“I pesci non chiudono gli occhi”: voce del verbo “mantenere”

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Valentina Zanotto

Una storia che sa di cambiamenti, un modo di raccontarla – ritmico e a riprese – che ricorda tanto lo sciabordio delle onde di quel mare caro al protagonista: questo è I pesci non chiudono gli occhi, il romanzo di Erri De Luca scritto nel 2011 per Feltrinelli. Se da una parte i ricordi d’infanzia si intrecciano ai primi turbamenti emozionali, dall’altra troviamo un autore bambino che sembra voglia crescere più di quanto gli permetta di fare la sua età (e il suo corpo).

A dieci anni la modestia del mio corpo mi istigava a sparire. Camminavo inventando di essere invisibile. Mi tradivano i pantaloni blu e la canottiera bianca, per la strada camminavano da soli, senza me dentro, ma nessuno ci faceva caso. Di notte nudo sul letto potevo scomparire tutto intero.

Questa non è solo la vita di un ragazzino solitario che trova nei cruciverba un modo per isolarsi dal mondo esterno, ma anche quella di una ragazzina che, allo stesso modo, cerca il suo spazio nelle letture e nella scrittura. Nell’essere simili e allo stesso tempo totalmente differenti dai loro coetanei, ma anche così caratterialmente opposti tra di loro, entrambi riescono a trovare uno spiraglio per far coincidere e comunicare le loro rispettive solitudini.

“Che classe fai?” chiesi.
“Non sprechiamo tempo con le stupidaggini. Tu perché sei così?”
Tirai a indovinare e risposi: “Mi piace tutto quello che è scritto, i giornali, gli elenchi. So a memoria la lista delle consumazioni e i prezzi del bar. Leggo tutto”.
“Anch’io, ma questo non spiega perché non stai con loro,” e guardò verso un gruppetto che giocava a palla sulla sabbia.
“Non ci so stare, non mi piacciono i loro giochi. Il pomeriggio vado a nuotare o alla spiaggia dei pescatori a vedere la tirata delle reti. Un uomo che conosco mi porta qualche volta a pesca sulla barca. So remare un poco.”
“Io sono una scrittrice.”

Il loro contatto è molto di più di una affinità, è un prolungamento di corpi. Le mani del protagonista possono affrontare la pesca e il nuoto, i rebus fatti a penna, ma non reagiscono di fronte alle botte dei bulli. Quelle ferite, però, anziché intimidirlo, lo rendono più forte: la sua sembra una corazza che deve per forza essere scalfita, come una crisalide che si prepara a diventare farfalla. Il ragazzino non si è mai sentito realmente una “vittima”, ma da quella sfida impari ne esce comunque vincitore: quelle mani possono anche essere prese e strette, con tutto il suo stupore, nella profonda scoperta del verbo “mantenere” e di tutte le emozioni che esso comporta.

“Sì, mi sono accorto di avercelo. E’ cominciato dalla mano. La prima volta che me l’hai tenuta. Mantenere è il mio verbo preferito.”

Tra lui e la ragazzina c’è qualcosa che non ha una vera e propria definizione: non è desiderio, non si sa se è amore, ma sicuramente è crescita. Non tanto del corpo, ma di una consapevolezza interiore che porta il protagonista a voler osservare con i suoi occhi – letteralmente – quello che gli sta capitando, e cosa lo sta “cambiando”. Se, infatti, dai pescatori tanto citati nel romanzo (e che gli tengono compagnia) il protagonista assimila l’arte del solitario abbandono, dai pesci invece “impara” la pratica del non chiudere gli occhi, un gesto romantico a tutti gli effetti.

Era così bellissima vicina, le labbra appena aperte. Mi commuovono quelle di una donna, nude quando si accostano a baciare, si spogliano di tutto, dalle parole in giù.
“Chiudi quei benedetti occhi di pesce.”
“Ma non posso. Se tu vedessi quello che vedo io, non li potresti chiudere.”
“Da dove ti spuntano questi complimenti, piccolo giovanotto?”
“Che complimenti? Dico quello che vedo.”

Il bello de I pesci non chiudono gli occhi è la semplicità: dei ricordi, dei gesti, delle parole. Leggendolo si sentono la salsedine del mare, i granelli di sabbia sotto i piedi, il simpatico vociare napoletano, ma anche il profumo degli spaghetti aglio, olio e prezzemolo e delle uova al tegamino. Il viaggio a ritroso nella mente dell’autore è anche il nostro viaggio, come se in quelle immagini memoriali ci fossimo anche noi, magari proprio nascosti in quella cabina da spiaggia come il protagonista, in attesa del momento giusto per finire la lettura e abbandonare quell’atmosfera ovattata. Il risultato è un libro più da ascoltare e vivere, piuttosto che da leggere, qualcosa che si insinua nella mente e arriva al cuore. Cinque verticale, sei lettere: la soluzione è “tenere”. Per mano, sempre.

Capivo all’indietro quello che succedeva dentro i libri, quando uno si accorge della specialità di un’altra persona e concentra su quella l’esclusiva della sua attenzione. Capivo l’insistenza di isolarsi, starsene in due a parlare fitto. Non c’entrava per me il desiderio, quell’amore chiudeva con l’infanzia ma non smuoveva ancora nessun muscolo degli abbracci. Scintillava dentro, mi visitava il vuoto e me lo illuminava.

Parole chiave:

  • Dieci anni: l’età del protagonista nel romanzo, ma anche l’età in cui per lui sembra cambiare tutto. La sua mente viaggia e cresce, si sviluppa sempre di più in una personalità dalle mille sfaccettature, mentre il suo corpo rimane come incastrato in un involucro “fastidioso”.
  • Mantenere: un verbo citato tante volte nel romanzo, soprattutto nel suo significato più profondo. Non tanto come “uno stato che dura a lungo e in maniera inalterata” (in fondo, nulla dura per sempre), piuttosto come un letterale “tenere per mano”.
  • Papà: durante la lettura si avverte anche la mancanza della figura paterna del protagonista, emigrato in America in cerca di lavoro. Quella lontananza è il frutto di una scelta difficile e senza di lui il ragazzino teme di crescere “storto”, senza qualcuno a cui appoggiarsi.
  • Titolo: significativo, in grado di racchiudere in poche parole tutto il senso del romanzo. All’inizio il lettore non ne capisce il senso reale, ma poi comprende, e capisce che quella è una bellissima metafora.
  • Rebus: quelli che ama tanto fare il protagonista, rigorosamente a penna. 

Voto: 5 segnalibri su 5

I pesci non chiudono gli occhi - Erri de Luca

Titolo: I pesci non chiudono gli occhi
Autore: Erri De Luca
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 115 pagine
Trama: A dieci anni l’età si scrive per la prima volta con due cifre. È un salto in alto, in lungo e in largo, ma il corpo resta scarso di statura mentre la testa si precipita avanti. D’estate si concentra una fretta di crescere. Un uomo, cinquant’anni dopo, torna coi pensieri su una spiaggia dove gli accadde il necessario e pure l’abbondante. Le sue mani di allora, capaci di nuoto e non di difesa, imparano lo stupore del verbo mantenere, che è tenere per mano.
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