VISITE CULTURALI

Il Museo della Follia: un viaggio nell’arte e non solo

Entrate, ma non cercate un percorso, l’unica via è lo smarrimento.

Con questa frase scritta su una parete completamente nera incomincia il viaggio all’interno del Museo della Follia, un itinerario perturbante fatto di voci, parole, video, dipinti, sculture e testimonianze materiali che non fanno altro che “avvolgere” il visitatore portandolo in una dimensione completamente altra rispetto alla normalità a cui è abituato e in cui si sente al sicuro.

Alda Merini apre la mostra: la sua voce riecheggia nell’aria dando un tono ai suoi versi, mentre il cassetto del suo comodino è disordinatamente riproposto come una protesi della sua mente da poetessa “maledetta e folle”. Da lì, l’esposizione prosegue diramandosi come una macchia di Rorschach attraverso un itinerario che va ben oltre la storia dell’arte e che prende in considerazione anche chi i manicomi li ha vissuti sul serio sulla propria pelle. È il caso delle fotografie all’ospedale psichiatrico di Mombello – in cui svettano i dipinti di Gino Sandri, internato proprio in quest’ultimo – oppure quelle fatte ai manicomi di Teramo e Palermo, accompagnate invece dalle lettere disperate dei pazienti sul loro stato di salute o sulla loro voglia di andarsene. Ma non solo: ci sono anche video installazioni dedicate a Franco Basaglia e agli OPG (gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari) oppure l’evocativa stanza della griglia, con i volti dei pazienti recuperati da alcune vecchie cartelle cliniche e che rivedono la luce attraverso un’interruttore che si può premere rimanendo quasi accecati.

Museo della Follia 2
Immagine presa dal web

La particolarità della mostra sta anche nelle sue esperienze multi-sensoriali. Questo accade, ad esempio, nella piccola stanza che racchiude le parole di un paziente colto nel suo totale sconforto, e in cui il visitatore è invitato a lasciarsi coinvolgere appieno. Occhi e orecchie sono impegnati nella lettura e nell’ascolto, mentre il corpo, racchiuso nello spazio angusto, sembra rivivere il caos dei discorsi soffocati e riproposti alla rinfusa nella mente.

In questo percorso nell’eterogeneità della follia, le opere si trasformano in modi e mondi diversi in cui gli artisti tentano di dare a quest’ultima una forma: Antonio Ligabue in primis, ma anche Telemaco Signorini, Lorenzo Alessandri, Enrico Robusti, Francisco Goya, Francis Bacon, Van Gogh e, soprattutto, il discusso quadro di Adolf Hitler. A queste si aggiungono anche le sculture di Cesare Inzerillo e gli oggetti appartenuti a dei reali pazienti che – incastonati nel muro come fermati nel tempo e nello spazio – sembrano riprodurre il loro senso di alienazione all’interno dei manicomi.

Museo della Follia 1
Immagine presa dal web

Il museo della Follia sa affrontare un tema vasto e delicato, sicuramente difficile da raccontare, dando spazio a diversi punti di vista e prendendo in considerazione tutte quelle forme in cui la diversità mentale si è manifestata e per cui certi individui sono stati giudicati. Visitare questa mostra significa, in un certo senso, abbandonare ogni logica e smarrirsi, proprio come invita la frase iniziale, nello stesso modo in cui smarrite e turbate sono le menti di cui si parla al suo interno. Muoversi tra le sale è un po’ come brancolare nel buio, nella stessa oscurità che occupa le pareti e la mente dei folli.

Immagini, documenti, oggetti raccontano le condizioni umili e dolenti dell’alienazione, le prescrizioni e le cure, i letti di contenzione e gli strumenti di costrizione. È un repertorio non dissimile da quello, doloroso, dei reperti dei profughi nei campi di concentramento. Frammenti che evocano infinite tristezze, isolati, anche nella loro innocua costituzione, come un cucchiaio, una fialetta odontalgica del Dott. Knapp, un pacchetto di Alfa, una chiave. Nulla di strano o di originale, nulla di specifico; tutto di doloroso. È l’introduzione al Museo della Follia. Un repertorio, senza proclami, senza manifesti, senza denunce. Poi si entra nella Stanza della Griglia. E si incontrano le persone. Uomini e donne come noi, sfortunati, umiliati, isolati. E ancora vivi nella incredula disperazione dei loro sguardi. Condannati senza colpa, incriminati senza reati per il solo destino di essere diversi, cioè individui. Inzerillo dà la traccia, evoca inevitabilmente Sigmund Freud e Michel Foucault, e apre la strada a un inedito riconoscimento, a una poesia della follia che muove i giovani in questa impresa. Sara Pallavicini, Giovanni Lettini e Stefano Morelli. Determinati, liberi, folli. Ed ecco il loro museo.

Per ulteriori informazioni, potete visitare il sito ufficiale della mostra e anche la pagina Facebook.

9 risposte a "Il Museo della Follia: un viaggio nell’arte e non solo"

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