Appuntamento con l’autore: Emily Brontë

Emily Bronte

Immagine presa dal web

Autrice di un solo romanzo, Cime Tempestose, ma ricordata come “la più famosa” tra le sue sorelle: questa è Emily Jane Brontë, nata a Thornton il 30 luglio del 1818 da Patrick e Maria Branwell. In origine, il cognome del padre era Brunty (o Branty), ma la sua grande ammirazione per Nelson, nominato appunto duca di Brontë da Ferdinando di Borbone per il ruolo avuto durante la repressione della rivoluzione napoletana, lo portò a cambiarlo per replicare quello dell’ammiraglio. Dopo aver intrapreso la carriera da curato ed essere diventato reverendo di Haworth, Patrick Brontë decide di stabilirsi nella cittadina insieme alla sua famiglia per prestare al meglio il suo servizio. Emily era l’ultima di sei figli (o la quinta, secondo altre fonti): la particolarità della sua numerosa famiglia non stava solamente in un saldo “legame fraterno” – contribuito dalla poca differenza d’età -, ma anche nel loro essere così “letterariamente” indissolubili da risultare una cosa sola pure per i critici impegnati a costruire le loro biografie. Impossibile, perciò, parlare di uno dei fratelli Brontë senza nominare anche gli altri, soprattutto Charlotte e Anne. Emily, però, è la più sofferente e “gotica” tra tutti, probabilmente senza volerlo. Il dolore che trascina con sé e nella sua scrittura è causato dai dispiaceri di una vita che non le ha riservato molte soddisfazioni, se non post mortem: prima la scomparsa prematura della madre, poi lo spettro della tubercolosi – la terribile malattia che colpirà anche lei a soli trent’anni e decimerà la sua famiglia -, passando anche attraverso la dipendenza dall’alcool e dall’oppio del fratello minore Branwell. Nonostante questo, l’educazione non è mai mancata in casa Brontë, soprattutto se consideriamo l’importanza attribuita dal padre alla cultura. Quest’ultimo, infatti, non solo iscrive i suoi ragazzi alla biblioteca “iniziandoli” anche al culto dei libri e delle riviste, ma si affida anche a capacissimi maestri laddove ce ne fosse stato il bisogno, come ad esempio nel caso del disegno e della musica. Nel 1842, insieme alla sorella Charlotte, Emily si trasferisce a Bruxelles per guadagnarsi da vivere con la professione di insegnante: lontano dalla sua cittadina, però, la ragazza dura solo qualche mese e ben presto prova nostalgia delle brughiere che l’hanno cresciuta. I frutti della sua predisposizione non tardano ad arrivare: il suo approccio all’attività scrittoria nasce e cresce quasi per gioco, quando il padre regala a Branwell dei soldatini di legno e la sorella li trasforma in personaggi che attraversano storie tormentate e passionali. Tra le sue letture preferite ci sono Walter Scott, Wordsworth, Shakespeare, ma soprattutto i romanzi gotici, dei riferimenti che le torneranno utili nel 1845, anno in cui comincerà la stesura del suo famosissimo Wuthering Heights. 

La libertà era il soffio delle narici di Emily; senza di essa moriva. Il cambiamento dalla sua casa a una scuola, e dalla sua vita molto silenziosa, molto reclusa, ma senza restrizioni e senza artifici, a una routine disciplinata  […] era quel che non riuscì a sopportare. La sua natura si dimostrò qui troppo forte per la sua fermezza.                                

Se fosse possibile descrivere Emily Brontë in poche e semplici parole, probabilmente sarebbero “spirito orgoglioso e libero”. Lo si capisce dal suo essere restia al lavoro abitudinario come insegnante/istitutrice, ma anche dal suo legame viscerale con quanto scrive e alla sua diffidenza nel farlo leggere a qualcuno: sarà sua sorella Charlotte a convincerla a pubblicare le sue poesie – sotto lo pseudonimo maschile di Ellis Bell -, come anche a spingerla ad approcciarsi alla scrittura di un romanzo.

Più felice sono quanto più lontana
porto l’anima mia dalla sua casa di creta
in una notte di vento quando la luna è chiara
e gli occhi vagano tra mondi di luce

quando io non sono e nessuno è accanto
né terra, né mare, né limpido cielo
solo spirito che vaga senza confini
nell’immenso infinito.

Lo scetticismo di Emily sembra quasi una profezia: la sua fortuna, infatti, non decolla, e sicuramente non vivrà abbastanza a lungo per cominciare a goderne. Questo insuccesso, col senno di poi, è particolarmente ingiusto: ma perché Cime tempestose ha faticato così tanto a essere accettato nella società ottocentesca in cui vive la sua autrice? La risposta va trovata soprattutto nelle tematiche affrontate nel romanzo che non si accordano affatto alla moralità dell’epoca, un po’ tanto bigotta da riflettersi, in un certo senso, nel bisbetico domestico Joseph raccontato proprio tra le pagine di Wuthering Heights. La critica del tempo non si è particolarmente risparmiata nel giudicarla un’opera quasi blasfema, complici anche le presenze fantasmali, gli elementi gotici e il ruolo inconsueto affidato alla morte. La Brontë non sembra affatto spaventata da quest’ultima, piuttosto la racconta come parte integrante di un disegno molto più ampio e che prescinde la vita stessa, questo forse anche per i lutti che vive sulla sua pelle. In Cime tempestose, infatti, la morte non è raccontata come un elemento fine a se stesso, ma come qualcosa che si scrive e riscrive continuamente in rapporto a un’esistenza intensa e tormentata: quella di Emily in primis, ma anche quella dei protagonisti che racconta nel suo romanzo.

Il mio amore per Linton è come il fogliame nei boschi: il tempo lo cambierà, ne sono consapevole, come l’inverno cambia gli alberi. Il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi: una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff! Lui è sempre, sempre, sempre nella mia mente: non come una gioia, non più di quanto io lo sia per me stessa, ma come il mio stesso essere. Quindi non parlare più di separazione: non è possibile.

La fredda e cupa brughiera dello Yorkshire fa da sfondo a un amore tragico e allo stesso tempo passionale, quello di Catherine e Heathcliff. L’odio e l’amore si mescolano continuamente in una trama quasi minacciosa, ma solo in apparenza: lo spettro che fa visita al (primo) narratore Mr. Lockwood durante una notte tormentata non deve affatto spaventare, ma ha tutta l’aria di essere uno spirito che cerca invano di raggiungere la sua redenzione. Il sogno e l’incubo, la vita e la morte, il paradiso e l’inferno sono solo alcune delle dicotomie che percorrono tutto il romanzo in un crescendo di sentimenti che prende respiro solo sul finale, quando sembra essere Cathy – figlia della protagonista e chiamata come lei proprio in suo onore – a coronare il sogno d’amore di cui si era mostrata incapace la madre.

Ma il signor Heathcliff è in singolare contrasto con la sua dimora e il suo stile di vita. Ha l’aspetto di uno zingaro dalla pelle scura, l’abito e i modi di un gentiluomo; di un gentiluomo, intendo, come lo sono molti signorotti di campagna. Piuttosto trasandato, forse; tuttavia la sua trasandatezza gli si addice poiché ha un portamento fiero e un bel viso; e senza dubbio scontroso: qualcuno potrebbe immaginare in lui un certo rozzo orgoglio plebeo. Ma qualcosa in me, che vibra all’unisono con lui, mi dice che non si tratta di questo; so per istinto che il suo riserbo nasce dalla ripugnanza per le eccessive effusioni del sentimento, per le reciproche testimonianze di cortesia. È un uomo capace di amare e odiare senza mostrarlo, e di giudicare un’impertinenza essere a sua volta amato o odiato.

Se Catherine rappresenta il candore e la libertà, Heathcliff simboleggia piuttosto l’orgoglio e la restrizione data dalla sua bassa estrazione sociale. Lui è l’inferno, il diavolo tentatore che si fa artefice di azioni discutibili pur di raggiungere il suo fine, la detonazione che rende distruttiva anche la sua amata Catherine. I due sono l’una l’opposto dell’altro, eppure si attraggono, si cercano, si annullano. Tutto sembra andare bene fino a quando fra di loro non si frappone la vendetta, la stessa che porterà alla morte della protagonista e, di riflesso, anche dello stesso Heathcliff. Sono una persona in due corpi, carne e spirito che si incontrano in una sola anima e allo stesso tempo si ritraggono. Questa è la storia di un amore un po’ atipico che troverà pace solamente sul finale, ma anche delle vite degli altri personaggi che crescono dalle radici dei due protagonisti. Ne sono un esempio Cathy e Hareton, i quali seguono il percorso inverso dei loro predecessori: passano dalla tensione alla “stabilità”, ma soprattutto sembrano imparare dagli errori di cui non sono colpevoli e che vivono comunque sulla loro pelle. Ma perché Catherine e Heathcliff non sono stati in grado di abbattere lo stesso muro? Semplice: sono guidati dalla pura irrazionalità, quella di un amore confuso e forte che non ha bisogno di regole, solo di gesti estremi. Emily Brontë, però, fa molto di più: prende questa irrazionalità e la ribalta totalmente creando un romanzo strutturato in maniera razionale, a partire da quei 34 capitoli occupati per metà dalle due generazioni di personaggi e a cui aggiunge un prologo e un epilogo della stessa lunghezza.

Mia sorella Emily non era persona di carattere espansivo, né una nei recessi della cui mente e animo anche coloro che le erano più vicini e più cari potessero entrare impunemente senza il suo consenso […]. Nella natura di Emily sembravano incontrarsi gli estremi del vigore e della semplicità. Sotto una cultura non sofisticata, gusti semplici e un’esteriorità senza pretese, covava un segreto potere e un fuoco che avrebbe potuto illuminare il cervello e accendere le vene di un eroe […]. La sua volontà non era molto malleabile, e in generale andava contro il suo interesse. Il suo temperamento era magnanimo, il suo spirito assolutamente inflessibile.

Riflettendo su questa nota scritta dalla sorella Charlotte Brontë, sorge spontaneo chiedersi una cosa: quanto di Emily stiamo leggendo in Wuthering Heights? Forse tanto – come il parallelismo tra Hindley Earnshaw e Branwell, rispettivamente fratelli di Catherine e Emily, che sperimentano entrambi i problemi dell’alcool – o almeno stiamo entrando in contatto con i suoi desideri più reconditi, quelli che una morte precoce (avvenuta il 19 dicembre del 1848) non le ha permesso di vivere appieno. Il suo carattere sembra proprio essere a metà tra quello di Catherine e Heathcliff, sebbene la Brontë, da abile scrittrice, sia stata in grado di esasperarlo per creare due personaggi intramontabili della letteratura.

Qui di seguito vi lascio i dettagli e la modalità d’acquisto del libro:

Cime tempestose - E. Brontë

Titolo: Cime tempestose
Autore: Emily Brontë
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 428 pagine
Prezzo: 9,50 euro
Trama: Un romanzo in cui domina la violenza sugli uomini, sugli animali, sulle cose, scandito da scatti di crudeltà sia fisica sia, soprattutto, morale. Un romanzo brutale e rozzo – sono gli aggettivi utilizzati dalla critica dell’epoca – che scuoteva gli animi per la sua potenza e la sua tetraggine e che narra il consumarsi di un’inesorabile (sino a un certo punto) vendetta portata avanti con fredda meticolosità dal disumano Heathcliff. ‘Cime tempestose’ è un romanzo selvaggio, originale, possente, si leggeva in una recensione della ‘North American Review’, apparsa nel dicembre del 1848, e se la riuscita di un romanzo dovesse essere misurata unicamente sulla sua capacità evocativa, allora “Wuthering Heights” può essere considerata una delle migliori opere mai scritte in inglese. Tomasi di Lampedusa esprimeva il suo entusiastico e ammirato giudizio su Cime tempestose: ‘Un romanzo come non ne sono mai stati scritti prima, come non saranno mai più scritti dopo. Lo si è voluto paragonare a Re Lear. Ma, veramente, non a Shakespeare fa pensare Emily, ma a Freud; un Freud che alla propria spregiudicatezza e al proprio tragico disinganno unisse le più alte, le più pure doti artistiche. Si tratta di una fosca vicenda di odi, di sadismo e di represse passioni, narrate con uno stile teso e corrusco spirante, fra i tragici fatti, una selvaggia purezza.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 8,07 euro)

Sono affiliata ad Amazon e negli articoli ho aggiunto dei rimandi proprio a questo sito. Per ogni acquisto che farete seguendo i riferimenti che ho messo (oppure partendo da questo link generico), percepirò una commissione del 10% (massimo), ricavato che servirà per mantenere il mio sito o acquistare libri. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro supporto.

“Alla ricerca del piatto perduto”: Frisella condita

 

Frisella condita.JPG

Valentina Zanotto

Ingredienti (per 4 persone):
8 friselle (io le ho scelte integrali)
5 pomodori ramati ben maturi
20 capperi
5 filetti d’acciuga
Qualche foglia di basilico
2 bicchiere di acqua
Sale q.b.
Olio e.v.o.

Preparazione:
Prendere le friselle e romperle a pezzi (meglio ancora se si hanno delle friselle già rotte e di cui non si sa cosa fare), quindi metterle in un recipiente piuttosto capiente e versarci sopra “a giro” i due bicchieri di acqua. Aggiustare di sale.

Fare a tocchetti i pomodori, tagliare a metà i capperi e sminuzzare i filetti di acciuga. Una volta che tutti gli ingredienti sono pronti, unirli ai pomodori. Completare con il basilico spezzettato a mano, condire con dell’olio e.v.o. e dare una bella mescolata. L’ideale sarebbe lasciare insaporire le friselle per una mezz’oretta; se volete servirle in una maniera simpatica, utilizzate dei barattoli con chiusura ermetica.

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro:

Il luogo più interessante era il torrente, a cui mia madre ci portava tutte le mattine, a prendere il sole e a diguazzare nell’acqua limpida mentre lei lavorava a maglia all’ombra di un salice. Lo si poteva guadare senza pericolo da sponda a sponda, e albergava animali mai visti. Sul fondo, strisciavano insetti neri che sembravano grosse formiche […]. A mezz’aria si libravano libellule meravigliose, dai riflessi turchini, metallici; metallico e meccanico era anche il loro ronzio. Erano piccole macchine da guerra: a un tratto calavano come dardi su un’invisibile preda. Sui lembi di sabbia asciutta correvano scarabei verdi, agilissimi, e si aprivano le trappole coniche dei formicaleoni. [Dal racconto Ranocchi sulla luna, p. 113]

Molti animali, dalle strutture più diverse, ostentano colori vivaci e hanno carni di sapore disgustoso, oppure sono velenosi: ad esempio i pesci dorati e le coccinelle, o rispettivamente le vespe e certi serpenti. I colori vistosi servono come segnali e avviso, affinché i predatori li riconoscano da lontano e, ammaestrati da precedenti esperienze, si astengano dall’assalirli. Esiste un parallelo comportamento umano? In generale, l’uomo nocivo tende piuttosto a confondersi entro la maggioranza, per sottrarsi all’identificazione; ma non fa così quando è o si sente superiore alla legge. [Dal racconto Romanzi dettati dai grilli, p. 126]

Pochi ingredienti, sostituibili a seconda dei gusti e da preparare in poco tempo: come quando si ha voglia di leggere qualcosa di breve e che può cambiare a seconda dell’ispirazione del momento. Come non pensare a una raccolta di racconti? In questo caso quelli contenuti in Ranocchi sulla luna (e altri animali), opera firmata Primo Levi e contenente un numeroso repertorio zoologico di fantasia e curiosità. Leggendo questi testi brevi si viene proiettati in un mondo di emozioni in cui non sono gli umani a parlare, ma le creature con le zampe. Ogni racconto impiega poco tempo di lettura – un po’ come la preparazione di queste friselle – ma ciascuno è in grado di trasmettere un messaggio unico e particolare. Da leggere, soprattutto per conoscere un “inedito” Primo Levi.

Ranocchi sulla luna e altri animali - P. Levi.jpg

Titolo: Ranocchi sulla luna e altri animali
Autore: Primo Levi
Editore: Einaudi
Lunghezza: 234 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Gabbiani, giraffe, talpe, formiche, dromedari, elefanti, farfalle, scoiattoli, ragni, buoi, ranocchi, corvi, topi, chiocciole. Nelle pagine di Primo Levi gli animali non rappresentano una curiosità marginale o un divertimento accessorio, ma sono parte integrante del suo immaginario e della sua moralità: rappresentano un diverso modo di parlare delle scelte che ogni uomo deve affrontare. Primo Levi è affascinato dalle capacità con cui esseri d’ogni specie, compresi i parassiti, hanno risposto alle difficoltà dell’ambiente elaborando soluzioni ingegnose, quasi altrettante filosofie di vita. “Ci sono animali enormi e minuscoli, estremamente forti ed estremamente deboli, audaci e fuggitivi, veloci e lenti, astuti e sciocchi, splendidi e orrendi”, ma proprio uscendo dall’isola umana uno scrittore può scoprire una miniera di storie possibili, ricca di metafore, simboli, allegorie. Sino dalla fine degli anni Cinquanta Primo Levi ha dedicato loro racconti, articoli, interviste immaginarie e poesie, in cui ha messo a frutto l’acutezza delle sue osservazioni, e la curiosità di uno sguardo sorridente e pensoso, mai sentimentale o antropomorfo. L’insuperabile analista del “termitaio” del Lager si è rivelato anche un brillante zoologo ed etologo, capace di aprire al lettore orizzonti inconsueti.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 10,20 euro)

Sono affiliata ad Amazon e negli articoli ho aggiunto dei rimandi proprio a questo sito. Per ogni acquisto che farete seguendo i riferimenti che ho messo (oppure partendo da questo link generico), percepirò una commissione del 10% (massimo), ricavato che servirà per mantenere il mio sito o acquistare libri. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro supporto.

L’effetto farfalla raccontato da Ray Bradbury

L’effetto farfalla, scientificamente parlando, prende le basi dalla “teoria del caos”, ipotizzata ufficialmente negli anni Settanta dal fisico Edward Lorenz e basata sull’idea che anche il disordine abbia le sue regole. Sostanzialmente, l’opinione è quella secondo cui dietro la semplicità e l’apparenza di un ordine prestabilito si trovi nascosto qualcosa di inconoscibile per cui non solo un evento vicino può avere conseguenze anche lontane, ma che variando le condizioni iniziali di un certo sistema quest’ultimo si evolverà quasi certamente in maniera inaspettata. Ma da dove deriva a sua volta questo pensiero? Per dare risposta a questa domanda bisogna tornare indietro al 1952 e citare il romanzo A Sound of Thunder di Ray Bradbury, un testo breve – ma veramente significativo – che ha avuto notevoli influenze culturali. Basti pensare a The Butterfly Effect, un film di fantascienza del 2004 diretto da Eric Bress e J. Mackye Gruber, che si apre con la celebre frase, offerta da una voce fuori campo, «Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo»; ma anche al meno conosciuto Il risveglio del tuono di Peter Hyams del 2005. 

FRANCE-LIBYA/

Immagine presa dal web

Ritornando al romanzo di Bradbury, invece, è proprio la camminata non prevista di un cacciatore su una Terra di milioni di anni fa (avvenuta durante un safari indietro nel tempo) ad aver portato alla creazione di un nuovo futuro diverso da quello previsto. Molti conoscono l’autore statunitense soprattutto per Fahrenheit 451 o Cronache marziane, poco per i suoi racconti, altrettanto interessanti da essere considerati ciò che di nascosto si trova sotto la punta dell’iceberg-mondo fantascientifico da lui narrato. Rumore di tuono è proprio tra questi, ma per “immergerci” meglio in questo testo, ecco alcune citazioni e la trama.

La scritta sul muro sembrò baluginare, come sotto una pellicola d’acqua calda in movimento. Eckels si sentì battere le palpebre sulla fissità degli occhi, e in quella momentanea oscurità la scritta arse:

SAFARI NEL TEMPO, INC.
SAFARI IN QUALUNQUE ANNO DEL PASSATO.
VOI SCEGLIETE L’ANIMALE.
NOI VI PORTIAMO LÀ.
VOI SPARATE.

Un muco caldo si raggrumò nella gola di Eckels, che inghiottì per mandarlo giù. I muscoli attorno alla sua bocca formarono un sorriso, mentre tendeva lentamente la mano nell’aria, e in quella mano sventolava un assegno di diecimila dollari verso l’uomo seduto alla scrivania.

Nel 2055 il mondo non è affatto come ci si potrebbe aspettare; oltre al nuovo presidente americano Keith, per i cacciatori che hanno nostalgia del passato esiste la possibilità di fare dei viaggi nel tempo per uccidere animali estinti. Ovviamente non in maniera gratuita, ma con un cospicuo pagamento che ammonta a 10.000 dollari. Uno dei personaggi di questo racconto è Eckels: non si accontenta di uccidere animaletti semplici, vuole un T Rex, una grandiosa uccisione per soddisfare le sue enormi manie di protagonismo. In teoria non ci sarebbe nulla in contrario, l’unica regola è che l’animale sia già destinato alla morte per non rischiare di modificare in maniera irrimediabile il futuro. Ma Bradbury non fa tutto semplice, anzi, inserisce degli elementi che fanno capire quanto sia azzardato giocare con il destino e il tempo, entità misteriose e ingestibili. Eckels vuole fare di testa sua, poco gli importa delle regole e delle guide: non solo ha un incontro-scontro con un T Rex che non dovrebbe morire in quel momento, ma cammina sulla “passerella” su cui è severamente vietato mettere piede. Queste due azioni, apparentemente insignificanti, sono destinate però ad avere enormi conseguenze, d’altronde – ci fa capire Bradbury – non si scherza con ciò che è più grande di noi, soprattutto se sfugge a qualsiasi controllo. Dopo aver cercato di salvare il salvabile – ma senza troppo successo – Eckels e le guide ritornano al loro tempo presente. Il mondo sembra come prima, apparentemente. Il protagonista, nonostante il racconto sia breve, riesce a mostrarsi in tutto il suo peggio: è una persona arrogante ed egoista, e questo lo dimostra anche quando si rifiuta di pulire gli stivali completamente sporchi di fango a causa di quanto successo durante il safari. Neanche a farlo apposta, è proprio sulla suola che si nasconde la variazione della storia. Là dove sembrava esserci solo acqua mista a terra, infatti, in realtà c’è una farfalla, proveniente non solo da quel delicato e suscettibile passato, ma anche morta prima del suo tempo. Però ormai è troppo tardi, il mondo non è più lo stesso.

Incastrata nel fango, emettendo un luccichio verde, dorato e nero, c’era una farfalla, molto bella, e molto morta.
«Non una cosa così piccola! Non una farfalla!» gridò Eckels.
La farfalla cadde sul pavimento, una cosa squisita, una piccola cosa che poteva sconvolgere gli equilibri e distruggere una fila di piccoli esseri e poi di grandi esseri e poi di giganteschi esseri, attraverso gli anni e il Tempo. La mente di Eckels vorticava. Non poteva aver cambiato le cose. Uccidere una farfalla non poteva essere così importante! No? […]
Non si mosse. Gli occhi chiusi, aspettò, tremando. Sentì Travis respirare forte nella stanza. Sentì Travis spostare il fucile, alzare la sicura, puntare l’arma.
Poi, un rumore di tuono.

Per saperne di più:

Ray Bradbury - Cento racconti

Titolo: Cento racconti. Autoantologia 1943-1980
Autore: Ray Bradbury
Editore: Mondadori
Lunghezza: 1372 pagine
Prezzo: 24 euro
Trama: «I racconti sono qui. Ce ne sono cento, quasi quarant’anni della mia vita. Contengono metà delle verità sgradevoli sospettate a mezzanotte e metà di quelle gradevoli riscoperte a mezzogiorno». Con queste parole Ray Bradbury ha suggellato la sua prima imponente antologia di racconti, uscita nel 1980 da Knopf con il titolo «The stories of Ray Bradbury». Scelte e ordinate dall’autore, queste cento storie disegnano un percorso affascinante nella produzione di Bradbury, scrittore poliedrico e al tempo stesso fedelissimo alle sue passioni e all’idea di arte come suprema forma di felicità. Tra i racconti campeggia, anzitutto, la fantascienza – una “fantascienza umanistica” che diventa riflessione morale sul presente, di cui mette in luce le contraddizioni – ma non solo: accanto alle storie ambientate nello spazio troviamo quelle dedicate a una stirpe americana di vampiri, racconti di dinosauri, avventure di viaggiatori nel tempo, robot che si fingono esseri umani, zombie, scheletri, adolescenti assassini, fenomeni da baraccone. L’intero continente del fantastico è battuto palmo a palmo sullo sfondo di quella provincia americana delle small towns di cui Bradbury è stato impareggiabile cantore, feroce e nostalgico insieme.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 20,40 euro)
Per leggere solo Rumore di tuono: clicca qui

Sono affiliata ad Amazon e negli articoli ho aggiunto dei rimandi proprio a questo sito. Per ogni acquisto che farete seguendo i riferimenti che ho messo (oppure partendo da questo link generico), percepirò una commissione del 10% (massimo), ricavato che servirà per mantenere il mio sito o acquistare libri. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro supporto.

“Alla ricerca del piatto perduto”: Spaghettini con funghi champignon e crema di ricotta

Spaghettini con champignon e crema di ricotta.JPG

Valentina Zanotto

Ingredienti (per 4 persone)
320 g di “spaghettini”
250 g di funghi champignon freschi
1 spicchio di aglio
2-3 ciuffi di prezzemolo
Sale e pepe q.b.
Olio e.v.o.

Per la crema di ricotta:
150 g di ricotta
20 g di parmigiano
Sale e pepe q.b.

Preparazione:
Pulire i funghi champignon con cura (privandoli della “pellicina” sul cappello e della terra sul gambo) e tagliarli a fettine; quindi porli in una padella in cui si è fatto imbiondire lo spicchio d’aglio con l’olio e.v.o. Farli insaporire per bene mescolandoli di tanto in tanto e solo a fine cottura aggiungere il prezzemolo tagliato finemente (una volta che l’aglio avrà fatto il suo dovere, si può togliere; se invece siete amanti del suo sapore, vi suggerisco di cuocere i funghi con l’aglio sminuzzato).

Per fare la crema, mettere in una terrina la ricotta, il parmigiano, il sale e il pepe, poi frullare il tutto con il minipimer. A piacere si può aggiungere anche mezzo mestolo di acqua di cottura. Una volta che il composto avrà la consistenza di una crema, metterlo da parte.

Portare a bollore l’acqua salata e buttare gli “spaghettini”. Scolarli al dente e rovesciarli nella padella in cui, precedentemente, sono stati cotti i funghi. Farli saltare per amalgamarli, quindi aggiungere anche la crema di ricotta continuando a mescolare la pasta (il tutto a fuoco spento). Impiattare e servire gli spaghetti ancora caldi.

Grado di difficoltà:
Una forchetta su tre (bassa)

Se fosse un libro:

Aveva visto i camosci saltare i precipizi in piena corsa, uno dietro l’altro eseguendo l’identica sequenza di passi nello slancio da una sponda all’altra. Il loro salto era un rammendo tra due bordi, un punto di sutura sopra il vuoto. C’entrava l’invidia per la superiorità della bestia, da cacciatore ammetteva la bassezza che inventa l’espediente, l’agguato da lontano. Senza certezza di inferiorità manca la spinta a mettersi all’altezza.
Diverso è il pescatore, che non invidia nessuna abilità del pesce, vuole invece sconfiggerle. È predatore che cattura in massa, non insegue un esemplare solo, tranne Achab in Moby Dick. Né carica la bestia sulle spalle. Il pescatore è opposto.

Anche se all’apparenza sembrerebbe una ricetta autunnale, i funghi champignon ci dicono che possiamo cucinare questo piatto anche nel periodo estivo (e se la giornata è stata “buttata giù” da un po’ di pioggia o da un temporale tanto meglio, questo comfort food è pronto per arrivare in soccorso). I funghi, generalmente, mi fanno pensare alla montagna, a qualche sentiero coperto di foglie oppure a una camminata all’ombra degli alberi. Ecco perché ho pensato di abbinare i miei “spaghettini” a un romanzo in cui questo tortuoso paesaggio si mescola all’introspezione e alla poesia. Il peso della farfalla di Erri De Luca è un racconto – ma anche una favola – in cui natura e uomo si incontrano e si scontrano: sullo sfondo proprio la montagna di un camoscio e di un cacciatore che vuole ucciderlo.

Il peso della farfalla - Erri De Luca

Titolo: Il peso della farfalla
Autore: Erri De Luca
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 70 pagine
Prezzo: 7 euro
Trama: Il re dei camosci è un animale ormai stanco. Solitario e orgoglioso, da anni ha imposto al branco la sua supremazia. Forse è giunto il tempo che le sue corna si arrendano a quelle di un figlio più deciso. E novembre, tempo di duelli: è il tempo delle femmine. Dalla valle sale l’odore dell’uomo, dell’assassino di sua madre. Anche l’uomo, quell’uomo, era in là negli anni, e gran parte della sua vita era passata a cacciare di frodo le bestie in montagna. E anche quell’uomo porta, impropriamente, il nome di “re dei camosci” – per quanti ne aveva uccisi. Ha una Trecento magnum e una pallottola da undici grammi: non lasciava mai la bestia ferita, l’abbatteva con un solo colpo. Erri De Luca spia l’imminenza dello scontro, di un duello che sembra contenere tutti i duelli. Lo fa entrando in due solitudini diverse: quella del grande camoscio fermo sotto l’immensa e protettiva volta del cielo e quella del cacciatore, del ladro di bestiame, che non ha mai avuto una vera storia da raccontare per rapire l’attenzione delle donne, per vincere la sua battaglia con gli altri uomini. “In ogni specie sono i solitari a tentare esperienze nuove,” dice De Luca. E qui si racconta, per l’appunto, di questi due animali che si fronteggiano da una distanza sempre meno sensibile, fino alla pietà di un abbraccio mortale.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 5,95 euro)

Sono affiliata ad Amazon e negli articoli ho aggiunto dei rimandi proprio a questo sito. Per ogni acquisto che farete seguendo i riferimenti che ho messo (oppure partendo da questo link generico), percepirò una commissione del 10% (massimo), ricavato che servirà per mantenere il mio sito o acquistare libri. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro supporto.

“La manutenzione dei sensi”: quando la montagna diventa cura e casa per i sentimenti

DSC_0015.JPG

Valentina Zanotto

La passione per le montagne m’era venuta da ragazzo guardando una piccola foto in bianco e nero con i bordi seghettati, dove c’era mio padre.

Che Franco Faggiani, prima di essere scrittore e giornalista, sia anche un grande appassionato di montagna e fotografia lo si capisce dal suo romanzo La manutenzione dei sensi, pubblicato nel 2018 per Fazi Editore. Se da una parte, infatti, la storia ci proietta tra i monti piemontesi – intorno a Cesana Torinese – attraverso un percorso fatto di sentieri, radure e lunghe camminate, dall’altra, piuttosto, ci regala dei particolari che sembrano quasi dei fermo-immagine scattati sulle vite dei due protagonisti principali, Leonardo e Martino. Ma procediamo con ordine. In mezzo a tutto questo c’è un cambio di vita, non solo la voglia di staccare la spina, ma proprio la volontà di fare tabula rasa e ricominciare da zero, altrove.

Avevo deciso di comprare quel che rimaneva di quella vecchia baita dopo una notte insonne, passata a rimuginare idee e a ridare un contorno a ricordi quasi sbiaditi che salivano a casaccio dal fondo di quella macchina del tempo che viaggia solo a ritroso qual è la memoria; a considerare che la nostra vita, la mia e quella di Martino, non era più compatibile con Milano. Invece di scorrere fluida, si avvitava con spirali sempre più soffocanti e minacciose, preludio di tempeste.

Leonardo Guerrieri è uno scrittore affermato, un marito e anche un padre. La vita, però, decide di metterlo a dura prova quando sua moglie Chiara muore improvvisamente nel sonno a causa di un ictus, lontano da casa; il fatto che non sia riuscito ad abbracciarla un’ultima volta è un peso che Leonardo esterna nel suo essere un po’ freddo e distaccato. L’uomo ha bisogno di essere “salvato”, ne è consapevole lui stesso, ma anche Nina, la figlia che per grinta e indipendenza ricorda tanto la madre. Sarà proprio lei ad andare in orfanotrofio (lo stesso in cui prestava volontariato sua mamma) e a ritornare a casa con Martino Rochard, un ragazzino di otto anni da tenere in affido momentaneo. La sensazione è che Nina abbia già capito tutto, consapevole di quanto i due possano dare e imparare l’uno dall’altro, soprattutto perché lei, come medico osteopata, è quasi sempre in viaggio all’estero.

A parte la difficile convivenza delle prime settimane, qualche scaramuccia intensa ma di breve durata su faccende quotidiane come il disordine sovrano, il rifiuto della doccia, la TV lasciata sempre accesa e cose simili, e un conseguente distacco comportamentale («io faccio così, tu fai come ti pare»), fino al termine delle scuole elementari tutto era andato avanti senza scosse particolari. A dire la verità anche senza emozioni significative, di quelle che lasciano per qualche istante con il fiato sospeso per la sorpresa o che regalano evidenti segni positivi di cui tener conto. Sembravamo due vecchie zitelle che convivono la casa per farsi compagnia, che magari si sopportano con qualche sommesso mugugno e con quella latente ma terribile paura di rimanere sole. Il quieto vivere.

L’inizio non è affatto semplice: Leonardo è diffidente, ancora piuttosto provato dalla perdita della moglie, mentre Martino è introverso, taciturno, preferisce il distacco al contatto fisico, ma dentro di sé sembra avere un mondo inesplorato da scoprire pian piano. Insieme decidono di abbandonare il grigiore e il trambusto di Milano per la montagna e una baita interamente ristrutturata, un luogo che presto si trasformerà in casa e rifugio. Lì impereranno ad ascoltare la natura, a svolgere i mestieri manuali, a riconoscere gli animali, ad apprezzare la solitudine, ma anche a stare insieme e a trovare nella “convivenza” un sinonimo di famiglia.

L’isolamento a noi piaceva. molto. Lo consideravamo protettivo, rassicurante. Martino aveva trovato quella parte di mondo più consona alla sua indole, e io avevo soddisfatto un desiderio rimasto troppo a lungo in sospeso. Facevamo entrambi quel che ci piaceva fare, eravamo come ci piaceva essere. Vivevamo defilati, comunque liberi e con quanto ci serviva davvero. questo ci teneva a distanza da numerosi problemi. Molte cose, che in città sembravano indispensabili, qui, immersi nei boschi, spesso si erano rivelate superflue, ingombranti o, peggio ancora, inutili. Non avevamo mai molta gente intorno, ma non ci sentivamo per niente soli.

Questa non è solo la storia di Leonardo e Martino e del loro vivere insieme, ma anche della loro capacità di affrontare una perdita e una malattia. Sì, perché Martino ha quella che viene chiamata “sindrome di Asperger”, una condizione che nel romanzo viene descritta più come una ricchezza piuttosto che come un limite: basti pensare al modo in cui viene percepita dal ragazzo – quasi fosse una notizia buffa -, ma soprattutto a come essa sia accostata a grandi nomi della storia e della cultura. Questa passerella di personalità geniali ha un solo scopo: la sindrome non è una malattia debilitante (come tanti potrebbero credere), un’etichetta da appiccicare addosso a Martino, ma un incentivo al meglio e allo sfogo della sua creatività. 

Darwin, Newton, Hitchcock, Bertrand Russel, Bobby Fischer, Mozart, Spielberg, Temple Grandin, Vernon Smith, Satoshi Tajiri, Alan Turing […]
Mi aveva guardato con una certa compassione, poi aveva ripreso: «Storie affascinanti, esaltanti. Vede, tutti questi personaggi, ma potrei dargliene un nuovo e assai lungo elenco, sono o sono stati indubbiamente dei geni. Con una cosa in comune: la sindrome di Asperger.»

La vita va avanti anche se il passato l’ha fortemente segnata: ha tutta l’aria di essere una frase fatta, eppure è l’ineluttabile verità di questa storia. Leonardo e Martino hanno bisogno della stessa vicinanza da cui sembrano fuggire, della stessa rassicurazione che le perdite hanno tolto loro, si somigliano nel loro essere diversi e allo stesso tempo si differenziano dalle persone che li circondano. Leggere la “Manutenzione dei sensi” non solo vi trasporterà in una storia bella – nel vero e proprio senso del termine – e sorprendente, ma vi farà comprendere anche l’intenzione del titolo: l’importanza di “aggiustarsi” e la capacità di mantenere questo stato d’essere per il bene di se stessi e delle persone che si ama, senza avere paura dei cambiamenti. Se state pensando a qualcosa di triste, abbandonate all’istante questo pensiero. Uno dei motivi per cui ho amato questo romanzo è stato il modo in cui è stato scritto, la maestria con cui l’autore ha unito la serietà al riso, come se la trama fosse composta dai tornanti e dai saliscendi tipici di quella montagna che è anche raffigurata in copertina. Franco Faggiani è come se portasse con sé il lettore in una camminata fino alla cima: ci saranno momenti toccanti e difficili, ma anche momenti più leggeri e spensierati; la fine del romanzo rappresenta quella vetta che regala consapevolezza e un panorama da togliere il fiato, insieme a una nuova dimensione nel mondo proprio come è successo ai due protagonisti. Non bisogna avere paura di cambiare e migliorarsi, perché Leonardo e Martino non l’hanno avuta. 

Ero rimasto lì ancora un po’, a osservare il profilo ormai netto delle montagne che giravano tutt’intorno, la frastagliata linea di confine del nostro mondo. Quello che distillava nostalgia allo stato puro ogni volta che ce ne allontanavamo. A molti quel profilo dava l’idea di una barriera opprimente, perfino ostile. Per noi costituiva un susseguirsi di protezioni. Sapevamo bene che bastava salirle per vedere orizzonti sconfinati e inventare nuovi cammini. Un privilegio da condividere con chi si ama, o con chi, in sintonia, fa almeno un po’ di strada insieme a noi. Avrei voluto avere con me Chiara. fisicamente. Però, se così fosse stato, non ci sarebbe stato Martino. Perché, come diceva Augusto, è così che vanno le cose.

Parole chiave:

  • Montagna: è lo sfondo principale di tutta la storia, il simbolo della rinascita e della riscoperta di sé stessi. La montagna è le camminate, i sentieri da percorrere, il camino acceso e il tempo che cambia, gli animali che lasciano impronte e diventano un gioco tra “padre e figlio”: non solo un luogo, ma soprattutto una passione. Leonardo sceglie di abbandonare il caos della grande città non per promuovere la sua asocialità, ma per ritrovare quella parte che, dopo la perdita della moglie, era venuta meno. Questo trasferimento, però, ha anche un altro proposito: il recupero dei gesti più intimi e semplici, come gli abbracci.
  • Sindrome di Asperger: la condizione – non malattia – di cui “soffre” Martino, ma che il ragazzo (e le persone che ha intorno) trasformano in qualcosa di unico che va ben oltre le difficoltà.
  • Solitudine: Leonardo e Martino amano stare e vivere da soli, nel loro mondo fatto di cose semplici e non superflue. Questo non rappresenta un ostacolo, ma un vero e proprio stile di vita: sono selettivi, scelgono da chi farsi circondare, e non a caso sono tutte persone autentiche.
  • Padre e figlio: questa è anche la storia di come la famiglia non debba essere vista solo in maniera tradizionale, attraverso il legame di sangue, ma anche con gli occhi rivolti al mondo delle adozioni («La famiglia è quell’insieme di persone con cui uno vive una parte del tempo migliore della propria vita.»). Tra Leonardo e Martino c’è un rapporto profondo, un sentimento che sembra non avere un nome, ma che i due riescono a far comunicare attraverso i gesti, le parole centellinate (mai di troppo) e i silenzi. 
  • Destino: la vita toglie, come è successo con Chiara, ma riesce anche a donare, con Martino. All’inizio, per Leonardo, è stato piuttosto difficile rendersene conto, la tragedia lo aveva portato a vedere un mondo completamente al buio. Poi, però, Martino è arrivato a fare luce.

Voto: 5 segnalibri su 5

La manutenzione dei sensi - F. Faggiani.jpg

Titolo: La manutenzione dei sensi
Autore: Franco Faggiani
Editore: Fazi
Lunghezza: 250 pagine
Prezzo: 16 euro
Trama: A un incrocio tra casualità e destino si incontrano Leonardo Guerrieri, vedovo cinquantenne, un passato brillante e un futuro alla deriva, e Martino Rochard, un ragazzino taciturno che affronta in solitudine le proprie instabilità. Leonardo e Martino hanno origini ed età diverse, ma lo stesso carattere appartato. Il ragazzo, in affido temporaneo, non chiede, non pretende, non racconta; se ne sta per i fatti suoi e non disturba mai. Alle medie, però, a Martino, ormai adolescente, viene diagnosticata la sindrome di Asperger. Per allontanarsi dalle sabbie mobili dell’apatia che sta per risucchiare entrambi, Guerrieri decide di lasciare Milano e traslocare in una grande casa, lontana e isolata, in mezzo ai boschi e ai prati d’alta quota, nelle Alpi piemontesi. Sarà proprio nel silenzio della montagna, osservando le nuvole in cielo e portando al pascolo gli animali, che il ragazzo troverà se stesso e il padre una nuova serenità. A contatto con le cose semplici e le persone genuine, anche grazie all’amicizia con il burbero Augusto, un anziano montanaro di antica saggezza, padre e figlio si riscopriranno più vivi, coltivando con forza le rispettive passioni e inclinazioni. Una storia positiva è al centro di questo romanzo che trabocca di umanità e sensibilità autentiche e che contiene una riflessione sul labile confine che divide la normalità dalla diversità. Un romanzo sul cambiamento, la paternità, la giovinezza, in cui padre e figlio ritroveranno la loro dimensione più vera proprio a contatto con la natura, riappropriandosi di valori irrinunciabili come la semplicità e la bellezza.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 13,60 euro)

Sono affiliata ad Amazon e negli articoli ho aggiunto dei rimandi proprio a questo sito. Per ogni acquisto che farete seguendo i riferimenti che ho messo (oppure partendo da questo link generico), percepirò una commissione del 10% (massimo), ricavato che servirà per mantenere il mio sito o acquistare libri. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro supporto.

“Il caffè dei piccoli miracoli”: la ragazza con la borsa rossa

Il caffè dei piccoli miracoli - Barreau (foto).JPG

Valentina Zanotto

Il caffè dei piccoli miracoli è l’ultimo romanzo scritto da Nicolas Barreau, un autore francese che ormai da diversi anni esporta le sue commedie “in rosa” (La ricetta del vero amore, Gli ingredienti segreti dell’amore o Parigi è sempre una buona idea solo per citarne alcune) in giro per il mondo. Edito da Feltrinelli nel 2017, questa è la storia dell’inguaribile sognatrice Eleonore Delacourt – o più semplicemente Nelly – e del suo legame con il destino, un rapporto che vive e si sviluppa essenzialmente tra Parigi e Venezia (non a caso, le due città romantiche per eccellenza).

Da che ricordava, Nelly aveva sempre avuto paura. Paura che dietro le tende si nascondesse qualcuno pronto a farle del male, paura del buio, paura quando qualcuno ritardava, paura di essere abbandonata, paura di sbagliare un compito, paura dei ladri, paura di rimanere bloccata in ascensore, paura di aprire troppo il proprio cuore, paura di restare senza soldi, paura quando il telefono squillava in piena notte, paura che qualcuno si ammalasse all’improvviso, paura che un’onda gigantesca risucchiasse qualcuno, paura che succedesse qualcosa di brutto.

Ma per quale motivo tutta questa fragilità? Nelly, alla fine e non si sa come, riesce ad avere simultaneamente la testa tra le nuvole e i piedi saldamente ancorati a terra (letteralmente): non solo odia volare per una terribile tragedia che l’ha colpita, ma ha deciso di avere come stile di vita la lentezza, trovata in quella “dromologia” che approfondisce come assistente di filosofia all’università della Sorbonne di Parigi. 

Quando, a diciott’anni, Nelly si era trasferita a Parigi per studiare (si era iscritta a Filosofia e Italiano), aveva scoperto con gioia e un pizzico di soddisfazione che un filosofo francese – benché in un contesto diverso – si mostrava estremamente scettico all’idea di volare su un aereo. Quel filosofo era Paul Virilio, e i suoi concetti di immobilità e dromologia l’avevano conquistata all’istante.

Nella capitale francese, però, la 25enne Nelly ha incontrato sia gioie che dolori: se da un lato le soddisfazioni come studiosa e ricercatrice non tardano ad arrivare, dall’altro l’amore non corrisposto per il suo professore la getta in uno sconforto tale che solo un segno del destino a cui tanto si affida può farla ritornare in carreggiata. E’ proprio la lentezza che persegue a penalizzarla, fermamente convinta che sia meglio starsene ferma in attesa che gli eventi capitino piuttosto che andarseli a cercare. Ma spesso, si sa, sono proprio le convinzioni a fregare le persone, e lo stesso accade anche a Nelly, inevitabilmente travolta dall’ultima delle notizie che avrebbe voluto sentire e che riguarda proprio il suo grande amore – o forse è semplicemente disperata ammirazione – Daniel Beuchamps. 

Sarebbe stato logico che un giorno lei e Daniel Beauchamps fossero diventati una coppia. Aveva creduto fermamente che il tempo avrebbe lavorato per loro, aveva aspettato la sua occasione con tutta la pazienza di questo mondo. E poi era arrivata quell’italiana, che per inciso era anche fidanzata, ed era bastato un unico stramaledetto temporale per accendere la scintilla nel professore! La vita era ingiusta, punto. Non era necessario aver studiato filosofia per rendersene conto.

Ma quel destino bussa presto alla porta della ragazza, e ha le sembianze di una scritta – Omnia vincit amor – contenuta in un libro particolarmente importante per lei. I libri, del resto, sono sempre stati una parte integrante della vita di Nelly, non solo per merito della madre, ma anche della nonna che, come eredità “emozionale”, le ha lasciato dei volumi che contengono molto più di quanto hanno scritto nelle loro pagine. Ciò accade anche quando, in cerca di conforto, la ragazza riprende tra le mani un vecchio scatolone che contiene ricordi e testi impolverati. Solo uno, però, differisce dagli altri: cosa si nasconde dietro quel Validità dieci giorni di Toddi? La risposta a questa domanda può dargliela solo un viaggio a Venezia, una partenza improvvisa che sembra tanto una follia, ma che alla fine si rivelerà essere tutto ciò che Nelly stava cercando (e molto di più).

No, non poteva essere una coincidenza. Tra quel vecchio romanzo e l’anello doveva esserci un legame. E tra l’uno e l’altro si nascondeva una storia in cui sua nonna aveva avuto un ruolo. Ma quale? Cos’era successo nel maggio 1952 a Venezia?
“Venezia,” mormorò Nelly tra sé, e a un tratto le sembrò una parola magica che poteva cambiare tutto. Era davvero in un caso che dopo anni avesse trovato quel libro proprio ora, in un momento in cui aveva perso la bussola e aveva bisogno di coordinate? O invece era il segno che tanto tempo prima mamie aveva promesso di darle ridendo indulgente nella cucina di casa? Nelly giocherellò pensierosa con l’anello.
Strano, pensò. Strano. Strano. Strano.
E poi dentro di lei germogliò un pensiero che crebbe diventando sempre più grande, finché lo formulò a voce alta.
“Dovrei andare a Venezia,” disse Nelly.

Tra suggestive descrizioni artistiche che fanno venire voglia di partire anche al lettore e i tipici cliché dell’italiano visto con gli occhi dello straniero, l’autore onnisciente ci conduce – in maniera simpatica – in un percorso di ricerca in cui si può immaginare tutto e anche il suo contrario. Complice una borsa rossa e un incontro fortuito, infatti, la protagonista si ritroverà a fare i conti non solo con i segni del destino, ma anche con dei sentimenti che mai avrebbe pensato di provare lontano da casa. Tra una “calle” e l’altra, Nelly si apre alla vita e cerca di abbandonare definitivamente le sue insicurezze: in fondo, le paure non sono poi così grandi se al proprio fianco si ha una persona in grado di sgretolarle pian piano. Se da un lato la trama scorre un po’ veloce (anche contro gli stessi dettami di Paul Virilio) dall’altra invece il romanticismo d’altri tempi si mescola a una commedia rosa che si pone quasi sul piano del sogno e della magia piuttosto che della realtà. Ma tutto si permette, quando si tratta d’amore. A un certo punto, il tempo sembra perfino annullarsi, se non per ricordare a Nelly che la sua vacanza a Venezia, città rivelatrice e piena di sorprese, sta per concludersi. Ogni cosa, però, riconduce ancora una volta a quel libro a cui tutto ha dato inizio: lì, passato e presente si incontrano e due voci distinte (quelle della protagonista e della nonna Claire) dialogano tra loro come se fossero l’una il prolungamento dell’altra. Entrambe le storie d’amore sembrano procedere sugli stessi passi, ma il destino – sempre lui – pare avere in serbo destinazioni diverse.

Parole chiave:

  • Libri: svolgono un ruolo centrale nella storia e rappresentano il filo conduttore attraverso cui si muovono i personaggi. Interessante e suggestiva è anche la citazione a una delle librerie più famose di Venezia, un luogo da segnare assolutamente come promemoria in una visita alla città lagunare («La libreria Acqua Alta, in una piccola corte alla fine di calle Lunga Santa Maria Formosa, era un’incantevole baraonda in cui si sarebbe potuto rovistare per ore, e il proprietario un uomo gentile e affabile.»).
  • Arte: Il caffè dei piccoli miracoli è anche un piacevole viaggio nella cultura, complice la ricchezza di Venezia e gli interessi della protagonista. Certe descrizioni sono così evocative da riuscire perfino a immaginarle; segnatevi il nome “Flora”, la ninfa della “Primavera” del Botticelli, perché nulla è lasciato al caso, e se leggerete il romanzo ne capirete il motivo.
  • Tempo: in questo libro, passato, presente e futuro sembrano continuamente intrecciarsi, quasi nel tentativo di recuperare il giusto ordine. Se il passato è rappresentato dalla nonna Claire e dal suo “parlare” attraverso un libro, il presente e il futuro sembrano essere in mano alla stessa Nelly, l’unica in grado di ottenere delle risposte a quegli interrogativi che l’hanno fatta allontanare da Parigi.
  • Parigi/Venezia: l’asse su cui si sviluppa la storia, due città romantiche che offrono a Nelly spunti e stimoli diversi. Nella capitale francese, infatti, la ragazza sembra più orientata sul “dimenticare” (complice anche una cocente delusione), nella città italiana, invece, la parola d’ordine è più “ricominciare”.
  • Filosofia: quella studiata da Nelly nel suo dottorato di ricerca, ma anche di vita. Questo libro, però, ci dice che le convinzioni sono pronte ad essere completamente sbaragliate.

Voto: 3,5 segnalibri su 5

Il caffè dei piccoli miracoli - N. Barreau.jpg

Titolo: Il caffè dei piccoli miracoli
Autore: Nicolas Barreau
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 236 pagine 
Prezzo: 15 euro
Trama: Eléonore Delacourt ha venticinque anni e ama la lentezza. Invece di correre, passeggia. Invece di agire d’impulso, riflette. Invece di dichiarare il suo amore al professore di Filosofia alla Sorbonne, sogna. E non salirebbe mai e poi mai su un aereo, in nessuna circostanza. Timida e inguaribilmente romantica, Nelly adora i vecchi libri, crede nei presagi, piccoli messaggeri del destino, diffida degli uomini troppo belli e non è certo coraggiosa come l’adorata nonna bretone con cui è cresciuta, che le ha lasciato in eredità l’oggetto a lei più caro: un anello di granati con dentro una scritta in latino, “Amor vincit omnia”. Sicuramente, Nelly non è il tipo di persona che di punto in bianco ritira tutti i propri risparmi, compra una costosissima borsa rossa e in una fredda mattina di gennaio lascia Parigi in fretta e furia per saltare su un treno. Un treno diretto a Venezia. Ma a volte nella vita le cose, semplicemente, accadono. Cose come una brutta tosse e una delusione d’amore ancora più brutta. Cose come una frase enigmatica trovata dentro un vecchio libro della nonna, con accanto una certa citazione in latino.
Per acquistarlo: clicca qui (al prezzo di 13,33 euro)

Sono affiliata ad Amazon e negli articoli ho aggiunto dei rimandi proprio a questo sito. Per ogni acquisto che farete seguendo i riferimenti che ho messo (oppure partendo da questo link generico), percepirò una commissione del 10% (massimo), ricavato che servirà per mantenere il mio sito o acquistare libri. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro supporto.

Letture in fiore

Libro Fiore

Il significato di un fiore cambia a seconda che lo si indossi fra i capelli, all’occhiello, inserito nel décolleté, che lo si porga con la mano destra o con la sinistra, che lo si presenti da solo o inserito in un bouquet. È l’accostamento con altri fiori a determinarne le “parole”: se un fiore che significa “per sempre” viene inserito in un mazzo di fiori che significano “amore”, il messaggio sarà “ti amerò per sempre”; ma se viene inserito in un bouquet con fiori che significano “ricordo” e altri che significano “odio”, il messaggio sarà chiaro: “ti odierò per sempre e di te mi resteranno solo cattivi ricordi”. Un fiore come l’erica, che significa solitudine, ma anche fortuna, se accostato a un fiore come la primula, che può significare malinconia, dice “sei solo/a e triste”, ma se la stessa erica viene offerta con rose rosa, il cui significato è “successo”, il messaggio sarà “ti auguro tanto successo e fortuna”. (Da Linguaggio e significato dei fiori, Daphne & Cloe)

Il linguaggio dei fiori (florigrafia) è stato un modo unico di comunicazione molto diffuso e utilizzato nell’Ottocento, soprattutto perché, proprio in quel periodo, certe composizioni floreali servivano per esprimere emozioni che non sempre potevano essere dette apertamente. Oggi – purtroppo – questo linguaggio appare quasi del tutto dimenticato (se non in alcuni casi sporadici che coinvolgono prevalentemente gli appassionati), ma al tempo poteva essere definito come un vero e proprio modo di “comunicare tra le righe”.

La tradizione di ricorrere ai fiori per una lingua del cuore risale alla fine del XVIII secolo. «È in questo periodo che nascono i primi tentativi di mettere per iscritto su binari sistematici il linguaggio segreto dei fiori, nella ferma convinzione della loro forza espressiva universale. In precedenza si trovano cenni sparsi in lettere, calendari e riviste, a partire dai quali è possibile ricostruire una genealogia della lingua dei fiori universale, la cui idea centrale consiste nell’ipotesi che si trasmettano autentiche emozioni attraverso i fiori e per mezzo di un codice segreto coerente.» (da la Lettura)

Ma come nasce l’idea di accostare un determinato significato a un tipo specifico di fiore (o pianta)? Per dare risposta a questo interrogativo bisogna fare un salto indietro fino al Medioevo o ancora prima, quando questi regali della natura avevano soprattutto dei significati morali. La loro maggiore diffusione risale però all’Ottocento: in quest’epoca, infatti, l’utilizzo dei fiori era soprattutto incentrato su una comunicazione del cuore e dei sentimenti, tant’è che si diffuse anche un’editoria specializzata proprio in libri floreali con delle bellissime illustrazioni e incisioni. 

L’artefice della diffusione del linguaggio segreto dei fiori in Inghilterra, fu Miss Corruthers, a cui si deve il primo libro (1876) che divenne presto come una sorta di Bibbia dei fiori, da consultare e possedere. (Da Linguaggio e significato dei fiori, Daphne & Cloe)

Oggi questa usanza, sebbene un po’ dimenticata dal punto di vista pratico – ormai non si fa quasi più caso al significato dei fiori che si comprano -, è stata però ripresa moltissimo dai romanzi che nelle loro trame ne fanno riferimento o ne dedicano speciali ambientazioni. A questo proposito, qui di seguito vi lascio dieci libri-esempio che ho deciso di chiamare “Letture in fiore” proprio per questo tema evocativo di cui parlano:

1) Il linguaggio segreto dei fiori di V. Diffenbaugh (acquistabile qui al prezzo di 4,25 euro)
Trama: Victoria ha paura del contatto fisico. Ha paura delle parole, le sue e quelle degli altri. Soprattutto, ha paura di amare e lasciarsi amare. C’è solo un posto in cui tutte le sue paure sfumano nel silenzio e nella pace: è il suo giardino segreto nel parco pubblico di Portero Hill, a San Francisco. I fiori, che ha piantato lei stessa in questo angolo sconosciuto della città, sono la sua casa. Il suo rifugio. La sua voce. È attraverso il loro linguaggio che Victoria comunica le sue emozioni più profonde. La lavanda per la diffidenza, il cardo per la misantropia, la rosa bianca per la solitudine. Perché Victoria non ha avuto una vita facile. Abbandonata in culla, ha passato l’infanzia saltando da una famiglia adottiva a un’altra. Fino all’incontro, drammatico e sconvolgente, con Elizabeth, l’unica vera madre che abbia mai avuto, la donna che le ha insegnato il linguaggio segreto dei fiori. E adesso, è proprio grazie a questo magico dono che Victoria ha preso in mano la sua vita: ha diciotto anni ormai, e lavora come fioraia. I suoi fiori sono tra i più richiesti della città, regalano la felicità e curano l’anima. Ma Victoria non ha ancora trovato il fiore in grado di rimarginare la sua ferita. Perché il suo cuore si porta dietro una colpa segreta. L’unico capace di estirparla è Grant, un ragazzo misterioso che sembra sapere tutto di lei. Solo lui può levare quel peso dal cuore di Victoria, come spine strappate a uno stelo. Solo lui può prendersi cura delle sue radici invisibili.

Il linguaggio segreto dei fiori - V. Diffenbaugh

2) Il giardino dei fiori segreti di C. Caboni (acquistabile qui al prezzo di 12,93 euro)
Trama: Londra, Chelsea Flower Show, la più grande mostra di fiori del mondo. Sotto gli archi carichi di rose, Iris Donati è felice: fra le piante si sente a casa. Una casa vera, quella che non ha mai avuto, perché fin da piccola ha vissuto in giro per il mondo sola con il padre. Mentre si china per osservare meglio una composizione, Iris rimane paralizzata. Si trova di fronte due occhi uguali ai suoi. Gli stessi capelli castani. Lo stesso viso. La ragazza che ha davanti è identica a lei. Viola è il suo nome. Anche lei ama i fiori e i suoi bouquet sono fra i più ricercati di Londra. Tutte le certezze di Iris crollano in un istante. Quella ragazza è la sua sorella gemella. Sono state divise da piccolissime, e per vent’anni nessuna delle due ha mai saputo dell’esistenza dell’altra. Perché? Ora che sono di nuovo riunite, Iris e Viola devono scoprirlo. Il segreto si nasconde in Italia, a Volterra, dove sono nate. Tra viali di cipressi e verdi declivi, sorge un’antica dimora circondata da un giardino sconfinato. È qui che i Donati vivono da generazioni. Ed è qui che Giulia Donati, la loro nonna, le aspetta. Solo lei può spiegare davvero perché sono state separate e aiutarle a trovare il sentiero giusto per compiere il loro destino. Iris e Viola non lo sanno, ma ogni coppia di gemelle della famiglia, da secoli, deve salvaguardare la sopravvivenza del giardino e capire il suo grande potere: quello di curare l’anima.

Il giardino dei fiori segreti - C. Caboni

3) I messaggi segreti dei fiori di M. Kirkby (acquistabile qui al prezzo di 8,41 euro);
Trama: Un fiore non è solo un fiore. Ogni petalo, ogni foglia, ogni bocciolo comunicano un’emozione diversa e parlano di noi, di quello che proviamo o di quello che vogliamo esprimere nei confronti degli altri. Fiducia con la primula, amicizia con la fresia, dichiarazione d’amore con il tulipano, ma anche rabbia, con la peonia, oppure odio, con il basilico. Ogni fiore parla un linguaggio segreto, che trova le sue antiche radici nell’epoca vittoriana. Adesso come allora, i fiori accompagnano ogni occasione della nostra vita, preziosi per una promessa di fedeltà, un augurio di pronta guarigione, un matrimonio, un regalo di benvenuto. Questo libro ti aiuterà a trovare il fiore giusto per te e per i tuoi regali. Contiene un dizionario di tutte le emozioni che possiamo esprimere attraverso fiori e piante, una selezione di fiori scelti per il loro significato storico e letterario e infine tantissime idee per creare il bouquet perfetto e anche più originale in ogni occasione della tua vita. Perché a volte ciò che non riusciamo a comunicare con le parole lo si può dire con un fiore. Perché dietro la spina di un cactus potrebbe nascondersi inaspettatamente una confessione di amore appassionato… Con un’introduzione di Vanessa Diffenbaugh, illustrato e ispirato al romanzo “Il linguaggio segreto dei fiori”, “I messaggi segreti dei fiori” non è solo una guida ai fiori e al loro significato, è soprattutto un libro utile per chi cerca un nuovo modo per esprimere le proprie emozioni.

I messaggi segreti dei fiori - M. Kirkby

4) Donne che comprano fiori di V. Montfort (acquistabile qui al prezzo di 12,75 euro)
Trama: Nel cuore del Barrio de las Letras, il quartiere più bohémien di Madrid, tra stradine pedonali e piazzette ombreggiate, proprio dove si narra che abbiano vissuto Cervantes e Lope de Vega, esiste una piccola oasi verde ricca di fascino e profumi: il Giardino dell’angelo, il regno fiorito di Olivia. Nel suo negozio, all’ombra di un ulivo secolare, si incrociano le vite di cinque donne che comprano fiori. All’inizio nessuna lo fa per sé: una li compra per un amore segreto, un’altra per l’ufficio, la terza per la vecchia madre, la quarta per dipingerli e l’ultima, Marina, per una persona che non c’è più. Dopo la perdita del marito, infatti, Marina si sente completamente smarrita: ha occupato la poltrona del co-pilota per troppo tempo, lasciando a lui il timone della propria vita. Mentre cerca disperatamente un modo per rimettersi in piedi, si imbatte in Olivia e accetta di lavorare nel suo negozio. Lì conoscerà altre donne molto diverse tra loro, ma che, come lei, si trovano in un momento cruciale della propria esistenza per motivi lavorativi, sentimentali, familiari o di realizzazione personale.

Donne che comprano fiori - V. Montfort.jpg

5) Scrittrici in giardino di A. Cavalli (acquistabile qui al prezzo di 12,75 euro)
Trama: Passeggerete nei giardini di dieci tra le più amate ed apprezzate scrittrici dell’ottocento e del novecento. Sarà come spiarle entrando nei loro giardini. Pagine che guideranno il lettore tra le architetture botaniche di Vita Sackville-West, nel giardino rasserenante di Eudora Welty; potrà gioire insieme a Karen Blixen alla fioritura della sua peonia in Africa e passeggiare nei parchi insieme alle stupende creature di Jane Austen. L’autrice, raccontando la grande passione di queste donne, per i boschi, per i fiori, per la terra, che amavano coltivare personalmente, ci svela sorprendenti tratti delle personalità di ognuna: la storia famigliare, i figli, ma anche aneddoti sconosciuti. “Scrittrici in giardino” nasce da un minuzioso lavoro di ricerca che, attraverso le biografie, le opere ed i carteggi con amici e parenti, si esprime in un scritto delicato, poetico, quasi per non disturbare le scrittrici e i loro pensieri.

Scrittrici in giardino - A. Cavalli.jpg

6) Le parole dei fiori di I. Kranz (acquistabile qui al prezzo di 22,95 euro)
Trama: Fin dai tempi più remoti l’uomo ha associato un significato ai fiori. E alla fine del Settecento si diffusero veri e propri codici botanici per consentire agli spasimanti di scambiarsi segreti messaggi d’amore. Nel suo volume meravigliosamente illustrato Isabel Kranz recupera questa tradizione e ne segue gli sviluppi fino ai nostri giorni attraverso libri, film e opere musicali: dalla passionale orchidea Cattleya di Odette in “Alla ricerca del tempo perduto” alla misteriosa Dalia nera del noir di James Ellroy passando per i romantici non ti scordar di me in “La donna che visse due volte” di Alfred Hitchcock. Ogni fiore si rivela uno scrigno di curiosità e fantasia che va al di là della pura bellezza.

Le parole dei fiori - I. Kranz.jpg

7) Tentativi di botanica degli affetti di Betrice Masini (acquistabile qui al prezzo di 7 euro)
Trama: Primo Ottocento, primavera. Bianca Pietra, giovane donna di buona educazione e scarsi mezzi, lascia la casa natale sul lago di Garda per approdare nella campagna milanese, ospite di un poeta di chiara fama: don Titta ha l’estro dell’agricoltura sperimentale, che pratica nella sua tenuta, e in più coltiva fiori e piante esotiche nel parco della villa di Brusuglio. E Bianca, abile acquerellista, è chiamata a ritrarre il patrimonio botanico del padrone di casa. Graziosa, ardente, irrequieta, si accinge al compito con slancio, entrando a far parte di una famiglia grande quanto complicata. Disegna, dipinge, esplora i giardini e studia con interesse la miriade di personaggi che popolano la grande dimora: tra di loro c’è Pia, una servetta orfana di acuta intelligenza e garbo innato che gode di singolari privilegi. Curiosa fino all’impudenza, sincera all’eccesso, incline alle fantasticherie, Bianca si convince che le origini di Pia nascondano un segreto e che don Titta con tutta la famiglia si stia dando molta pena perché esso resti tale: quanto basta per darle il desiderio di scoprire la verità avviando un’indagine appassionata. Ciò che Bianca, così acuta nell’osservare e illustrare la natura, si ostina a non comprendere è che questa ricerca del vero vede in gioco i suoi stessi sentimenti: ed è un gioco pericoloso, perché la botanica degli affetti non è una scienza esatta, non conosce regole e può rivelarsi profondamente ingannevole.

Tentativi di botanica degli affetti - B. Masini.jpg

8) Dai diamanti non nasce niente: storie di vita e di giardini di S. Dandini (acquistabile qui al prezzo di 4,18 euro)
Trama: Cos’hanno in comune la regina Maria Antonietta, Vandana Shiva, Peter Sellers, Fabrizio De André, Virginia Woolf e George Harrison? La risposta è nel libro che avete tra le mani: il racconto di una passione che si intreccia, inestricabile come un gelsomino rampicante, con amori letterari, pittorici e cinematografici, ricordi di viaggi, aneddoti di vita giardiniera e riflessioni sulle sfide e le frontiere della felicità sostenibile. Serena Dandini ci conduce in una passeggiata sentimentale alla ricerca della bellezza che potrà salvarci, con un libro dedicato “a chi voleva cambiare il mondo e invece dopo un po’ si è accorto che è stato il mondo a cambiargli i connotati”. Viaggiando tra parchi incantati e vivai sconosciuti, imbarcandoci sulle navi di cacciatori di piante d’altri tempi, sbirciando gli amori romantici per un raffinato musicista o per un carico di concime, scopriamo insieme con lei che non è mai troppo tardi per mettere dei fiori nei nostri cannoni e bombardare almeno il perimetro del balconcino di casa. Perché, come recita un antico proverbio cinese, chi pianta un giardino semina la felicità.

Dai diamanti non nasce niente- storie di vita e di giardini - S. Dandini.jpg

9) Un piccolo negozio di fiori a Parigi di M. Huerta (acquistabile qui al prezzo di 15,21 euro)
Trama: C’è un negozio di fiori, nel cuore di Parigi, che raccoglie una magia impossibile da spiegare a parole. Il suo nome è L’Étoile Manquante. L’anziano proprietario, Dominique Brulé, sa che ogni fiore può nascondere un vero e proprio balsamo per l’anima. Lui stesso, quando è venuta a mancare la stella della sua vita, ha scoperto tra i colori e i profumi di quella bottega un conforto inaspettato e ora si adopera per regalare agli altri la felicità. Un po’ filosofo, un po’ prestigiatore, sa intuire gli stati d’animo, consigliare il fiore giusto per ogni ferita del cuore, trovare le parole adatte ad accompagnare una gioia, un dolore, un’illusione necessaria. Ospiti fisse del negozio sono Mercedes e Tilde, partite dalla Spagna tanti anni prima per inseguire un sogno o la fortuna. Le loro giornate ruotano intorno a quella bottega, ancorate all’amicizia che le lega, scandite dalle irrinunciabili perle di saggezza di Brulé, il «traduttore di fiori». Un giorno, come un improvviso vento fresco, irrompe in quella lenta routine Violeta: vent’anni, incinta e con il cuore spezzato. Assunta come assistente fiorista, porterà lo scompiglio in quelle tre vite silenziose, risvegliando il profumo di emozioni che vogliono tornare a sbocciare. Mentre lei, accolta con affetto da quell’insolita famiglia, imparerà ad apprezzare i doni che ogni stagione può riservare, perché anche il buio dell’inverno che sta attraversando è destinato a rivestirsi dei colori di una nuova primavera.

Un piccolo negozio di fiori a Parigi - M. Huerta.jpg

10) Ascolta i fiori dimenticati di H. Ringland (acquistabile qui al prezzo di 15,21 euro)
Trama: Alice ha appena nove anni quando la sua vita cambia per sempre: tutto quello che conosce sparisce in una manciata di istanti, lasciandola sola. Senza nessuno su cui poter contare. È per questo che sceglie di non parlare più e di fare del silenzio il suo unico confidente, incapace di tradirla. D’ora in poi a prendersi cura di lei ci sarà nonna June, di cui nemmeno sospettava l’esistenza. Con entusiasmo la donna insegna ad Alice ad ascoltare i fiori e a impararne i significati nascosti. Quei fiori, col tempo, diventano le parole, delicate come petali ma forti come radici, con cui dà voce ai sentimenti che nessun altro linguaggio saprebbe comunicare con altrettanta intensità. Il giglio per l’amore che accoglie e protegge. Le campanule gialle per lo stupore che accompagna le novità. L’orchidea nera per i desideri che bruciano in fondo al cuore. Perché solo qui, nel giardino della nonna, Alice si sente davvero al riparo dai ricordi dolorosi del passato, cullata dalla voce dei fiori, con i quali intreccia meravigliose ghirlande che diventano doni per parlare all’anima e curarne le ferite. Ma quelle che macchiano il cuore di Alice sono ancora lì, nonostante tutto: chiedono a gran voce di essere ricucite, ma finora nessun fiore è stato in grado di lenirle. Quando il passato ritorna più impetuoso di prima e le parla di segreti che devono essere svelati, Alice sa che non può più far finta di niente. Deve tornare dove tutto è cominciato per portare alla luce la verità. E scoprire che non è sola come ha sempre creduto. Che c’è qualcuno ad aspettarla. Solo così potrà decidere dove mettere le radici, come un fiore che cresce vigoroso dopo la tempesta.

Ascolta i fiori dimenticati - H. Ringland.jpg

Sono affiliata ad Amazon e negli articoli ho aggiunto dei rimandi proprio a questo sito. Per ogni acquisto che farete seguendo i riferimenti che ho messo (oppure partendo da questo link generico), percepirò una commissione del 10% (massimo), ricavato che servirà per mantenere il mio sito o acquistare libri. Vi ringrazio in anticipo per qualsiasi vostro supporto.