbero “spirito orgoglioso e libero”. Lo si capisce dal suo essere restia al lavoro abitudinario come insegnante/istitutrice, ma anche dal suo legame viscerale con quanto scrive e alla sua diffidenza nel farlo leggere a qualcuno: sarà sua sorella Charlotte a convincerla a pubblicare le sue poesie – sotto lo pseudonimo maschile di Ellis Bell -, come anche a spingerla ad approcciarsi alla scrittura di un romanzo.

Più felice sono quanto più lontana
porto l’anima mia dalla sua casa di creta
in una notte di vento quando la luna è chiara
e gli occhi vagano tra mondi di luce

quando io non sono e nessuno è accanto
né terra, né mare, né limpido cielo
solo spirito che vaga senza confini
nell’immenso infinito.

Lo scetticismo di Emily sembra quasi una profezia: la sua fortuna, infatti, non decolla, e sicuramente non vivrà abbastanza a lungo per cominciare a goderne. Questo insuccesso, col senno di poi, è particolarmente ingiusto: ma perché Cime tempestose ha faticato così tanto a essere accettato nella società ottocentesca in cui vive la sua autrice? La risposta va trovata soprattutto nelle tematiche affrontate nel romanzo che non si accordano affatto alla moralità dell’epoca, un po’ tanto bigotta da riflettersi, in un certo senso, nel bisbetico domestico Joseph raccontato proprio tra le pagine di Wuthering Heights. La critica del tempo non si è particolarmente risparmiata nel giudicarla un’opera quasi blasfema, complici anche le presenze fantasmali, gli elementi gotici e il ruolo inconsueto affidato alla morte. La Brontë non sembra affatto spaventata da quest’ultima, piuttosto la racconta come parte integrante di un disegno molto più ampio e che prescinde la vita stessa, questo forse anche per i lutti che vive sulla sua pelle. In Cime tempestose, infatti, la morte non è raccontata come un elemento fine a se stesso, ma come qualcosa che si scrive e riscrive continuamente in rapporto a un’esistenza intensa e tormentata: quella di Emily in primis, ma anche quella dei protagonisti che racconta nel suo romanzo.

Il mio amore per Linton è come il fogliame nei boschi: il tempo lo cambierà, ne sono consapevole, come l’inverno cambia gli alberi. Il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi: una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff! Lui è sempre, sempre, sempre nella mia mente: non come una gioia, non più di quanto io lo sia per me stessa, ma come il mio stesso essere. Quindi non parlare più di separazione: non è possibile.

La fredda e cupa brughiera dello Yorkshire fa da sfondo a un amore tragico e allo stesso tempo passionale, quello di Catherine e Heathcliff. L’odio e l’amore si mescolano continuamente in una trama quasi minacciosa, ma solo in apparenza: lo spettro che fa visita al (primo) narratore Mr. Lockwood durante una notte tormentata non deve affatto spaventare, ma ha tutta l’aria di essere uno spirito che cerca invano di raggiungere la sua redenzione. Il sogno e l’incubo, la vita e la morte, il paradiso e l’inferno sono solo alcune delle dicotomie che percorrono tutto il romanzo in un crescendo di sentimenti che prende respiro solo sul finale, quando sembra essere Cathy – figlia della protagonista e chiamata come lei proprio in suo onore – a coronare il sogno d’amore di cui si era mostrata incapace la madre.

Ma il signor Heathcliff è in singolare contrasto con la sua dimora e il suo stile di vita. Ha l’aspetto di uno zingaro dalla pelle scura, l’abito e i modi di un gentiluomo; di un gentiluomo, intendo, come lo sono molti signorotti di campagna. Piuttosto trasandato, forse; tuttavia la sua trasandatezza gli si addice poiché ha un portamento fiero e un bel viso; e senza dubbio scontroso: qualcuno potrebbe immaginare in lui un certo rozzo orgoglio plebeo. Ma qualcosa in me, che vibra all’unisono con lui, mi dice che non si tratta di questo; so per istinto che il suo riserbo nasce dalla ripugnanza per le eccessive effusioni del sentimento, per le reciproche testimonianze di cortesia. È un uomo capace di amare e odiare senza mostrarlo, e di giudicare un’impertinenza essere a sua volta amato o odiato.

Se Catherine rappresenta il candore e la libertà, Heathcliff simboleggia piuttosto l’orgoglio e la restrizione data dalla sua bassa estrazione sociale. Lui è l’inferno, il diavolo tentatore che si fa artefice di azioni discutibili pur di raggiungere il suo fine, la detonazione che rende distruttiva anche la sua amata Catherine. I due sono l’una l’opposto dell’altro, eppure si attraggono, si cercano, si annullano. Tutto sembra andare bene fino a quando fra di loro non si frappone la vendetta, la stessa che porterà alla morte della protagonista e, di riflesso, anche dello stesso Heathcliff. Sono una persona in due corpi, carne e spirito che si incontrano in una sola anima e allo stesso tempo si ritraggono. Questa è la storia di un amore un po’ atipico che troverà pace solamente sul finale, ma anche delle vite degli altri personaggi che crescono dalle radici dei due protagonisti. Ne sono un esempio Cathy e Hareton, i quali seguono il percorso inverso dei loro predecessori: passano dalla tensione alla “stabilità”, ma soprattutto sembrano imparare dagli errori di cui non sono colpevoli e che vivono comunque sulla loro pelle. Ma perché Catherine e Heathcliff non sono stati in grado di abbattere lo stesso muro? Semplice: sono guidati dalla pura irrazionalità, quella di un amore confuso e forte che non ha bisogno di regole, solo di gesti estremi. Emily Brontë, però, fa molto di più: prende questa irrazionalità e la ribalta totalmente creando un romanzo strutturato in maniera razionale, a partire da quei 34 capitoli occupati per metà dalle due generazioni di personaggi e a cui aggiunge un prologo e un epilogo della stessa lunghezza.

Mia sorella Emily non era persona di carattere espansivo, né una nei recessi della cui mente e animo anche coloro che le erano più vicini e più cari potessero entrare impunemente senza il suo consenso […]. Nella natura di Emily sembravano incontrarsi gli estremi del vigore e della semplicità. Sotto una cultura non sofisticata, gusti semplici e un’esteriorità senza pretese, covava un segreto potere e un fuoco che avrebbe potuto illuminare il cervello e accendere le vene di un eroe […]. La sua volontà non era molto malleabile, e in generale andava contro il suo interesse. Il suo temperamento era magnanimo, il suo spirito assolutamente inflessibile.

Riflettendo su questa nota scritta dalla sorella Charlotte Brontë, sorge spontaneo chiedersi una cosa: quanto di Emily stiamo leggendo in Wuthering Heights? Forse tanto – come il parallelismo tra Hindley Earnshaw e Branwell, rispettivamente fratelli di Catherine e Emily, che sperimentano entrambi i problemi dell’alcool – o almeno stiamo entrando in contatto con i suoi desideri più reconditi, quelli che una morte precoce (avvenuta il 19 dicembre del 1848) non le ha permesso di vivere appieno. Il suo carattere sembra proprio essere a metà tra quello di Catherine e Heathcliff, sebbene la Brontë, da abile scrittrice, sia stata in grado di esasperarlo per creare due personaggi intramontabili della letteratura.

Qui di seguito vi lascio i dettagli e la modalità d’acquisto del libro:

Cime tempestose - E. Brönte

Titolo: Cime tempestose
Autore: Emily Brontë
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 428 pagine
Prezzo: 9,50 euro
Trama: Un romanzo in cui domina la violenza sugli uomini, sugli animali, sulle cose, scandito da scatti di crudeltà sia fisica sia, soprattutto, morale. Un romanzo brutale e rozzo – sono gli aggettivi utilizzati dalla critica dell’epoca – che scuoteva gli animi per la sua potenza e la sua tetraggine e che narra il consumarsi di un’inesorabile (sino a un certo punto) vendetta portata avanti con fredda meticolosità dal disumano Heathcliff. ‘Cime tempestose’ è un romanzo selvaggio, originale, possente, si leggeva in una recensione della ‘North American Review’, apparsa nel dicembre del 1848, e se la riuscita di un romanzo dovesse essere misurata unicamente sulla sua capacità evocativa, allora “Wuthering Heights” può essere considerata una delle migliori opere mai scritte in inglese. Tomasi di Lampedusa esprimeva il suo entusiastico e ammirato giudizio su Cime tempestose: ‘Un romanzo come non ne sono mai stati scritti prima, come non saranno mai più scritti dopo. Lo si è voluto paragonare a Re Lear. Ma, veramente, non a Shakespeare fa pensare Emily, ma a Freud; un Freud che alla propria spregiudicatezza e al proprio tragico disinganno unisse le più alte, le più pure doti artistiche. Si tratta di una fosca vicenda di odi, di sadismo e di represse passioni, narrate con uno stile teso e corrusco spirante, fra i tragici fatti, una selvaggia purezza.
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